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II
Dopo due mesi d'orrenda angoscia, quella confessione del suo stato la sollevò,
insperatamente. Le parve che il più, ormai, fosse fatto.
Ora, non avendo più forza di lottare, di resistere a quello strazio, si sarebbe
abbandonata, così, alla sorte, qualunque fosse.
Il fratello, tra breve, sarebbe entrato e l'avrebbe uccisa? Ebbene: tanto
meglio! Non aveva più diritto a nessuna considerazione, a nessun compatimento.
Aveva fatto, sì, per lui e per quell'altro ingrato, più del suo dovere, ma in un
momento poi aveva perduto il frutto di tutti i suoi benefizi.
Strizzò gli occhi, colta di nuovo dal ribrezzo.
Nel segreto della propria coscienza, si sentiva pure miseramente responsabile
del suo fallo. Sì, lei, lei che per tanti anni aveva avuto la forza di resistere
a gli impulsi della gioventù, lei che aveva sempre accolto in sé sentimenti puri
e nobili, lei che aveva considerato il proprio sacrifizio come un dovere: in un
momento, perduta! Oh miseria! miseria!
L'unica ragione che sentiva di potere addurre in sua discolpa, che valore poteva
avere davanti al fratello? Poteva dirgli: «Guarda, Giorgio, che sono forse
caduta per te»? Eppure la verità era forse questa.
Gli aveva fatto da madre, è vero? a quel fratello. Ebbene: in premio di tutti i
benefizi lietamente prodigati, in premio del sacrifizio della propria vita, non
le era stato concesso neanche il piacere di scorgere un sorriso, anche lieve, di
soddisfazione su le labbra di lui e dell'amico. Pareva che avessero entrambi
l'anima avvelenata di silenzio e di noja, oppressa come da una scimunita
angustia. Ottenuta la laurea, s'eran subito buttati al lavoro, come due bestie;
con tanto impegno, con tanto accanimento che in poco tempo erano riusciti a
bastare a se stessi. Ora, questa fretta di sdebitarsi in qualche modo, come se a
entrambi non ne paresse l'ora, l'aveva proprio ferita nel cuore. Quasi d'un
tratto, così, s'era trovata senza più scopo nella vita. Che le restava da fare,
ora che i due giovani non avevano più bisogno di lei? E aveva perduto,
irrimediabilmente, la gioventù.
Neanche coi primi guadagni della professione era tornato il sorriso su le labbra
del fratello. Sentiva forse ancora il peso del sacrifizio ch'ella aveva fatto
per lui? si sentiva forse vincolato da questo sacrifizio per tutta la vita,
condannato a sacrificare a sua volta la propria gioventù, la libertà dei proprii
sentimenti alla sorella? E aveva voluto parlargli a cuore aperto:
- Non prenderti nessun pensiero di me, Giorgio! Io voglio soltanto vederti
lieto, contento... capisci?
Ma egli le aveva troncato subito in bocca le parole:
- Zitta, zitta! Che dici? So quel che debbo fare. Ora spetta a me.
- Ma come? così? - avrebbe voluto gridargli, lei, che, senza pensarci due volte,
s'era sacrificata col sorriso sempre su le labbra e il cuor leggero.
Conoscendo la chiusa, dura ostinazione di lui, non aveva insistito. Ma, intanto,
non si sentiva di durare in quella tristezza soffocante.
Egli raddoppiava di giorno in giorno i guadagni della professione; la circondava
d'agi; aveva voluto che smettesse di dar lezioni. In quell'ozio forzato, che la
avviliva, aveva allora accolto, malauguratamente, un pensiero che, dapprincipio,
quasi l'aveva fatta ridere:
«Se trovassi marito!».
Ma aveva già trentanove anni, e poi con quel corpo... oh via! - avrebbe dovuto
fabbricarselo apposta, un marito. Eppure, sarebbe stato l'unico mezzo per
liberar sé e il fratello da quell'opprimente debito di gratitudine.
Quasi senza volerlo, s'era messa allora a curare insolitamente la persona,
assumendo una cert'aria di nubile che prima non s'era mai data.
Quei due o tre che un tempo l'avevano chiesta in matrimonio, avevano ormai
moglie e figliuoli. Prima, non se n'era mai curata; ora, a ripensarci, ne
provava dispetto; provava invidia di tante sue amiche che erano riuscite a
procurarsi uno stato.
Lei sola era rimasta così...
Ma forse era in tempo ancora: chi sa? Doveva proprio chiudersi così la sua vita
sempre attiva? in quel vuoto? doveva spegnersi così quella fiamma vigile del suo
spirito appassionato? in quell'ombra?
E un profondo rammarico l'aveva invasa, inasprito talvolta da certe smanie, che
alteravano le sue grazie spontanee, il suono delle sue parole, delle sue risa.
Era divenuta pungente, quasi aggressiva nei discorsi. Si rendeva conto lei
stessa del cangiamento della propria indole; provava in certi momenti quasi odio
per se stessa, repulsione per quel suo corpo vigoroso, ribrezzo dei desiderii
insospettati in cui esso, ora, all'improvviso, le s'accendeva turbandola
profondamente.
Il fratello, intanto, coi risparmi, aveva di recente acquistato un podere e vi
aveva fatto costruire un bel villino.
Spinta da lui, vi era andata dapprima per un mese in villeggiatura; poi,
riflettendo che il fratello aveva forse acquistato quel podere per sbarazzarsi
di tanto in tanto di lei, aveva deliberato di ritirarsi colà per sempre. Così,
lo avrebbe lasciato libero del tutto: non gli avrebbe più dato la pena della sua
compagnia, della sua vista, e anche lei a poco a poco, là, si sarebbe tolta
quella strana idea dal capo, di trovar marito all'età sua.
I primi giorni eran trascorsi bene, e aveva creduto che le sarebbe stato facile
seguitare così.
Aveva già preso l'abitudine di levarsi ogni giorno all'alba e di fare una lunga
passeggiata per i campi, fermandosi di tratto in tratto, incantata, ora per
ascoltare nell'attonito silenzio dei piani, ove qualche filo d'erba vicino
abbrividiva alla frescura dell'aria, il canto dei galli, che si chiamavano da
un'aja all'altra; ora per ammirare qualche masso tigrato di gromme verdi, o il
velluto del lichene sul vecchio tronco stravolto di qualche olivo saraceno.
Ah, lì, così vicina alla terra, si sarebbe presto rifatta un'altr'anima, un
altro modo di pensare e di sentire; sarebbe divenuta come quella buona moglie
del mezzadro che si mostrava così lieta di tenerle compagnia e che già le aveva
insegnato tante cose della campagna, tante cose pur così semplici della vita e
che ne rivelano tuttavia un nuovo senso profondo, insospettato.
Il mezzadro, invece, era insoffribile: si vantava d'aver idee larghe, lui: aveva
girato il mondo, lui; era stato in America, otto anni a Benossarie; e non voleva
che il suo unico figliuolo, Gerlando, fosse un vile zappaterra. Da tredici anni,
pertanto, lo manteneva alle scuole; voleva dargli «un po' di lettera», diceva,
per poi spedirlo in America, là, nel gran paese, dove senza dubbio avrebbe fatto
fortuna.
Gerlando aveva diciannove anni e in tredici di scuola era arrivato appena alla
terza tecnica. Era un ragazzone rude, tutto d'un pezzo. Quella fissazione del
padre costituiva per lui un vero martirio. Praticando coi compagni di scuola,
aveva preso, senza volere, una cert'aria di città, che però lo rendeva più
goffo.
A forza d'acqua, ogni mattina, riusciva a rassettarsi i capelli ispidi, a
tirarvi una riga da un lato; ma poi quei capelli, rasciugati, gli si drizzavan
compatti e irsuti di qua e di là, come se gli schizzassero dalla cute del
cranio; anche le sopracciglia pareva gli schizzassero poco più giù dalla fronte
bassa, e già dal labbro e dal mento cominciavano a schizzare i primi peli dei
baffi e della barba, a cespuglietti. Povero Gerlando! faceva compassione, così
grosso, così duro, così ispido, con un libro aperto davanti. Il padre doveva
sudare una camicia, certe mattine, per scuoterlo dai saporiti sonni profondi, di
porcellone satollo e pago, e avviarlo ancora intontito e barcollante, con gli
occhi imbambolati, alla vicina città; al suo martirio.
Venuta in campagna la signorina, Gerlando le aveva fatto rivolgere dalla madre
la preghiera di persuadere al padre che la smettesse di tormentarlo con questa
scuola, con questa scuola, con questa scuola! Non ne poteva più!
E difatti Eleonora s'era provata a intercedere; ma il mezzadro, - ah, nonononò -
ossequio, rispetto, tutto il rispetto per la signorina; ma anche preghiera di
non immischiarsi. Ed allora essa, un po' per pietà, un po' per ridere, un po'
per darsi da fare, s'era messa ad ajutare quel povero giovanotto, fin dove
poteva.
Lo faceva, ogni dopo pranzo, venir su coi libri e i quaderni della scuola. Egli
saliva impacciato e vergognoso, perché s'accorgeva che la padrona prendeva a
goderselo per la sua balordaggine, per la sua durezza di mente; ma che poteva
farci? il padre voleva così. Per lo studio, eh, sì: bestia; non aveva difficoltà
a riconoscerlo; ma se si fosse trattato d'atterrare un albero, un bue, eh
perbacco... - e Gerlando mostrava le braccia nerborute, con certi occhi teneri e
un sorriso di denti bianchi e forti...
Improvvisamente, da un giorno all'altro, ella aveva troncato quelle lezioni; non
aveva più voluto vederlo; s'era fatto portare dalla città il pianoforte e per
parecchi giorni s'era chiusa nella villa a sonare, a cantare, a leggere,
smaniosamente. Una sera, in fine, s'era accorta che quel ragazzone, privato così
d'un tratto dell'ajuto di lei, della compagnia ch'ella gli concedeva e degli
scherzi che si permetteva con lui, s'appostava per spiarla, per sentirla cantare
o sonare: e, cedendo a una cattiva ispirazione, aveva voluto sorprenderlo,
lasciando d'un tratto il pianoforte e scendendo a precipizio la scala della
villa.
- Che fai lì?
- Sto a sentire...
- Ti piace?
- Tanto, sì signora... Mi sento in paradiso.
A questa dichiarazione era scoppiata a ridere; ma, all'improvviso, Gerlando,
come sferzato in faccia da quella risata, le era saltato addosso, lì, dietro la
villa, nel bujo fitto, oltre la zona di luce che veniva dal balcone aperto
lassù.
Così era stato.
Sopraffatta a quel modo, non aveva saputo respingerlo; s'era sentita mancare -
non sapeva più come - sotto quell'impeto brutale e s'era abbandonata, sì,
cedendo pur senza voler concedere.
Il giorno dopo, aveva fatto ritorno in città.
E ora? come mai Giorgio non entrava a svergognarla? Forse il D'Andrea non gli
aveva detto ancor nulla: forse pensava al modo di salvarla. Ma come?
Si nascose il volto tra le mani, quasi per non vedere il vuoto che le s'apriva
davanti. Ma era pur dentro di lei quel vuoto. E non c'era rimedio. La morte
sola. Quando? come?
L'uscio, a un tratto, s'aprì, e Giorgio apparve su la soglia scontraffatto,
pallidissimo, coi capelli scompigliati e gli occhi ancora rossi di pianto. Il
D'Andrea lo teneva per un braccio.
- Voglio sapere questo soltanto, - disse alla sorella, a denti stretti, con voce
fischiante, quasi scandendo le sillabe: - Voglio sapere chi è stato.
Eleonora, a capo chino, con gli occhi chiusi, scosse lentamente il capo e
riprese a singhiozzare.
- Me lo dirai, - gridò il Bandi, appressandosi, trattenuto dall'amico. - E
chiunque sia, tu lo sposerai!
- Ma no, Giorgio! - gemette allora lei, raffondando vie più il capo e torcendosi
in grembo le mani. - No! non è possibile! non è possibile!
- È ammogliato? - domandò lui, appressandosi di più, coi pugni serrati,
terribile.
- No, - s'affrettò a risponder lei. - Ma non è possibile, credi!
- Chi è? - riprese il Bandi, tutto fremente, stringendola da presso. - Chi è?
subito, il nome!
Sentendosi addosso la furia del fratello, Eleonora si strinse nelle spalle, si
provò a sollevare appena il capo e gemette sotto gli occhi inferociti di lui:
- Non posso dirtelo...
- Il nome, o t'ammazzo! - ruggì allora il Bandi, levando un pugno sul capo di
lei.
Ma il D'Andrea s'interpose, scostò l'amico, poi gli disse severamente:
- Tu va'. Lo dirà a me. Va', va'...
E lo fece uscire, a forza, dalla camera.
III
Il fratello fu irremovibile.
Ne' pochi giorni che occorsero per le pubblicazioni di rito, prima del
matrimonio, s'accanì nello scandalo. Per prevenir le beffe che s'aspettava da
tutti, prese ferocemente il partito d'andar sbandendo la sua vergogna, con
orribili crudezze di linguaggio. Pareva impazzito; e tutti lo commiseravano.
Gli toccò, tuttavia, a combattere un bel po' col mezzadro, per farlo
condiscendere alle nozze del figliuolo.
Quantunque d'idee larghe, il vecchio, dapprima, parve cascasse dalle nuvole: non
voleva creder possibile una cosa simile. Poi disse:
- Vossignoria non dubiti: me lo pesterò sotto i piedi; sa come? come si pigia
l'uva. O piuttosto, facciamo così: glielo consegno, legato mani e piedi; e
Vossignoria si prenderà tutta quella soddisfazione che vuole. Il nerbo, per le
nerbate, glielo procuro io, e glielo tengo prima apposta tre giorni in molle,
perché picchi più sodo.
Quando però comprese che il padrone non intendeva questo, ma voleva altro, il
matrimonio, trasecolò di nuovo:
- Come! Che dice, Vossignoria? Una signorona di quella fatta col figlio d'un
vile zappaterra?
E oppose un reciso rifiuto.
- Mi perdoni. Ma la signorina aveva il giudizio e l'età; conosceva il bene e il
male; non doveva far mai con mio figlio quello che fece. Debbo parlare? Se lo
tirava su in casa tutti i giorni. Vossignoria m'intende... Un ragazzaccio... A
quell'età, non si ragiona, non si bada... Ora ci posso perdere così il figlio,
che Dio sa quanto mi costa? La signorina. Con rispetto parlando, gli può esser
madre...
Il Bandi dovette promettere la cessione in dote del podere e un assegno
giornaliero alla sorella.
Così il matrimonio fu stabilito; e, quando ebbe luogo, fu un vero avvenimento
per quella cittaduzza.
Parve che tutti provassero un gran piacere nel far pubblicamente strazio
dell'ammirazione, del rispetto per tanti anni tributati a quella donna; come se
tra l'ammirazione e il rispetto, di cui non la stimavano più degna, e il
dileggio, con cui ora la accompagnavano a quelle nozze vergognose, non ci
potesse esser posto per un po' di commiserazione.
La commiserazione era tutta per il fratello; il quale, s'intende, non volle
prender parte alla cerimonia. Non vi prese parte neanche il D'Andrea, scusandosi
che doveva tener compagnia, in quel triste giorno, al suo povero Giorgio.
Un vecchio medico della città, ch'era già stato di casa dei genitori d'Eleonora,
e a cui il D'Andrea, venuto di fresco dagli studii, con tutti i fumi e le
sofisticherie della novissima terapeutica, aveva tolto gran parte della
clientela, si profferse per testimonio e condusse con sé un altro vecchio, suo
amico, per secondo testimonio.
Con essi Eleonora si recò in vettura chiusa al Municipio; poi in una chiesetta
fuorimano, per la cerimonia religiosa.
In un'altra vettura era lo sposo, Gerlando, torbido e ingrugnato, coi genitori.
Questi, parati a festa, stavano su di sé, gonfi e serii, perché, alla fin fine,
il figlio sposava una vera signora, sorella d'un avvocato, e gli recava in dote
una campagna con una magnifica villa, e denari per giunta. Gerlando, per
rendersi degno del nuovo stato, avrebbe seguitato gli studii. Al podere avrebbe
atteso lui, il padre, che se n'intendeva. La sposa era un po' anzianotta? Tanto
meglio! L'erede già c'era per via. Per legge di natura ella sarebbe morta prima,
e Gerlando allora sarebbe rimasto libero e ricco.
Queste e consimili riflessioni facevano anche, in una terza vettura, i
testimonii dello sposo, contadini amici del padre, in compagnia di due vecchi
zii materni. Gli altri parenti e amici dello sposo innumerevoli, attendevano
nella villa, tutti parati a festa, con gli abiti di panno turchino, gli uomini;
con le mantelline nuove e i fazzoletti dai colori più sgargianti, le donne;
giacché il mezzadro, d'idee larghe, aveva preparato un trattamento proprio coi
fiocchi.
Al Municipio, Eleonora, prima d'entrare nell'aula dello Stato civile, fu
assalita da una convulsione di pianto; lo sposo che si teneva discosto, in
crocchio coi parenti, fu spinto da questi ad accorrere; ma il vecchio medico lo
pregò di non farsi scorgere, di star lontano, per il momento.
Non ben rimessa ancora da quella crisi violenta, Eleonora entrò nell'aula; si
vide accanto quel ragazzo, che l'impaccio e la vergogna rendevano più ispido e
goffo; ebbe un impeto di ribellione; fu per gridare: «No! No!» e lo guardò come
per spingerlo a gridar così anche lui. Ma poco dopo dissero sì tutti e due, come
condannati a una pena inevitabile. Sbrigata in gran fretta l'altra funzione
nella chiesetta solitaria, il triste corteo s'avviò alla villa. Eleonora non
voleva staccarsi dai due vecchi amici; ma le fu forza salire in vettura con lo
sposo e coi suoceri.
Strada facendo, non fu scambiata una parola nella vettura.
Il mezzadro e la moglie parevano sbigottiti: alzavano di tanto in tanto gli
occhi per guardar di sfuggita la nuora; poi si scambiavano uno sguardo e
riabbassavano gli occhi. Lo sposo guardava fuori, tutto ristretto in sé,
aggrottato.
In villa, furono accolti con uno strepitoso sparo di mortaretti e grida festose
e battimani. Ma l'aspetto e il contegno della sposa raggelarono tutti i
convitati, per quanto ella si provasse anche a sorridere a quella buona gente,
che intendeva farle festa a suo modo, come usa negli sposalizi.
Chiese presto licenza di ritirarsi sola; ma nella camera in cui aveva dormito
durante la villeggiatura, trovando apparecchiato il letto nuziale, s'arrestò di
botto, su la soglia: - Lì? con lui? No! Mai! Mai! - E, presa da ribrezzo, scappò
in un'altra camera: vi si chiuse a chiave; cadde a sedere su una seggiola,
premendosi forte, forte, il volto con tutt'e due le mani.
Le giungevano, attraverso l'uscio, le voci, le risa dei convitati, che aizzavano
di là Gerlando, lodandogli, più che la sposa, il buon parentado che aveva fatto
e la bella campagna.
Gerlando se ne stava affacciato al balcone e, per tutta risposta, pieno d'onta,
scrollava di tratto in tratto le poderose spalle.
Onta sì, provava onta d'esser marito a quel modo, di quella signora: ecco! E
tutta la colpa era del padre, il quale, per quella maledetta fissazione della
scuola, lo aveva fatto trattare al modo d'un ragazzaccio stupido e inetto dalla
signorina, venuta in villeggiatura, abilitandola a certi scherzi che lo avevano
ferito. Ed ecco, intanto, quel che n'era venuto. Il padre non pensava che alla
bella campagna. Ma lui, come avrebbe vissuto d'ora in poi, con quella donna che
gl'incuteva tanta soggezione, e che certo gliene voleva per la vergogna e il
disonore? Come avrebbe ardito d'alzar gli occhi in faccia a lei? E, per giunta,
il padre pretendeva ch'egli seguitasse a frequentar la scuola! Figurarsi la baja
che gli avrebbero data i compagni! Aveva venti anni più di lui, la moglie, e
pareva una montagna, pareva...
Mentre Gerlando si travagliava con queste riflessioni, il padre e la madre
attendevano a gli ultimi preparativi del pranzo. Finalmente l'uno e l'altra
entrarono trionfanti nella sala, dove già la mensa era apparecchiata. Il
servizio da tavola era stato fornito per l'avvenimento da un trattore della
città che aveva anche inviato un cuoco e due camerieri per servire il pranzo.
Il mezzadro venne a trovar Gerlando al balcone e gli disse:
- Va' ad avvertire tua moglie che a momenti sarà pronto.
- Non ci vado, gnornò! - grugnì Gerlando, pestando un piede. - Andateci voi.
- Spetta a te, somarone! - gli gridò il padre. - Tu sei il marito: va'!
- Grazie tante... Gnornò! non ci vado! - ripeté Gerlando, cocciuto,
schermendosi.
Allora il padre, irato, lo tirò per il bavero della giacca e gli diede uno
spintone.
- Ti vergogni, bestione? Ti ci sei messo, prima? E ora ti vergogni? Va'! È tua
moglie!
I convitati accorsero a metter pace, a persuadere Gerlando a andare.
- Che male c'è? Le dirai che venga a prendere un boccone...
- Ma se non so neppure come debba chiamarla! - gridò Gerlando, esasperato.
Alcuni convitati scoppiarono a ridere, altri furono pronti a trattenere il
mezzadro che s'era lanciato per schiaffeggiare il figlio imbecille che gli
guastava così la festa preparata con tanta solennità e tanta spesa.
- La chiamerai col suo nome di battesimo, - gli diceva intanto, piano e
persuasiva, la madre. - Come si chiama? Eleonora, è vero? e tu chiamala
Eleonora. Non è tua moglie? Va', figlio mio, va'... E, così dicendo, lo avviò
alla camera nuziale.
Gerlando andò a picchiare all'uscio. Picchiò una prima volta, piano. Attese.
Silenzio. Come le avrebbe detto? Doveva proprio darle del tu, così alla prima?
Ah, maledetto impiccio! E perché, intanto, ella non rispondeva? Forse non aveva
inteso. Ripicchiò più forte. Attese. Silenzio.
Allora, tutto impacciato, si provò a chiamare a bassa voce, come gli aveva
suggerito la madre. Ma gli venne fuori un Eneolora così ridicolo, che subito,
come per cancellarlo, chiamò forte, franco:
- Eleonora!
Intese alla fine la voce di lei che domandava dietro l'uscio di un'altra stanza:
- Chi è?
S'appressò a quell'uscio, col sangue tutto rimescolato.
- Io, - disse - io Ger... Gerlando... È pronto.
- Non posso, - rispose lei. - Fate senza di me.
Gerlando tornò in sala, sollevato da un gran peso.
- Non viene! Dice che non viene! Non può venire!
- Viva il bestione! - esclamò allora il padre, che non lo chiamava altrimenti. -
Le hai detto ch'era in tavola? E perché non l'hai forzata a venire?
La moglie s'interpose: fece intendere al marito che sarebbe stato meglio, forse,
lasciare in pace la sposa, per quel giorno. I convitati approvarono.
- L'emozione... il disagio... si sa!
Ma il mezzadro che s'era inteso di dimostrare alla nuora che, all'occorrenza,
sapeva far l'obbligo suo, rimase imbronciato e ordinò con mala grazia che il
pranzo fosse servito.
C'era il desiderio dei piatti fini, ch'ora sarebbero venuti in tavola, ma c'era
anche in tutti quei convitati una seria costernazione per tutto quel superfluo
che vedevano luccicar sulla tovaglia nuova, che li abbagliava: quattro bicchieri
di diversa forma e forchette e forchettine, coltelli e coltellini, e certi
pennini, poi, dentro gl'involtini di cartavelina.
Seduti ben discosti dalla tavola, sudavano anche per i grevi abiti di panno
della festa, e si guardavano nelle facce dure, arsicce, svisate dall'insolita
pulizia; e non osavano alzar le grosse mani sformate dai lavori della campagna
per prendere quelle forchette d'argento (la piccola o la grande?) e quei
coltelli, sotto gli occhi dei camerieri che, girando coi serviti, con quei
guanti di filo bianco incutevano loro una terribile soggezione.
Il mezzadro, intanto, mangiando, guardava il figlio e scrollava il capo, col
volto atteggiato di derisoria commiserazione:
- Guardatelo, guardatelo! - borbottava tra sé. - Che figura ci fa, lì solo,
spajato, a capo tavola? Come potrà la sposa aver considerazione per uno
scimmione così fatto? Ha ragione, ha ragione di vergognarsi di lui. Ah, se fossi
stato io al posto suo!
Finito il pranzo fra la musoneria generale, i convitati, con una scusa o con
un'altra, andarono via. Era già quasi sera.
- E ora? - disse il padre a Gerlando, quando i due camerieri finirono di
sparecchiar la tavola, e tutto nella villa ritornò tranquillo. - Che farai, ora?
Te la sbroglierai tu!
E ordinò alla moglie di seguirlo nella casa colonica, ove abitavano, poco
discosto dalla villa.
Rimasto solo, Gerlando si guardò attorno, aggrondato, non sapendo che fare.
Sentì nel silenzio la presenza di quella che se ne stava chiusa di là. Forse, or
ora, non sentendo più alcun rumore, sarebbe uscita dalla stanza. Che avrebbe
dovuto far lui, allora?
Ah, come volentieri se ne sarebbe scappato a dormire nella casa colonica, presso
la madre, o anche giù all'aperto. Sotto un albero, magari!
E se lei intanto s'aspettava d'esser chiamata? Se, rassegnata alla condanna che
aveva voluto infliggerle il fratello, si riteneva in potere di lui, suo marito,
e aspettava che egli la... sì, la invitasse a...
Tese l'orecchio. Ma no: tutto era silenzio. Forse s'era già addormentata. Era
già bujo. Il lume della luna entrava, per il balcone aperto, nella sala.
Senza pensar d'accendere il lume, Gerlando prese una seggiola e si recò a sedere
al balcone, che guardava tutt'intorno, dall'alto, l'aperta campagna declinante
al mare laggiù in fondo, lontano.
Nella notte chiara splendevano limpide le stelle maggiori; la luna accendeva sul
mare una fervida fascia d'argento; dai vasti piani gialli di stoppia si levava
tremulo il canto dei grilli, come un fitto, continuo scampanellio. A un tratto,
un assiolo, da presso, emise un chiù languido, accorante; da lontano un altro
gli rispose, come un'eco, e tutti e due seguitarono per un pezzo a singultar
così, nella chiara notte.
Con un braccio appoggiato alla ringhiera del balcone, egli allora,
istintivamente, per sottrarsi all'oppressione di quell'incertezza smaniosa,
fermò l'udito a quei due chiù che si rispondevano nel silenzio incantato dalla
luna; poi, scorgendo laggiù in fondo un tratto del muro che cingeva tutt'intorno
il podere, pensò che ora tutta quella terra era sua; suoi quegli alberi: olivi,
mandorli, carrubi, fichi, gelsi; sua quella vigna.
Aveva ben ragione d'esserne contento il padre, che d'ora in poi non sarebbe
stato più soggetto a nessuno.
Alla fin fine, non era tanto stramba l'idea di fargli seguitare gli studii.
Meglio lì, meglio a scuola, che qua tutto il giorno, in compagnia della moglie.
A tenere a posto quei compagni che avessero voluto ridere alle sue spalle, ci
avrebbe pensato lui. Era un signore, ormai, e non gl'importava più se lo
cacciavano via dalla scuola. Ma questo non sarebbe accaduto. Anzi egli si
proponeva di studiare d'ora innanzi con impegno, per potere un giorno, tra
breve, figurare tra i «galantuomini» del paese, senza più sentirne soggezione, e
parlare e trattare con loro, da pari a pari. Gli bastavano altri quattro anni di
scuola per aver la licenza dell'Istituto tecnico: e poi, perito agronomo o
ragioniere. Suo cognato allora, il signor avvocato, che pareva avesse buttato
là, ai cani, la sorella, avrebbe dovuto fargli tanto di cappello. Sissignori. E
allora egli avrebbe avuto tutto il diritto di dirgli: «Che mi hai dato? A me,
quella vecchia? Io ho studiato, ho una professione da signore e potevo aspirare
a una bella giovine, ricca e di buoni natali come lei!».
Così pensando, s'addormentò con la fronte sul braccio appoggiato alla ringhiera.
I due chiù seguitavano, l'uno qua presso, l'altro lontano; il loro alterno
lamentio voluttuoso; la notte chiara pareva facesse tremolar su la terra il suo
velo di luna sonoro di grilli, e arrivava ora da lontano, come un'oscura
rampogna, il borboglio profondo del mare.
A notte avanzata, Eleonora apparve, come un'ombra, su la soglia del balcone.
Non s'aspettava di trovarvi il giovine addormentato. Ne provò pena e timore
insieme. Rimase un pezzo a pensare se le convenisse svegliarlo per dirgli quanto
aveva tra sé stabilito e toglierlo di lì; ma, sul punto di scuoterlo, di
chiamarlo per nome, sentì mancarsi l'animo e si ritrasse pian piano, come
un'ombra, nella camera dond'era uscita.
IV
L'intesa fu facile.
Eleonora, la mattina dopo, parlò maternamente a Gerlando: lo lasciò padrone di
tutto, libero di fare quel che gli sarebbe piaciuto, come se tra loro non ci
fosse alcun vincolo. Per sé domandò solo d'esser lasciata lì, da canto, in
quella cameretta, insieme con la vecchia serva di casa, che l'aveva vista
nascere.
Gerlando, che a notte inoltrata s'era tratto dal balcone tutto indurito
dall'umido a dormire sul divano della sala da pranzo, ora, così sorpreso nel
sonno, con una gran voglia di stropicciarsi gli occhi coi pugni, aprendo la
bocca per lo sforzo d'aggrottar le ciglia, perché voleva mostrare non tanto di
capire, quanto d'esser convinto, disse a tutto di sì, di sì, col capo. Ma il
padre e la madre, quando seppero di quel patto, montarono su tutte le furie, e
invano Gerlando si provò a far intender loro che gli conveniva così, che anzi ne
era più che contento.
Per quietare in certo qual modo il padre, dovette promettere formalmente che, ai
primi d'ottobre, sarebbe ritornato a scuola. Ma, per ripicco, la madre gl'impose
di scegliersi la camera più bella per dormire, la camera più bella per studiare,
la camera più bella per mangiare... tutte le camere più belle!
- E comanda tu, a bacchetta, sai! Se no, vengo io a farti ubbidire e rispettare.
Giurò infine che non avrebbe mai più rivolto la parola a quella smorfiosa che le
disprezzava così il figlio, un così bel pezzo di giovanotto, che colei non era
neanco degna di guardare.
Da quel giorno stesso, Gerlando si mise a studiare, a riprendere la preparazione
interrotta per gli esami di riparazione. Era già tardi, veramente: aveva appena
ventiquattro giorni innanzi a sé; ma, chi sa! mettendoci un po' d'impegno, forse
sarebbe riuscito a prendere finalmente quella licenza tecnica, per cui si
torturava da tre anni.
Scosso lo sbalordimento angoscioso dei primi giorni, Eleonora, per consiglio
della vecchia serva, si diede a preparare il corredino per il nascituro.
Non ci aveva pensato, e ne pianse.
Gesa, la vecchia serva, la ajutò, la guidò in quel lavoro, per cui era
inesperta: le diede la misura per le prime camicine, per le prime cuffiette...
Ah, la sorte le serbava questa consolazione, e lei non ci aveva ancora pensato;
avrebbe avuto un piccino, una piccina a cui attendere, a cui consacrarsi tutta!
Ma Dio doveva farle la grazia di mandarle un maschietto. Era già vecchia,
sarebbe morta presto, e come avrebbe lasciato a quel padre una femminuccia, a
cui lei avrebbe ispirato i suoi pensieri, i suoi sentimenti? Un maschietto
avrebbe sofferto meno di quella condizione d'esistenza, in cui fra poco la mala
sorte lo avrebbe messo.
Angosciata da questi pensieri, stanca del lavoro, per distrarsi, prendeva in
mano uno di quei libri che l'altra volta s'era fatti spedire dal fratello, e si
metteva a leggere. Ogni tanto, accennando col capo, domandava alla serva:
- Che fa?
Gesa si stringeva nelle spalle, sporgeva il labbro, poi rispondeva:
- Uhm! Sta con la testa sul libro. Dorme? Pensa? Chi sa!
Pensava, Gerlando: pensava che, tirate le somme, non era molto allegra la sua
vita.
Ecco qua: aveva il podere, ed era come se non lo avesse; la moglie, e come se
non l'avesse; in guerra coi parenti; arrabbiato con se stesso, che non riusciva
a ritener nulla, nulla, nulla di quanto studiava.
E in quell'ozio smanioso, intanto, si sentiva dentro come un fermento d'acri
desiderii; fra gli altri, quello della moglie, perché gli s'era negata. Non era
più desiderabile, è vero, quella donna. Ma... che patto era quello? Egli era il
marito, e doveva dirlo lui, se mai.
Si alzava; usciva dalla stanza; passava innanzi all'uscio della camera di lei;
ma subito, intravedendola, sentiva cadersi ogni proposito di ribellione.
Sbuffava e, tanto per non riconoscere che sul punto gliene mancava l'animo,
diceva a se stesso che non ne valeva la pena.
Uno di quei giorni, finalmente tornò dalla città sconfitto, bocciato, bocciato
ancora una volta agli esami di licenza tecnica. E ora basta! basta davvero! Non
voleva più saperne! Prese libri, quaderni, disegni, squadre, astucci, matite e
li portò giù, innanzi alla villa per farne un falò. Il padre accorse per
impedirglielo; ma Gerlando, imbestialito, si ribellò:
- Lasciatemi fare! Sono il padrone!
Sopravvenne la madre; accorsero anche alcuni contadini che lavoravano nella
campagna. Una fumicaja prima rada, poi a mano a mano più densa si sprigionò, tra
le grida degli astanti, da quel mucchio di carte; poi un bagliore; poi crepitò
la fiamma e si levò. Alle grida, si fecero al balcone Eleonora e la serva.
Gerlando, livido e gonfio come un tacchino, scagliava alle fiamme, scamiciato,
furibondo, gli ultimi libri che teneva sotto il braccio, gli strumenti della sua
lunga inutile tortura.
Eleonora si tenne a stento di ridere, a quello spettacolo, e si ritrasse in
fretta dal balcone. Ma la suocera se ne accorse e disse al figlio:
- Ci prova gusto, sai? la signora; la fai ridere.
- Piangerà! - gridò allora Gerlando, minaccioso, levando il capo verso il
balcone.
Eleonora intese la minaccia e impallidì: comprese che la stanca e mesta quiete,
di cui aveva goduto finora, era finita per lei. Nient'altro che un momento di
tregua le aveva concesso la sorte. Ma che poteva voler da lei quel bruto? Ella
era già esausta: un altro colpo, anche lieve, l'avrebbe atterrata.
Poco dopo, si vide innanzi Gerlando, fosco e ansante.
- Si cangia vita da oggi! - le annunziò. - Mi son seccato. Mi metto a fare il
contadino, come mio padre; e dunque tu smetterai di far la signora costà. Via,
via tutta codesta biancheria! Chi nascerà sarà contadino anche lui, e dunque
senza tanti lisci e tante gale. Licenzia la serva: farai tu da mangiare e
baderai alla casa, come fa mia madre. Inteso?
Eleonora si levò, pallida e vibrante di sdegno:
- Tua madre è tua madre, - gli disse, guardandolo fieramente negli occhi. - Io
sono io, e non posso diventare con te, villano, villana.
- Mia moglie sei! - gridò allora Gerlando, appressandosi violento e afferrandola
per un braccio. - E farai ciò che voglio io; qua comando io, capisci?
Poi si volse alla vecchia serva e le indicò l'uscio:
- Via! Voi andate subito via! Non voglio serve per la casa!
- Vengo con te, Gesa! - gridò Eleonora cercando di svincolare il braccio che
egli le teneva ancora afferrato.
Ma Gerlando non glielo lasciò; glielo strinse più forte; la costrinse a sedere.
- No! Qua! Tu rimani qua, alla catena, con me! Io per te mi son prese le beffe:
ora basta! Vieni via, esci da codesto tuo covo. Non voglio star più solo a
piangere la mia pena. Fuori! Fuori!
E la spinse fuori della camera.
- E che hai tu pianto finora? - gli disse lei con le lagrime a gli occhi. - Che
ho preteso, io da te?
- Che hai preteso? Di non aver molestie, di non aver contatto con me, quasi che
io fossi... che non meritassi confidenza da te, matrona! E m'hai fatto servire a
tavola da una salariata, mentre toccava a te a servirmi, di tutto punto, come
fanno le mogli.
- Ma che n'hai da fare tu, di me? - gli domandò, avvilita, Eleonora. - Ti
servirò, se vuoi, con le mie mani, d'ora in poi. Va bene?
Ruppe, così dicendo, in singhiozzi, poi sentì mancarsi le gambe e s'abbandonò.
Gerlando, smarrito, confuso, la sostenne insieme con Gesa, e tutt'e due la
adagiarono su una seggiola.
Verso sera, improvvisamente, fu presa dalle doglie. Gerlando, pentito,
spaventato, corse a chiamar la madre: un garzone fu spedito in città per una
levatrice; mentre il mezzadro, vedendo già in pericolo il podere, se la nuora
abortiva, bistrattava il figlio:
- Bestione, bestione, che hai fatto? E se ti muore, adesso? Se non hai più
figli? Sei in mezzo a una strada! Che farai? Hai lasciato la scuola e non sai
neppur tenere la zappa in mano. Sei rovinato!
- Che me ne importa? - gridò Gerlando. - Purché non abbia nulla lei!
Sopravvenne la madre, con le braccia per aria:
- Un medico! Ci vuole subito un medico! La vedo male!
- Che ha? - domandò Gerlando, allibito.
Ma il padre lo spinse fuori:
- Corri! Corri!
Per via, Gerlando, tutto tremante, s'avvilì, si mise a piangere, sforzandosi
tuttavia di correre. A mezza strada s'imbatté nella levatrice che veniva in
vettura col garzone.
- Caccia! caccia! - gridò. - Vado pel medico, muore!
Inciampò, stramazzò; tutto impolverato, riprese a correre, disperatamente,
addentandosi la mano che s'era scorticata.
Quando tornò col medico alla villa, Eleonora stava per morire, dissanguata.
- Assassino! assassino! - nicchiava Gesa, attendendo alla padrona. - Lui è
stato! Ha osato di metterle le mani addosso.
Eleonora però negava col capo. Si sentiva a mano a mano, col sangue, mancar la
vita, a mano a mano le forze raffievolendo scemare; era già fredda... Ebbene:
non si doleva di morire; era pur dolce così la morte, un gran sollievo, dopo le
atroci sofferenze. E, col volto come di cera, guardando il soffitto, aspettava
che gli occhi le si chiudessero da sé, pian piano, per sempre. Già non
distingueva più nulla. Come in sogno rivide il vecchio medico che le aveva fatto
da testimonio; e gli sorrise.
V
Gerlando non si staccò dalla sponda del letto, né giorno né notte, per tutto il
tempo che Eleonora vi giacque tra la vita e la morte.
Quando finalmente dal letto poté esser messa a sedere sul seggiolone, parve
un'altra donna: diafana, quasi esangue. Si vide innanzi Gerlando, che sembrava
uscito anch'esso da una mortale malattia, e premurosi attorno i parenti di lui.
Li guardava coi begli occhi neri ingranditi e dolenti nella pallida magrezza, e
le pareva che ormai nessuna relazione esistesse più tra essi e lei, come se ella
fosse or ora tornata, nuova e diversa, da un luogo remoto, dove ogni vincolo
fosse stato infranto, non con essi soltanto, ma con tutta la vita di prima.
Respirava con pena; a ogni menomo rumore il cuore le balzava in petto e le
batteva con tumultuosa repenza; una stanchezza greve la opprimeva.
Allora, col capo abbandonato su la spalliera del seggiolone, gli occhi chiusi,
si rammaricava dentro di sé di non esser morta. Che stava più a farci, lì?
perché ancora quella condanna per gli occhi di veder quei visi attorno e quelle
cose, da cui gli si sentiva tanto, tanto lontana? Perché quel ravvicinamento con
le apparenze opprimenti e nauseanti della vita passata, ravvicinamento che
talvolta le pareva diventasse più brusco, come se qualcuno la spingesse di
dietro, per costringerla a vedere, a sentir la presenza, la realtà viva e
spirante della vita odiosa, che più non le apparteneva?
Credeva fermamente che non si sarebbe rialzata mai più da quel seggiolone;
credeva che da un momento all'altro sarebbe morta di crepacuore. E no, invece;
dopo alcuni giorni, poté levarsi in piedi, muovere, sorretta, qualche passo per
la camera; poi, col tempo, anche scendere la scala e recarsi all'aperto, a
braccio di Gerlando e della serva. Prese infine l'abitudine di recarsi sul
tramonto fino all'orlo del ciglione che limitava a mezzogiorno il podere.
S'apriva di là la magnifica vista della piaggia sottostante all'altipiano, fino
al mare laggiù. Vi si recò i primi giorni accompagnata, al solito, da Gerlando e
da Gesa; poi, senza Gerlando; infine, sola.
Seduta su un masso, all'ombra d'un olivo centenario, guardava tutta la riviera
lontana che s'incurvava appena, a lievi lunate, a lievi seni, frastagliandosi
sul mare che cangiava secondo lo spirare dei venti; vedeva il sole ora come un
disco di fuoco affogarsi lentamente tra le brume muffose sedenti sul mare tutto
grigio, a ponente, ora calare in trionfo su le onde infiammate, tra una pompa
meravigliosa di nuvole accese; vedeva nell'umido cielo crepuscolare sgorgar
liquida e calma la luce di Giove, avvivarsi appena la luna diafana e lieve;
beveva con gli occhi la mesta dolcezza della sera imminente, e respirava, beata,
sentendosi penetrare fino in fondo all'anima il fresco, la quiete, come un
conforto sovrumano.
Intanto, di là, nella casa colonica, il vecchio mezzadro e la moglie
riprendevano a congiurare a danno di lei, istigando il figliuolo a provvedere a'
suoi casi.
- Perché la lasci sola? - badava a dirgli il padre. - Non t'accorgi che lei,
ora, dopo la malattia, t'è grata dell'affezione che le hai dimostrata? Non la
lasciare un momento, cerca d'entrarle sempre più nel cuore; e poi... e poi
ottieni che la serva non si corichi più nella stessa camera con lei. Ora lei sta
bene e non ne ha più bisogno, la notte.
Gerlando, irritato, si scrollava tutto, a questi suggerimenti.
- Ma neanche per sogno! Ma se non le passa più neanche per il capo che io
possa... Ma che! Mi tratta come un figliuolo... Bisogna sentire che discorsi mi
fa! Si sente già vecchia, passata e finita per questo mondo. Che!
- Vecchia? - interloquiva la madre. - Certo, non è più una bambina; ma vecchia
neppure; e tu...
- Ti levano la terra! - incalzava il padre. - Te l'ho già detto: sei rovinato,
in mezzo a una strada. Senza figli, morta la moglie, la dote torna ai parenti di
lei. E tu avrai fatto questo bel guadagno; avrai perduto la scuola e tutto
questo tempo, così, senza nessuna soddisfazione... Neanche un pugno di mosche!
Pensaci, pensaci a tempo: già troppo ne hai perduto... Che speri?
- Con le buone, - riprendeva, manierosa, la madre. - Tu devi andarci con le
buone, e magari dirglielo: «Vedi? che n'ho avuto io, di te? t'ho rispettato,
come tu hai voluto; ma ora pensa un po' a me, tu: come resto io? che farò, se tu
mi lasci così?». Alla fin fine, santo Dio, non deve andare alla guerra!
- E puoi soggiungere, - tornava a incalzare il padre. - puoi soggiungere: «Vuoi
far contento tuo fratello che t'ha trattata così? farmi cacciar via di qua come
un cane, da lui?». È la santa verità, questa, bada! Come un cane sarai cacciato,
a pedate, e io e tua madre, poveri vecchi, con te.
Gerlando non rispondeva nulla. Ai consigli della madre provava quasi un
sollievo, ma irritante, come una vellicazione; le previsioni del padre gli
movevano la bile, lo accendevano d'ira. Che fare? Vedeva la difficoltà
dell'impresa e ne vedeva pure la necessità impellente. Bisognava a ogni modo
tentare.
Eleonora, adesso, sedeva a tavola con lui. Una sera, a cena, vedendolo con gli
occhi fissi su la tovaglia, pensieroso, gli domandò:
- Non mangi? che hai?
Quantunque da alcuni giorni egli s'aspettasse questa domanda provocata dal suo
stesso contegno, non seppe sul punto rispondere come aveva deliberato, e fece un
gesto vago con la mano.
- Che hai? - insistette Eleonora.
- Nulla, - rispose, impacciato, Gerlando. - Mio padre, al solito...
- Daccapo con la scuola? - domandò lei sorridendo, per spingerlo a parlare.
- No: peggio, - diss'egli. - Mi pone... mi pone davanti tante ombre, m'affligge
col... col pensiero del mio avvenire, poiché lui è vecchio, dice, e io così,
senza né arte né parte: finché ci sei tu, bene; ma poi... poi, niente, dice...
- Di' a tuo padre, - rispose allora, con gravità, Eleonora, socchiudendo gli
occhi, quasi per non vedere il rossore di lui, - di' a tuo padre che non se ne
dia pensiero. Ho provveduto io a tutto, digli, e che stia dunque tranquillo.
Anzi, giacché siamo a questo discorso, senti: se io venissi a mancare d'un
tratto - siamo della vita e della morte - nel secondo cassetto del canterano,
nella mia camera, troverai in una busta gialla una carta per te.
- Una carta? - ripeté Gerlando, non sapendo che dire, confuso di vergogna.
Eleonora accennò di sì col capo, e soggiunse:
- Non te ne curare.
Sollevato e contento, Gerlando, la mattina dopo, riferì ai genitori quanto gli
aveva detto Eleonora; ma quelli, specialmente il padre, non ne furono per nulla
soddisfatti.
- Carta? Imbrogli!
Che poteva essere quella carta? Il testamento: la donazione cioè del podere al
marito. E se non era fatta in regola e con tutte le forme? Il sospetto era
facile, atteso che si trattava della scrittura privata d'una donna, senza
l'assistenza d'un notajo. E poi, non si doveva aver da fare col cognato, domani,
uomo di legge, imbroglione?
- Processi, figlio mio? Dio te ne scampi e liberi! La giustizia non è per i
poverelli. E quello là, per la rabbia, sarà capace di farti bianco il nero e
nero il bianco.
E inoltre, quella carta, c'era davvero, là, nel cassetto del canterano? O glie
l'aveva detto per non esser molestata?
- Tu l'hai veduta? No. E allora? Ma, ammesso che te la faccia vedere, che ne
capisci tu? che ne capiamo noi? Mentre con un figliuolo... là! Non ti lasciare
infinocchiare: da' ascolto a noi! Carne! carne! che carta!
Così un giorno Eleonora, mentre se ne stava sotto a quell'olivo sul ciglione, si
vide all'improvviso accanto Gerlando, venuto furtivamente.
Era tutta avvolta in un ampio scialle nero. Sentiva freddo, quantunque il
febbrajo fosse così mite, che già pareva primavera. La vasta piaggia, sotto, era
tutta verde di biade; il mare, in fondo, placidissimo, riteneva insieme col
cielo una tinta rosea un po' sbiadita, ma soavissima, e le campagne in ombra
parevano smaltate.
Stanca di mirare, nel silenzio, quella meravigliosa armonia di colori, Eleonora
aveva appoggiato il capo al tronco dell'olivo. Dallo scialle nero tirato sul
capo si scopriva soltanto il volto, che pareva anche più pallido.
- Che fai? - le domandò Gerlando. - Mi sembri una Madonna Addolorata.
- Guardavo... - gli rispose lei, con un sospiro, socchiudendo gli occhi.
Ma lui riprese:
- Se vedessi come... come stai bene così, con codesto scialle nero...
- Bene? - disse Eleonora, sorridendo mestamente. - Sento freddo!
- No, dico, bene di... di... di figura, - spiegò egli, balbettando, e sedette
per terra accanto al masso.
Eleonora, col capo appoggiato al tronco, richiuse gli occhi, sorrise per non
piangere, assalita dal rimpianto della sua gioventù perduta così miseramente. A
diciott'anni, sì, era stata pur bella, tanto!
A un tratto, mentre se ne stava così assorta, s'intese scuotere leggermente.
- Dammi una mano, - le chiese egli da terra, guardandola con occhi lustri.
Ella comprese; ma finse di non comprendere.
- La mano? Perché? - gli domandò. - Io non posso tirarti su: non ho più forza,
neanche per me... È già sera, andiamo.
E si alzò.
- Non dicevo per tirarmi su, - spiegò di nuovo Gerlando, da terra. - Restiamo
qua, al bujo; è tanto bello...
Così dicendo, fu lesto ad abbracciarle i ginocchi, sorridendo nervosamente, con
le labbra aride.
- No! - gridò lei. - Sei pazzo? Lasciami!
Per non cadere, s'appoggiò con le braccia a gli omeri di lui e lo respinse
indietro. Ma lo scialle, a quell'atto, si svolse, e, com'ella se ne stava curva
su lui sorto in ginocchio, lo avvolse, lo nascose dentro.
- No: ti voglio! ti voglio! - diss'egli, allora, com'ebbro, stringendola vieppiù
con un braccio, mentre con l'altro le cercava, più su, la vita, avvolto
nell'odore del corpo di lei.
Ma ella, con uno sforzo supremo, riuscì a svincolarsi; corse fino all'orlo del
ciglione; si voltò; gridò:
- Mi butto!
In quella, se lo vide addosso, violento; si piegò indietro, precipitò giù dal
ciglione.
Egli si rattenne a stento, allibito, urlando, con le braccia levate. Udì un
tonfo terribile, giù. Sporse il capo. Un mucchio di vesti nere, tra il verde
della piaggia sottostante. E lo scialle, che s'era aperto al vento, andava a
cadere mollemente, così aperto, più in là.
Con le mani tra i capelli, si voltò a guardare verso la casa campestre; ma fu
colpito negli occhi improvvisamente dall'ampia faccia pallida della Luna sorta
appena dal folto degli olivi lassù; e rimase atterrito a mirarla, come se quella
dal cielo avesse veduto e lo accusasse.
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