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Pasquale Guaragnella - Università di Bari

da ICON - Italian Culture On The net

Storia di Pirandello poeta, saggista e narratore.

7. L’ultimo romanzo: Uno, nessuno e centomila

 

Uno, nessuno e centomila: i tempi di composizione

La elaborazione di Uno, nessuno e centomila prende avvio intorno al 1910, così come racconta il figlio dell’autore, Stefano, nella prefazione al romanzo comparso su "La Fiera Letteraria" nel 1925. In realtà le radici del romanzo si possono già rintracciare nel saggio L'Umorismo scritto nel 1908 .

La scrittura di Uno, nessuno e centomila incontra un destino singolare: impiegherà più di venticinque anni a concludersi. Contemporaneamente all'esperienza teatrale, la produzione narrativa di Pirandello diviene lo strumento per un'indagine a tappeto della realtà. Allo stesso tempo il romanzo seguirà le alterne vicende biografiche dell'autore, risentendo degli stati d'animo e delle inquietudini familiari che affliggevano Pirandello.

Uno, nessuno e centomila: la vicenda narrata

La narrazione si apre su una scena di vita quotidiana che ritrae una conversazione tra moglie e marito. Lo sguardo della moglie Dida rivela al marito Gengè (tale è il diminutivo che ella ha attribuito al protagonista, Vitangelo Moscarda) un difetto al naso che lo specchio non sembra avesse mai rivelato.

Scatta così in Moscarda il desiderio di una sottile vendetta: rivelare a coloro che ridono di lui i difetti loro propri. L'attitudine all'introspezione non è servita molto al Moscarda se dopo 28 anni si rende conto di non conoscersi affatto. Comincia così un lavorìo intenso di analisi non solo del corpo, ma dell'atteggiamento, delle posture inconsapevoli nella persona, il tentativo di catturare una immagine definitiva e sicura di se stesso. Nello specchio critico del proprio sguardo Moscarda si ritrova scomposto in molteplici identità, tante quanti sono gli occhi di chi lo guarda. Le attitudini riflessive del protagonista dichiarano in maniera esplicita la parentela con un grande romanzo della tradizione umoristica inglese, il Tristram Shandy di Laurence Sterne.

Un paio di capitoli inclusi nel Libro Secondo si intitolano provocatoriamente "E allora?" e "Con permesso" .

Il tono interlocutorio dei titoli, da cui sembra quasi che l'autore chiami in causa il lettore sollecitandone un intervento, una risposta, diventa un pretesto perché Moscarda metta in moto i meccanismi della memoria. Con l'intenzione di distruggere i miti e le certezze dell'opinione comune, Moscarda descrive la casa che abita con sua moglie e che ha ereditato dal padre.

Intanto la metamorfosi del protagonista è in pieno svolgimento. Il Libro Secondo si chiude con riferimento a Gengè, marionetta un po’ stupida, frutto delle costruzioni di Dida, marionetta in cui Vitangelo non si riconosce affatto. La consapevolezza di essere per ognuno un Moscarda differente conferma il protagonista nel proposito di scoprire " tutti gli altri Moscarda che vivevano nei più vicini conoscenti, e distruggerli a uno a uno".

Moscarda, che poco prima aveva espresso il desiderio di annullare ogni identità cancellando persino il proprio nome (tentativo già intrapreso ne Il fu Mattia Pascal), proprio sul nome apre un’inchiesta. Esordisce il protagonista nel capitolo intitolato Scoperte: "Il nome sia brutto fino alla crudeltà. Moscarda. La mosca, e il dispetto del suo aspro fastidio ronzante".

Non aveva mica un nome per sé il mio spirito, né uno stato civile: aveva tutto un suo mondo dentro, e io non bollavo ogni volta di quel mio nome, a cui non pensavo affatto, tutte le cose che mi vedevo dentro e intorno. Ebbene, ma per gli altri io non ero quel mondo che portavo dentro di me senza nome tutto intero, indiviso e pur vario. Ero invece, fuori, nel mondo uno, - staccato – che si chiamava Moscarda, un piccolo e determinato aspetto di realtà non mia, incluso fuori di me nella realtà degli altri e chiamato Moscarda […] Moscarda. Possibile? E Moscarda era tutto ciò che esso diceva e faceva in quel mondo a me ignoto; Moscarda era anche la mia ombra; Moscarda se lo vedevano mangiare; Moscarda se lo vedevano fumare; Moscarda se andava a spasso; Moscarda se si soffiava il naso.

La mosca è l’insetto che si associa all’afa, allo stagno, a ciò che non scorre e non ha vita. Il richiamo a questo insetto definisce dunque una serie di significati legati alla morte. Tutto questo esprime una condizione di un'apparente vita fisica ma di morte interiore. Tuttavia va pure riconosciuto che l’abbinamento del cognome Moscarda al nome Vitangelo restituisce una seconda immagine: Vitangelo significa anche angelo della vita. Riassumendo, potremo dire che il nome Vitangelo Moscarda sta per angelo della vita e della morte.

L'intero terzo libro è la descrizione dettagliata di un itinerario di "scoperte". Interrogandosi, Vitangelo scopre di esser figlio di un usuraio piuttosto che di un banchiere, come aveva sempre creduto. L'orrore della scoperta richiede il conforto della moglie Dida la quale, invece che comprendere lo smarrimento del marito, lo deride.

Quello della derisione è il destino che sembra perseguitare il protagonista: deriso e compatito dalla moglie, deriso e compatito dagli abitanti del suo paese, Richieri; Moscarda elabora un nuovo disegno dai contorni ancora una volta paradossali. Qualcuno a Richieri nutriva un sentimento di odio sotterraneo per Moscarda: è Marco di Dio. Essendosi interrotta, ad un certo punto, la beneficenza del Moscarda padre e restando troncati i sogni di gloria di Marco di Dio, quest'ultimo aveva cominciato a nutrire odio prima per il padre e poi per il figlio.

Per realizzare il suo esperimento Moscarda si reca nello studio del notaio Stampa, situato a Richieri in via del Crocifisso numero 24. Anche in questo caso il nome nasconde un evidente significato simbolico. Infatti Moscarda rappresenta la figura del Gesù-Messia ma anche il suo contrasto umoristico. Infatti è colui che dona e insieme attua uno spreco dei suoi beni e averi.

Del matto e del folle Moscarda ormai possiede la leggerezza e la capacità di ridere, che solo per ragioni di opportunità sociali mantiene ancora nascoste. Lo scenario in cui avviene prima lo sfratto della vecchia casupola abitata dai coniugi di Dio, e subito dopo la donazione di una nuova casa, è ricco di suggestioni. Vi è una folla sul far della sera che sotto una pioggia scrosciante occupa un vicolo buio. Già autori contemporanei di Pirandello, come Baudelaire e Poe, utilizzano le figure della pioggia e della folla per rappresentare situazioni di disagio e di angoscia. La violenza della folla che assiste al pubblico sfratto, motivo anch'esso baudelairiano, travolgerà Moscarda in un unico grido ripetuto "Usuraio! Usuraio!".

Ma ecco il colpo di scena. "Un nero omicciattolo, malandato ma d'aspetto feroce, giovine di studio del notaro Stampa" si mette a urlare "con furiosi gesticolamenti" avvisando che c'è una donazione a favore di Marco di Dio: Vitangelo Moscarda, con atto notarile, gli ha ceduto una casa nuova in via dei Santi. Tra via del Crocifisso e via dei Santi si consuma il sacrificio di Moscarda. Tuttavia quel sacrificio darà occasione a Marco di Dio di pronunciare all'indirizzo del Moscarda le parole " Pazzo! Pazzo!".

Attraverso Marco di Dio, Moscarda compie dunque un esperimento che, fitto di implicazioni umoristiche, si iscrive a pieno titolo nel processo di scomposizione e smascheramento dell'identità. L'episodio dello sfratto e della truffa giocata ai danni di se stesso varrà a Moscarda l'etichetta di usuraio prima, e di folle dopo. 

 

La conclusione del romanzo

Non resta che seguire l'epilogo di questa vicenda. Moscarda torna "rinchiocciato tra le gonnelle di Dida", "nell'oziosa stupidità" della marionetta Gengè. Ma la stupidità contraddistingue più in generale l'intero matrimonio di Dida e Vitangelo, sicché l'occasione di un incontro-avventura extra-coniugale si offre al Moscarda in questi termini.

Anna Rosa, un'amica della moglie, fa pervenire al Moscarda un biglietto con l'invito ad un appuntamento segreto. L'incontro avviene in un convento e lì si consuma un misterioso incidente. Anna Rosa invita Vitangelo a seguirlo lungo un corridoio, ma inciampa sui gradini di una scalinata. Si ode il fragore di uno sparo e subito dopo un grido. Moscarda fa appena in tempo a sorreggere Anna Rosa ferita a un piede da un colpo della rivoltella che era dentro la borsetta. Le suore accorrono preoccupate alla vista di quanto accaduto, ma ancor più lo sono per l'imminente visita del vescovo e dello scandalo che l'episodio avrebbe suscitato. In realtà il motivo dell’invito di Anna Rosa era inteso a favorire un colloquio tra Moscarda e il vescovo e trovare così rimedio ad un'iniziativa di Dida. L'intenzione della moglie è infatti quella di far dichiarare Moscarda "malato di mente". L'incidente della rivoltella, provocando lo scandalo, fa precipitare umoristicamente la situazione.

Abbandonato dalla moglie, Moscarda trascorre lunghe ore in compagnia di Anna Rosa convalescente. La bellezza, insieme alla grazia particolare che la convalescenza conferisce ad Anna Rosa, inducono Moscarda in tentazione. Il letto su cui stava per consumarsi l'atto d'amore tra i due personaggi vede invece il Moscarda ferito al petto dalla piccola rivoltella di Anna Rosa. La donna dirà più tardi ai giudici di essere stata spinta a uccidere Moscarda dalla situazione di fascino che si era creata in quei giorni. Dopo questo incidente, i giudici si raddoppiano e accanto al vescovo e ai rappresentanti della Chiesa compaiono sulla scena i giudici civili.

Moscarda, dimesso dall'ospedale ma ancora convalescente, riposa su una poltrona vicino alla finestra con "una coperta di lana verde sulle gambe". Il colore verde di quella coperta suscita in Moscarda particolari considerazioni sulla vita che esporrà al giudice istruttore. Moscarda appare al giudice come un malato curabile solo attraverso un eroico e nobile ripensamento. Moscarda dovrà fare dono di tutti gli averi per fondare un ospizio di mendicità nel quale egli stesso avrebbe dovuto ritirarsi e purificarsi dai propri peccati.

In divisa turchina Moscarda si presenta in tribunale per deporre al processo contro Anna Rosa. La sua apparizione susciterà l'incontenibile risata della folla spettatrice. Anna Rosa, colpevole di tentato omicidio, è assolta; Moscarda, che pure è innocente, viene deriso dal pubblico per cui appare, ancora una volta, come un Gesù Cristo oltraggiato.

Ma ormai il romanzo si dirige verso le battute conclusive. Il viaggio cominciato davanti ad uno specchio si conclude in un tribunale. Non più interessato a guardarsi in uno specchio Moscarda si assoggetta a vivere la condizione del povero. Il nuovo Moscarda ha raggiunto la felicità dell'oltreuomo dimettendosi da ogni maschera umana:

Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri; del nome d'oggi, domani […] Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. […] La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest'albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest'albero. Albero, nuvola; domani, libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.

Nell'epilogo del romanzo, che è l'esito ultimo della vicenda intellettuale dell'autore siciliano, il protagonista Moscarda si dissolve affidandosi al vuoto e al silenzio, a una morte che è però rinascita. Proprio a quest'ultimo messaggio, il "non conclude" della vita, può ricollegarsi la volontà testamentaria espressa dal Pirandello prima di morire. La dichiarata aspirazione dell'autore fu che le ceneri del suo corpo, cremato, fossero disperse al vento.

 

 

La Storia

Copertina

1. La prima formazione culturale

2. Luigi Pirandello poeta

3. L’attività di saggista

4. Le novelle

5. I primi romanzi

6. I romanzi della maturita'

7. L'ultimo romanzo: Uno, nessuno, centomila