6. I romanzi della maturità
Suo marito
Del 1911 è il romanzo intitolato Suo marito, la cui revisione d’autore resterà interrotta dalla scomparsa di Pirandello: il romanzo entrerà nella raccolta postuma dei romanzi del 1941 con il titolo Giustino Roncella nato Boggiolo. La trama mostra analogie con le contraddizioni interiori che già Il fu Mattia Pascal aveva svelato: Giustino Boggiolo è un modesto impiegato dell’archivio notarile, travolto dalla celebrità della moglie scrittrice Silvia Roncella. Il Boggiolo si improvviserà impresario della consorte, mostrando in ciò una grettezza borghese. Questo è però solo uno dei fili tematici del romanzo. Centrale nella narrazione è l’episodio dell’amore di Silvia per l’anziano letterato Maurizio Gueli, che però, ferito dalla sua prima amante, Livia Frezzi, lascerà Silvia. Giustino intanto si è ritirato nella provincia torinese, e il nuovo incontro con Silvia è casuale (la rappresentazione di un dramma di lei). La morte del figlio sembrerebbe poter riavvicinare i due, ma ne segna invece l’invincibile separazione.
I vecchi e i giovani
D’ambiente siciliano (e perciò più vicino a L’esclusa e Il turno nei moduli stilistici) è il romanzo del 1913 I vecchi e i giovani. In quest’opera si consuma la tragedia sociale delle aspirazioni risorgimentali tradite e deluse. Non per nulla, a proposito di questo romanzo, un critico, Vitilio Masiello, ha parlato di "disincanto". I personaggi costituiscono una singolare galleria: il principe Ippolito di Colimbetra, fedele all’antico regime preunitario dei Borboni, si presenta come un inguaribile nostalgico, mentre suo figlio Gerlando, dopo i sanguinosi fatti dei "Fasci siciliani" del 1893, finisce esule inseguito da un mandato di cattura militare. Il vecchio garibaldino Roberto Auriti vive senza dignità il proprio tramonto, non riuscendo a evitare neppure l’infamia del carcere. Flaminio Salvo, esempio di borghese neo-capitalista, sperimenta l’impossibilità di compensare col denaro le disgrazie familiari. Sullo sfondo troviamo un personaggio particolare – che già attirò l’attenzione di un lettore acuto come Benedetto Croce –, Mauro Mortara, veterano disilluso del Risorgimento che muore durante una manifestazione socialista.
I Quaderni di Serafino Gubbio operatore
Dopo aver portato a termine Il fu Mattia Pascal, Pirandello cominciò a pensare a un romanzo il cui titolo provvisorio era Filauri. Di questa idea di Pirandello sappiamo dalle lettere che ci danno notizia di un’opera ambientata nel mondo del cinema e il cui titolo, sostitutivo di Filauri, era La tigre. Quando la sua composizione era avanzata il romanzo prese poi il titolo di Si gira... per indicare il mestiere e anche il nomignolo del protagonista, Serafino Gubbio, che fa il mestiere di operatore negli studi cinematografici a Roma e gira sempre una manovella per riprendere le scene di film. Ma Serafino, in questo suo mestiere, è stato spettatore di una scena tragica. Una tigre - di qui il primo titolo che si ricordava sopra - durante una ripresa filmica che prevedeva il suo abbattimento sbrana l'attore che avrebbe dovuto puntare il fucile sull'animale e invece, per gelosia, lo punta sulla sua ex-amante, l'attrice russa Varia Nestoroff, uccidendola. Serafino, che sta appunto girando la scena, continua impassibile a riprendere e tuttavia per il grave trauma subito perde la sua voce. In ragione di questa condizione di mutismo Serafino decide di raccontare per iscritto la sua storia. Il romanzo cambierà, nel 1925, ancora una volta il suo titolo in quello di Quaderni di Serafino Gubbio operatore, in cui la parola "Quaderni" dà risalto all'atto dello scrivere e "mette più direttamente in luce il punto di vista del narratore".
Ridotto dunque al mutismo, Serafino scrive di osservare la gente e di cercare di capire se le persone osservate capiscono quel che fanno. Serafino poi fa una dichiarazione molto importante, significativa: "Soddisfo, scrivendo, a un bisogno di sfogo, prepotente. Scarico la mia professionale impassibilità e mi vendico anche; e con me vendico tanti, condannati come me a non esser altro, che una mano che gira una manovella".
Ma questo scrivere sembra realizzarsi come per l'ultima volta, perché alla fine di questa narrazione, che spesso è divagante o frammentaria, si annuncia l'infinita ripetizione, in un qualsiasi studio cinematografico, della formula "si gira". Dunque, questo significa che nell'età moderna il cinema prenderà definitivamente il sopravvento sulle tradizionali funzioni della letteratura di rappresentare la realtà. Il rischio è dunque che scompaia l'autore, lo scrittore nello scenario dell'età moderna. Ma probabilmente, in un prossimo futuro, si intuisce nelle pagine del romanzo di Pirandello, scomparirà anche l'operatore, quando una macchinetta non avrà più bisogno della sua mano e girerà da sé. Il romanzo si chiude con una scena di silenzio a fronte di una società le cui forme di comunicazione, una delle quali è appunto il cinema, stanno trasformando ogni cosa. Queste le dichiarazioni finali di Serafino: "Io mi salvo, io solo, nel mio silenzio, col mio silenzio, che m'ha reso così [...].Voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare così - solo, muto e impassibile - a far l'operatore".
In questo senso, nel romanzo, il rapporto con la macchina resta ambiguo: da un lato questa rappresenta la minaccia alla creatività e alla individualità artistica; dall'altro essa è lo strumento per distanziare l'autore dalla pressione dei fatti e delle azioni dei personaggi, un'occasione per poter dare forma alla loro domanda di essere rappresentati.
Ma qual è il significato simbolico dello sguardo da lontano di Serafino? ovvero il significato della volontà di "distanza" e di "impassibilità " dell'operatore dalla scena del mondo? Ha scritto assai bene un critico che la impassibilità di Serafino "rappresenta la definitiva conquista della compassione pirandelliana" in quanto "chi ha compreso la miseria della vita non può più medicare, può affinare i suoi strumenti di conforto" fino a viverli nella misura più profonda: il silenzio.
La via d'uscita alle ambiguità del rapporto tra rappresentazione artistica e vita dei personaggi, Pirandello la troverà nel teatro. Ma in un romanzo, il suo ultimo, andrà tentando pure un'altra via: quella della disintegrazione del personaggio e del suo naufragio nel gran teatro della natura. Il romanzo si intitolerà Uno, nessuno e centomila.