3. L’attività di saggista
Arte e
scienza
Nel 1908 Pirandello, in vista del concorso a cattedra
all’Istituto di Magistero (Roma), pubblica due importanti saggi:
Arte e scienza e L’umorismo. L’autore viveva a
Roma dal 1892, e presso il Magistero era professore incaricato
di Lingua Italiana: impartiva lezioni di tedesco anche perché
aveva attraversato un difficile momento economico, dovuto al
tracollo degli investimenti familiari in una zolfara.
Il saggio introduttivo del volume
Arte e scienza, che dà
il titolo all’intera raccolta, si propone di esaminare con
piglio critico il rapporto tra le due modalità della conoscenza
(attraverso l'intuizione o attraverso il ragionamento) che il
filosofo e critico letterario Benedetto Croce, nella sua Estetica del 1902, aveva definito rapporto "di doppio
grado". Pirandello, nell’elaborare una sua teoria
psicologica dei meccanismi attraverso cui si attua la
conoscenza, partirà dal poeta ottocentesco Giacomo Leopardi ,
difendendo il componimento leopardiano Canto notturno di un
pastore errante dell’Asia, ingiustamente contestato da uno
studioso di antropologia e uno psichiatra che nulla avevano
inteso di Leopardi. Chiudendo il capitolo con atteggiamento di
positiva apertura alle possibilità dell’indagine critica in
letteratura, Pirandello scrive: "L’armonia d’ogni opera
d’arte può essere scomposta dalla critica, per mezzo
dell’analisi, in rapporti intelligibili; e in quest’armonia la
critica può scorgere una scienza, un insieme di leggi complesse…".
Intanto, in tutto il decennio precedente, non erano mancati
interventi critici di Pirandello sulle iniziative più originali
nel panorama letterario: è il caso di ricordare l’acuta lettura
del romanzo di Giovanni Verga, Mastro don Gesualdo,
pubblicata nel quindicinale "Vita Nuova" dell’ottobre 1890 con
il titolo Prosa moderna. Di piglio ironicamente critico
nei confronti di una certa cultura positivistica corrente è un
articolo apparso ne "La Nazione letteraria" (Firenze, 6
settembre 1893) che, nella mordace polemica con quanti non si
fanno scrupolo di "penetrare con la lente del medico […] nei
dominii dell’arte", rivela tratti di consonanza con il più
maturo Arte e scienza.
L'Umorismo
Nel saggio sull’Umorismo, Pirandello parte da un'analisi
dei significati della parola: egli rivendica alla lingua
italiana l’origine del termine e, richiamando uno studioso,
Alessandro D’Ancona, - dopo aver ricordato che "umore" è uno dei
vocaboli coi quali gli antichi identificavano la "malinconia" -
l’autore segnalava che nella nostra lingua la parola ha il
significato di fantasia, capriccio.
In realtà, aggiungeva Pirandello, secondo la voce pubblica e
l’opinione diffusa, l’espressione "scrittore umoristico" sta per
"scrittore che fa ridere". Per questa ragione, più di uno
scrittore "per non passare da buffone, ha voluto buttar via
la parola sciupata, abbandonandola al volgo, e adottarne
un’altra: ironismo, ironista". Senonché, insiste Pirandello,
anche la parola "ironia" richiederebbe un supplemento di
riflessione. C’è l’ironia come figura retorica che implica una
contraddizione tra quel che si dice e quel che si vuole venga
inteso, interpretato. C’è poi - aggiunge Pirandello - un’altra
ironia, ed è di carattere filosofico, derivante "da tutto il
movimento idealistico e romantico post-kantiano". Spiega
l’autore che l’Io - per i filosofi idealisti (Fichte o Hegel)
sola vera verità - può sorridere della vera natura dell’universo
che, così com’è stata creata dall’Io, può essere annullata.
Dunque, nell’ironia romantica - a differenza dell’ironia
retorica, che invita a non prendere sul serio quello che si dice
- "si può non prendere sul serio quel che si fa". Ecco -
scrive Pirandello - questa ironia filosofica rivela "qualche
parentela col vero umorismo, più stretta certamente che non
l’ironia retorica".
A questo punto conviene precisare la definizione di umorismo.
Intanto, è un fatto che non pochi studiosi e critici hanno
operato una distinzione tra letteratura degli antichi, in cui
sarebbe presente solo la dimensione del comico, e letteratura
dei moderni, in cui invece sarebbe presente la dimensione
dell’umorismo. Ma si tratta ancora una volta di intendersi sul
significato della parola: l’umorismo non è solo prerogativa dei
moderni, come invece pretendono alcuni critici o anche
autorevoli scrittori. Qualche esempio. Victor Hugo dovrà
trovarsi in grande difficoltà "volendo additare come
principio dell’arte moderna la famosa teoria del grottesco, di
fronte a Vulcano, a Polifemo, a Sileno, ai titani, ai satiri, ai
ciclopi, alle sirene, alle furie, alle Parche, alle Orgie, al
Teriste omerico" e al altre creature o figure grottesche
dell’antichità.
D’altra parte se l’umorismo è un composto di riso e di pianto:
Oh, via! è proprio inutile sfogggiare esempi e citazioni. Sono
questioni, disquisizioni, argomentazioni accademiche. L’umanità
passata non c’è bisogno di cercarla lontano: è sempre in noi,
tal quale. Possiamo tutt’al più ammettere che oggi, per questa
[…] cresciuta sensibilità e per il progresso (ahimè) della
civiltà, siano più comuni quelle disposizioni di spirito, quelle
condizioni di vita, più favorevoli al fenomeno dell’umorismo, o
meglio di un certo umorismo; ma è assolutamente
arbitrario il negare che tali disposizioni non esistessero o non
potessero esistere in antico.
Ironia e
umorismo
Pirandello non desiste dall’operare una distinzione tra ironia e
umorismo e nel dedicare un intero importante capitolo alla
poesia cavalleresca. Pirandello ripensa un episodio celebre del
Furioso di Ariosto, nel quale l’eroina Bradamante, dopo
aver lottato contro il mago Atlante, "riesce a rompere
l’incanto; scioglie in fumo il castello del mago" ma quando
sta per raccogliere il frutto delle sue fatiche, "si vede
portar via dall’ippogrifo il suo Ruggero liberato".
Bradamante riceve le congratulazioni di molti cavalieri, che
l’eroina, intenta solo alla liberazione del suo Ruggero, non
s’era curata intenzionalmente di liberare: ma nemmeno i
ringraziamenti riceve, in quanto molte donne ebbero dolore in
quanto erano state liberate dal piacere di una dolce prigionia
nel castello incantato di Atlante. Sull’episodio e sugli affetti
o i sentimenti dei personaggi appena liberati, Ariosto non
aggiunge altro. Senonché - aggiunge Pirandello - un vero
umorista "non si sarebbe lasciata sfuggire la stupenda
occasione di descrivere gli effetti nelle donne e nei cavalieri
dell’improvviso sciogliersi dell’incanto, del ritrovarsi alla
campagna, e il dolore del perduto bene della schiavitù per una
libertà che dal bel sogno li faceva piombare nella realtà nuda e
cruda". La descrizione manca affatto. E perché manca? Ma
perché Ariosto - osserva Pirandello - si sarebbe posto, rispetto
alla sua materia, in condizioni del tutto opposte a quella in
cui si sarebbe messo un umorista. Ariosto schiva il contrasto e
cerca invece l’accordo tra le ragioni del proprio presente, del
proprio tempo, da un lato, e le condizioni favolose di quel
mondo passato, dall’altro lato. Certo, quell’intenzione di
accordo è ironica, e quelle condizioni favolose si sciolgono
nell’ironia: "la quale, distruggendo il contrasto […] resta
comica, senza dramma". Vero è che nel Furioso "possiamo
anche aver il dramma, ma seriamente e finanche tragicamente
rappresentato", come per esempio la pazzia di Orlando, ma i
due elementi - comico e tragico - non si fondono mai, laddove
proprio la loro fusione è peculiare dell’umorismo.
Inizio pagina
Il "sentimento
del contrario"
Pirandello dedica la parte seconda del saggio a una definizione
dei caratteri e della materia dell’umorismo. Rileva l’autore che
le caratteristiche più comuni e generalmente osservate dell’arte
umoristica sono date da una "contraddizione" a cui
si suole dare per causa principale il disaccordo che il
sentimento e la meditazione scoprono o fra la vita reale e
l’ideale umano o fra le nostre aspirazioni e le nostre debolezze
e miserie, e per principale effetto quello della perplessità tra
il pianto e il riso; poi lo scetticismo, di cui si colma ogni
osservazione, ogni pittura umoristica, e infine il suo procedere
minuziosamente e anche maliziosamente analitico.
Sono definizioni, queste, che consentono una prima conoscenza
sommaria dell’umorismo. Ove si volesse una spiegazione più
interna e ravvicinata, sarebbe bene – rileva Pirandello –
seguire "il processo da cui risulta quella particolare
rappresentazione che si suol chiamare umoristica". Ebbene noi vedremo che nella creazione di ogni opera umoristica, la
riflessione non si nasconde, non resta invisibile, non resta
cioè quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui
il sentimento si rimira; ma gli si para innanzi, da giudice; la
analizza, spassionandosene, ne scompone l’immagine; da quest’analisi,
però, da questa scomposizione, un altro sentimento sorge o
spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo il
sentimento del contrario.
Ora, per spiegare la ragione del contrasto tra la riflessione e
il sentimento, bisogna penetrare nello spirito dello scrittore
umorista. A ben considerare, scrive Pirandello, non può essere
amaramente comica la condizione di un uomo "a cui un pensiero
non può nascere, che subito non gliene nasca un altro opposto,
contrario; a cui per una ragione che egli abbia di dire sì,
subito un’altra e due e tre non ne sorgano che lo costringano a
dire no; e tra il sì e il no lo tengo sospeso, perplesso per
tutta la vita".
Ora, lo stesso contrasto che è nella disposizione d’animo passa
nella rappresentazione artistica di segno umoristico.
L'umorismo
nella rappresentazione manzoniana di Don Abbondio
Un esempio di arte umoristica è dato dalla rappresentazione del
personaggio di don Abbondio, nei Promessi Sposi di
Alessandro Manzoni. A fronte di un prepotente signorotto, don
Rodrigo, che usa minacciare i deboli, don Abbondio - rileva
Pirandello - "è un coniglio", pauroso come un coniglio.
In questo senso, un osservatore superficiale, tenendo conto
degli atti e dei gesti di questo sacerdote che ha paura di ogni
cosa, considera il personaggio una figura comica. Ma chi non è
superficiale, sente che il riso qui scaturisce da ben altro. Don
Abbondio, a fronte di don Rodrigo, è l’uomo misero che si trova
in luogo dell’uomo coraggioso "che ci sarebbe voluto".
Manzoni aveva un ideale altissimo della missione del sacerdote
sulla terra: e don Abbondio, di quell’ideale è il sentimento del
contrario oggettivato e vivente. Per questo il personaggio non è
comico soltanto, ma profondamente umoristico. Qualcuno - ricorda
Pirandello - potrebbe dire che l’atteggiamento di Manzoni sia
ispirato a bonarietà, a simpatica indulgenza? Andiamo cauti: sì,
Manzoni ha compatimento per il suo personaggio, ma è un
compatimento che "ne fa strazio", perché l’autore ride e
fa ridere del personaggio. Senonché, compatendo e ridendo a un
tempo, Manzoni "viene anche a ridere di questa povera natura
umana" malata di tante debolezze.
Ne segue che "se questo particolare divien generale, se
questo sentimento misto di riso o di pianto, quanto più si
stringe e determina don Abbondio, tanto più si allarga e quasi
evapora in una tristezza infinita. Ne segue […] che a voler
considerare da questo lato la rappresentazione di don Abbondio
noi non sappiamo più ridere".
In fondo, la pietà di Manzoni si rivela spietata e "la
simpatia indulgente", di cui pure qualcuno ha parlato, "non
è così bonaria come sembra a tutta prima".
L'umorismo
della vita
Riso e tristezza infinita. È questo il segreto umoristico della
vita. Chiede Pirandello: "Vogliamo assistere alla lotta tra
l’illusione, che s’insinua […] da per tutto e costruisce a suo
modo il teatro della vita, e la riflessione umoristica che
scompone una a una quelle costruzioni?"
Ora la riflessione può scoprire tanto al comico e al satirico
quanto all’umorista la costruzione illusoria in cui consiste la
vita. Insiste l’autore:
Che cosa sono, in fondo, i rapporti sociali della così detta
convenienza? Considerazioni di calcolo, nelle quali la moralità
è quasi sempre sacrificata. L’umorista va più addentro, e ride
senza sdegnarsi, scoprendo come, anche ingenuamente, con la
massima buona fede, per opera di una finzione spontanea, noi
siamo indotti a interpretare come vero riguardo, come vero
sentimento morale, in sé, ciò che non è altro, in realtà, se non
riguardo o sentimento di convenienza, cioè di calcolo.
Osserva in proposito che
Quanto più difficile è la lotta per la vita, e più è sentita in
questa lotta la propria debolezza, tanto maggiore si fa poi il
bisogno del reciproco inganno. La simulazione della forza,
dell’onestà, della simpatia, della prudenza, in somma d’ogni
virtù, e della virtù massima della veracità, è una forma
d’adattamento, un abile strumento di lotta. L’umorista coglie
subito queste varie simulazioni per la lotta della vita; si
diverte a smascherarle, senza tuttavia idignarsene.
Debolezze, simulazioni e miserie dell’uomo. Qui Pirandello
richiama lo strumento della nuova scienza, il telescopio, una
vera e propria "macchinetta infernale". Infatti, quando
l’occhio guarda dalla lente più piccola – ricorda l’autore - il
telescopio ci fa vedere grande quegli oggetti, come per esempio
le stelle, che la natura "provvidenzialmente" aveva
voluto farci vedere piccoli. Ma se l’anima nostra saltasse a
guardar dall’altra lente, quella più grande? Noi vedremmo tutto
rimpicciolito, compresi la terra e gli uomini con la loro
presunta grandezza. Resta una fortuna: ed è che è peculiare
della riflessione umoristica il provocare il sentimento del
contrario, il quale induce a questa considerazione: "Ma è poi
veramente così piccolo l’uomo, come il telescopio rivoltato lo
fa vedere? Se egli può intendere e concepire l’infinita sua
piccolezza, vuol dire che egli intende e concepisce l’infinita
grandezza dell’universo. E non può essere piccolo chi concepisce
la grandezza".
Piccolo e grande sono, "galileianamente", misure relative
(Il Saggiatore). Infatti, se poi l’uomo si sente grande e
un umorista viene a saperlo, può capitare a quell’uomo illuso
come a Gulliver, protagonista del libro di Swift, il quale
appare gigante a Lilliput, tra i nani lillipuziani, "e
balocco tra le mani dei giganti a Brobdignag". Ma in fondo è
proprio questo il segreto dell’arte umoristica: far apparire gli
uomini "nani e giganti a un tempo".