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La Storia

Copertina

1. La prima formazione

    culturale

2. Luigi Pirandello poeta

3. L’attività di saggista

4. Le novelle

5. I primi romanzi

6. I romanzi della maturita'

7. L'ultimo romanzo:

    "Uno, nessuno, centomila"

 

 

3. L’attività di saggista

 

Arte e scienza

Nel 1908 Pirandello, in vista del concorso a cattedra all’Istituto di Magistero (Roma), pubblica due importanti saggi: Arte e scienza e L’umorismo. L’autore viveva a Roma dal 1892, e presso il Magistero era professore incaricato di Lingua Italiana: impartiva lezioni di tedesco anche perché aveva attraversato un difficile momento economico, dovuto al tracollo degli investimenti familiari in una zolfara.

Il saggio introduttivo del volume Arte e scienza, che dà il titolo all’intera raccolta, si propone di esaminare con piglio critico il rapporto tra le due modalità della conoscenza (attraverso l'intuizione o attraverso il ragionamento) che il filosofo e critico letterario Benedetto Croce, nella sua Estetica del 1902, aveva definito rapporto "di doppio grado". Pirandello, nell’elaborare una sua teoria psicologica dei meccanismi attraverso cui si attua la conoscenza, partirà dal poeta ottocentesco Giacomo Leopardi , difendendo il componimento leopardiano Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, ingiustamente contestato da uno studioso di antropologia e uno psichiatra che nulla avevano inteso di Leopardi. Chiudendo il capitolo con atteggiamento di positiva apertura alle possibilità dell’indagine critica in letteratura, Pirandello scrive: "L’armonia d’ogni opera d’arte può essere scomposta dalla critica, per mezzo dell’analisi, in rapporti intelligibili; e in quest’armonia la critica può scorgere una scienza, un insieme di leggi complesse…".

Intanto, in tutto il decennio precedente, non erano mancati interventi critici di Pirandello sulle iniziative più originali nel panorama letterario: è il caso di ricordare l’acuta lettura del romanzo di Giovanni Verga, Mastro don Gesualdo, pubblicata nel quindicinale "Vita Nuova" dell’ottobre 1890 con il titolo Prosa moderna. Di piglio ironicamente critico nei confronti di una certa cultura positivistica corrente è un articolo apparso ne "La Nazione letteraria" (Firenze, 6 settembre 1893) che, nella mordace polemica con quanti non si fanno scrupolo di "penetrare con la lente del medico […] nei dominii dell’arte", rivela tratti di consonanza con il più maturo Arte e scienza.

 

 

 

L'Umorismo

Nel saggio sull’Umorismo, Pirandello parte da un'analisi dei significati della parola: egli rivendica alla lingua italiana l’origine del termine e, richiamando uno studioso, Alessandro D’Ancona, - dopo aver ricordato che "umore" è uno dei vocaboli coi quali gli antichi identificavano la "malinconia" - l’autore segnalava che nella nostra lingua la parola ha il significato di fantasia, capriccio.

In realtà, aggiungeva Pirandello, secondo la voce pubblica e l’opinione diffusa, l’espressione "scrittore umoristico" sta per "scrittore che fa ridere". Per questa ragione, più di uno scrittore "per non passare da buffone, ha voluto buttar via la parola sciupata, abbandonandola al volgo, e adottarne un’altra: ironismo, ironista". Senonché, insiste Pirandello, anche la parola "ironia" richiederebbe un supplemento di riflessione. C’è l’ironia come figura retorica che implica una contraddizione tra quel che si dice e quel che si vuole venga inteso, interpretato. C’è poi - aggiunge Pirandello - un’altra ironia, ed è di carattere filosofico, derivante "da tutto il movimento idealistico e romantico post-kantiano". Spiega l’autore che l’Io - per i filosofi idealisti (Fichte o Hegel) sola vera verità - può sorridere della vera natura dell’universo che, così com’è stata creata dall’Io, può essere annullata. Dunque, nell’ironia romantica - a differenza dell’ironia retorica, che invita a non prendere sul serio quello che si dice - "si può non prendere sul serio quel che si fa". Ecco - scrive Pirandello - questa ironia filosofica rivela "qualche parentela col vero umorismo, più stretta certamente che non l’ironia retorica".

A questo punto conviene precisare la definizione di umorismo. Intanto, è un fatto che non pochi studiosi e critici hanno operato una distinzione tra letteratura degli antichi, in cui sarebbe presente solo la dimensione del comico, e letteratura dei moderni, in cui invece sarebbe presente la dimensione dell’umorismo. Ma si tratta ancora una volta di intendersi sul significato della parola: l’umorismo non è solo prerogativa dei moderni, come invece pretendono alcuni critici o anche autorevoli scrittori. Qualche esempio. Victor Hugo dovrà trovarsi in grande difficoltà "volendo additare come principio dell’arte moderna la famosa teoria del grottesco, di fronte a Vulcano, a Polifemo, a Sileno, ai titani, ai satiri, ai ciclopi, alle sirene, alle furie, alle Parche, alle Orgie, al Teriste omerico" e al altre creature o figure grottesche dell’antichità.

D’altra parte se l’umorismo è un composto di riso e di pianto:

Oh, via! è proprio inutile sfogggiare esempi e citazioni. Sono questioni, disquisizioni, argomentazioni accademiche. L’umanità passata non c’è bisogno di cercarla lontano: è sempre in noi, tal quale. Possiamo tutt’al più ammettere che oggi, per questa […] cresciuta sensibilità e per il progresso (ahimè) della civiltà, siano più comuni quelle disposizioni di spirito, quelle condizioni di vita, più favorevoli al fenomeno dell’umorismo, o meglio di un certo umorismo; ma è assolutamente arbitrario il negare che tali disposizioni non esistessero o non potessero esistere in antico. 

 

Ironia e umorismo

Pirandello non desiste dall’operare una distinzione tra ironia e umorismo e nel dedicare un intero importante capitolo alla poesia cavalleresca. Pirandello ripensa un episodio celebre del Furioso di Ariosto, nel quale l’eroina Bradamante, dopo aver lottato contro il mago Atlante, "riesce a rompere l’incanto; scioglie in fumo il castello del mago" ma quando sta per raccogliere il frutto delle sue fatiche, "si vede portar via dall’ippogrifo il suo Ruggero liberato". Bradamante riceve le congratulazioni di molti cavalieri, che l’eroina, intenta solo alla liberazione del suo Ruggero, non s’era curata intenzionalmente di liberare: ma nemmeno i ringraziamenti riceve, in quanto molte donne ebbero dolore in quanto erano state liberate dal piacere di una dolce prigionia nel castello incantato di Atlante. Sull’episodio e sugli affetti o i sentimenti dei personaggi appena liberati, Ariosto non aggiunge altro. Senonché - aggiunge Pirandello - un vero umorista "non si sarebbe lasciata sfuggire la stupenda occasione di descrivere gli effetti nelle donne e nei cavalieri dell’improvviso sciogliersi dell’incanto, del ritrovarsi alla campagna, e il dolore del perduto bene della schiavitù per una libertà che dal bel sogno li faceva piombare nella realtà nuda e cruda". La descrizione manca affatto. E perché manca? Ma perché Ariosto - osserva Pirandello - si sarebbe posto, rispetto alla sua materia, in condizioni del tutto opposte a quella in cui si sarebbe messo un umorista. Ariosto schiva il contrasto e cerca invece l’accordo tra le ragioni del proprio presente, del proprio tempo, da un lato, e le condizioni favolose di quel mondo passato, dall’altro lato. Certo, quell’intenzione di accordo è ironica, e quelle condizioni favolose si sciolgono nell’ironia: "la quale, distruggendo il contrasto […] resta comica, senza dramma". Vero è che nel Furioso "possiamo anche aver il dramma, ma seriamente e finanche tragicamente rappresentato", come per esempio la pazzia di Orlando, ma i due elementi - comico e tragico - non si fondono mai, laddove proprio la loro fusione è peculiare dell’umorismo.

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Il "sentimento del contrario"

Pirandello dedica la parte seconda del saggio a una definizione dei caratteri e della materia dell’umorismo. Rileva l’autore che le caratteristiche più comuni e generalmente osservate dell’arte umoristica sono date da una "contraddizione" a cui

si suole dare per causa principale il disaccordo che il sentimento e la meditazione scoprono o fra la vita reale e l’ideale umano o fra le nostre aspirazioni e le nostre debolezze e miserie, e per principale effetto quello della perplessità tra il pianto e il riso; poi lo scetticismo, di cui si colma ogni osservazione, ogni pittura umoristica, e infine il suo procedere minuziosamente e anche maliziosamente analitico.

Sono definizioni, queste, che consentono una prima conoscenza sommaria dell’umorismo. Ove si volesse una spiegazione più interna e ravvicinata, sarebbe bene – rileva Pirandello – seguire "il processo da cui risulta quella particolare rappresentazione che si suol chiamare umoristica". Ebbene noi vedremo che nella creazione di ogni opera umoristica, la riflessione non si nasconde, non resta invisibile, non resta cioè quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira; ma gli si para innanzi, da giudice; la analizza, spassionandosene, ne scompone l’immagine; da quest’analisi, però, da questa scomposizione, un altro sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo il sentimento del contrario.

Ora, per spiegare la ragione del contrasto tra la riflessione e il sentimento, bisogna penetrare nello spirito dello scrittore umorista. A ben considerare, scrive Pirandello, non può essere amaramente comica la condizione di un uomo "a cui un pensiero non può nascere, che subito non gliene nasca un altro opposto, contrario; a cui per una ragione che egli abbia di dire sì, subito un’altra e due e tre non ne sorgano che lo costringano a dire no; e tra il sì e il no lo tengo sospeso, perplesso per tutta la vita".

Ora, lo stesso contrasto che è nella disposizione d’animo passa nella rappresentazione artistica di segno umoristico. 

 

L'umorismo nella rappresentazione manzoniana di Don Abbondio

Un esempio di arte umoristica è dato dalla rappresentazione del personaggio di don Abbondio, nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. A fronte di un prepotente signorotto, don Rodrigo, che usa minacciare i deboli, don Abbondio - rileva Pirandello - "è un coniglio", pauroso come un coniglio. In questo senso, un osservatore superficiale, tenendo conto degli atti e dei gesti di questo sacerdote che ha paura di ogni cosa, considera il personaggio una figura comica. Ma chi non è superficiale, sente che il riso qui scaturisce da ben altro. Don Abbondio, a fronte di don Rodrigo, è l’uomo misero che si trova in luogo dell’uomo coraggioso "che ci sarebbe voluto". Manzoni aveva un ideale altissimo della missione del sacerdote sulla terra: e don Abbondio, di quell’ideale è il sentimento del contrario oggettivato e vivente. Per questo il personaggio non è comico soltanto, ma profondamente umoristico. Qualcuno - ricorda Pirandello - potrebbe dire che l’atteggiamento di Manzoni sia ispirato a bonarietà, a simpatica indulgenza? Andiamo cauti: sì, Manzoni ha compatimento per il suo personaggio, ma è un compatimento che "ne fa strazio", perché l’autore ride e fa ridere del personaggio. Senonché, compatendo e ridendo a un tempo, Manzoni "viene anche a ridere di questa povera natura umana" malata di tante debolezze.

Ne segue che "se questo particolare divien generale, se questo sentimento misto di riso o di pianto, quanto più si stringe e determina don Abbondio, tanto più si allarga e quasi evapora in una tristezza infinita. Ne segue […] che a voler considerare da questo lato la rappresentazione di don Abbondio noi non sappiamo più ridere".

In fondo, la pietà di Manzoni si rivela spietata e "la simpatia indulgente", di cui pure qualcuno ha parlato, "non è così bonaria come sembra a tutta prima".

 

L'umorismo della vita

Riso e tristezza infinita. È questo il segreto umoristico della vita. Chiede Pirandello: "Vogliamo assistere alla lotta tra l’illusione, che s’insinua […] da per tutto e costruisce a suo modo il teatro della vita, e la riflessione umoristica che scompone una a una quelle costruzioni?"

Ora la riflessione può scoprire tanto al comico e al satirico quanto all’umorista la costruzione illusoria in cui consiste la vita. Insiste l’autore:

Che cosa sono, in fondo, i rapporti sociali della così detta convenienza? Considerazioni di calcolo, nelle quali la moralità è quasi sempre sacrificata. L’umorista va più addentro, e ride senza sdegnarsi, scoprendo come, anche ingenuamente, con la massima buona fede, per opera di una finzione spontanea, noi siamo indotti a interpretare come vero riguardo, come vero sentimento morale, in sé, ciò che non è altro, in realtà, se non riguardo o sentimento di convenienza, cioè di calcolo.

Osserva in proposito che

Quanto più difficile è la lotta per la vita, e più è sentita in questa lotta la propria debolezza, tanto maggiore si fa poi il bisogno del reciproco inganno. La simulazione della forza, dell’onestà, della simpatia, della prudenza, in somma d’ogni virtù, e della virtù massima della veracità, è una forma d’adattamento, un abile strumento di lotta. L’umorista coglie subito queste varie simulazioni per la lotta della vita; si diverte a smascherarle, senza tuttavia idignarsene.

Debolezze, simulazioni e miserie dell’uomo. Qui Pirandello richiama lo strumento della nuova scienza, il telescopio, una vera e propria "macchinetta infernale". Infatti, quando l’occhio guarda dalla lente più piccola – ricorda l’autore - il telescopio ci fa vedere grande quegli oggetti, come per esempio le stelle, che la natura "provvidenzialmente" aveva voluto farci vedere piccoli. Ma se l’anima nostra saltasse a guardar dall’altra lente, quella più grande? Noi vedremmo tutto rimpicciolito, compresi la terra e gli uomini con la loro presunta grandezza. Resta una fortuna: ed è che è peculiare della riflessione umoristica il provocare il sentimento del contrario, il quale induce a questa considerazione: "Ma è poi veramente così piccolo l’uomo, come il telescopio rivoltato lo fa vedere? Se egli può intendere e concepire l’infinita sua piccolezza, vuol dire che egli intende e concepisce l’infinita grandezza dell’universo. E non può essere piccolo chi concepisce la grandezza".

Piccolo e grande sono, "galileianamente", misure relative (Il Saggiatore). Infatti, se poi l’uomo si sente grande e un umorista viene a saperlo, può capitare a quell’uomo illuso come a Gulliver, protagonista del libro di Swift, il quale appare gigante a Lilliput, tra i nani lillipuziani, "e balocco tra le mani dei giganti a Brobdignag". Ma in fondo è proprio questo il segreto dell’arte umoristica: far apparire gli uomini "nani e giganti a un tempo".

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