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1. La prima formazione culturale
La
nascita
Luigi Pirandello nasce in Sicilia nel 1867, in una campagna, non
molto distante dalla città di Agrigento, dove la madre si era
rifugiata a causa dell'imperversare di un'epidemia di colera.
Nelle pagine di un romanzo autobiografico rimasto incompiuto,
l’autore rievocherà in chiave sottilmente umoristica la sua
nascita, raccontando che mentre un suo zio, durante la notte,
andava con un lanternino in mano per quella campagna in cerca di
una contadina che aiutasse la madre a partorire, la madre si
aiutava da sola e il piccolo Luigi nasceva prima che lo zio
ritornasse con la contadina. Dopo aver raccontato delle
circostanze della nascita, Pirandello, sempre nelle pagine del
romanzo autobiografico, svolge questa interessante osservazione:
"La mia nascita fu segnata nei registri della piccola città
situata sul colle (Agrigento). Tra i tanti che vi morivano, uno
che nasceva era come una riparazione".
L'osservazione è incentrata sul contrasto tra la vicenda delle
morti assai diffuse e la quasi sorprendente nascita di un
bambino. V'è di più. Pirandello svolge in proposito una
riflessione relativa alla casualità del nascere: "Io penso
che sarà cosa certa per gli altri che dovevo nascere là e non
altrove e che non potevo nascere né dopo né prima; ma confesso
che di tutte queste cose non mi son fatta ancora né certo saprò
farmi mai un’idea".
In
realtà l'idea coltivata da Pirandello sarà proprio intorno al
carattere del tutto casuale del nascere e del vivere: una idea
che caratterizzerà, lo vedremo più avanti, alcune pagine celebri
dei romanzi maggiori di Pirandello, quali per esempio Il fu
Mattia Pascal o Uno, nessuno e centomila, in cui
l'autore svilupperà i temi della vita come gioco del caso;
oppure si soffermerà sul carattere del tutto "casuale" del nome,
in quanto ognuno si ritrova con un nome (cognome) che ha
ereditato dal padre, un nome che gli deriva dalla famiglia nella
quale è nato: da quel seme che ha proliferato grazie al
congiungimento carnale di un uomo e di una donna. In fondo,
questo è il mistero della nascita di ogni essere umano nel
mondo.
È da
aggiungere che, per un curioso destino, la campagna nella quale
Pirandello nacque aveva un nome emblematico. Seguiamo le parole
dello stesso autore: "Io [...] sono figlio del Caos; e non
allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una
nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco
denominato, in forma dialettale, Cavusu dagli abitanti di
Girgenti [Agrigento], corruzione dialettale del genuino e antico
vocabolo greco Kaos".
La
famiglia d'origine
La
casualità diventa poi necessità del rapporto tra genitori e
figli. Pirandello ha coltivato sempre un grande amore per la
madre e un difficile sentimento nei confronti del padre. L'uno e
l'altra discendevano da famiglie che erano state di sentimenti
garibaldini e antiborbonici e avevano dunque partecipato con
passione all'annessione della Sicilia al regno d'Italia (1860).
Erano famiglie laiche e Pirandello erediterà da loro questo
sentimento laico della vita, anche se è da aggiungere che il
piccolo Luigi risentirà molto dei racconti di una vecchia
domestica, che farà credere al bambino nella realtà di spiriti e
fantasmi e gli trasmetterà le prime paure sui misteri e le zone
oscure dell'esistenza.
In
questo senso il bambino cresce con una sensibilità presto
esasperata, con un animo dedito alla meditazione, e soprattutto
con un ingegno precoce.
Il
periodo giovanile
Pirandello ha circa quattordici anni quando compone una tragedia
(il cui manoscritto è andato perduto). Egli si rivolge inoltre
agli studi umanistici. E qui sorge un motivo di incomprensione
tra figlio e padre. Stefano Pirandello era un imprenditore e
voleva che il figlio si impegnasse in studi di indirizzo
tecnico-commerciale. Ma il giovane Luigi, con piccoli e
innocenti inganni, studia per il liceo classico a Palermo. Nel
periodo degli studi a Palermo è databile anche l'innamoramento
per una cugina. Più tardi Pirandello si trasferisce a Roma per
frequentare l'Università.
Per
avere un'idea del modo di pensare di Pirandello in questa età
giovanile, ma un modo di pensare che si fissa come quel
peculiare carattere che sarà suo sino alla fine dei suoi giorni,
può essere utile riproporre un passo di una lettera inviata da
Roma ai suoi genitori, perché in questo passo abbiamo il modo di
considerare la vita come teatro di contrasti, un modo che sarà
sempre di Pirandello. Seguiamo dunque il giovane Pirandello che
così scrive
All'Università oggi grande dimostrazione di studenti: hanno
fischiato un professore, Antonio Labriola, che ieri spingeva gli
operai a insorgere [contro il governo]. Molti e molti però lo
hanno applaudito - si è fatto un baccano, un baccano
indescrivibile [...]. Tra tanti fischi e tanti applausi
distruggentisi per comporre un pandemonio, io ho riso,
conservando il mio sangue freddo, [...] anche perché più che a
rabbia mi muoveva a pietà tutta quella gente ragionevole, che
ragionava così malamente e in diverso modo, senza rispetto
alcuno alle opinioni che possono benissimo essere contrarie, ma
debbono discutersi sobriamente in un luogo, che almeno dovrebbe
essere fatto per questo. Come andrà a finire?
Si
considerino le situazioni umane rappresentate dal giovane
Pirandello: uno spettacolo di fischi e di applausi, cioè di
sentimenti e passioni fortemente contrastanti. E poi si
consideri il personale atteggiamento del giovane, che è di riso,
ma nello stesso tempo è un riso ispirato a pietà, non già a
disprezzo, pietà per altri giovani come lui, che hanno perso
ogni lume di ragionevolezza e per di più dissacrano - non hanno
alcun rispetto - un luogo, come l'Università, che dovrebbe
essere deputato al confronto libero delle idee, ma un confronto
che secondo Pirandello non dovrebbe essere rissoso, bensì
sobrio. Ma tant'è, nella vita, è difficile avere la pace. E
anche Pirandello si troverà a litigare, all'Università, con un
professore di latino. Al quale, durante una lezione, accadde di
sbagliare la traduzione di un passo. Pirandello era seduto al
primo banco accanto a un giovane prete che s'intendeva bene di
latino: all'errore del professore seguirono i sorrisi d'intesa
dei due studenti. A quel punto, sentendosi scoperto nel suo
errore, il professore aggredì il giovane prete con pesanti
parole, ma non svelando la vera ragione della sua ira. Ma qui
Pirandello si alzò in piedi e davanti all'intero uditorio rivelò
le ragioni del riso suo e del suo compagno di banco, per
abbandonare subito dopo l'aula. Pirandello fu deferito al
Consiglio di disciplina dell'Università di Roma e dovette quindi
abbandonare l'Università. Per sua fortuna, un altro professore,
Ernesto Monaci, titolare della cattedra di Filologia romanza,
che stimava il giovane, ne prese a cuore la sorte e lo invitò ad
iscriversi all'Università di Bonn per seguire là i corsi di
Filologia romanza del professore Foerster, amico e
corrispondente del Monaci.
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