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Pasquale Guaragnella
Università di Bari
STORIA DI PIRANDELLO POETA, SAGGISTA E NARRATORE
Si ripropone la storia di Pirandello poeta, saggista e
narratore, a partire dal periodo della formazione culturale e degli esordi
letterari fino ai mesi che precedono la morte, quando lo scrittore siciliano
appare ancora fortemente impegnato nella scrittura delle sue ultime,
intensissime, novelle.
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da
ICON - Italian Culture On The net
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Se Pirandello è conosciuto in Europa e nelle Americhe
soprattutto come autore di drammi teatrali, è anche vero che l’autore siciliano,
a ben considerare, si rivela uno dei più importanti narratori del Novecento
italiano. Senza dire che le stesse sue poesie hanno costituito un importante
"serbatoio" di temi per le novelle e i romanzi, e che la stessa produzione
saggistica ha accompagnato in maniera significativa l'attività dello scrittore.
Basterebbe pensare, in proposito, al saggio più noto di Pirandello,
L'umorismo, che dà una impronta ai romanzi più innovatori, come i
Quaderni di Serafino Gubbio operatore o Uno, nessuno e centomila. Si
tende dunque a presentare l'itinerario biografico-culturale dell’autore, dalle
prime prove poetiche ai suoi interessi di letterato e saggista per i problemi
dell'arte moderna. Si tratta di un itinerario che nasce dentro un periodo di
crisi della cultura italiana tra Otto e Novecento: e tenderà a svilupparsi in
maniera sempre più decisa verso una complessa produzione narrativa. Di
quest'ultima si illustreranno temi e figure principali, mettendo pure in
evidenza il rapporto di Pirandello con la cultura europea, ovvero con importanti
intellettuali e scrittori.
1. La prima formazione culturale
La nascita
Luigi Pirandello nasce in Sicilia nel 1867, in
una campagna, non molto distante dalla città di Agrigento, dove la madre si era
rifugiata a causa dell'imperversare di un'epidemia di colera. Nelle pagine di un
romanzo autobiografico rimasto incompiuto, l’autore rievocherà in chiave
sottilmente umoristica la sua nascita, raccontando che mentre un suo zio,
durante la notte, andava con un lanternino in mano per quella campagna in cerca
di una contadina che aiutasse la madre a partorire, la madre si aiutava da sola
e il piccolo Luigi nasceva prima che lo zio ritornasse con la contadina.
Dopo aver raccontato delle circostanze della
nascita, Pirandello, sempre nelle pagine del romanzo autobiografico, svolge
questa interessante osservazione: "La mia nascita fu segnata nei registri
della piccola città situata sul colle (Agrigento). Tra i tanti che vi morivano,
uno che nasceva era come una riparazione".
L'osservazione è incentrata sul contrasto tra la
vicenda delle morti assai diffuse e la quasi sorprendente nascita di un bambino.
V'è di più. Pirandello svolge in proposito una riflessione relativa alla
casualità del nascere: "Io penso che sarà cosa certa per gli altri che dovevo
nascere là e non altrove e che non potevo nascere né dopo né prima; ma confesso
che di tutte queste cose non mi son fatta ancora né certo saprò farmi mai
un’idea".
In realtà l'idea coltivata da Pirandello sarà
proprio intorno al carattere del tutto casuale del nascere e del vivere: una
idea che caratterizzerà, lo vedremo più avanti, alcune pagine celebri dei
romanzi maggiori di Pirandello, quali per esempio Il fu Mattia Pascal o
Uno, nessuno e centomila, in cui l'autore svilupperà i temi della vita come
gioco del caso; oppure si soffermerà sul carattere del tutto "casuale" del nome,
in quanto ognuno si ritrova con un nome (cognome) che ha ereditato dal padre, un
nome che gli deriva dalla famiglia nella quale è nato: da quel seme che ha
proliferato grazie al congiungimento carnale di un uomo e di una donna. In
fondo, questo è il mistero della nascita di ogni essere umano nel mondo.
È da aggiungere che, per un curioso destino, la
campagna nella quale Pirandello nacque aveva un nome emblematico. Seguiamo le
parole dello stesso autore: "Io [...] sono figlio del Caos; e non
allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna,
che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Cavusu
dagli abitanti di Girgenti [Agrigento], corruzione dialettale del genuino e
antico vocabolo greco Kaos".
La famiglia d'origine
La casualità diventa poi necessità del rapporto
tra genitori e figli. Pirandello ha coltivato sempre un grande amore per la
madre e un difficile sentimento nei confronti del padre. L'uno e l'altra
discendevano da famiglie che erano state di sentimenti garibaldini e
antiborbonici e avevano dunque partecipato con passione all'annessione della
Sicilia al regno d'Italia (1860). Erano famiglie laiche e Pirandello erediterà
da loro questo sentimento laico della vita, anche se è da aggiungere che il
piccolo Luigi risentirà molto dei racconti di una vecchia domestica, che farà
credere al bambino nella realtà di spiriti e fantasmi e gli trasmetterà le prime
paure sui misteri e le zone oscure dell'esistenza.
In questo senso il bambino cresce con una
sensibilità presto esasperata, con un animo dedito alla meditazione, e
soprattutto con un ingegno precoce.
Il periodo giovanile
Pirandello ha circa quattordici anni quando
compone una tragedia (il cui manoscritto è andato perduto). Egli si rivolge
inoltre agli studi umanistici. E qui sorge un motivo di incomprensione tra
figlio e padre. Stefano Pirandello era un imprenditore e voleva che il figlio si
impegnasse in studi di indirizzo tecnico-commerciale. Ma il giovane Luigi, con
piccoli e innocenti inganni, studia per il liceo classico a Palermo. Nel periodo
degli studi a Palermo è databile anche l'innamoramento per una cugina. Più tardi
Pirandello si trasferisce a Roma per frequentare l'Università.
Per
avere un'idea del modo di pensare di Pirandello in questa età giovanile, ma un
modo di pensare che si fissa come quel peculiare carattere che sarà suo sino
alla fine dei suoi giorni, può essere utile riproporre un passo di una lettera
inviata da Roma ai suoi genitori, perché in questo passo abbiamo il modo di
considerare la vita come teatro di contrasti, un modo che sarà sempre di
Pirandello. Seguiamo dunque il giovane Pirandello che così scrive:
All'Università oggi grande dimostrazione di studenti: hanno fischiato un
professore, Antonio Labriola, che ieri spingeva gli operai a insorgere [contro
il governo]. Molti e molti però lo hanno applaudito - si è fatto un baccano, un
baccano indescrivibile [...].
Tra tanti fischi e tanti applausi distruggentisi per
comporre un pandemonio, io ho riso, conservando il mio sangue freddo, [...]
anche perché più che a rabbia mi muoveva a pietà tutta quella gente ragionevole,
che ragionava così malamente e in diverso modo, senza rispetto alcuno alle
opinioni che possono benissimo essere contrarie, ma debbono discutersi
sobriamente in un luogo, che almeno dovrebbe essere fatto per questo. Come andrà
a finire?
Si considerino le situazioni umane rappresentate
dal giovane Pirandello: uno spettacolo di fischi e di applausi, cioè di
sentimenti e passioni fortemente contrastanti. E poi si consideri il personale
atteggiamento del giovane, che è di riso, ma nello stesso tempo è un riso
ispirato a pietà, non già a disprezzo, pietà per altri giovani come lui, che
hanno perso ogni lume di ragionevolezza e per di più dissacrano - non hanno
alcun rispetto - un luogo, come l'Università, che dovrebbe essere deputato al
confronto libero delle idee, ma un confronto che secondo Pirandello non dovrebbe
essere rissoso, bensì sobrio. Ma tant'è, nella vita, è difficile avere la pace.
E anche Pirandello si troverà a litigare, all'Università, con un professore di
latino. Al quale, durante una lezione, accadde di sbagliare la traduzione di un
passo. Pirandello era seduto al primo banco accanto a un giovane prete che
s'intendeva bene di latino: all'errore del professore seguirono i sorrisi
d'intesa dei due studenti. A quel punto, sentendosi scoperto nel suo errore, il
professore aggredì il giovane prete con pesanti parole, ma non svelando la vera
ragione della sua ira. Ma qui Pirandello si alzò in piedi e davanti all'intero
uditorio rivelò le ragioni del riso suo e del suo compagno di banco, per
abbandonare subito dopo l'aula. Pirandello fu deferito al Consiglio di
disciplina dell'Università di Roma e dovette quindi abbandonare l'Università.
Per sua fortuna, un altro professore, Ernesto Monaci, titolare della cattedra di
Filologia romanza, che stimava il giovane, ne prese a cuore la sorte e lo invitò
ad iscriversi all'Università di Bonn per seguire là i corsi di Filologia romanza
del professore Foerster, amico e corrispondente del Monaci.
2. Luigi Pirandello poeta
Il tema amoroso in Mal giocondo
Prima della partenza per la Germania Pirandello
pubblicava la sua prima raccolta di poesie, Mal giocondo. Il titolo, che
nell'arte retorica costituisce un ossimoro in quanto dispone l'una accanto
all'altra due parole di significato evidentemente contrastante (male
indica un evento negativo o doloroso;
giocondo è un aggettivo che indica allegria), deriva da un verso di un
importante artista italiano del Quattrocento: Angelo Poliziano. Il verso è
inserito nell'opera più nota di Poliziano, Le Stanze, e si trova nel I
canto. Esso recita: "Sì bel titolo d'Amore ha dato il mondo /a una cieca
peste, a un mal giocondo".
È Amore che dà nello stesso tempo dolore e gioia. In un componimento poetico
intitolato Udite, l'amore di Pirandello per la cugina Lina vive nelle
immagini di un cavaliere che capita in una selva incantata inseguendo "un
fantasma innanzi a lui fuggente lusingatore" e la passione d'amore è
simboleggiata da verdi serpentelli e da steli spinosi di strani fiori che si
attorcigliano intorno alle gambe del giovane.
Il rapporto di odio-amore nei confronti della cugina si rivela in un altro
componimento compreso in Mal giocondo, nel quale Lina appare nelle vesti
di "Alcina fata crudel e diversa" che gli sorride da lontano. Alcina è
una maga presente in una delle più importanti opere del Rinascimento italiano,
il poema cavalleresco intitolato Orlando furioso, di cui è autore
Ludovico Ariosto. Alcina nel poema ariostesco appare una donna bellissima, ma
solo per virtù di magia, dal momento che quando la magia svanisce, Alcina appare
vecchia e brutta. Inoltre, quando la maga si stancava dei suoi amanti, come
l'antica Circe, li trasformava in sterpi, piante ed alberelli. Per questo
Pirandello può concludere il suo componimento con questi versi:
Perché sì bella e pur sì trista sei,
dimmi, dolce amor mio, dimmi perché...
[…]
Vecchia sei tu, ma celami
essenza tua con vista giovanil,
come la vecchia Terra a primavera
le rughe cela coi fiori d'april.
Quando una notte di te avrò goduto,
un sterpo fammi, e non trarmi mai più.
Io ti dirò, co 'l mio miglior saluto
"Come sei brutta, o bella Alcina, tu..."
Come si può rilevare, i versi sviluppano i
contrasti: "bella" - "trista", "vecchia" - "giovane",
"brutta" - "bella".
Altre tematiche di Mal giocondo
Nella raccolta di Mal giocondo non sono
rappresentate soltanto le situazioni contrastanti di un amore difficile nei
confronti della cugina Lina: compaiono anche temi ispirati a una polemica
politica e sociale nei confronti dei costumi, delle abitudini, dei comportamenti
collettivi che Pirandello aveva osservato nel suo primo soggiorno a Roma.
Soprattutto si rivelava la sfiducia del giovane Pirandello verso le classi
dirigenti da lui ritenute del tutto incapaci di realizzare il sogno di Giuseppe
Mazzini, uno dei profeti del Risorgimento italiano, cioè di un movimento
politico e ideale che era stato alla base dell'unità d'Italia e aveva indicato
nella città di Roma la capitale del nuovo regno (1870). A proposito della città
di Roma, è utile richiamare l'attenzione su di un componimento poetico che si
concentra sullo spettacolo della folla, spettacolo peculiare della letteratura
moderna, e descritto da autori importanti come Edgar Allan Poe (per la città di
Londra nell'Ottocento) o da Baudelaire (per la città di Parigi). Pure Pirandello
descrive dunque lo spettacolo della folla nella città di Roma:
Ecco la folla. Chierici e beoni,
giovani e vecchi, femine ed ostieri,
soldati, rivenduglioli, accattoni,
voi nati d'ozio e di lascivia
[...]
bottegaj, vetturini, gazzettiei,
voi vagheggini, anzi stoffe ambulanti,
donne vendute da l'incedere franco
goffe nutrici, e voi dame eleganti,
quale strano spettacolo a lo stanto
di rimirar, non sazio, occhio offerite
così male accozzate in largo branco.
Oh viaggio curioso de le vite
sciocche d'innumerabili mortali!
Oh per le vie de le città spedite,
che retata di drammi originali!
In un passaggio testuale di una lettera
autobiografica redatta per un giornale, precisamente a proposito della sua prima
raccolta poetica, Pirandello aveva modo di svolgere alcune importanti
osservazioni:
Il mio primo libro fu una raccolta di versi, Mal
giocondo, pubblicata prima della mia partenza per la Germania. Lo noto,
perché han voluto dire che il mio umorismo è provenuto dal mio soggiorno in
Germania; e non è vero; in quella prima raccolta di versi più della metà sono
del più schietto umorismo, e allora io non sapevo neppure che cosa fosse
l'umorismo.
Pasqua di Gea
Volendo rilevare che il suo umorismo non aveva
un rapporto diretto con il suo soggiorno in Germania, Pirandello teneva anzi a
sottolineare che in quel paese, anzi, aveva scritto poesie di altro tono e altra
ispirazione. Si trattava della raccolta intitolata Pasqua di Gea,
pubblicata a Milano nel 1891, ma effettivamente scritta a Bonn tra il 1889 e il
1890 e dedicata a Jenny Schulz-Lander, una giovane tedesca amata dallo studente
Pirandello nel periodo del suo soggiorno nella città tedesca. Pasqua di Gea
è il titolo della raccolta: e infatti Pirandello intende cantare, anche con
intenzione polemica, non già la Pasqua cristiana, bensì quella della Terra,
dell'antica madre Gea per cui la Natura risorge in primavera. Come dire che
Primavera e Amore si ridestano manifestandosi in un irrefrenabile impeto di
vita.
Le Elegie Renane
Pure le poesie raccolte poi sotto il titolo di
Elegie renane
furono scritte a Bonn e pubblicate successivamente a Roma nel 1895. E anche
queste furono ispirate dall'amore per la giovane tedesca Jenny Schulz-Lander. Il
titolo si ispira, con tutta evidenza, alle Elegie romane di Goethe,
tradotte da Pirandello forse nello stesso periodo in cui componeva le sue
Elegie. Ma è stato giustamente rilevato che le Elegie renane
non sono esclusivamente caratterizzate dal modello goethiano, ovvero da un
gioioso sentimento d'amore: qua e là si coglie l'incapacità del giovane poeta
siciliano di accogliere l'amore con gioiosa letizia.
Pirandello poeta non fa riferimento solo a
modelli del passato, come Goethe.
La
Zampogna
La raccolta poetica intitolata Zampogna è stata pubblicata a Roma nel
1901. Si tratta di un'opera che rivela che Pirandello è un artista aperto a
cogliere le voci più significative della poesia contemporanea italiana, in
particolare l'esperienza di un poeta come Giovanni Pascoli, che con la raccolta
Myricae (= tamerici) aveva dato voce a una ispirazione agreste in chiave
simbolista. L'influenza di Pascoli si avverte infatti in un componimento
intitolato
Ritorno, nel quale Pirandello rievoca la casa in cui è nato, la casa sita
nella contrada agrigentina denominata Caos:
Casa romita in mezzo a la natìa
campagna, aerea qui, sull'altipiano
d'azzurre argille, a cui sommesso invia
fervor di spume il mare aspro africano,
te sempre vedo, sempre, da lontano,
se penso al punto in cui la vita mia
s'aprì piccola al mondo immenso e vano;
da qui - dico - da qui presi la via.
Di questo componimento sarà utile esaminare il
lessico o alcune particolari espressioni. Fermiamoci sulla immagine dell'"altipiano
d'azzurre argille" che si affaccia sul mare africano. Nel frammento di un
romanzo appena cominciato e mai proseguito,
Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla Terra, Pirandello
riproporrà questa immagine suggestiva:
[...] ora che prevedo
prossima la mia partenza, mi metto a dire in faccia a tutti le informazioni che
darò, se m'avverrà che altrove mi si domanderanno notizie su questo mio
involontario soggiorno sulla Terra, dove una notte di giugno caddi come una
lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d'olivi saraceni
affacciata agli orli d'un altipiano d'argille azzurre sul mare africano.
La prossima partenza, di cui scrive Pirandello,
indica la morte, rappresentata come un punto d'arrivo. E l'idea della vita come
viaggio che disillude si ritrova pure nei restanti versi di
Ritorno:
Da questo sentieruolo tra gli olivi,
di mentastro, di salvie profumato,
m'incamminai pe 'l mondo, ignaro, e franco.
E tanto e tanto, o fiorellini schivi,
tra l'erma siepe, tanto ho camminato
per ricondurmi a voi, deluso e stanco.
A fronte della vita riguardata pessimisticamente
come pena e dolore, la morte può essere considerata dal giovane Pirandello come
una piccola salvezza, anche quando quella, la morte, colpisce un bambino. Non
per caso leggiamo di "Un morto, e la campana non si lagna: / squilla,
argentina, a gloria". Ma perché? Semplicemente perché quel bambino, con la
morte, si è sottratto alle fatiche e alle sofferenze del lavoro minorile in
campagna, un lavoro penoso che gli avrebbe fruttato un po' di pane. La
conseguenza paradossale è che gli altri, i vivi che per quel poco di pane
continuano a sudare, sono visti "agitare / verso la bara piccola il berretto
/ in saluto: - O figliuol! sii benedetto! / t'ha voluto il Signore risparmiare".
Leggendo questi versi si ha una prova dei paradossi rappresentati da una
ispirazione sottilmente umoristica. Con una raccolta poetica successiva,
Fuori di chiave, Pirandello dispiegherà più compiutamente la sua concezione
umoristica.
La dissonanza di Fuori di chiave
L’autore pubblica Fuori di chiave nel
1912, presso Formiggini, un editore assai noto nella cultura italiana del
Novecento per aver realizzato una collana dei "Classici del ridere" nella quale
compaiono scrittori italiani ed europei assai cari a Pirandello, come Luigi
Pulci, Folengo e Tassoni - rispettivamente poeti comici del Quattrocento, del
Cinquecento e del Seicento - e inoltre Laurence Sterne, romanziere irlandese del
Settecento, autore de La vita e le opinioni di Tristram Shandy gentiluomo,
un libro che costituisce un modello, o meglio, un punto di riferimento per il
Pirandello autore di
Uno, nessuno e centomila.
Volgiamo ora l'attenzione al titolo della
raccolta, Fuori di chiave. Questo titolo deriva dal linguaggio musicale
e, come scrive un attento critico, Nino Borsellino, "incorpora componimenti
intenzionalmente dissonanti su temi difformi, oscillanti". Si prenda, per
esempio, il primo componimento,
Preludio orchestrale. Qui è rappresentato un violino che sta operando "una
sua brava sonatina d'amor, con sentimento", ma a questo strumento si
contrappone un contrabbasso con un suo "strano, rauco ammonimento". Il
maestro d'orchestra - che impersonava allegoricamente il poeta - si scusa della
"dissonanza" dicendo di non sapere che nella "cava pancia" del
contrabbasso si è nascosta una certa dama (signora) molto magra, senza occhi,
che si chiama ...come si chiama? Il testo non lo dice: ma è presumibile che si
tratti della raffigurazione della Morte. Intanto il maestro confessa di
stringere invano la bacchetta d'orchestra, ma quella "mala signora" è
ormai lei la direttrice d'orchestra. Il maestro s'arrabbia, invita i violini a
suonar "piano, piano, piano".
Ma è tutto uno sforzo inutile: la signora
rovescia l'uragano delle dissonanze. Quale la conclusione di questo concerto,
allora? Nessuna conclusione, se non una infinita dissonanza. Ma quel concerto è
la metafora della vita: anche la vita si svolge senza armonia, ed è fatta di
infinite dissonanze.
Il repertorio tematico di Fuori di chiave
La vita può svolgersi anche nel contrasto tra
ricchezza e povertà: e queste due ultime parole indicano tanto una condizione
materiale quanto una condizione spirituale. V'è un componimento di Fuori di
chiave il cui titolo è Tesoro, e si fa riferimento alla condizione
del poeta passato umoristicamente - cioè attraverso un contrasto - dalla
condizione di uomo ricco a quella di uomo povero.
Scrive Pirandello:
Come dunque ridotto mi son qui?
Con la ricchezza mia potea far tanto,
e nulla ho fatto, e son povero intanto.
Il testo si conclude poi in chiave umoristica:
dunque tanta ricchezza m'è servita
per comperarmi questa povertà.
I temi della ricchezza e di una successiva
povertà, patita in ragione di uno spreco di sé, si ritroveranno nelle pagine de
Il fu Mattia Pascal. Ma anche in Uno, nessuno e centomila
ritornerà il tema, in quanto il protagonista cederà tutte le sue ricchezze per
trascorrere i suoi giorni in un ospizio di povertà. Nella raccolta poetica
Fuori di chiave si racchiude un importante repertorio tematico dell'opera di
Pirandello: per esempio i temi del cosmo e dell'universo infiniti, dentro cui
vive l'uomo che è un atomo, infinitamente piccolo; le figure dello sdoppiamento
della personalità, il tema dello specchio. Basterà offrire qui alcuni esempi.
Per il tema dello sdoppiamento gioverà rileggere l'esordio di un componimento
intitolato Convegno:
Per le città, nostre o d'oltralpe, in ogni
luogo, ov'ha fatto alcun tempo dimora,
io vedo un altro me, com'ero allora,
il qual lieto s'aggira entro a quei sogni,
che suoi soltanto e non pur miei son ora.
D'altra parte, in un componimento intitolato
Il pianeta, affiora l'immaginazione cosmica di Pirandello, la percezione
degli spazi infiniti. e in questo spazio il movimento degli astri:
Gira, gira... Nello spazio
tante trottole: Ci scherza
Dio
Quindi, il poeta mostra di rivolgersi a un savio
antico, legato alla teoria cosmologica dell'antico astronomo Tolomeo che
riteneva la terra al centro dell'universo e il sole, insieme con gli altri
pianeti, a girare intorno alla Terra:
O savio antico,
teco or più non posso io credere
che la terra l'ombelico
sia del mondo e che s'aggirino
sole ed astri d'attorno
per offrirle uno spettacolo
e far lume notte e giorno.
Gioverà mostrare infine alcune affinità
tematiche tra i versi del componimento Il pianeta, riprodotti sopra, e il
seguente passaggio testuale de Il fu Mattia Pascal:
Il nostro Comune, in certe notti segnate nel calendario,
non fa accendere i lampioni, e spesso - se è nuvolo - ci lascia al buio. Il che
vuol dire, in fondo, che noi anche oggi crediamo che la luna non stia per altro
nel cielo, che per farci lume di notte, come il sole di giorno, e le stelle per
offrirci un magnifico spettacolo.
Come si può rilevare, uguali sono i temi della
falsa credenza degli uomini, che ritenendosi al centro dell'universo, pensano
che il sole e la luna servano solo a illuminare la terra in cui abitano e che le
stelle stiano in cielo per offrire uno spettacolo alla vista degli uomini
medesimi. Vale la pena ricordare che accanto al riso umoristico di Pirandello
nei confronti delle false credenze, restano alcune pause di canto, che fanno
pensare alla rappresentazione che della luna aveva dato Leopardi, un grande
poeta italiano dell'Ottocento che per Pirandello costituisce un importante
modello.
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3. L'attività di
saggista
Arte e scienza
Nel 1908 Pirandello, in vista del concorso a
cattedra all’Istituto di Magistero (Roma), pubblica due importanti saggi:
Arte e scienza e L’umorismo.
L’autore viveva a Roma dal 1892, e presso il
Magistero era professore incaricato di Lingua Italiana: impartiva lezioni di
tedesco anche perché aveva attraversato un difficile momento economico, dovuto
al tracollo degli investimenti familiari in una zolfara.
Il saggio introduttivo del volume
Arte e scienza, che dà il titolo all’intera raccolta, si propone di
esaminare con piglio critico il rapporto tra le due modalità della conoscenza
(attraverso l'intuizione o attraverso il ragionamento) che il filosofo e critico
letterario Benedetto Croce, nella sua Estetica del 1902, aveva definito
rapporto "di doppio grado". Pirandello, nell’elaborare una sua teoria
psicologica dei meccanismi attraverso cui si attua la conoscenza, partirà dal
poeta ottocentesco Giacomo Leopardi , difendendo il componimento leopardiano
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, ingiustamente contestato da
uno studioso di antropologia e uno psichiatra che nulla avevano inteso di
Leopardi. Chiudendo il capitolo con atteggiamento di positiva apertura alle
possibilità dell’indagine critica in letteratura, Pirandello scrive: "L’armonia
d’ogni opera d’arte può essere scomposta dalla critica, per mezzo dell’analisi,
in rapporti intelligibili; e in quest’armonia la critica può scorgere una
scienza, un insieme di leggi complesse…".
Intanto, in tutto il decennio precedente, non erano mancati interventi critici
di Pirandello sulle iniziative più originali nel panorama letterario: è il caso
di ricordare l’acuta lettura del romanzo di Giovanni Verga, Mastro don
Gesualdo, pubblicata nel quindicinale "Vita Nuova" dell’ottobre 1890 con il
titolo Prosa moderna. Di piglio ironicamente critico nei confronti di una
certa cultura positivistica corrente è un articolo apparso ne "La Nazione
letteraria" (Firenze, 6 settembre 1893) che, nella mordace polemica con quanti
non si fanno scrupolo di "penetrare con la lente del medico […] nei dominii
dell’arte", rivela tratti di consonanza con il più maturo Arte e scienza.
L'Umorismo
Nel saggio sull’Umorismo, Pirandello
parte da un'analisi dei significati della parola: egli rivendica alla lingua
italiana l’origine del termine e, richiamando uno studioso, Alessandro D’Ancona,
- dopo aver ricordato che "umore" è uno dei vocaboli coi quali gli antichi
identificavano la "malinconia" - l’autore segnalava che nella nostra lingua la
parola ha il significato di fantasia, capriccio.
In
realtà, aggiungeva Pirandello, secondo la voce pubblica e l’opinione diffusa,
l’espressione "scrittore umoristico" sta per "scrittore che fa ridere". Per
questa ragione, più di uno scrittore "per non passare da buffone, ha voluto
buttar via la parola sciupata, abbandonandola al volgo, e adottarne un’altra:
ironismo, ironista". Senonché, insiste Pirandello, anche la parola "ironia"
richiederebbe un supplemento di riflessione. C’è l’ironia come figura retorica
che implica una contraddizione tra quel che si dice e quel che si vuole venga
inteso, interpretato. C’è poi - aggiunge Pirandello - un’altra ironia, ed è di
carattere filosofico, derivante "da tutto il movimento idealistico e
romantico post-kantiano". Spiega l’autore che l’Io - per i filosofi
idealisti (Fichte o Hegel) sola vera verità - può sorridere della vera natura
dell’universo che, così com’è stata creata dall’Io, può essere annullata.
Dunque, nell’ironia romantica - a differenza dell’ironia retorica, che invita a
non prendere sul serio quello che si dice - "si può non prendere sul serio
quel che si fa". Ecco - scrive Pirandello - questa ironia filosofica rivela
"qualche parentela col vero umorismo, più stretta certamente che non l’ironia
retorica".
A questo punto conviene precisare la definizione
di umorismo. Intanto, è un fatto che non pochi studiosi e critici hanno operato
una distinzione tra letteratura degli antichi, in cui sarebbe presente solo la
dimensione del comico, e letteratura dei moderni, in cui invece sarebbe presente
la dimensione dell’umorismo. Ma si tratta ancora una volta di intendersi sul
significato della parola: l’umorismo non è solo prerogativa dei moderni, come
invece pretendono alcuni critici o anche autorevoli scrittori. Qualche esempio.
Victor Hugo dovrà trovarsi in grande difficoltà "volendo additare come
principio dell’arte moderna la famosa teoria del grottesco, di fronte a Vulcano,
a Polifemo, a Sileno, ai titani, ai satiri, ai ciclopi, alle sirene, alle furie,
alle Parche, alle Orgie, al Teriste omerico" e al altre creature o figure
grottesche dell’antichità.
D’altra parte se l’umorismo è un composto di
riso e di pianto:
Oh, via! è proprio inutile sfogggiare esempi e citazioni.
Sono questioni, disquisizioni, argomentazioni accademiche. L’umanità passata non
c’è bisogno di cercarla lontano: è sempre in noi, tal quale. Possiamo tutt’al
più ammettere che oggi, per questa […] cresciuta sensibilità e per il progresso
(ahimè) della civiltà, siano più comuni quelle disposizioni di spirito, quelle
condizioni di vita, più favorevoli al fenomeno dell’umorismo, o meglio di un
certo umorismo; ma è assolutamente arbitrario il negare che tali
disposizioni non esistessero o non potessero esistere in antico.
Ironia e umorismo
Pirandello non desiste dall’operare una
distinzione tra ironia e umorismo e nel dedicare un intero importante capitolo
alla poesia cavalleresca. Pirandello ripensa un episodio celebre del
Furioso di Ariosto, nel quale l’eroina Bradamante, dopo aver lottato
contro il mago Atlante, "riesce a rompere l’incanto; scioglie in fumo il
castello del mago" ma quando sta per raccogliere il frutto delle sue
fatiche, "si vede portar via dall’ippogrifo il suo Ruggero liberato".
Bradamante riceve le congratulazioni di molti cavalieri, che l’eroina, intenta
solo alla liberazione del suo Ruggero, non s’era curata intenzionalmente di
liberare: ma nemmeno i ringraziamenti riceve, in quanto molte donne ebbero
dolore in quanto erano state liberate dal piacere di una dolce prigionia nel
castello incantato di Atlante. Sull’episodio e sugli affetti o i sentimenti dei
personaggi appena liberati, Ariosto non aggiunge altro. Senonché - aggiunge
Pirandello - un vero umorista "non si sarebbe lasciata sfuggire la stupenda
occasione di descrivere gli effetti nelle donne e nei cavalieri dell’improvviso
sciogliersi dell’incanto, del ritrovarsi alla campagna, e il dolore del perduto
bene della schiavitù per una libertà che dal bel sogno li faceva piombare nella
realtà nuda e cruda". La descrizione manca affatto. E perché manca? Ma
perché Ariosto - osserva Pirandello - si sarebbe posto, rispetto alla sua
materia, in condizioni del tutto opposte a quella in cui si sarebbe messo un
umorista. Ariosto schiva il contrasto e cerca invece l’accordo tra le ragioni
del proprio presente, del proprio tempo, da un lato, e le condizioni favolose di
quel mondo passato, dall’altro lato. Certo, quell’intenzione di accordo è
ironica, e quelle condizioni favolose si sciolgono nell’ironia: "la quale,
distruggendo il contrasto […] resta comica, senza dramma". Vero è che nel
Furioso "possiamo anche aver il dramma, ma seriamente e finanche
tragicamente rappresentato", come per esempio la pazzia di Orlando, ma i due
elementi - comico e tragico - non si fondono mai, laddove proprio la loro
fusione è peculiare dell’umorismo.
Il "sentimento del contrario"
Pirandello dedica la parte seconda del saggio a
una definizione dei caratteri e della materia dell’umorismo. Rileva l’autore che
le caratteristiche più comuni e generalmente osservate dell’arte umoristica sono
date da una "contraddizione" a cui si suole dare per causa
principale il disaccordo che il sentimento e la meditazione scoprono o fra la
vita reale e l’ideale umano o fra le nostre aspirazioni e le nostre debolezze e
miserie, e per principale effetto quello della perplessità tra il pianto e il
riso; poi lo scetticismo, di cui si colma ogni osservazione, ogni pittura
umoristica, e infine il suo procedere minuziosamente e anche maliziosamente
analitico.
Sono definizioni, queste, che consentono una
prima conoscenza sommaria dell’umorismo. Ove si volesse una spiegazione più
interna e ravvicinata, sarebbe bene – rileva Pirandello – seguire "il
processo da cui risulta quella particolare rappresentazione che si suol chiamare
umoristica". Ebbene noi vedremo che nella creazione di ogni opera
umoristica, la riflessione non si nasconde, non resta invisibile, non resta cioè
quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si
rimira; ma gli si para innanzi, da giudice; la analizza, spassionandosene, ne
scompone l’immagine; da quest’analisi, però, da questa scomposizione, un altro
sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo
il sentimento del contrario.
Ora, per spiegare la ragione del contrasto tra
la riflessione e il sentimento, bisogna penetrare nello spirito dello scrittore
umorista. A ben considerare, scrive Pirandello, non può essere amaramente comica
la condizione di un uomo "a cui un pensiero non può nascere, che subito non
gliene nasca un altro opposto, contrario; a cui per una ragione che egli abbia
di dire sì, subito un’altra e due e tre non ne sorgano che lo costringano a dire
no; e tra il sì e il no lo tengo sospeso, perplesso per tutta la vita".
Ora,
lo stesso contrasto che è nella disposizione d’animo passa nella
rappresentazione artistica di segno umoristico.
L'umorismo nella rappresentazione manzoniana di Don
Abbondio
Un esempio di arte umoristica è dato dalla
rappresentazione del personaggio di don Abbondio, nei Promessi Sposi di
Alessandro Manzoni. A fronte di un prepotente signorotto, don Rodrigo, che usa
minacciare i deboli, don Abbondio - rileva Pirandello - "è un coniglio",
pauroso come un coniglio. In questo senso, un osservatore superficiale, tenendo
conto degli atti e dei gesti di questo sacerdote che ha paura di ogni cosa,
considera il personaggio una figura comica. Ma chi non è superficiale, sente che
il riso qui scaturisce da ben altro. Don Abbondio, a fronte di don Rodrigo, è
l’uomo misero che si trova in luogo dell’uomo coraggioso "che ci sarebbe
voluto". Manzoni aveva un ideale altissimo della missione del sacerdote
sulla terra: e don Abbondio, di quell’ideale è il sentimento del contrario
oggettivato e vivente. Per questo il personaggio non è comico soltanto, ma
profondamente umoristico. Qualcuno - ricorda Pirandello - potrebbe dire che
l’atteggiamento di Manzoni sia ispirato a bonarietà, a simpatica indulgenza?
Andiamo cauti: sì, Manzoni ha compatimento per il suo personaggio, ma è un
compatimento che "ne fa strazio", perché l’autore ride e fa ridere del
personaggio. Senonché, compatendo e ridendo a un tempo, Manzoni "viene anche
a ridere di questa povera natura umana" malata di tante debolezze.
Ne segue che "se questo particolare divien
generale, se questo sentimento misto di riso o di pianto, quanto più si stringe
e determina don Abbondio, tanto più si allarga e quasi evapora in una tristezza
infinita. Ne segue […] che a voler considerare da questo lato la
rappresentazione di don Abbondio noi non sappiamo più ridere".
In fondo, la pietà di Manzoni si rivela spietata
e "la simpatia indulgente", di cui pure qualcuno ha parlato, "non è
così bonaria come sembra a tutta prima".
L'umorismo della vita
Riso e tristezza infinita. È questo il segreto
umoristico della vita. Chiede Pirandello: "Vogliamo assistere alla lotta tra
l’illusione, che s’insinua […] da per tutto e costruisce a suo modo il teatro
della vita, e la riflessione umoristica che scompone una a una quelle
costruzioni?"
Ora la riflessione può scoprire tanto al comico
e al satirico quanto all’umorista la costruzione illusoria in cui consiste la
vita. Insiste l’autore:
Che cosa sono, in fondo, i rapporti sociali
della così detta convenienza? Considerazioni di calcolo, nelle quali la moralità
è quasi sempre sacrificata.
L’umorista va più addentro, e ride senza
sdegnarsi, scoprendo come, anche ingenuamente, con la massima buona fede, per
opera di una finzione spontanea, noi siamo indotti a interpretare come vero
riguardo, come vero sentimento morale, in sé, ciò che non è altro, in realtà, se
non riguardo o sentimento di convenienza, cioè di calcolo.
Osserva in proposito che
Quanto più difficile è la lotta per la vita, e più è
sentita in questa lotta la propria debolezza, tanto maggiore si fa poi il
bisogno del reciproco inganno. La simulazione della forza, dell’onestà, della
simpatia, della prudenza, in somma d’ogni virtù, e della virtù massima della
veracità, è una forma d’adattamento, un abile strumento di lotta. L’umorista
coglie subito queste varie simulazioni per la lotta della vita; si diverte a
smascherarle, senza tuttavia indignarsene.
Debolezze, simulazioni e miserie dell’uomo. Qui
Pirandello richiama lo strumento della nuova scienza, il telescopio, una vera e
propria "macchinetta infernale". Infatti, quando l’occhio guarda dalla
lente più piccola – ricorda l’autore - il telescopio ci fa vedere grande quegli
oggetti, come per esempio le stelle, che la natura "provvidenzialmente"
aveva voluto farci vedere piccoli. Ma se l’anima nostra saltasse a guardar
dall’altra lente, quella più grande? Noi vedremmo tutto rimpicciolito, compresi
la terra e gli uomini con la loro presunta grandezza. Resta una fortuna: ed è
che è peculiare della riflessione umoristica il provocare il sentimento del
contrario, il quale induce a questa considerazione: "Ma è poi veramente così
piccolo l’uomo, come il telescopio rivoltato lo fa vedere? Se egli può intendere
e concepire l’infinita sua piccolezza, vuol dire che egli intende e concepisce
l’infinita grandezza dell’universo. E non può essere piccolo chi concepisce la
grandezza".
Piccolo e grande sono, "galileianamente",
misure relative (Il Saggiatore). Infatti, se poi l’uomo si sente grande e
un umorista viene a saperlo, può capitare a quell’uomo illuso come a Gulliver,
protagonista del libro di Swift, il quale appare gigante a Lilliput, tra i nani
lillipuziani, "e balocco tra le mani dei giganti a Brobdignag". Ma in
fondo è proprio questo il segreto dell’arte umoristica: far apparire gli uomini
"nani e giganti a un tempo".
4. Le novelle
La nascita della vocazione narrativa
In un passaggio della lettera autobiografica
Pirandello svolgeva questa osservazione: "Fino a tutto il 1892 non mi pareva
possibile che io potessi scrivere altrimenti che in versi. Devo a Luigi Capuana
la spinta a provarmi nell'area narrativa in prosa".
Capuana era il più illustre letterato siciliano allora residente a Roma: tra gli
scrittori più impegnati nella adesione ai canoni del verismo e naturalismo, nei
primi anni novanta appariva come autore di romanzi quali Giacinta e
Profumo, che eserciteranno un influsso decisivo sul primo Pirandello.
Capuana era anche autore di raccolte di
novelle come Le Appassionate
e Le Paesane. Da quest’autore Pirandello eredita probabilmente un'ansia
di "osservazione continua, illimitata, che alimenta l'ininterrotto
susseguirsi di fotogrammi umani". È una commedia umana che si svolge nella
varietà pressoché infinita dei casi.
La prima produzione novellistica
A voler racchiudere la prima novellistica di
Pirandello, quella che va approssimativamente dal 1895 al 1902, e a voler
definire la varietà delle situazioni con brevi formule, si potrebbe ripetere,
con un critico, che questa produzione narrativa viene a rappresentare
specificamente due ambienti, quello cittadino-borghese e quello campestre: in
sostanza Roma e la Sicilia. Questa prima produzione riproduce le due
fondamentali dimensioni dell'esperienza umana di Pirandello: quella isolana
(siciliana) e quella inurbata della capitale.
È stato rilevato che la sofferenza umana
appare il motivo unitario del mondo pirandelliano, una sofferenza che accomuna
le infinite situazioni rappresentate nella prima novellistica, una sofferenza
che si manifesta nella assoluta solitudine dei gesti e dei pensieri, nel
silenzio delle parole e delle lacrime. Ed è significativo che anche attraverso
la rappresentazione dell'uomo solo, si avvii, già nella prima narrativa
pirandelliana, la "morte del personaggio", una morte che si svolgerà
pienamente nel teatro di Pirandello, come testimonia il dramma celebre Sei
personaggi in cerca d'autore. È stato scritto assai bene che "l'uomo di
Pirandello sperimenta qui il primo atto del suo viaggio drammatico: e scopre,
stupito e sconvolto, la incomunicabilità dei suoi pensieri, la solitudine dei
suoi sentimenti, l'indifferenza ostile degli altri, la falsità delle loro
pretese di solidarietà".
Il tema della sofferenza in Sole e ombra
e in Notizie del mondo
La complessa rappresentazione della
sofferenza si definisce nel lessico e nello stile già della prima produzione
novellistica.
Potremmo portare qui alcuni esempi collegati
con il tema del suicidio. Esso si ritrova in Sole e ombra, una novella
pubblicata per la prima volta nel 1896 e poi ristampata nel 1902 nella raccolta
Beffe della morte e della vita. Qui il protagonista, Ciunna, avendo
sottratto una cospicua somma di denaro, e prevedendo che lo aspetta solo il
carcere, decide di suicidarsi. Decide di lasciare un biglietto alla famiglia in
cui annuncia le ragioni del suo gesto e quindi decide di concedersi un'ultima
giornata al mare. Qui ha un piacevole incontro con amico e sta per ritornare a
casa, al tepore del sole che tramonta, avendo dimenticato le sue intenzioni
suicide. Improvvisamente ricorda del biglietto e della probabile propagazione
della notizia del suo suicidio: e quindi è in qualche misura costretto a
suicidarsi.
Pure la novella intitolata Notizie del
mondo, pubblicata per la prima volta nel 1901, viene poi inserita nella
raccolta Beffe della morte e della vita. Qui un'amicizia fraterna lega il
quasi-filosofo Tommaso Aversa e il candido Momino. Quando quest'ultimo
improvvisamente muore, il primo decide di approntare una specie di diario
quotidiano per dare notizie del mondo all'amico morto. Senonché la vicenda si
conclude in maniera umoristica, in quanto Tommaso Aversa darà notizia all'amico
del suo matrimonio con la vedova di Momino. Alla conclusione della vicenda,
scrive Tommaso Aversa: "Mi portano in questo momento la partecipazione di
nozze a stampa. Le ho fatte comporre con la massima semplicità. Ed ecco, il
primo cartoncino è per te". Dunque, il filosofo che non si faceva incantare
dalle illusioni e dai desideri della vita subisce un destino umoristico e, alla
fine, proprio lui viene intrappolato dal groviglio della vita e dalle sue
sirene.
È stato rilevato, a proposito di questa
prima produzione novellistica di Pirandello, che, come il linguaggio aderisce
alle varie situazioni, così i personaggi delle novelle si servono della parola
ancora con passione. Per esempio, in Notizie del mondo, Tommaso Aversa se
la prende contro chi vuole parlare difficile. Non diversamente, nelle altre
novelle del periodo, i personaggi spesso si irritano contro i "linguai",
ovvero contro coloro che parlano "bello" e difficile e colorano il
discorso con avverbi e parole preziose.
La riflessione sul linguaggio
A partire dal 1904 Pirandello comincia a
pensare in maniera sistematica a una poetica umoristica. Ne risente, per questo,
anche la sua produzione novellistica. L’autore avvia, per così dire, una
inchiesta sul linguaggio e sul significato per dichiarare l'inautenticità delle
parole. Subentra il concetto di costrizione, di "obbligo", di "maschera", che
Pirandello vede ormai in ogni ordine sociale. Impossibile una vita veramente
libera: e allora i personaggi delle novelle cominciano a servirsi del discorso
in maniera umoristica, per smascherare convenzioni, ipocrisie e menzogne della
società.
Si tratta di personaggi sconfitti, ma questi
sconfitti - è stato affermato assai bene - "sanno parlare come nessuno della
vanità di ogni illusione comunicativa e di ogni dialogo" e "sanno
esprimere l'impotenza della ragione" (L. Lugnani). Si pensi a una delle
novelle più note - il cui titolo, tipicamente pirandelliano, è La trappola
-, che comincia in questo modo: "No, no, come rassegnarmi? E perché? Se
avessi qualche dovere verso altri, forse sì. Ma non ne ho! E allora perché?
Stammi a sentire. Tu non puoi darmi torto. Nessuno, ragionando così in astratto,
può darmi torto. Quello che sento io, senti anche tu, e sentono tutti.
Le ultime novelle
Un autorevole linguista, Terracini, ha
ricondotto le ultime novelle di Pirandello al "linguaggio dell'evasione".
E altri critici hanno parlato dei personaggi di queste novelle come di "uomini
soli" che ricominciano a vivere senza linguaggio, per cui si è potuto dire che
Pirandello maturo si è atteggiato a poeta del silenzio. La novella più
rappresentativa di questa ultima fase è probabilmente quella che s'intitola
Una giornata. Qui il protagonista, che narra in prima persona la propria
storia, è strappato misteriosamente dal sonno e buttato fuori da un treno in una
stazione di passaggio. Si ritrova solo, in una città ignota, sotto le prime luci
dell'alba. Senza riuscire a comprendere e orientarsi, l'uomo è condotto in una
vecchia casa, dove probabilmente ha trascorso la giovinezza. Qui si trova di
fronte a uno specchio e stenta a riconoscersi. Oltre che alle cose avverte di
essere pure estraneo a se stesso. L'uomo si vede invecchiato in un lampo, da
giovane che era. Sente picchiare alla porta. Come in un sogno gli par di vedere
entrare i suoi bambini, i quali mentre avanzano, crescono ad ogni passo e
diventano adulti e poi vecchi. Questo il passaggio conclusivo: "Mi vien
l'impeto di balzare in piedi. Ma debbo riconoscere che veramente non posso più
farlo. E con gli stessi occhi che avevano poc'anzi quei bambini, ora già così
cresciuti, rimango a guardare finché posso, con tanta tanta compassione, ormai
dietro a questi nuovi, i miei vecchi figliuoli"
Si colga il rovesciamento umoristico dei
significati. Questi nuovi sono i figli che sono stati bambini e appaiono ora
inesorabilmente vecchi; i vecchi figliuoli sono i bambini che hanno bussato alla
porta e sono entrati nella stanza prima di trasformarsi in adulti e poi in
vecchi.
In questa novella Pirandello ha
rappresentato quel momento particolare della vita in cui, spezzato ogni rapporto
con il mondo esterno e, per così dire, sospesa ogni dimensione del tempo, l'uomo
moderno avverte la vanità di ogni cosa e il sentimento di non appartenenza alla
società e al mondo. È un momento di vuoto, perché, a quel punto, è come se la
vita non appartenesse più. È un momento di silenzio assoluto, è come se si
indicassero a se stessi - e forse anche agli altri - le ragioni del non senso
della vita.
Come vedremo, si tratta di una tematica che
pervade l'opera dell'ultimo romanzo di Pirandello, forse il suo più importante:
Uno, nessuno e centomila.
5. I primi romanzi e Il Fu Mattia Pascal
L'esclusa
Dopo la laurea filologica a Bonn, Pirandello
visse a Roma fin dal 1892, e qui, nel 1901, pubblicava, tra il giugno e
l'agosto, il romanzo
L'esclusa sulle colonne de "La Tribuna" (il romanzo verrà poi edito in
volume nel 1908).
Si tratta di una prima espressione
letteraria, non ancora pienamente matura, nella quale l’influenza della prosa
naturalista, sulla base di modelli costituiti da Giovanni Verga, o da un autore
vicino al Pirandello come Luigi Capuana, si manifesta in un tono cronachistico,
talora freddo e distaccato, rispetto ad una vicenda che, invece, presenta già i
caratteri dei più maturi intrecci pirandelliani.
Lo scenario è quello della provincia
siciliana: Rocco scaccia la moglie Marta, credendo che ella abbia una relazione
con Gregorio Alvignani, intellettuale e parlamentare locale. In realtà non
esiste alcun rapporto tra i due, salvo alcune appassionate lettere dell’Alvignani
alla donna. Anche Francesco Ajala, padre di Marta, crede la figlia colpevole e,
per il dolore, si lascia morire, autorecludendosi in casa e mandando in rovina i
propri affari.
Dopo aver tentato di procacciare da vivere
in paese, a se stessa e alla madre, Marta accetta un incarico di maestra a
Palermo: nella grande città, la giovane e bella protagonista è fatta oggetto
della corte e delle attenzioni dei colleghi, ed il suo cuore risvegliatosi
all’amore cede ora agli approcci dell’Alvignani, cui non aveva ceduto prima. Il
marito Rocco, intanto, convintosi dell’innocenza della moglie, vuole richiamarla
presso di sé, e trova proprio nell’Alvignani un imprevisto alleato. Inizia a
manifestarsi il gusto pirandelliano per vicende in cui il caso domina
l’esistenza dei personaggi, secondo inattesi e paradossali intrecci. Marta non
può ora fare a meno di confessare al marito che, seppur prima innocente, ora
ella ha davvero ceduto alla corte dell’Alvignani: ma Rocco, in una scena
grottesca, in occasione dei funerali della propria madre, pur provando disprezzo
per la moglie non può ora scacciarla nuovamente, e si rassegna a vivere con lei.
L’efficacia della trama e delle varie
situazioni, che rapidamente si susseguono in virtù della prosa asciutta del
narratore, giova a disegnare un quadro della società siciliana negli ultimi anni
del secolo XIX, e lascia già intravedere quelli che saranno i temi fondamentali
anche nella produzione drammaturgica.
Il turno
Nel 1902 esce Il turno, un romanzo
ancora ambientato in Sicilia e che ancora risente dell'influenza esercitata
sull'autore dai suoi modelli. La vicenda si presenta semplice, e per questa
ragione mette in luce con maggiore evidenza quel gusto per il paradosso sociale
che accompagnerà tanta parte dell'esperienza letteraria pirandelliana.
Marcantonio Ravì progetta di dare la bella
figlia Stellina in sposa ad un anziano e ricco gentiluomo, già quattro volte
vedovo, don Diego Alcozèr. Don Diego è vecchio e ricco e - nei progetti di
Marcantonio - non potrà vivere ancora a lungo: in seguito la figlia, ormai
ricca, sarà libera di sposare il giovane da lei amato, Pepé Alletto, un povero
ma serio lavoratore. Il progetto che, più o meno secondo i dettami della loro
volontà o del caso, ha visto i tre uomini protagonisti contro le proteste di
Stellina, in un girandola di equivoci non si avvera: don Diego si mostra di
fibra più sana del previsto e Stellina, ormai stanca della lugubre attesa,
ottiene l'annullamento del matrimonio per sposare un terzo incomodo nel
frattempo sopraggiunto.
Il sottofondo della narrazione è costituito,
anche in questa seconda prova, dal ritratto della società provinciale siciliana,
con i suoi pregiudizi e le sue maschere: ma in quest'opera, che nelle misure si
presenta a metà strada tra il romanzo breve e la novella, emergono già quei
tipici equivoci, e l'inarrestabile influenza del fato sulle vicende ed i
progetti umani, che distingueranno anche la produzione più matura di Pirandello.
Accanto al tema del fatale equivoco è un
tono di satira grottesca: al termine del romanzo, morto Ciro, il secondo marito
di Stellina, si intuisce che verrà ormai "il turno" del povero Pepé, ma, proprio
nella camera ardente ecco il commento di Marcantonio, rivolto alla figlia: "Questo,
che pareva un leone, eccolo qua: morto! E quel vecchiaccio, sano e pieno di
vita! Doman l'altro, sposa Tina Mèndola, la tua cara amica... Don Pepè, dopo
tutto...". Una battuta, questa conclusiva, che fotografa tanta vita
"paesana" italiana, soprattutto nelle regioni meridionali della penisola, e non
solo agli albori del Novecento.
La pubblicazione de Il fu Mattia Pascal
Apparso sulla rivista "La nuova antologia"
tra l’aprile e il giugno 1904, e quindi edito in volume a cura della stessa
testata, Il fu Mattia Pascal mostra, dopo l’esperienza dei due romanzi
precedenti, una matura acquisizione degli stimoli tematici e dei modelli
narrativi più consoni alla personale vicenda letteraria dell’autore. Non sono
anni felici quelli in cui Pirandello lavora al romanzo che gli avrebbe dato
vasto successo: un allagamento rovina la zolfara in cui il padre aveva investito
i beni famigliari e la dote della moglie di Luigi, Maria Antonietta Portulano
(sposata nel gennaio 1894).
All'attività letteraria su riviste come "Il
Marzocco" e "Ariel", fondata dallo stesso Pirandello, si affianca l'impegno
didattico: dal 1897 l'autore insegna letteratura italiana all'Istituto superiore
di Magistero, e impartisce lezioni di tedesco, per far fronte alle difficoltà
economiche che si appianeranno solo nel 1908, allorché il successo del Mattia
Pascal, subito tradotto in varie lingue, e del saggio sull'umorismo gli
consentiranno di accedere alla prestigiosa casa editrice Treves. Nello stesso
anno Pirandello diviene professore ordinario presso il Magistero romano.
Le due premesse in apertura de
Il fu Mattia Pascal
Il romanzo narra la particolare esperienza
biografica occorsa a Mattia Pascal: ma prima di avviare l’ordinata cronaca della
vita si offrono al lettore due premesse; la seconda è intitolata Premessa
seconda (filosofica) a mo’ di scusa. Solo con il capitolo terzo (La casa
e la talpa) ecco emergere Mattia, il fratello Roberto, maggiore di due anni,
e la madre vedova circondata dall'amministratore Malagna e dalla severa zia
Scolastica.
La duplice premessa articola un motivo
topico nella poetica pirandelliana: il cominciamento. Nella prima il
protagonista enuncia la sua unica certezza: "Io mi chiamo Mattia Pascal";
è questo un immediato ed esplicito riferimento al tema dell’identità, chiave del
romanzo, e, a un tempo, al relativismo assoluto delle conoscenze umane.
Apprendiamo che Mattia è da due anni impegnato come assistente nella Biblioteca
che un monsignor Boccamazza donò al suo Comune (Miragno, nella provincia ligure)
ed i cui libri, in condizioni di disordine e disfacimento, in una chiesetta
sconsacrata, sono affidati alla custodia di don Eligio Pellegrinotto. È stato
quest’ultimo a suggerire a Mattia di stendere una cronaca della sua singolare
vicenda, e a indicargli possibili modelli letterari, fra i volumi
cinque-secenteschi che affollano la biblioteca, accatastati secondo impensabili
combinazioni. Ma la cronaca verrà stesa secondo uno stile che rifiuta
espressamente ogni pretesa letteraria, avviata dal modesto "Cominciamo",
che chiude la seconda premessa, perché il caso ha posto Mattia in un una
particolare condizione "come già fuori della vita". E tuttavia, la
seconda premessa, che vorrebbe esaltare il cominciamento nel cuore della
vicenda, finisce al contrario col costituire un esordio filosofico, introducendo
il tema di un ricorrente motto del protagonista: "Maledetto sia Copernico".
E, allo stupore di don Eligio, Mattia si deciderà infine a spiegare che il
sistema copernicano, avendo svelato agli uomini che la Terra è "un’invisibile
trottolina", li ha privati del ruolo primario che essi ritenevano di avere
nelle vicende del mondo. Non è soltanto una concreta sensazione di svuotamento
della realtà, quella che in queste righe emerge dalle parole di Mattia: ma
risulta parimenti rilevante il concetto che la Terra, pur avendo sempre girato,
era come se fosse immobile al centro del creato, fintanto che gli uomini l’hanno
considerata così, quasi ad attribuire una valenza cosmica all’umana capacità di
dare oggettività al proprio vissuto.
Il fu Mattia Pascal: la vicenda narrata
nel romanzo
Lungo la narrazione della vita giovanile di
Mattia, il protagonista - io narrante costruisce un legame continuo tra le sue
intime volontà, i genuini impulsi della sua coscienza, e quanto gli accade
fatalmente, determinando la sua vita in modo imprevedibile. La figura che si
autodisegna è così un personaggio alquanto "debole", e apparirà naturale che,
avutane l'occasione, egli scelga una sorta di "fuga" dalla realtà come apparente
soluzione al problema quotidiano del vivere. Mattia e Roberto, orfani fin
dall'infanzia, vissero felici con la madre, amorevole, ma di indole schiva e
costituzione gracile. Il padre aveva lasciato loro un ingente patrimonio la cui
amministrazione era condotta in modo disonesto da Malagna, e nel volgere di non
troppi anni condusse alla rovina, senza che a nulla valessero gli inascoltati
moniti di zia Scolastica, una sorella del padre di Mattia, bisbetica e zitella.
Quasi una "commedia degli errori" conduce
Mattia al matrimonio con Romilda, nipote di Malagna e figlia di Marianna Dondi,
vedova Pescatore, che per la figlia meditava ben altre nozze, più vantaggiose,
con lo stesso amministratore. Mattia voleva indurre Romilda a sposare il ricco
amico Pomino, ed intanto intratteneva una relazione con la giovane moglie di
Malagna, Oliva. Il risultato di quest'intreccio fu che Malagna credette (o volle
piuttosto credere) proprio il figlio che Mattia aveva dato a Oliva, mentre
costrinse il giovane a sposare la nipote Romilda, anch'essa in attesa di un
figlio da Mattia, ma piegata dalla volontà della madre a far credere fosse
figlio di Malagna. L'intreccio è dominato dall'assurdità del caso, e dall'idea
che gli uomini finiscano col giuocare nella vita i ruoli che a loro impone la
consuetudine sociale. Si tratta di un tema, qui accennato, che avrà compiuto
sviluppo nell'opera drammaturgica pirandelliana.
La convivenza con la moglie e la
suocera-vedova risulta ben presto insopportabile a Mattia, che con l'aiuto di
Pomino e della madre riesce ad ottenere l'incarico di bibliotecario che gli
consente di mantenere la famiglia in dignitosa povertà. La morte contemporanea
delle due figlie neonate e della madre lascia Mattia quasi svuotato e incapace
di dolere.
Il capitolo VI è intitolato Tac, tac,
tac... (un'onomatopea, ossia una parola che nel suono evoca un rumore
naturale, in questo caso il rotolare della pallina nella roulette). Infatti il
lettore incontra Mattia già seduto ai tavoli della roulette di Montecarlo, dove
egli dice essersi ritrovato "per caso", dopo un'ennesima scenata con
moglie e suocera. Ecco, dunque, di nuovo il caso, a dominare gli eventi: una
galleria di personaggi anima il casinò del piccolo principato, e Mattia, un po'
timido, vince in una serata la somma straordinaria di undicimila lire. Condotto
a ritentare la sorte, e forse a perdere nuovamente tutto ciò che ha guadagnato,
viene fermato da un evento tragico, il suicidio di un giovane giocatore.
A questo punto i progetti del protagonista
sono oscillanti: riscattare un fondo rustico paterno e intraprendere l'attività
di mugnaio, o restare bibliotecario; su tutto, però, grava la presenza nefasta
di moglie e suocera. È in questo momento che, ancora secondo il dominio del
fato, Mattia apprende da un quotidiano che al paese tutti lo credono morto
suicida. La decisione è repentina: non tornare al paese, fuggire con il capitale
accumulato al giuoco ed assumere una nuova identità. È la ricerca della felicità
quella che anima i capitoli VII (Cambio treno) e VIII (Adriano Meis),
nei quali Mattia giuoca con il proprio destino e si diverte ad assumere un nome
fittizio composto con quello dell'imperatore-filosofo e il cognome di un
viaggiatore incontrato nello scompartimento: "Recisa di netto ogni memoria in
me della vita precedente, fermato l'animo alla deliberazione di ricominciare da
quel punto una nuova vita".
Dopo un viaggio attraverso varie città
italiane, il protagonista inizia ad avvedersi delle difficoltà connesse alla
vita sotto falso nome, dell'impossibilità di intrattenere una normale vita di
relazione. È così che raggiunge Roma, dove prende alloggio nella casa di Anselmo
Paleari, appassionato di spiritismo ("ascritto alla scuola teosofica",
dice Pirandello) e padre di Adriana. In casa sono anche il cognato di Adriana,
Terenzio Papiano, e il fratello di quest'ultimo. Papiano si dimostra subito
personaggio infido: egli è riuscito a circuire la signorina Caporale, l’altra
pensionante di casa Paleari, e chiaramente medita, con la complicità del
fratello malato, qualche azione anche ai danni di Mattia/Adriano. Intanto, quasi
senza volerlo, tra la padrona di casa, Adriana, ed il nuovo venuto sembra
avviarsi una strana e timida intesa fatta di sguardi e silenzio.
A rompere l’equilibrio è l’arrivo a Roma di
un amico spagnolo di Papiano, che il protagonista ritiene possa essere un
giocatore di professione incontrato a Montecarlo e dunque in grado di
riconoscere Mattia Pascal nei panni di Adriano Meis. Unica soluzione è
l’intervento chirurgico che corregga il difetto a un occhio, tratto somatico
altrimenti troppo riconoscibile. Così Mattia dovrà trascorrere quaranta giorni
di convalescenza nel buio assoluto. È in quest’occasione che Anselmo Paleari
spiega al suo ospite la lanterninosofia: secondo il signor Anselmo l’uomo
è l’unica, fra le creature, ad avere consapevolezza del proprio esistere, a cui
"è toccato un tristo privilegio: quello di sentirsi vivere"; e tale
sentimento costituisce un piccolo lanternino che ciascuno porta acceso dentro di
sé; una fiammella di consapevolezza intellettuale, che proietta un raggio di
luce più o meno ampio sulle cose che ci circondano.
Poco dopo Mattia viene coinvolto dal Papiano
in una seduta spiritica, nel corso della quale egli viene derubato di una parte
del suo patrimonio, senza che egli, poiché privo di identità, possa in alcun
modo rivalersi sul ladro. Inoltre Adriana è ormai innamorata di Adriano Meis, e
questi sa di non poter corrispondere, come pure vorrebbe, all’amore della
giovane donna. La soluzione è immediata: mettere in scena il proprio suicidio:
ciò che una prima volta era accaduto fatalmente, senza alcuna premeditazione,
ora viene compiuto dal protagonista come unico gesto che possa dare nuovamente
un senso alla sua esistenza: e così Adriano Meis muore suicida, perché Mattia
Pascal possa reincarnarsi.
Tornato da Roma in Liguria, Mattia vuole
incontrare per primo suo fratello Roberto: nell’emozione dell’improvvisa
apparizione, e nella gioia di ritrovare vivo un fratello creduto morto, Roberto
svela al lettore un gioco verbale sottilmente nascosto fin dall’inizio: "Mattia,
l’ho sempre detto io, Mattia, matto! Matto! Matto! Matto!". Le esclamazioni
di Roberto indicano che la scelta dei nomi per il protagonista, in un romanzo
così singolarmente anagrafico e giuocato sui ruoli e le identità, è stata
acutamente meditata da Pirandello: Mattia è il Matto, cioè il
pazzo, ma nel senso quasi medioevale del concetto; è colui che vive al di là del
canone comune di ciò che la società ritiene debba essere la "normalità".
Ma a Roberto tocca anche un ingrato compito:
informare il fratello che sua moglie, ritenendosi vedova, si è risposata,
proprio con Pomino, l’amico che in gioventù avrebbe voluto corteggiare Romilda
giovandosi dell’aiuto di Mattia. Non è un matrimonio certo facile quello di
Pomino con la suocera sempre in casa, e tuttavia esso è allietato dalla nascita
di una bambina: ma la scena in cui, nottetempo Mattia, si presenta a casa della
ex-moglie, terrorizzando la vedova Pescatore e il vecchio amico è certo un
piccolo capolavoro a metà tra la satira e il grottesco. Il concetto fondamentale
espresso da Pirandello è che, al di là delle convenzioni legali e delle
chiacchiere paesane, quel che ormai più conta per Mattia è uscire da quella
morte che è l’anonimato e la privazione d’identità, e riacquistare una parvenza
di vita vera, anche se questa vita trascorrerà in malinconiche passeggiate al
cimitero di Miragno, ove giace uno sconosciuto, il fu Mattia Pascal.
6. I romanzi della maturità
Suo marito
Del 1911 è il romanzo intitolato Suo
marito, la cui revisione d’autore resterà interrotta dalla scomparsa di
Pirandello: il romanzo entrerà nella raccolta postuma dei romanzi del 1941 con
il titolo Giustino Roncella nato Boggiolo. La trama mostra analogie con
le contraddizioni interiori che già Il fu Mattia Pascal aveva svelato:
Giustino Boggiolo è un modesto impiegato dell’archivio notarile, travolto dalla
celebrità della moglie scrittrice Silvia Roncella. Il Boggiolo si improvviserà
impresario della consorte, mostrando in ciò una grettezza borghese. Questo è
però solo uno dei fili tematici del romanzo. Centrale nella narrazione è
l’episodio dell’amore di Silvia per l’anziano letterato Maurizio Gueli, che
però, ferito dalla sua prima amante, Livia Frezzi, lascerà Silvia. Giustino
intanto si è ritirato nella provincia torinese, e il nuovo incontro con Silvia è
casuale (la rappresentazione di un dramma di lei). La morte del figlio
sembrerebbe poter riavvicinare i due, ma ne segna invece l’invincibile
separazione.
I vecchi e i giovani
D’ambiente siciliano (e perciò più vicino a
L’esclusa e Il turno nei moduli stilistici) è il romanzo del 1913
I vecchi e i giovani. In quest’opera si consuma la tragedia sociale delle
aspirazioni risorgimentali tradite e deluse. Non per nulla, a proposito di
questo romanzo, un critico, Vitilio Masiello, ha parlato di "disincanto". I
personaggi costituiscono una singolare galleria: il principe Ippolito di
Colimbetra, fedele all’antico regime preunitario dei Borboni, si presenta come
un inguaribile nostalgico, mentre suo figlio Gerlando, dopo i sanguinosi fatti
dei "Fasci siciliani" del 1893, finisce esule inseguito da un mandato di cattura
militare. Il vecchio garibaldino Roberto Auriti vive senza dignità il proprio
tramonto, non riuscendo a evitare neppure l’infamia del carcere. Flaminio Salvo,
esempio di borghese neo-capitalista, sperimenta l’impossibilità di compensare
col denaro le disgrazie familiari. Sullo sfondo troviamo un personaggio
particolare – che già attirò l’attenzione di un lettore acuto come Benedetto
Croce –, Mauro Mortara, veterano disilluso del Risorgimento che muore durante
una manifestazione socialista.
I Quaderni di Serafino Gubbio operatore
Dopo aver portato a termine Il fu Mattia
Pascal, Pirandello cominciò a pensare a un romanzo il cui titolo provvisorio
era Filauri. Di questa idea di Pirandello sappiamo dalle lettere che ci
danno notizia di un’opera ambientata nel mondo del cinema e il cui titolo,
sostitutivo di Filauri, era La tigre.
Quando la sua composizione era avanzata il
romanzo prese poi il titolo di Si gira... per indicare il mestiere e
anche il nomignolo del protagonista, Serafino Gubbio, che fa il mestiere di
operatore negli studi cinematografici a Roma e gira sempre una manovella per
riprendere le scene di film. Ma Serafino, in questo suo mestiere, è stato
spettatore di una scena tragica. Una tigre - di qui il primo titolo che si
ricordava sopra - durante una ripresa filmica che prevedeva il suo abbattimento
sbrana l'attore che avrebbe dovuto puntare il fucile sull'animale e invece, per
gelosia, lo punta sulla sua ex-amante, l'attrice russa Varia Nestoroff,
uccidendola. Serafino, che sta appunto girando la scena, continua impassibile a
riprendere e tuttavia per il grave trauma subito perde la sua voce. In ragione
di questa condizione di mutismo Serafino decide di raccontare per iscritto la
sua storia. Il romanzo cambierà, nel 1925, ancora una volta il suo titolo in
quello di
Quaderni di Serafino Gubbio operatore, in cui la parola "Quaderni" dà
risalto all'atto dello scrivere e "mette più direttamente in luce il punto di
vista del narratore".
Ridotto dunque al mutismo, Serafino scrive
di osservare la gente e di cercare di capire se le persone osservate capiscono
quel che fanno. Serafino poi fa una dichiarazione molto importante,
significativa: "Soddisfo, scrivendo, a un bisogno di sfogo, prepotente.
Scarico la mia professionale impassibilità e mi vendico anche; e con me vendico
tanti, condannati come me a non esser altro, che una mano che gira una manovella".
Ma questo scrivere sembra realizzarsi come
per l'ultima volta, perché alla fine di questa narrazione, che spesso è
divagante o frammentaria, si annuncia l'infinita ripetizione, in un qualsiasi
studio cinematografico, della formula "si gira". Dunque, questo significa che
nell'età moderna il cinema prenderà definitivamente il sopravvento sulle
tradizionali funzioni della letteratura di rappresentare la realtà. Il rischio è
dunque che scompaia l'autore, lo scrittore nello scenario dell'età moderna. Ma
probabilmente, in un prossimo futuro, si intuisce nelle pagine del romanzo di
Pirandello, scomparirà anche l'operatore, quando una macchinetta non avrà più
bisogno della sua mano e girerà da sé. Il romanzo si chiude con una scena di
silenzio a fronte di una società le cui forme di comunicazione, una delle quali
è appunto il cinema, stanno trasformando ogni cosa. Queste le dichiarazioni
finali di Serafino: "Io mi salvo, io solo, nel mio silenzio, col mio
silenzio, che m'ha reso così [...].Voglio restare così. Il tempo è questo; la
vita è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare così -
solo, muto e impassibile - a far l'operatore".
In questo senso, nel romanzo, il rapporto
con la macchina resta ambiguo: da un lato questa rappresenta la minaccia alla
creatività e alla individualità artistica; dall'altro essa è lo strumento per
distanziare l'autore dalla pressione dei fatti e delle azioni dei personaggi,
un'occasione per poter dare forma alla loro domanda di essere rappresentati.
Ma qual è il significato simbolico dello
sguardo da lontano di Serafino? ovvero il significato della volontà di
"distanza" e di "impassibilità " dell'operatore dalla scena del mondo? Ha
scritto assai bene un critico che la impassibilità di Serafino "rappresenta
la definitiva conquista della compassione pirandelliana" in quanto "chi
ha compreso la miseria della vita non può più medicare, può affinare i suoi
strumenti di conforto" fino a viverli nella misura più profonda: il
silenzio.
La via d'uscita alle ambiguità del rapporto
tra rappresentazione artistica e vita dei personaggi, Pirandello la troverà nel
teatro. Ma in un romanzo, il suo ultimo, andrà tentando pure un'altra via:
quella della disintegrazione del personaggio e del suo naufragio nel gran teatro
della natura. Il romanzo si intitolerà Uno, nessuno e centomila.
7. L'ultimo romanzo:
Uno, nessuno e centomila
Uno, nessuno e centomila: i tempi di
composizione
La elaborazione di
Uno, nessuno e centomila prende avvio intorno al 1910, così come racconta il
figlio dell’autore, Stefano, nella prefazione al romanzo comparso su "La Fiera
Letteraria" nel 1925. In realtà le radici del romanzo si possono già
rintracciare nel saggio
L'Umorismo scritto nel 1908 .
La scrittura di
Uno, nessuno e centomila incontra un destino singolare: impiegherà più di
venticinque anni a concludersi. Contemporaneamente all'esperienza teatrale, la
produzione narrativa di Pirandello diviene lo strumento per un'indagine a
tappeto della realtà. Allo stesso tempo il romanzo seguirà le alterne vicende
biografiche dell'autore, risentendo degli stati d'animo e delle inquietudini
familiari che affliggevano Pirandello.
Uno, nessuno e centomila: la vicenda narrata
La narrazione si apre su una scena di vita
quotidiana che ritrae una conversazione tra moglie e marito. Lo sguardo della
moglie Dida rivela al marito Gengè (tale è il diminutivo che ella ha attribuito
al protagonista, Vitangelo Moscarda) un difetto al naso che lo specchio non
sembra avesse mai rivelato.
Scatta così in Moscarda il desiderio di una
sottile vendetta: rivelare a coloro che ridono di lui i difetti loro propri.
L'attitudine all'introspezione non è servita molto al Moscarda se dopo 28 anni
si rende conto di non conoscersi affatto. Comincia così un lavorìo intenso di
analisi non solo del corpo, ma dell'atteggiamento, delle posture inconsapevoli
nella persona, il tentativo di catturare una immagine definitiva e sicura di se
stesso. Nello specchio critico del proprio sguardo Moscarda si ritrova scomposto
in molteplici identità, tante quanti sono gli occhi di chi lo guarda. Le
attitudini riflessive del protagonista dichiarano in maniera esplicita la
parentela con un grande romanzo della tradizione umoristica inglese, il
Tristram Shandy di Laurence Sterne.
Un paio di capitoli inclusi nel Libro
Secondo si intitolano provocatoriamente "E allora?" e "Con
permesso" .
Il tono interlocutorio dei titoli, da cui
sembra quasi che l'autore chiami in causa il lettore sollecitandone un
intervento, una risposta, diventa un pretesto perché Moscarda metta in moto i
meccanismi della memoria. Con l'intenzione di distruggere i miti e le certezze
dell'opinione comune, Moscarda descrive la casa che abita con sua moglie e che
ha ereditato dal padre.
Intanto la metamorfosi del protagonista è in
pieno svolgimento. Il Libro
Secondo si chiude con riferimento a Gengè, marionetta un po’ stupida,
frutto delle costruzioni di Dida, marionetta in cui Vitangelo non si riconosce
affatto. La consapevolezza di essere per ognuno un Moscarda differente conferma
il protagonista nel proposito di scoprire " tutti gli altri Moscarda che
vivevano nei più vicini conoscenti, e distruggerli a uno a uno".
Moscarda, che poco prima aveva espresso il desiderio di annullare ogni identità
cancellando persino il proprio nome (tentativo già intrapreso ne
Il fu Mattia Pascal), proprio sul nome apre un’inchiesta. Esordisce il
protagonista nel capitolo intitolato Scoperte: "Il nome sia brutto
fino alla crudeltà. Moscarda. La mosca, e il dispetto del suo aspro fastidio
ronzante".
Non aveva mica un nome per sé il mio
spirito, né uno stato civile: aveva tutto un suo mondo dentro, e io non bollavo
ogni volta di quel mio nome, a cui non pensavo affatto, tutte le cose che mi
vedevo dentro e intorno. Ebbene, ma per gli altri io non ero quel mondo che
portavo dentro di me senza nome tutto intero, indiviso e pur vario. Ero invece,
fuori, nel mondo uno, - staccato – che si chiamava Moscarda, un piccolo e
determinato aspetto di realtà non mia, incluso fuori di me nella realtà degli
altri e chiamato Moscarda […] Moscarda. Possibile? E Moscarda era tutto ciò che
esso diceva e faceva in quel mondo a me ignoto; Moscarda era anche la mia ombra;
Moscarda se lo vedevano mangiare; Moscarda se lo vedevano fumare; Moscarda se
andava a spasso; Moscarda se si soffiava il naso.
La mosca è l’insetto che si associa all’afa,
allo stagno, a ciò che non scorre e non ha vita. Il richiamo a questo insetto
definisce dunque una serie di significati legati alla morte. Tutto questo
esprime una condizione di un'apparente vita fisica ma di morte interiore.
Tuttavia va pure riconosciuto che l’abbinamento del cognome Moscarda al nome
Vitangelo restituisce una seconda immagine: Vitangelo significa anche angelo
della vita. Riassumendo, potremo dire che il nome Vitangelo Moscarda sta per
angelo della vita e della morte.
L'intero terzo libro è la descrizione
dettagliata di un itinerario di "scoperte". Interrogandosi, Vitangelo scopre di
esser figlio di un usuraio piuttosto che di un banchiere, come aveva sempre
creduto. L'orrore della scoperta richiede il conforto della moglie Dida la
quale, invece che comprendere lo smarrimento del marito, lo deride.
Quello della derisione è il destino che
sembra perseguitare il protagonista: deriso e compatito dalla moglie, deriso e
compatito dagli abitanti del suo paese, Richieri; Moscarda elabora un nuovo
disegno dai contorni ancora una volta paradossali. Qualcuno a Richieri nutriva
un sentimento di odio sotterraneo per Moscarda: è Marco di Dio. Essendosi
interrotta, ad un certo punto, la beneficenza del Moscarda padre e restando
troncati i sogni di gloria di Marco di Dio, quest'ultimo aveva cominciato a
nutrire odio prima per il padre e poi per il figlio.
Per realizzare il suo esperimento Moscarda
si reca nello studio del notaio Stampa, situato a Richieri in via del Crocifisso
numero 24. Anche in questo caso il nome nasconde un evidente significato
simbolico. Infatti Moscarda rappresenta la figura del Gesù-Messia ma anche il
suo contrasto umoristico. Infatti è colui che dona e insieme attua uno spreco
dei suoi beni e averi.
Del matto e del folle Moscarda ormai
possiede la leggerezza e la capacità di ridere, che solo per ragioni di
opportunità sociali mantiene ancora nascoste. Lo scenario in cui avviene prima
lo sfratto della vecchia casupola abitata dai coniugi di Dio, e subito dopo la
donazione di una nuova casa, è ricco di suggestioni. Vi è una folla sul far
della sera che sotto una pioggia scrosciante occupa un vicolo buio. Già autori
contemporanei di Pirandello, come Baudelaire e Poe, utilizzano le figure della
pioggia e della folla per rappresentare situazioni di disagio e di angoscia. La
violenza della folla che assiste al pubblico sfratto, motivo anch'esso
baudelairiano, travolgerà Moscarda in un unico grido ripetuto "Usuraio!
Usuraio!".
Ma ecco il colpo di scena. "Un nero
omicciattolo, malandato ma d'aspetto feroce, giovine di studio del notaro Stampa"
si mette a urlare "con furiosi gesticolamenti" avvisando che c'è una
donazione a favore di Marco di Dio: Vitangelo Moscarda, con atto notarile, gli
ha ceduto una casa nuova in via dei Santi. Tra via del Crocifisso e via dei
Santi si consuma il sacrificio di Moscarda. Tuttavia quel sacrificio darà
occasione a Marco di Dio di pronunciare all'indirizzo del Moscarda le parole "
Pazzo! Pazzo!".
Attraverso Marco di Dio, Moscarda compie
dunque un esperimento che, fitto di implicazioni umoristiche, si iscrive a pieno
titolo nel processo di scomposizione e smascheramento dell'identità. L'episodio
dello sfratto e della truffa giocata ai danni di se stesso varrà a Moscarda
l'etichetta di usuraio prima, e di folle dopo.
La conclusione del romanzo
Non resta che seguire l'epilogo di questa
vicenda. Moscarda torna "rinchiocciato tra le gonnelle di Dida", "nell'oziosa
stupidità" della marionetta Gengè. Ma la stupidità contraddistingue più in
generale l'intero matrimonio di Dida e Vitangelo, sicché l'occasione di un
incontro-avventura extra-coniugale si offre al Moscarda in questi termini.
Anna Rosa, un'amica della moglie, fa
pervenire al Moscarda un biglietto con l'invito ad un appuntamento segreto.
L'incontro avviene in un convento e lì si consuma un misterioso incidente. Anna
Rosa invita Vitangelo a seguirlo lungo un corridoio, ma inciampa sui gradini di
una scalinata. Si ode il fragore di uno sparo e subito dopo un grido. Moscarda
fa appena in tempo a sorreggere Anna Rosa ferita a un piede da un colpo della
rivoltella che era dentro la borsetta. Le suore accorrono preoccupate alla vista
di quanto accaduto, ma ancor più lo sono per l'imminente visita del vescovo e
dello scandalo che l'episodio avrebbe suscitato. In realtà il motivo dell’invito
di Anna Rosa era inteso a favorire un colloquio tra Moscarda e il vescovo e
trovare così rimedio ad un'iniziativa di Dida. L'intenzione della moglie è
infatti quella di far dichiarare Moscarda "malato di mente".
L'incidente della rivoltella, provocando lo
scandalo, fa precipitare umoristicamente la situazione.
Abbandonato dalla moglie, Moscarda trascorre
lunghe ore in compagnia di Anna Rosa convalescente. La bellezza, insieme alla
grazia particolare che la convalescenza conferisce ad Anna Rosa, inducono
Moscarda in tentazione. Il letto su cui stava per consumarsi l'atto d'amore tra
i due personaggi vede invece il Moscarda ferito al petto dalla piccola
rivoltella di Anna Rosa. La donna dirà più tardi ai giudici di essere stata
spinta a uccidere Moscarda dalla situazione di fascino che si era creata in quei
giorni. Dopo questo incidente, i giudici si raddoppiano e accanto al vescovo e
ai rappresentanti della Chiesa compaiono sulla scena i giudici civili.
Moscarda, dimesso dall'ospedale ma ancora
convalescente, riposa su una poltrona vicino alla finestra con "una coperta
di lana verde sulle gambe". Il colore verde di quella coperta suscita in
Moscarda particolari considerazioni sulla vita che esporrà al giudice
istruttore. Moscarda appare al giudice come un malato curabile solo attraverso
un eroico e nobile ripensamento. Moscarda dovrà fare dono di tutti gli averi per
fondare un ospizio di mendicità nel quale egli stesso avrebbe dovuto ritirarsi e
purificarsi dai propri peccati.
In divisa turchina Moscarda si presenta in
tribunale per deporre al processo contro Anna Rosa. La sua apparizione susciterà
l'incontenibile risata della folla spettatrice. Anna Rosa, colpevole di tentato
omicidio, è assolta; Moscarda, che pure è innocente, viene deriso dal pubblico
per cui appare, ancora una volta, come un Gesù Cristo oltraggiato.
Ma ormai il romanzo si dirige verso le
battute conclusive. Il viaggio cominciato davanti ad uno specchio si conclude in
un tribunale. Non più interessato a guardarsi in uno specchio Moscarda si
assoggetta a vivere la condizione del povero. Il nuovo Moscarda ha raggiunto la
felicità dell'oltreuomo dimettendosi da ogni maschera umana:
Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di
ieri; del nome d'oggi, domani […] Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un
nome. […] La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest'albero, respiro
tremulo di foglie nuove. Sono quest'albero. Albero, nuvola; domani, libro o
vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.
Nell'epilogo del romanzo, che è l'esito
ultimo della vicenda intellettuale dell'autore siciliano, il protagonista
Moscarda si dissolve affidandosi al vuoto e al silenzio, a una morte che è però
rinascita. Proprio a quest'ultimo messaggio, il "non conclude" della
vita, può ricollegarsi la volontà testamentaria espressa dal Pirandello prima di
morire. La dichiarata aspirazione dell'autore fu che le ceneri del suo corpo,
cremato, fossero disperse al vento.
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contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come si vuole essere
citati a
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