12. Livello linguistico
È Pirandello stesso, nel Discorso tenuto al Teatro Massimo Vincenzo
Bellini di Catania nel 1920 e ribadito e approfondito nel Discorso
del 3 dicembre alla Reale Accademia d’Italia, per il cinquantesimo
anniversario della pubblicazione de
I Malavoglia distingue:
¨
- uno
stile di cose
(esemplificato in Verga),
¨
- uno
stile di
parole (esemplificato in D’Annunzio).
Importante è lo
stile di
cose
col quale si dà la preminenza ai fatti e ai personaggi da
rappresentare: le parole di per sè sono vuote, sono come abiti
appesi nel guardaroba che non hanno sostanza né importanza, se non
quando noi li abbiamo indossati. Sono fantasmi senza concretezza né
realtà, che acquistano un significato solo quando siamo noi a
darglielo.
Così scrive in Uno nessuno centomila:
Io posso credere a tutto ciò che voi mi dite. Ci credo. Vi offro una
sedia: sedete; e vediamo di metterci d’accordo.
Dopo una buona oretta di conversazione, ci siamo intesi
perfettamente.
Domani mi venite con le mani in faccia, gridando:
- Ma come? Che avete inteso? Non mi avevate detto così e così?
Così e così, perfettamente. Ma il guajo è che voi, caro, non saprete
mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che
voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi,
la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi,
se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite
del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle,
inevitabilmente, le riempio del senso mio.
Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto.
L’impossibilità di trovare una parola che abbia per tutti il
medesimo significato insieme a una realtà che sia valida e uguale
per tutti, senza possibilità di incomprensioni presenti o future con
il sopraggiungere della riflessione, crea una situazione di
solitudine e di incomunicabilità per cui ogni personaggio è
irrimediabilmente solo: la parola, come il gesto, diventa priva di
significato universale, perché ognuno le dà il suo significato.
Di qui la necessità di trovare e di mettere in atto uno stile di
cose, in cui le parole possano acquistare un più realistico ed
oggettivo significato proprio attraverso oggetti, sentimenti,
pensieri facilmente riconoscibili da parte di tutti.
Anche la creazione del personaggio, come l’analisi dei fatti, non
sfugge a questa regola. Il comportamento dei personaggi, l’assurdità
e il grottesco di certi avvenimenti, dipendono dall’interpretazione
che i personaggi hanno della realtà delle cose.
Uno stile fatto di cose
significa:
● - rifiuto dei tradizionali modelli
espressivi retorici,
● -
rifiuto del modello verista, secondo il quale dovevano essere i
fatti a presentarsi da sé, utilizzando un
linguaggio che doveva essere quello usato nella realtà dai
protagonisti, a seconda della classe sociale cui appartenevano
(anche con forme dialettali, proverbi, ecc.).
Per far raggiungere con maggiore immediatezza al lettore la
comprensione di certe situazioni, Pirandello accentua nella
descrizione i lati grotteschi:
·
di certe azioni, come quella del personaggio de
La carriola che nel chiuso del suo studio fa camminare il suo
cane sulle zampe anteriori sollevandogli quelle posteriori:
facendogli fare la carriola,
·
di certe situazioni (come quella di Belluca ne
Il treno ha fischiato, che vive con due cieche, due figlie
vedove con sette figli scatenati in una casa troppo angusta per
l’eccessivo numero degli occupanti),
·
di certi personaggi, che si impongono con la loro bruttezza quasi
bestiale, come Matteo Falcone del romanzo
L’esclusa.
È un grottesco che richiama alla memoria una certa forma di verismo,
con la differenza che mentre nel verismo si mettevano in evidenza
gli aspetti esteriori, che avrebbero potuto essere migliori in
presenza di una migliore condizione sociale, nella quale sparisce
qualsiasi forma di bestialità, Pirandello mette in evidenza gli
aspetti interiori e le tragiche conseguenze derivate dalle piccole
cause.
Proprio attraverso la parola i personaggi cercano di uscire dal
doloroso isolamento nel quale sono costretti dall’impossibilità di
capire e capirsi. Per questo il dialogo
diventa la forma espressiva più importante, ponendo in secondo piano
la forma descrittiva e rappresentativa, anche se si svolge con molte
difficoltà, sia perché, come abbiamo visto, alle parole ciascuno dà
un suo significato, sia perché nel
dialogo ognuno cerca di nascondere i moti più nascosti del
proprio animo, le sensazioni che non si ha il coraggio di confessare
nemmeno a se stessi.
Attraverso il dialogo i
personaggi possono analizzare se stessi e capire gli altri, anche se
questo porta a soluzioni non sempre accettabili e a capire
situazioni intime che sarebbe stato meglio non capire.
In molte novelle prevale una sorta di
monologo del personaggio, che espone le sue idee con un
linguaggio discorsivo che monopolizza l’attenzione generale,
cercando di coinvolgere anche il pubblico, e quindi i lettori, ai
quali si rivolge direttamente, senza, però, aprire con essi un vero
dialogo.
Per evitare che i personaggi cadano nel vicolo cieco
dell’incomunicabilità, Pirandello inventa tecnicamente la figura del
personaggio al di fuori dell’azione che introduce la riflessione e crea un contatto
tra i personaggi e i lettori, tra gli attori e il pubblico
spettatore, per far diventare tutti partecipi e protagonisti dello
stesso dramma, in quanto tutti vivono la stessa situazione di
solitudine.
La riflessione serve al
personaggio-fuori-azione, che spesso è lo stesso Pirandello, a
mettere a nudo le contraddizioni del mondo nel quale vivono i
protagonisti dell’azione e quella condizione di solitudine che è già
dentro il mondo moderno, fatto di macchine, che porta a un vivere
falsato nella sua naturalità e genera nell’uomo un senso d’angoscia
irrisolvibile perché lo circoscrive nell’alienazione.
Ma proprio in quel contatto, il
Pirandello—personaggio—fuori—azione scopre l’ennesima e più profonda
delusione: il dialogo come atto
di parola è solo
●
una forma di confessione che resta circoscritta al personaggio senza
diventare universale ed oggettiva,
●
un monologo interiore la cui comprensione profonda quasi sempre è
preclusa agli altri.
●
una forma di comprensione delle proprie azioni e di espiazione dei
propri errori (Illuminante è il caso di Moscarda e il suo rapporto
con Marco di Dio e Diamante)
I drammi si compiono parlandone (da questo, insieme a venature di
carattere filosofeggiante, l’accusa di pirandellismo), ma tutto
tornerà ad essere sepolto nella coscienza di ognuno e nella
condizione di solitudine esistenziale alla quale nessuno può né sa
trovare una soluzione.
E lo stesso Pirandello nella sua arte non sa trovare un carattere di
compiutezza per l’uomo del Novecento e non tenta una sua qualche
riabilitazione, ma lo lascia immerso nei tanti problemi e nelle
tante illusioni che con sempre maggior forza si scontrano con la
realtà esterna. In questa incompiutezza troviamo le due guerre
mondiali, lo scontro EST-OVEST, il capitalismo borghese contro il
comunismo capitalista di stato, l’individualismo contro il
collettivismo e, infine, la perpetuazione della società universale
nella quale gli oppressori (ricchi, potenti) stanno sempre da una
parte e gli oppressi (poveri, deboli) stanno sempre dall’altra.