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Giuseppe Bonghi

 

Introduzione generale alla poetica di Luigi Pirandello

da

 

12. Livello linguistico

 

È Pirandello stesso, nel Discorso tenuto al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania nel 1920 e ribadito e approfondito nel Discorso del 3 dicembre alla Reale Accademia d’Italia, per il cinquantesimo anniversario della pubblicazione de I Malavoglia distingue:

¨ - uno stile di cose (esemplificato in Verga),

¨ - uno stile di parole (esemplificato in D’Annunzio).

Importante è lo stile di cose col quale si dà la preminenza ai fatti e ai personaggi da rappresentare: le parole di per sè sono vuote, sono come abiti appesi nel guardaroba che non hanno sostanza né importanza, se non quando noi li abbiamo indossati. Sono fantasmi senza concretezza né realtà, che acquistano un significato solo quando siamo noi a darglielo.

Così scrive in Uno nessuno centomila:

Io posso credere a tutto ciò che voi mi dite. Ci credo. Vi offro una sedia: sedete; e vediamo di metterci d’accordo.

Dopo una buona oretta di conversazione, ci siamo intesi perfettamente.

Domani mi venite con le mani in faccia, gridando:

- Ma come? Che avete inteso? Non mi avevate detto così e così?

Così e così, perfettamente. Ma il guajo è che voi, caro, non saprete mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio.

Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto.

L’impossibilità di trovare una parola che abbia per tutti il medesimo significato insieme a una realtà che sia valida e uguale per tutti, senza possibilità di incomprensioni presenti o future con il sopraggiungere della riflessione, crea una situazione di solitudine e di incomunicabilità per cui ogni personaggio è irrimediabilmente solo: la parola, come il gesto, diventa priva di significato universale, perché ognuno le dà il suo significato.

Di qui la necessità di trovare e di mettere in atto uno stile di cose, in cui le parole possano acquistare un più realistico ed oggettivo significato proprio attraverso oggetti, sentimenti, pensieri facilmente riconoscibili da parte di tutti.

Anche la creazione del personaggio, come l’analisi dei fatti, non sfugge a questa regola. Il comportamento dei personaggi, l’assurdità e il grottesco di certi avvenimenti, dipendono dall’interpretazione che i personaggi hanno della realtà delle cose.

Uno stile fatto di cose significa:

- rifiuto dei tradizionali modelli espressivi retorici,

- rifiuto del modello verista, secondo il quale dovevano essere i fatti a presentarsi da sé, utilizzando un linguaggio che doveva essere quello usato nella realtà dai protagonisti, a seconda della classe sociale cui appartenevano (anche con forme dialettali, proverbi, ecc.).

Per far raggiungere con maggiore immediatezza al lettore la comprensione di certe situazioni, Pirandello accentua nella descrizione i lati grotteschi:

· di certe azioni, come quella del personaggio de La carriola che nel chiuso del suo studio fa camminare il suo cane sulle zampe anteriori sollevandogli quelle posteriori: facendogli fare la carriola,

· di certe situazioni (come quella di Belluca ne Il treno ha fischiato, che vive con due cieche, due figlie vedove con sette figli scatenati in una casa troppo angusta per l’eccessivo numero degli occupanti),

· di certi personaggi, che si impongono con la loro bruttezza quasi bestiale, come Matteo Falcone del romanzo L’esclusa.

È un grottesco che richiama alla memoria una certa forma di verismo, con la differenza che mentre nel verismo si mettevano in evidenza gli aspetti esteriori, che avrebbero potuto essere migliori in presenza di una migliore condizione sociale, nella quale sparisce qualsiasi forma di bestialità, Pirandello mette in evidenza gli aspetti interiori e le tragiche conseguenze derivate dalle piccole cause.

Proprio attraverso la parola i personaggi cercano di uscire dal doloroso isolamento nel quale sono costretti dall’impossibilità di capire e capirsi. Per questo il dialogo diventa la forma espressiva più importante, ponendo in secondo piano la forma descrittiva e rappresentativa, anche se si svolge con molte difficoltà, sia perché, come abbiamo visto, alle parole ciascuno dà un suo significato, sia perché nel dialogo ognuno cerca di nascondere i moti più nascosti del proprio animo, le sensazioni che non si ha il coraggio di confessare nemmeno a se stessi.

Attraverso il dialogo i personaggi possono analizzare se stessi e capire gli altri, anche se questo porta a soluzioni non sempre accettabili e a capire situazioni intime che sarebbe stato meglio non capire.

In molte novelle prevale una sorta di monologo del personaggio, che espone le sue idee con un linguaggio discorsivo che monopolizza l’attenzione generale, cercando di coinvolgere anche il pubblico, e quindi i lettori, ai quali si rivolge direttamente, senza, però, aprire con essi un vero dialogo.

Per evitare che i personaggi cadano nel vicolo cieco dell’incomunicabilità, Pirandello inventa tecnicamente la figura del personaggio al di fuori dell’azione che introduce la riflessione e crea un contatto tra i personaggi e i lettori, tra gli attori e il pubblico spettatore, per far diventare tutti partecipi e protagonisti dello stesso dramma, in quanto tutti vivono la stessa situazione di solitudine.

La riflessione serve al personaggio-fuori-azione, che spesso è lo stesso Pirandello, a mettere a nudo le contraddizioni del mondo nel quale vivono i protagonisti dell’azione e quella condizione di solitudine che è già dentro il mondo moderno, fatto di macchine, che porta a un vivere falsato nella sua naturalità e genera nell’uomo un senso d’angoscia irrisolvibile perché lo circoscrive nell’alienazione.

Ma proprio in quel contatto, il Pirandello—personaggio—fuori—azione scopre l’ennesima e più profonda delusione: il dialogo come atto di parola è solo

una forma di confessione che resta circoscritta al personaggio senza diventare universale ed oggettiva,

un monologo interiore la cui comprensione profonda quasi sempre è preclusa agli altri.

     una forma di comprensione delle proprie azioni e di espiazione dei propri errori (Illuminante è il caso di Moscarda e il suo rapporto con Marco di Dio e Diamante)

I drammi si compiono parlandone (da questo, insieme a venature di carattere filosofeggiante, l’accusa di pirandellismo), ma tutto tornerà ad essere sepolto nella coscienza di ognuno e nella condizione di solitudine esistenziale alla quale nessuno può né sa trovare una soluzione.

E lo stesso Pirandello nella sua arte non sa trovare un carattere di compiutezza per l’uomo del Novecento e non tenta una sua qualche riabilitazione, ma lo lascia immerso nei tanti problemi e nelle tante illusioni che con sempre maggior forza si scontrano con la realtà esterna. In questa incompiutezza troviamo le due guerre mondiali, lo scontro EST-OVEST, il capitalismo borghese contro il comunismo capitalista di stato, l’individualismo contro il collettivismo e, infine, la perpetuazione della società universale nella quale gli oppressori (ricchi, potenti) stanno sempre da una parte e gli oppressi (poveri, deboli) stanno sempre dall’altra.

 

 

 

La Poetica

1.Il fatto - dal verismo al decadentismo

2.Concetto di Umorismo

3.Normalità-Anormalità

4.Realtà - Non realtà

5.Il concetto di realtà dal Verismo al Decadentismo 

6.Il personaggio pirandelliano

7.Rapporti tra personaggi

8.I personaggi e la forma

9.Forma uguale maschera

10.La forma e l'accidente

11.Follia e alienazione

12.Livello linguistico

13.L'arte umoristica