11. Follia e alienazione
Ogni personaggio ha una sua realtà dipendente fondamentalmente da
tre fattori:
1) - tempo,
2) - ambiente geografico,
3) - rapporto con gli altri personaggi, coi quali si crea spesso un
insanabile contrasto.
La forma rappresenta la realtà
fissata per sempre, tanto che quando interviene l’accidente
che libera il personaggio, tutti pensano che la diversità di
comportamento sia dovuta all’improvvisa alienazione mentale del
personaggio, a una sua forma di follia che scatena in tutti il riso,
perché non è comprensibile da parte della massa.
La follia, o alienazione mentale, è la condizione nella quale i
fatti commessi sono caratterizzati dalla
a-normalità, dall’uscire dalle norme che regolano i
comportamenti della massa.
Solo la follia o la
a-normalità assoluta, e incomprensibile per la massa,
permette al personaggio il contatto vero con la natura, (quel mondo
esterno alle vicende umane nel quale si può trovare la pace dello
spirito) e la possibilità di scoprire che rifiutando il mondo si può
scoprire se stessi. Ma questi contatti sono solo momenti passeggeri,
spesso irripetibili perché troppo forte il legame con le norme della
società.
Così accade a Belluca, quando si ribella al capufficio in modo tanto
furioso, pronunciando parole sconnesse, poetiche e incomprensibili,
da essere portato all’ospizio per i matti.
Così accade a Enrico IV, un nobile del primo Novecento fissato per
sempre nella rappresentazione del personaggio storico da cui prende
il nome, dopo aver battuto la testa per una caduta da cavallo. In
Enrico IV troviamo l’esasperazione del conflitto fra apparenza e
realtà, fra normalità e a-normalità, fra il personaggio e la massa, fra l’interiorità e
l’esteriorità. Per superare questo conflitto il personaggio tende
sempre più a chiudersi in se stesso, per cui la a-normalità diventa
sistema di vita.
Enrico IV è il personaggio più disperato e tragico di Pirandello, e
racchiude i temi di una poetica e di una visione della vita che
porta all’isolamento e alla disgregazione, alla rottura drammatica e
totale non solo con la storia contemporanea e con la cronaca
quotidiana, ma anche con la realtà del passato e con l’illusione del
futuro. È il personaggio-maschera
che personifica la scoperta del grigiore e dell’invecchiamento delle
cose e dell’uomo, insieme alla coscienza dell’irrecuperabilità del
tempo passato, che non può più ritornare neppure nello spazio
riservato alla fantasia, perché la vigile e riflessiva ragione
avverte che le cose mutano e non ritornano mai ad essere le stesse
di una volta.
La guarigione di Enrico IV dalla pazzia, improvvisa e fisicamente
inspiegabile, proietta il personaggio nelle vicende quotidiane, ma
lo rende anche consapevole di non poter più recuperare i 12 anni
vissuti ’fuori di mente’, per cui non gli resta che fingersi ancora
pazzo dopo aver constatato che nulla era rimasto ormai della sua
gioventù, del suo amore, e che molti lo avevano tradito.
È in questa consapevolezza che la
persona diventa personaggio e prende definitivamente le sembianze di Enrico IV,
assumendo una forma immutabile agli occhi di tutti, ma non di se
stesso, rifugiandosi nel già vissuto, dove ogni effetto è
determinato da una sua causa, obbediente ad una perfetta logica,
nella quale ogni avvenimento si svolge “preciso e coerente” in ogni
suo particolare, proprio perché, essendo già vissuto, non può più
mutare.
Ogni uomo nasce dotato di una personalità che la Natura gli ha dato:
¨
- è normale quando questa
personalità si sviluppa secondo le norme della Natura stessa;
¨
- è a-normale, invece, quando,
attraverso le norme sociali, l’uomo non sviluppa più la sua
originaria personalità, ma ne acquista un’altra, secondo le norme
che la società si è imposta per sopravvivere.
L’alienazione, quindi, è
composta da una personalità espressa non secondo natura, ma secondo
le regole della società, e può essere identificata con la
maschera-forma, l’esistenza nelle centomila forme che si
creano nel corso dell’esistenza; l’accidente,
distruggendo la maschera-forma,
distrugge l’alienazione,
riportando il personaggio alla sua condizione originaria, ma
impedisce alla massa di capire il personaggio e le fa pensare che
questi è uscito di senno.
D’altra parte, proprio nell’alienazione, come nel caso di Belluca, e in quello più tragico di
Enrico IV, il personaggio riesce a risolvere la condizione
esistenziale, mentre la riflessione
serve per mettere a nudo le contraddizioni del mondo nel quale si
trova a vivere, a mettere in risalto quel senso di solitudine che un
mondo fatto di finzioni, e ormai anche di macchine, porta con sé.
Alienazione, quindi, non tanto come elemento negativo, ma come
elemento fondamentale della condizione umana, nella quale, appunto
stemperare la propria angoscia e il proprio dramma. Per questo,
Pirandello cerca nella propria opera il continuo contatto con i
lettori, e approda al teatro come definitiva ricerca del dialogo con
gli spettatori, un dialogo senz’altro più immediato e caldo di
quello che si può realizzare con i lettori, coi quali il contatto è
più artificioso ed incontrollabile, anche perché mentre il lettore
si può rifiutare di continuare a leggere, chiudendo il libro, lo
spettatore è costretto a restare seduto sulla propria poltrona fino
alla fine della rappresentazione, se non altro per educazione verso
gli altri spettatori.
Ma proprio in questo contatto, l’autore scopre l’ennesima e più
grande delusione, perché l’atto della parola diventa solo una forma
di confessione e di espiazione dei propri errori. I drammi si
compiono parlando, ma l’intima essenza di ciascuno rimane sepolta
nella coscienza e nella consapevolezza di una incomunicabilità di
natura esistenziale per la quale egli non sa né può trovare una
soluzione che dia alla sua arte il carattere di compiutezza e di
definitiva riabilitazione dell’uomo, al di là di un profondo senso
di condanna.
Alienazione, quindi, come soluzione estrema e
follia come estremo rifugio, per potersi salvare dal dramma
dell’esistenza.