accidente
Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato
seguitai a riflettere per conto mio:
- A un che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè con una vita
’impossibile’, la cosa più ovvia, l’incidente più comune, un
qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo
per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si
può dar la spiegazione se non pensa appunto che la vita di
quell’uomo è ’impossibile’. Bisogna condurre la spiegazione là,
riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa
apparirà allora semplice e chiara.
Nella poetica pirandelliana l’accidente
serve a distruggere la forma,
che fa esistere il personaggio nell’alienazione e a fargli
riscoprire l’originaria personalità repressa.
L’accidente è usato soprattutto
nella novella a struttura binaria
aperta, e serve a ristabilire, secondo norme di giustizia
derivanti dalla Natura, quell’equilibrio spirituale nell’uomo e
nell’organizzazione sociale e statuale, che è stata messa in crisi
da un’errata valutazione delle qualità umane.
L’elemento dell’accidente è
rappresentato da qualsiasi cosa: il fischio d’un treno; un sasso
urtato per via, che all’improvviso si trasforma in un mondo pieno di
vita e di creatività; la frase di una donna (come nel romanzo
Uno nessuno centomila, la rivelazione del naso che pende
verso destra fatta a Moscarda dalla moglie Dida); lo strappo di un
filo d’erba nella novella Canta l’epistola:
Ora, da circa un mese egli aveva seguito giorno per giorno la breve
storia d’un filo d’erba, appunto: d’un filo d’erba tra due grigi
macigni tigrati di musco, dietro la chiesetta abbandonata di Santa
Maria di Loreto.
Lo aveva seguito, quasi con tenerezza materna, nel crescer lento tra
altri più bassi che gli stavano attorno, e lo aveva veduto sorgere
dapprima timido, nella sua tremula esilità, oltre i due macigni
ingrommati, quasi avesse paura e insieme curiosità d’ammirar lo
spettacolo che si spalancava sotto, della verde, sconfinata pianura;
poi, su, su, sempre più alto, ardito, baldanzoso, con un
pennacchietto rossigno in cima, come una cresta di galletto.
E ogni giorno, per una o due ore, contemplandolo e vivendone la
vita, aveva con esso tentennato a ogni più lieve alito d’aria;
trepidando era accorso in qualche giorno di forte vento, o per paura
di non arrivare a tempo a proteggerlo da una greggiola di capre...
Ebbene, quel giorno venendo alla solita ora per vivere un’ora con
quel suo filo d’erba, quand’era già a pochi passi dalla chiesetta,
aveva scorto dietro a questa, seduta su uno di quei due macigni, la
signorina Olga Fanelli... La signorina era sorta in piedi, forse
seccata di vedersi spiata da lui: s’era guardata un po’ attorno:
poi, distrattamente, allungando la mano, aveva strappato giusto quel
filo d’erba e se l’era messo tra i denti col pennacchietto
ciondolante.
Tommasino Unzio s’era sentito strappar l’anima e irresistibilmente
le aveva gridato: - Stupida! -.
L’accidente serve a portare
l’individuo-personaggio alla scoperta dell’originario se stesso e
trasforma il personaggio circoscritto
nella forma in persona libera
che la massa non può più comprendere né accogliere, perché questa
crea una propria mutevole condizione di vita, mutevole come l’aria,
il vento: tutto ciò che non si rapprende o assume forma, libera da
ogni aspetto di quell’alienazione che abbrutisce.
Inizio pagina