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Abbiamo già detto che i concetti di
forma nelle novelle e nei romanzi e di
maschera nella produzione teatrale sono equivalenti.
È nella maschera che ritroviamo
un contrasto più profondo fra
illusione e realtà, fra
l’illusione che la propria realtà sia uguale per tutti e la realtà
che si vive in una forma, dalla
quale il personaggio non potrà
mai salvarsi.
La maschera è la
rappresentazione più evidente della condanna dell’individuo a
recitare sempre la stessa parte, imposta dall’esterno, sulla base di
convenzioni che reggono l’esistenza della massa.
Nella società l’unico modo per evitare l’isolamento è il
mantenimento della maschera:
quando un personaggio cerca di rompere
la forma, o quando ha capito il gioco, inevitabilmente viene
allontanato, rifiutato, non può più trovare posto nella massa in
quanto si porrebbe come elemento di disturbo in seno a quel vivere
apparentemente rispettabile, in quanto sottomesso alle norme, ma
fondamentalmente condannabile, in quanto affossatore dei bisogni
basilari dell’uomo.
La maschera, comunque non può essere presa come un elemento negativo
in modo assoluto, perché come rileva anche C. Alvaro, sotto di essa
il personaggio cerca di “riguadagnare il senso vero della
personalità umana, e qualcosa che supera la stessa personalità e
volontà dell’uomo ”.
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La maschera è il simbolo,
in negativo del rifiuto delle false convenzioni sociali,
dello sfruttamento dei pochi sulle masse e della schiavitù dell’uomo
sottomesso a norme che lo costringono a un’esistenza disumanizzata;
in positivo del tentativo di un ritorno alla verità,
riconquistata dopo averla sezionata nelle sue mille sfaccettature e
nelle mille impressioni che da essa ciascuno riceve. Sotto la
maschera l’uomo si rivolta, come Enrico IV, come tutti i
personaggi che, sfuggendo alle norme, vogliono riconquistare un
proprio spazio vitale e un valore morale dei sentimenti.
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10. La forma e l’accidente |
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Sia nella struttura dell’opera teatrale che in quella narrativa,
troviamo spesso un elemento tecnico di grande importanza che tende a
rompere la forma.
La rottura della forma, se da un
lato ridona nuova vita al personaggio, dall’altro provoca la perdita
di quella rispettabilità di cui aveva goduto fino a quel momento
agli occhi della massa che compone il mondo variopinto e indistinto
delle persone che credono di
vivere e invece non sanno che anch’esse recitano una parte.
Nella novella Il treno ha fischiato
Pirandello rappresenta con chiarezza entrambi i concetti:
forma
Circoscritto... sì; chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni
d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi
della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non
fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e
di defalchi e prelevamenti e impostazioni... casellario ambulante: o
piuttosto vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo,
sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato,
fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si
riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno, almeno drizzare
un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare
un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate
ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur
fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse
più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue e solenni
bastonature della sorte. Inconcepibile, dunque, veramente, quella
ribellione in lui, se non come effetto d’un’improvvisa alienazione
mentale.
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accidente
Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato
seguitai a riflettere per conto mio:
- A un che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè con una vita
’impossibile’, la cosa più ovvia, l’incidente più comune, un
qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo
per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si
può dar la spiegazione se non pensa appunto che la vita di
quell’uomo è ’impossibile’. Bisogna condurre la spiegazione là,
riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa
apparirà allora semplice e chiara.
Nella poetica pirandelliana l’accidente
serve a distruggere la forma,
che fa esistere il personaggio nell’alienazione e a fargli
riscoprire l’originaria personalità repressa.
L’accidente è usato soprattutto
nella novella a struttura binaria
aperta, e serve a ristabilire, secondo norme di giustizia
derivanti dalla Natura, quell’equilibrio spirituale nell’uomo e
nell’organizzazione sociale e statuale, che è stata messa in crisi
da un’errata valutazione delle qualità umane.
L’elemento dell’accidente è
rappresentato da qualsiasi cosa: il fischio d’un treno; un sasso
urtato per via, che all’improvviso si trasforma in un mondo pieno di
vita e di creatività; la frase di una donna (come nel romanzo
Uno nessuno centomila, la rivelazione del naso che pende
verso destra fatta a Moscarda dalla moglie Dida); lo strappo di un
filo d’erba nella novella Canta l’epistola:
Ora, da circa un mese egli aveva seguito giorno per giorno la breve
storia d’un filo d’erba, appunto: d’un filo d’erba tra due grigi
macigni tigrati di musco, dietro la chiesetta abbandonata di Santa
Maria di Loreto.
Lo aveva seguito, quasi con tenerezza materna, nel crescer lento tra
altri più bassi che gli stavano attorno, e lo aveva veduto sorgere
dapprima timido, nella sua tremula esilità, oltre i due macigni
ingrommati, quasi avesse paura e insieme curiosità d’ammirar lo
spettacolo che si spalancava sotto, della verde, sconfinata pianura;
poi, su, su, sempre più alto, ardito, baldanzoso, con un
pennacchietto rossigno in cima, come una cresta di galletto.
E ogni giorno, per una o due ore, contemplandolo e vivendone la
vita, aveva con esso tentennato a ogni più lieve alito d’aria;
trepidando era accorso in qualche giorno di forte vento, o per paura
di non arrivare a tempo a proteggerlo da una greggiola di capre...
Ebbene, quel giorno venendo alla solita ora per vivere un’ora con
quel suo filo d’erba, quand’era già a pochi passi dalla chiesetta,
aveva scorto dietro a questa, seduta su uno di quei due macigni, la
signorina Olga Fanelli... La signorina era sorta in piedi, forse
seccata di vedersi spiata da lui: s’era guardata un po’ attorno:
poi, distrattamente, allungando la mano, aveva strappato giusto quel
filo d’erba e se l’era messo tra i denti col pennacchietto
ciondolante.
Tommasino Unzio s’era sentito strappar l’anima e irresistibilmente
le aveva gridato: - Stupida! -.
L’accidente serve a portare
l’individuo-personaggio alla scoperta dell’originario se stesso e
trasforma il personaggio circoscritto
nella forma in persona libera
che la massa non può più comprendere né accogliere, perché questa
crea una propria mutevole condizione di vita, mutevole come l’aria,
il vento: tutto ciò che non si rapprende o assume forma, libera da
ogni aspetto di quell’alienazione che abbrutisce.
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