9. Forma uguale maschera
Abbiamo già detto che i concetti di
forma nelle novelle e nei romanzi e di
maschera nella produzione teatrale sono equivalenti.
È nella maschera che ritroviamo
un contrasto più profondo fra
illusione e realtà, fra
l’illusione che la propria realtà sia uguale per tutti e la realtà
che si vive in una forma, dalla
quale il personaggio non potrà
mai salvarsi.
La maschera è la
rappresentazione più evidente della condanna dell’individuo a
recitare sempre la stessa parte, imposta dall’esterno, sulla base di
convenzioni che reggono l’esistenza della massa.
Nella società l’unico modo per evitare l’isolamento è il
mantenimento della maschera:
quando un personaggio cerca di rompere
la forma, o quando ha capito il gioco, inevitabilmente viene
allontanato, rifiutato, non può più trovare posto nella massa in
quanto si porrebbe come elemento di disturbo in seno a quel vivere
apparentemente rispettabile, in quanto sottomesso alle norme, ma
fondamentalmente condannabile, in quanto affossatore dei bisogni
basilari dell’uomo.
La maschera, comunque non può essere presa come un elemento negativo
in modo assoluto, perché come rileva anche C. Alvaro, sotto di essa
il personaggio cerca di “riguadagnare il senso vero della
personalità umana, e qualcosa che supera la stessa personalità e
volontà dell’uomo ”.
La maschera è il simbolo,
in negativo del rifiuto delle false convenzioni sociali,
dello sfruttamento dei pochi sulle masse e della schiavitù dell’uomo
sottomesso a norme che lo costringono a un’esistenza disumanizzata;
in positivo del tentativo di un ritorno alla verità,
riconquistata dopo averla sezionata nelle sue mille sfaccettature e
nelle mille impressioni che da essa ciascuno riceve. Sotto la
maschera l’uomo si rivolta, come Enrico IV, come tutti i
personaggi che, sfuggendo alle norme, vogliono riconquistare un
proprio spazio vitale e un valore morale dei sentimenti.