8. I personaggi e la forma
La forma è la
maschera, l’aspetto esteriore che l’individuo-persona assume
all’interno dell’organizzazione sociale per propria volontà (come
Enrico IV nell’epilogo del dramma) o perché gli altri così lo vedono
e lo giudicano: è nella forma
che l’individuo-persona diventa personaggio.
La forma è determinata dalle
convenzioni sociali, dalla ipocrisia, che è alla base dei rapporti
umani, regolati più dall’egoistica valutazione di vantaggi e
svantaggi o da meschine preoccupazioni per i propri interessi, che
da un vero attaccamento ai grandi valori. L’illusione nella
quale vivono i personaggi viene scoperta e messa a nudo attraverso
una riflessione che scompone
ogni cosa fin nei suoi aspetti più nascosti e che i personaggi
stessi non oserebbero confessare.
Più rigida è la forma-maschera,
più l’uomo si allontana dalla verità, dalla realtà, dalla normalità.
Esiste una forma, nella tematica
pirandelliana, che
a) - l’individuo-personaggio dà a se stesso;
b) - gli altri danno all’individuo-personaggio;
c) - l’individuo-personaggio crede che gli altri gli diano;
d) - gli altri danno all’individuo-personaggio
e) – ciascun individuo e ciascun personaggio crede di darsi nei
rapporti con gli altri.
È questo il ragionamento di Moscarda in
Uno nessuno centomila:
In astratto non si è. Bisogna che s’intrappoli l’essere in una
forma, e per alcun tempo si finisca in essa, qua o là, così o così.
E ogni cosa, finché dura, porta con sé la pena della sua forma, la
pena d’essere così, e di non poter più essere altrimenti...
E come le forme gli atti.
Quando un atto è compiuto, è quello; non si cangia più. Quando uno,
comunque, abbia agito, anche senza che poi si senta e si ritrovi
negli atti compiuti, ciò che ha fatto resta: come una prigione per
lui. Se avete preso moglie, o anche materialmente, se avete rubato e
siete stato scoperto; se avete ucciso, come spire e tentacoli vi
avviluppano le conseguenze delle vostre azioni; e vi grava sopra,
attorno, come un’aria densa, irrespirabile, la responsabilità che
per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non
previste, vi siete assunta.
Quando il personaggio scopre di
essere calato in una forma
determinata da un atto accaduto una sola volta e di essere
riconosciuto attraverso quell’atto e identificato in esso, come può
essere identificato in centomila altri atti diversi ma tutti
ugualmente soffocanti, cade in una condizione angosciosa senza fine,
perché si rende conto che
¨
- la realtà di un momento è
destinata a cambiare nel momento successivo,
¨ - la
realtà è un’illusione perché non si identifica in nessuna
delle forme che gli altri gli hanno dato.
Accanto alle centomila forme,
che cambiano in continuazione, a seconda delle circostanze nelle
quali agisce, esiste una forma
che incatena il personaggio per tutta la vita determinandone gli
atti: una forma che non cambia
mai se non quando scompare il personaggio stesso.
È quanto accade, ad esempio, nella novella
La carriola al personaggio principale, del quale l’autore non
ci dice nemmeno il nome, perché potrebbe essere chiunque,
caratterizzato soltanto dai suoi titoli onorifici, scientifici e
professionali. Un giorno, mentre torna a casa in treno, stanco e un
po’ annoiato, si appisola e comincia a sentire piano piano che gli è
estraneo tutto ciò che fino a quel momento ha vissuto, tutto ciò che
ha creato e gli altri hanno creato per lui sulla base delle
convenzioni che legano i rapporti sociali.
Scopre all’improvviso di non aver mai vissuto per sé e di non poter
riconoscere come sua quella vita; il suo spirito non si ritrova più
in colui che tutti ricercano, rispettano, ammirano, “di cui tutti
volevan l’opera, il consiglio, l’assistenza, senza mai dargli un
momento di requie”. Scopre, insomma, la
forma, quel modo di vivere che si era trascinato dietro fino
a quel momento senza saperlo, subendolo come una cosa morta.
Perché ogni cosa è una morte.
Pochissimi lo sanno; i più, quasi tutti lottano, s’affaticano per
farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una
forma; raggiuntala credono d’aver conquistato la loro vita, e
cominciato invece a morire.
Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi
più da quella forma moribonda
che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’essere
vivi. Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o
che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in
cui ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla, questa
forma, è segno che la nostra vita non è più in essa...
Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto.
Conoscersi è morire.
Quando finalmente conosce se stesso,anche in rapporto agli altri e
in rapporto alla realtà, il personaggio si sente soffocato e
schiacciato dalla forma, da
questo modo di essere che noi chiamiamo vita e che, invece,
rappresenta la morte.