7. Rapporti tra personaggi
Il personaggio non ha nessun’àncora di salvezza, nessuno scoglio cui
aggrapparsi per mutare la propria
maschera o per andare oltre i limiti imposti dalla
fantasia creatrice dello scrittore: non ha nessuna
possibilità di instaurare rapporti umani con gli altri personaggi,
perché ciascuno è obbligato a recitare la sua parte indefinitamente
e indipendentemente da quella rappresentata dagli altri: deve
accontentarsi, rassegnarsi a recitare la propria parte e
capire che solo nella rappresentazione della propria parte può
diventare personaggio vivo.
Proprio sul piano di questo rapporto si verifica la disintegrazione
fisica e spirituale dei personaggi che possiamo riassumere in tre
punti essenziali che sono la teoria
della triplicità esistenziale:
1) - come il personaggio vede se stesso;
2) - come il personaggio è visto dagli altri;
3) - come il personaggio crede di essere visto dagli altri.
Le conseguenze della triplicità
sono tre:
1) - il personaggio è uno quando
viene messa in evidenza la realtà-forma che lui si dà;
2) - è centomila quando viene
messa in evidenza la realtà-forma che gli altri gli danno;
3) - è nessuno quando si accorge
che ciò che lui pensa e ciò che gli altri pensano non è la stessa
cosa, quando la propria realtà-forma
non è valida sia per sé che per gli altri, ma assume una dimensione
per sé e un’altra per ciascuno degli altri .
La triplicità è un elemento
tecnico che serve al Pirandello per esaminare come i personaggi sono
fatti veramente dentro e capire come essi
si vedono. }UNO—CENTOMILA—NESSUNO~
sono le tre dimensioni dell’essere e della realtà del personaggio,
nelle quali possiamo trovare l’origine dell’alienazione
e della forma:
¨ - abbiamo l’alienazione
quando la dimensione
UNO lascia il posto alla
dimensione NESSUNO, e il personaggio si rende conto di dover vivere non per
come si crede di essere ma per come gli altri credono che lui sia;
¨ - abbiamo la
forma quando la
dimensione UNO si
concretizza in una delle CENTOMILA
dimensioni che gli altri danno al personaggio.
La conseguenza della disintegrazione del personaggio nelle tre
dimensioni è la profonda coscienza nel personaggio sia di non poter
conoscere se stesso e gli altri, sia di non poter superare la
condizione di solitudine, determinata dall’evidente impossibilità di
comunicazione, in quanto ognuno possiede non solo
UNA ma CENTOMILA
dimensioni, non solo UNA ma
CENTOMILA forme, nelle quali realizzare il
gioco delle parti.
La molteplicità delle condizioni esistenziali si presenta al
personaggio come una drammatica scoperta, nella quale tutto diventa
inutile, perché il personaggio non è più
UNO, ma tanti quanti sono quelli che lo vedono, addirittura
tanti quanti sono gli stati d’animo di coloro che lo vedono, lo
conoscono o credono di conoscerlo; ed è anche
NESSUNO, perché nessuna di quelle forme che gli altri gli
danno corrisponde a quella che lui si dà o che ritiene di avere. E
il dramma nel personaggio diventa ancor più profondo quando si rende
conto che ciascuna di quelle forme è come un’ombra estranea, e si
rende conto che come le ombre provengono dal corpo ma non sono il
corpo, così le forme ci fanno vedere il personaggio ma non sono il
personaggio.