6. Il personaggio pirandelliano
Occorre
innanzitutto fare una distinzione fra
persona e personaggio.
a) - La
persona è l’individuo libero, non ancora sottoposto alle
norme di qualsiasi provenienza esse siano; vede la realtà in maniera
oggettiva e fonda la propria vita sulla convinzione, o perlomeno
sull’opinione, che la realtà stessa venga vista e sentita allo
stesso modo anche dagli altri. La
persona, libera ed informe, può assumere una
forma, costretta dall’esterno o spinta da un impellente
bisogno interno. Una caduta da cavallo provocata da un rivale
(costrizione esterna) fa assumere a una persona, senza nome nella
realtà, la figura di Enrico IV, ch’essa stava accidentalmente
rappresentando durante una festa carnevalesca in costume medievale;
una volta guarita, rendendosi conto della realtà e del comportamento
di coloro che aveva ritenuto amici e che avevano agito e tramato
contro di lui, assume definitivamente e volontariamente la figura di
Enrico IV (bisogno interno), non tanto per sfuggire alle norme e
alla comune giustizia (dopo aver smascherato e ucciso Belcredi, suo
rivale in amore ma anche amico di gioventù e di bagordi), quanto per
vivere un’esistenza finalmente in linea con i bisogni del suo
spirito, dopo il riconoscimento del fallimento e del tramonto stesso
della sua esistenza.
b) -
Il personaggio, invece, nella
vita come nella fantasia creatrice
dello scrittore, è l’individuo fissato in una
forma, che compie sempre gli stessi gesti per l’eternità o
finché non entra in un’altra forma.
Il personaggio, sottoposto a
norme fisse ed inderogabili, porta una tragica
maschera, recita sempre le stesse battute, portando un mondo
di sentimenti che gli altri non avranno mai la forza di penetrare e
di rivelare: sono i personaggi
vivi della fantasia creatrice.
Sulla creazione del personaggio,
così dice il dott. Fileno al Pirandello nella novella
La tragedia di un personaggio:
Nessuno
può sapere meglio di lei che noi siamo esseri vivi, più vivi di
quelli che respirano e vestono panni; forse meno reali, ma più veri!
Si nasce alla vita in tanti modi, caro signore; e lei sa bene che la
natura si serve dello strumento della fantasia umana per proseguire
la sua opera di creazione. E chi nasce mercé di quest’attività che
ha sede nello spirito dell’uomo, è ordinato da natura a una vita di
gran lunga superiore a quella di chi nasce dal grembo mortale d’una
donna. Chi nasce personaggio, chi ha la ventura di nascere
personaggio vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più!
Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento naturale della creazione; la
creatura non muore più. E per vivere eterna non ha mica bisogno di
straordinarie doti o di compiere prodigi. Mi dica lei chi era Sancho
Panza! Mi dica lei chi era don Abbondio! eppure vivono eterni,
perché - nati vivi germi - ebbero la ventura di trovare una matrice
feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire per
l’eternità.
Dal
discorso di Fileno possiamo capire due cose:
1) - la vera
forma dell’esistenza è quella del personaggio, anche se
nell’opera pirandelliana abbiamo un fluire continuo dalla persona al
personaggio e viceversa. Tipico esempio è il dramma
Sei personaggi in cerca d’autore, nel quale troviamo la netta
distinzione tra i sei personaggi e gli attori, persone che non sono
ancora entrate nella parte, che nulla rappresentano e che,
soprattutto, non hanno alcuna forma. In generale possiamo affermare,
anche se un po’ schematicamente, che nell’opera pirandelliana a una
prima parte in cui vediamo agire individui che sono ancora persone,
corrisponde una seconda parte, in cui le persone assumono tutte le
caratteristiche dei personaggi;
2) - La fantasia creatrice
dello scrittore domina sui personaggi, e non viceversa, come la
natura domina sugli esseri umani e crea uomini e cose. Per questo
molti critici hanno parlato di una ostilità di Pirandello nei
confronti dei suoi personaggi, come se questi gli scatenassero
dentro un senso di ripugnanza, perché visti nelle loro miserie e
debolezze.
Il
contrasto fra Pirandello e i suoi personaggi nasce dalla volontà
dello scrittore di mettere a nudo l’anima dei personaggi, di
scomporne l’apparente impassibilità e indifferenza di fronte ai casi
della vita e di capirne l’intima composizione per metterne in mostra
la loro vera forma che si
concretizzerà una volta per tutte. Ed è contro questo atteggiamento
dell’artista che i personaggi tendono a ribellarsi, a mostrarsi
insofferenti, per impedire la spietata analisi che inevitabilmente
ne metterà a nudo miserie e grandezze, ma anche per essere descritti
così come essi si sentono e sono veramente dentro.
L’uomo
non ha della vita un’idea, una nozione assoluta, bensì un sentimento
mutabile e vario, secondo i tempi, i casi la fortuna. Ora la logica,
astraendo dai sentimenti le idee, tende appunto a fissare quel che è
mobile, mutabile, fluido; tende a dare un valore assoluto a ciò che
è relativo. E aggrava un male già grave per se stesso. Perché la
prima radice del nostro male è appunto in questo sentimento che noi
abbiamo della vita.
Pirandello
ha colto questa illusione e la mette a nudo, scatenando non di rado
vive reazioni nei suoi personaggi e nei suoi lettori, che in alcuni
casi diventeranno aperta contestazione durante le rappresentazioni
teatrali.