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Da quanto abbiamo detto a proposito dell’umorismo,
appare chiaro che, attraverso la
riflessione, giungiamo a cogliere l’aspetto normale o
anormale della vita e degli atteggiamenti dei personaggi.
Generalmente, intendiamo per normalità,
secondo la massa, tutto ciò che viene fatto e pensato in basi
a leggi, norme e consuetudini che l’uomo ha creato per regolare la
propria vita e soprattutto per perpetuare un determinato stato di
cose, una determinata condizione sociale, economica, spirituale,
materiale, ecc. È, quindi, anormale,
sempre secondo la massa, tutto
ciò che non segue le regole prescritte.
Secondo Pirandello, è normale non ciò che risponde alle norme, ma ciò che da ciascuno
viene fatto seguendo i propri intimi bisogni, e sono questi bisogni
che portano l’uomo sulla via del progresso. Il personaggio tende a
ribellarsi quando si rende conto che l’osservanza delle norme gli
impedisce di vivere una vita decorosa e di migliorare la propria
condizione. L’anormalità per Pirandello, è il seguire ciecamente le
norme anche quando queste impediscono all’uomo di
vivere, permettendogli solo di
esistere.
In generale il personaggio conduce una vita
anormale quando risulta totalmente asservito alle regole,
senza che nemmeno per un istante l’anima possa soddisfare almeno il
suo bisogno fondamentale: quello di
vivere senza essere sottomesso passivamente alle regole fino
a perdere ogni dignità, fino a diventare un “vecchio somaro” che
gira la stanga della nòria d’un vecchio mulino con tanto di
paraocchi, senza sentire che un po’ più in là c’è la vita. La
reazione, scatenata da un accidente
qualsiasi, come il fischio del treno, lo strappo di un filo d’erba,
una frase ingenuamente pronunciata, l’inciampare contro un sassolino
per strada, serve a portare l’individuo in una dimensione più umana,
perché libera da condizionamenti esterni.
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Il personaggio, come Enrico IV o Ciampa, Belluca o Chiàrchiaro,
nella sua ribellione contro le regole rifiuta la
realtà imposta dalle norme, perché in essa ogni possibilità
di vita si cristallizza nella forma, come vedremo più avanti.
La ribellione si realizza in due modi:
1) - circoscritta al personaggio,
senza coinvolgimento diretto di altre persone se non in modo
occasionale, come il caso di Belluca ne
Il treno ha fischiato, nel quale la reazione contro il
capufficio rappresenta la reazione contro la situazione generale
negativa;
2) - coinvolgendo direttamente la massa,
come nella novella La patente,
nella quale Chiàrchiaro, ritenuto da tutti uno jettatore, perde il
lavoro e la possibilità di vivere una vita decorosamente
accettabile, spingendo la propria ribellione fino a sfruttare la
stessa superstizione popolare che lo ha costretto all’isolamento.
Per capire l’opera pirandelliana, e il fondamento stesso della vita
sociale della prima metà del Novecento, bisogna, quindi, ribaltare
il concetto di normalità-anormalità,
nel quale la normalità pirandelliana non è solo il banale rifiuto della norma,
ma il suo superamento, che ha come obiettivo i grandi valori umani,
che sono i veri bisogni da soddisfare.
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Anche in questo caso abbiamo due distinte dimensioni, perché ciascuno vede la realtà secondo le proprie idee e i propri sentimenti, in un modo diverso da quello degli altri: a fronte della realtà esterna che si presenta una e immutabile, abbiamo le centomila realtà interne di ciascun personaggio, per cui la vera realtà è nessuna. I due aspetti sono:
1) la dimensione della realtà oggettuale, che è esterna agli individui e che apparentemente è uguale e valida per tutti, perché presenta per ognuno le stesse caratteristiche fisiche ed è la non-realtà inafferrabile e non riconoscibile: ciò che resta nell’anima dell’individuo è la sua disintegrazione in tante piccole parti quante sono le possibilità concrete dell’individuo di vederla;
2) la dimensione della realtà soggettuale, che è la particolare visione che ne ha il personaggio, dipendente dalle condizioni sia individuali che sociali, ed abbiamo tante dimensioni quanti sono gli individui e quanti sono i momenti della vita dell’individuo.
Della realtà oggettuale esterna, così fissa ed immutabile, noi non cogliamo che quegli aspetti che sono maggiormente confacenti a una delle nostre anime (vedi il concetto di umorismo), al particolare momento che stiamo vivendo, in base al quale riceviamo dalla realtà certe impressioni, certe sensazioni che sono assolutamente individuali e non possono essere provate da tutti gli altri individui.
Per i personaggi pirandelliani non esiste, quindi, una realtà oggettuale, ma una realtà soggettuale, che, a contatto con la realtà degli altri, si disintegra e si disumanizza, come avviene per Moscarda, il protagonista del romanzo Uno nessuno centomila, che scopre all’improvviso di non essere più quello che credeva dal momento in cui la moglie Dida gli dice che ha il naso che pende verso destra: un banale accidente che lo porterà a capire che gli altri lo vedono in un modo diverso da come lui si era sempre visto.
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Avremo, quindi:
a) come la realtà è vista dal personaggio;
b) come la realtà esterna si impone al personaggio;
c) come il personaggio crede che gli altri vedano la realtà.
Questa triplice concezione della realtà porta Pirandello al di là della concezione umoristica, nella quale la riflessione tende a far scoprire il contrasto fra l’illusione comica del personaggio che si crea una realtà sua che crede uguale per tutti e l’esistenza di un dramma esistenziale nel quale ogni personaggio si rende conto che le realtà sono CENTOMILA e tutte ugualmente lontane dalla propria coscienza, e perciò inconoscibili.
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