Pirandello prende
coscienza fin dai primi anni della sua produzione letteraria che il
fatto non poteva essere rigidamente costituito, ma doveva essere
analizzato nelle sue cause e proposto soprattutto nelle sue
conseguenze.
2. Concetto di
Umorismo
Per analizzare l’opera pirandelliana è innanzitutto importante
capire il concetto di umorismo,
perché questo diventa lo strumento con cui rappresentare, nella
narrativa o sulla scena teatrale vicende e personaggi. Per una
maggiore chiarezza, serviamoci delle stesse parole che Pirandello
usa nel Saggio sull’umorismo
del 1908:
Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa
di quale orribile manteca (composizione di olii vari, ndr.), e poi
tutta goffamente imbellettata e parata di abiti giovanili. Mi metto
a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò
che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a
prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione
comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora
interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia
signora non prova forse nessun piacere a pararsi cosi come un
pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché
pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e
la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più
giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché
appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a
quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo
avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento
del contrario. ed è tutta qui la differenza tra il comico e
l’umoristico.
L’umorismo è, quindi, un
processo di rappresentazione della realtà, delle vicende e dei
personaggi; durante la concezione e l’esecuzione dell’opera la
riflessione non è un elemento secondario, ma assume un ruolo di
notevole importanza, perché è solo attraverso di essa che possiamo
capire la vicenda che si svolge sotto i nostri occhi. La riflessione
è “come un demonietto che smonta il congegno delle immagini, del
fantoccio messo su dal sentimento; lo smonta per vedere come è
fatto; scarica la molla, e tutto il congegno ne stride convulso”,
come stridono i personaggi sotto l’occhio acuto dello scrittore; ed
è sempre attraverso la riflessione che i vari elementi della
struttura dell’opera vengono coordinati, accostati e composti,
sfuggendo al caos delle
sensazioni e dei sentimenti.
La riflessione, secondo Pirandello, non si nasconde mai, né potrebbe
essere mascherata o eliminata del tutto dalla volontà o dalla
coscienza di un personaggio, come potrebbe succedere con un
sentimento; non è come lo specchio, davanti al quale l’uomo si
rimira, ma si pone davanti a ciascuno come un giudice, analizzando
vicende e personaggi, con obiettività e imparzialità, scomponendo
l’immagine di tutte le cose, le vicende e i personaggi stessi nelle
loro componenti: da questa
scomposizione nasce quello che Pirandello chiama
avvertimento del contrario.
Il compito dello scrittore umorista è quello di smascherare tutte le
vanità che possono albergare nell’animo umano, la velleità d’aver
scoperto i fondamenti della vita e il dramma del rendersi conto che
quei fondamenti restano sconosciuti; anzi, ognuno se ne crea
seguendo non la via della riflessione, ma quella del sentimento che
viene provato da ciascuno a suo modo, lontano da qualsiasi realtà e
da qualsiasi coscienza del vivere.
Con l’umorismo nasce una nuova
visione della vita, senza che si crei un particolare contrasto tra
l’ideale e la realtà, proprio per la particolare attività della
riflessione, che “genera il sentimento del contrario, il non saper
più da qual parte tenere, la perplessità, lo stato irresoluto della
coscienza”.
Il sentimento del contrario distingue lo scrittore
umorista dal comico, dall’ironico, dal satirico, perché assume un
atteggiamento diverso di fronte alla realtà:
· - nel
comico
manca la riflessione, per cui il riso, provocato dall’avvertimento
del contrario, è genuino, ma sarebbe amaro in presenza della
riflessione, perché questa toglierebbe il divertimento e porterebbe
alla coscienza del dramma della condizione umana;
· - nell’
ironico
la contraddizione tra momento comico e momento drammatico è soltanto
verbale: se fosse effettiva non ci sarebbe più ironia e la ‘battuta’
perderebbe la sua naturalezza, che è quella di dire l’opposto di
quel che si pensa e che si vuol far capire, ma facendo intuire
comunque la verità;
· - nel
satirico
con la riflessione “cesserebbe lo sdegno o, comunque, l’avversione
della realtà che è ragione di ogni satira”; la satira, infatti,
mette in evidenza i difetti degli uomini, cogliendone gli aspetti
più negativi e turpi, con l’intento di riportare gli uomini sulla
retta via.
Con l’umorismo, e quindi con la
riflessione, si entra più profondamente nella realtà:
Non che all’umorista però piaccia la realtà! Basterebbe questo
soltanto, che per poco gli piacesse, perché, esercitandosi la
riflessione su questo piacere, glielo guastasse.
Questa riflessione si insinua acuta e sottile da per tutto e tutto
scompone: ogni immagine del sentimento, ogni finzione ideale, ogni
apparenza della realtà, ogni illusione.
... Tutti i fenomeni, o sono illusorii, o la ragione di essi ci
sfugge, inesplicabile. Manca affatto alla nostra conoscenza del
mondo e di noi stessi quel valore obiettivo che comunemente
presumiamo di attribuirle. È una costruzione illusoria continua.
In questa nuova visione della realtà si verifica lo scontro tra
l’illusione, che costruisce a suo modo, e la riflessione, che
scompone una ad una quelle costruzioni; ma gli effetti sono diversi
nei differenti approcci con la realtà:
Ora la riflessione, sì, può scoprire tanto al comico quanto
all’umorista questa costruzione illusoria. Ma il comico ne riderà
solamente, contentandosi di sgonfiar questa metafora di noi stessi
messa sù dall’illusione spontanea; il satirico se ne sdegnerà;
l’umorista, no: attraverso il ridicolo di questa scoperta vedrà il
lato serio e doloroso; smonterà questa costruzione, ma non per
riderne solamente; e in luogo di sdegnarsene, magari, ridendo,
compatirà.
Ciascuno vive la propria vicenda in una condizione di distacco dagli
altri personaggi, come in un proprio mondo, tutti sottomessi alle
medesime regole, ma ciascuno coi propri sentimenti e con la propria
visione della vita, coi propri concetti di vero e di falso, di reale
e di normale, di bello e di brutto, di giusto e di ingiusto:
ciascuno con le proprie speranze e le proprie illusioni, e
l’illusione più alta e profonda è che la propria realtà sia quella
vera e la sola vera.
Oggi siamo, domani no. Che faccia ci hanno dato per rappresentare la
faccia del vivo. Un brutto naso? Che peso doversi portare a spasso
un brutto naso per tutta la vita... Maschere, maschere... un soffio
e passano, per dar posto ad altri... Ciascuno si racconcia la
maschera come può. La maschera esteriore, perché dentro poi c’è
l’altra, che spesso non si accorda con quella di fuori. E niente è
vero! Vero il mare, sì, vera la montagna, vero il sasso, vero un
filo d’erba; ma l’uomo? Sempre mascherato, senza volerlo, senza
saperlo di quella tal cosa che egli in buona fede si figura di
essere: bello, buono, grazioso, generoso, infelice, ecc. E questo fa
tanto ridere a pensarci.
Per Pirandello le cause, nella vita, non sono mai così logiche come
lo possono essere nell’opera narrativa o teatrale, in cui tutto è,
in fondo, congegnato, combinato, ordinato ai fini che lo scrittore
si è proposto, anche se sembra in alcuni casi che il procedimento
sia libero e casuale. Perciò nell’umorismo
non possiamo parlare di coerenza, perché in ogni personaggio ci sono
tante anime in lotta fra loro, che cercano di afferrare la realtà:
l’anima istintiva, l’anima morale, l’anima affettiva, l’anima
sociale, e i nostri atti prendono una
forma, i personaggi assumono una
maschera, la nostra coscienza si atteggia a seconda che
domini questa o quella, a seconda del momento; per questo ciascuno
di noi ritiene valida una determinata interpretazione della realtà o
dei nostri atti e mai può essere totalmente d’accordo con
l’interpretazione degli altri, in quanto la realtà e il nostro
essere interiore non si manifestano mai del tutto interi, ma ora in
un modo ora in un altro, “come volgono i casi della vita”.
Pirandello guarda dentro la vicenda e i personaggi, ed agisce come
il bambino che rompe il giocattolo per vedere come è fatto dentro.
Nell’umorismo, quindi, distingue
un aspetto comico che deriva dall’avvertimento del contrario e un
aspetto umoristico o drammatico che deriva dal sentimento del
contrario; il primo è esterno all’uomo e facilmente visibile, per
cui ciascuno è capace di coglierlo; il secondo è invece interno
all’uomo, ma non può essere colto se non attraverso la riflessione:
riassumiamo tutto nello schema 3, o
schema dell’umorismo:
schema 3

(L’avvertimento del contrario è generato dalla riflessione
che scaturisce
dall’aspetto comico insito nei fatti,
come il sentimento del
contrario è generato
dalla riflessione
che scaturisce dall’aspetto drammatico)
È da sottolineare, infine, che mentre tutti possono percepire l’aspetto
comico in quanto ognuno può avvertire che una cosa avvenga o
che un personaggio si comporti in modo contrario a ciò che tutti
ritengono normale, il drammatico-umoristico viene capito e sentito
solo da coloro che usano la riflessione,
e comunque non dalla massa in quanto questa segue regole generali
accettate supinamente e non i singoli individuali bisogni; per
Pirandello ciascuno ha un proprio modo di attualizzare la
riflessione, perché i bisogni personali sono assolutamente
individuali.
Per questo motivo, la situazione di Belluca nella
novella Il treno ha fischiato è
comica per la massa che ride delle stramberie del personaggio, che
riscopre la vita dopo anni in cui è vissuto come un vecchio somaro,
ubbidiente e sottomesso, preso in giro da tutti, e drammatica per
Pirandello che vede nella reazione di Belluca e nelle sue
’stramberie’ l’improvvisa ribellione alla
forma che uccide la vita, alla
maschera imposta dagli altri e dal destino, e infine alla
alienazione nella quale lo costringono le norme e le forme
della società, per cui il nuovo modo di essere di Belluca non può
che apparire naturalissimo.
3. Normalità - Anormalità
Da quanto abbiamo detto a proposito dell’umorismo,
appare chiaro che, attraverso la
riflessione, giungiamo a cogliere l’aspetto normale o
anormale della vita e degli atteggiamenti dei personaggi.
Generalmente, intendiamo per normalità,
secondo la massa, tutto ciò che viene fatto e pensato in basi
a leggi, norme e consuetudini che l’uomo ha creato per regolare la
propria vita e soprattutto per perpetuare un determinato stato di
cose, una determinata condizione sociale, economica, spirituale,
materiale, ecc. È, quindi, anormale,
sempre secondo la massa, tutto
ciò che non segue le regole prescritte.
Secondo Pirandello, è normale non ciò che risponde alle norme, ma ciò che da ciascuno
viene fatto seguendo i propri intimi bisogni, e sono questi bisogni
che portano l’uomo sulla via del progresso. Il personaggio tende a
ribellarsi quando si rende conto che l’osservanza delle norme gli
impedisce di vivere una vita decorosa e di migliorare la propria
condizione. L’anormalità per Pirandello, è il seguire ciecamente le
norme anche quando queste impediscono all’uomo di
vivere, permettendogli solo di
esistere.
In generale il personaggio conduce una vita
anormale quando risulta totalmente asservito alle regole,
senza che nemmeno per un istante l’anima possa soddisfare almeno il
suo bisogno fondamentale: quello di
vivere senza essere sottomesso passivamente alle regole fino
a perdere ogni dignità, fino a diventare un “vecchio somaro” che
gira la stanga della nòria d’un vecchio mulino con tanto di
paraocchi, senza sentire che un po’ più in là c’è la vita. La
reazione, scatenata da un accidente
qualsiasi, come il fischio del treno, lo strappo di un filo d’erba,
una frase ingenuamente pronunciata, l’inciampare contro un sassolino
per strada, serve a portare l’individuo in una dimensione più umana,
perché libera da condizionamenti esterni.
Il personaggio, come Enrico IV o Ciampa, Belluca o Chiàrchiaro,
nella sua ribellione contro le regole rifiuta la
realtà imposta dalle norme, perché in essa ogni possibilità
di vita si cristallizza nella forma, come vedremo più avanti.
La ribellione si realizza in due modi:
1) - o circoscritta al personaggio,
senza coinvolgimento diretto di altre persone se non in modo
occasionale, come il caso di Belluca ne
Il treno ha fischiato, nel quale la reazione contro il
capufficio rappresenta la reazione contro la situazione generale
negativa;
2) - o coinvolgendo direttamente la massa,
come nella novella La patente,
nella quale Chiàrchiaro, ritenuto da tutti uno jettatore, perde il
lavoro e la possibilità di vivere una vita decorosamente
accettabile, spingendo la propria ribellione fino a sfruttare la
stessa superstizione popolare che lo ha costretto all’isolamento.
Per capire l’opera pirandelliana, e il fondamento stesso della vita
sociale della prima metà del Novecento, bisogna, quindi, ribaltare
il concetto di normalità-anormalità,
nel quale la normalità pirandelliana non è solo il banale rifiuto della norma,
ma il suo superamento, che ha come obiettivo i grandi valori umani,
che sono i veri bisogni da soddisfare.
4. Realtà - Non Realtà
Anche in questo caso abbiamo due distinte dimensioni, perché ciascuno vede la realtà secondo le proprie idee e i propri sentimenti, in un modo diverso da quello degli altri: a fronte della realtà esterna che si presenta una e immutabile, abbiamo le centomila realtà interne di ciascun personaggio, per cui la vera realtà è nessuna. I due aspetti sono:
1) la dimensione della realtà oggettuale, che è esterna agli individui e che apparentemente è uguale e valida per tutti, perché presenta per ognuno le stesse caratteristiche fisiche ed è la non-realtà inafferrabile e non riconoscibile: ciò che resta nell’anima dell’individuo è la sua disintegrazione in tante piccole parti quante sono le possibilità concrete dell’individuo di vederla;
2) la dimensione della realtà
soggettuale, che è la particolare visione che ne ha il personaggio, dipendente dalle condizioni sia individuali che sociali, ed abbiamo tante dimensioni quanti sono gli individui e quanti sono i momenti della vita dell’individuo.
Della realtà oggettuale esterna, così fissa ed immutabile, noi non cogliamo che quegli aspetti che sono maggiormente confacenti a una delle nostre anime (vedi il concetto di umorismo), al particolare momento che stiamo vivendo, in base al quale riceviamo dalla realtà certe impressioni, certe sensazioni che sono assolutamente individuali e non possono essere provate da tutti gli altri individui.
Per i personaggi pirandelliani non esiste, quindi, una realtà oggettuale, ma una realtà soggettuale, che, a contatto con la realtà degli altri, si disintegra e si disumanizza, come avviene per Moscarda, il protagonista del romanzo Uno nessuno centomila, che scopre all’improvviso di non essere più quello che credeva dal momento in cui la moglie Dida gli dice che ha il naso che pende verso destra: un banale accidente che lo porterà a capire che gli altri lo vedono in un modo diverso da come lui si era sempre visto. Avremo, quindi:
a) come la realtà è vista dal personaggio;
b) come la realtà esterna si impone al personaggio;
c) come il personaggio crede che gli altri vedano la realtà.
Questa triplice concezione della realtà porta Pirandello al di là della concezione umoristica, nella quale la riflessione tende a far scoprire il contrasto fra l’illusione comica del personaggio che si crea una realtà sua che crede uguale per tutti e l’esistenza di un dramma esistenziale nel quale ogni personaggio si rende conto che le realtà sono CENTOMILA e tutte ugualmente lontane dalla propria coscienza, e perciò inconoscibili.
5. Il concetto di Realtà dal
Verismo al Decadentismo
Il dramma rappresentato da Pirandello rimane sempre quello della
realtà: erede di Capuana e Verga, egli parte dalle ragioni profonde
del verismo e del naturalismo, nelle quali gli scrittori credevano
di aver trovato una dimensione oggettuale assoluta del personaggio
valida per tutti e indiscutibile.
Anche i personaggi pirandelliani
sono tratti dalla quotidianità esistenziale e in una forma o
nell’altra si realizzano come esseri viventi, o esistenti, ma essi
non sono soltanto persone: sono personaggi che esprimono una
profonda conflittualità morale e spirituale, oltre che sociale,
nella quale scompaiono tutte le certezze che hanno caratterizzato i
veristi e nella quale si dibattono lottando per cercare una
soluzione a loro modo definitiva. Nel conflitto tra l’essere
secondo i propri bisogni e l’esistere
secondo la forma che viene data
al personaggio dagli altri, il fenomeno della
realtà oggettuale e concreta resta una chimera
irraggiungibile e sfugge ad ogni presa: questo conflitto e la
impossibilità di raggiungere la realtà è il fondamento del dramma
dei personaggi nell’opera pirandelliana e dell’uomo del Novecento.
Per Pirandello la condizione umana è tutta contratta in un’atroce
alternativa:
¨
- o si è trascinati dagli avvenimenti dell’esistenza, inafferrabile,
precipitosa, sorprendente e mutevole, che con moto perpetuo mira a
disfare le forme dell’essere e a cancellare dai volti perfino
l’impressione lasciata talvolta dal dolore,
¨
- o si rimane bloccati nel circolo chiuso della propria coscienza,
che vincola ciascuno ad un istante del tempo infinito, ad una
passione, ad un evento fra i tanti possibili, confinandolo in una
solitudine dalla quale è impossibile uscire.
Tutta l’esistenza si fonda sul dilemma:
o la realtà ti disperde e
disintegra, o ti vincola e ti incatena fino a soffocarti.
Ciascun personaggio può conoscere soltanto quella particella di
realtà alla quale riesce a dare una forma, per cui ognuno potrà
riconoscersi nella forma che si
dà e mai nella forma che gli
viene data:
La realtà che io ho per voi è nella forma che voi mi date; ma è
realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella
forma che io vi do, ma è realtà per me e non per voi; e per me
stesso io non ho altra realtà se non quella forma che riesco a
darmi. E come? ma costruendomi, appunto.
6. Il personaggio pirandelliano
Occorre
innanzitutto fare una distinzione fra
persona e personaggio.
a)
- La
persona è l’individuo libero, non ancora sottoposto alle
norme di qualsiasi provenienza esse siano; vede la realtà in maniera
oggettiva e fonda la propria vita sulla convinzione, o perlomeno
sull’opinione, che la realtà stessa venga vista e sentita allo
stesso modo anche dagli altri. La
persona, libera ed informe, può assumere una
forma, costretta dall’esterno o spinta da un impellente
bisogno interno. Una caduta da cavallo provocata da un rivale
(costrizione esterna) fa assumere a una persona, senza nome nella
realtà, la figura di Enrico IV, ch’essa stava accidentalmente
rappresentando durante una festa carnevalesca in costume medievale;
una volta guarita, rendendosi conto della realtà e del comportamento
di coloro che aveva ritenuto amici e che avevano agito e tramato
contro di lui, assume definitivamente e volontariamente la figura di
Enrico IV (bisogno interno), non tanto per sfuggire alle norme e
alla comune giustizia (dopo aver smascherato e ucciso Belcredi, suo
rivale in amore ma anche amico di gioventù e di bagordi), quanto per
vivere un’esistenza finalmente in linea con i bisogni del suo
spirito, dopo il riconoscimento del fallimento e del tramonto stesso
della sua esistenza.
b) -
Il personaggio, invece, nella
vita come nella fantasia creatrice
dello scrittore, è l’individuo fissato in una
forma, che compie sempre gli stessi gesti per l’eternità o
finché non entra in un’altra forma.
Il personaggio, sottoposto a
norme fisse ed inderogabili, porta una tragica
maschera, recita sempre le stesse battute, portando un mondo
di sentimenti che gli altri non avranno mai la forza di penetrare e
di rivelare: sono i personaggi
vivi della fantasia creatrice.
Sulla creazione del personaggio,
così dice il dott. Fileno al Pirandello nella novella
La tragedia di un personaggio:
Nessuno
può sapere meglio di lei che noi siamo esseri vivi, più vivi di
quelli che respirano e vestono panni; forse meno reali, ma più veri!
Si nasce alla vita in tanti modi, caro signore; e lei sa bene che la
natura si serve dello strumento della fantasia umana per proseguire
la sua opera di creazione. E chi nasce mercé di quest’attività che
ha sede nello spirito dell’uomo, è ordinato da natura a una vita di
gran lunga superiore a quella di chi nasce dal grembo mortale d’una
donna. Chi nasce personaggio, chi ha la ventura di nascere
personaggio vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più!
Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento naturale della creazione; la
creatura non muore più. E per vivere eterna non ha mica bisogno di
straordinarie doti o di compiere prodigi. Mi dica lei chi era Sancho
Panza! Mi dica lei chi era don Abbondio! eppure vivono eterni,
perché - nati vivi germi - ebbero la ventura di trovare una matrice
feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire per
l’eternità.
Dal
discorso di Fileno possiamo capire due cose:
1) - la vera
forma dell’esistenza è quella del personaggio, anche se
nell’opera pirandelliana abbiamo un fluire continuo dalla persona al
personaggio e viceversa. Tipico esempio è il dramma
Sei personaggi in cerca d’autore, nel quale troviamo la netta
distinzione tra i sei personaggi e gli attori, persone che non sono
ancora entrate nella parte, che nulla rappresentano e che,
soprattutto, non hanno alcuna forma. In generale possiamo affermare,
anche se un po’ schematicamente, che nell’opera pirandelliana a una
prima parte in cui vediamo agire individui che sono ancora persone,
corrisponde una seconda parte, in cui le persone assumono tutte le
caratteristiche dei personaggi;
2) - La fantasia creatrice
dello scrittore domina sui personaggi, e non viceversa, come la
natura domina sugli esseri umani e crea uomini e cose. Per questo
molti critici hanno parlato di una ostilità di Pirandello nei
confronti dei suoi personaggi, come se questi gli scatenassero
dentro un senso di ripugnanza, perché visti nelle loro miserie e
debolezze.
Il
contrasto fra Pirandello e i suoi personaggi nasce dalla volontà
dello scrittore di mettere a nudo l’anima dei personaggi, di
scomporne l’apparente impassibilità e indifferenza di fronte ai casi
della vita e di capirne l’intima composizione per metterne in mostra
la loro vera forma che si
concretizzerà una volta per tutte. Ed è contro questo atteggiamento
dell’artista che i personaggi tendono a ribellarsi, a mostrarsi
insofferenti, per impedire la spietata analisi che inevitabilmente
ne metterà a nudo miserie e grandezze, ma anche per essere descritti
così come essi si sentono e sono veramente dentro.
L’uomo
non ha della vita un’idea, una nozione assoluta, bensì un sentimento
mutabile e vario, secondo i tempi, i casi la fortuna. Ora la logica,
astraendo dai sentimenti le idee, tende appunto a fissare quel che è
mobile, mutabile, fluido; tende a dare un valore assoluto a ciò che
è relativo. E aggrava un male già grave per se stesso. Perché la
prima radice del nostro male è appunto in questo sentimento che noi
abbiamo della vita.
7. Rapporti tra personaggi
La ribellione si realizza in due modi: il personaggio non ha nessun’àncora di salvezza, nessuno scoglio cui
aggrapparsi per mutare la propria
maschera o per andare oltre i limiti imposti dalla
fantasia creatrice dello scrittore: non ha nessuna
possibilità di instaurare rapporti umani con gli altri personaggi,
perché ciascuno è obbligato a recitare la sua parte indefinitamente
e indipendentemente da quella rappresentata dagli altri: deve
accontentarsi, rassegnarsi a recitare la propria parte e
capire che solo nella rappresentazione della propria parte può
diventare personaggio vivo.
Proprio sul piano di questo rapporto si verifica la disintegrazione
fisica e spirituale dei personaggi che possiamo riassumere in tre
punti essenziali che sono la teoria
della triplicità esistenziale:
1) - come il personaggio vede se stesso;
2) - come il personaggio è visto dagli altri;
3) - come il personaggio crede di essere visto dagli altri.
Le conseguenze della triplicità
sono tre:
1) - il personaggio è uno quando
viene messa in evidenza la realtà-forma che lui si dà;
2) - è centomila quando viene
messa in evidenza la realtà-forma che gli altri gli danno;
3) - è nessuno quando si accorge
che ciò che lui pensa e ciò che gli altri pensano non è la stessa
cosa, quando la propria realtà-forma
non è valida sia per sé che per gli altri, ma assume una dimensione
per sé e un’altra per ciascuno degli altri .
La triplicità è un elemento
tecnico che serve al Pirandello per esaminare come i personaggi sono
fatti veramente dentro e capire come essi
si vedono. UNO—CENTOMILA—NESSUNO~
sono le tre dimensioni dell’essere e della realtà del personaggio,
nelle quali possiamo trovare l’origine dell’alienazione
e della forma:
¨ - abbiamo l’alienazione
quando la dimensione
UNO lascia il posto alla
dimensione NESSUNO, e il personaggio si rende conto di dover vivere non per
come si crede di essere ma per come gli altri credono che lui sia;
¨ - abbiamo la
forma quando la
dimensione UNO si
concretizza in una delle CENTOMILA
dimensioni che gli altri danno al personaggio.
La conseguenza della disintegrazione del personaggio nelle tre
dimensioni è la profonda coscienza nel personaggio sia di non poter
conoscere se stesso e gli altri, sia di non poter superare la
condizione di solitudine, determinata dall’evidente impossibilità di
comunicazione, in quanto ognuno possiede non solo
UNA
ma CENTOMILA
dimensioni, non solo UNA ma
CENTOMILA forme, nelle quali realizzare il
gioco delle parti.
La molteplicità delle condizioni esistenziali si presenta al
personaggio come una drammatica scoperta, nella quale tutto diventa
inutile, perché il personaggio non è più
UNO, ma tanti quanti sono quelli che lo vedono, addirittura
tanti quanti sono gli stati d’animo di coloro che lo vedono, lo
conoscono o credono di conoscerlo; ed è anche
NESSUNO, perché nessuna di quelle forme che gli altri gli
danno corrisponde a quella che lui si dà o che ritiene di avere. E
il dramma nel personaggio diventa ancor più profondo quando si rende
conto che ciascuna di quelle forme è come un’ombra estranea, e si
rende conto che come le ombre provengono dal corpo ma non sono il
corpo, così le forme ci fanno vedere il personaggio ma non sono il
personaggio stesso.
8. I personaggi e la forma
La forma è la
maschera, l’aspetto esteriore che l’individuo-persona assume
all’interno dell’organizzazione sociale per propria volontà (come
Enrico IV nell’epilogo del dramma) o perché gli altri così lo vedono
e lo giudicano: è nella forma
che l’individuo-persona diventa personaggio.
La forma è determinata dalle
convenzioni sociali, dalla ipocrisia, che è alla base dei rapporti
umani, regolati più dall’egoistica valutazione di vantaggi e
svantaggi o da meschine preoccupazioni per i propri interessi, che
da un vero attaccamento ai grandi valori. L’illusione nella
quale vivono i personaggi viene scoperta e messa a nudo attraverso
una riflessione che scompone
ogni cosa fin nei suoi aspetti più nascosti e che i personaggi
stessi non oserebbero confessare.
Più rigida è la forma-maschera,
più l’uomo si allontana dalla verità, dalla realtà, dalla normalità.
Esiste una forma, nella tematica
pirandelliana, che
a) - l’individuo-personaggio dà a se stesso;
b) - gli altri danno all’individuo-personaggio;
c) - l’individuo-personaggio crede che gli altri gli diano;
d) - gli altri danno all’individuo-personaggio
e) - ciascun individuo e ciascun personaggio crede di darsi nei
rapporti con gli altri.
È questo il ragionamento di Moscarda in
Uno nessuno centomila:
In astratto non si è. Bisogna che s’intrappoli l’essere in una
forma, e per alcun tempo si finisca in essa, qua o là, così o così.
E ogni cosa, finché dura, porta con sé la pena della sua forma, la
pena d’essere così, e di non poter più essere altrimenti...
E come le forme gli atti.
Quando un atto è compiuto, è quello; non si cangia più. Quando uno,
comunque, abbia agito, anche senza che poi si senta e si ritrovi
negli atti compiuti, ciò che ha fatto resta: come una prigione per
lui. Se avete preso moglie, o anche materialmente, se avete rubato e
siete stato scoperto; se avete ucciso, come spire e tentacoli vi
avviluppano le conseguenze delle vostre azioni; e vi grava sopra,
attorno, come un’aria densa, irrespirabile, la responsabilità che
per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non
previste, vi siete assunta.
Quando il personaggio scopre di
essere calato in una forma
determinata da un atto accaduto una sola volta e di essere
riconosciuto attraverso quell’atto e identificato in esso, come può
essere identificato in centomila altri atti diversi ma tutti
ugualmente soffocanti, cade in una condizione angosciosa senza fine,
perché si rende conto che
¨ - la realtà di un momento è destinata a cambiare nel
momento successivo,
¨ - la realtà è un'illusione perché non si identifica in nessuna delle forme che
gli altri gli hanno dato.
¨ - la
realtà è un’illusione perché non si identifica in nessuna
delle forme che gli altri gli hanno dato.
Accanto alle centomila forme,
che cambiano in continuazione, a seconda delle circostanze nelle
quali agisce, esiste una forma
che incatena il personaggio per tutta la vita determinandone gli
atti: una forma che non cambia
mai se non quando scompare il personaggio stesso.
È quanto accade, ad esempio, nella novella
La carriola al personaggio principale, del quale l’autore non
ci dice nemmeno il nome, perché potrebbe essere chiunque,
caratterizzato soltanto dai suoi titoli onorifici, scientifici e
professionali. Un giorno, mentre torna a casa in treno, stanco e un
po’ annoiato, si appisola e comincia a sentire piano piano che gli è
estraneo tutto ciò che fino a quel momento ha vissuto, tutto ciò che
ha creato e gli altri hanno creato per lui sulla base delle
convenzioni che legano i rapporti sociali.
Scopre all’improvviso di non aver mai vissuto per sé e di non poter
riconoscere come sua quella vita; il suo spirito non si ritrova più
in colui che tutti ricercano, rispettano, ammirano, “di cui tutti
volevan l’opera, il consiglio, l’assistenza, senza mai dargli un
momento di requie”. Scopre, insomma, la
forma, quel modo di vivere che si era trascinato dietro fino
a quel momento senza saperlo, subendolo come una cosa morta.
Perché ogni cosa è una morte.
Pochissimi lo sanno; i più, quasi tutti lottano, s’affaticano per
farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una
forma; raggiuntala credono d’aver conquistato la loro vita, e
cominciato invece a morire.
Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi
più da quella forma moribonda
che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’essere
vivi. Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o
che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in
cui ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla, questa
forma, è segno che la nostra vita non è più in essa...
Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto.
Conoscersi è morire.
Quando finalmente conosce se stesso, anche in rapporto agli altri e
in rapporto alla realtà, il personaggio si sente soffocato e
schiacciato dalla forma, da
questo modo di essere che noi chiamiamo vita e che, invece,
rappresenta la morte.
9. Forma uguale maschera
¨ - la
realtà è un’illusione perché non si identifica in nessuna
delle forme che gli altri gli hanno dato.
Abbiamo già detto che i concetti di
forma nelle novelle e nei romanzi e di
maschera nella produzione teatrale sono equivalenti.
¨ - la
realtà è un’illusione perché non si identifica in nessuna
delle forme che gli altri gli hanno dato.
È nella maschera che ritroviamo
un contrasto più profondo fra
illusione e realtà, fra
l’illusione che la propria realtà sia uguale per tutti e la realtà
che si vive in una forma, dalla
quale il personaggio non potrà
mai salvarsi.
¨ - la
realtà è un’illusione perché non si identifica in nessuna
delle forme che gli altri gli hanno dato.
La maschera è la
rappresentazione più evidente della condanna dell’individuo a
recitare sempre la stessa parte, imposta dall’esterno, sulla base di
convenzioni che reggono l’esistenza della massa.
¨ - la
realtà è un’illusione perché non si identifica in nessuna
delle forme che gli altri gli hanno dato.
Nella società l’unico modo per evitare l’isolamento è il
mantenimento della maschera:
quando un personaggio cerca di rompere
la forma, o quando ha capito il gioco, inevitabilmente viene
allontanato, rifiutato, non può più trovare posto nella massa in
quanto si porrebbe come elemento di disturbo in seno a quel vivere
apparentemente rispettabile, in quanto sottomesso alle norme, ma
fondamentalmente condannabile, in quanto affossatore dei bisogni
basilari dell’uomo.
¨ - la
realtà è un’illusione perché non si identifica in nessuna
delle forme che gli altri gli hanno dato.
La maschera, comunque non può essere presa come un elemento negativo
in modo assoluto, perché come rileva anche C. Alvaro, sotto di essa
il personaggio cerca di “riguadagnare il senso vero della
personalità umana, e qualcosa che supera la stessa personalità e
volontà dell’uomo ”.
La maschera è il simbolo,
in negativo del rifiuto delle false convenzioni sociali,
dello sfruttamento dei pochi sulle masse e della schiavitù dell’uomo
sottomesso a norme che lo costringono a un’esistenza disumanizzata;
in positivo del tentativo di un ritorno alla verità,
riconquistata dopo averla sezionata nelle sue mille sfaccettature e
nelle mille impressioni che da essa ciascuno riceve. Sotto la
maschera l’uomo si rivolta, come Enrico IV, come tutti i
personaggi che, sfuggendo alle norme, vogliono riconquistare un
proprio spazio vitale e un valore morale dei sentimenti.
10. La Forma e l'Accidente
Sia nella struttura dell’opera teatrale che in quella narrativa,
troviamo spesso un elemento tecnico di grande importanza che tende a
rompere la forma.
La rottura della forma, se da un
lato ridona nuova vita al personaggio, dall’altro provoca la perdita
di quella rispettabilità di cui aveva goduto fino a quel momento
agli occhi della massa che compone il mondo variopinto e indistinto
delle persone che credono di
vivere e invece non sanno che anch’esse recitano una parte.
Nella novella Il treno ha fischiato
Pirandello rappresenta con chiarezza entrambi i concetti:
forma
Circoscritto... sì; chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni
d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi
della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non
fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e
di defalchi e prelevamenti e impostazioni... casellario ambulante: o
piuttosto vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo,
sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato,
fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si
riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno, almeno drizzare
un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare
un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate
ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur
fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse
più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue e solenni
bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella
ribellione in lui, se non come effetto d’un’improvvisa alienazione
mentale.
accidente
Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato
seguitai a riflettere per conto mio:
- A un che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè con una vita
’impossibile’, la cosa più ovvia, l’incidente più comune, un
qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo
per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si
può dar la spiegazione se non pensa appunto che la vita di
quell’uomo è ’impossibile’. Bisogna condurre la spiegazione là,
riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa
apparirà allora semplice e chiara.
Nella poetica pirandelliana l’accidente
serve a distruggere la forma,
che fa esistere il personaggio nell’alienazione e a fargli
riscoprire l’originaria personalità repressa.
L’accidente è usato soprattutto
nella novella a struttura binaria
aperta, e serve a ristabilire, secondo norme di giustizia
derivanti dalla Natura, quell’equilibrio spirituale nell’uomo e
nell’organizzazione sociale e statuale, che è stata messa in crisi
da un’errata valutazione delle qualità umane.
L’elemento dell’accidente è
rappresentato da qualsiasi cosa: il fischio d’un treno; un sasso
urtato per via, che all’improvviso si trasforma in un mondo pieno di
vita e di creatività; la frase di una donna (come nel romanzo
Uno nessuno centomila, la rivelazione del naso che pende
verso destra fatta a Moscarda dalla moglie Dida); lo strappo di un
filo d’erba nella novella Canta l’epistola:
Ora, da circa un mese egli aveva seguito giorno per giorno la breve
storia d’un filo d’erba, appunto: d’un filo d’erba tra due grigi
macigni tigrati di musco, dietro la chiesetta abbandonata di Santa
Maria di Loreto.
Lo aveva seguito, quasi con tenerezza materna, nel crescer lento tra
altri più bassi che gli stavano attorno, e lo aveva veduto sorgere
dapprima timido, nella sua tremula esilità, oltre i due macigni
ingrommati, quasi avesse paura e insieme curiosità d’ammirar lo
spettacolo che si spalancava sotto, della verde, sconfinata pianura;
poi, su, su, sempre più alto, ardito, baldanzoso, con un
pennacchietto rossigno in cima, come una cresta di galletto.
E ogni giorno, per una o due ore, contemplandolo e vivendone la
vita, aveva con esso tentennato a ogni più lieve alito d’aria;
trepidando era accorso in qualche giorno di forte vento, o per paura
di non arrivare a tempo a proteggerlo da una greggiola di capre...
Ebbene, quel giorno venendo alla solita ora per vivere un’ora con
quel suo filo d’erba, quand’era già a pochi passi dalla chiesetta,
aveva scorto dietro a questa, seduta su uno di quei due macigni, la
signorina Olga Fanelli... La signorina era sorta in piedi, forse
seccata di vedersi spiata da lui: s’era guardata un po’ attorno:
poi, distrattamente, allungando la mano, aveva strappato giusto quel
filo d’erba e se l’era messo tra i denti col pennacchietto
ciondolante.
Tommasino Unzio s’era sentito strappar l’anima e irresistibilmente
le aveva gridato: - Stupida! -.
L’accidente serve a portare
l’individuo-personaggio alla scoperta dell’originario se stesso e
trasforma il personaggio circoscritto
nella forma in persona libera
che la massa non può più comprendere né accogliere, perché questa
crea una propria mutevole condizione di vita, mutevole come l’aria,
il vento: tutto ciò che non si rapprende o assume forma, libera da
ogni aspetto di quell’alienazione che abbrutisce.
11. Follia e Alienazione
Ogni personaggio ha una sua realtà dipendente fondamentalmente da
tre fattori:
1) - tempo,
2) - ambiente geografico,
3) - rapporto con gli altri personaggi, coi quali si crea spesso un
insanabile contrasto.
La forma rappresenta la realtà
fissata per sempre, tanto che quando interviene l’accidente
che libera il personaggio, tutti pensano che la diversità di
comportamento sia dovuta all’improvvisa alienazione mentale del
personaggio, a una sua forma di follia che scatena in tutti il riso,
perché non è comprensibile da parte della massa.
La follia, o alienazione mentale, è la condizione nella quale i
fatti commessi sono caratterizzati dalla
a-normalità, dall’uscire dalle norme che regolano i
comportamenti della massa.
Solo la follia o la
a-normalità assoluta, e incomprensibile per la massa,
permette al personaggio il contatto vero con la natura, (quel mondo
esterno alle vicende umane nel quale si può trovare la pace dello
spirito) e la possibilità di scoprire che rifiutando il mondo si può
scoprire se stessi. Ma questi contatti sono solo momenti passeggeri,
spesso irripetibili perché troppo forte il legame con le norme della
società.
Così accade a Belluca, quando si ribella al capufficio in modo tanto
furioso, pronunciando parole sconnesse, poetiche e incomprensibili,
da essere portato all’ospizio per i matti.
Così accade a Enrico IV, un nobile del primo Novecento fissato per
sempre nella rappresentazione del personaggio storico da cui prende
il nome, dopo aver battuto la testa per una caduta da cavallo. In
Enrico IV troviamo l’esasperazione del conflitto fra apparenza e
realtà, fra normalità e a-normalità, fra il personaggio e la massa, fra l’interiorità e
l’esteriorità. Per superare questo conflitto il personaggio tende
sempre più a chiudersi in se stesso, per cui la a-normalità diventa
sistema di vita.
Enrico IV è il personaggio più disperato e tragico di Pirandello, e
racchiude i temi di una poetica e di una visione della vita che
porta all’isolamento e alla disgregazione, alla rottura drammatica e
totale non solo con la storia contemporanea e con la cronaca
quotidiana, ma anche con la realtà del passato e con l’illusione del
futuro. È il personaggio-maschera
che personifica la scoperta del grigiore e dell’invecchiamento delle
cose e dell’uomo, insieme alla coscienza dell’irrecuperabilità del
tempo passato, che non può più ritornare neppure nello spazio
riservato alla fantasia, perché la vigile e riflessiva ragione
avverte che le cose mutano e non ritornano mai ad essere le stesse
di una volta.
La guarigione di Enrico IV dalla pazzia, improvvisa e fisicamente
inspiegabile, proietta il personaggio nelle vicende quotidiane, ma
lo rende anche consapevole di non poter più recuperare i 12 anni
vissuti ’fuori di mente’, per cui non gli resta che fingersi ancora
pazzo dopo aver constatato che nulla era rimasto ormai della sua
gioventù, del suo amore, e che molti lo avevano tradito.
È in questa consapevolezza che la
persona diventa personaggio e prende definitivamente le sembianze di Enrico IV,
assumendo una forma immutabile agli occhi di tutti, ma non di se
stesso, rifugiandosi nel già vissuto, dove ogni effetto è
determinato da una sua causa, obbediente ad una perfetta logica,
nella quale ogni avvenimento si svolge “preciso e coerente” in ogni
suo particolare, proprio perché, essendo già vissuto, non può più
mutare.
Ogni uomo nasce dotato di una personalità che la Natura gli ha dato:
¨
- è normale quando questa
personalità si sviluppa secondo le norme della Natura stessa;
¨
- è a-normale, invece, quando,
attraverso le norme sociali, l’uomo non sviluppa più la sua
originaria personalità, ma ne acquista un’altra, secondo le norme
che la società si è imposta per sopravvivere.
L’alienazione, quindi, è
composta da una personalità espressa non secondo natura, ma secondo
le regole della società, e può essere identificata con la
maschera-forma, l’esistenza nelle centomila forme che si
creano nel corso dell’esistenza; l’accidente,
distruggendo la maschera-forma,
distrugge l’alienazione,
riportando il personaggio alla sua condizione originaria, ma
impedisce alla massa di capire il personaggio e le fa pensare che
questi è uscito di senno.
D’altra parte, proprio nell’alienazione, come nel caso di Belluca, e in quello più tragico di
Enrico IV, il personaggio riesce a risolvere la condizione
esistenziale, mentre la riflessione
serve per mettere a nudo le contraddizioni del mondo nel quale si
trova a vivere, a mettere in risalto quel senso di solitudine che un
mondo fatto di finzioni, e ormai anche di macchine, porta con sé.
Alienazione, quindi, non tanto come elemento negativo, ma come
elemento fondamentale della condizione umana, nella quale, appunto
stemperare la propria angoscia e il proprio dramma. Per questo,
Pirandello cerca nella propria opera il continuo contatto con i
lettori, e approda al teatro come definitiva ricerca del dialogo con
gli spettatori, un dialogo senz’altro più immediato e caldo di
quello che si può realizzare con i lettori, coi quali il contatto è
più artificioso ed incontrollabile, anche perché mentre il lettore
si può rifiutare di continuare a leggere, chiudendo il libro, lo
spettatore è costretto a restare seduto sulla propria poltrona fino
alla fine della rappresentazione, se non altro per educazione verso
gli altri spettatori.
Ma proprio in questo contatto, l’autore scopre l’ennesima e più
grande delusione, perché l’atto della parola diventa solo una forma
di confessione e di espiazione dei propri errori. I drammi si
compiono parlando, ma l’intima essenza di ciascuno rimane sepolta
nella coscienza e nella consapevolezza di una incomunicabilità di
natura esistenziale per la quale egli non sa né può trovare una
soluzione che dia alla sua arte il carattere di compiutezza e di
definitiva riabilitazione dell’uomo, al di là di un profondo senso
di condanna.
Alienazione, quindi, come soluzione estrema e
follia come estremo rifugio, per potersi salvare dal dramma
dell’esistenza.
12. Livello linguistico
Pirandello
distingue:
¨
- uno stile di cose,
¨
- uno
- uno
stile di
parole.
Importante è lo
stile di
cose
col quale si dà la preminenza ai fatti e ai personaggi da
rappresentare: le parole di per sè sono vuote, sono come abiti
appesi nel guardaroba che non hanno sostanza né importanza, se non
quando noi li abbiamo indossati. Sono fantasmi senza concretezza né
realtà, che acquistano un significato solo quando siamo noi a
darglielo.
Così scrive in Uno nessuno centomila:
Io posso credere a tutto ciò che voi mi dite. Ci credo. Vi offro una
sedia: sedete; e vediamo di metterci d’accordo.
Dopo una buona oretta di conversazione, ci siamo intesi
perfettamente.
Domani mi venite con le mani in faccia, gridando:
- Ma come? Che avete inteso? Non mi avevate detto così e così?
Così e così, perfettamente. Ma il guajo è che voi, caro, non saprete
mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che
voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi,
la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi,
se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite
del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle,
inevitabilmente, le riempio del senso mio.
Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto.
L’impossibilità di trovare una parola che abbia per tutti il
medesimo significato insieme a una realtà che sia valida e uguale
per tutti, senza possibilità di incomprensioni presenti o future con
il sopraggiungere della riflessione, crea una situazione di
solitudine e di incomunicabilità per cui ogni personaggio è
irrimediabilmente solo: la parola, come il gesto, diventa priva di
significato universale, perché ognuno le dà il suo significato.
Di qui la necessità di trovare e di mettere in atto uno stile di
cose, in cui le parole possano acquistare un più realistico ed
oggettivo significato proprio attraverso oggetti, sentimenti,
pensieri facilmente riconoscibili da parte di tutti.
Anche la creazione del personaggio, come l’analisi dei fatti, non
sfugge a questa regola. Il comportamento dei personaggi, l’assurdità
e il grottesco di certi avvenimenti, dipendono dall’interpretazione
che i personaggi hanno della realtà delle cose.
Uno stile fatto di cose
significa:
¨
- rifiuto dei tradizionali modelli
espressivi retorici,
¨
- rifiuto del modello verista, secondo il quale dovevano essere i
fatti a presentarsi da sé, utilizzando un
linguaggio che doveva essere quello usato nella realtà dai
protagonisti, a seconda della classe sociale cui appartenevano
(anche con forme dialettali, proverbi, ecc.).
Per far raggiungere con maggiore immediatezza al lettore la
comprensione di certe situazioni, Pirandello accentua nella
descrizione i lati grotteschi:
·
di certe azioni, come quella del personaggio de
La carriola che nel chiuso del suo studio fa camminare il suo
cane sulle zampe anteriori sollevandogli quelle posteriori:
facendogli fare la carriola,
·
di certe situazioni (come quella di Belluca ne
Il treno ha fischiato, che vive con due cieche, due figlie
vedove con sette figli scatenati in una casa troppo angusta per
l’eccessivo numero degli occupanti),
·
di certi personaggi, che si impongono con la loro bruttezza quasi
bestiale, come Matteo Falcone del romanzo
L’esclusa.
È un grottesco che richiama alla memoria una certa forma di verismo,
con la differenza che mentre nel verismo si mettevano in evidenza
gli aspetti esteriori, che avrebbero potuto essere migliori in
presenza di una migliore condizione sociale, nella quale sparisce
qualsiasi forma di bestialità, Pirandello mette in evidenza gli
aspetti interiori e le tragiche conseguenze derivate dalle piccole
cause.
Proprio attraverso la parola i personaggi cercano di uscire dal
doloroso isolamento nel quale sono costretti dall’impossibilità di
capire e capirsi. Per questo il dialogo
diventa la forma espressiva più importante, ponendo in secondo piano
la forma descrittiva e rappresentativa, anche se si svolge con molte
difficoltà, sia perché, come abbiamo visto, alle parole ciascuno dà
un suo significato, sia perché nel
dialogo ognuno cerca di nascondere i moti più nascosti del
proprio animo, le sensazioni che non si ha il coraggio di confessare
nemmeno a se stessi.
Attraverso il dialogo i
personaggi possono analizzare se stessi e capire gli altri, anche se
questo porta a soluzioni non sempre accettabili e a capire
situazioni intime che sarebbe stato meglio non capire.
In molte novelle prevale una sorta di
monologo del personaggio, che espone le sue idee con un
linguaggio discorsivo che monopolizza l’attenzione generale,
cercando di coinvolgere anche il pubblico, e quindi i lettori, ai
quali si rivolge direttamente, senza, però, aprire con essi un vero
dialogo.
Per evitare che i personaggi cadano nel vicolo cieco
dell’incomunicabilità, Pirandello inventa tecnicamente la figura del
personaggio al di fuori dell’azione che introduce la riflessione e crea un contatto
tra i personaggi e i lettori, tra gli attori e il pubblico
spettatore, per far diventare tutti partecipi e protagonisti dello
stesso dramma, in quanto tutti vivono la stessa situazione di
solitudine.
La riflessione serve al
personaggio-fuori-azione, che spesso è lo stesso Pirandello, a
mettere a nudo le contraddizioni del mondo nel quale vivono i
protagonisti dell’azione e quella condizione di solitudine che è già
dentro il mondo moderno, fatto di macchine, che porta a un vivere
falsato nella sua naturalità e genera nell’uomo un senso d’angoscia
irrisolvibile perché lo circoscrive nell’alienazione.
Ma proprio in quel contatto, il
Pirandello—personaggio—fuori—azione scopre l’ennesima e più profonda
delusione: il dialogo come atto
di parola è solo una forma di confessione che resta
circoscritta al personaggio senza diventare universale ed oggettiva e una forma
di espiazione dei propri errori.
I drammi si compiono parlandone (da questo, insieme a venature di
carattere filosofeggiante, l’accusa di pirandellismo), ma tutto
tornerà ad essere sepolto nella coscienza di ognuno e nella
condizione di solitudine esistenziale alla quale nessuno può né sa
trovare una soluzione.
E lo stesso Pirandello nella sua arte non sa trovare un carattere di
compiutezza per l’uomo del Novecento e non tenta una sua qualche
riabilitazione, ma lo lascia immerso nei tanti problemi e nelle
tante illusioni che con sempre maggior forza si scontrano con la
realtà esterna. In questa incompiutezza troviamo le due guerre
mondiali, lo scontro EST-OVEST, il capitalismo borghese contro il
comunismo capitalista di stato, l’individualismo contro il
collettivismo e, infine, la perpetuazione della società universale
nella quale gli oppressori (ricchi, potenti) stanno sempre da una
parte e gli oppressi (poveri, deboli) stanno sempre dall’altra.
13. L'arte umoristica
Dopo aver spiegato il procedimento dell’arte umoristica nelle sue
componenti (avvertimento del contrario vs aspetto comico
produce riso, e sentimento del contrario vs aspetto
drammatico produce dolore),
vediamo di capire meglio l’intimo processo dell’arte umoristica,
cioè la tecnica con cui Pirandello affronta e descrive
realtà e personaggi,
citando dal Saggio su l’umorismo:
... L’arte, come tutte le
costruzioni ideali o illusorie, tende a fissar la vita: la fissa in
un momento o in varii momenti determinati: la statua in un gesto, il
paesaggio in un aspetto temporaneo, immutabile... L’arte in genere
astrae e concentra, coglie cioè e rappresenta così degli individui
come delle cose, l’idealità essenziale e caratteristica. Ora pare
all’umorista che tutto ciò semplifichi troppo la natura e tenda a
rendere troppo ragionevole o almeno troppo coerente la vita. Gli
pare che delle cause, delle cause vere che muovono spesso questa
povera anima umana agli atti più inconsulti, assolutamente
imprevedibili, l’arte in genere non tenga quel conto che secondo lui
dovrebbe. Per l’umorista le cause, nella vita, non sono mai così
logiche, così ordinate, come nelle nostre comuni opere d’arte, in
cui tutto è, in fondo, combinato, congegnato, ordinato ai fini che
lo scrittore si è proposto.
L’arte di Pirandello non rispecchia la ’realtà’ così come
comunemente è intesa, ma va alla ricerca delle piccole cause che
generano conseguenze imprevedibili e sono troppo spesso ritenute
insignificanti.
Sono le piccole cause che fanno cadere le illusioni in cui culliamo
le nostre certezze e fanno crollare le forme fittizie che ci siamo
creati.
Pirandello raccoglie i casi comuni della vita, che diventano
particolari per le cause vere che li generano e che non sempre gli
uomini riescono a cogliere e a sentire. Le azioni sono messe in
rilievo da un fondo di vicende ordinarie e comuni che però si
trovano in contraddizione con gli aspetti ideali della vita, che,
non potendosi realizzare nella realtà quotidiana, costringono gli
uomini a commettere fatti contrari a quelle azioni ideali così ben
costruite nella logica e nelle illusioni.
E le azioni non sono descritte nella loro globalità, ma nei
particolari contrasti e nelle contraddizioni quotidiane che mutano
di momento in momento senza una logica apparente, spesso in
opposizione con la logica tanto vantata da tutti ma troppo spesso
irrealizzabile.