Con l’avvento del Decadentismo entra in crisi la figura tradizionale di
poeta-vate, cioè dell’intellettuale che, in quanto depositario di una superiore
verità, assume nei confronti del pubblico il ruolo dell’educatore e del
formatore di coscienze. Questo atteggiamento ideologico condiziona naturalmente
anche la forma, che deve adeguarsi al livello retorico dell’esortazione e della
persuasione.
Con Pirandello scompare invece questa figura di intellettuale e se ne afferma
un’altra che alla sintesi ed alla mistificazione sostituisce l’analisi e la
demistificazione, con una notevole presenza del momento critico razionale nella
creazione artistica.
Approfondire le cause di questo mutamento istituzionale del ruolo
dell’intellettuale significa anche restituire a Pirandello la sua giusta
collocazione culturale di scrittore d’opposizione.
La critica marxista, con Salinari, ha approfondito le motivazioni storiche e
culturali dell’isolamento di Pirandello.
Nel suo volume sul nostro decadentismo, il critico attribuisce a Pirandello la
caratteristica di rappresentare la coscienza della crisi che Pascoli, D’Annunzio
e Fogazzaro espressero rispettivamente attraverso i miti del “fanciullino”, del
“superuomo” e del “santo”.
In questo atteggiamento di opposizione alla cultura ufficiale (dannunziana e
crociana), e per una particolare coscienza della crisi, Pirandello appare
piuttosto un isolato in ambito italiano ed europeo. Il contrasto fra illusione e
realtà, fra le forme e la vita, non è solo un’intuizione psicologica o
filosofica; essa si innesta invece in una esperienza storica collettiva, comune
ai gruppi intellettuali della piccola borghesia cui Pirandello apparteneva.
Nel contesto di questa esperienza collettiva l’illusione è data dai grandi
ideali di libertà, di giustizia e di patria, che sono il patrimonio ideale del
Risorgimento, il quale sembrava come tradito e rinnegato dalla classe dirigente
postunitaria. Nell’aver coscienza di questa esperienza storica Pirandello non si
differenzia soltanto dall’Italia ufficiale, ma anche dagli atteggiamenti di
quella parte dello spirito pubblico che si poneva all’opposizione,
nazionalistica, socialista o radicale: e se ne differenzia per un pessimismo più
profondo e per un senso amaro di sconfitta.
L’arco dello sviluppo di Pirandello è lo sviluppo dal verismo al decadentismo,
dal regionalismo al cosmopolitismo, che caratterizza in quel periodo tutta la
nostra cultura. Ma non può essere assimilato a nessuna delle correnti ideali che
allora si manifestavano. Certamente gli orientamenti ideali e di gusto di
Pirandello erano profondamente incontrasto con quelli dannunziani. Viene
rifiutato soprattutto l’atteggiamento retorico e l’esasperazione della forma, in
nome di un’arte “umoristica” che, secondo la definizione pirandelliana,
ama una “intimità di stile”, una maggiore capacità di concentrazione per
consentire al momento critico di intervenire nella creazione artistica.
L’ostilità a D’Annunzio non può spiegarsi solo con l’antiletterarietà di
Pirandello: bisognerà pensare anche allo scarsissimo peso che hanno nella sua
arte le suggestioni sessuali e, soprattutto, alla caratteristica essenziale
della sua arte che tende a scomporre continuamente il sentimento e non è
conciliabile con quella “tutta sensi e impressioni” propria di
D’Annunzio.
Le due concezioni del mondo sono antitetiche: in D’Annunzio la volontà di vivere
si afferma come superamento degli ostacoli, sia pure nella solitudine del
Superuomo; in Pirandello talevolontà ripiega sconfitta ed impotente. Tuttavia,
l’isolamento di Pirandello non può essere spiegato soltanto con la sua
opposizione all’arte dannunziana.
Il fatto è che egli si trova all’opposizione dello stesso movimento
intellettuale che attraverso la liquidazione del positivismo approdava a un
idealismo ottimistico e uno spiritualismo decadente, a uno scetticismo e
pessimismo di maniera, ovattato e crepuscolare. Pirandello partecipa certamente
alla dissoluzione del positivismo e all’affermarsi di esigenze spiritualistiche
e idealistiche.
Ma gli è profondamente estraneo anche il modo in cui l’idealismo e lo
spiritualismo venivano affermandosi in Italia. Egli è infatti lontano dalla
corrente di pensiero che ebbe maggior peso nella rinascita dell’idealismo e
nella sconfitta del positivismo, vale a dire dallo storicismo crociano.
Diversi erano i punti di divergenza: la polemica sulla concezione dell’arte, in
quanto Croce disconosceva il momento critico della creazione artistica; la
polemica sul gusto, che in Croce era un gusto classico, di composizione
esteriore e interiore, di accordo logicamente ordinato, mentre in Pirandello è
un gusto umoristico che inevitabilmente scompone.
Infine la concezione globale del mondo era ottimistica in Croce, fondata sulla
fiducia nel pensiero, sulla creatività dello spirito e su una considerazione
positiva della società liberale e borghese; tale concezione è invece in
Pirandello sostanzialmente pessimistica ed irrazionalistica nella sua apparente
razionalità.
Alcuni critici hanno ritenuto di indirizzare la loro ricerca verso quelle
correnti di pensiero che, in nome di una rivolta idealistica contro il
positivismo, aprivano le porte del nostro paese alle esperienze europee più
vivaci e moderne. Una certa cautela è però d’obbligo.
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