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2. Portare a termine il mito
Soffermiamoci ancora nei dintorni del Fu Mattia Pascal, per ricordare
come non poche delle teorie e dei princìpi esposti nel romanzo verranno ripresi
nel saggio L’umorismo di quattro anni dopo, che per tanti aspetti assolve
alla funzione di giustificazione a posteriori nei confronti del romanzo,
illustrando la poetica e la «filosofia » (intesa in senso lato) dalla quale
nasce un monstrum come appunto apparve ai contemporanei la narrazione
anticlassica e irriverente del bibliotecario Pascal
(10).
Il principio vale anche per la cosiddetta «lanterninosofia» – teoria certo più
poetica che filosofica, come dimostra la modalità integralmente metaforica della
sua esposizione – che ritroviamo naturalmente nell’Umorismo, e
precisamente nella sua ultima e più ‘lirica’ parte, dove tuttavia la metafora
dei lanternini subisce un’importante integrazione che la introduce all’interno
di un orizzonte mitico: il lanternino, il lume che proietta la debole luce della
coscienza umana, si precisa infatti mitologicamente come il fuoco che Prometeo
ha donato agli uomini:
Gli antichi favoleggiarono che Prometeo rapì una favilla al sole per farne
dono agli uomini. Orbene, il sentimento che noi abbiamo della vita è appunto
questa favilla prometèa favoleggiata. Essa ci fa vedere sperduti su la terra;
essa projetta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal
quale è l’ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe, se la favilla non
fosse accesa in noi; ombra che noi dobbiamo purtroppo creder vera, fintanto che
quella ci si mantiene viva in petto. […] Se tutto questo mistero, in somma, non
esistesse fuori di noi, ma soltanto in noi, e necessariamente, per il famoso
privilegio del sentimento che noi abbiamo della vita? […] Forse abbiamo sempre
vissuto, sempre vivremo con l’universo; anche ora, in questa forma nostra,
partecipiamo a tutte le manifestazioni dell’universo; non lo sappiamo, non lo
vediamo, perché purtroppo quella favilla che Prometeo ci volle donare ci fa
vedere soltanto quel poco a cui essa arriva.
E domani un umorista potrebbe
raffigurar Prometeo sul Caucaso in atto di considerare malinconicamente la sua
fiaccola accesa e di scorgere in essa alla fine la causa fatale del suo
supplizio infinito. Egli s’è finalmente accorto che Giove non è altro che un suo
vano fantasma, un miserevole inganno, l’ombra del suo stesso corpo che si
projetta gigantesca nel cielo, a causa appunto della fiaccola ch’egli tiene
accesa in mano. A un solo patto Giove potrebbe sparire, a patto che Prometeo
spegnesse la candela, cioè la sua fiaccola. Ma egli non sa, non vuole, non può;
e quell’ombra rimane, paurosa e tiranna, per tutti gli uomini che non riescono a
rendersi conto del fatale inganno.
(Pirandello 1970, pp. 155-56)
La presenza del mito di Prometeo – caro ai romantici
(11), a d’Annunzio e presto anche ai futuristi
– è già un elemento di per sé significativo, su cui pure la critica
pirandelliana non sembra aver appuntato la propria attenzione in maniera
particolare.
E tuttavia il punto importante non è
tanto quale mito Pirandello rielabori, bensì la modalità di quella
rielaborazione. Nella sua versione del mito, infatti, Pirandello opera un primo
fondamentale rovesciamento: il fuoco donato da Prometeo (tradizionale simbolo
della ragione umana da un lato, del sentimento dall’altro) non è più un dono di
inestimabile valore bensì un grave danno per l’Umanità, poiché è la fonte di una
visione illusoria e deformata del reale – la comunione dell’Essere universale –
e quindi, in accordo con la filosofia di Schopenhauer
(12), l’origine del principio di
individuazione in cui risiedono tutti i mali spirituali e intellettuali
dell’uomo. Viene così abolita la lunga tradizione di glorificazione del gesto
prometeico, cioè del gesto eroico per eccellenza: quello di colui che osa
sfidare i limiti imposti dagli dèi per acquistare un bene di suprema importanza
individuale (la conoscenza, faustianamente intesa) o collettiva. In una
ipotetica evoluzione coerente e consequenziale della elaborazione del mito,
dunque, la posteriore riassunzione della simbologia prometeica da parte del
futurismo (di cui abbiamo analizzato alcuni esempi nel primo capitolo) dovrebbe
venire considerata un irragionevole ritorno indietro.
Ma Pirandello non si arresta qui. Il suo Prometeo, infatti, non solo ha causato
la rovina dell’Umanità con il suo dono, ma ha anzi prima di tutti ingannato se
stesso: poiché il dio al quale crede di aver recato il supremo oltraggio, e che
gli impone il suo eterno castigo, è in realtà egli stesso il frutto
dell’illusione che il suo dono ha causato. Un’illusione che per giunta comincia
a vacillare, se il titano ha compreso che l’immagine che egli crede essere Giove
non è altro che «l’ombra del suo stesso corpo che si projetta gigantesca nel
cielo». Ma se Giove non esiste, se la Legge non esiste, l’oltraggio e la
tremenda nemesi sono essi pure, necessariamente, illusori: il fato di Prometeo,
non più eroe perché privato del conflitto tragico, è rovesciato in una sorta di
farsa metafisica. Se posso usare un’immagine un po’azzardata, è come se
Pirandello si fosse arrampicato sul ramo più alto della elaborazione millenaria
del mito prometeico e, da lassù, avesse cercato di tagliare il tronco della
pianta alla sua base, impedendo qualsiasi possibilità di ricrescita su quella
vecchia base.
Una simile operazione rientra in quel
particolare tipo di rielaborazione del mito che Hans Blumenberg ha chiamato
«portare a termine», nel senso di produrre una versione del mito che appaia
definitiva, l’ultima formulazione possibile di quellaparticolare storia.
L’«esibizione dell’ultima possibilità di accostarsi al mito» è secondo
Blumenberg l’esito finale cui di per sé tende inesorabilmente il lavoro sul
mito: l’artista che sente di essere al tramonto di un’era culturale avverte
l’urgenza di offrire l’ultima versione dei miti in cui essa si è espressa e
riconosciuta, una versione tale da non ammettere alcuna rielaborazione
ulteriore, così che il lettore non possa fare a meno di chiedersi: «cos’è ancora
possibile dopo questo?» (Blumenberg 1979, p. 757). È ciò che fa Pirandello
quando opera sulla vicenda di Prometeo una sorta di svuotamento:
Pirandello sottrae dalla trama mitica elementi e personaggi fondamentali,
rendendoli una proiezione illusoria o addirittura schizofrenica della psiche del
protagonista, azzerando così al tempo stesso qualsiasi giustificazione e
qualsiasi significato del mito. Naturalmente, spiega Blumenberg, la versione
finale del mito prodotta è tale solo nell’intenzione dell’artista, che verrà
contraddetto dal suo contemporaneo o successore che si proverà a offrire
un’ulteriore «ultima versione».
Ciò che mi preme sottolineare non è tuttavia l’efficacia o la ‘longevità’ del
mito finale pirandelliano, bensì il fatto stesso che Pirandello, consapevolmente
o meno, porti a termine un mito, e precisamente il mito di Prometeo.
Infatti Pirandello non è l’unico autore che nei dintorni del passaggio di secolo
offre una ultima versione della prometheia; anzi, a un sondaggio sia pure rapido
e superficiale, scopriamo che Pirandello si trova su questa via in ottima
compagnia. André Gide ha scritto nel 1899 un Prométhée mal enchaîné (Prometeo
male incatenato), in cui il titano si libera dal suo supplizio con un banale
atto di volontà, e in cui Zeus, il fato, la hybris e la nemesi si
rincontrano nella Parigi fin de siècle per intrecciare un assurdo
carosello il cui senso ultimo non può che essere la totale gratuità degli atti
umani e l’ingiustificabilità del mondo; si tratta di una versione che – sempre
secondo Blumenberg – porta a termine il mito prometeico attraverso la sua
minimizzazione: «Il mito non può più avere luogo perché accade ‘troppo
poco’» (p. 754). Del 1918 è invece il Prometheus di Franz Kafka (dunque
la ‘durata’ della versione pirandelliana dovrebbe teoricamente venir fissata a
dieci anni): nel brevissimo racconto il mito è radicalmente relativizzato
e quindi sostanzialmente annullato nella somma delle sue diverse versioni, così
come ce le ha tramandate la ricezione millenaria – quale fosse stata la verità
originaria, chi fossero gli attori della vicenda, quali gli esatti nessi di
causa effetto non è dato sapere, dal momento che «Die Sage versucht das
Unerklärliche zu erklären; da sie aus einem Wahrheitsgrund kommt, muss sie
wieder im Unerklärlichen enden» (Kafka 1994, p. 136) [«La leggenda tenta di
spiegare l’inspiegabile. Siccome proviene da un fondo di verità, deve terminare
di nuovo nell’inspiegabile» (trad. 1993, p. 430)]
(13).
Abbiamo dunque un dato già interessante: nel portare a termine il mito, e in
particolare il mito di Prometeo, Pirandello dimostra un sorprendente
allineamento il primo tentativo di portare a termine il mito di Prometeo:prima
di lui va infatti annoverata la versione del mito offerta da Nietzsche in Die
fröhliche Wissenshaft (La gaia scienza, 1882)
(14). L’aforisma 300 (nel IV libro),
intitolato Preludi della scienza, presenta un parallelo tra la funzione
propedeutica allo sviluppo del pensiero scientifico svolta dalla magia primitiva
(in accordo con le teorie evoluzionistiche) e l’ipotesi di una futura evoluzione
della religione trascendentale in autodivinazione immanentistica dell’uomo; un
processo che viene illustrato con una versione allegorica del mito prometeico:
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Musste Prometheus erst wähnen, das
Licht gestohlen zu haben und dafür büssen, – um endlich zu entdecken, das er das
Licht geschaffen habe, indem er nach dem Lichte begehrte, und dass nicht nur der
Mensch, sondern auch der Gott das Werk seiner Hände und Thon in seinem Händen
gewesen sei? Alles nur Bilder des Bildners? – ebenso wir der Wahn, dei Diebstahl,
derKaukasus, der Geier und die ganze tragische Prometheia aller Erkennenden?
(Nietzsche 1967-77, Band 3, p. 539) |
[Non dovette Prometeo in un primo
momento supporre erroneamente d’aver rubato la luce e pagarne il fio, per
giungere infine a scoprire che era stato lui nella sua brama di luce a creare la
luce, e che non soltanto l’uomo, ma anche il dio era stato opera delle sue mani
e argilla nelle sue mani? Che ogni altra cosa era soltanto l’immagine del
plasmatore d’immagini? Così come l’illusione, il furto, il Caucaso, l’avvoltoio
e l’intera tragica Prometheia di ogni uomo della conoscenza?
(trad. 1965- 2, vol.V, tomo 2, p. 175)] |
Le analogie con la versione
pirandelliana sono sorprendenti: anche per Nietzsche, come più tardi per
Pirandello, la trama mitologica è puramente illusoria; non esiste alcuno Zeus,
né Caucaso, né avvoltoio, e non si sono verificate né la hybris del
furto, né la nemesi dell’eterno supplizio: in definitiva, in entrambi i
casi il mito è portato a termine tramite quel procedimento che ho definito
svuotamento. Laddove però in Pirandello l’illusione si configurava come
maleficio, legando il titano alla rupe in un inutile tormento, nella versione
nietzscheana essa è piuttosto una fase necessaria nel processo di autocoscienza
dell’uomo e di presa di dominio sull’universo (15),
e tuttavia è evidente che si tratti di due versioni opposte, l’una euforica e
l’altra disforica, dello stesso tema.
Dunque Pirandello aveva letto Die
fröhliche Wissenshaft? È possibile, anche se la concordanza non è a mio
parere sufficiente ad accertarlo (16). Più
in generale, indipendentemente dalle differenze o analogie nel trattamento del
tema, a mio parere non è necessario ricorrere a ipotesi di tipo filogenetico per
spiegare le analogie tra le quattro versioni di cui ho parlato:
dal momento che quello prometeico è
probabilmente il mito dominante nell’immaginario sette-ottocentesco, illuminista
prima e romantico e postromantico poi (fino, come si è visto, a quell’estrema
propaggine degenerata del romanticismo che è il futurismo). Si può
tranquillamente affermare che la prometheia sia il mito-simbolo di un
secolo, l’immagine più forte e emblematica della sua illimitata fiducia nelle
potenzialità dell’uomo, della scienza, della volontà nel superare tutti i limiti
posti dalla natura, da Dio e dalla società: e dunque è il mito deputato a far da
bersaglio alla critica novecentesca, a tutti gli artisti che si sentono orfani
della sacralità e della trasparenza di un cosmo ridiventato caos, e per i quali
una tale fiducia è ormai definitivamente inattingibile.
Dunque, nel 1908, Pirandello porta a
termine un mito; e lo fa in un luogo tutt’altro che secondario, ossia a
conclusione di quella sorta di «manifesto dell’arte di crisi» che è (o potrebbe
essere per tanti aspetti considerato) L’umorismo. Abbiamo visto come,
quattro anni prima, nel Fu Mattia Pascal, Pirandello abbia offerto una
parabola sull’impossibilità dell’eroe e l’impraticabilità del paradigma tragico
nella società moderna; ora la poetica umoristica, poetica fondata sulla
scomposizione di caratteri e situazioni e sul rovesciamento del sublime, si
spinge sino a decretare (consapevolmente o meno) la fine del mito. Ma al tempo
stesso la fine dei miti assume il valore di segnale della fine di
un’epoca (si ricordino le esplicite dichiarazioni di Arte e coscienza d’oggi),
l’epoca che in quei miti aveva riposto e custodito gelosamente i propri valori e
i propri significati più profondi.
Inizio pagina

3. Il Pirandello «Vate» degli anni
Venti
Voi dite: ma perché almeno non si macellavano lontano dalla folla tutti quei
porci? E io vi rispondo: ma perché la festa allora avrebbe perduto uno dei suoi
caratteri tradizionali, forse il suo primitivo carattere sacro, d’immolazione.
Voi non pensate al sentimento religioso, signori.
Ho visto tanti impallidire, turarsi con le mani gli orecchi […]; e per la verità
ho torto il viso anch’io; ma lamentando dentro di me amaramente che l’uomo a
mano a mano, col progredire della civiltà, si fa sempre più debole, perde sempre
più, pur cercando d’acquistarlo meglio, il sentimento religioso. Seguita, sì, a
mangiarsi il porco […]; ma torce poi il viso all’atto dell’immolazione. E certo
è ormai cancellato il ricordo dell’antica Maja, madre del dio Mercurio, da cui
il porco riprende il suo secondo nome.
(Pirandello 1990, vol. III, pp. 425-26)
Così rifletteva il «pedagogo» narratore della novella Il Signore della Nave
nel 1916 (17), e le sue riflessioni
sarebbero state raccolte pressoché negli stessi termini nell’adattamento
scenico, La sagra del Signore della Nave, con cui nel’25 iniziò la sua
attività il «Teatro d’Arte» diretto da Pirandello – con l’unica differenza che
nella versione teatrale le considerazioni sul primigenio carattere sacro della
cerimonia sono affidate al «mastro-medico», mentre il «giovane pedagogo» ribatte
con l’osservazione sulla perdita dell’antico sentimento religioso. La
riflessione sulla scomparsa del sacro causata dal progresso della civiltà da un
lato conferma la lettura che abbiamo dato del Fu Mattia Pascal,
dall’altro ne sviluppa un aspetto ulteriore, vale a dire l’intima connessione
tra sacralità e ritualismo: se i due aspetti erano in origine intimamente
connessi, il progresso della civiltà li ha irrimediabilmente dissociati, facendo
sì che solo il rito sopravviva, ma ormai svuotato della sua originaria
sacralità. L’attenuazione del senso del sacro comporta dunque che l’uomo si
ritrovi incapace di sopportare la violenza espressa dal rito, che non può che
risultargli ingiustificata e inspiegabile. Soprattutto, va sottolineato come una
tale evoluzione venga da Pirandello (per bocca, appunto, del suo
pedagogo-narratore) identificata come un «indebolimento» dell’uomo: il
«sentimento religioso» vienecosì a costituire un importante elemento di forza
per l’individuo. Di più, di sanità, poiché non c’è alcun dubbio che la
truce raffigurazione che segue dei bagordi e dell’orgia festaiola miri a offrire
l’immagine di un’Umanità degenerata, ridotta a una condizione bestiale nel
soddisfacimento dei più bassi appetiti (alimentari, ma anche sessuali); salvo
poi tentarne una redenzione in extremis, rappresentandola devota, gemente
e penitente dinanzi all’effigie della croce – l’unico simbolo che ancora possa
risvegliare quel senso religioso sopito, almeno per gli animi umili.
La novella è un testo particolarmente interessante per due motivi: innanzi tutto
l’immolazione dell’animale sacro al dio (come i maiali per Maja), che si svolge
a settembre (ossia all’inizio del ciclo annuale agricolo), collegata a unagrande
festa nella quale i partecipanti liberano sfrenatamente i propri istinti,
ricorda molto da vicino i riti di purificazione con capro espiatorio (più
precisamente, animale divino) raccolti da Frazer nella sua monumentale opera di
etnologia comparata, già chiamata in causa a proposito del racconto L’ultima
notte di quell’anno di Bontempelli.
L’edizione originale del Golden
Bough fu pubblicata in 12 volumi tra il 1890 e il 1915, ma la prima edizione
italiana fu quella del compendio in due volumi tradotta da Adolfo De Bosis per
Stock, nel 1925. Dunque, volendo credere che Pirandello nel 1916 in qualche modo
si rifaccia volutamente alle ricerche di Frazer, bisognerebbe supporre che
avesse letto almeno parte dell’opera nell’edizione originale in inglese:
un’ipotesi che non mi sembra molto probabile. Piuttosto, sarà più facile
ipotizzare che Pirandello fosse venuto a conoscenza delle discussioni che Il
ramo d’oro aveva sollevato sin dall’edizione del 1890, discussioni
naturalmente rinnovatesi man mano che uscivano i nuovi volumi dello studio
(18). Infatti, se è abbastanza evidente che la
«sagra» pirandelliana presenta molte analogie con i riti primitivi descritti da
Frazer, è anche vero che non vi sono nella novella pirandelliana elementi tali
da far pensare a una lettura diretta del Golden Bough (come invece accade
per il racconto bontempelliano del 1934): com’è noto, nell’interpretazione
frazeriana il capro espiatorio (oggetto, animale o uomo) viene scacciato o
ucciso in quanto veicolo (volontario o meno) dei peccati della comunità o dei
demoni maligni che la affliggono, ma nella novella non ci sono accenni di nessun
genere alla originaria funzione catartica del rito, né si fa riferimento
all’identificazione di cui parla Frazer tra l’animale e il dio – e infatti il
sacrificio cruento della bestia è ancora definito, secondo l’interpretazione
tradizionale del rito, «immolazione» dell’animale al dio.
Non è raro che Pirandello faccia
ricorso a opere compendiarie o divulgative, in particolar modo per argomenti e
discipline per i quali poteva nutrire un interesse secondario e occasionale –
come appunto nel caso dell’etnologia e della mitologia comparata, discipline
recenti e tutto sommato di moda. Nella sua pur inaffidabile e disordinata
biblioteca, sono presenti almeno due volumi su tali argomenti: Mitologia
comparata di Angelo De Gubernatis (1887), e soprattutto Genesi ed
evoluzione del mito di Francesco Adolfo Cannizzaro (1893), un fascicoletto
di 44 pagine in cui l’autore fornisce ampi ragguagli sulle teorie filologiche di
Max Müller (per le quali il mito andrebbe inteso come una «malattia del
linguaggio»), quelle sociologiche di Spencer (che indicano all’origine dei miti
il culto degli antenati, poi sfociato in totemismo e feticismo) e quelle della
scuola storico- antropologica di Tylor e Lang, alla quale appunto si rifanno
(sia pure in maniera un po’‘eretica’) gli studi di Frazer
(19).
Cannizzaro non dà notizia dei primi due
volumi del Golden Bough pubblicati nel 1890, ma nel rapido sommario degli
studi di Tylor illustra per esempio il concetto di «sopravvivenze», che
viene ripreso da Frazer ed è sicuramente pertinente nella novella pirandelliana:
vale a dire l’idea per cui parte dei riti e delle credenze primitive possono
sopravvivere (specialmente negli strati più bassi della società) anche con lo
sviluppo della civiltà e il venir meno del sistema di pensiero e religione che
li giustificava e forniva di senso. E in effetti Il Signore della Nave è
anche l’illustrazione di questo fenomeno, poiché l’associazione tra la festa del
santo patrono e il rito della scanna dei porci sopravvive anche se non è più
chiaro a nessuno (se non al pedagogo, e anche a lui in maniera piuttosto vaga)
l’intimo legame tra la ricorrenza religiosa e il cruento rito.
Il secondo motivo d’interesse della novella, ai fini del nostro discorso, è il
suo finale, che vede la folla ubriaca incamminarsi in processione seguendo
l’effige del «Signore del mare» (un grande crocifisso rozzamente scolpito),
improvvisamente pervasa dalla commozione religiosa. Ed è proprio quella
commozione che agli occhi del pedagogo la riabilita e la redime dall’orgia
appena perpetrata, mostrando finalmente quella «umanità» che gli eccessi
bestiali sembravano aver annullato:
Si sono imbestiati, si sono ubriacati, ed eccoli qua che piangono ora
inconsolabilmente, dietro a questo loro Cristo sanguinante su la croce nera!
eccoli qua che piangono il porco che si sono mangiato! E volete una tragedia più
tragedia di questa? (p. 427)
Bisogna tuttavia precisare che la frase
sul porco non è presente fin dalla prima versione della novella, quella apparsa
su «Noi e il mondo» nel 1916, bensì sarà introdotta a partire dall’edizione in
volume per Treves dell’anno seguente. Nella stesura originale, il finale era:
«si sono imbestiati, si sono ubriacati, ed eccoli qua che piangono
inconsolabilmente dietro a quel loro Cristo sanguinante su la croce nera. Volete
una tragedia più tragedia di questa? (20).
L’assenza del parallelismo tra Cristo e i maiali nella prima versione della
novella in un certo senso ne accresce l’importanza: l’aggiunta è frutto di un
ripensamento sul testo intervenuto in un secondo momento, e il procedimento è
abbastanza raro in Pirandello, le cui varianti si limitano quasi sempre a
aggiustamenti linguistici, ortografici e stilistici. La riduzione teatrale del
1925 conserverà quasi identico il finale della novella, sopprimendone però la
battuta sul piangere il porco: sicuramente perché l’accostamento (tra il
sacrificio del maiale e quello di Cristo) avrebbe troppo scandalizzato il
pubblico a teatro. In un certo senso, però, la soppressione banalizza alquanto
il senso del passaggio dall’orgia alla contrizione religiosa, come se si
trattasse di una semplice successione e non esplicitando il rapporto
intimo e necessario tra i due momenti. Nella interpretazione teatrale, infatti,
la folla piange dinanzi al Cristo semplicemente dopo aver ucciso e
mangiato il maiale, e questo pianto, rivelando la preesistenza nell’uomo del
sentimento religioso, ne salva la dignità nonostante l’orgia bestiale
appena perpetrata. Viceversa nella novella la folla può piangere e umiliarsi
proprio perché ha ucciso e mangiato il maiale, e questo rapporto profondo,
misterioso e necessario tra i due momenti della festa – tra l’orgia e la
penitenza, l’assassinio e l’umiliazione – ha il carattere di uno svelamento
della natura primordiale, barbara e violenta, del sentimento religioso e dei
riti sacri. In questo senso, si spiega perché il pedagogo definisca «tragedia»
lo spettacolo cui assiste: tragico è il mistero del sacro, nella sua intima
commistione di animalità e idealità, e tragico è il destino dell’uomo, la cui
natura è precariamente sospesa tra la condizione divina e quella bestiale;
mentre nella rappresentazione di nove anni dopo il senso non può che risultarne
mutato, nel senso che si riduce alla riflessione che il sentimento religioso è
una delle componenti che distinguono l’uomo dalle bestie, e che questa umanità
sopravvive pur attraverso il più truce «imbestiamento» – una riflessione che
potrebbe avere un valore consolatorio, se non fosse per l’osservazione che
questo sentimento viene attenuandosi con il progresso della civiltà.
In questo impercettibile slittamento di
senso nel finale della seconda versione della Sagra del Signore della Nave,
a mio parere, è già possibile cogliere in parte il senso della cosiddetta
«svolta» di Pirandello intorno alla metà degli anni Venti. Torniamo alle
riflessioni sviluppate nel Fu Mattia Pascal, nell’Umorismo e negli
articoli pubblicati in quel giro di anni: nel primo decennio del secolo,
Pirandello da un lato decretava che il «lanternone» della fede cristiana era
stato spento dal progresso della scienza, dall’altro considerava le verità
scientifiche insufficienti a fornire di senso l’esistenza umana e a dare
giustificazione del male ad essa connaturato; giudicava pertanto il proprio
periodo storico come un tempo di crisi – politico-sociale, etica, esistenziale.
Nel 1925, il messaggio è assai diverso: Pirandello pare additare nella fede
religiosa un valore, una componente essenziale, irrinunciabile e
nobilitante della natura umana, che può redimerla dalla gretta materialità. La
novità, lo si nota facilmente, non sta soltanto nella riabilitazione della fede,
ma già nel fatto stesso di indicare con certezza l’esistenza di un
valore: dal momento che, se escludiamo la sacralità indiscussa (e indiscutibile)
della maternità, non ci sono valori che la produzione umoristica pirandelliana
dei primi due decenni del secolo non abbia intaccato, decomposto, corroso. A
conferma della volontà di Pirandello di ricostruire, dopo aver
caparbiamente smontato e demolito valori, convinzioni e luoghi comuni per più di
due decenni, si potrà citare qualche battuta da un’intervista rilasciata a
«L’Impero» (pubblicazione dichiaratamente fascista) nel novembre 1924:
Per molto tempo sono stato creduto un pessimista, forse perché c’era nelle
mie opere una mente antitradizionale e reattiva. Ma non ero stato capito. La mia
arte è scevra di quel pessimismo che genera la sfiducia nella vita. […] C’è
nella mia arte quasi la voluttà di creare il terreno sotto i piedi ad ogni passo
che viene mosso dai miei personaggi; e fra un passo e l’altro l’abisso… Certo
che è necessario il coraggio di rinnovarsi. C’è tutta un’etica in questa
enunciazione. Non tutti gli uomini sono capaci di creare a se stessi la realtà:
essa, d’altronde, è così labile che si può smontare ad ogni momento. Ci devono
essere quindi i creatori, i datori di realtà
(21).
Due mesi prima di questa intervista (19 settembre), proprio «L’Impero» aveva
pubblicato la lettera con la quale Pirandello chiedeva di aderire al Partito
fascista, un atto che, nel caos scoppiato in séguito all’assassinio Matteotti
(10 giugno), era stato abilmente sfruttato dalla propaganda di regime. E
Pirandello, due mesi dopo, risponde alle lodi (interessate, e che infatti si
dimostreranno avare di conseguenze concrete) che gli vengono tributate
raddrizzando l’immagine di sé e della propria opera, rigettando le accuse di
nichilismo e, quasi riflettendo in campo artistico la funzione che Mussolini si
era arrogata in campo politico, presentandosi come un «costruttore», addirittura
un «creatore di realtà». Non solo: dal momento che «non tutti gli uomini
sono capaci di creare a se stessi la realtà», l’artista non si ferma alla
creazione fine a sé stessa, ma addirittura è «datore di realtà» per i
propri simili, colui che scopre la via (o costruisce il terreno tra un passo e
l’altro) e la mostra poi agli altri. In una sola frase, Pirandello ha
ricostituito l’immagine vetusta e gloriosa del Poeta Vate: una svolta
sorprendente per un autore che nei suoi romanzi – nel Fu Mattia Pascal,
ma ancor più in Suo marito e nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore
– aveva offerto un ritratto tra i più lucidi e dettagliati della crisi del ruolo
dell’intellettuale nel Novecento (22).
Del resto anche il pubblico che legge
libri e va a teatro è mutato, e non desidera più vedere il riflesso dei propri
dubbi e della propria crisi esistenziale, bensì ricevere soluzioni di pronto uso
a quei dubbi e a quella crisi – come del resto credeva, con il fascismo, di aver
trovato un’altrettanto rapida soluzione alla crisi politica.
Che poi le soluzioni fossero destinate
a rivelarsi palliativi, mistificazioni, o addirittura manipolazioni in mala fede
della verità, è un’altra questione.
Cambiando il messaggio da trasmettere si modifica naturalmente anche la
struttura dei testi. Alla struttura anticlassica e scompositoria del romanzo
umoristico, al dramma cerebrale, critico e aperto, si sostituisce una forma
regolare e conclusa, in certi casi persino classicamente orchestrata. I
conflitti sono posti chiaramente ed eticamente inquadrati (nel senso che è
sempre lampante da che parte stia la ragione e da che parte il torto), e vengono
condotti per ordine sino alla loro risoluzione finale, la quale spesso si
esplica in un evento eccezionale o sovrannaturale; i caratteri sono ben definiti
e rilevati, né si riscontra alcuna ambiguità e confusione di ruoli; addirittura,
con la soppressione dell’angosciosa dialettica del personaggio,
assistiamo al risorgere di una figura che Pirandello stesso, in un’intervista
del 1926 (e parlando appunto dei primi due «miti» in progetto), non esita a
definire «eroe»:
Per me il carattere eroico è di tutti i tempi e per dare la misura
dell’eroicità ai nostri contemporanei non vale ed è antipedagogico ricorrere al
passato.
(Drioli 1926)
Se il dramma ha lo scopo di «creare il terreno sotto i piedi» e «dare la misura
dell’eroicità ai nostri contemporanei», dovrà sparire necessariamente anche l’io
epico, cioè la voce critica e dissonante che aveva una funzione di
straniamento nei confronti dell’azione e della convenzione scenica
(23): nessuna contraddizione deve infatti
restare irrisolta, l’opera drammatica dovrà avere una conclusione netta e un
significato chiaro. Il dramma pirandelliano, da luogo dell’analisi e
dell’autoanalisi dell’individuo e della società si tramuta gradualmente in
parabola esemplare (la parabola della prostituta redenta, quella dell’uomo
«celebre», la parabola dell’attrice, quella della donna «troppo virtuosa» e così
via), in qualche caso persino strumento didattico; il discorso dialettico
si tramuta in enunciazione di verità, la parola persuasoria si tramuta in parola
assertiva – in altre parole, il logos cede il posto al mythos.
Il caso della Nuova colonia, con il cambiamento intervenuto nel soggetto
dalla sua prima ideazione, nel 1911, al «mito» scritto nel 1926, può servire a
chiarire il senso di questa aspirazione alla massima chiarezza nella
struttura e nel significato del dramma. La prima versione della storia appariva
infatti come un’ideazione della scrittrice Silvia Roncella, la protagonista del
romanzo Suo marito. Pirandello ne riassume la trama nel terzo capitolo
del romanzo: si tratta di un’esposizione accurata, dalla quale è quindi
possibile raccogliere alcuni dati interessanti. Il nucleo della vicenda è
identico a quello del futuro mito pirandelliano: un gruppo di straccioni e
delinquenti si trasferisce su un’isola, deserta perché devastata da un terribile
terremoto (che si immagina destinato a ripetersi); fra di essi c’è una sola
donna, una prostituta ‘redenta’ grazie alla maternità, e ora trasformata in
angelo buono che veglia sul gruppo: l’uomo di lei, Currao, assume
naturalmente la funzione del capo. Quando però giungono sull’isola nuovi
coloni, tra i quali molte donne, La Spera ritorna ad essere considerata da tutti
una donnaccia, e Currao, il suo uomo, perde il fattore principale del proprio
prestigio e quindi il ruolo di capo. Cercherà allora di riacquistare entrambi
attraverso una seconda unione, con la figlia del nuovo capo; e pretenderà anche
che La Spera gli affidi il bambino, gettando la donna nella disperazione. A
questo punto tra le due versioni si registra un’importante differenza: mentre
nel mito del ’26 La Spera comprenderà e accetterà l’abbandono da parte di Currao,
importandole soltanto del bambino, nel romanzo si dice che la donna «s’aggrappa
ora al figliuolo, con la speranza di tener così l’uomo che le sfugge»
(Pirandello 1985, I, p. 678). Dunque nel 1911 la protagonista si caratterizzava
integralmente come «donna tradita», che spera di riconquistare il suo uomo;
addirittura, quando capisce di non avere più speranze, si risolve a una feroce,
indicibile vendetta:
Disperata, la donna, per non abbandonare il figliuolo e per colpire nel cuore
l’uomo che l’abbandona, in un impeto di rabbia furibonda abbraccia la sua
creatura e in quel terribile amplesso, ruggendo, lo soffoca. (p. 679)
Ed è proprio il suo ruggito a scatenare un nuovo tremendo terremoto, che
seppellirà gran parte dei coloni. Ma La Spera non sembra affatto pentita
dell’atto estremo da lei compiuto: le sue ultime parole rivolte all’agonizzante
Currao sono infatti di trionfo: «Il figlio? Te l’avevo ucciso io con le mie
mani… Muori, muori dannato!» (p. 679).
Una vendetta indubbiamente brutale, e una raffigurazione altrettanto truce: non
per niente, ripensandoci, alla mite Silvia Roncella il dramma appariva
«mostruoso» (p. 677). È evidente che la storia ideata dalla scrittrice è una
versione ‘folkloristica’ della Medea di Euripide, come fa notare con
malignità il Betti, critico saputo e antipatico, che la definisce «una Medea
tradotta in tarentino»; e gli fa eco lo scrittore invidioso Jàcono, il quale
consiglia così al poeta Cosimo Zago: «È la cosa più facile del mondo, vedi…
Quella ha preso Medea e l’ha rifatta stracciona di Taranto; tu piglia Ulisse e
rifallo gondoliere veneziano. Un trionfo! Te l’assicuro io!» (p. 707). E
tuttavia la Roncella, di nascita umile e scarsa cultura, non ha mai letto
Euripide, né altri classici:
Non sapeva nulla, proprio nulla, lei, della famosa maga della Colchide; aveva
sì letto qualche volta quel nome, ma ignorava affatto chi fosse Medea, che
avesse fatto (24). (p. 685)
Dunque La nuova colonia di Silvia non è affatto l’adattamento di
un mito, come credono i critici supponenti e malevoli o gli scrittori
sterili e invidiosi, bensì un mito ricreato: in altre parole, Pirandello sembra
considerare il mito come un organismo che abbia una vita ideale a sé stante,
atemporale e indipendente dai propri autori originari. Potremmo chiarire questo
aspetto richiamando nuovamente l’intervista rilasciata nel 1926 a Romano Drioli,
per leggere come Pirandello illustri alcune coordinate importanti della sua idea
di mito:
I miti del passato non suscitano la mia curiosità: io penso che si debba
cercare e
creare artisticamente il mito moderno […]. L’Umanità ha sempre presenti i miti,
perciò
si può sempre risolverli e dar loro vita nel tempo, senza bisogno di riferimenti
e
rivestimenti storici.
(Drioli 1926, c.m.)
Riconosciamo, sebbene in un senso parzialmente mutato, la distinzione già
futurista e poi bontempelliana tra mito e mitologia: quella che Pirandello si
accinge a compiere nelle sue due nuove opere non è un’operazione mitologica
bensì propriamente mitopoietica, cioè la creazione del «mito moderno». Ma
soprattutto, da queste affermazioni traspare una concezione del mito come entità
archetipica e atemporale, che vive e permane nell’immaginario dell’Umanità – una
concezione precisata nel corollario che dunque sia sempre possibile per
l’artista calare quegli archetipi nel proprio contesto storico-sociale e farli
rivivere nella contemporaneità. Naturalmente, abbiamo a che fare con un’idea di
«archetipo» che va intesa in senso romantico e prejunghiano, nel senso in cui
Pirandello stesso ha usato il termine in un appunto del Taccuino di Bonn:
«Ove in una società la corruzione sia giunta a tale estremo da cancellare quegli
archetipi che son dati al genere umano per guida e freno dei sentimenti, questa
società perisce o per discordia interna o per violenza di conquistatori»
(Pirandello 1970, p. 1229) (25). E dunque,
coerentemente con una tale concezione, il mito di Medea ha potuto trovar spazio
nell’opera di Euripide e anche in quella di Silvia Roncella,
indipendentemente, perché i due artisti non sono gli «inventori» di esso, ma
solo gli umili strumenti della sua epifania.
Non a caso, la prima rappresentazione del dramma ideato dall’autrice tarantina
assume i tratti di un evento mistico:
Era in tutti adesso una gioja tumultuosa, la certezza assoluta che quella
vita […] non avrebbe potuto più frangersi per alcun urto di casi, poiché ogni
arbitrio ormai, come nella stessa realtà, sarebbe apparso necessario, dominato e
reso logico dalla fatalità dell’azione.
Consisteva appunto in questo il miracolo d’arte, a cui quella sera quasi con
sgomento si assisteva. Pareva non ci fosse la premeditata concezione d’un
autore, ma che l’azione nascesse lì per lì, di minuto in minuto, incerta,
imprevedibile, dall’urto di selvagge passioni, nella libertà d’una vita fuori
d’ogni legge e quasi fuori del tempo, nell’arbitrio assoluto di tante volontà
che si sopraffacevano a vicenda, di tanti esseri abbandonati a sé stessi, che
compivano la loro azione nella piena indipendenza della loro natura, cioè contro
ogni fine che l’autore si fosse proposto. (pp. 694-95)
In quella «fatalità dell’azione», nella
«vita fuori del tempo» e nella «piena indipendenza » dalla volontà dell’autore
c’è tutta intera l’idea del mito come complesso di archetipi. La coincidenza è
dunque un «miracolo d’arte» che si è potuto produrre grazie alla particolare
natura di scrittrice di Silvia Roncella, prototipo dell’artista ingenuo
(in senso schilleriano) e naturalmente creatore. Se ne deduce quindi che
la ‘barbarie’della vicenda non è opera della sua autrice, bensì è propria del
mito, di cui costituisce il fondo terribile e irrazionale – quella violenza
connessa al sacro che abbiamo incontrato nella Sagra del Signore della Nave.
E anzi, quella violenza assume quasi l’ufficio di un ‘marchio di garanzia’del
mito, per una sorta di principio filologico che potremmo battezzare lectio
irrationalior: quanto più i caratteri e l’azione sono brutali, quanto più
irrazionale è la materia del racconto, tanto più possiamo credere di essere
vicini al sostrato mitico primigenio e alla sorgente archetipica.
Pirandello tuttavia opera ugualmente una significativa razionalizzazione sulla
sua fonte euripidea: infatti l’assassinio atroce della propria creatura non è
un’azione premeditata e lucidamente perseguita dalla protagonista, come accadeva
in Medea, bensì dettata dalla furia disperata di una madre che si vede privata
del bene più prezioso. Ma la differenza più importante tra le due vicende
(soprattutto tenendo conto della concezione pirandelliana) è che alla Spera la
folla cerca di strappare via il figlio con la forza e contro la sua volontà,
mentre Medea chiedeva spontaneamente a Giasone di tenere lui i figli, con il
pretesto che sarebbero cresciuti più sicuri e agiati (in realtà, la richiesta
aveva lo scopo di guadagnare la fiducia dell’uomo e della sua futura sposa, per
poterli colpire più agevolmente). Dunque il crimine supremo della Madre è in
Pirandello giustificato come reazione violenta e disperata all’oltraggio supremo
commesso contro la maternità, laddove in Euripide l’oltraggio era stato commesso
unicamente contro l’orgoglio femminile della protagonista, la quale per
vendicarlo decideva freddamente di sacrificare il sentimento materno.
Se la Roncella era artista ingenua e
spontanea, Pirandello, nel momento in cui si accinge a scrivere dei ‘miti’, non
poteva certo aspirare a presentarsi come tale; e infatti la versione drammatica
della Nuova colonia (1926) è accuratamente depurata non solo degli
elementi che richiamano più scopertamente la tragedia euripidea, ma anche dei
tratti che potrebbero sollevare maggiore scandalo tra il pubblico borghese:
moralizzando ulteriormente l’azione, Pirandello elimina l’assassinio della
creatura e si limita a far sprofondare l’isola nelle acque, che lasciano
emergere solo lo scoglio sul quale la protagonista si è rifugiata con il bambino
in un estremo tentativo di fuga dai suoi assalitori. La razionalizzazione del
modello mitico non si ferma tuttavia alla soppressione dell’atroce omicidio, ma
passa anzi per un’accurata strategia melodrammatica finalizzata a scagionare di
ogni colpa la donna, e a renderla così vittima assolutamente innocente della
barbarie collettiva. Infatti l’arrivo della seconda ondata di coloni, e
soprattutto di un gruppo di donne, non solo fa crollare il prestigio della
protagonista, ma anzi dà vita, immediatamente, a un’ingiustificata
persecuzione della Spera da parte di tutti coloro che l’avevano osannata e
desiderata sino a un momento prima. La rapidità del cambiamento e la violenza
dell’attacco appaiono del tutto inverosimili e irrazionali, e certo non basta a
darne ragione la disponibilità di altre donne sull’isola. Infatti, non appena i
nuovi coloni sono scesi a terra:
CROCCO. […] Oh, la santa, guardate!
La santa!
FILACCIONE (sghignazzando anche lui, con gli altri). Uh già, guarda! La regina!
La regina!
OSSO-DI-SEPPIA. E dire che abbiamo spasimato per quella toppa là scassinata!
BURRANIA. Puoi spegnere il moccolo che tenevi acceso per tutti, tu sola!
CROCCO. Schifosa! Sgualdrina! Sgualdrina!
(Pirandello 1958, vol. II, p. 1118)
L’attacco collettivo si configura come una sorta di persecuzione rituale, e
senza molta fatica possiamo riconoscere nella Spera una chiara manifestazione
del capro espiatorio, anche perché ci aiuta lei stessa quando, alle prime
battute dell’atto successivo, si definirà «la pecora rognosa, a cui più nessuno
si deve accostare» (p. 1138). Del resto, a conferma della ritualità della
persecuzione ritroviamo anche la «grande festa», orgiastica e brutale, a farvi
da cornice: per tener buoni i marinai eccitati dalla presenza delle donne, il
nuovo capo Padron Nocio dispone che siano celebrate delle nozze collettive e
simboliche, che diventano però l’occasione per una colossale ubriacatura e il
consueto «imbestiamento della folla». E tuttavia non ci sorprenderà (tenuto
conto da un lato dell’analogia istituita nella Sagra, dall’altro del valore
religioso attribuito da Pirandello ai suoi miti) ritrovare in questa versione
del capro delle connotazioni cristologiche: La Spera – a differenza dei maiali
della Sagra – è un ‘capro’ tutt’altro che inconsapevole o riluttante, e anzi
assume orgogliosamente il suo ruolo sacrificale, a espiazione dei peccati propri
e di quelli di tutti, rivelando una netta vocazione al martirio:
LA SPERA. Lasciateli dire! M’offendevano quando mi desideravano; ora che mi
disprezzano,
non m’offendono più. (Ai denigratori): E non ve lo dico per superbia, no;
anzi perché me ne sento castigata, e che mi castiga Dio per vostro mezzo! Per me
è
meglio così; sì, sì; meglio così, sputata, disprezzata, avvilita. (pp. 1118-19)
Addirittura, la ricerca di una completa riabilitazione morale induce questa
novella Medea a sacrificare completamente il proprio orgoglio di donna e le
proprie legittime aspirazioni sentimentali: La Spera non solo comprende e
compatisce il desiderio di Currao di ritrovare il potere e la gloria, ma anzi è
lei stessa a indicargli la via che gli permetterebbe di riottenerli, spingendolo
tra le braccia della figlia di Padron Nocio. Nel colloquio che segue al brusco
voltafaccia dei coloni, infatti, La Spera dapprima invita Currao ad abbandonarla
per non restare coinvolto nel disprezzo di cui viene fatta oggetto («Li
richiamerai tutti a te, non dubitare! E non badare, non badare più a me!», p.
1128); poi, quando sopraggiungono Dorò e sua sorella Mita, i due figli di Padron
Nocio, fa in modo che sia proprio la ragazza l’artefice del riavvicinamento e
dell’alleanza tra Currao e il nuovo capo: «Fa’, fa’, Dorò, che lo persuada lei,
tua sorella…» (p. 1129) Ma affinché la strategia melodrammatica realizzi
appieno sia l’analogia con il capro che l’evocazione cristologica, non basta che
la donna sia fatta rientrare integralmente – e in maniera, come si vede,
eclatante – nella categoria dei ‘buoni e giusti’, poiché ella dev’essere anche
l’unica buona e giusta in una folla di malvagi e di ingiusti. Così, replicando
il capovolgimento di fronte che abbiamo già visto verificarsi all’arrivo del
secondo gruppo di coloni, assistiamo al repentino passaggio al gruppo dei
persecutori di tutti coloro che erano rimasti fedeli alla Spera e l’avevano
difesa: dapprima Tobba, il «vecchio saggio», cerca di persuaderla a lasciare il
bambino a Currao e alla sua nuova sposa; nel finale, poi, in un crescendo
parossistico di cattiveria gratuita, Currao smetterà all’improvviso di
difenderla e si metterà a inseguirla per strapparle il bambino dalle braccia,
mentre la folla gli farà da coro proclamando con violenza l’indegnità della
donna a tenerlo. L’oltraggio collettivo ha così raggiunto il suo culmine e,
poiché si tratta di un mito, è il cosmo stesso a ribellarsi e a seppellire i
malvagi sotto le acque – con un richiamo emblematico al mito del diluvio. «E
la terra veramente, come se il tremore del frenetico, disperato abbraccio della
Madre si propagasse a lei, si mette a tremare » (p. 1158): avendo espiato
per intero le proprie colpe mediante la persecuzione subìta, la prostituta
redenta è infine innalzata al ruolo e alla sacralità di «Madre» archetipica, che
con la forza del suo abbraccio può scatenare le forze soccorritrici della natura
contro la minaccia dei malvagi.
La nuova colonia, nell’intenzione del suo autore, andrebbe intesa come
«mito sociale». A questo scopo, Pirandello immagina una sorta di comunità ideale
posta a contatto con una terra vergine, selvaggia e minacciosa ma al tempo
stesso feconda e benevola per l’uomo virtuoso e laborioso – come decreta il
saggio Tobba, «L’isola non affonderà, finché ci staremo senza peccare» (p.
1106). Di questa comunità viene poi rappresentata una sorta di evoluzione ‘a
tappe forzate’: in principio il gruppo vive in una sorta di condizione edenica
improntata alla castità, al lavoro collettivo e a una specie di instabile
comunismo primitivo, una vita basata su pochi princìpi elementari, efficacemente
illustrati dal vecchio Tobba:
Ma non pensate a nulla! Cercate di fare! Date ascolto a me, che non ho
pensato mai. C’è la terra da zappare? zappate; da seminare? seminate; gettare,
tirare la rete? gettate, tirate! Fare, fare. Fare per fare, senza vedere neppure
quello che fate, perché lo fate.
E la giornata è passata
(posando le mani sul
petto a Quanterba) e non te ne sei accorto nemmeno. Stanco, ti butti a dormire;
guardi le stelle e ti pare che dal cielo ti ridano, come se fossi un bambino
(26). (pp. 1107-8)
Ma ben presto sorgono i primi conflitti per la conquista del potere, il possesso
della donna (le due motivazioni che spingono dapprima Crocco, poi tutti gli
altri alla rivolta contro Currao) e soprattutto il regolamento della proprietà
privata: infatti, è proprio al grido di «è mio» che si incrina
ripetutamente la pace e la santa concordia della comunità
(27), e si avverte la necessità di leggi e
tribunali (per decidere se la casa debba appartenere e Crocco o Papia); poi,
quando la popolazione dell’isola si accresce, interviene naturalmente una
disparità economica, per cui c’è bisogno di un ordinamento più complesso (con
Padron Nocio, il più ricco, come capo e dei collaboratori in funzione di
«ministri») e persino di una «polizia» che difenda i governanti. Una volta
introdotte delle disparità di classe sociale e un rudimentale apparato statale,
la comunità precipita naturalmente nel disordine: ingiustizie (come
quella contro La Spera), accordi politici (come il matrimonio d’interesse tra
Currao e Mita), complotti (per uccidere Dorò e farne incolpare Currao); mentre
gli elementi di benessere introdotti (cibo, vino, donne) conducono altrettanto
naturalmente alla corruzione, come spiega Currao a Padron Nocio:
CURRAO. Questo vostro di più, a noi, non bisognava. E guasterà tutto, per
forza. […] Farà diventare facile il bene. Ecco. Sentite? Ora di là tripudiano,
suonano, cantano, ballano… Avete portato l’ozio, lo spasso; e nascerà l’invidia,
per forza, e la gelosia; nascerà l’ambizione e l’intrigo, per forza.
(p. 1130,
c.m.)
La decontestualizzazione, il trasferimento della problematica sociale in questa
sorta di Eden divinamente animato consente la visione quasi ‘in vitro’
dell’evoluzione di una civiltà, dagli inizi semplici e virtuosi alla corruzione
e al disastro finale, e tuttavia comporta anche la genericità e una certa
ambiguità del messaggio. Pirandello intende forse che non si ha civiltà che non
sfoci infine nella corruzione e nella degenerazione? O piuttosto, come sembra
più probabile, che degenerazione e corruzione siano fatali dove la civiltà non
sia intimamente animata di quello spirito cristiano umile e caritatevole, di cui
La Spera è la limpida incarnazione? La donna è infatti l’unica a sottrarsi alla
logica della proprietà privata e ad additarla esplicitamente come male:
prima cercando di convincere Crocco a cedere spontaneamente la casa, poi
ribellandosi a Currao e affermando di non essere un suo possesso, bensì la sua
compagna per decisione propria e consapevole (pp. 1103-4); infine, all’inizio
del II atto, cercando di impedire l’aggressione contro i nuovi arrivati perché
«Non siamo mica noi i padroni dell’isola!» (p. 1114). Ma il sistema di valori e
la concezione dei rapporti umani di cui La Spera è portavoce non vengono a
costituire un ordine e una Legge alternativi, offrendosi anzi come un’abolizione
di qualsiasi ordine che non sia puramente affettivo e naturale, di
qualsiasi legge che non sia quella dell’amore e della carità cristiana. Così la
tutela legale della prole è sostituita dal legame carnale tra madre e figlio,
irrazionale e naturalmente ‘buono’; la proprietà privata non viene superata
dalla legge della collettivizzazione, ma annullata nella spontanea offerta del
proprio e di sé agli altri, dettata dalla carità cristiana; allo stesso modo, se
la proprietà è annullata, non ci sarà bisogno di tribunali né di polizia; e i
mali dell’ozio e del benessere saranno evitati sopprimendo l’ozio e il
benessere, in una vita di bestiale lavoro nella quale non potrà trovar posto
neppure la riflessione. In definitiva, non si tratta affatto di un ordine
diverso, ma di una regressione al di qua di qualsiasi ordine: il
messaggio del mito pirandelliano potrebbe venire ridotto alla formula «se gli
uomini fossero buoni, laboriosi, caritatevoli e tolleranti delle altrui libertà
non ci sarebbe bisogno della civiltà; la quale, necessariamente, è un male».
Anche qui, come nel Fu Mattia Pascal, bisognerà rilevare che Pirandello,
nonostante l’insoddisfazione acutamente avvertita, partecipa pienamente della
convinzione tipicamente naturalista che l’ordine sociale borghese sia l’unico
comunque praticabile: qualsiasi opposizione a esso si risolve nell’anarchia e
nel sopruso del più forte (come la rivolta di Crocco), e più in generale nella
ricaduta in una condizione selvaggia e incivile (come nell’orgia bestiale in cui
precipitano i coloni nell’ultimo atto). Quanto alle possibili soluzioni concrete
perché questo male sia almeno in parte alleviato, l’escatologia pirandelliana
non ne fornisce alcuna, risolvendo anzi la crisi della civiltà mediante la
catastrofe mitica e quindi la fuga nell’irrazionale: ossia nella sbrigativa
soppressione della civiltà nel suo complesso (non solo gli individui malvagi, ma
l’isola tutta), alla quale sopravvive solo il nucleo archetipico
Madre-Figlio, misticamente sospeso sulla roccia risparmiata dal diluvio.
L’identificazione della civiltà con la Legge dei Padri, la sua contestazione in
nome del culto naturale della Madre; la soluzione del conflitto storico
mediante la soppressione della storia e la fuga finale nell’irrazionale,
divinamente ratificata dal prodigio e dal trionfo della fede sulla ragione: più
che un mito sociale, La nuova colonia si delinea come l’utopia
della fuga non solo dal sociale, ma più in generale dalla cultura nel suo
complesso, e di un mistico dissolvimento nella natura. La riprova è nel fatto
che Lazzaro (1929, ma iniziato già dal ’26), mito «religioso » che segue
a quello sociale, è costruito su un sistema simbolico analogo. Anche qui viene
presentato lo scontro tra la Legge del Padre e la Natura della Madre, solo che
l’ordine patriarcale è qui inteso nelle sue implicazioni etiche e religiose
anziché politico-sociali: il regno del Padre è il regno della trascendenza e
dell’ascesi, della mortificazione del corpo e della penitenza, del buio e della
sterilità.
Un’altra variante nella presentazione
del conflitto è quella cronologica: in Lazzaro lo scontro tra Diego Spina e sua
moglie Sara è già avvenuto prima dell’inizio dell’azione, e naturalmente
si è concluso con la vittoria legale del padre, il quale ha ottenuto dai
tribunali cittadini (con l’ovvio compiacimento delle autorità religiose) la
piena potestà sui figli. I due ragazzi, cresciuti nel chiuso e malsano ambiente
del convento e del seminario, ne hanno riportato gravi conseguenze psicologiche
– Lucio è un sacerdote fragile e in costante crisi, Lia è rimasta fissata a uno
stadio infantile (28) – ma soprattutto
fisiche, che, se nel primogenito si limitano a un grande pallore e una generale
gracilità, per la ragazza si manifestano in una totale paralisi degli arti
inferiori. Da parte sua, la madre non ha potuto tollerare di assistere impotente
all’isterilimento delle energie vitali della sua prole e si è ritirata nel
podere di campagna, dove, rinnovatasi a contatto con la terra e attraverso il
duro lavoro (proprio come La Spera sull’isola), ha ricreato un nucleo familiare
con Arcadipane, l’uomo «puro» (29), dal
quale ha concepito due figli finalmente «forti» e «sani» (Pirandello 1958, II,
p. 1201).
Come si vede, la raffigurazione dei personaggi e delle rispettive posizioni nel
conflitto mira alla massima chiarezza: il dominio paterno ascetico e la
religione trascendentale sono esplicitamente posti come un male, tanto
per le loro caratteristiche intrinseche che per le loro conseguenze su chi vi è
forzatamente sottoposto; dall’altro lato, il regno della Madre coincide con la
vita, la pienezza, la sanità. Altrettanto esplicito il corredo di simboli che
circonda i due personaggi: sullo sfondo della casa del Padre risaltano un alto
cipresso (albero funebre), un crocifisso nero, e dei cocci di vetro sul muro a
proteggere la proprietà; la Madre è invece accompagnata dal colore rosso –
quello del suo abito, e del tramonto che fa da cornice alla sua prima
apparizione (30) – e dall’emblema
dell’acqua, sorgente di vita:
SARA. […] Abbiamo trovato l’acqua, sai? quella vena che dicevi tu, che certe
volte, ricordi?, si sentiva scorrere sotto il ciglio del sentiero che conduce
alla vallata: quella! Una ricchezza. Ha rinfrescato e rinnovato tutto. Tre vivaj
grandi sempre pieni, e scorre per le zane, da per tutto, allegra, e ti fa tirare
dal fondo dei polmoni il respiro quando ne senti il fragore, certe sere di
caldo. (p. 1180)
Il potere benefico e vivificante della Madre può agire però non solo sulla
terra, ma anche su tutti coloro che si convertono alla sua religione naturale e
immanentista, consegnandosi alla sua protezione. Così ha fatto Lucio, che è
fuggito all’angustia del seminario e della religione patriarcale ed è venuto da
lei per attingere una nuova vita:
DIEGO. […] T’avrà pur dato una ragione della sua venuta.
SARA. Sì. Per riconoscermi.
DIEGO (stordito). Riconoscerti?
SARA. Sì. E rinascere. Lui, da me. Rinascere da me, sua madre. L’ha detto! (p.
1182)
È un primo, duro colpo inferto contro l’autorità del Padre; ma la ribellione del
figlio non basta, perché Pirandello mira a scardinare l’ideale ascetico a
partire dalle sue basi, smascherandone il falso fondamento – quello della «vera
vita» dopo la morte. Lo strumento di questo smascheramento – come indicavano già
chiaramente i saggi pirandelliani di fine Ottocento – non può che essere la
scienza, la quale, grazie a un’iniezione di adrenalina, riporta Diego Spina in
vita dopo un incidente d’auto, quando già da mezz’ora il medico legale ne aveva
constatato il decesso. Risvegliatosi, però, Diego non ha alcun ricordo di una
vita altra: perciò deduce logicamente che non esista alcun aldilà e di aver
vissuto tutta la propria vita passata confidando in un’illusione. La conseguenza
di questa scoperta è catastrofica, poiché crolla nel suo complesso il sistema
etico basato sul principio della punizione e della ricompensa nell’altra vita:
la virtù e il perdono non servono più a nulla, perciò tanto vale cercare
vendetta e piacere su questa terra. Il primo atto di Diego, dopo aver conosciuto
l’orrenda verità, è sparare una fucilata contro Arcadipane (mancandolo), in una
sorta di tardiva farsa della gelosia, mentre Cico, il vecchio mendicante, si
getta sull’altrettanto vecchia Deodata per soddisfare finalmente gli appetiti
tanto a lungo frenati, «come i cani». Come del resto recitava un altro passo del
saggio Arte e coscienza d’oggi (1893): «Ma ognuno vorrebbe soddisfare i
proprii istinti. Chi li correggerà? Chi li governerà? Quali saranno le norme
della condotta? Quali azioni saranno reputate buone e quali cattive, giuste o
ingiuste? Qui è il vero nodo; qui è la parte più essenziale del problema»
(Pirandello 1970, p. 898). Ma più in generale, il crollo dell’ideale cristiano
comporta il venir meno di una giustificazione del male, e dunque anche della
consolazione per chi soffre:
LIA
(dopo una strana risatina, quasi
tra sé). Le mie alucce, Deodata? Le alucce d’angeletta…
Dovevo averle in compenso dei piedi che mi sono mancati per camminare sulla
terra… Addio voli lassù!
LUCIO (commosso). No, Lia…
(Pausa. E poi, tra silenzi, con cupa lentezza):
CICO. L’altra casa del Signore… la casa di là… per tutti quelli che qua hanno
patito rassegnati…
DEODATA (c.s.). E non hanno goduto per non peccare…
CICO (c.s.). Gl’infelici, i diseredati… (p. 1209)
In questo caso, la soluzione offerta da Pirandello è duplice – e
contraddittoria. Da un lato, infatti, egli addita la rinascita nel regno della
Madre, il cui potere vivificante consente di rinnovare la gioia, la luce e la
pienezza vitale per tutte le creature: se Lia non può più sperare di ricevere le
sue «alucce» nell’altra vita, il richiamo della Madre è in grado di produrre il
miracolo già in questa vita, e di farla camminare innanzi agli occhi sbigottiti
dei suoi fedeli che gridano al miracolo. Dunque anche qui, come nella Nuova
colonia, la crisi si risolve in una fuga nell’irrazionale e il conflitto si
appiana per l’intervento del prodigio, che premia i buoni e questa volta,
anziché annientarli, si limita a convertire i ‘cattivi’. D’altra parte, però, lo
spostamento dell’ambientazione del mito dalla dimensione astorica dell’isola al
presente storico e metropolitano (sebbene trasfigurato dal filtro mitico e dal
suo corredo di simboli) determina la necessità di doverne concretizzare almeno
in parte le soluzioni. Così Lucio, grazie al potere vivificante materno, ritrova
il perduto senso religioso, ma concretamente la sua conversione si risolve in
una ripresa dell’abito talare, e dunque nel ritorno ai luoghi e alle funzioni
istituzionali connesse con il culto paterno, nonostante se ne sia dimostrata la
natura falsa e degenerata: una scelta contraddittoria, e tuttavia necessaria,
dal momento che, se esiste il dolore e l’infelicità sulla terra, «bisogna che
Dio ci sia anche di là» (p. 1216). Altro è la rappresentazione di istanze
irrazionalistiche in un contesto mitico o fiabesco, altro è la concreta
traduzione di quelle istanze nel presente storico, che implica necessariamente
dei compromessi con le convinzioni morali e le scelte sociali di un pubblico del
quale il Pirandello mitopoieta si atteggia a nuovo Vate. Il testo conserva
tuttavia ambiguamente il dubbio se per Lucio si tratti di un effettivo ritorno
al Cattolicesimo o non piuttosto di un sacrificio ch’egli compie, rivestendo
l’abito talare e ricominciando a predicare l’ortodossia, per amore di coloro che
hanno bisogno di credervi. L’ambiguità si tradisce soprattutto nell’accostamento
tra le espressioni misticamente ispirate della Verità di Lucio, e le chiose di
Monsignore che convertono quella verità nei consueti dogmi cattolici, quasi una
loro traduzione in linguaggio ortodosso: per esempio, quando Cico chiede a Lucio
come spieghi l’esperienza del nulla dopo la morte, fatta da Diego, Lucio si
limita a rispondere sibillinamente che «In Dio non si muore!», ma Monsignore
chiosa, più concretamente, «E chi t’ha detto che Dio conceda di sapere a chi
ritorna di là? Tu devi credere e non sapere!» (p. 1216); allo stesso modo, se
Lucio spiega di voler reindossare l’abito «per il divino sacrificio di Cristo e
per la fede degli altri» (p. 1216, c.m.), Monsignore tradurrà
l’affermazione nel concetto, quanto meno riduttivo, che la fede, Lucio, «l’ha
riacquistata» (p. 1221).
Tirando le somme, si può dire che i
primi due miti pirandelliani presentino svariate analogie: nell’impostazione (un
conflitto radicale di concezioni incarnate dal personaggio maschile e quello
femminile, contrapposti in una lite avente per oggetto concreto la tutela dei
figli), nella struttura (la contrapposizione si sviluppa sino a una crisi non
risolvibile per le vie della politica o della logica, crisi che viene superata
mediante l’ausilio del prodigio e la fuga nell’irrazionale), nel sistema di
simboli (la cui chiave è la mistica della Madre). In entrambi i casi, Pirandello
mira alla massima chiarezza e trasparenza del testo, che assume così una valenza
esplicitamente didattica; inoltre, cerca di realizzare un compromesso per
molti aspetti ambiguo – velatamente nella Nuova colonia, più
evidentemente in Lazzaro – tra la concezione archetipica e atemporale
della narrazione mitica e la celebrazione dei culti tradizionali della borghesia
primonovecentesca (la mistica della maternità, l’ortodossia cattolica e il
potere clericale, l’utopia colonialista).
Inoltre, sia La nuova colonia che Lazzaro sono, in diverso modo,
la rielaborazione di miti precedenti. Per quanto riguarda il primo mito, abbiamo
potuto osservare, nel confronto tra la prima e la seconda versione, come
Pirandello si discosti gradualmente dal modello della Medea di Euripide,
seguendo la direttiva di una progressiva razionalizzazione in senso morale del
mito, e riorganizzandone gli elementi secondo una strategia melodrammatica. Per
Lazzaro il rapporto con la fonte evangelica è ancora più esplicito (e
evidenziato già nel titolo) e risolto in maniera più chiara e consapevole: si
potrebbe però dire che il rimando al modello rivesta una funzione puramente
denotativa (indirizzare sin dall’inizio l’attenzione dello spettatore
sull’aspetto più importante del testo). La resurrezione evangelica viene intesa
da Pirandello (secondo un’interpretazione di per sé tradizionale e ortodossa) in
due sensi diversi: uno è quello letterale di Diego Spina che ritorna a
vivere dopo essere a tutti gli effetti deceduto; l’altro, più importante, è il
significato simbolico dell’uomo che risorge alla fede e alla vita dopo
aver attraversato la morte della sfiducia e del nichilismo. Questo livello
simbolico può essere però inteso anche in una maniera diversa (e in questa
alternativa si riflette parzialmente l’ambiguità del messaggio), poiché si può
anche interpretare la «resurrezione» nel senso dell’uomo (inteso sia come Diego
sia come Lucio) schiavo dell’ideale ascetico che risorge alla fede nella Vita e
all’amore per questa terra, grazie al prezioso aiuto della Madre sacerdotessa di
un culto immanentista e rigenerante.
Un ultimo dato a mio parere
interessante è il proliferare dei Lazzaro pubblicati in questo giro di
anni: quello di Borgese (scritto nel 1925, e che Pirandello aveva inserito nel
programma del Teatro d’Arte del 1927), il Lazzaro laughed (Lazzaro
rise, 1928) di Eugene O’Neill e La casa di Lazzaro di Marcello
Gallian (uscito a puntate su «900» nel 1929): una concentrazione che mostra la
forza di suggestione dell’episodio evangelico in questi anni di confusa ansia
palingenetica.
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4. La mitopoiesi secondo Pirandello
La mitopoiesi (dal greco μυθοποίησις "creazione del mito") è un genere
narrativo nella letteratura moderna e nel cinema dove viene sintetizzata una
mitologia fantastica dall'autore o dal regista.
La parola compare già nell'opera Volkerpsychologie, e verrà poi sviluppata dallo
scrittore britannico J.R.R. Tolkien negli anni trenta; gli autori di questo
genere, seguendo l'esempio di Tolkien, integrano temi mitologici tradizionali
assieme ad archetipi nei propri lavori. Queste nuove mitologie, invece di
emergere dopo secoli di tradizione orale come avviene nella realtà, sono create
in un breve periodo di tempo da un singolo autore o da un piccolo gruppo di
collaboratori.
Fra i maggiori autori mitopoietici si ricordano, fra gli altri, J. R. R.
Tolkien, C. S. Lewis, H.P. Lovecraft, F. Herbert e G. MacDonald, Cesare Pavese.
Come abbiamo letto nell’intervista
rilasciata a Romano Drioli, Pirandello nel giugno del 1926 esprime la necessità
di produrre dei «miti moderni». A questa data Bontempelli stava lavorando alla
creazione di «900», il cui primo numero uscì nell’autunno di quello stesso 1926
(e recava in apertura un invito a creare appunto dei miti moderni): la
coincidenza del momento, soprattutto tenendo conto degli stretti rapporti di
amicizia e collaborazione artistica che legavano i due autori, non può che
apparire significativa e fornire lo spunto per un confronto più approfondito.
Nello studio dei rapporti tra Pirandello e Bontempelli, i debiti accumulati da
quest’ultimo nei confronti della poetica e della pratica artistica di colui che
– perlomeno a partire dalla metà degli anni Venti – considerava come un maestro
sono un dato acquisito da tempo e indagato dalla critica con sufficiente
esaustività (31). Gli studi pirandelliani
più recenti, tuttavia, dimostrano la salutare caduta del pregiudizio di una
originalità pirandelliana a tutti i costi (secondo il falso postulato che
l’autore più ‘grande’ debba anche essere, sempre, il più ‘innovatore’), e si
cominciano a registrare le prime analisi degli influssi sull’opera pirandelliana
delle sperimentazioni teatrali e narrative degli anni Dieci e Venti,
soprattutto di quelle provenienti dal teatro del«grottesco». In questa nuova
prospettiva, la descrizione del rapporto Pirandello-Bontempelli sembra
aver perso buona parte della sua unilateralità: un primo contributo alla
ricostruzione del ‘bontempellismo’pirandelliano giunge nel 1982 da Gilbert
Bosetti, il quale coglie con grande puntualità tutte le analogie tra il
programma novecentista e le dichiarazioni teoriche (in verità non molte) di
Pirandello sul mito, soffermandosi in particolar modo sulle vistose tracce di
novecentismo presenti nei Giganti della montagna. Questo primo
inquadramento viene integrato cinque anni dopo da Corrado Donati
(32), che si prova a dirimere l’ingarbugliato
nodo di rapporti tra i due autori, per i quali, anche in virtù dell’amicizia che
li legava e del costante e proficuo scambio intellettuale durato un decennio, il
computo dei crediti e dei debiti non è quasi mai di facile schematizzazione.
Semplificando notevolmente i risultati di queste prime ricerche: è indubbio che
la sperimentazione bontempelliana della prima metà degli anni Venti (grosso
modo, dalla pubblicazione delle due Vite a quella di Minnie la candida
nel 1927) possa essere letta come una rielaborazione di tematiche pirandelliane
declinate secondo i tipici modi della scrittura di Bontempelli (divertissement,
antipsicologismo, parodia degli stereotipi linguistici, funambolismo, comicità
non sense e predilezione per i generi del fantastico), ma è altrettanto
indubbio che la produzione pirandelliana dei tardi anni Venti e Trenta, e in
particolar modo i tre miti e La favola del figlio cambiato, risentano in
una certa misura delle teorie novecentiste e dell’esempio del realismo magico
bontempelliano.
Un buon punto di partenza per il confronto Pirandello-Bontempelli può essere il
discorso di commemorazione Pirandello, o del candore pronunciato da
Bontempelli all’Accademia d’Italia il 17 gennaio 1937. Come lascia intendere già
il titolo, Bontempelli rilegge la vita e l’opera di Pirandello utilizzando una
chiave interpretativa decisamente parziale, quel «candore»
(33) che sintetizza l’approccio ingenuo e
primigenio al reale delle nuove eroine bontempelliane e più in generale
dell’arte novecentista nel suo complesso. Questo Pirandello bontempellizzato
risulta certo bizzarro, eppure la lettura di Bontempelli non è del tutto
arbitraria. Prendiamo un passo del discorso:
La prima qualità delle anime
candide è la incapacità di accettare i giudizi altrui e farli propri. L’anima
candida affacciandosi al mondo lo vede subito a suo modo: la impressione e il
giudizio degli altri, anche di tutti gli altri, di tutto il mondo, che si
affretta ad andarle incontro e cerca di insegnarle tante cose, tanti giudizi
fatti, questo non la scuote, ella può tutt’al più maravigliarsene […]. E
l’effetto più immediato del candore è la sincerità. L’anima candida non fa
concessioni.
Con quel suo stile e sincerità,
l’anima candida, che è una forza elementare, va facilmente al fondo delle cose,
raggiunge i rudimenti immutevoli. Ella può subito isolare con istinto
maraviglioso quel che è elementare da quello che è sovrapposto: convenzioni,
decorazioni, cautela.
(Bontempelli 1978, pp. 812-13)
Sembrerebbe un’interpretazione fortemente tendenziosa, e solo in parte
rispecchiata nell’effettivo approccio dell’arte pirandelliana al reale; e invece
questo passo è quasi una parafrasi di un articolo di Pirandello, Non parlo di
me, pubblicato nel 1933 sulla rivista «Occidente» e solo di recente
riscoperto e reso noto da Corrado Donati (34).
In questo saggio, Pirandello prova a delineare la parabola esemplare
dell’artista, a partire dall’infanzia, collegando anzi in un nesso strettissimo
la capacità artistica con la psiche infantile: «Creare forme di vita, o forme
vive, che è lo stesso, è opera ingenua e naturale cui nessuna abilità potrebbe
condurre ed è una forza che all’artista resta dalla sua infanzia, una qualità
del bambino che egli è stato» (Donati 1982, p. 112). Della sua infanzia,
l’artista deve conservare gelosamente non solo la naturale capacità creativa, ma
anche il «senso del mistero» che pervade l’esistenza («Il lato più
importante, il mistero», p. 113) e, soprattutto, «l’ingenuità»
dell’approccio con il reale: un’ingenuità che, se da un lato rende l’artista un
uomo assolutamente inadatto alla vita comune e destinato ad accumulare «amari
disinganni, crudeli delusioni, feroci colpi», dall’altra parte gli consente di
acquistare un «senso schietto della vita», un’originale «coscienza delle cose e
dei loro rapporti» (p. 115) (35) – ossia
ciò che l’artista ha il cómpito di rivelare agli altri uomini, per farli «un po’
più ricchi». Approccio ingenuo e infantile al reale, refrattarietà al senso
comune, capacità di provare e destare meraviglia, senso del «mistero»: tutti
aspetti che Bontempelli sintetizza in un’unica qualità – quella, appunto, del
candore. Un Pirandello, dunque, non arbitrariamente ‘bontempellizzato’, ma che
si bontempellizza egli stesso in questi suoi ultimi anni? Non
esattamente, o almeno non del tutto. Basterà rileggere con attenzione qualche
passaggio dell’Umorismo, o magari qualcuno dei saggi pirandelliani meno
noti – come l’intervento pubblicato nel 1923 sul teatro del «grottesco»,
Teatro nuovo e teatro vecchio (36):
Infatti, ogni creazione, ogni
visione della vita, ogni rivelazione dello spirito, porta con sé necessariamente
problemi, questioni, contraddizioni logiche tanto più decise e evidenti quanto
più è organica e comprensiva: e ciò semplicemente perché allo spirito è
congenito il mistero, e guardare con occhi nuovi, esprimere schiettamente, riorganare la vita è
riprospettare la vita nel mistero.
(Pirandello 1970, p. 234, c.m.)
C’è già quasi tutto – il «mistero», lo sguardo «nuovo» e ingenuo, la sincerità:
insomma, gli elementi che Bontempelli utilizzerà come chiave interpretativa
della vita e dell’opera di Pirandello. Sarebbe dunque più corretto dire che
nelle riflessioni e nelle opere di questi ultimi anni, grazie alla rinnovata
poetica della ricostruzione e del mito, possono trovare compiuta espressione dei
tratti più ‘bontempelliani’ della concezione e dell’arte pirandelliana che nella
sua produzione umoristica erano rimasti del tutto impliciti o poco sviluppati.
Eppure Pirandello non ha mai manifestato una qualsiasi forma di adesione
splicita al programma novecentista. Innanzi tutto, il suo nome non compare
mai nell’indice dei contributi ai numeri della rivista: un fatto quanto meno
curioso, considerata la caratura dei nomi che vi appaiono, da Joyce a Georg
Kaiser, da Virginia Woolf a Tolstoj e via di séguito – Pirandello non poteva
certo temere di ritrovarsi in compagnia di dilettanti e scrittori minori. In
secondo luogo, privatamente lo scrittore dimostra scarsa stima del novecentismo,
che pare considerare un fenomeno di costume troppo legato alla personalità di
Bontempelli e destinato a una vita effimera – almeno così appare da alcuni passi
della sua corrispondenza con Marta Abba:
‘Novecentista’ è una casacca bontempelliana; e Marta Abba è senza casacche: è
lei, e basta: Marta Abba. Ma tutto ciò che è nuovo, essi lo chiamano
‘novecentismo’ per farlo loro; e alla fine, bisogna lasciarli dire, tutto fa
pro’, purché dicano.
(Pirandello 1995, p. 750; lettera datata 30 aprile 1931)
Così scriveva Pirandello nel 1931; e, volendo, è possibile interpretare le sue
parole alla luce della recente chiusura della rivista, che lasciava presagire un
forse imminente declino del movimento. Tuttavia, alla luce dell’amicizia
conBontempelli e soprattutto delle convergenze con la dottrina novecentista, è
poco probabile che Pirandello, nell’atto di scrivere e pubblicare dei testi da
lui stesso catalogati come «miti», non si sia posto il problema di definire la
posizione nei confronti del programma di «900».
L’elemento più interessante che emerge dal confronto è forse il fatto che le
analogie tra la mitopoiesi pirandelliana e quella di Bontempelli si fanno più
puntuali nelle ultime opere, cioè nella Favola del figlio cambiato (1930)
e nei Giganti della montagna (1930-36): a questa altezza, infatti, non solo i
due scrittori e amici sono accomunati dall’idea di voler offrire al pubblico dei
«miti moderni», ma le stesse modalità dei miti da essi prodotti diventano assai
simili. Questa sorta di accostamento di Pirandello al novecentismo è a mio
parere abbastanza evidente nella evoluzione della concezione del fantastico e
del prodigio.
In Lazzaro e nella Nuova colonia
il prodigio è ancora episodico all’interno di un contesto naturalisticamente
concepito, evento eccezionale che si produce solo in particolari condizioni di
crisi e se supportato da una fede robusta e incondizionata; soprattutto, il
prodigio ha uno scopo: cioè interviene su precisa richiesta del credente
a salvarlo da un pericolo di natura malvagia (La nuova colonia) o a
premiarne la rettitudine, l’innocenza e l’intensità della fede (Lazzaro).
In altri termini, il prodigio aveva carattere epifanico e miracoloso: da
unpunto di vista gnoseologico, infatti,
non incrina minimamente la concezione del reale e la sua rappresentazione,
ponendosene esplicitamente come eccezione; mentre, da un punto di vista etico,
non oltrepassa l’àmbito classico del miracolo secondo la dottrina cristiana –
nonostante ‘l’eresia’ pirandelliana (ferocemente stigmatizzata dalla critica
cattolica) (37) del far officiare il rito
miracoloso in entrambi i casi dalla donna indegna e peccatrice (redenta e
purificata dalla maternità, s’intende), in possesso del sacro potere non tanto
in virtù di un’ortodossa investitura divina, quanto della intrinseca e
autosufficiente sacralità del ruolo di Madre.
Lo statuto del sovrannaturale nei Giganti della montagna si inquadrerà
invece in una tipologia completamente diversa – ma una novità significativa si
presenta già all’altezza della Favola del figlio cambiato, l’opera in
versi che Pirandello aveva composto nel 1930 appositamente in funzione dei
Giganti, dove avrebbe svolto la funzione di «rappresentazione da fare».
Evidentemente Pirandello riprende qui la struttura metateatrale dei Sei
personaggi in cerca d’autore, forse con un pizzico di manierismo, giacché
l’opera, come si è detto, era stata effettivamente composta e aveva persino già
tentato qualche palcoscenico, incontrando tuttavia un clamoroso fiasco e
addirittura incorrendo nella censura politica (38).
Nella Favola del figlio cambiato Pirandello riprende la storia di una sua
novella del 1902 (Il figlio cambiato): una madre non accetta la disgrazia
– forse una paralisi – che ha colpito la sua creatura, e crede che gli spiriti
gliel’abbiano sostituita con un’altra. Il bozzetto veristico e patetico
sull’ignoranza e la superstizione popolare nel 1930 viene trasformato in fiaba
attraverso il passaggio per il repertorio mitico-folklorico delle credenze
mediterranee (il bambino sarebbe stato sostituito dalle «Donne», spiriti malvagi
e demoniaci, che si divertono a terrorizzare le povere madri e compiere ogni
sorta di malefici sulle loro creature), e un’abbondante immissione di simbolismi
archetipici: così la popolana ignorante della novella diviene semplicemente la
«Madre», e per assolutizzare il suo ruolo accanto a lei viene soppressa la
presenza borghese del marito. La protagonista incarna in sostanza l’archetipo
della Grande Madre mediterranea, la Natura benefica e rigenerante (come già
prima di lei l’avevano incarnato Sara e La Spera): il principe ammalato che
giunge molti anni dopo nel villaggio per una salutare vacanza, e nel quale la
Madre riconosce immediatamente il figlio rapito, sceglierà infatti di
abbandonare il proprio regno (lasciandolo governare proprio al povero minorato
che la Madre aveva allevato) e restare accanto a lei nel caldo e benefico Paese
del Sud:
IL PRINCIPE. […] Ora bisogna ch’io
trovi
nel calore carnale
di quest’amore di madre,
nel calore carnale di questa tua veste,
madre, […]
il sentimento perduto
della tua naturale umiltà.
Vado a tuffar le mani
in quella fontana!
Voglio che la vita
si rifaccia in me nuova
come un’erba d’aprile!
(Pirandello 1958, II, p. 1303)
Il simbolismo qui è apertamente esibito, come consente del resto il genere della
favola cui Pirandello esplicitamente si richiama; eppure la configurazione del
sistema simbolico (Madre = calore vitale, rigenerazione della terra,
acquasorgiva; Figlio debole e ammalato, e così via), così come i termini del
legame tra Madre e Terra e del rapporto tra Madre e Figlio, rispecchiano
perfettamente quelli riscontrati in Lazzaro e nella Nuova colonia.
Ciò che cambia è piuttosto la modalità di rappresentazione del reale. Infatti
nei primi due miti la situazione, i personaggi e la vicenda – nonché lo stesso
miracolo finale – vengono raffigurati secondo i canoni realistico-mimetici (con
punte veristiche nella Nuova colonia), sebbene si tratti di un realismo
che lascia trasparire un più profondo livello simbolico e archetipico.Viceversa,
La favola del figlio cambiato rinuncia a qualsiasi verosimiglianza
caratterizzandosi esplicitamente come «fiaba», in cui il livello fantastico e
archetipico non passa attraverso alcuna mediazione realistica: se la
protagonista è semplicemente e universalmente la «Madre», suo figlio è anch’egli
soltanto «il Principe», senz’altro nome; indeterminate e puramente simboliche
sono le coordinate geografiche (ridotte all’opposizione archetipica traNord e
Sud) e quelle temporali. Ed esplicitamente antinaturalistico è anche il tipo di
rappresentazione prescelto: in versi e musica (di Malipiero), con l’ausilio del
«coro» sia in scena (il «Coro delle Madri» nel primo quadro, quello dei
«Monelli» nel terzo e delle«Donne» nell’ultimo) che fuori scena (le risate del
coro invisibile degli scettici, nel primo quadro) e di un uso massicciamente
simbolico delle luci e della scenografia. Dunque La favola può essere
considerata una fiaba a tutti gli effetti; ma, si badi, una fiaba per adulti,
sul tipo di quelle realizzate da Bontempelli, dal momento che in essa il credito
al sovrannaturale non si limita a essere una caratteristica strutturale
(o, più esattamente, modale) della fiaba, bensì viene assunto
esplicitamente all’interno del testo, come parte integrante del suo messaggio.
Per dirla in termini più semplici: la favola pirandelliana può essere letta in
due modi, e il senso del suo messaggio poggia proprio sull’accostamento e sulla
convivenza ambigua di queste due letture: la prima è quella propriamente
fiabesca, del sovrannaturale scambio del figlio e della paziente attesa
della Madre, premiata dal ritrovamento e dal finale ricongiungimento con il
Figlio ritrovato; ma la vicenda può anche essere intesa, più scetticamente, come
la parabola di una fede premiata e di un sogno realizzato, poiché non vi è
alcuna prova (narrativa, s’intende) che il Figlio sia davvero stato cambiato, e
che si tratti effettivamente del Principe. Al contrario: la fattucchiera
Vanna Scoma, che ha informato la Madre dello scambio avvenuto, ammette
esplicitamente di averle raccontato una frottola mossa da pietà per la sua
disperazione (o, come altri suggeriscono, da un interesse economico): «Fu
sapiente carità la mia. […] Feci dipendere il bene di quello / dal bene di
questo, / e voi dite pretesto / di scrocco, / la carità mia!» (p. 1271). In
questo caso, la decisione del Principe di restare accanto alla Madre va letta
come una scelta consapevole di aderire alla logica fiabesca, l’opzione di fede
nei confronti di una verità inverosimile e del tutto irrazionale:
PRIMO MINISTRO. Ma come vuole,Vostra Maestà, che possiamo…
IL PRINCIPE. Che cosa? Credere? Si può sempre! Si può tutto!
MAGGIORDOMO. Ma questo, no, perché sappiamo che non è vero!
IL PRINCIPE. Ma niente è vero,
e vero può essere tutto;
basta crederlo per un momento,
e poi non più, e poi di nuovo,
e poi sempre, o per sempre mai più.
La verità la sa Dio solo.
Quella degli uomini è a patto
che tale la credano, quale
la sentono. […]
Io, ora, la so,
la mia verità. (p. 1302)
In questa ambiguità, in questa magica sospensione tra verità fiabesca e
consapevole illusione sta il nucleo della Favola pirandelliana, una sospensione
che risponde quasi esattamente a uno dei princìpi della poetica novecentista:
Quando si danno interpretazioni
magiche delle cose comuni, occorre farlo con un piglio che lasci continuamente
in dubbio se l’autore le dà come spiegazioni pienamente credute da lui e
autentiche in istretto senso, o come simboli di un’interpretazione non già
magica, ma puramente spirituale.
(Bontempelli 1938, p. 29)
Inoltre, nella trasformazione della novella in favola, non è escluso che
Pirandello abbia derivato qualche suggestione da alcuni testi proprio di
Bontempelli. Qualche somiglianza è infatti rintracciabile con Guardia alla
luna, la rappresentazione » del 1916 scritta da Bontempelli sotto la
suggestione incrociata del teatro futurista e di quello espressionista, in cui
viene raccontata la crudele vicenda di una madre che, non volendo accettare la
morte della figlioletta, si convince che l’abbia rapita la Luna,
futuristicamente identificata come potenza sensuale e antimaterna. Al testo
bontempelliano rimandano la divisione per quadri, la caratterizzazione della
protagonista, fortemente patetica, alcune significative analogie nella trama;
del tutto diverso, tuttavia, è il senso dei due drammi: se Bontempelli (ancora
ben lontano dal realismo magico novecentista) ha voluto offrire una
rappresentazione espressionistica del delirio ossessivo della protagonista fino
alla sua tragica sconfitta, Pirandello ha inteso piuttosto celebrare la potenza
della Madre, assurta a divinità rigeneratrice di un regno naturale e terrestre,
in una fiaba popolare con il finale tripudio di uomini e natura, finalmente
riconciliati in mistica unione sotto il benevolmente dispotico dominio
matriarcale.
Un altro testo bontempelliano affine è il romanzo Il figlio di due madri
(1929), salutato alla sua uscita come il primo romanzo compiutamente
«novecentista»: racconta la storia di una contesa giudiziaria tra due madri per
un bambino, figlio biologico dell’una ma evidentemente reincarnazione del figlio
morto dell’altra. Il tribunale naturalmente dà ragione ad Arianna, la madre
naturale, soprattutto tenendo conto della condotta ‘trasgressiva’ della madre
spirituale – la quale non è sposata, e ha trascorsi moralmente non proprio da
buona madre borghese; alla fine il bambino verrà rapito dagli zingari, e sparirà
per sempre. Dunque nel romanzo bontempelliano troviamo due madri che si
contendono un figlio, mentre la Favola di Pirandello racconta di una
madre alle prese con due figli: in entrambi i casi, tuttavia, c’è la
diversamente velata valorizzazione della maternità spirituale su quella
meramente naturale, e anzi entrambi gli autori elevano la maternità a
fatto metafisico, che trascende i limiti di quello biologico o culturale.
Velata, appunto, perché nessuno dei due autori ammette chiaramente una tale
preferenza, ma per diverse ragioni: Bontempelli non voleva esprimere apertamente
il giudizio che il figlio dovesse essere strappato alla madre naturale, per ovvi
motivi di cautela nei confronti di un pubblico – quello borghese e fascista –
che considera la maternità come uno dei valori sommi e indiscutibili; mentre
Pirandello, come si è detto, lascia volutamente irrisolto il nodo fantastico
dell’opera, senza chiarire se il Principe sia davvero figlio naturale
della Madre oppure se scelga di eleggerla madre ideale.
Più che nelle somiglianze concrete con alcune opere bontempelliane, tuttavia, mi
pare che il dato più interessante sia proprio nel cambiamento di statuto del
soprannaturale che si è osservato, in quell’ambiguità e sospensione tra vero e
illusorio, tra fiaba e realtà: grazie alla quale l’atteggiamento di Pirandello
neiconfronti del meraviglioso viene a coincidere pressoché perfettamente con
quello novecentista.
Una simile ambivalenza viene dapprima riprodotta e poi decisamente superata nei
Giganti della montagna. La trama dell’opera è nota: una compagnia di
artisti, ridotta in miseria dalla cieca fede in un dramma (appunto, La favola
del figlio cambiato) che si è rivelato un colossale fiasco, nella ricerca di
nuove piazze in cui recitare approda su un’isola dove convivono, praticamente
ignorandosi, due diversissime comunità: quella dei «Giganti», popolo rozzo e
abbrutito da un duro lavoro che però li ha portati a un alto grado di benessere,
e quella degli «Scalognati», folli e rifiuti della società che abitano in una
villa magicamente attrezzata dove, sotto la sapiente regia dell’artista-mago
Cotrone, i sogni e le più bizzarre fantasie possono divenire realtà. Nel primo e
secondo quadro dell’opera ritroviamo appunto in una forma lievemente diversa
l’ambiguità di cui si è detto, dal momento che i prodigi cui gli attori
assistono si intuiscono prodotti dalla grande abilità ingegneristica e
illusionistica di Cotrone: i finti lampi, il finto fantasma scozzese
interpretato da Mara-Mara e ogni sorta di effetti luminosi. Eppure, accanto ai
banali trucchi da baraccone, già nel secondo quadro Cotrone compie alcuni
incantesimi di cui è più difficile scoprire il ‘trucco’:
COTRONE. Mi chiamano il mago Cotrone.Vivo
modestamente di questi incantesimi.
Li creo. E ora, stiano a vedere. […] Ebbene, guardino:… là… là… là…
(Appena dice e indica col dito in
tre punti diversi, dove indica, s’aprono per un momento, fin laggiù in fondo
alle falde della montagna, tre apparizioni verdi, come di larve evanescenti.)
ILSE. Oh, Dio, com’è?
IL CONTE. Che sono?
COTRONE. Lucciole! Le mie. Di mago. Siamo qua come agli orli della vita,
Contessa.
Gli orli, a un comando, si distaccano; entra l’invisibile: vaporano i fantasmi.
È cosa naturale. Avviene, ciò che di solito nel sogno. Io lo faccio avvenire
nella veglia. Ecco tutto.
I sogni, la musica, la preghiera,
l’amore… tutto l’infinito ch’è negli uomini, lei lo troverà dentro e intorno a
questa villa.
(Pirandello 1958, II, p. 1336-37)
Illusionismo o magica evocazione? A questo punto del dramma è ancora difficile
dirlo. Di chiaro c’è intanto che la villa della Scalogna è una metafora
trasparente dell’Arte e che il mago Cotrone, sacerdote del tempio e artefice dei
suoi arcani riti, rappresenta il perfetto esemplare di artista. Ma non un
artista qualsiasi, bensì propriamente quello novecentista, giacché abbiamo
appreso che, secondo la poetica di «900», creare «incantesimi», far entrare nel
reale il sogno e l’invisibile è proprio il cómpito del perfetto artista. Fin dal
suo primo apparire Controne si presenta comeun creatore di ortodossa fede
novecentista: la sua terza battuta è infatti: «Sù, svegli, immaginazione!
Non mi vorrete mica diventar ragionevoli! Pensate che per noi non c’è pericoli,
e vigliacco chi ragiona!» (p. 1313, c.m.). Si confronti ora questa
battuta con alcune tra le più significative dichiarazioni bontempelliane
pubblicate su «900» – per esempio il primo Preambolo, in cui anche Bontempelli
definisce il lavoro dell’immaginazione come un atto di coraggio:
Unico strumento del nostro lavoro sarà l’immaginazione. […] La vita
quotidiana e normale, vogliamo vederla come un avventuroso miracolo: rischio
continuo, e continuo sforzo di eroismi e trappolerie per scamparne.
L’esercizio stesso dell’arte diviene
un rischio d’ogni momento. Non esser mai certi dell’effetto. Temere sempre che
non si tratti d’ispirazione ma di trucco.
(Bontempelli 1978, pp. 750-51, c.m.)
E, da buon novecentista (nonché in piena consonanza con le riflessioni
pirandelliane di questi anni) (39), Cotrone
invita i suoi seguaci a un atteggiamento fiducioso, infantile – in una parola,
«candido» – nei confronti del mistero e della meraviglia, grazie al quale ogni
prodigio diviene possibile:
SPIZZI. Son tutti trucchi e combinazioni, signori! Non ci lasciamo abbagliare
come allocchi noi stessi che siamo del mestiere!
COTRONE. Ah no, caro, se dice così, lei non è del mestiere! Lei dà importanza a
un’altra cosa che le preme di più! Se fosse del mestiere, si lascerebbe
abbagliare, lei stesso per il primo, perché appunto questo è il vero segno che
si è del mestiere! Impari dai bambini, le ho detto, che fanno il gioco e poi ci
credono e lo vivono come vero!
SPIZZI. Ma noi non siamo bambini!
COTRONE. Se siamo stati una volta, bambini possiamo esserlo sempre
(40)! (p. 1367)
Dunque non più una rappresentazione naturalistica del reale, la quale venga,
all’improvviso e per un solo istante, infranta dall’irruzione del prodigio
(miracolosoo terribile), rivelando epifanicamente la presenza di una realtà
altra – il mistero, l’universo degli archetipi o la mistica comunione
dell’Essere. Nei Giganti – l’abbiamo sentito dalla voce di Cotrone – lo
strappo nel cielo di carta si è fatto soglia dalla quale il mistero
penetra nel reale, ampliandone le possibilità e mutandone profondamentela
fisionomia: in un senso per molti aspetti analogo a quello sintetizzato nella
formula novecentista di «realismo magico».
E tuttavia l’opera in sé, il suo
messaggio e il suo significato più profondo, non possono essere in alcun modo
considerati un’espressione della poetica di «900». Innanzi tutto, la tipologia
del soprannaturale presente nei Giganti non è interamente riconducibile
alla categoria del realismo magico bontempelliano. Se nei miti novecentisti il
prodigio ha sempre un’origine naturale, caratterizzandosi come l’effetto
di forze extraumane (di natura personale, cioè divina, o più oscuramente
ambientale, come dimensione ulteriore dell’universo), la magia che si
produce nella villa della Scalogna ha invece sempre origine dall’uomo:
COTRONE. […] Non bisogna più ragionare. Qua si vive di questo. […]
Siamo
piuttosto placidi e pigri; seduti, concepiamo enormità, come potrei dire?
mitologiche; naturalissime, dato il genere della nostra esistenza. Non si puòcampare di niente; e allora è una continua sborniatura celeste. Respiriamo
aria favolosa. Gli angeli possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le
cose che ci nascono dentro sono per noi stessi uno stupore. […]
Le figure non
sono inventate da noi; sono un desiderio dei nostri stessi occhi. (p. 1340,
c.m.)
La descrizione di Cotrone è chiara: i prodigi meravigliosi che si producono alla
Scalogna non sono un dono di entità divine e neppure una semplice invenzione
umana; bensì sono il concretizzarsi delle fantasie spontanee, dei sogni (come
quelli che si intrecciano fantasticamente nel terzo quadro), dei desideri di
coloro che la abitano. E infatti, poche battute più tardi, Cotrone ribadirà: «I
fantasmi… non c’è mica bisogno d’andarli a cercare lontano: basta farli
uscire da noi stessi» (p. 1341, c.m.). Il prodigio dunque nasce
dall’uomo, ma non, si badi, dalla sua parte cosciente e raziocinante (come la
magia maschile e consapevole nei primi racconti bontempelliani), bensì dalla
parte più caotica e incontrollabile della psiche – i desideri, l’immaginazione,
i sogni. L’unica condizione è infatti che gli abitanti si adeguino al
fondamentale comandamento della comunità, quello di smettere di ragionare,
oppure, secondo una facile traduzione in termini freudiani, rinunciare al
controllo razionale del super-io e lasciar fluire liberamente i contenuti
dell’inconscio (da questo punto di vista, la costruzione dei sogni del terzo
quadro, con il tentativo di riproduzione della logica onirica, assume un
significato quasi rivelatorio) (41). Quasi
a chiarire ulteriormente il riferimento all’inconscio, Cotrone stesso precisa
poco dopo da quale parte della psiche umana provengano le immagini e i
desideri, nei quali si configura una vera e propria ‘verità alternativa’a quella
comunemente accettata:
ILSE. […] Lei inventa la verità?
COTRONE. Non ho mai fatto altro in vita mia! Senza volerlo, Contessa.
Tutte
quelle verità che la coscienza rifiuta. Le faccio venir fuori dal segreto dei
sensi, o a seconda, le più spaventose, dalle caverne dell’istinto. (pp. 1343-44)
Il processo creativo dell’opera d’arte ha carattere analogo a quello del
prodigio, che può esserne agevolemente (sebbene un po’ riduttivamente)
considerato metafora: spontaneo, irrazionale, naturale – tanto che nel
terzo quadro del dramma sarà la sola forza del testo poetico (quello della
Favola del figlio cambiato) a provocare il materializzarsi dei fantasmi,
cioè le due vicine che fanno da spalla alla recita di Ilse. Una concezione
mistica dell’opera, e assai lontana da quella «artigianale» proposta da
Bontempelli, come abbiamo visto, fin dai Preamboli a «900»; alla quale anzi
Pirandello parrebbe quasi controbattere apertamente, nel discorso tenuto nel
1934 al Convegno Volta sul Teatro Drammatico:
il mistero d’ogni nascita artistica è il mistero stesso d’ogni nascita
naturale; non cosa che si possa fabbricare ma che deve naturalmente nascere, non
a caso e tanto meno a capriccio degli scrittori, come libertà senza leggi, come
erroneamente suppone chi non sa, ma anzi obbedientissima alle sue inderogabili
leggi vitali (42).
(Pirandello 1970, p. 1038)
Le differenze di statuto del soprannaturale e di concezione dell’opera d’arte
non possono che riflettersi in una differente idea del mito, che in certo senso
per Pirandello rappresenta una combinazione di questi due aspetti. Come si è
giàdetto, Pirandello ha del mito una concezione archetipica e atemporale: i miti
sono complessi di simboli ed exempla eterni e universali, i quali
permangono intatti e vitali attraverso le varie epoche storiche e il succedersi
delle civiltà, come una sorta di serbatoio al quale l’artista – e, più in
generale, l’uomo – possa attingere in qualsiasi momento:
Le origini dei miti sono appunto queste: le vicende elementari e inderogabili
dei cicli terrestri: le albe, i tramonti, le nascite, le morti
(43).
Le vicende «elementari e
inderogabili», in una parola, archetipiche: dunque universalmente ed
eternamente valide – mentre abbiamo visto che secondo la teoria novecentista il
mito è un’espressione sì «elementare», ma soprattutto primigenia: ossia
resa possibile soltanto in occasione di un nuovo inizio, profezia e sintesi
delle caratteristiche dell’era e dell’Umanità che sta cominciando un nuovo
ciclo. Ne deriva anche che, nel caso di Pirandello, non vi sia alcuna
contraddizione nel far rivivere – naturalmente mutati dal tempo in cui vengono
ripresi e rappresentati – dei miti vecchi di due millenni o più, come appunto
quelli di Medea e di Lazzaro: giacché si tratta di nuove espressioni di
archetipi eterni; viceversa, la contraddizione è evidente nei travestimenti
novecentisti, che vengono invece offerti come nuovi miti per una nuova Epoca e
una nuova Umanità. Alla radice di tutte le differenze segnalate, sta proprio il
fatto che Pirandello non condivida l’utopia futurista e bontempelliana della
«nuova era», nella quale l’uomo possa riacquistare la primigenia ingenuità e
riattingere grazie a essa alla rinnovata sorgente del mito: Pirandello,
nonostante la forte influenza della filosofia di Vico, dimostra sempre una
convinta ostilità per le teorie cicliche; e, se è vero che qualcosa ha preso da
Nietzsche, non si tratta certo della teoria dell’eterno ritorno
(44).
Lo stesso Bontempelli era perfettamente consapevole della differenza di
concezione tra sé e Pirandello, e proprio per questo, nel suo discorso di
commemorazione, lo colloca in chiusura della Seconda Epoca, come disgregatore
dei suoi estremi esiti (una funzione che nei Preamboli del 1926 aveva assegnato
anche al futurismo):
E nell’opera di Pirandello il mondo romantico e le sue postreme deduzioni si
distruggono fino all’ultima cellula.
Di qua dal mondo che Pirandello ha denudato – ecco la denuncia – la compagine
umana non può trovare che la distruzione totale, o il ricominciamento.
Ricominciare, dai primi elementi.
(Bontempelli 1978, p. 814)
Il mito del nuovo inizio in versione pirandelliana, Bontempelli lo individua nel
progettato romanzo Adamo ed Eva (45),
e si rammarica che Pirandello non abbia vissuto abbastanza a lungo da poterlo
scrivere: si tratta infatti di un romanzo che Pirandello non riuscì mai a
intraprendere – e, verrebbe da aggiungere, non a caso. Alla possibilità
di «ricominciare dai primi elementi», almeno a giudicare dalle sue opere e dalle
dichiarazioni, Pirandello non crede mai, neppure nei primi anni di entusiasta
infatuazione per la svolta fascista. Al contrario, continua a leggere il proprio
periodo storico come un’epoca di crisi, un’epoca che ha dimenticato «quegli
archetipi che son dati al genere umano per guida e freno dei sentimenti»
(secondo la già citata annotazione del Taccuino di Bonn): la funzione dei
suoi miti, appunto, non è di celebrare i valori nuovi dell’Umanità nuova, ma di
rammentare quei valori fondamentali ed eterni che essa ha dimenticato. E
infatti, se la trilogia mitica è indubbiamente ispirata da una volontà positiva
e di ricostruzione, è altrettanto indubbio che la sostanza dei tre miti sia
critica e radicalmente pessimista: La nuova colonia mostra l’evoluzione
di una comunità dalla iniziale purezza alla inevitabile decadenza e corruzione,
fino al venir meno del rispetto verso i più sacri valori; Lazzaro mostra
i mali prodotti dall’ascetismo e dalla bigotteria; I giganti della montagna
infine, per tornare al nostro discorso, delineano la parabola della morte
dell’Arte nella società industrializzata e massificata:
COTRONE. Ma io l’ho in odio, questa gente, signor Conte! Vivo qua per questo. E
in prova, vedono? (mostra il fez che dall’arrivo degli ospiti tiene in mano e se
lo caccia in testa) ero cristiano, mi son fatto turco!
LA SGRICIA. Non tocchiamo, o oh! non tocchiamo la religione!
COTRONE. Ma no, cara, niente da veder con Maometto!
Turco, per il fallimento
della poesia nella cristianità. (p. 1329)
A riprova di questo fallimento, poco dopo gli attori vengono informati che il
teatro del paese, sul quale facevano affidamento per mettere in scena La
favola, è ormai in disuso per mancanza di pubblico, e si pensa di abbatterlo
per farci «un piccolo stadio » o addirittura «il cinematografo» – e sappiamo,
fin dal Si gira… (1915), che Pirandello considera il cinema lo svilimento
dell’opera d’arte in prodotto per le masse e industria dello spettacolo. Il
paese – ossia il pubblico borghese e moderno – non sa che farsene dell’Arte, e
anzi perseguita l’artista irridendolo o scandalizzandosi per le sue ‘verità’:
per questo Cotrone è dovuto scappare, «perseguitato dagli scandali » (p. 1344),
per venire a rifugiarsi nel suo magico Eden fuori dal mondo.
A questo punto del dramma, si registra uno scarto rispetto alla struttura
narrativa del mito delineata dalle prime due opere della trilogia. Il modello
‘crisi del valore-soluzione irrazionale e salvezza miracolosa del giusto’
prevedrebbe infatti che Ilse accettasse l’invito di Cotrone a restare alla
Scalogna, dove potrebbe ristorarsi dei tormenti patiti per la cattiveria e la
sordità all’Arte della società, e consumare la propria esistenza nel pieno
godimento dell’ideale estetico – nello stesso modo in cui La Spera rimane da
sola con la sua creatura nella natura incontaminata (dopo il miracoloso
sterminio dei malvagi) e Lucio accetta di rientrare nella fede (grazie alla
miracolosa illuminazione divina). Ma Ilse, a sorpresa, rifiuta tanto il deus
ex machina del miracolo che la fuga nell’irrazionale:
ILSE. Vuol dire che andrò io sola, a leggere, se non più a rappresentare la
Favola.[…]
COTRONE. Comprendo che la Contessa non può rinunziare alla sua missione.
ILSE. Fino all’ultimo.
COTRONE. Non vuole neanche lei che l’opera viva per se stessa – come potrebbe
soltanto qua.
ILSE.Vive in me; ma non basta! Deve vivere in mezzo agli uomini! (p. 1408)
Perché Ilse rifiuta? Le interpretazioni della sua risoluzione potrebbero essere
diverse, e nessuna appare così lampante e esaustiva da imporsi come dominante.
Innanzi tutto, il trattamento mitico pirandelliano del tema dell’Arte e del
teatro comporta un ovvio coinvolgimento personale e autobiografico dell’autore:
basterebbe ricordare che tanto la Favola quanto i Giganti sono
scritti per Marta Abba (46), l’attrice
amata da Pirandello negli ultimi dieci anni della sua vita, e che la circostanza
biografica è idealmente riflessa nei Giganti, in cui la compagnia della Contessa
mette in scena l’opera che il poeta suicida ha composto proprio per sedurre
l’attrice. Ma soprattutto non va dimenticato ciò che si è detto sul fiasco
effettivamente incontrato sulle scene dalla Favola del figlio cambiato,
fiasco che ha soltanto replicato in maniera più clamorosa gli insuccessi dei
primi due miti (47): confrontando tali
esiti con quello utopicamente prospettato nel romanzo Suo marito – quel
sentimento mistico e quella «gioja tumultuosa» che Pirandello immaginava dovesse
percorrere il pubblico dinanzi alla rappresentazione della Nuova colonia
– possiamo facilmente immaginare la delusione e l’amarezza del loro autore per
un pubblico che, con ogni evidenza, non lo capiva.
A queste motivazioni di natura autobiografica si sovrappone però la particolare
concezione del testo, che Pirandello pensava di offrire come ideale culmine e
conclusione di tutta la sua opera teatrale. Abbiamo in parte visto come nei
Giganti vengano ripresi temi e procedimenti centrali nel maggiore teatro
pirandelliano (48): generalizzando, si può
dire che quest’opera si offre come un tentativo di superare le diverse maniere
drammatiche del primo e secondo Pirandello in una eccezionale sintesi,
recuperando quindi, oltre ai temi, anche le modalità analitiche, il pessimismo
radicale, la denuncia della crisi della prima produzione umoristica.
Paradossalmente, questa volta il distanziamento dalla contingenza e la scelta di
un’ambientazione fuori dal mondo, cioè fuori dalla vita d’ogni giorno e
dalla concreta situazione storico-sociale, consentono a Pirandello di costruire
un’allegoria suggestiva ma anche estremamente lucida, realizzando quell’ideale
di «prospettare» la vita contemporanea «sub species aeternitatis» che,
nel discorso del ’34 al Convegno Volta (Pirandello 1970, p. 1038), indicava come
il supremo e difficilissimo scopo dell’opera d’arte. Tra le ragioni della scelta
di Ilse, però, potrebbe esserci anche una sorta di volontà di adeguamento alla
logica mitica. Ilse si è spogliata delle proprie ricchezze e consacrata a quella
che Cotrone stesso definisce una missione, ossia far conoscere gli uomini
la bellezza dell’Arte: pur sapendo che la ‘buona novella’ è destinata a restare
inascoltata e che tale missione la condurrà alla morte, e tuttavia decisa a
tenervi fede «fino all’ultimo». Riconosciamo piuttosto facilmente nella sua
vicenda il modello del paradigma cristologico; e accanto a esso, strettamente
legato a esso (come sappiamo esserlo nella concezione pirandelliana) quello del
capro espiatorio. Dunque Ilse non può cedere alla tentazione prospettata da
Cotrone e rinuncia re alla missione sacra, che anzi persegue con quella
aspirazione al martirio che caratterizza il capro pirandelliano.
Il proseguimento e la conclusione (soltanto progettata) dell’opera confermano
punto per punto l’adeguamento al modello del capro. Dinanzi alla ferrea volontà
di Ilse, e data la esplicita refrattarietà all’Arte del pubblico borghese (vedi
la chiusura del teatro del paese), Cotrone fa una proposta in linea con la sua
identità ‘novecentista’: offre a Ilse di rappresentare la sua Favola in
occasione di una grande festa dei «giganti della montagna», popolo «d’alta e
potente corporatura», abbrutito dai «rischi e pericoli d’una immane impresa,
scavi e fondazioni, deduzione d’acque per bacini montani, fabbriche, strade,
colture agricole»; fatiche immani che «non han soltanto sviluppato enormemente i
loro muscoli», ma «li hanno resi naturalmente anche duri di mente e un po’
bestiali» (p. 1360). La compagnia accetta, pur spaventata dalla brutalità del
pubblico al quale va incontro.
Dell’ultimo atto, rimane soltanto il resoconto di Stefano Pirandello, sul quale
qualcuno non ha mancato di esprimere dei dubbi. Nelle sue linee generali,
tuttavia, esso dovrebbe rispecchiare abbastanza fedelmente le intenzioni di
Pirandello: gli attori si recano alla festa dei Giganti, i quali accettano che
l’opera venga sì rappresentata, ma per i loro servi, perché essi hanno altro di
cui occuparsi. Ed ecco che viene sfatato un altro dei più tenaci ideali
novecentisti, quello del pubblico ingenuo e perciò naturalmente ricettivo
all’Arte e al mito (49), poiché i servi si
palesano come gente volgare, sorda alla poesia e interessata soltanto al
varietà. Alle loro pretese Ilse reagisce con disprezzo, scatenando così la loro
reazione violenta: invadendo la scena i servi l’aggrediscono e la uccidono – il
suo corpo verrà condotto fuori scena «spezzato come quello d’un fantoccio rotto»
– mentre i suoi compagni Spizzi e Diamante, accorsi in sua difesa, addirittura
«sono stati sbranati: nulla più s’è trovato dei loro corpi» (p. 1375). Il
delirio orgiastico della folla e la soluzione violenta ci riportano al racconto
bontempelliano L’ultima notte di quell’anno e al modello tragico dello
sparagmós, qui riprodotto esattamente, a classico compimento del destino del
capro. Tra Arte e Vita si è interrotta ogni comunicazione, e la tomba «illustre
e imperitura», che il Conte promette di erigere a Ilse con il risarcimento
offertogli dai Giganti è anche il monumento funebre a un’idea dell’Arte
(con la maiuscola) ormai definitivamente riconosciuta come impraticabile.
Un’ultima annotazione: ho utilizzato la definizione di «modello tragico» per il
finale dei Giganti; e infatti l’ultima opera incompiuta è anche quella
che più limpidamente, tra le opere di Pirandello, rientra nel modo tragico.
Innanzi tutto si può notare l’assenza del ricorso a qualsiasi strategia
melodrammatica (ampiamente riscontrato invece nei primi due miti): gli scontri
drammatici in atto – quello tra Cotrone e Ilse, e quello tra i «servi fanatici
dell’arte» e i «servi fanatici della vita» da cui si originerà la catastrofe
finale – non sono eticamente orientati lungo l’asse bene/male, bensì sono
il riflesso del conflitto irrisolvibile, fatale, tra opposte concezioni
della Vita, dell’Arte e soprattutto del loro rapporto. Una tale lettura
acquisterebbe un significativo spessore se volessimo fidarci completamente del
resoconto di Stefano Pirandello, in cui Cotrone offre dell’accaduto
un’interpretazione di importanza fondamentale per intendere il senso dell’opera:
Il Conte, rinvenuto, grida sul corpo della moglie che gli uomini hanno
distrutto la poesia nel mondo. Ma Cotrone comprende che non c’è da far colpa a
nessuno di quelche è accaduto. Non è, non è che la Poesia sia stata rifiutata;
ma solo questo: che i poveri servi fanatici della vita, in cui oggi lo spirito
non parla, ma potrà pur sempre parlare un giorno, hanno innocentemente rotto,
come fantocci ribelli, i servi fanatici dell’Arte, che non sanno parlare agli
uomini perché si sono esclusi dalla vita, ma non tanto poi da appagarsi soltanto
dei propri sogni, anzi pretendendo di imporli a chi ha altro da fare, che
credere in essi. (p. 1375, c.m.)
Il discorso di Cotrone – sempre, ripeto, che si voglia attribuirlo interamente a
Pirandello stesso – getta una luce inedita sul significato dell’opera. Fin qui
abbiamo rintracciato i riferimenti alla decadenza dell’Arte, al disinteresse del
pubblico borghese, all’ostilità e all’incomprensione delle masse; e abbiamo
assistito allo scontro tra le due diverse possibilità offerte all’artista:
ritirarsi nella ‘torre d’avorio’e accontentarsi di un consumo puramente
narcisistico dell’ideale estetico (l’opzione di Cotrone), o continuare
nonostante tutto la missione di condurre l’Arte tra gli uomini, a dispetto dei
fallimenti e sino agli estremi esiti (la scelta di Ilse). Ma la colpa, afferma
Cotrone, non è solo nella sordità delle masse e nel decadimento del senso
estetico nella società borghese; la colpa è anche degli artisti stessi, che
hanno perso il contatto con quelle masse e con la vita in generale, pretendendo
poi di essere compresi ugualmente quando offrono al pubblico i loro privati
sogni e le loro sublimi fantasie. La colpa, tradurrebbe facilmente un critico
marxista, è della divisione del lavoro, che ha prodotto fatalmente quello
scollamento. E proprio in questa fatalità di natura tragica potrebbe
essere rintracciato il senso più profondo (e più attuale) dell’ultimo mito
pirandelliano.
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5. Su un’intervista poco conosciuta e sul rapporto Pirandello-Nietzsche
Due mesi prima di morire (ottobre 1936), Pirandello rilascia a Giovanni
Cavicchioli un’intervista che appare sul numero di ottobre di «Termini», rivista
dell’Istituto Fascista di Cultura di Fiume. Qualche settimana dopo (15
novembre), il testo dell’intervista viene ripubblicato su «Quadrivio», con il
titolo Pirandello parla di Pirandello. Si tratta di un testo a mio parere
molto interessante, in cui Pirandello in un certo senso tira le somme della
propria esperienza di mitopoieta, e in cui ritornano alcuni degli elementi sui
quali si è discusso in queste pagine. Per questo motivo, e per il fatto che
quest’intervista (al pari di molti altri interventi ‘occasionali’ di Pirandello)
non appare in nessuna delle raccolte di scritti pirandelliani
(50), mi è sembrato di qualche utilità
riprodurne il testo per intero.
Teatro serio, il mio, – dice Pirandello – vuole tutta la partecipazione
dell’entità morale uomo. Non è un teatro comodo. Teatro difficile, diciamo
teatro pericoloso. Nietzsche diceva che i Greci alzavano bianche statue contro
il nero abisso, per nasconderlo. Sono finiti quei tempi. Io le scrollo invece
per rivelarlo. «In questo nulla spero di trovare il tutto» dice Faust
avventurandosi nella regione inferna delle Madri. Per poter scendere in fondo
all’abisso ci vuole almeno la speranza di trovarvi Elena… Bisogna abituarsi a
vedere nel buio.
La difficoltà è tutta nell’esecuzione che dovrebbe essere pari alle difficoltà
proposte. È la tragedia dell’anima moderna. Bisogna farla discendere dal
palcoscenico fra questo pubblico. L’esecuzione dovrebbe avere appunto un
carattere religioso: si tratta d’un «mistero» moderno. Se l’esecuzione fosse
come la voglio, come la vedo, il pubblico, sono certo, seguirebbe,entrerebbe nel
mio giro. In tempi d’azione e di rivoluzione questo teatro è teatro di
rivoluzione e di esecuzioni capitali. In questosenso lo considero teatro del mio
tempo. La distruzione esige una ricostruzione. Fa tabula rasa perché appaiono
[refuso per «appaiano»?] nuovi valori. Essa chiama a raccolta perciò le più
profonde forze vitali dell’uomo.
Non ci sono programmi, non ci possono, non ci devono essere programmi e
imbrigliamenti. L’arte, libera vita dello spirito, deve essere assolutamente
libera, per manifestare se stessa. Tutto il mio teatro riconosce solo una
necessità, proprio nel senso greco, una duplice contraddittoria necessità
primordiale della vita: essa deve consistere e nello stesso tempo fluire. La
vita ha pur da consistere in qualche cosa se vuole essere afferrata. Per
consistere le occorre una forma, deve darsi una forma. D’altra parte questa
forma è la sua morte perché l’arresta, l’imprigiona, le toglie il divenire. Il
problema è questo,per la vita: non restar vittima della forma. È qui tutto il
tragico dissidio della storia della libertà. Nietzsche,Weininger, Michelstädter,
vollero far coincidere assolutamente, a ogni istante, forma e sostanza, e furono
spezzati e travolti. Esiste in noi un punto fondamentale, un nucleo di sostanza
vitale che non può essere impunemente chiuso e soffocato. Nei grandi momenti
della vita lo sentiamo in pericolo e allora lo difendiamo.
Nel Lazaro [sic] dò la risposta più netta al dissidio fondamentale, nel
mio teatro, in quanto fatto religioso e sociale. Se all’uomo non libero togliete
la forma, in quanto legame spirituale, subito egli ricasca fra le bestie, e il
primo atto della sua così detta libertà è una fucilata contro un altro uomo,
contro l’Adamo nuovo che vive in pace con la sua Eva. Il figlio allora si
sacrifica, rientra nell’ordine, indossa ancora la veste sacerdotale per coloro a
cui è necessaria. La sua fede razionale conduceva alla rovina,e non era che
forma essa pure. Cristo è charitas, amore. Solo dall’amore che comprende, e sa
tenere il giusto mezzo tra ordine e anarchia, tra forma e vita, è risolto il
conflitto. Sono anche lieto che nessuna autorità religiosa abbia trovato da
condannare. Della mia opera nulla è all’indice. La Civiltà Cattolica ne
ha parlato a fondo, in tre articoli che formano addirittura un volume, e
conviene della sua perfetta ortodossia. Perfetta ortodossia in quanto posizione
di problemi. E tali problemi non comportano che una soluzione cristiana.
Si tratta di un testo dai molteplici elementi d’interesse e che riprende e
conferma alcune delle osservazioni fatte sin qui. A cominciare dal ripiegamento
del tardo Pirandello su posizioni gradite al pubblico borghese, che invece aveva
avuto più di un’occasione per gridare allo scandalo nei decenni precedenti. E,
poiché le abitudini sono dure a perdersi, allo scandalo aveva gridato anche di
recente, per esempio in occasione dello stesso Lazzaro: tanto più
significativo, dunque, che Pirandello cerchi a tutti i costi di rovesciare in
positivo interesse le critiche feroci che erano piovute sul dramma proprio da
parte dei cattolici – «Civiltà Cattolica» in testa.
Un altro elemento interessante è il concetto di tabula rasa, di cui
Pirandello si serve per ricapitolare la nuova prospettiva in cui egli cerca di
inquadrare la propria opera a partire dalla seconda metà degli anni Venti. Come
ho già detto, secondo questa nuova prospettiva la fase critica e umoristica
della produzione pirandelliana viene ad assumerne il valore di momento negativo
preliminare, necessario e funzionale alla successiva fase positiva, di
ricostruzione dei valori e delle verità. L’idea di «tabula rasa», tuttavia, non
è una novità in questo giro di anni, dal momento che è anzi uno dei concetti più
insistiti della dottrina novecentista:
Alla nuova espressione si può arrivare benissimo, anzi si deve arrivare, dal
niente, dalla tabula rasa.
(Bontempelli 1928b, p. 236)
Non si tratta soltanto di una questione terminologica: poiché con il ricorso a
una tale formula Pirandello orienta la reinterpretazione della propria opera in
un senso assai più preciso di quanto non avesse fatto finora – e un senso assai
consono con le teorie novecentiste. Come abbiamo visto, nell’intervista
rilasciata a «L’Impero» nel novembre 1924 Pirandello rigettava l’immagine
convenzionalmente assegnatagli di «pessimista», «nichilista», per riaffermare il
valore etico della propria arte, la quale consiste nel «creare il terreno sotto
i piedi ad ogni passo che viene mosso dai miei personaggi», addirittura nel
«creare la realtà»: la nuova immagine proposta, dunque, era quella di un
Pirandello che analizza criticamente l’individuo e i rapporti sociali allo scopo
di giungere a un fondo di certezze solide e a tutta prova – quelle certezze
rappresentate negli archetipi di cui si costituiscono i miti. Questa intervista
del ’36, invece, parrebbe cambiare ulteriormente la prospettiva: non più un’arte
che va al fondo della contingenza per rintracciare i valori e le verità eterne,
bensì che in un primo momento demolisce le certezze, le convenzioni, le
ideologie perché in un secondo momento, sulla «tabula rasa», sia
possibile ricostruire nuovi valori e nuove verità – se si
preferisce, nuove convenzioni e ideologie. Insomma, Pirandello parrebbe infine
aderire all’ideologia – già futurista, poi novecentista ma in ogni caso
estremamente diffusa – del nuovo inizio: sebbene non si tratti di una
«nuova era», di un «punto zero», e neppure effettivamente di un nuovo inizio
storico, sociale o comunque collettivo, bensì semplicemente personale e
artistico. Alla luce di un tale riorientamento, tuttavia non apparirebbe più
così ingiustificata l’interpretazione novecentista di Pirandello offerta da
Bontempelli nella sua commemorazione:
Dopo l’ultimo scoppio, l’ultimo scroscio, e l’ultimo silenzio, non rimane che la
tabula rasa. Sulla tabula rasa sappiamo che ricomincerà la vita,
la vita dai primordi, dagli elementi.
[…] Luigi Pirandello sta col peso denso della sua opera a suggellare la Seconda
Epoca della umanità civile d’occidente, a pronunciare di essa epoca la condanna
implacabile, a indicare il deserto nuovo su cui dobbiamo costruire l’epoca
nuova.
(Bontempelli 1978, pp. 824-25)
Va inoltre tenuto presente che, in questi stessi anni, anche in Bontempelli si
erano notevolmente attenuati gli entusiasmi degli anni Venti e che l’utopia del
punto zero si era drasticamente ridimensionata: nel decennio intercorso tra i
Preamboli e il discorso del ’37 infatti la cronologia bontempelliana delle
Epoche è significativamente mutata, tanto che nell’edizione dell’Avventura
novecentista del 1938, al primo Preambolo Bontempelli aggiunge una nota
fondamentale: «Ma la guerra (la Guerra Europea), cominciata il luglio 1914, non
è ancora finita. Perciò il nuovo secolo, e con esso la Terza Epoca, non è ancora
cominciato» (Bontempelli 1978, p. 751). In qualche modo, per i due scrittori e
amici si potrebbero delineare quasi due evoluzioni opposte di pensiero, la cui
convergenza finale non potrà che apparire significativa.
Un altro elemento d’interesse di quest’intervista pirandelliana è a mio parere
il rimando al Faust. La citazione «In questo nulla spero di trovare il
tutto» è un’esatta traduzione del verso 6255 del I atto della Parte Seconda
della tragedia (dal che si deduce che Pirandello aveva letto attentamente o
riaperto di recente il Faust), «In deinem Nichts hoff ich das All zu
finden» (Goethe 1773-1831, II, p. 552). Ma è il rimando nel suo complesso ad
essere significativo: Pirandello specifica infatti che la frase è pronunciata da
Faust «avventurandosi nella regione inferna delle Madri». E aggiunge: «Per poter
scendere in fondo all’abisso ci vuole almeno la speranza di trovarvi Elena…
Bisogna abituarsi a vedere nel buio». Effettivamente il rimando è esatto: Faust
ha chiesto a Mefistofele come fare per richiamare al mondo gli spettri di Elena
e Paride, come gli è stato richiesto dall’Imperatore, e Mefistofele gli risponde
che l’unica maniera è di scendere nell’abisso in cui abitano «le Madri», il
luogo, appunto, del Nulla: «Von Einsamkeiten wirst umhergetrieben» (v. 6226)
[«sarai travolto per le solitudini», pp. 550-51] lo avverte Mefistofele, e
ancora «Nichts wirst du sehn in ewig leerer Ferne, / Den Schritt nicht hören,
den du tust» (vv. 6246-47) [«in quella lontananza eternamente vuota non vedrai
nulla, non udrai il passo che posi», pp. 552-53]. Faust si dichiara disposto ad
andare comunque, con la speranza, appunto, di trovare il «Tutto» nel «Nulla»
preannunciatogli da Mefistofele.
Il riferimento pirandelliano potrebbe dunque essere interpretato come metafora
di un tema che ritorna più volte negli scritti dell’autore (a partire almeno
dall’Umorismo): quello della Conoscenza, o della Bellezza (Elena)
conquistate a prezzo della solitudine, del coraggio, della agghiacciante
contemplazione dell’abisso. Ma le Madri goethiane non sono divinità generiche,
personificazioni magari della Grande Madre benefica e terribile, né sono custodi
di un generico «abisso»; al contrario, il loro regno è qualcosa di ben preciso.
Come Goethe spiega in uno dei colloqui con Eckermann, l’idea delle Madri gli
deriva da Plutarco, che nella Vita di Marcello e in Della decadenza
degli oracoli racconta di una città siciliana, Engyum, in cui c’è un tempio
sede di dee chiamate «Madri», e di un campo in cui si trovano i lògoi –
ossia le forme originarie, le basi prime – di tutto ciò che esiste nel mondo (p.
1088 n.). Dunque le Madri custodiscono le essenze immutabili, le idee platoniche
o, meglio, gli archetipi di cui l’universo contingente rappresenta le
attuazioni: e solo per questo motivo Faust vi può ritrovare anche Elena.
Torniamo a Pirandello. Chiarito il significato del passo goethiano a cui fa
riferimento, l’interpretazione del passaggio dovrebbe essere ovvia: Pirandello
non parla di un generico «abisso», bensì dell’abisso in cui si celano gli
archetipi; l’esplorazione di esso è segnata da angoscia, buio e solitudine, e
l’uomo che vi si avventura dev’essere confortato almeno dalla speranza di
riportarne un tesoro. E altrettanto chiara è la relazione tra questa immagine e
la funzione che Pirandello assegna alla propria arte, in cui le convenzioni e le
false certezze vengono violentemente scosse e abbattute, svelando l’orribile
abisso che si cela dietro di esse; ma quest’operazione distruttiva non è fine a
se stessa: poiché chi ha il coraggio di scendere in fondo a quell’abisso (cioè
di partecipare all’opera con tutta la propria entità morale) e la capacità di
«vedere nel buio» vi troverà in fondo il paradiso degli archetipi, e ne
ritornerà con le nuove, eterne verità.
Siamo così arrivati alle «bianche statue contro il nero abisso», e con esse a
Nietzsche. Dopo un rapido controllo, credo di poter affermare con sufficiente
sicurezza che non si tratta di una citazione vera e propria; ma non c’è alcun
dubbio che Pirandello si riferisca alla Geburt der Tragödie (Nascita
della tragedia, 1872). Il riferimento non è tuttavia totalmente generico,
poiché l’immagine delle statue e dell’abisso che esse nascondono è già in
Nietzsche, precisamente nel terzo capitolo dell’opera, e serve a rappresentare
la dialettica di dionisiaco e apollineo:
|
Um dies zu begreifen, müssen wir jenes kunstvolle
Gebäude der apollinischen Cultur gleichsam Stein um Stein abtragen, bis
wir die Fundamente erblicken, auf die es begründet ist. Hier gewahren wir nun
zuerst die herrlichen olimpyschen Göttergestalten, die auf den Giebeln
dieses Gebäudes stehen, und deren Thaten in weithin leuchtenden Reliefs
dargestellt seine Friese zieren.
(Nietzsche 1967-77, 1, p. 34) |
[Per comprendere ciò, dobbiamo per così dire disfare
pietra per pietra il geniale edificio della cultura apollinea, fino a
scorgere le fondamenta su cui esso è basato. Qui vediamo anzitutto le magnifiche
figure degli dèi olimpici, che stanno sul frontone di questo edificio, e
le cui gesta, raffigurate in luminosi e ampi bassorilievi, ne costituiscono il
fregio.
(trad. 1965-72, III, 1, p. 30)] |
Dunque non direttamente le statue, bensì un edificio (quello della religione
olimpica) ornato di esse; un edificio che anche per Nietzsche, com’è noto, è
stato costruito per celare qualcosa di tremendo (che anche nell’allegoria del
filosofo tedesco viene collocato al di sotto):
|
Jetzt öffnet sich uns gleichsam der olympische
Zauberberg und zeigt uns seine Wurzeln. Der Grieche kannte und empfand die
Schrecken und Entsetzlichkeiten des Daseins: um überhaupt leben zu können,
musste er vor sie hin die glänzende Traumgeburt der Olympischen stellen. (p.
35) |
[Ora si apre a noi per così dire la montagna incantata
dell’Olimpo e ci mostra le sue radici. Il Greco conobbe e sentì i terrori e le
atrocità dell’esistenza: per poter comunque vivere, egli dové porre davanti a
tutto ciò la splendida nascita sognata degli olimpici. (p. 32)] |
E poco oltre ritroviamo anche l’immagine dell’abisso (del resto
ricorrente più volte nel testo nietzscheano), ossia «l’abisso della
contemplazione del mondo» che la cultura apollinea sconfigge grazie alle
«immagini chimeriche» e alle «illusioni». Data la coincidenza, sembrerebbe
dunque di poter affermare che il richiamo di Pirandello non sia generico, ma che
anzi presupponga una effettiva lettura del testo. Ma non è tutto.
Nel paragrafo che precede l’ultimo citato viene chiamata in causa anche Elena,
come simbolo della serenità apollinea dei Greci, almeno agli occhi di un
osservatore moderno:
|
Und so mag der Beschauer recht betroffen vor diesem
phantastischen Ueberschwang des Lebens stehn, um sich zu fragen, mit welchem
Zaubertrank im Leibe diese übermüthigen Menschen das Leben genossen haben mögen,
dass, wohin sie sehen. Helena, das «in süsser Sinnlichkeit schwebende» Idealbild
ihrer eignen Existenz, ihnen entgegenlacht. (p. 35) |
[E così l’osservatore può rimanere profondamente
colpito davanti a questa fantastica dovizia di vita, per domandarsi con quale
filtro magico in corpo questi uomini tracotanti potessero aver goduto la vita,
al punto che, dovunque guardassero, rideva loro incontro Elena, la dolce
immagine ideale della loro esistenza, «fluttuante in dolce sensualità». (p.
31)] |
Non è ancora l’Elena di Goethe, però, e non ha il valore simbolico che le
assegnerà Pirandello; per trovare il riferimento all’episodio del Faust
dobbiamo spostarci alla fine del capitolo XVIII, e, questa volta, il valore
simbolico che Nietzsche assegna a Elena è uguale a quello che ella rivestirà per
Pirandello. Il filosofo tedesco sta infatti immaginando una rinascita dello
spirito dionisiaco nella modernità, e disegnando l’avvento di un’Umanità
«tragica»:
|
sollte es nicht nöthig sein, dass der tragische Mensch
dieser Cultur, bei seiner Selbsterziehung zum Ernst und zum Schrecken, eine neue
Kunst, die Kunst des metaphysischen Trostes, die Tragödie als die ihm zugehörige
Helena begehren und mit Faust ausrufen muss: Und sollt’ ich nicht,
sehnsüchtigster Gewalt, In’s Leben ziehn die einzigste Gestalt? (p. 119) |
[non sarebbe forse necessario che l’uomo tragico di
questa civiltà desiderasse, nell’educare se stesso alla serietà e al coraggio
(51), un’arte nuova, l’arte della consolazione
metafisica, la tragedia, come l’Elena che a lui spetta? ed esclamasse con Faust:
E non dovrei, con la più anelante violenza, Trarre in vita la forma unica fra
tutte? (p. 122)] |
Anche per Nietzsche dunque Elena è il simbolo del tesoro che attende l’uomo
coraggioso, il quale sappia scendere nell’abisso (in questo caso, la conoscenza
dionisiaca), dunque simbolo della tragedia rinata nella modernità – e,
nell’intervista pirandelliana, la discesa nell’abisso alla ricerca di Elena
viene definita esattamente «la tragedia dell’anima moderna»
(52) – ma anche della «consolazione
metafisica», ossia l’acquisizione della sapienza dell’inarrestabile fluire della
vita e della mistica comunione dell’Essere che si cela dietro l’illusione della
contingenza.
Per completare infine il repertorio delle analogie, anche Nietsche rimanda alle
«Madri» del Faust, precisamente al capitolo XVI:
|
Apollo steht vor mir, als der verkländere Genius des
principii individuationis, durch den allein die Erlösung im Scheine
wahrhaft zu erlangen ist: während unter dem mystischen Jubelruf des Dionysus der
Bann der Individuation zersprengt wird und der Weg zu den Müttern des Sein’s, zu
dem innersten Kern der Dinge offen liegt. (p. 103) |
[Apollo mi sta innanzi come il genio trasfiguratore
del principium individuationis, grazie a cui soltanto si può conseguire
davvero la liberazione nell’illusione; per contro al mistico grido di giubilo di
Dioniso la catena dell’individuazione viene spezzata e si apre la via alle Madri
dell’essere, verso l’essenza intima delle cose.
(p. 105)] |
Nessun dubbio che si tratti dello stesso concetto espresso di Pirandello:
l’abbattimento delle statue apollinee, la discesa nell’abisso delle Madri alla
ricerca della verità e degli archetipi. La citazione, oltre tutto, mi dà
l’occasione per aprire una parentesi: se, anticipando le conclusioni di questo
confronto, si volesse collocare la lettura pirandelliana della Geburt der
Tragödie all’altezza del soggiorno tedesco di Pirandello (1889- 91), non
sarebbe fuori luogo ipotizzare un’influenza di questo passo e di altri simili
dell’opera di Nietzsche su certi concetti dell’ultima parte dell’Umorismo,
come l’opposizione del principio d’individuazione alla mistica comunione
dell’essere, o la descrizione della visione epifanica, e tipicamente
dionisiaca, di una realtà altra da quella della vita quotidiana. A titolo di
esempio, vorrei proporre un confronto tra la descrizione nietzscheana degli
effetti sull’individuo della conoscenza dionisiaca (capitolo VII) e un brano
dell’Umorismo:
|
Die Verzückung des dionysischen Zustandes mit seiner
Vernichtung der gewöhnlichen Schranken und Grenzen des Daseins enthält nämlich
während seiner Dauer ein lethargisches Element, in das sich alles
persönlich in der Vergangenheit Erlebte eintaucht. So scheidet sich durch diese
Kluft der Vergessenheit die Welt der alltäglichen und der dionysischen
Wirklichkeit von einander ab. Sobald aber jene alltägliche Wirklichkeit wieder
ins Bewusstsein tritt, wird sie mit ekel als solche empfunden; eine asketische,
willeverneinende Stimmung ist die Frucht jener Zustände. […]
In der Bewusstheit der einmal geschauten Wahrheit
sieht jetzt der Mensch überall nur das Entsetzliche oder Absurde des Seins.
(pp. 56-57) |
[L’estasi dello stato dionisiaco con il suo
annientamento delle barriere e dei limiti abituali dell’esistenza contiene
infatti, mentre dura, un elemento letargico, in cui si immerge tutto ciò
che è stato vissuto personalmente nel passato. Così, per questo abisso di oblio,
il mondo della realtà quotidiana e quello della realtà dionisiaca si separano.
Ma non appena quella realtà quotidiana rientra nella coscienza, viene sentita
con nausea come tale; una disposizione ascetica, negatrice della volontà, è il
frutto di quegli stati. […]
Nella consapevolezza di una verità ormai contemplata,
l’uomo vede ora dappertutto soltanto l’atrocità o l’assurdità dell’essere.
(pp. 55-56)] |
Secondo Pirandello, invece:
Lucidissimamente allora la compagine dell’esistenza quotidiana, quasi sospesa
nel vuoto di quel nostro silenzio interiore, ci appare priva di senso, priva
di scopo; e quella realtà diversa ci appare orrida nella sua crudezza
impassibile e misteriosa, poiché tutte le nostre fittizie relazioni consuete
di sentimenti e d’immagini si sono scisse e disgregate in essa. […] Con uno
sforzo supremo cerchiamo allora di riacquistar la coscienza normale delle cose,
di riallacciare con esse le consuete relazioni, di riconnetter le idee, di
risentirci vivi come per l’innanzi, al modo solito. Ma a questa coscienza
normale, a queste idee riconnesse, a questo sentimento solito della vita
non possiamo più prestar fede, perché sappiamo ormai che sono un nostro
inganno per vivere e che sotto c’è qualcos’altro, a cui l’uomo non può
affacciarsi, se non a costo di morire o d’impazzire.
(Pirandello 1970, pp. 152-53; c.m.)
I due testi andrebbero confrontati per intero; ma già da questi due brevi
estratti si può notare come i due autori stiano descrivendo in realtà la stessa
situazione, sebbene ciascuno facendo ricorso alle proprie personali modalità di
rappresentazione: per Nietzsche, simboliche e tragiche, mentre Pirandello
declina la descrizione in maniera più esistenziale e umoristica (nel
senso di «soggettiva»: si noti l’uso della prima persona plurale).
La collocazione all’inizio degli anni Novanta della ormai probabile lettura
della Geburt der Tragödie da parte di Pirandello ci consentirebbe anche
di dar ragione di un’analogia tra l’Amleto della parabola di Oreste nel teatrino
del Fu Mattia Pascal e una parte di questo stesso brano, in cui Nietzsche
presenta Amleto come prototipo dell’eroe dionisiaco integrale – analogia
significativa soprattutto se si tiene presente che entrambi, Nietzsche e
Pirandello, stanno discutendo la differenza tra Amleto e l’eroe tragico classico
(53):
|
Die Erkenntniss tödtet das Handels,
zum Handeln gehört das Umschleiertsein durch die Illusion […]; nicht das
Reflectiren, nein! – die wahre Erkenntniss, der Einblick in die grauenhafte
Warheit überwiegt jedes zum Handeln antreibende Motiv. (p. 57) |
[La conoscenza uccide l’azione: per
agire occorre essere avvolti nell’illusione […]. Non è la riflessione, certo – è
la vera conoscenza, è la visione della verità raccapricciante, che prepondera su
ogni motivo sospingente all’azione. (p. 55)] |
Confrontando l’Amleto di Nietzsche e quello pirandelliano, sorprende la
coincidenza che entrambi indichino l’origine dell’inazione amletica non tanto
(come Schlegel e la tradizione romantica) nella riflessione, quanto
propriamente nella conoscenza, identificata con la visione istantanea e
sconvolgente dell’abisso che si cela al di sotto delle illusioni – quella
visione appunto descritta da entrambi gli autori nei due passi della Geburt
der Tragödie e dell’Umorismo che ho appena messo a confronto.
Nel corso di questo capitolo, nel testo o nelle note, ho talvolta citato opere
di Nietzsche come termine di confronto per passi o idee pirandelliane: per
esempio l’aforisma su Prometeo nella Fröhliche Wissenshaft e la versione
pirandelliana del mito prometeico nell’Umorismo; o la Genealogie der
Moral per il saggio Rinunzia. La stessa Genealogie potrebbe
essere chiamata nuovamente in causa a proposito di Lazzaro: Diego Spina,
il Padre, appare infatti una perfetta incarnazione dell’asceta descritto da
Nietzsche nella dissertazione sugli ideali ascetici:
|
vohin man nur sieht, überall der
hypnotische Blick des Sünders, der sich immer in der Einen Richtung bewegt (in
der Richtung auf «Schuld», als der einzingen Leidens- Casualität); […]
überall die Geissel, das härene Hemd, der verhungernde Leib, die Zerknirschung;
überall das Sich-selbst-Rädern des Sünders in dem grausamen Räderwerk eines
unruhigen, krankhaftlüsternen Gewissens; überall die stumme Qual, die äusserste
Furcht, die Agonie des gemarterten Herzens, die Krämpfe eines unbekannten Glücks,
der Schrei nach «Erlösung». (Nietzsche 1967-77, 5, pp. 389-90) |
[ovunque si guardi, c’è sempre lo
sguardo ipnotico del peccatore, che si muove sempre in una sola direzione (nella
direzione della «colpa», in quanto unica causalità del soffrire); […] in
ogni dove la sferza, il cilicio, il corpo disfatto dall’inedia, la contrizione;
in ogni dove il peccatore che mette se stesso alla ruota, alla ruota crudele di
una coscienza senza pace, morbosamente libidinosa; in ogni dove il muto
tormento, l’estremo terrore, l’agonia del cuore martirizzato, gli spasimi di una
felicità ignota, il grido invocante «redenzione». (trad. 1965-72,VI, 2, p. 346)] |
L’analogia più significativa (e che forse farebbe pensare a un’effettiva
‘parentela’) nel confronto fra la figura dell’«asketische Priester» di Nietzsche
e il carattere del protagonista pirandelliano è l’associazione tra l’ideale
ascetico e una sessualità malsana: puntualmente rilevata da Pirandello sia nel
racconto di Lucio sulla perversione sessuale incontrata in seminario, sia nelle
pesanti allusioni di Sara alla morbosità erotica del suo ex marito: «Sì, perché
– faceva il santo, il tiranno – ma poi, quello che più mi inferociva di lui,
quando mi s’accostava, era quella mollezza della sua timidità… (Tronca con
un’esclamazione e un atto di schifo): – ah Dio!» (Pirandello 1958, II, p.
1198). Se si accetta l’ipotesi che il ritratto dell’asceta offerto da Nietzsche
abbia in qualche modo influenzato la caratterizzazione di Diego Spina, qualche
importanza può essere data anche a un altro passo della dissertazione, prossimo
a quello appena citato, in cui vengono descritti i principali effetti degli
ideali ascetici sugli uomini: «wir finden als andre Form seines Nachspiels
furchtbare Lähmungen und Dauer-Depressionen» (p. 391) [«un’altra forma dei suoi
effetti la troviamo nelle orride paralisi e depressioni croniche» (p. 348)];
ebbene, anche a non considerare significativo lo stato di prostrazione
psicologica in cui versa Lucio, mi pare una coincidenza piuttosto rilevante che
Lia, sotto la tutela del padre e la cura delle monache, sia divenuta appunto
paralitica.
Sul tema dei rapporti tra Pirandello e Nietzsche, la pur sovrabbondante critica
pirandelliana si è finora mostrata stranamente disinteressata
(54): fatto curioso, considerando sia la
formazione filosofica e filologica del Pirandello studente a Bonn, sia,
soprattutto, la svolta irrazionalista e mitopoietica della sua produzione
letteraria a partire dalla seconda metà degli anni Venti; e va anche ricordato
come Pirandello citi apertamente Nietzsche in più di un’occasione
(55). Probabilmente tra le cause della cautela
degli studiosi ha avuto un peso predominante la ricezione entusiastica,
riduttiva e acritica del pensiero nietzscheano nel panorama culturale del primo
Novecento italiano: il Nietzsche reazionario e aristocratico di d’Annunzio o
quello superomista e incendiario dei futuristi non potevano certo rivestire un
interesse filosofico per il pensiero pirandelliano. Naturalmente in Nietzsche
c’è ben di più di quanto la vulgata nietzscheana di fine Ottocento e primo
Novecento non abbia diffuso in Italia; e del resto non c’è ragione di pensare
che l’interesse di Pirandello per il pensiero di Nietzsche non potesse datare
dai tempi del soggiorno tedesco, o comunque derivare da una lettura diretta
delle opere del pensatore tedesco. Anzi, a sostegno di quest’ultima ipotesi
vorrei citare l’atteggiamento ironico e un po’ sprezzante contro la
pseudocultura da salotto appunto fatta di divulgazioni spicciole, manifestato da
Pirandello in Suo marito (il romanzo, appunto, in cui Pirandello offre un
impietoso ritratto dell’establishment culturale romano di inizio secolo):
nel secondo capitolo del romanzo, Giustino si reca da Dora Barmis per avere dei
lumi sui «nomi» che bisogna conoscere per far bella figura nei salotti:
E come per raccogliere il frutto di quei primi ammaestramenti, quella sera,
rientrò in casa con tre volumi nuovi da far leggere alla moglie:
1. – un breve compendio illustrato di storia dell’arte;
2. – un libro francese su Nietzsche;
3. – un libro italiano su Riccardo Wagner.
(Pirandello 1985, I, p. 660, c.m.)
Si sa che non bisogna mai prendere troppo alla lettera l’umorismo pirandelliano;
eppure mi parrebbe strano che Pirandello si facesse beffe proprio di chi conosce
di Nietzsche solo generiche divulgazioni, se la sua personale conoscenza delle
opere del filosofo si fermasse al medesimo livello…
Proviamo dunque a tirare le somme. Devo premettere che i dati fin qui raccolti
vanno naturalmente intesi come semplici spunti per una ricerca che non è certo
pensabile di esaurire con una somma di confronti più o meno convincenti, ma che
invece necessiterebbe di una lettura comparata attenta e sistematica. Su questa
base sia pure esigua, tuttavia, penso che si possano delineare alcuni risultati
preliminari. Mi pare che si possa dedurre con una certa sicurezza che Pirandello
ha letto Die Geburt der Tragödie: i risultati emersi dal confronto fanno
infatti pensare a una lettura di prima mano, piuttosto che a una generica
ripresa della vulgata pseudonietzscheana. Inoltre, collocherei questa lettura
durante il biennio 1889-91, cioè durante gli studi a Bonn, sia perché
sembrerebbe di avvertirne degli echi almeno all’interno dell’Umorismo,
sia perché nell’ultimo ventennio del secolo la discussione intorno alla
filosofia nietzscheana era vivissima, soprattutto in Germania, e Pirandello ha
dimostrato più volte di essere assai ricettivo nei confronti della cultura
tedesca. Probabilmente l’interesse per il testo si è in qualche misura riacceso
verso la fine degli anni Venti e soprattutto negli anni Trenta, quando
Pirandello mirava alla creazione di una moderna tragedia attraverso i miti
teatrali. Un’altra ipotesi forse altrettanto plausibile è quella di spostare in
avanti anche la prima lettura di Nietzsche (per esempio alla prima edizione
completa delle opere in traduzione italiana, quella dell’editore Monanni uscita
nel 1927), dal momento che le coincidenze riscontrate tra l’ultima parte dell’Umorismo
e Die Geburt der Tragödie potrebbero essere il risultato della influenza
di Schopenhauer, comune sia a Pirandello sia al primo Nietzsche: il tema del
«velo» della contingenza che copre un abisso di mistero è effettivamente uno dei
temi schopenhaueriani più ‘forti’.
Quanto alle altre opere: una lettura della Genealogie der Moral mi sembra
probabile, se non altro per gli ovvi motivi d’interesse che il Pirandello
anticlericale e critico della morale poteva nutrire per una tale opera. Eppure
ci sarebbero anche degli elementi che porterebbero a escludere che Pirandello
abbia letto, o almeno letto con attenzione, le opere tarde di Nietzsche.
Infatti, per restare all’intervista del ’36 dalla quale siamo partiti, il
sommario inquadramento della filosofia nietzscheana nel solito binomio
Vita/Forma («Nietzsche, Weininger, Michelstädter vollero far coincidere
assolutamente, a ogni istante, forma e sostanza, e furono spezzati e travolti»)
starebbe a dimostrare una considerazione riduttiva e parziale dell’opera del
filosofo tedesco: come se, per Pirandello, tutto Nietzsche fosse
riconducibile alla Geburt der Tragödie, e quindi al dissidio
dionisiaco/apollineo (sbrigativamente tradotto in termini pirandelliani – anzi
peggio, tilgheriani), mentre, come si sa, nel corso degli anni Ottanta la
visione del filosofo muta radicalmente per approdare a una rivalutazione
dell’immanenza, della divinità dell’uomo e della «volontà di potenza».
Per le restanti opere, gli elementi raccolti non mi sembrano sufficienti per
avanzare ipotesi credibili. E tuttavia, se questi primi dati risultassero
convincenti, potrebbero costituire un buon punto di partenza per un’indagine
complessiva sui rapporti tra Pirandello e il pensatore tedesco.
Simona Micali
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