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Scrive ancora Enzo Bottasso “Streglio aprì negozio agli albori
del secolo in un altro dei luoghi deputati della libreria torinese,
all’angolo fra le vie Santa Teresa e XX Settembre”. Abbiamo
rintracciato il luogo: si tratta precisamente di via Santa Teresa
n.6, a due passi da piazza San Carlo; è un grande locale d’angolo al
pianterreno di un prestigioso palazzo. Ora vi si trova un negozio di
“lingerie” di lusso, ma, su una vetrata, si vede ancora
stampata in bel corsivo la scritta Treves, l’editore di Pirandello
quando arriverà al successo. Evidentemente, in questo “luogo
deputato della libreria torinese” all’editore Streglio subentrò
la Libreria Internazionale F.lli Treves, che vi resterà per
quasi un secolo.
Quando nel negozio c’era Streglio, la libreria gestiva anche una “Gran
Biblioteca Circolante”, così come ho potuto apprendere dalla
pubblicità stampata sulla carta della casa editrice in una lettera
dell’editore a Luigi Pirandello, a proposito della pubblicazione
della collana di novelle Bianche e nere, esposta alla Mostra
Pirandelliana allestita a Coazze nell’estate dell’anno centenario
dalla Biblioteca- Museo “Luigi Pirandello” di Agrigento (il
negozio era in via Santa Teresa n.6, ma la lettera arriva dagli
uffici che si trovavano nella vicina Galleria Subalpina). Tuttavia,
malgrado l’intensa e benemerita attività, gli affari non dovevano
andare molto bene a Torino, poiché lo Streglio prima aprì una
succursale a Genova nel 1904, e poi nel 1907 trasferì ogni attività
editoriale in quella città.
Un altro importante
editore torinese con cui Pirandello ebbe a che fare in quegli anni,
è Onorato Roux che, con Favale, nel 1895 aveva fondato La Stampa
di Torino. Il Roux resterà poi nella direzione della Stampa
anche con Alfredo Frassati. Ma Onorato Roux era attivo pure a Roma
dove dirigeva La Tribuna.
Nel lavoro citato della
Marsili Antonetti (“Luigi Pirandello intimo”), troviamo un
curioso fitto carteggio dell’anno 1900 di Pirandello, da Roma, con
il cognato Calogero a Torino (pp.174-176) dove Luigi prega Calogero
di andare alla redazione della Stampa per riprendere il manoscritto
del suo romanzo L’Esclusa che il Roux non aveva neppure
letto:
“Ho veduto oggi Roux – scrive Luigi da Roma - Mi ha
confessato che non ha avuto tempo di leggere l’Esclusa…anche lui mi
chiude la porta in faccia senza aver prima letto l’opera mia…Tu,
carissimo Calogero, fra due giorni recati alla “Stampa” a ritirare
il manoscritto…”.
Ma la vicenda ha un lieto fine: il Roux, che
non gli aveva pubblicato L’Esclusa sulla Stampa,
l’anno dopo gliela pubblica in appendice sulla Tribuna nei
mesi di giugno-agosto (vedi Gaspare Giudice, Pirandello, ed.
UTET 11000, pag.157).
Abbiamo visto che tra gli scrittori pubblicati da Renzo Streglio
c’era anche Giovanni Cena che forse Pirandello conobbe proprio in
quei primi anni del Novecento. Il Cena, nato da umile famiglia a
Montanaro Canavese nel 1870, era pertanto quasi coetaneo di
Pirandello.
Non è questa la sede per
parlare direttamente di questa bellissima figura, così
rappresentativa, di apostolo laico del proletariato, ma vogliamo
dire dei rapporti quanto mai significativi e nutriti da profonda
umana simpatia, intercorsi tra Luigi Pirandello e Giovanni Cena fino
alla morte precoce di quest’ultimo.
Giovanni Cena, come detto, era di umile e poverissima famiglia. Fece
il precettore ed il correttore di bozze per vivere, ma il suo
talento fu presto riconosciuto ed incoraggiato da intelligenze
sensibili dell’ambiente letterario torinese, come Arturo Graf e
Edmondo De Amicis.
Così nel 1902 era già redattore-capo della rivista romana Nuova
Antologia e da quando questa rivista fu diretta da Giovanni
Cena, Pirandello, che probabilmente lo aveva conosciuto ai tempi
dello Streglio, cominciò a collaborarvi, e fu proprio Giovanni Cena
che pubblicò sulla rivista il capolavoro che a Pirandello diede il
successo. Infatti nel 1904, all’indomani della “prova terribile”
del 1903 con il fallimento dell’azienda paterna dove Pirandello
aveva investito il capitale suo e la dote della moglie, la quale,
per lo shock, cadde in gravissima malattia, Giovanni Cena chiese al
nostro autore un romanzo da pubblicare a puntate sulla rivista,
offrendogli subito un anticipo di mille lire (circa sei milioni e
mezzo attuali): così nacque Il fu Mattia Pascal.
Maria Luisa Aguirre d’Amico, nipote di Pirandello perché figlia
della figlia Lietta, nel suo libro di memorie (Album di
Pirandello, pag.71), parlando dei letterati frequentati da
Pirandello a Roma, tra “quelli che durarono nel tempo, e nel
ricordo dei familiari”, cita Giovanni Cena “socialista umanitario
e redattore-capo della Nuova Antologia”, per cui possiamo
pensare che tra i due, malgrado la differente personalità, fosse
nata una vera e propria amicizia durata fino alla morte di Cena.
(Collaborerà anche in altri modi alla rivista, con qualche novella e
recensioni su libri di A.S.Novaro, Francesco Pastonchi, Luigi
Capuana, Giuseppe Giacosa, Giovanni Papini e altri ancora.)
Anche Giovanni Cena scrisse un romanzo nel 1904, Gli ammonitori,
di ispirazione sociale, forse pubblicato ancora presso l’editore
Streglio; poi un libro di versi, Homo, nel 1907. Ma in
seguito obbedì all’impulso di passare all’azione in una forma di
laico apostolato sociale, fondando con Sibilla Aleramo (Sibilla
Aleramo, pseudonimo di Adele Faccio, nata ad Alessandria, morta a
Roma nel 1960.), pure lei piemontese, con il medico Angelo Celli e
la moglie, ed altri ancora, le “scuole dell’Agro Romano” per
l’alfabetizzazione del proletariato contadino. Morirà dieci anni più
tardi nel 1917, di polmonite, a soli quarantasette anni.
Pochi mesi dopo, sul Messaggero della Domenica del 31 maggio
1918, compare una commossa commemorazione di Giovanni Cena da parte
di Pirandello, che costituisce non solo una bella pagina di asciutta
eloquenza, ma un documento di profonda simpatia umana, che ci fa
capire come Pirandello, nella scelta dell’amico, vedesse la
conseguenza estrema della sua idea che “la vita la si vive o la
si scrive”.
In altre parole, identificandosi nell’amico, Pirandello, con
capacità ermeneutica, ne mette in luce il valore essenziale. ”Volle
concludere in bontà. A un certo punto non scrisse più, ma visse la
sua poesia”, così inizia la breve, intensa, commemorazione, “…non
gli restava più, oramai, che ritornare con le parole che aveva dette
a coloro dai quali era uscito: ai contadini, per insegnar loro a
scriverle e anche a viverle…”. Infine, ricordando il suo ultimo
libro, Homo, composto di cento sonetti “che han l’aria di
cento iscrizioni lapidarie su cose e sentimenti eterni”,
conclude: “Parecchi di essi attingono una bellezza assoluta e
imperitura”.
Nella preziosa Mostra Pirandelliana allestita dalla Biblioteca-Museo
“Luigi Pirandello” di Agrigento a Coazze, tra i cimeli
riguardanti i rapporti del Nostro con il Piemonte, abbiamo anche
potuto leggere una lettera autografa di Arturo Graf a Pirandello del
24 novembre 1906. Siamo ancora agli inizi del secolo e sono passati
pochi anni da quando Pirandello con deferenza inviava ad Arturo Graf
le sue raccolte di poesie, ma nel frattempo per Pirandello è esploso
il successo con la pubblicazione del “Fu Mattia Pascal”.
Pirandello era diventato famoso perché aveva trovato, in Giovanni
Cena, un editore di “intelligente operosità” che si era
accorto del valore di lui, così come aveva pronosticato Luigi
Capuana pochi anni prima, nel 1901, l’anno del soggiorno coazzese.
Ed ora i rapporti tra Arturo Graf e Luigi Pirandello sembrano quasi
capovolti, pur mantenendosi sulla base di una sincera reciproca
stima. Questa volta è Arturo Graf che scrive a Pirandello,“Caro
Professore”, per ringraziarlo caldamente di una recensione
favorevole della sua ultima raccolta di versi “Rime della Selva”,
da lui scritta sulla Nuova Antologia (diretta, ricordiamo, da
Giovanni Cena). “Spero di leggere presto - conclude nella
lettera Arturo Graf - qualche nuovo frutto del suo acuto e
singolare umorismo”. La chiusura è ossequiosa, ma il giudizio
dell’anziano poeta e critico è esatto.
Andando oltre gli anni a
cavallo tra Ottocento e Novecento, l’interesse per il nostro Autore
ci spinge a lanciare un’occhiata al suo rapporto con Torino negli
anni che verranno, dedicati precipuamente all’attività teatrale,
lasciando aperta la porta per un’analisi ben più completa quale
l’argomento meriterebbe.
A prescindere da ragioni
di carattere affettivo, entrando in questa nuova fase di attività i
rapporti di Pirandello con Torino sono destinati ad intensificarsi
perché Torino era sede di due importanti teatri di livello
nazionale, che sono il Carignano e l’Alfieri, a cui si aggiungerà
poi un terzo, il “Teatro di Torino”, fondato dal prestigioso
uomo d’affari e mecenate Riccardo Gualino. Culturalmente, questo
rapporto si può incentrare sulla figura di due importanti critici
teatrali, che si pongono ai poli opposti: Antonio Gramsci critico
teatrale del giornale L’Avanti!, e, non contemporaneamente ma
pochi anni più tardi, Domenico Lanza, critico teatrale della
Gazzetta del Popolo.
La prima rappresentazione della commedia Il piacere dell’onestà
avvenne al teatro Carignano il 25 novembre 1917 con la Compagnia
Ruggero Ruggeri e Vera Vergani, riscuotendo un notevole
successo. Tra i testimoni di quella serata c’era Gramsci che scrisse
la recensione dello spettacolo per l’edizione torinese dell’ “Avanti!”,
di cui trascrivo il primo brano:
“Luigi Pirandello è un “ardito”
del teatro. Le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano
nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine
di sentimenti, di pensieri. Pirandello ha il merito grande di far,
per lo meno, balenare delle immagini di vita che escono fuori dagli
schemi soliti della tradizione”.
Un Pirandello dunque apprezzato perché culturalmente “innovatore”
e per la sua originalità irrepetibile di artista.
Ma già nell’aprile di
quell’anno Gramsci aveva preso una posizione chiara e netta sul
teatro di Pirandello dopo la rappresentazione contrastata di Liolà
al teatro Alfieri: “Liolà è il prodotto migliore dell’energia
letteraria di Luigi Pirandello”.
Liolà fu ritirato momentaneamente dal repertorio di Angelo Musco
dopo le rumorose proteste in teatro alla fine del terzo atto di
giovani cattolici del giornale Il Momento, che avevano
accusato l’autore di oscenità, e Gramsci commenta: “Liolà non
finisce secondo gli schemi tradizionali, con una buona coltellata, o
con un matrimonio, e perciò non è stata accolta con entusiasmo; ma
non poteva finire che così com’è, e pertanto finirà con l’imporsi”.
Aveva scritto Pirandello
al figlio Stefano, prigioniero di guerra in Austria: “Liolà è
venuto proprio bene…è stata la mia villeggiatura…è così gioconda che
non pare opera mia… questa è opera che vivrà a lungo”. Liolà è
una “commedia campestre”, ed anche se l’atmosfera è del tutto
diversa, quella parola “villeggiatura” non può non farci
ritornare col pensiero da dove siamo partiti, alla villeggiatura a
Coazze nel 1901, a quel mese di lietissima pace (come si espresse
Pirandello stesso, scrivendo alla sorella per il Natale di
quell’anno) di una vacanza intesa come serena evasione in seno alla
natura, come ritorno alla vita “ingenua” della campagna.
“...Liolà è così gioconda che non pare opera mia”: io penso
che l’artista riesce a vivere attraverso i suoi personaggi come
vorrebbe, libero dai condizionamenti esistenziali e sociali. Liolà “non
poteva finire che così com’è”: Gramsci considera Liolà opera
artisticamente riuscita a ragione della sua intima coerenza, e a noi
sembra che l’analisi di Gramsci mantenga ancora tutta la sua
validità anche perché ben inquadrata dal punto di vista storico e
sociologico: Liolà è una farsa che si riattacca ai drammi satireschi
della Grecia antica, e che ha il suo corrispondente pittorico
nell’arte figurativa vascolare del mondo ellenistico (Come non
pensare a quel vaso greco del V secolo a.C., a figure rosse su fondo
nero, che fu tanto caro a Pirandello in vita, e che poi contenne per
decenni le sue ceneri finché non furono tumulate sotto il pino della
Casa del Caos nella campagna di Agrigento?).
“C’è da pensare -
prosegue Antonio Gramsci in quella recensione del 4 aprile 1917
sull’edizione torinese dell’ “Avanti!”- che l’arte
dialettale così come è espressa in questi tre atti del Pirandello,
si riallacci con l’antica tradizione artistica popolare della Magna
Grecia, coi suoi fliaci, coi suoi idilli pastorali, con la sua vita
dei campi piena di furore dionisiaco, di cui tanta parte è pure
rimasta nella tradizione paesana della Sicilia odierna, là dove
questa tradizione si è conservata più viva e più sincera. E’ una
vita ingenua, rudemente sincera, in cui pare palpitino ancora i
cortici delle querce e le acque delle fontane: è una efflorescenza
di paganesimo naturalistico, per il quale la vita, tutta la vita è
bella, il lavoro è un’opera lieta, e la fecondità irresistibile
prorompe da tutta la vita organica”.
Abbiamo ancora altre recensioni torinesi di
Gramsci: una recensione del 27 febbraio 1918
del Berretto a sonagli, rappresentato al teatro
Alfieri nella versione originaria in dialetto da
Angelo Musco. Gramsci giudica la commedia
“un prodotto autentico del temperamento personalissimo
dell’autore”, ma non la considera esteticamente
riuscita poiché “la dimostrazione soverchia
l’azione”. Arriviamo così alla critica molto
dura di Gramsci al “verbalismo pseudofilosofico” di Pirandello nella recensione del
Giuoco
delle parti sull’edizione torinese dell’”Avanti!”
del 6 febbraio 1919. La commedia era andata
in scena per la “prima” nel dicembre 1918
sempre nel repertorio di Ruggero Ruggeri e
Vera Vergani, che aveva compreso, come abbiamo
visto, anche Il piacere dell’onestà.
Insomma l’apprezzamento di Gramsci è soprattutto
di carattere ideologico per il Pirandello
“operatore di cultura” in quanto innovatore,
mentre per l’arte di Pirandello manifesta
riserve frutto di una formazione estetica fondamentalmente
crociana.
L’altra figura dell’ambiente culturale torinese
a cui avevamo fatto cenno, è quella di Domenico
Lanza, critico teatrale della “Gazzetta del
Popolo”, con il quale Pirandello ebbe un clamoroso
scontro che vale la pena di ricordare
perché fu un episodio, a dire il vero, esilarante
ed insieme significativo di un certo clima dell’epoca (Gaspare Giudice,
Luigi
Pirandello, op.cit. cap.VI il paragrafo
“Ciascuno a suo modo”, pp.380-386.)
Siamo nel 1924, Pirandello ormai aveva conquistato
il pubblico ed ogni sua prima rappresentazione
era un evento. E’ di quell’anno la
commedia Ciascuno a suo modo, che ricorda nel
titolo il motto del campanile di Coazze,
Ognuno a suo modo, che aveva tanto colpito Pirandello
quando era venuto nel paese in villeggiatura.
Preannunciando la commedia in
un’intervista sul “Giornale di Sicilia” del 10
aprile 1924, Pirandello, mettendo le mani
avanti e mostrando di divertirsi allo scandalo,
aveva detto: “In Ciascuno a suo modo avvengono
cose da pazzi”, facendo il verso, evidentemente,
ai suoi detrattori.
Bemporad, nuovo editore di Pirandello dopo
Treves, pubblicò il libretto della commedia
pochi giorni prima del debutto. Domenico
Lanza, che in quegli anni insieme a Renato Simoni
e Marco Praga di Milano, e Adriano Tilgher
di Roma, era tra i critici teatrali più autorevoli,
notoriamente non favorevole alle opere
di Pirandello, si buttò sul libretto e ne stilò
una lunghissima recensione demolitrice sulla
“Gazzetta del Popolo”, zeppa di giudizi spregiativi: “…la nuova commedia di Luigi Pirandello
non esce dai confini d’una creazione
non solo comune e banale, ma travagliata dagli
sforzi d’un barocchismo insignificante e
inane, e in parecchi momenti di assai discutibile
buon gusto, e di ancor più discutibile forza
di idee e abilità di forme… manca la guida
della misura e dell’equilibrio mentale…”; i
personaggi sono “un’accolta di morbosi cerebrali,
pazzi o semipazzi, decadenti della volontà
, tormentatori di sé e degli altri, svuotati
d’ogni persuasiva umanità e congegnati artificialmente
come puri macchinismi
dialettici…”ecc ecc. Domenico Lanza, un “torinese di stampo antico,
– come scriveva Lorenzo Gigli, critico letterario
suo collega alla “Gazzetta del Popolo" di
intransigente dirittura, di alto e coraggioso
sentire”, evidentemente non poteva sopportare
Pirandello, forse per una vera e propria incompatibilità
di carattere, e neppure temeva
di andare contro la moda. Pirandello prontamente
volle vendicarsi con una ”lettera al direttore”
del Corriere della Sera tre giorni prima
della rappresentazione in Milano, che è
tutta una spassosa presa in giro del suo avversario,
ed anzi ne approfittò per creare ancora
una volta un magistrale gioco degli specchi
tra finzione e realtà.
“…il signor Domenico Lanza, mio feroce e riveritissimo
nemico, - scrive Pirandello - senza aspettare
che la mia nuova commedia fosse rappresentata,
non dico a Torino (dove pur sarà tra una ventina
di giorni) ma neppure a Milano, le rovescia addosso
sulla “Gazzetta del Popolo” quattro colonne di
vituperi. Dio mi guardi dal volergliene male, ché
anzi, gliene sono gratissimo. Ed ecco perché. Nel
primo degli intermezzi corali della commedia sono
introdotti anche i critici drammatici a dare il loro
parere sul primo atto di essa… Ora, per osservare
fino allo scrupolo questa obiettività che mi sono
proposta, mi par lecito approfittare, come d’una
fortunata congiuntura, del giudizio preventivo che
il sig. Domenico Lanza ha voluto fare della mia
commedia, e farò ripetere questo suo giudizio in
buon piemontese da uno di quei critici drammatici
… E il signor Domenico Lanza , di qua a venti
giorni, allorché la commedia sarà rappresentata a
Torino, potrà risparmiarsi di scriverne ancora sulla
“Gazzetta del Popolo”…”.
Ciò che più colpisce, al di là del duello verbale
tra i due personaggi, sono le reazioni che seguirono
alla polemica.
La lettera di Pirandello
sul “Corriere della sera” provocò il risentimento
dell’Associazione della Stampa Subalpina,
che fece pubblicare un ordine del giorno del
suo Consiglio direttivo dove prendeva le difese
di Domenico Lanza, autore di un giudizio
severo sì, ma, secondo loro, “espresso in forma
piena di dignità e di rispetto”, stigmatizzando
invece “la risposta acre e sarcastica” di
Luigi Pirandello; e deplorava “il fatto nuovo”
che il “grande giornale milanese” avesse ospitato,
contro “il buon costume giornalistico”,
“le espressioni evidentemente inopportune ed
esorbitanti in banali quanto ingiuste offese
per la gente subalpina”, (e pensare che il bel
titolo della sua commedia, Ciascuno a suo
modo, Pirandello l’aveva preso proprio dal
motto sul campanile della chiesa d’un paesello
montano piemontese come Coazze, vicino
a Torino, dove aveva passato una felice vacanza!).
Che, in effetti, Pirandello fosse riuscito a mettere
alla berlina l’autorevole critico torinese è
vero, ma non si capisce perché ciò avesse recato
offesa a “tutta la gente piemontese”! Evidentemente
l’ironico richiamo del Pirandello
(dottore in filologia romanza e non alieno da
compiaciute citazioni dialettali in romanzi
come Suo marito e Il fu Mattia Pascal) al “buon
piemontese” in cui avrebbe fatto esprimere
l’illustre critico torinese nella sua commedia, e dall’altra parte il richiamo sussiegoso
dell’Associazione Subalpina al “grande giornale
milanese” (con tutto questo susseguirsi di
aggettivi…geografici), manifestava il serpeggiare
di un clima di rivalità regionalistica tra
la vecchia capitale sabauda e Milano, città
moderna per eccellenza.
Sta di fatto che in questo caso, non diciamo
tra Torino e Milano, ma tra Domenico Lanza
e Pirandello, il secondo ebbe la meglio, perché
al Teatro dei Filodrammatici, quella sera del
22 maggio 1924, il pubblico milanese affluì in
modo straordinario come rispondendo ad una
sfida, e Ciascuno a suo modo, rappresentata dalla Compagnia Niccodemi, con Vera Vergani e
Luigi Cimara, riscosse un successo trionfale.
Anche la recensione di Renato Simoni, con
qualche riserva, fu favorevole.
Tuttavia, nonostante il successo, dopo questa
prima tournée la commedia, mentre fu in vita
Pirandello, non fu più rappresentata in Italia,
forse, come ipotizza Giudice, per difficoltà
tecniche in quanto la rappresentazione richiedeva
una cinquantina di attori in scena.
La mia impressione è che Pirandello non abbia
goduto, per un lungo periodo, di molta attenzione
e simpatia da parte della stampa torinese
in una città piuttosto tradizionale, eccezion
fatta per il Gramsci dell’edizione torinese
dell’Avanti!. Se ci ricordiamo quanto
raccontato poche pagine sopra, Onorato
Roux, malgrado le pressanti richieste di Pirandello,
non pubblicò il romanzo L’Esclusa sulla Stampa di Torino nel 1900, per poi pubblicarlo
sulla Tribuna di Roma l’anno dopo; il che
forse va messo in rapporto con un eventuale
parere negativo di Dino Mantovani
(1862- 913), critico letterario della Stampa
fin dalla fondazione del giornale, ammiratore
entusiasta di Gabriele D’Annunzio, che nella
sua abbondante bibliografia praticamente
ignorò Luigi Pirandello (Dino Mantovani, Pagine d’arte e di vita, con allegato
saggio bibliografico, Torino ed. STEN,1915.)
“Il Momento”, giornale cattolico, fece addirittura
una crociata contro la commedia Liolà,
ottenendo la sospensione delle recite (aprile
1917). Lorenzo Gigli, collega di Domenico
Lanza alla Gazzetta del Popolo come critico
letterario per un lunghissimo periodo che arriverà
fino alla sua morte negli anni sessanta,
nella sua attività solo di sfuggita toccherà
l’argomento “Luigi Pirandello” (Il Pirandello stesso, invece, aveva scritto sulla “Gazzetta del
Popolo” di Torino, il 17 gennaio 1909, una recensione
(elogiativa) del romanzo La Camminante di Giustino Ferri.)
Come abbiamo prima accennato, in Torino al
Carignano e all’Alfieri, teatri di livello nazionale,
si aggiunse più tardi il “Teatro di Torino”,
creazione di Riccardo Gualino, che ebbe
però una vita breve seppur brillante, come
tante altre creazioni di questo mitico personaggio10,
la sua attività essendo durata dal
1925 al 1931: era uno fra i pochi teatri esistenti
nel mondo dedicati sia all’arte lirica che
all’arte drammatica, e alle danze, alla musica
sinfonica e da camera (Riccardo Gualino, Frammenti di vita e pagine inedite, con
allegato l’elenco completo di tutte le manifestazioni
del Teatro di Torino (1925-1930), Roma, ed. Famija Piemonteisa 1966.).
Oggi, in Via Montebello
all’angolo con Via Verdi, a pochi passi dalla
Mole Antonelliana, si può ancora vedere, ai
margini di un’area devastata da un bombardamento
dell’ultima guerra, l’architrave di un
probabile ingresso con la scritta in rilievo
“TEATRO DI TORINO”: quasi un reperto archeologico.
Questo teatro, creato non a scopo commerciale
ma per rinnovare il gusto italiano con
spirito moderno e respiro internazionale, volle
e poté godere di un repertorio selezionatissimo
e di alta qualità; ebbe senz’altro la sua
importanza nella storia della cultura torinese,
ma per altro verso restò un’ iniziativa d’élite
che non conquistò il pubblico torinese, secondo
le stesse sincere ammissioni di Gualino
(vedi “Il teatro di Torino” da op.cit.
pp.97-104).
Proprio per i suoi intenti innovatori il Teatro
di Torino diede ampio spazio all’opera e alle
opere di Pirandello. Così, per la sezione “commedie
e drammi”, il teatro si apre con la Compagnia
del Teatro d’Arte di Roma diretta da
Luigi Pirandello, con un programma che copre
i mesi di dicembre 1925 e gennaio 1926, e la
prima opera rappresentata fu Sei personaggi in
cerca d’autore con Marta Abba, e, fra gli altri,
Gino Cervi. Seguono Vestire gli ignudi, poi Nostra
Dea dell’amico Massimo Bontempelli; Così è se vi pare; Enrico IV;
Il piacere dell’onestà.
Nel febbraio del ’26 abbiamo le rappresentazioni
del “Teatro Pitoeff” in lingua francese,
con la mitica coppia di Georges e Ludmilla Pitoeff.
Tra queste rappresentazioni l’Enrico IV
e i Sei personaggi in cerca d’autore, in francese.
Il 14 novembre 1929 fu rappresentato, in prima
assoluta, il dramma O di uno o di nessuno
con la Compagnia Almirante-Rissone-Tòfano.
Nel dicembre dello stesso anno arriva al Teatro
la Compagnia di Marta Abba con la prima
rappresentazione italiana di Lazzaro, (il dramma
era stato rappresentato la prima volta in
Inghilterra, tradotto, il 9 luglio dello stesso
anno). Sempre la Compagnia di Marta Abba,
in quella tournée, rappresenta, insieme ad
opere di altri autori, anche Come prima meglio
di prima.
Nel gennaio 1930, con la Compagnia di Ruggero
Ruggeri vengono rappresentate Il piacere
dell’onestà, Enrico IV, Tutto per bene.
Il 14 aprile 1930, abbiamo nuovamente la prima
rappresentazione italiana di un’opera già
rappresentata in tedesco, a Koenigsberg, il 25
gennaio di quell’anno: si tratta del dramma Questa sera si recita a soggetto, terza ed ultima
opera della trilogia del “teatro nel teatro”. Per
l’occasione era stata costituita appositamente
una compagnia diretta da Guido Salvini (Nella sezione “Balletti e Danze” del citato elenco delle
manifestazioni, in data 6 e 7 marzo 1928 troviamo
due rappresentazioni del “Teatro della Pantomima Futurista” diretto
da Enrico Trampolini, direttore d’orchestra
Franco Cascola, e tra i vari quadri anche La Salamandra, con
sceneggiatura di Pirandello e musica
di Massimo Bontempelli.)
Come si vede, ci troviamo di fronte al fatto
che nuove creazioni di Pirandello hanno la
loro prima rappresentazione all’estero e in
traduzione: è l’epoca di lunghi soggiorni di Pirandello
in Francia e ancor più - quasi due
anni - in Germania, una specie di esilio perché
era stanco dell’Italia e più apprezzato
all’estero. Mi sembra non sia un caso che questa
volta, in un ambiente ben diverso dalle
esperienze passate, egli ritorni in Italia con le
sue opere attraverso Torino.
E’ la Torino di grandi promotori della cultura
come Riccardo Gualino, appunto, e Lionello
Venturi, suo consigliere artistico ed amico, ed
Edoardo Persico, che nel campo della pittura,
con il suo intervento nel 1928, diede vita al Gruppo dei Sei.
E’ proprio Torino, questa volta, che rispetto a
Milano è in posizione più eccentrica nel contesto
nazionale per ragioni geografiche, sociali
e politiche, ad assumere il ruolo di città moderna,
di città all’avanguardia, che guarda oltre
i confini.
Torino, come si sa, si trova ad uguale distanza
da Roma e da Parigi (e Gualino aveva persino
ventilato l’idea di fondare a Parigi un grande
istituto per giovani artisti italiani). Torino, “la città meno fascistizzata d’Italia”
(Renzo De Felice, Mussolini il duce, gli anni del consenso
(1919-1936), Torino, ed. Einaudi 1974, pag.81.), che
Mussolini detestava, era la città dov’era nata
la classe operaia, la città di Gramsci e Gobetti,
ed il regime fascista non approvò mai totalmente
una così dichiarata manifestazione di
internazionalismo culturale; fra l’altro Lionello
Venturi, il grande consigliere ed amico di
Riccardo Gualino, fu uno dei solo undici professori
universitari che non prestarono giuramento al regime fascista (R. De Felice, op.cit., pag.109.)
Ritornando al periodo storico del soggiorno di
Luigi Pirandello a Coazze, riguardo la sua attività
letteraria vogliamo almeno notare che gli
anni tra ottocento e novecento sono quelli in
cui Pirandello si dedica soprattutto alla narrativa.
Le prime opere teatrali andranno in scena
una decina di anni dopo; ma quel che ci
preme sottolineare è la continuità dell’arte pirandelliana
per due ragioni uguali ed opposte:
da una parte il valore artistico delle sue novelle
e dall’altra il fatto che, generi a parte, tutta
l’arte pirandelliana è arte drammatica nella
sua essenza, perché è movimento, dialettica, e
con un linguaggio parlato esprime un sentimento
che chiede di essere rappresentato.
Così quasi tutte le sue opere teatrali nascono
da una precedente novella, ed il passaggio dalla
narrativa all’arte drammatica è avvenuto in
buona parte per un fattore contingente: il teatro
attirava più pubblico e rendeva di più ad
un uomo che scriveva anche per vivere. Le novelle
di Pirandello non sono “arte minore”,
anzi in certi casi, specialmente nelle prime
prove teatrali, la novella da cui nasce la commedia
è un lavoro più riuscito e più convincente
della commedia stessa. Secondo me,
questo è il caso della novella Il nido del 1895,
esclusa poi dalle “Novelle per un anno”, dalla
quale Pirandello trasse La ragione degli altri,
sua prima commedia in tre atti. La novella ottocentesca
si può leggere ancor oggi con interesse
e partecipazione, non si presenta facile
impresa, invece, la rappresentazione della
commedia, tanto che Massimo Castri nel
maggio del 2001, per l’inaugurazione del nostro
anno pirandelliano, ce ne ha offerto qui
al Teatro Gobetti, una edizione scarnificata
che si sosteneva più sul virtuosismo del regista
e degli attori che sul testo dell’autore. Un elemento fondamentale dell’arte pirandelliana
è l’umorismo, che l’Autore stesso teorizzò
nel saggio omonimo, L’umorismo, del
1908. A mio parere l’umorismo scatta
nell’opera pirandelliana come reazione, e difesa,
alla perdita di fede nell’assoluto, ma quello
che mi preme notare è che l’umorismo in Pirandello
non è sarcasmo (se mai ironia) cioè
non implica un atteggiamento impietoso,
bensì esprime una profonda e spesso indulgente
simpatia umana. Il romanzo “coazzese”
Suo marito ne è un eloquente esempio.
All’inizio di questo lavoro abbiamo posto una
citazione dal Fu Mattia Pascal, che è una veduta
assai familiare per chiunque conosca Torino,
ed esempio di natura vista come stato
d’animo. Si tratta del “ponte della Gran Mamarzodre”, con quella “rapida” d’acque, subito dopo
il ponte, tuttora esistente. Pirandello mette in
rilievo con straordinaria intensità la limpidezza
del cielo del Piemonte, così come aveva fatto
per lo stesso luogo il Bellotto nella veduta
“L’antico ponte sul Po a Torino” che si trova
alla Pinacoteca Sabauda e non è affatto improbabile
che Pirandello ivi l’avesse vista; la
stessa limpidezza resa dai paesaggi della Val
Sangone del pittore Marco Calderini intorno
agli anni della villeggiatura coazzese di Luigi
Pirandello.
Silvio Montiferrari - 2003
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