|
“Il fu Mattia Pascal”, romanzo espressione di un’età di crisi.
“Il fu Mattia Pascal” viene considerato come il romanzo più rappresentativo del
primo Novecento in quanto, ponendo in dubbio
qualsiasi certezza e qualsiasi valore, vuole essere espressione di quel moderno
relativismo filosofico, che aveva messo in
discussione ogni criterio oggettivo di verità. La nozione stessa di verità
diventa relativa al soggetto e al momento storico in cui
esso vive. L’uomo perde le sue certezze e si ritrova nella stessa situazione di
Oreste, la marionetta che rappresenta un eroe
mitologico greco, il quale, se solo notasse sulla scenografia uno strappo nel
cielo di carta, “…si sentirebbe cader le braccia.
Oreste, insomma, diventerebbe Amleto…”(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, capitolo XII Classici Moderni Edizione
Oscar Mondatori.). La differenza tra l’Oreste originario e il nuovo Oreste-Amleto rappresenta il
divario tra antico e moderno, eroe mitologico e inetto,
tra un’esistenza vissuta nelle certezze e una vita problematicizzata: ”…Tutta la
differenza signor Meis, fra la tragedia antica e la
moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta…”. (Il fu Mattia Pascal, capitolo XII, op. cit.)
Sono ormai crollate tutte le verità scientifiche assolute, uno «strappo» ha
lacerato il cielo positivistico
della società borghese dell'Ottocento; la vita dell’uomo non è più regolata dai
rigidi e certi rapporti di causa-effetto, ma dal caso.
Ne “Il Fu Mattia Pascal”, Pirandello rappresenta l'inquietudine e il dubbio che
angosciano l'uomo del Novecento, con la
consapevolezza dell’impossibilità di avere della realtà, divenuta una e tante
insieme, un'idea unitaria, una nozione assoluta.
Pertanto l'esistenza umana è una vicenda di solitudine, di pena e di illusioni,
condizionata all'esterno da tutta una serie assurda
di convenzioni, e amareggiata all'interno dalla consapevolezza della falsità e
delle ipocrisie a cui si deve ricorrere per restare "nel
flusso di vita" della società. Testimone di questa assurda condizione dell'uomo
è Mattia, prigioniero delle maschere sociali di
marito, di padre, di fratello che tutti indossiamo per renderci conformi a ciò
che da noi si aspettano gli altri e che noi ci siamo
imposti. Sconsolante è quindi il quadro di questa società, fondata sul nulla
della finzione, della convenzione, della volontà di
credere vero quello che si sa non essere tale. L'individuo viene travolto
facilmente da questo gioco tragico e finisce per "vedersi
vivere": non vive più la vita in senso attivo, ma si lascia imporre la vita, la
subisce come un peso.
Pirandello tenta di evadere da questa condizione, facendo cambiare identità al
suo protagonista che, da Mattia Pascal diventa
Adriano Meis. Adriano, però, messo a confronto con le teorie di Anselmo Paleari,
afferma: “…poiché purtroppo mi s’era affacciata
l’idea che, un giorno o l’altro, dovevo pur morire sul serio, non mi dispiaceva
sentirne parlare a quel modo…” (Il fu Mattia Pascal, capitolo X, op. cit.).
Anselmo Paleari e la “lanterninosofia”
Anselmo Paleari affitta una camera a Mattia-Adriano e si rivela subito
interessato al suo nuovo ospite e, ritenendolo un uomo
di cultura, non esita a mostrargli prima la propria biblioteca, tra cui spiccano
libri riguardanti l’aldilà, l’anima, la morte, il piano
astrale, la teosofia, ma anche libri di carattere spiritico, tramite i quali in
seguito inizia ad esporgli alcune particolari teorie “che si
potrebbero forse chiamare lanterninosofia”.
Secondo Pirandello, ciò che distingue l’uomo dagli altri esseri è la coscienza
della propria esistenza, il sentirsi vivere, così che noi
riteniamo come realtà il nostro sentimento della vita “…come un lanternino che
ciascuno di noi porta in sé acceso; un lanternino
che ci fa vedere sperduti sulla terra, e ci fa vedere il male e il bene; un lanternino che projetta tutt’intorno a noi un cerchio più o
meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera…” (Il fu Mattia Pascal, capitolo XIII, op. cit.). Oltre a questi
lanternini interiori si sviluppano talvolta dei ”lanternoni”,
che rappresentano dei filoni di pensiero generale, il “sentimento collettivo”; a
volte capita anche che “…certe fiere ventate
spengano d’un tratto tutti quei lanternoni […] allora è indescrivibile lo
scompiglio delle singole lanternine…”(Il fu Mattia Pascal, capitolo XIII, op. cit.). Si spiega così il
ricorso alle lucernette, ossia a quell’insieme di credenze, immaginazioni e
tradizioni popolari. Quest’ultima parte della teoria di Paleari rappresenta l’interpretazione che, attraverso la lanterninosofia
Pirandello dà della crisi delle certezze propria di quegli
anni. Il passaggio dalle lucernette allo spiritismo è immediato ed altrettanto
consequenziale è la costruzione di quel mondo
parallelo, in cui l’uomo cerca di far rivivere e ricreare tutto quell’insieme di
certezze e valori persi nel mondo reale. Anche a causa
dell’ormai consolidata crisi del metodo scientifico nella cultura italiana di
fine Ottocento, il pensiero dell’epoca tende a ricollegare il
concetto di morte allo spiritismo.
Spiritismo e Teosofia
Con la perdita di ogni certezza e verità assoluta, neanche la religione riesce
più a fare fronte all’angosce dell’uomo, per cui, nel
panorama culturale del primo Novecento, teosofia e occultismo rappresentano vie
nuove che affascinano l’essere umano perso
nel caos del mondo. La teosofia (“saggezza divina”) usufruisce di procedimenti
speculativi e pratiche esoteriche; ha come fine
ultimo l’unione intima con Dio, che si cerca di raggiungere attraverso la
conoscenza dell’aspetto spirituale dell’uomo, delle grandi
leggi della natura e dell’universo, capaci di regolare l’esistenza.
I tre principi e scopi su cui si basava la società Teosofica (fondata nel 1875 a
New York) sono: 1) incoraggiare lo studio
comparato delle religioni, della filosofia e delle scienze;
2) investigare le
leggi inesplicate della natura e i poteri latenti dell’uomo;
3) formare il nucleo della Fratellanza Universale dell’Umanità senza distinzione
di razza, credenza, sesso, casta o colore.
Quest’ultimo ideale era già stato propugnato agli inizi dell’ Ottocento dai
socialisti utopistici che esprimevano la volontà di
fondare una comunità su basi egualitarie e comuniste.
L’interesse per lo spiritismo caratterizza questi anni di inizio Novecento
poiché la crisi del razionalismo positivista induce ad
occupasi di fenomeni non spiegabili scientificamente. Sempre a New York, nel
1848, nasce il movimento spiritista. A tale proposito
si legge: “Siamo nel 1848. Giovanni e Margherita Fox, con le loro due giovani
figlie, Margareth quindicenne, e Katie dodicenne, si
trasferiscono in una casetta di Hydesville, un villaggio della contea di Wayne,
stato di New York. Durante la notte la famiglia è
svegliata da alcuni colpi secchi che potevano essere uditi in tutta la casa. Le
due ragazze, per nulla spaventate, iniziarono per
scherzo a rispondere ai colpi battendo le mani. Ogni battuta di mano ricevette
un colpo per risposta. Allora Katie formò con le
dita dei numeri chiedendo a Piedefesso (nome dato dalle ragazze all’entità) di
dirle i numeri che via via andava formando.
Siccome le risposte che ottenevano per mezzo di colpi erano sempre esatte, Katie
osservò: «Ci vede e ci sente bene!».
Margareth allora aggiunse: «Conta uno, due, tre e quattro», e i colpi risposero
esattamente. Le ragazze si convinsero che
l’autore dei colpi misteriosi era un essere intelligente che aveva la
possibilità di rispondere battendo i colpi che gli erano
richiesti” (Leroy E. Froom, “Lo spiritismo moderno”, Edizioni A.d.V., Firenze 1976, pag. 3.) La crisi delle grandi ideologie, e quali lo stesso cristianesimo e
l’utopia marxista, fa rivolgere spesso verso la sfera del
magico, gli interrogativi dell’umanità per avere una risposta ai problemi e
ritrovare quelle certezze che innalzano il senso
dell’esistenza. Contro la pretesa della scienza di controllare tutto e contro la
sua presuntuosa onnipotenza, la magia, l’occulto,
tutto ciò che è incantato e fantastico si presentano come un rifugio alla
ragione ormai in crisi e al delirio di una scienza che rischia
di produrre mostri. Il “patrimonio” dello spiritismo si fonda su varie
filosofie, sulle sacre scritture e sulla tradizione, ma poggia
anche su due postulati fondamentali: 1) non esiste la morte la morte dell’anima, 2) ci si può mettere in contatto con i defunti.
Lo spiritismo si distingue dalla teosofia in quanto mentre il primo si presenta
come una rivelazione liberamente offerta a tutti, il
secondo si atteggia come un esoterismo fondato sulle più antiche tradizioni
sacre, compresi alcuni testi anteriori ad ogni
documento conosciuto (come le famose Stanze di Dzyan). Gli insegnamenti
teosofici si rifanno alle tradizioni orali dirette e sono
trasmessi solo ai membri "iniziati".
Il teosofismo condanna l'evocazione dei defunti (che è il fondamento
sperimentale dello spiritismo). Per i teosofi, gli spiriti, così
come afferma lo spiritismo, non sarebbero altro che anime ancora molto
appesantite dalla materia che, non riuscendo a
distaccarsi dagli appetiti sensibili, si aggirano attorno agli esseri viventi. Mentre lo spiritismo distingue tre componenti dell' essere
umano (corpo materiale, anima e perispirito), la teosofia ne considera anche altri (corpo causale, corpo mentale, corpo astrale,
corpo eterico, corpo di carne), con alcune varianti a seconda delle scuole.
Letteratura e spiritismo
Assecondando le tendenze del suo tempo, Pirandello si interessa alla scienza
teosofica, spiritistica, occultistica, di cui anche
l’amico Luigi Capuana era un fedele seguace.
Lo stesso scrittore verista ci offre una testimonianza dell’interesse di
Pirandello per lo spiritismo in una “Lettera aperta a Luigi
Pirandello”, in cui racconta di una seduta spiritica avvenuta in casa di un
“principe romano”, che probabilmente influenzò
l’episodio “Le prodezze di Max” ne “Il fu Mattia Pascal”. Le sedute medianiche
alle quali il giovane Luigi Capuana prese parte,
spesso insieme a Pirandello, vengono riferite in alcuni articoli che il
prolifico scrittore di racconti sullo spiritismo e sui vampiri, su
fatti ipnotici e medianici, indirizzò all’amico esortandolo a desistere dallo
scetticismo per abbandonarsi alla dolcezza della fusione
tra materia e spirito. “Un giorno -
scrive Capuana in uno di questi articoli -
[…] le facoltà medianiche, ora privilegio di pochi,
diventeranno comuni, per eredità, per svolgimento organico, come accade agli
Anfiossi dei laghi sotterranei, che hanno gli occhi
in embrione vivendo nell’oscurità, e che li aprono a poco a poco dopo di esser
trasportati a vivere in acque illuminate dal sole” (Luigi Capuana, Mondo occulto, a cura di Simona Cigliana, nella collana “Il
tempo ritrovato”, edizione del Prisma 1995.)
Accanto al filone verista, compaiono quindi in Capuana non poche incursioni
letterarie nel mondo della psiche e dell'occulto. Le
aperture all'irrazionale e al mondo dell’aldilà, l'interesse per le forme del
soprannaturale sono presenti in tutto il suo percorso,
dal “Diario spiritico” del '70 fino a “Mondo occulto” del '96 e danno vita, come
dice lo stesso scrittore, ad uno "strano connubio"
tra positivismo e spiritualismo. Capuana aveva seguito con attenzione quanto si
veniva pubblicando e discutendo intorno allo
spiritismo e alle sue esperienze e si vantava di essere il primo letterato a
scrivere un libro sull'argomento.
Lo stesso Lombroso, qualche anno prima, aveva pubblicato sul "Fanfulla della
Domenica" una lettera di approvazione e di
consenso, rivolta a Capuana, direttore della rivista: "Ho finalmente letto e
studiato il suo Spiritismo come meritava. E son
perfettamente d'accordo con lei che il momento delle ispirazioni è assolutamente analogo a quello dell'ipnosi"
(Lettera di Cesare Lombroso a Luigi Capuana del 20 luglio 1848 in Corrado Di
Blasi, Luigi Capuana originale e segreto,
Catania, Giannotta, 1968, pag. 151.) Per Capuana
infatti il "demone" della scrittura trasforma chi scrive in una sorta di medium,
l'artista entra in una sua "particolare allucinazione"
e l'arte apre alla conoscenza più della scienza. Anche un altro scrittore di
quest’età, non appartenente all’area del Verismo come
Capuana, ma del Decadentismo, Antonio Fogazzaro, s’interessa al mondo
dell’occulto.
Quello che accomuna Pirandello a Fogazzaro è la convinzione che ci sia
“qualcosa” capace di fornire delle certezze attraverso un
discorso sull’anima al di là delle religioni tradizionali.
Fogazzaro pur essendo profondamente religioso vive la sua religiosità con scarso
equilibrio, ma con intenso fervore, spesso
pervaso da una sorta di misticismo ed aderisce alla corrente del modernismo, che
voleva conciliare la dottrina cattolica con le
conquiste del pensiero scientifico. Nei momenti di crisi religiosa si avvicina
allo spiritismo e alle scienze occulte: la passione di
Fogazzaro per il paranormale si manifesta soprattutto nella vicenda di
“Malombra”, che narra la fosca storia di una ragazza, la
quale crede di essere la reincarnazione di una sua folle e sventurata antenata.
Nella sua immaginazione esaltata, vede inoltre
Corrado Silla, che è innamorato di lei, come la reincarnazione dell’amante di
questa povera fanciulla.
Lo stesso Fogazzaro ammette: “le notizie ch’io tengo dello spiritismo mi
persuadono che non tutto è illusione ed inganno e che
seguono veramente molti fatti inesplicabili con le leggi naturali a noi note”.
Non furono solo Capuana e Fogazzaro ad alimentare l’interesse per i fenomeni
paranormali e per lo spiritismo, ma anche le
avanguardie artistico-letterarie tra Otto e Novecento, prima tra tutte il
Futurismo. Il saggio di Simona Cigliana mette in evidenza
proprio il binomio futurismo-esoterismo, anche in autori come Marinetti e
Palazzeschi. Analizzando simboli e slogan legati a
questa corrente (come il culto per la velocità, per la macchina, per la Vittoria di Samotracia o come l’esaltazione del progresso
tecnologico e della libertà) li ricollega alla tensione verso le pratiche
esoteriche. Il futurismo viene in questo modo reinterpretato
attraverso la conoscenza delle più antiche e nuove pratiche magiche che,
direttamente o indirettamente, lo hanno alimentato e
suggestionato.
Mattia-Adriano e Zeno: due sedute spiritiche
Sia Svevo in “La coscienza di Zeno” sia Pirandello in “Il fu Mattia Pascal”
descrivono una seduta spiritica, ma entrambi
interpretano questa situazione in chiave ironica, senza però trascurare alcuni
aspetti che tendono a rendere credibili certe
pratiche.
Ne “Il fu Mattia Pascal” Pirandello rappresenta la seduta con immagini ad
effetto che creano un’ambientazione sospesa tra il
macabro e il surreale: “Chi poté più badare alle prodezze di Max
nel buio? Il tavolino scricchiolava, si moveva, parlava con picchi sodi o lievi;
altri picchi s'udivano su le cartelle delle nostre
seggiole e, or qua or là, su i mobili della camera, e raspamenti, strascichi e
altri rumori; strane luci fosforiche, come fuochi fatui, si
accendevano nell'aria per un tratto, vagolando, e anche il lenzuolo si
rischiarava e si gonfiava come una vela; e un tavolinetto
porta-sigari si fece parecchie passeggiatine per la camera e una volta finanche
balzò sul tavolino intorno al quale sedevamo in
catena; e la chitarra come se avesse messo le ali, volò dal cassettone su cui
era posata e venne a strimpellar su noi…” (Il fu Mattia Pascal, capitolo XIV, op. cit.)
Meno suggestiva ed appassionata la seduta spiritica riprodotta da Svevo il quale
fa dire al medium Guido, con tono convinto ed
enfatico: “Raccoglietevi e pensate intensamente al morto che desiderate
evocare” (Italo Svevo, La coscienza di Zeno, capitolo V, Rizzoli, 2004.) Zeno, poco coinvolto dall’esperienza che
sta vivendo con gli altri nella catena spiritica, pensa: “io non ho alcun’avversione per i tentativi di qualunque genere di spiare il
mondo di là” (La coscienza di Zeno, capitolo V, op. cit.) Conclude, però, più per opportunismo, che per convinzione: “Ero
anzi seccato di non avere introdotto io in casa
di Giovanni quel tavolino giacché vi otteneva tale successo” (La coscienza di Zeno, capitolo V, op. cit.)
Lo scetticismo di Zeno nasce dal fatto che il suo interesse non è rivolto tanto
alla seduta spiritica, quanto alla conquista di Ada
ed infatti approfitta del buio per farle la sua dichiarazione: “Io vi amo
Ada! -dissi a bassa voce e avvicinando la mia faccia alla sua
per farmi sentire meglio” (La coscienza di Zeno, capitolo V, op. cit.) Anche in questo caso si riconferma l’inettitudine
del personaggio, il quale, in un momento così
importante, confonde il destinatario della sua rivelazione: “La fanciulla non
rispose subito. Poi con un soffio di voce, però quella
di Augusta, mi disse: perché non veniste per tanto tempo?” (La coscienza di Zeno, capitolo V, op. cit.) Più fortunato di
Zeno è Adriano Meis, il quale sempre
approfittando dell’oscurità della seduta spiritica riesce a baciare la sua
Adriana “Quasi involontariamente io mi recai allora la
mano di Adriana alla bocca, poi, non contento mi chinai a cercar la bocca di
lei, e così il primo bacio, bacio lungo e muto, fu
scambiato tra noi” (Il fu Mattia Pascal, capitolo XIV, op. cit.) Ma entrambi gli scrittori non si limitano a dimostrare
come lo spiritismo sia solo un’occasione pretestuosa,
che in realtà nasconde un’intenzione di natura sentimentale: rimanere accanto
alle donne amate. Svevo soprattutto manifesta la
sua scarsa convinzione nelle pratiche esoteriche facendo interrompere
bruscamente la seduta, continuamente manipolata da
Zeno per ridicolizzare Guido, medium improvvisato, ma anche suo avversario in amore: “Dovete scusarmi, signor Guido, mi sono
permesso uno scherzo di cattivo genere. Sono stato io che ho fatto dichiarare al
tavolino di essere mosso da uno spirito
portante il vostro stesso nome” (La coscienza di Zeno, capitolo V, op. cit.) Meno diffidente di Svevo, ma pur sempre
intenzionato a rivelare come lo spiritismo sia stato
organizzato da Papiano per fini tutt’altro che esoterici, Pirandello pone fine
alla seduta con il pensiero sospettoso di Adriano:
“Se, come sosteneva il Paleari, la forza misteriosa che aveva agito in quel
momento, alla luce, sotto gli occhi miei, proveniva da
uno spirito invisibile, evidentemente, questo spirito non era quello di Max:
bastava guardar Papiano e la signorina Caporale per
convincersene. Quel Max, lo avevano inventato loro. Chi dunque aveva agito? chi
aveva avventato sul tavolino quel pugno
formidabile?” (Il fu Mattia Pascal, capitolo XIV, op. cit.)
Lo spiritismo nelle opere pirandelliane
Se ne “Il Fu Mattia Pascal” assistiamo alla descrizione di una seduta spiritica,
anche in altre opere Pirandello dimostra il suo
interesse per il paranormale. Nella novella “La casa del Granella”, tipico
rappresentante di questa categoria di personaggi, che
ripongono cieca fiducia nello spiritismo, è l’avvocato Zummo, che non ritrova
nella fede e neanche nella scienza positivista le
certezze perse, bensì nel mondo dell’occulto.
Pirandello infatti dice di lui ”... Lesse dapprima una storia sommaria dello
Spiritismo, dalle origini delle mitologia fino ai dì nostri, e
il libro del Iacolliot su i prodigi del fachirismo; poi tutto quanto avevano
pubblicato i più illustri e sicuri sperimentatori, dal Crookes
al Wagner, all'Asakov, dal Gibier allo Zoellner, al Janet, al de Rochas, al
Richet, al Morselli; e con suo sommo stupore venne a
conoscere che ormai i fenomeni così detti spiritici, per esplicita dichiarazione
degli scienziati più scettici e più positivi, erano
innegabili" (Luigi Pirandello, Novelle per un anno, La casa del
Granella, Brossura, Mondatori, 2001.) In questo lungo elenco di pensatori, Pirandello rivela tutta la
sua perizia sull'argomento, ed inoltre, per bocca
dell’avvocato Zummo, sostiene: "La scienza s'arresta anch'essa là, ai limiti
della vita, come la morte non ci fosse e non ci dovesse
dare alcun pensiero. Dice: “Voi siete ancora qua; attendete a vivere, vojaltri:
l'avvocato pensi a far l'avvocato; l'ingegnere a far
l'ingegnere…" E va bene! Io faccio l'avvocato. Ma ecco qua l'anima immortale, i
signori spiriti che fanno? Vengono a bussare alla
porta del mio studio: "Ehi, signor avvocato, ci siamo anche noi, sa? Vogliamo
ficcare anche noi il naso nel suo codice civile! Voi,
gente positiva, non volete curarvi di noi? Non volete più darvi pensiero della morte? E noi, allegramente, dal regno della morte,
veniamo a bussare alle porte dei vivi […]" (Novelle per un anno,
op. cit.) Tuttavia nel seguito della novella
il narratore dimostra di non essere un teosofo
convinto, infatti l'avvocato Zummo è dipinto anche con forti accenti ironici: si
lascia trasportare talmente dai suoi studi da
dimenticare quasi la causa per la quale sta lavorando e da rendersi ridicolo in
tribunale. Alla fine, il signor Granella, pur non riuscendo a provare che la sua
casa non è infestata dai fantasmi, viene impaurito
da spiriti palesemente fantastici, creati dalla sua immaginazione eccitata.
Anche in casi in cui Pirandello non ci rappresenta né
parla di veri e propri spiriti, bisogna riconoscere che la sua produzione è
comunque penetrata dall'interesse dell'aldilà. Oggetti
quotidiani o scenari consueti sono percorsi "come da un brivido d'apparizioni e
di morte (…) ma non hanno nulla della voluta
atmosfera visionaria, applicata di diritto ai fantasmi". Tutta la sua produzione
è costellata di personaggi che si interessano di
teosofia: oltre al dilettante teosofo Anselmo Paleari, altro seguace tipico
dell'occultismo, violento ed aggressivo, è il professor
Dionisio Vernoni, della novella “Dal naso al cielo”.
Pirandello lo presenta così “era un incorreggibile idealista, il professor
Dionisio Vernoni: un idealista che, anche a costo d’essere
scannato non s’acquietava, non voleva, non sapeva, non voleva acquietarsi
all’irritante rinunzia della scienza di fronte ai
formidabili problemi dell’esistenza, al comodo (egli diceva vigliacco) ripararsi
del così detto pensiero filosofico entro i confini del
conoscibile, […]” E ancora: “il professor Dionisio Vernoni attaccò subito col
suo solito fervore; e cominciò a parlare di occultismo e
di medianismo, di telepatia e di premonizioni, di apporti e di
materializzazioni: e agli occhi de’ suoi ascoltatori sbalorditi popolò di
meraviglie e di fantasie la terra che l’orgoglio umano imbecille ritiene abitata
soltanto dagli uomini e da quelle poche bestie che
l’uomo conosce e di cui si serve. Madornale errore! Vivono, vivono su la terra
di vita naturale, naturalissima al pari della nostra,
altri esseri, di cui noi nello stato normale non possiamo avere, nello stato
nostro, percezione; ma che si rivelano a volte, in certe
condizioni anormali, che ci riempiono di sgomento; esseri sovrumani, nel senso
che sono oltre la nostra povera umanità, ma
naturali anch’essi, naturalissimi, soggetti ad altre leggi che noi ignoriamo, o
meglio, che la nostra coscienza ignora, ma cui forse
inconsciamente obbediamo anche noi: abitanti della terra non umani, essenze
elementari, spiriti della natura di tutti i generi, che
vivono in mezzo a noi, e nelle rocce, e nei boschi, nell’aria, nell’acqua, nel
fuoco, invisibili, ma che tuttavia riescono talvolta a
materializzarsi” (Novelle per un anno, Dal naso al cielo, op. cit.). In un’altra novella, “La veste lunga”, la volubile e ingenua
protagonista Didì viene descritta così da Pirandello “…voleva chiudersi tutta in se stessa e andar vagando per il mondo assorta nella
scienza teosofica, come Frau Wenzel, la sua
maestra di pianoforte…” (Novelle per un anno, La veste lunga, op. cit.)
La posizione di Pirandello non è diversa da quella del già citato avvocato
Zummo, che interroga, prende nota su nomi, condizioni,
sentimenti, aspirazioni prima di rispondere se quel caso è abbastanza strano
perché possa interessarlo, perché faccia fremere in
lui quel delirio avvocatesco, un insieme di crudeltà, pietà, commiserazione, in cui consiste l'abilità difensiva di Pirandello. E, se non
saranno ascoltati, quegli esseri andranno "a picchiare alla porta di qualche
altro scrittore" (Novelle per un anno, La tragedia d’un personaggio, op. cit.) Questa idea pirandelliana, una
"vera e propria ossessione" (Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, Prefazione, Brossura
Einaudi, 2005.), è diventata fonte d'ispirazione per lo scrittore,
il quale crea degli esseri che non si sa da dove
siano caduti, tremende figurazioni in chiave espressionistica, personaggi
trapassati, evocati, come nelle sedute spiritiche,
attraverso gli oggetti con cui convissero nella loro vita. Per diventare
personaggi essi dal piano astrale, come dicono i teosofi,
sono saliti sul piano mentale: i personaggi sorgono dalla vita, ma per rivivere
attendono una specie di reincarnazione che li
renda più vivi dei vivi, eterni. E in un momento della loro esistenza errante,
gli spiriti sentono pesare su di essi - dicono gli
spiritisti - l'imperativo della reincarnazione, come Mattia Pascal s'incarna in
Adriano Meis. Attendono cioè l'ora della
reincarnazione attraverso l'arte e, nel grande teatro di questa metamorfosi, il regista sarà un medium, come nella prefazione dei
”Sei personaggi in cerca d’autore”, in cui Pirandello ci presenta la
“servetta-Fantasia” “…un po’ dispettosa e beffarda, se ha il
gusto di vestir di nero,
nessuno vorrà negare che non sia spesso alla bizzarra, e nessuno crede che
faccia sempre e
tutto sul serio e ad un modo solo. Si ficca una mano in tasca; ne cava un
berretto a sonagli; se lo caccia in capo, rosso come una
cresta, e scappa via. Oggi qua; domani là. E si diverte a portarmi in casa
purché io ne tragga novelle e romanzi e commedie, la
gente più scontenta al mondo, uomini, donne, ragazzi, avvolti in casi strani da
cui non trovan più modo a uscire contrariati nei
loro disegni; frodati nelle loro speranze e coi quali insomma è spesso veramente
una gran pena trattare…” (Sei personaggi in cerca d’autore, Prefazione, op. cit.) Grazie alla
“fantasia”, lo scrittore diviene il creatore che, per mezzo di un transfert di
energia vitale, dà ai suoi personaggi una specie di
“supervita”. Sempre nei “Sei personaggi” è il padre che, rivolto al Capocomico,
riprende questo concetto: "Nel senso, veda, che
l'autore che ci creò, vivi, non volle poi, o non poté materialmente, metterci al
mondo dell'arte. E fu un vero delitto, signore;
perché chi ha la ventura di nascere personaggio, vivo, può ridersi anche della
morte. Non muore più! Morrà l'uomo, lo scrittore,
strumento della creazione; la creatura non muore più!” (Sei personaggi in cerca d’autore, atto I, op. cit.) Come dice Pirandello,
sempre nella premessa ai “Sei personaggi”, “Quale autore potrà mai dire come e perché un personaggio gli sia nato nella
fantasia? Il mistero della creazione artistica è il
mistero stesso della nascita naturale. […] Così un artista, vivendo, accoglie in
sé tanti germi della vita, e non può mai dire come e
perché, a un certo momento, uno di questi germi vitali gli si inserisca nella
fantasia per divenire anch'esso una creatura viva in un
piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana” (Sei personaggi in cerca d’autore,
Prefazione, op. cit.) Da queste
affermazioni sembra quasi che gli spiriti invadano la
letteratura, si impadroniscano della mano dello scrittore e tormentino la sua
vita affinché egli si faccia portavoce dei loro prodigi. I
protagonisti de “I sei personaggi in cerca d’autore” , ancora sotto la forma di
personaggi appena apparsi nella mente dell’autore,
si manifestano sulla scena come figure spettrali, pallide, diafane, prive di
corporeità e desiderose soltanto di “prendere vita”
nella rappresentazione teatrale delle loro vicende. Anche in “Così è, se vi
pare”, alla fine del terzo atto, la signora Ponza, tanto a
lungo evocata, si presenta improvvisamente come un fantasma, “col volto nascosto
da un fitto velo nero, impenetrabile” (Luigi Pirandello, Maschere
nude, Atto terzo, Scena nona, Arnoldo Mondatori, 1958.)
Nell'ultimo Pirandello, a partire dall'uscita di “Uno nessuno centomila” si
evidenziano elementi "mitici e mistici" che avvicinano lo
scrittore al surrealismo, movimento che, affermatosi nel 1924, si propone di
osservare e approfondire lo studio del pensiero
umano, senza la mediazione razionale, ma aderendo agli automatismi dell'inconscio e seguendone le libere e casuali
manifestazioni (sogno, sonnambulismo, trance).
C’è da osservare, però, che, a differenza del periodo precedente, quest’ultima
fase pirandelliana presenta uno spiritualismo
tendenzialmente cattolico. "Attraverso il personaggio di Lucio (in “Lazzaro”),
infatti, Pirandello scopre il Dio che è in noi, e noi
siamo in lui, anzi siamo lui; la tristezza della morte non ha più senso perché
nessuno può veramente morire ma solo tornare a
Dio: quella che svanisce è la caduca vita terrena, non lo spirito universale e immortale.
Al contrario, Diego, che è morto e che è
ritornato dal mistero violato, alla vita, non serbando nessun ricordo
dell'aldilà conclude che esso non esiste, che Dio non esiste". (G. Macchia, “Pirandello o la stanza della tortura”, Milano, Mondadori, 1981.) In “Lazzaro”, uno dei tre miti teatrali, troviamo di nuovo il motivo della
reincarnazione, presente ne “Il fu Mattia Pascal” dove il
protagonista muore e rivive per due volte. Macchia osserva come il teatro di
Pirandello si animi, alla fine della sua vita, di
un'essenza magica, demoniaca: "Attraverso incubi, sogni, ossessioni, immagini,
meditazioni, anche il sentimento di un'altra
esistenza non gli era ignoto. Non ignorava quale stacco (come la caduta in
diversa dimensione) si operi tra il ricordo e quelle
visioni, che, come dice appunto Lucio, il personaggio di Lazzaro, sembrano
venute da un'altra vita …".
Le ultime diciannove “Novelle per un anno”, scritte tra il 1931 e il 1936, sono
comprese nel volume “Una giornata” e, in parte, in
quello intitolato “Berecche e la guerra”. In quest’ultimo, compare “Di sera, un
geranio”, un racconto che ha per protagonista lo
spirito di un uomo appena “trapassato nell’aldilà”, che aleggia ancora come
un’entità evanescente, tra la camera in cui giace il
proprio corpo e il giardino che circonda la casa “Dormiva, e non è piú nel suo
corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che
cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell'aria della sua
camera chiusa. Alienato dai sensi, ne serba piú che
gli avvertimenti il ricordo[…] Lui, quello! Uno che non è più. Uno a cui quel
corpo pesava già tanto. E che fatica anche il respiro!
Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar
tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o
quello, con la paura d'addormentarsi. Difatti poi, nel sonno...”
Questa novella, come le altre diciannove, è ormai estranea alla poetica
dell’umorismo e presenta infatti caratteri decisamente
surrealistici, per certi versi, affini a quelli dei “miti teatrali”. Queste
novelle evidenziano caratteri più lirici rispetto alle precedenti,
alludono a momenti epifanici in cui è possibile cogliere una fusione primigenia
tra uomo e natura
“Lui non era quel suo corpo; c'era anzi così poco; era nella vita lui, nelle
cose che pensava, che gli s'agitavano dentro, in tutto ciò
che vedeva fuori senza piú vedere se stesso. Case strade cielo.
Tutto il mondo.
Già, ma ora, senza più il corpo, è questa pena
ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura
di nuovo, non d'addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per
sé, senza più lui”
Il fulcro della narrazione è l’uomo, visto nel suo trapasso, “S'è liberato nel
sonno, non sa come: forse come quando s'affonda
nell'acqua, che si ha la sensazione che poi il corpo riverrà su da sé, e su
invece riviene solamente la sensazione, ombra
galleggiante del corpo rimasto giù.[…] Lui è ora quelle cose; non piú com'erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle
cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono piú
niente per lui. E questo è morire.”.
Infatti, protagoniste diventano alcune semplici cose (il muro, la villa, la
casa), ma soprattutto la natura (luna, giardino, acqua,
roselline rampicanti, foglioline, erba) che, in una specie di anticlimax, si
incarna nel geranio. “Ma ora lui è come la fragranza di
un'erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz'aver più
nulla vicino; sì, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già
lontano, senza più tempo, nella tristezza infinita
d'una così vana eternità. Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur
quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri
poco: ecco, questo geranio... - Oh guarda giù, nel giardino, quel geranio rosso.
Come s'accende! Perché?
Di sera, qualche volta, nei giardini s'accende così, improvvisamente, qualche
fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione.” L’anima, liberata dalla prigione del corpo, esprime il suo desiderio finale di
continuare a vivere, anche se per poco, nell’effimera
vita di un fiore “nei giardini s’accende così, improvvisamente, un fiore”.
Pirandello esprime il significato del titolo “Di sera, un
geranio” proprio nella conclusione della novella, in cui il termine “ragione”, anagramma di “geranio”, esplicita uno dei temi
portanti del testo, quello della non conoscibilità del reale e della conseguente
sottomissione della ragione agli eventi naturali
come la morte. Il geranio rappresenta quindi l’ultimo appiglio della vita, dopo
l’ultima ribellione contro il destino.
Samanta Gamboni
Bibliografia
R. Luperini, “La struttura e l’interpretazione” vol.3 tomo2, Palombo, 1997.
R. Luperini, “Luigi Pirandello e Il Fu Mattia Pascal”, Torino, Loescher, 1990.
R. Luperini, “Pirandello”, Roma-Bari, Laterza, 1999.
L. Pirandello, “Il Fu Mattia Pascal”, Classici Moderni Edizione Oscar Mondatori,
1994.
L. Pirandello, “Novelle per un anno”, Newton, 1993.
I .Svevo, “La coscienza di Zeno”, Rizzoli, 2004.
M. Pazzaglia, “Antologia della letteratura italiana” vol.3, Zanichelli,1972.
S. Cigliana, “Il tempo ritrovato”, edizione del Prisma, 1995.
G. Macchia, “Pirandello o la stanza della tortura”, Milano, Mondadori, 1981.
A. Illiano, “Metapsichica e letteratura in Pirandello”, Firenze, Vallecchi,
1982.
E. Lauretta, “Pirandello e il mistero”, Cinisello Balsamo, Ed. San Paolo, 1996.
A. Fogazzaro, “Malobra”, Brossura, Garzanti, 2004
Inizio pagina
 |