 |
|
Pietro Milone
Padri e figli.
La vita ardente di Luigi e Stefano Pirandello |
da
«Pirandelliana», Volume 1, 2007
Rivista internazionale di studi e documenti -
Fabrizio Serra editore, Pisa - Roma |
da
LIBRAweb
Nell’agosto del 1924, la rivista «Comoedia» pubblicava La casa a
due piani, una
commedia di Stefano Landi. Nella pagina che la introduceva campeggiava la
foto
dell’autore – un giovane bruno, le labbra sottili leggermente contratte sul
mento
sfuggente, l’espressione assorta, concentrata in uno sguardo intenso –
contornata da
una sua breve presentazione, non firmata, che immediatamente sollevava il
velo dello
pseudonimo e ne forniva le generalità: «nato in Roma il 14 giugno 1895 da
Luigi e
Antonietta Pirandello». Con quello pseudonimo Stefano aveva intrapreso, già
dal
1920, la carriera giornalistica e letteraria e, per raccomandarlo al
«Corriere della sera
», Luigi Pirandello ne aveva scritto (il 10 ottobre 1921) all’amico Ugo
Ojetti:
|
La vita, o si vive o si scrive. Io non l’ho mai
vissuta, se non scrivendola. Altri pensano a darmi alimento e cura. Ora non ho più nessuno. I miei due
ragazzi sono purtroppo, come me: hanno anch’essi il baco nostro, con la disgrazia di voler
fare proprio sul serio: e l’uno, il maggiore, scrive, e l’altro è avviato alla pittura. […] Del primo avrai forse letto sulla Tribuna e
sull’Idea Nazionale qualche articolo. Si firma Stefano Landi per non mettere nella letteratura il guajo d’un
altro Pirandello. Ma ha un suo modo parti[co]lare di vedere e rappresentare la vita, che
non ha niente da vedere col mio.
[1] |
[1]
Luigi Pirandello, Carteggi inediti con Ojetti, Albertini,
Orvieto, Novaro, De Gubernatis, De Filippo, a cura
di Sarah Zappulla Muscarà, Roma, Bulzoni, 1980, p. 82. |
Quel suo particolare modo di vedere e di scrivere – affiancato peraltro,
inizialmente,
anche da una certa dose di pirandellismo – era nato nella lunga prigionia di
guerra,
durante la quale Stefano aveva scritto una «prima dozzina di commedie, tutte
ripudiate
» tranne la Casa a due piani e L’uccelliera. La nota biografica
di «Comoedia» attribuiva
il ritorno al teatro di Stefano alla precarietà della sua attività
giornalistica, dandone
conto con un lieve ma insistito sarcasmo (sull’esser “figlio di papà” come
ostacolo, piuttosto che come agevolazione, alla carriera) che riflette il
punto di vista
di Stefano e ne tradisce, mi sembra, la mano:
Dopo aver appreso ad impaginare, a fare «cucina» e
«cronaca nera», licenziato da per tutto come «figlio di papà» che, tanto a licenziarlo «non c’è il
rimorso di metterlo in mezzo a una strada », ineluttabilmente figlio di Pirandello, sposo della
nuora di Pirandello, padre della nipotina di Pirandello, trovò in Lucio d’Ambra un vero amico di
Pirandello che gli fece rappresentare al «Teatro degli Italiani» l’atto unico I bambini.
|
Quella prima messinscena era avvenuta l’8 maggio del 1923. Un mese dopo, al
Teatro
Argentina di Roma, la compagnia di Dario Niccodemi, sostituito nella
direzione da Luigi
Pirandello, aveva rappresentato la Casa a due piani.
[2]
«Comoedia» ne rievocava le «sim
patiche manifestazioni di plauso, al “figlio di papà”, battezzato anche dal
loggione, “Giacomino”
e “Pensaci, Giacomino!” fra la commossa ilarità della sala, mentre cantavano
raganelle, squittivano “lingue di passero” e abbaiavano strani cagnolini
meccanici».
[3]
Le vicende della commedia erano
trasparentemente autobiografiche,
[4]
a conoscere
la storia della famiglia Pirandello, là ove si sostituisca alla morte fisica
del personaggio
della madre la morte civile dell’internamento in una clinica psichiatrica di
Antonietta
Portolano in Pirandello, a seguito di una decisione di Luigi alla quale
Stefano,
al suo ritorno dalla prigionìa di guerra, inizialmente, si oppose con forza.
[5]
La casa a due piani inscena la
protratta passione sentimentale ed erotica dei due
maturi coniugi che sorprende e scandalizza alcuni frequentatori e condiziona
fortemente
la vita dei figli;
[6]
e, dopo la morte della donna, la disgregazione della famiglia:
la figlia Lidia fugge per affrettare le nozze, Piero se ne va, Fabio resta
con il padre
Federico, vedovo inconsolabile, vivendo una comune ma incomunicabile,
dolorosa
solitudine. Padre e figlio non possono capirsi né consolarsi a vicenda del
loro, diverso,
lutto. Federico piange la perdita della moglie-amante e non può avere
conforto dal
figlio né può darglielo, perché dovrebbe vivere – e non vuole – non più da
amante in
lutto ma facendo il padre, come la moglie, morendo, l’ha obbligato a fare e
come
Fabio vorrebbe che lui facesse. Fabio,
per parte sua, non vuol partecipare di quel lutto
del padre che ribadisce una verità che già Ametta Selmi, la giovane vicina di
cui egli
è innamorato, gli aveva rivelato: la donna amante non può esser madre e
dunque lui
non ha mai avuto una madre, nell’aria soffocante, di serra, di Villa
Assalente.
Fabio, pur mostrando una coscienza che manca ai genitori, li difende, nel
nome di
una passione che arde e divora, contro Ametta che rifiuta lui e la sua idea
d’amore in
cui la donna si annulla nella sola, esclusiva, passione di amante (che
esclude altresì
l’essere madre), in una casa dall’aria irrespirabile come quella di Villa
Assalente, definita
un «covo ardente».
[7]
Definizione, questa, che ci dà l’immagine di un’energia vitale
– qui connessa all’eros – potenzialmente distruttiva, come il fuoco ardente
che può
dirsi immagine araldica della famiglia Pirandello: di Luigi, ardente nel
fuoco il cui destino,
annunciato sin dal cognome – secondo l’approssimativa etimologia greca (pyr
anghelos:
angelo di fuoco) avvalorata da molteplici dichiarazioni dello scrittore – [8]
fu
realizzato alla sua morte quando il suo cadavere fu arso; e dei suoi
personaggi alterego
come Lars Cleen il «forestiere» (antesignano del fu Mattia Pascal «forestiere
della
vita»), protagonista, nel 1902, di Lontano, una delle sue più
emblematiche novelle, che
è soprannominato L’arso.
[9]
Ma immagine araldica anche di Stefano: Il figlio arso è uno
dei titoli da lui proposti all’editore Valentino Bompiani, nel 1941, per la
raccolta delle
sue poesie (poi intitolata Le forme) con riferimento alla conclusione
de L’albero morto:
E
questo è il mondo dove Dio contempla
come
una vita nasce di due vite.
[…]
Ecco
l’albero morto.
Visse
finché la terra tutta amore
gli
diede cibo nel suo grembo nero
e
l’amore del sole era un respiro
su
delle fronde e incitamento a crescere.
Poi più
possente il sole
tutto
lo guadagnò. Discese a forza,
dai
rami al tronco, fin nelle radici.
Lo
prende alle radici e il figlio è arso
[10]
Stefano fu dunque, indubitabilmente, consumato dal fuoco de
la vita ardente di Luigi
Pirandello
(per riprendere il titolo di uno dei suoi scritti biografici).
[11]
Per lui il padre è
infatti «una carica di energia vitale sbalestrata in un mondo di cui non
capisce mai i
rapporti sociali, i doveri di convivenza, le convenienze», secondo un
giudizio recentemente
ripreso da Ferdinando Taviani che l’ha però amputato della sua più profonda
e inquietante ambivalenza.
[12]
Così citato, infatti, il giudizio pare esprimere un’ener
gia positiva pur se (o proprio perché) anticonformista. L’energia, possiamo
aggiungere,
frutto del candore (per dirla con Bontempelli) della sua visione
artistica; l’energia
di un creatore, ovvero di chi (scriveva Stefano nella sua prefazione al
«breviario di
fede» dell’Uno, nessuno e centomila) si è posseduto per intero «come
un pazzo, come un
eroe, come un santo». |
[2]
Qui e in seguito, per la maggior parte dei riferimenti biografici,
mi avvalgo della fondamentale ricostruzione
cronologica premessa (con il titolo La vita e l’opera) a Stefano
Pirandello, Tutto il teatro, a cura
di Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla, Milano, Bompiani, 2004. Essa
riporta le cronache teatrali del
9 giugno. Cfr. la lettera di Pirandello alla figlia (datata 2.6.1923): «Tra
quattro giorni, come Stefanuccio ti
avrà scritto – andrà all’Argentina la sua Casa a due piani. Gliela
metto io in iscena, per incarico di Niccodemi
che è partito» (Luigi Pirandello, Lettere a Lietta, trascritte da
Maria Luisa Aguirre d’Amico con una postfazione
di Vincenzo Consolo, Milano, Mondadori, 1999, p. 99)..
[3]
Si veda anche quanto scriveva Pirandello a Lietta il 5.7.1923:
«Stefano, sempre imbrigato al “Giornale
di Roma” […] non ha più tempo da far nulla. […] Non ti ha scritto neppure
dell’esito contrastato della sua
Casa a due piani replicata per due sere all’Argentina. Non puoi
immaginarti quanto io ne abbia sofferto! Il
pubblico dimostrò fin da principio il suo mal animo, beccando e ridendo. Ma
con tutto ciò, il terz’atto ebbe
il potere di far tacere tutti i malintenzionati e di imporsi magnificamente;
tanto che la fine della commedia
fu salutata da sette ovazioni. Insomma serata di battaglia. E Stefano, se non
ha vinto del tutto, se n’è uscito
con onore» (Ivi, pp. 101-102).
[4]
La casa a due piani inscenava le vicende della famiglia
Assalente: Federico, il «Maestro», famoso architetto,
la moglie Evelina e i figli Piero, Lidia e Fabio, nella loro villa
frequentata dai giovani amici dei figli.
Vicende antecedenti e successive alla traumatica scomparsa di Evelina,
inattesa dai figli, sorpresi dall’improvviso
precipitare di una malattia che quasi credevano il frutto di un’eccessiva
preoccupazione paterna.
Scomparsa anche della felicità o dell’illusione di essa: di «una casa nata
dall’amore», come la giudicava il
giovane Ludovico Agliani, amico di Piero, ma non questi, consapevole che sua
madre era «così diversa da
tutte le madri di questo mondo».
[5]
L’importante e sinora inedito particolare biografico emerge dalla
ricostruzione della vicenda, attraverso
le lettere tra Luigi e Stefano, a conclusione de Il figlio prigioniero.
Carteggio tra Luigi e Stefano Pirandello
durante la guerra 1915-1918, a cura di Andrea Pirandello, Milano,
Mondadori, 2005.
[6]
All’amico Remigio, che protesta con lui perché la sorella Ametta,
frequentando gli Assalente e
immergendosi nella loro malsana atmosfera erotogena, ne è rimasta «turbata»,
Fabio risponde: «Ma se è
colpa dell’aria calda! Tu la respiri e tiri dentro afa… arsura – è soffocante
[…] Noi facciamo il male senza
volere» (Stefano Pirandello, Tutto il teatro, ii, cit., p. 525. Date
le varianti minime, qui e in seguito, cito
dalla redazione definitiva).
[7]
Ivi, p. 561.
[8]
Un’ulteriore testimonianza nel merito viene da Alberto Savinio,
frequentatore e amico della famiglia
Pirandello e dal suo Il signor Münster il cui omonimo protagonista
«ripensò al telegramma che l’attrice Pieralba
Nona mandò dagli Stati Uniti d’America al celebre drammaturgo Focangelo morto
a Roma, perché
“senza essere aperto da nessuno, fosse bruciato assieme col cadavere”» (Casa
«La Vita», Milano, Adelphi,
1988, p. 278).
[9]
Più che novella, romanzo breve, ripubblicato infatti, nel 1915,
insieme a Il turno. Cfr. Pietro Milone,
Dire il silenzio. La bi-logica delle Novelle per un anno, «Rivista di
studi pirandelliani», vii, giugno 1989 (terza
serie), pp. 40-45. Per una complementare tesi onomastica sul personaggio cfr.
Leonardo Sciascia,
Occhio
di capra,
Torino, Einaudi, 1984, sub voce Arsu (L’arsu dialettalmente
significa, oltre che “arso”, anche “solo”
come “l’asso” nelle carte da gioco; Lars dunque «veramente arso: di
solitudine, di nostalgia»).
[10]
Stefano Landi, Le forme, prefazione di Corrado Alvaro,
Milano, Bompiani, 1942, pp. 35-36. Alcuni di
quei versi compaiono anche a conclusione del ii atto di In questo solo
mondo.
[11]
Pubblicato su «Quadrivio» del 13.12.1936. Poi riprodotto in Luigi
Ferrante, Pirandello, Firenze, Parenti,
1958, pp. 238-243.
[12]
Cfr. Ferdinando Taviani, La minaccia di una fama divaricata,
saggio introduttivo a Luigi Pirandello,
Saggi e interventi, Milano, Mondadori, 2006, p. LXIII. In nota Taviani
rinvia alla fonte indiretta di Valentino
Bompiani in un articolo su «Il Giornale» del 23.4.1988, anziché alla fonte
diretta della lettera di Stefano.
|
La fonte diretta del giudizio filiale
citato è una delle numerose lettere di Stefano all’amico
editore Valentino Bompiani; lettere che costituiscono una fondamentale
testimonianza
della profonda ambivalenza affettiva di Stefano nei confronti del padre:
del passato amore come dedizione talora assoluta, della perdurante devozione,
ma altresì
dell’esacerbato risentimento di chi ha subito la privazione di una propria
autonoma
esistenza e identità. Con punte di sorprendente acrimonia, acuita dalle
disposizioni
testamentarie, come testimonia, nella lettera in questione, l’allusione a
Marta Abba in mezzo ad altre, meno decifrabili.
Vale anche perciò la pena di citare un
ampio passo di questa lettera che Stefano
scrisse il 6 ottobre 1939, rispondendo alla richiesta di lettere inedite da
inserire nell’Almanacco
Bompiani del 1940:
è da ieri mattina che spoglio corrispondenza vecchia:
due giorni di ricerche e d’amarezze nel rinvangare ricordi di tutti i generi. È il ribrezzo che
me ne tiene lontano. Dio, ci fosse un solo ricordo bello, in tutti gli anni trascorsi accanto a
mio Padre! E per te non trovo nulla, nulla che valga la pena – o quando ne varrebbe la pena, sono cose
ch’è impossibile tirar fuori senza colpire a tradimento la memoria di qualche morto o la giusta
suscettibilità di qualche vivo. Mio Padre è un «intoccabile», caro Valentino: una carica
d’energia vitale sbalestrata in un mondo in cui non capì mai i rapporti sociali, i doveri di
convivenza, le convenienze: nemmeno gli affetti familiari, accecato dai suoi amori esclusivi: iroso,
ingiusto, disumano con tutti fuor che con l’idolo del momento, che il più delle volte non restava
sugli altari che qualche mese: tranne uno, che per sciagura sua e di tutti, rimase in carica per
anni e anni. Che devo fare, io? Quando io sarò morto, se prima non distruggerò tutte queste cose, un
estraneo, col gelido interesse del curioso, potrà tirar fuori un sacco di razzi esplosivi per
scandali e polemiche: ma io debbo tener tutto chiuso. Credi pure che quel che era da tirar
fuori l’hai avuto tutto tu, ed è servito a mettere in luce una faccia di Lui meravigliosamente bella:
quella faccia che, nel cuore di chi gli visse vicino e lo conobbe per intero, gli fa perdonare tutte
le altre, tante, e nessuna da mostrare senza rischi.
|
Questo ti chiarisca anche perché io non scriverò un libro su mio Padre: a meno che altri – come purtroppo può accadere, e da un
momento all’altro – non sollevi certi veli. E allora forse non avrei da difendere la Sua memoria, ma
la vita di qualcuno di noi. [13]
|
[13]
Caro Bompiani. Lettere all’editore, a cura di
Gabriella D’Ina e Giuseppe Zaccaria, Milano, Bompiani,
1988, p. 409.
|
|
Se le circostanze
della lettera, con l’intento di Stefano di
sottrarsi alle richieste di Bompiani relative alla biografia e all’opera di suo
padre, possono motivarne, forse,una certa esagerazione, non ne spiegano certo,
per intero, toni e contenuti. Mail punto che volevamo sottolineare
(indipendentemente da quello concomitante del "mistero" di non si sa quale
rivelazione biografica che, peraltro, lo rafforzerebbe) è quello del-l’energia
vitale, del fuoco ardente della vita familiare dei Pirandello: il «fuoco
bianco», per usare i termini di una nota distinzione di Giacomo Debenedetti che,
a proposito della «filosofia» che Pirandello mostrava sulla «faccia esterna
della sua opera», scriveva che essa «non era se non un’astuzia della
Provvidenza: il materiale isolante che permetteva a Pirandello di maneggiare il
fuoco bianco del suo nucleo poetico e umano».
[14]
Che quel materiale isolante esterno, filosofico (il
pirandellismo, il tilgherismo), abbia nociuto o meno alla comprensione
dell’opera è altro discorso. Così come lo è quello del rapporto tra lato esterno
e interno, tra materiale isolante e fuoco (rapporto di non totale estraneità,
come a qualcuno appare).
[15]
A noi, qui, basti dire che è del tutto evidente, come
sempre lo è stato ai suoi biografi, che quel fuoco bianco è nel covo
ardente di casa Pirandello, in quella fucina vulcanica le cui colate laviche
si sono disseminate, incanalate nel figlio Stefano in rivoli poi ingrossatisi
nel fiume di un’opera dai risultati discontinui ma spesso ragguardevoli e,
talora, di assoluto valore.
A inequivocabile riscontro biografico del covo
ardente di casa Pirandello, basti registrare quanto Stefano annotò a margine
di un capitolo della biografia di Giudice:
nei rarissimi momenti che Antonietta, spesso dopo una
riconciliazione, in seguito al ritorno in famiglia dall’esilio dell’uno o
dell’altro, cioè ricucite per il momento quelle separazioni che costellarono in
modo tragico e continuo la vita matrimoniale di Pirandello, si mostrava per un
giorno o due serena, e accogliente verso di lui, noi figli vedevamo sgomenti che
nullità diventassimo noi, di punto in bianco, per quei furenti amanti,
quei due evasi in un loro cielo, dove un poeta non finiva più di trovare modi
inauditi di glorificare la sua Dea.
[16] |
[14]
Giacomo Debenedetti, Una giornata, «Il Meridiano di
Roma», 8-15 agosto 1937; vedi ora Idem, Saggi critici. Seconda serie,
Venezia, Marsilio, 1990, p. 216.
[15]
Le emozioni, il sentire inconscio, sono il «fuoco bianco»
dell’esperienza di Luigi Pirandello e la sua opera ne costituisce la traduzionein un’emozione pensante
o, se si preferisce, in un pensiero senziente. Rinvio, nel merito, ai miei precedenti contributi
pirandelliani in chiave di bi-logica matteblanchiana e specialmente: Capogiri
bi-logici nell’umorismo di Pirandello, in L’inconscio antinomico. Sviluppi
e prospettive dell’opera di Matte Blanco, a cura di Pietro Bria e Fiorangela
Oneroso, Milano, Franco Angeli, 1999, pp. 177-195; Nascita dei personaggi
pirandelliani: il teatro come spazio bi-logico, in Sylva.
Studi in onore di Nino Borsellino, a cura di Giorgio Patrizi,
Roma, Bulzoni, 2002, pp.
735-748. E a Carlo Ferrucci, Le ragioni dell’arte nell’arte ragionante di
Leopardi e Pirandello, in Giornata di studi nel I cinquantenario della
morte di Luigi Pirandello, Roma, II Università di Roma, 1987.
[16]
Gaspare Giudice, Pirandello, Torino, UTET, 1963, p.
252.
|
Un’altra annotazione di Stefano a Giudice ci riporta, invece,
a quel 1924 da cui siamo partiti, con la pubblicazione su «Comoedia» de La
casa a due piani. Essa rievoca il momento finale della distruzione di quella
casa con il rifiuto di Antonietta di uscire dalla clinica per raggiungere la
famiglia a Monteluco, vicino Spoleto, in una casa isolata appositamente
affittata per l’estate:
nel punto di uscire
dalla "prigione" in cui smaniava, da cui, con accenti strazianti, ci supplicava
di liberarla, invece vi si aggrappò come a un rifugio che aveva paura
d’abbandonare, e le rinacquero d’improvviso tutte le avversioni contro il suo
eterno nemico… Fu soltanto allora che Pirandello rinunziò alla speranza di
potersi un giorno riprendere la donna che aveva sempre in cuore e nei sensi.
[17]
[17]
Ivi, p. 301.
|
Il 1924 è un anno determinante nella vita di Pirandello, non
solo sul piano familiare, un vero discrimine, un punto di non ritorno: la
rivoluzione del suo teatro, con il successo mondiale del 1923, rivoluziona la
sua vita. Nel 1924, tornato dagli Stati Uniti, Pirandello incontra Mussolini e,
dopo aver aderito al fascismo in pieno caso Matteotti, ne riceve i mezzi
necessari per il Teatro d’Arte (mentre già delinea un suo progetto di Teatro di
Stato, in un referendum svolto in giugno da «L’Idea Nazionale»). Pirandello
diventa capocomico.
Pirandello, che già non è più marito, smetterà
presto di essere vedovo inconsolabile dopo l’apparizione, nel febbraio dell’anno
successivo, di Marta Abba, la sua nuova Musa e amante ideale. Pirandello, che
non è più figlio (suo padre Stefano muore nel giugno 1924), diverrà sempre meno
padre.
La casa a due piani si concludeva con il suicidio di Fabio, con il
corpo del figlio interposto tra i genitori, come in vita non era mai stato, a
sancire, assieme al ricongiungimento alla madre, lo scacco del rapporto con il
padre nell’impossibilità di ottenere il suo amore e raggiungere la propria
identità di figlio.
[18]
Per un’analoga profonda umiliazione si uccide il
personaggio di Torellino ne L’uomo solo, novella di Luigi, del 1911,
dallo sfondo autobiografico.
|
[18]
Nella penultima scena, lo scontro tra padre e figlio
diviene totale. Pare di assistere a quello, tragico, tra Enrico IV e Belcredi:
per l’antagonismo irriducibile delle ragioni, della costruzione mentale, oltre
che per la contesa di una medesima donna o della sua memoria. E per la tragica
maschera che Federico indossa e che lo lega al passato, nonché per l’epiteto che
rivolge ai figli («Buffoni!») che lo vogliono distaccare, invano, dal passato,
per riportarlo alla vita. «Io sono morto – e non voglio altra vita che quella
che è stata!», dice Federico nel confronto serrato con il figlio che, deluso
anche dal padre, e quasi a ricongiungersi alla madre, conclusivamente s’uccide:
«Ecco il mio aiuto, mamma! Fra te e lui il mio corpo!(ilare, chiaro, traendo
lo spadino)Sai? L’ha fatto apposta a vietarti d’ucciderti… Perché vuol
essere sola… Mamma! Con me! (si ferisce e cade)». |
Il conflitto tra padre e figlio restava identico
nella sostanza, pur apparendo opposto, dopo la stesura e la pubblicazione de La casa a due piani. Luigi, allora, tornava alla vita, deponendo la sua
proverbiale affermazione dell’alternativa irriducibile tra vita e scrittura alla
quale l’avrebbe richiamato, invece, per certi versi, proprio Stefano.
*
|
Dal breve profilo che «Comoedia», nel 1924, dedicava a
Stefano Landi, riprendiamo un ultimo passaggio che ne avvalora l’attribuzione a
Stefano e testimonia una di quelle coincidenze significative, di quelle realtà
controfattuali escluse dagli storici ma non da scrittori come Pirandello:
«Stefano Landi abbandonò il primo del ’15, per prepararsi alla guerra, le aule
dell’Università dove studiava Lettere e Filosofia, e non vi tornò più. Sarebbe
ora professore al Ginnasio di Racalmuto; pazienza» (una delle prime parole,
quest’ultima citata, che Stefano imparò dal padre).
[19]
Perché proprio Racalmuto? Non potendo rispondere, limitiamoci
a dire che, se così fosse stato, all’incontro in paese non sarebbe mancato,
negli anni seguenti, quel Leonardo Sciascia la cui vita, sin dall’adolescenza, e
la cui opera furono influenzate dal medesimo contesto geografico-culturale, di
Pirandello, al punto che egli sostenne la tesi dell’esistenza, in quel di
Girgenti, di una sorta di ‘pirandellismo in natura’. Incontro fattualmente
mancato, nell’adolescenza di Sciascia e, poi, nella sua maturità di scrittore:
sebbene alla continua ricerca di documenti, di carte pirandelliane, sembra non
sia mai entrato in contatto con Stefano (stando alla testimonianza fornitaci dal figlio Andrea Pirandello). Negli anni ottanta Sciascia, dopo una lunga
stagione di antagonismo a Pirandello e al pirandellismo identificato con
l’irrazionalismo, ribaltò la propria posizione sino a chiamare Pirandello
«padre», accomunandolo a Borges e Kafka in un’ideale trinità letteraria del
Novecento, in occasione della commemorazione per il cinquantenario della
morte.
[20] Sciascia, figlio putativo, dedicò allora a Fausto uno dei suoi Cruciverba, Padri e figli, e su Stefano ritornò in una significativa voce di
Alfabeto pirandelliano.
Il tema della paternità ideale, dei padri che si
scelgono (che è un tema proprio del-l’opera di Stefano Pirandello) ha una lunga
storia in Sciascia. Ricordiamone un momento cruciale: Candido(dal titolo
voltairiano ma anche pirandelliano, in riferimento al Pirandello o del
candore di Bontempelli), che si conclude – con uno scambio di battute tra il
protagonista e il suo amico ed ex precettore Antonio – proprio nel nome del
rapporto col padre.
[21] E, ancora, un passo di un noto libro-intervista del 1979:
sono diventato un
uomo piuttosto «paterno». Molti siciliani sono come me, hanno con il padre un
rapporto di ostilità, addirittura di inimicizia, durante l’adolescenza, poi di
punto in bianco ci si accorge, quasi vedendosi in uno specchio, che «si»
assomiglia al padre, che «si» ripete la sua esistenza. Guttuso, che è anch’egli
un uomo «paterno», mi ha detto una volta: «Ogni mattina, quando mi faccio la
barba, scopro il viso di mio padre nello specchio».
[22]
Di tutt’altro avviso, pur vivendo la medesima esperienza, il
protagonista di Diana e la Tuda, lo scultore Giuncano, riconoscibile alter-ego
pirandelliano, nemico del proprio corpo che odia e considera «un estraneo»
come il padre da cui gli proviene: «è orribile, sì! Invecchia, e diviene sempre
più suo – come più la faccia s’incassa e più si disegnano le rughe. – E me ne
cresce l’odio».
[23]
|
[19]
Si vedano due lettere del 1897 che ne riferiscono: Luigi
Pirandello, Lettere della formazione 1891-1898. Con appendice di lettere
sparse 1899-1919, introduzione e note di Elio Providenti, Roma, Bulzoni,
1996, p. 301 e p. 307. Anche l’adolescente Stefano faceva ricorso
all’espressione, come testimoniano le lettere del 1910 alla cugina Lina (Luigi
Pirandello intimo. Lettere e documenti inediti, a cura di Renata Marsili
Antonetti, Roma, Gangemi, 1998, p. 210 sgg.). In quanto a Luigi, l’uso del
termine è testimoniato dalle sue lettere durante la guerra a Stefano, ma anche
ai genitori, persino dietro un vaglia postale dove annotava: «Mi dico sempre:
pazienza! E ne ho tanta» (Il figlio prigioniero, cit., pp. 114-115).
[20]
Leonardo Sciascia, Sicilia gran teatro del mondo,
«Giornale di Sicilia», 11 dicembre 1986, poi in «Sipario», marzo 1987. E infine,
con il titolo, Pirandello mio padre, «Micromega», n. 1, gennaio-marzo
1989, pp. 31-36.
[21]
Cfr. Pietro Milone, Un personaggio in cerca del destino.
Il Candido di Sciascia tra Voltaire e Pirandello, in Intorno a
Pirandello, a cura di Rino Caputo e Francesca Guercio, Roma, Euroma, 1996,
pp. 211-237. Ho lì esaminato convergenze, analogie e riscontri, sui temi del
destino e dei padri, tra Candido e il saggio debenedettiano Personaggi
e destino che si concludeva così: «E se la nostra è stata sino ad oggi
un’avventura di orfani, facciamoci almeno abbastanza adulti per essere compagni
a noi stessi. Quanto al domani, procuriamo che i nostri figli trovino un padre
al loro fianco, e non sentano il bisogno di guarirsene» (Giacomo Debenedetti,Il
personaggio uomo, Milano, Garzanti, 1988, p. 127). Le parole di Debenedetti
sono pertinenti a vari protagonisti di questa storia parallela di Pirandello
«padre» e dei suoi figli, reali o adottivi. Annotiamole e teniamole in mente
almeno per quanto riguarda Stefano.
[22]
Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, intervista di Marcelle Padovani, tr. it., Milano, Mondadori, 1989 (i ed. 1979),
p. 14.
[23]
Luigi Pirandello, Diana e la Tuda,in Idem, Maschere nude,
III, a cura di Alessandro d’Amico con la collaborazione di
Alessandro Tinterri, Milano, Mondadori, 2004, p. 637. |
Composta tra la fine del 1925 e il 1926, Diana e la Tuda,
con questa battuta di Giuncano, testimonierebbe un insuperabile antagonismo tra
un Luigi Pirandello allora ormai già nonno e il padre Stefano, anche dopo la
morte di questi. Anche per il figlio Stefano quell’antagonismo sembra essere
stato irriducibile, senza ripensamenti, nella scia del risentimento che abbiamo
visto emergere dopo la morte di Luigi, un padre da cui Stefano, ancora molti
anni dopo e forse fino alla fine della sua vita, voleva guarirsi.
Una testimonianza biografica in tal senso viene da una
lettera a Valentino Bompiani (del 15 gennaio 1942) che Stefano firma Landi, a
ribadire, anche in una comunicazione che non richiederebbe pseudonimi, la
propria irrinunciabile disidentità familiare. Lo sfogo di Stefano trova una
giustificazione contingente nella circostanza del tentativo fatto da Bompiani di
acquisire i diritti di pubblicazione dell’opera pirandelliana per il suo
tramite. Ma ha una motivazione più profonda che Stefano espone, senza veli, al
suo editore ed amico. Vale la pena di citare estesamente:
Io a mio Padre ho dato esattamente quarantadue anni della
vita mia. […] Comincio ad aver diritto che le relazioni che mi sono scelto in
mio nome restino nei limiti dei miei interessi personali, così a lungo e troppo
da me negletti per fare quelli di mio Padre. Io – e talvolta gli altri mi fanno
pensare che sono stato uno sciocco – ho voluto servire mio Padre, finché
ebbe un alito di vita. E mai mi sono servito di Lui. Mai: gli ho dato,
rinnovando continuamente la Sua vita, non solo tutto il mio amore e tutto il mio
tempo (fuorché proprio qualche scampoletto), ma anche il mio ingegno, ma
addirittura la mia collaborazione creativa(pur avendo da creare per me)
[…]. E da Lui ho sopportato più d’un tradimento: che m’ha costretto, per
riparare e ristabilire quelle condizioni di vita comune da me volute, ogni volta
a un raddoppio di amorosa servitù da parte mia, ad abbandonare di volta in
volta quelle che mi parevano le ultime difese della mia personalità. Quando mi è
morto, per un anno, forse per due anni, non capivo più che ci fosse da fare
nella vita. Poi ho cominciato a grado a grado a sentirmi nascere io. […] Bene mi
sono conquistato il potere e il modo e il diritto di farlo ora tutta cosa mia,
mio Padre: come io sono stato cosa sua. Non posso più servire, non
posso più essere chiamato a fare il figlio. Sono tentativi, vani e
incresciosi di sradicarmi da una conquista sofferta. […] so questo, che sì,
vecchio, forse tornerò il figlio: ma quando avrò finito di dare espressione al
mondo mio. Lasciatemi ora lavorare Stefano Landi. […] Tanto più che – ormai lo
so – Stefano Landi potrebbe anche essere nato da un ignoto: perché ho ritrovato,
come ogni altro che sia qualcuno, le mie origini in me stesso.
[24]
[24]
Caro Bompiani, cit.,
p. 413, cor. ns.
|
Emerge qui, con la più assoluta evidenza, il peso
dell’eredità del nome paterno nella definizione dell’identità di un individuo
che, pur in età matura, si sente ancora impedito, ostacolato, soffocato da quel
peso. E molto più drammaticamente, dato l’avanzare degli anni, rispetto alla
scherzosa ironia sul ‘figlio di papà’ del profilo su «Comoedia» da cui siamo
partiti. Eppure in quello stesso 1942 uscivano le Forme (altri titoli
ipotizzati: Io, quasi niente e Storia di figlio)
[25] e veniva
rappresentata Un gradino più giù,
[26] la «sua commedia più bella, più
allucinata, più sconcertante»,che ha come «protagonista un padre che
disperatamente, tragicamente tenta di far vivere una vita normale a un figlio
minorato».
[27] «Figlio per sempre io», recitava Giro, a ribadire l’immutabile posizione di minorità verso il padre; ma si trattava di una delle più
belle poesie che ne proclamava, invece, quasi paradossalmente, la piena,
raggiunta autonomia.
Aveva pertanto ragione Valentino Bompiani, convinto del
valore di quelle sue opere, a rassicurare l’amico che sentiva incombere l’alea
del fallimento sul proprio destino di scrittore a causa di un romanzo che non
riusciva a portare a termine. E a scrivergli, con un giudizio che richiama alla
mente quello di Debenedetti sulla sua generazione (lui del 1901, Bompiani del
1898, Stefano del 1895): «Hai impiegato vent’anni e più per liberarti di
un’ombra che ti spaventava. Questo è il lavoro più importante che tu hai
compiuto: e non è un fatto personale, capisci, ma il problema di una
generazione. […] Da questa crisi verrai fuori guarito e accresciuto».
[28]
|
[25]
Si vedano le lettere a Bompiani del 6.5.1941 e
23.5.1941(non incluse in Caro Bompiani, si possonoleggere nella citata
«La vita e l’opera», ricostruzione cronologica premessa a Stefano Pirandello,Tutto
il teatro, cit.).
[26]
Un gradino più giù
fu rappresentata il 12 maggio
1942 al Teatro Manzoni di Milano dalla Compagnia Teatro Nazionale dei guf (con
Salvo Randone, Paola Borboni, Lina Volonghi, Adolfo Geri) per la regia di Nino
Meloni; e fu pubblicata su «Il Dramma» del successivo 15 giugno. Tratta da una
novella giovanile, la commedia dovrebbe risalire a non pochi anni prima se
Pirandello poté definirla «bellissima», come annota la Zappulla Muscarà nella
sua edizione di Tutto il teatro(dove la commedia si legge in una
redazione notevolmente modificata).
L’opera ruota intorno ad una profonda meditazione sulle
relazioni familiari, la diversità e la sessualità, in un alternarsi di vicende
intellettualmente e, per quei tempi, socialmente ardite. La critica ne evidenziò
il tormento concettuale e psicologico, richiamando l’opera pirandelliana, ma
evidenziando anche il segno maturo di un’inequivocabilmente autonoma
individualità e la vena profonda di poesia che la differenziava da Pirandello
(«una mestizia misericordiosa di luce» per Renato Simoni).
[27]
Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato,
Milano, Rizzoli, 2001, p. 256. Il padre protagonista è Valerio Alberici, 48
anni, «casto dalla morte della moglie, cioè da quindici anni in un atroce sforzo
di volontà», autopunitivo, che egli carica dell’intento religioso di un voto per
il figlio Alberico. La scoperta che questi ha avuto dei rapporti sessuali con la serva Liberata,
pone al padre il problema di trovargli una donna che non abbia solamente un
ruolo di assistenza familiare, come quello di «vicemadre» già svolto dalla
governante Gianna, ma anche quello di amante, di moglie. Valerio lo propone alla
stessa Gianna che accetta, continuando a fornire le proprie precedenti
prestazioni. Non si presta invece, da principio, a quegli altri obblighi
coniugali sul cui adempimento il suocero vigila inderogabilmente, innescando un
conflitto in cui consiste il nucleo drammatico della rappresentazione.
[28]
Caro Bompiani, cit., pp. 416-417. Ma cfr. anche le
pagine relative all’anno 1942, comprendenti altre lettere, de «La vita e
l’opera».
|
Nella sua lettera Stefano sottolineava la portata della sua cooperazione con il
padre. Tale affermazione va ripresa e evidenziata, anche se possiamo solo
accennare a una collaborazione il cui puntuale esame, in tutti i suoi aspetti
(Stefano segretario, consulente, co-scrittore o ghost writer,
sceneggiatore, intervistatore, testimone e interprete dell’opera del padre),
implicherebbe ricostruire la storia di oltre tre lustri dell’opera e della
biografia dei Pirandello. A partire dalle innumerevoli informazioni riemerse,
nella maniera più esplicita e diretta, dalle lettere (recentemente pubblicate da
Sarah Zappulla Muscarà) tra Stefano e Luigi nel fondamentale periodo 1919-1936,
fitte di rinvii a eventi e persone, al contesto di relazioni e di impegni della
maturità artistica pirandelliana.
Il ruolo di segretario e addetto alle
pubbliche relazioni di Stefano, ad esempio, è esemplarmente testimoniato da una
lettera del 7 aprile 1933 in cui Stefano svolge la cronaca meticolosa degli
impegni di una sua giornata, mitigando spiritosamente il sottinteso intento
polemico nei confronti del padre che, periodicamente, gli ricordava il continuo
e consistente sostegno economico elargitogli. Occorrerebbe citarla tutta, anche
perché è nella progressiva accumulazione e nel climax della narrazione
del crescendo di impegni che Stefano raggiunge l’effetto voluto; ma basterà
citarne un passo che ne dà, quanto meno, il senso conclusivo:
|
Sono miserie, Papà mio, miseriole che ti avviliscono a
notarle: quelle che riesco a ricordarmi, che sono tante ma tante di più tutte
quelle di cui è ormai fatta la mia giornata, e tutte le mie giornate l’una dopo
l’altra. Infatti, fra queste miseriole io affondo, lentamente,
irrimediabilmente, ogni giorno di più. Non servo a niente e a nessuno, ma sono
il luogo comodo di tutti.
[29]
Stefano fu però molto di più di un semplice segretario. Fu
l’artefice dei molteplici progetti di riduzione cinematografica dell’opera di
Pirandello, dall’adattamento e sceneggiatura del film La rosa nel 1921 ai
vari soggetti cinematografici tratti nel 1936 dalla novella Ignare, e l’autore di
soggetti autonomi come Giuoca, Pietro!.
[30] La «collaborazione creativa» di
cui Stefano scriveva a Bompiani si riferiva però anche a contributi ben più
importanti, quale lo scritto che aveva costituito la prefazione ai Sei
personaggi, com’è noto già da tempo. E ancor più a opere come La nuova
colonia (il soggetto cinematografico di Stefano, tratto dallo spunto
contenuto in Suo marito, fu fonte per il mito di Luigi)
[31]
o Non si sa
come.
[32] Per non dire, infine, degli scritti apocrifi di Luigi, recuperati
nella recente edizione dei Saggi e interventi e collocati dal curatore,
Ferdinando Taviani, in un più ampio contesto che valorizza la scrittura «a
specchio» di Luigi e Stefano.
[33]
La sezione del "Meridiano" di Taviani costituisce
solo l’ultima tappa di un itinerario storico-critico che ha segnato, in anni
recenti, la riscoperta della figura di Stefano, della sua attività, della sua
opera, con la pubblicazione del suo teatro e della sua lunga corrispondenza che
getta una prima luce sul rapporto tra padre e figlio e su tre lustri di stretta
collaborazione.
[34] Andrea Pirandello ha evidenziato come a suo padre Stefano,
ancora vecchio, «cocevano il dono di sé […] eccessivo e il suo dispendio
squilibrato in favore del genitore, soprattutto negli ultimi suoi anni, quando
questi ritornò in Italia e fra noi dopo il 1932». E ha evidenziato il peso di
quella «amorosa servitù» filiale che abbiamo già visto emergere nella citata
lettera di Stefano a Bompiani del 1942:
[Stefano] Arrivava ad
accusarsi di essersi messo nelle condizioni del servo: «Non ho servi. Servo fui
sempre io», segnò un giorno (1951) bruscamente in un appunto, e di questa
scoperta aveva paura. «Temo, perché non stimo nessuno così forte da riuscire a
servire senza fondo micidiale coperto odio contro il suo padrone. Soltanto a me
verso mio Padre riconosco questa forza, sapendo quante volte fu sforzo, e quante
altre volte fu lì per mancarmi».
[35]
È la vergogna, la ferita narcisistica all’amor proprio, che
fa nascondere a Stefano anche i suoi contributi sul piano creativo, come
possiamo capire da quanto ora, in proposito, scrive Andrea,
[36] tanto più per
l’insoddisfazione per quello che aveva fatto o non aveva fatto in quegli anni e
che, perciò, gli faceva ritenere di aver sacrificato al padre la propria
inventiva. Vergogna di quello che, scrive Camilleri, è stato invece un «fatto,
agli occhi del padre, del tutto naturale. Perché Luigi è riuscito, sicilianissimamente,
a far sì che il figlio fosse completamente, interamente, "cosa sua". Quello che
a don Stefano, dopo averci tentato più volte, non era riuscito di fare».
[37]
Il rapporto servo-padrone è al centro di un atto unico di
Stefano, rappresentato nel 1941 e intitolato Qui s’insegna a rubare.
[38] Un’inequivocabile
allegoria, se letta sullo sfondo di quanto sin qui detto, del proprio ruolo di
figlio servizievole riassunto in quello Stefano della bontà che fra gli
apocrifi pirandelliani è uno dei più noti e che, pur nella nascosta ironia e
autoironia, rivela aspetti essenziali del rapporto padre-figlio.
[39] In primo luogo
quello dell’amore come dono, capacità di dedizione totale esplicantesi in
«qualche sovrumana pazzia di bontà». Se la pazzia del padre era l’arte, che è
«una santità sciupata: dovuta sciupare»; la pazzia del figlio, e della sua
opera, era proprio quella bontà. Al punto, direi, che Stefano temette,
vergognandosene, che la sua bontà fosse stata un’arte sciupata, dovuta sciupare.
In parte, forse, a ragione, ma sottovalutando anche, a torto, i risultati più
felici della sua opera raggiunti proprio quando quella «bontà», quella «santità»
testimoniavano: nel tema ricorrente dell’oblatività pienamente espresso in Un
gradino più giù.
[40]
|
[29]
Luigi e Stefano Pirandello, Nel tempo della lontananza
(1919-1936), a cura di Sarah Zappulla Muscarà, Catania, La Cantinella, 2005,
pp. 167-168.
[30]
Cfr. Sarah Zappulla Muscarà, Luigi Pirandello e il cinema.
Dalla parte di Stefano, in Il cinema e Pirandello, a cura di Enzo
Lauretta, Agrigento, Centro Nazionale di Studi Pirandelliani, 2003, pp. 167-189.
[31]
La fonte che testimonia in maniera più diretta ed
esplicita il, diverso, contributo di Stefano al Giuoca, Pietro! e a La nuova
colonia è il Memoriale che Stefano scrisse nel 1937 in occasione
della controversia legale intentatagli dal produttore cinematografico Giulio
Manenti. Costui, dopo aver acquistato il «soggetto originale di Luigi
Pirandello» Il figlio dell’uomo cattivo, ne aveva denunciato la natura
apocrifa (confondendo, sosteneva Stefano, la natura di originalità del soggetto
con quella, diversa, di un «manoscritto autografo»). Il Memoriale (di cui
la Zappulla Muscarà ampiamente si avvale nel saggio
cit. in nota 1) è pubblicato in Stefano Pirandello, Tutto il teatro, iii, cit., pp. 1483-1498.
[32]
«Il Non si sa come ha di mio tutto il secondo atto»,
inizia una pagina di «un quaderno di memorie» che
leggiamo in Sarah Zappulla Muscarà, Luigi Pirandello e il cinema, cit., pp. 186-187. Vi scrive
ancora Stefano: «che ora questo "vero sangue mio", donato liberamente per amore
da me a mio Padre, vada a finire, per interesse, nelle mani di Marta… è una
delle beffe più enormi che la vita abbia combinato».
[33]
«Sappia inoltre il lettore che sotto il nome di
Luigi Pirandello sono apparsi altri articoli, anche su giornali stranieri, nonché
altre prefazioni a volumi e pubblicazioni varie […]. Trattandosi di apocrifi, ne
ometto la citazione» scriveva il curatore Manlio Lo Vecchio-Musti nella sua
edizione dei pirandelliani Saggi, poesie, scritti varii(Milano,
Mondadori, 1973, p. 1044, 19601). Uno di quegli apocrifi, Non parlo di me,
fu recuperato da Corrado Donati («Letteratura Italiana Contemporanea», dicembre
1982), altri successivamente da Fabio Battistini (su «Belfagor» del gennaio 1986
e gennaio 1987). Nella sua già citata edizione dei saggi pirandelliani,
Ferdinando Taviani li ha ripubblicati, con altri, in un’ampia sezione intitolata
Scritti con «Taluno» alla quale ne aggiunge un’altra ‘mista’ (con scritti
di Stefano e Luigi) intitolata Padre e Figlio. Le due sezioni, con le
relative Notizie sui testi (alle quali rinviamo) e le pagine che Taviani
dedica all’argomento anche nel suo saggio introduttivo, costituiscono uno dei
meriti di quest’edizione.
[34]
Ci riferiamo ai già citati contributi della Zappulla
Muscarà e di Andrea Pirandello.
[35]
Andrea Pirandello, Una testimonianza,cit.,p.cv.
[36]
Stefano «cercò poi di nasconderli, svalutarli,
dimenticarli. Tentò di impedire che venissero riesumati e riconsiderati
rappresentando per lui i segni di una disposizione al servigio di cui
vergognarsi. (Salvo che per la elaborazione di alcuni motivi della commedia
pirandelliana Non si sa come: in una pagina tenuta in bella evidenza in
un cassetto e destinata ‘a futura memoria’, cioè a essere vista dopo la sua
morte, rivendicò invece l’importanza del proprio intervento creativo,
segnalandone persino i punti precisi)» (Ivi, p. cvi).
[37]
Andrea Camilleri,op. cit., p. 256. Scrive ancora
Camilleri: «Finché Luigi Pirandello resterà in vita, farà indossare la livrea di
alter ego minore al figlio Stefano. E questi, con devozione filiale, la
indosserà riuscendogli poi quasi impossibile togliersela per sempre. E ci
saranno momenti nei quali Stefano si sentirà assai a disagio».
[38]
Mario Beltramo lo mise in scena con Augusto Selvaggi al
Teatro Università di Roma l’8 marzo 1941. Fu pubblicato su «Scenario» del
15.4.1952 e di nuovo su «Sipario» del giugno 1956.
[39]
Pubblicato su «L’Illustrazione Italiana», n. 30, 28
luglio 1935; ora in Luigi Pirandello, Saggi e interventi,cit., pp. 1504-1508.
[40]
Il nucleo drammatico della commedia, consistente nelle
vicende che abbiamo già delineato, si lega al tema del rapporto con la diversità
che richiede che Gianna scenda il gradino che intitola l’opera, spogliandosi non
solo di un certo atteggiamento materno (che carica di connotazioni incestuose il
rapporto sessuale e lo inibisce, in Alberico) ma anche e soprattutto della
propria intelligenza, del proprio orgoglio, di una serie di caratteri della
propria personalità da lei inizialmente considerati irrinunciabili. |
In Qui s’insegna a rubare, il protagonista Battista,
«servitore di vecchio stampo», in conflitto con la nuova servitù (che esige
rispetto dal padrone o gli ruba) e da essa accusato di essere servo nell’anima,
inscena, a seguito di una crisi d’identità, un poco verosimile e paradossale
furto nel tentativo – risolto in maniera autopunitiva (infatti ne muore) – di
liberarsi dalla propria follia di amorosa servitù. Il ruolo di servitore e il
connesso giudizio altrui (che considera ridicola e patetica al contempo,
sorpassata e incomprensibile, la volontà di servire) gli pesano al punto che
egli preferisce rivelare (presumibilmente: fingere di rivelare) di aver sempre
indossato, tartufescamente, una maschera che celava il volto di chi godeva, in
segreto delle sventure dei padroni (nella sola attesa del «bottino»
testamentario). L’incertezza tra quale sia il volto e la maschera di Battista
sembra risolta alla luce dell’innocenza, diciamo così, del furto da lui
commesso: un furto che, in realtà, non sottrae nulla a nessuno. Al di là della
innocenza presumibile dall’assenza di danno, peraltro, si manifesta
conclusivamente un chiaro intento di vendetta.
Questa ironicamente spietata
autoanalisi filiale mi pare spiegare la motivazione dell’occultamento del
contributo di Stefano all’opera paterna. Battista infatti, per quanto giunto a
una diversa interpretazione della sua vita e dei suoi atti (come il protagonista
del paterno Tutto per bene, per più versi pertinente), è incapace di
vendicarsi rubando a chi gli ha rubato: «Tutta la vita, m’avete derubato!»
esclama in una delle scene conclusive, ai padroni, quando attua e rivela la sua
terribile e insieme innocente e ridicola vendetta. Battista gode in segreto di
quello che, solo ai suoi occhi, è un furto: egli, infatti, lascia gli oggetti
‘rubati’ nella casa padronale, cambiando loro posto e, così facendo, rendendoli
‘propri’. Fuori di metafora, quegli oggetti – nascosti più che rubati – sono le
pagine che appartengono a Stefano e la particolare psicologia che emerge è
quella del negro, del ghost writer, come può ben capire chiunque
interviene (con correzioni o editing) su testi altrui.
Gli apocrifi di
Luigi Pirandello dunque, come ogni altra pagina della «collaborazione creativa»
di Stefano, erano nascosti non solo per la vergogna della domestica servitù
filiale, ma anche per il tutto personale e vendicativo piacere del ‘furto’
commesso: furto legato non all’oggetto, al suo possesso (ché prevarrebbe,
allora, il furto vero o il disvelamento del furto: fuori di metafora
l’attribuzione a se stesso), ma alla sostituzione d’identità. Furto, in
conclusione, dell’identità paterna, come risarcimento della propria identità
rubata. Come potrebbe non essere questo il problema, esaminando il «mistero
della paternità» e, per di più, nella famiglia il cui nome si è esteso, per
antonomasia, a designare i casi di duplice, incerta e molteplice identità?
*
|
Identità e filiazione incerta, quella di Stefano Pirandello,
nascosta e insieme esibita, a cominciare dallo pseudonimo con il quale tentava
di sottrarsi all’«invadente importanza del padre». Così la definiva, in Maupassant e "l’altro",Alberto Savinio, aggiungendo che la ragione della
scelta dello pseudonimo di Stefano Landi non la conosceva nessuno «e tanto meno
lui», Stefano; alludendo così, con fine penetrazione psicologica, a un filiale
conflitto inconscio, nascosto e manifestato in quel nome che egli interpretava
identificandolo con quello dell’ultimo boia del Granducato di Toscana.
[41] Per «far
giustizia» di quell’invadente importanza «del padre che per lui non ci voleva»
postillava, in seguito, Leonardo Sciascia.
[42] Scriveva ancora Savinio:
Il mio amico Stefano Landi ha scritto una commedia che si
chiama Un padre ci vuole. Quanto di vero in quest’affermazione? […] La
commedia […] è un jeu subtil tra padre e figlio, nel quale un figlio fa da
padre al proprio padre […] è una squisita pirandellata, con questo in
più: che il suo pirandellismo è perfettamente decantato, quasi il chiarificato
del pirandellismo […].
[43]
|
[41]
A torto, secondo il figlio di Stefano, Andrea, che
lo collega al Lando Laurentano de I vecchi e i giovani. Indipendentemente
dall’origine dello pseudonimo va qui ricordato che Stefano non volle deflettere
dal suo uso, nonostante le pressioni del suo editore affinché firmasse col suo
vero nome. Nella circostanza, ad esempio, della pubblicazione del romanzo Il
muro di casa: «Io non ho potuto accettare», scriveva in una lettera al padre
del 10 maggio 1935: «sarebbe una volgarità». Solo nel 1953, per la
rappresentazione, con la regia di Strehler, di Sacrilegio massimo,
Stefano tornerà a chiamarsi Pirandello, rinunciando, come scriveva a Paolo
Grassi, a «questa mascheretta, che del resto non mi ha mai celato» (cfr. Sarah
Zappulla Muscarà, Enzo Zappulla, La vita e l’opera, in Stefano
Pirandello, Tutto il teatro, cit., p. 368).
[42]
In Alfabeto pirandelliano, alla voce Landi,
riprendendo e citando Savinio.
[43]
Alberto Savinio, Maupassant e l’altro, Milano,
Adelphi, 19954, p. 16. |
Savinio aveva già scritto di Pirandello padre e figlio,
recensendo, il 10 dicembre 1938, un’altra commedia di Stefano, Il falco
d’argento:
Luigi Pirandello noi lo difenderemo sempre e dappertutto. Non
perché Pirandello ci piaccia […] ma perché […] egli aveva ciò che agli altri
generalmente manca, volontà di grandezza, curiosità di ricerca, fiducia nella
pazzia. […]
|
Ma Pirandello non è morto: egli si continua nel figlio
Stefano, come un fiume si continua in un altro fiume. Mai come in questo esempio
il mistero della paternità si rivela nella sua forma più profonda e confortante,
e quell’incubo, quell’ostacolo, quella "vergogna" che i grandi uomini sono
generalmente per i propri figli, qui si risolve nella conseguenza più naturale,
più ovvia.
[44]
|
[44]
Idem,Palchetti romani, a cura di Alessandro
Tinterri, Milano, Adelphi, 1982, p. 351.
|
L’ulteriore notazione saviniana sul «continuo, l’invisibile
"terremoto della pazzia" [che] scuote questi personaggi» verso le «nere vette
della tragedia», può essere estesa ai personaggi della (più pirandelliana)
tragedia ridicola, umoristica, di Un padre ci vuole.
|
Abbiamo già ricordato il tema che costituisce la situazione
della commedia: un figlio che fa da padre al proprio padre. Indicheremo uno solo
dei possibili riscontri nel-l’opera di Luigi: I piedi sull’erba, una
novella del 1934, sulla vita di un padre, divenuto vedovo, nella casa del figlio
sposato. «Per suo figlio, tutt’a un tratto, è diventato come un bambino. Ma dopo
tutto si sa che avviene quasi sempre così, i padri che diventano i figli dei
proprii figli cresciuti».
[45]
|
[45]
Luigi
Pirandello, Novelle per un anno, III, t. i, a
cura di Mario Costanzo, premessa di Giovanni Macchia, Milano, Mondadori, 1990,
p. 664.
|
Nella commedia di Stefano il figlio si chiama Oreste. Egli
svolge la propria funzione genitoriale in maniera amorevolmente materna, dopo la
morte di sua madre e la distruzione di mezza famiglia nel tragico incidente
stradale provocato da suo padre Ferruccio. Oreste difende il padre da coloro
(tutti, in paese e in tribunale) che lo incolpano della sciagura stradale; lo
salva dall’annientamento del lutto e della depressione e dal, conseguente,
tentativo di suicidio; provvede a tutte le incombenze necessarie, inclusa la
gestione dell’azienda paterna, coinvolta in un sempre più pesante indebitamento.
|
Per risparmiare al padre ulteriori preoccupazioni, gli nasconde persino
l’imminente fallimento, che spera di scongiurare con l’aiuto dell’unico fratello
rimasto, allontanatosi per insuperabili dissapori, o, altrimenti, sacrificandosi
e sposando la figlia «scema» del socio d’affari del padre. La commedia
costituisce, in definitiva, un condensato di circostanze della vita di Stefano e
di Luigi (che ripercorreremo solo di sfuggita e indirettamente),
[46] trasposte ma
riconoscibili, tanto più dopo la recente pubblicazione delle lettere tra Stefano
e il padre.
|
[46]
A partire dallo spettro del matrimonio combinato e
di convenienza di Luigi con Antonietta Portolano che
è circostanza biografica risaputa. Meno risaputa,
invece, la circostanza del consapevole sacrificio
del figlio sull’altare del Padre, dopo le sue
inutili resistenze, che emerge dalla lettera di
Luigi al fratello Innocenzo pubblicata per la prima
volta in Pirandello & lo zolfo, Catalogo della mostra tenuta ad Agrigento nel
1997, Palermo, Regione Siciliana, Biblioteca-Museo "Luigi Pirandello" di
Agrigento, 2000.
|
Oreste svolge la sua funzione genitoriale anche
con l’assolutezza del comando del pater familias, con una minuta e
invadente pretesa di regolazione dei comportamenti anche nella sfera affettiva ed
erotica. È infatti da una presunta ‘scappatella’ del padre-figlio che si genera,
in concomitanza con il precipitare della situazione economica, il drammatico
conflitto al centro dell’opera teatrale, in un clima emotivo che richiama quello
della famiglia Pirandello a metà degli anni venti, dopo la comparsa di Marta
Abba e nel pieno di conflitti e vicende d’interesse che videro contrapposti
Lietta e suo marito Manuel a Stefano e Fausto e che sfociarono in traumatiche
rotture familiari. La natura drammatica, a tratti tragica, nell’irresolubilità
del conflitto, è peraltro, in parte, dissimulata: il paradossale rovesciamento
dei ruoli di padre e figlio tocca punte di farsesca comicità che regredisce a un
umorismo di conio specificamente pirandelliano, quando talora emerge il
patetismo che si affianca al comico e all’ironia.
|
Per un più puntuale riscontro
biografico occorrerebbe, peraltro, conoscere il primo anello, mancante, nella
catena evolutiva dell’ideazione e della stesura dell’opera: Il minimo per
vivere. Quella commedia, compresa tra i lavori italiani inseriti nel
programma del Teatro d’Arte di Luigi Pirandello, era già annunciata su «La
Tribuna» del 27 novembre 1924.
[47] Lo spettacolo, pur inserito tra i 23 titoli della
prima stagione, non arrivò sulle scene.
[48] E che non fosse un progetto
irrealizzato, lo testimonia Massimo Bontempelli quando, rievocando le origini
del Teatro d’Arte e la lettura d’innumerevoli copioni, cita quello di Stefano:
«soltanto Pirandello lo aveva letto, e parlava con una specie di pensosa
ammirazione delle qualità profonde di questo lavoro».
[49]
Quali fossero le ragioni
della mancata messinscena non è chiaro. Stefano ne scrive a Luigi, il 5 dicembre
1925, in risposta a una sua lettera, ricevuta tramite Guido Salvini, che spiega
perché «non crede opportuno per ora mettere in scena Il minimo per
vivere»;
[50] ma, mancando questa lettera di Luigi, non ne sappiamo di più. Né
ci aiuta una, di poco precedente, lunga lettera a Stefano di Salvini che ne
preannuncia la rappresentazione per la successiva Quaresima (assieme al Capitan Ulisse
di Savinio); lettera per altri versi importantissima, poiché
si sofferma, soprattutto, sul rapporto tra Luigi Pirandello e Marta Abba. Da
alcune frasi di Pirandello, scrive Salvini,
|
[47]
Interviste a Pirandello. «Parole da dire, uomo, agli
altri uomini», a cura di Ivan Pupo prefazione di Nino Borsellino, Soveria
Mannelli, Rubbettino, 2002, p. 293.
[48]
Alessandro d’Amico, Alessandro Tinterri, Pirandello
capocomico. La Compagnia del Teatro d’Arte di Roma 1925-1928,Palermo,
Sellerio, 1987, p. 295.
[49]
Ivi, p. 396. Vi è riprodotto: Massimo Bontempelli, Il
teatro degli Undici o Dodici, «Scenario», febbraio 1933.
[50]
Luigi e Stefano Pirandello, Nel tempo della lontananza,cit., p. 66. |
ho capito che tu dovevi aver scritto a tuo Padre qualche cosa
sui pettegolezzi che si fanno in Italia circa una sua presunta passione per la
signorina Abba. Dopo che a Como la famiglia Abba consegnò la propria figlia a
Tuo Padre per la tournée ne venne un naturale avvicinamento, derivato dalla
convivenza continua sia in treno come negli alberghi e nei Restaurants. Da che
cosa sia nata quella strana forma di amitié amoureuse che si sviluppò
violentissima nelle forme esteriori, io non lo so. Certo i sensi non hanno
parlato, né con sentimentalismo romantico né con bisogno di affetto. Fu una
furia improvvisa che però si manifestava solo nelle attenzioni esteriori ch’egli
le usava, e che non erano e non furono mai insozzate dal benché minimo sprazzo
di sensualità. […]
|
Una mattina, a Lipsia, il 26 di ottobre, verso le 10½, scesi
in camera di tuo Padre. Lo trovai al tavolino: il letto intatto. Nella notte
aveva scritto tutto il primo atto di Diana e la Tuda.
[51]
Sulle circostanze di quella composizione e il tasso di
sensualità di quell’amitié amoureuse, la testimonianza di Salvini
differisce alquanto da quella di Orio Vergani.
[52] Ma non è questo il punto che qui
c’interessa. Ci preme, piuttosto, evidenziare il fondo autobiografico di quella
celeberrima «tragedia», controversa, e per certi versi esemplare, anche sul
piano della storia della critica pirandelliana. Vicenda che, scrive Alessandro
d’Amico, «sembra nascere traumaticamente» nei giorni della tournée in Germania
già ricordata e nei dieci mesi successivi di elaborazione.
[53] Mesi di grosse
tensioni familiari, in parte testimoniate dalle lettere
[54] e sfociate nella revoca
della procura a Manuel, nella rottura tra fratelli e tra il padre e la cacciata
della «coppia delinquente» e il testamento olografo in favore di Marta Abba,
‘figlia’ acquisita.
Anche quella "figlia" d’arte ardeva, nell’ardente vita di
Luigi Pirandello, come la «pazza» Tuda dice nella scena conclusiva della
tragedia pirandelliana, rivolta prima a Sirio Dossi: «Prendimi, prendimi, prendi
la vita che mi resta»; e poi a Nono Giuncano: «Lei cercava una pasta ardente da
colare dentro alle statue? Eccola! Eccola! Io ardo! io ardo!».
[55] Nella contesa
che si accende tra Giuncano e Sirio che, non dimentichiamolo, è suo figlio (sia
pur con qualche dubbio), Sirio è ucciso dal padre. «Qua ora si farà giustizia»,
aveva anticipato Giuncano a Sara, la donna di Sirio.
Il tema della paternità torna all’inizio del terzo atto
quando Giuncano rivela a Sara: «Io lo odio, lo odio […] come lo odiai quando
nacque a sua madre!». Sirio, pur rappresentando un parziale alter ego pirandelliano, una componente dell’arte sua e di qualsiasi artista (l’arte che
vampirizza la vita, che si nutre del dolore e delle sventure), è anche e
soprattutto il figlio. Un figlio che, da un canto, vuole salvare l’anziano
padre, assecondandone il (sia pur contraddittorio e contraddetto) desiderio di
fuga dalla vita («La vita non mi deve riprendere! non mi deve riprendere!»)
[56]
formulato nella stessa scena in cui, come abbiamo già visto, si affaccia il tema
della vecchiaia, del corpo, del rapporto con il padre; ma, d’altro canto, lo
condanna alla vecchiaia, all’incipiente morte (allo spegnimento del fuoco
creativo),
[57] allontanandolo dalla vita da cui quegli si sente nuovamente attratto
e anteponendo a lui e a Tuda, il suo sogno d’arte, realizzato con cinica
irrisione e spregio della vita e di Tuda.
|
[51]
Ivi, pp. 248-250. Senza data, ma databile, scrive la Zappulla Muscarà, tra il 26 e il 27 novembre 1925.
[52]
Vergani, che fu tra i fondatori della Compagnia degli
Undici e che, indirettamente, presentò la Abba a Pirandello, scrive: «Gli attori
della compagnia dicevano che Pirandello non "consumava": si accontentava di
contemplare la sua interprete nuda, distesa su un divano mentre lui scriveva»
(Orio Vergani, Misure del tempo. Diario 1950-1959, a cura di Nico Naldini,
Leonardo, 1990, p. 40).
[53]
Nella Notizia premessa al testo in Luigi
Pirandello,
Maschere nude, III, cit., p. 577.
[54]
Ma solo in parte perché non poche sono le omissioni
nelle lettere pubblicate di quei mesi. Alcune
recuperabili (quelle dovute alla volontà degli
eredi), altre no. Ad esempio lo sfogo di una lettera
di 12 facciate cui Stefano accenna nella sua
lettera, anch’essa importante, del 10 giugno 1926,
in cui ribadisce la sua filiale e amorosa «devozione
assoluta», il suo amore «più libero e schiavo del
comune affetto dei figli»; e prosegue: «Perché devi
avere, Papà mio, questo senso atroce della tua vita
e di noi che ne siamo le creature?» (Luigi e Stefano
Pirandello, Nel tempo della lontananza, cit., pp.
73-74).
[55]
Luigi Pirandello, Maschere nude, iii, cit., p. 660.
[56]
Ivi, p. 637.
[57]
«Mantenere l’anima continuamente come in uno stato
di fusione; per non farla rapprendere, irrigidire.
Ci vuole il fuoco, caro Maestro. Se dentro di voi il
fornellino è spento?», dice Sara a Giuncano (ivi, p. 645).
Sara, rimproverata, con Sirio, di cinismo, replica a Giuncano: «Non siamo più
avvezzi alla bontà».
|
Guido Salvini, nella già citata lettera a Stefano, così
proseguiva, riferendosi a Luigi Pirandello:
Mi disse: "C’è un nuovo personaggio, un vecchio scultore che
ama Tuda. All’ultimo atto egli, per impedire che il giovine artista uccida Tuda,
a sua volta lo ammazzerà ma, quando davanti ai suoi occhi apparirà la grande
statua incompiuta, egli sentirà l’orrore di ciò che ha commesso, per avere
impedito il compimento di un’opera d’arte… e tutto ciò per una donna che poi non
vale nulla". Io ero felice: avevo la chiave del mistero, perlomeno credevo di
averla.
Se quel mistero fosse o meno collegato a Il minimo per
vivere incompiuto come la statua di Sirio, impedito nel suo compimento
scenico sino al 1936, non si potrà dire se non quando ne riemergerà il copione.
Ma certo è che Un padre ci vuole sembra quasi l’opera «a specchio» di Diana e la Tuda, nascendo dallo stesso «fuoco bianco» di incandescenti
emozioni, di magma biografico sotto la spessa crosta di pirandellismo – qui più
spessa che altrove, date le note circostanze storico-critiche che non staremo a
ripercorrere (e per cui rinviamo alla «Notizia» di d’Amico nella sua edizione
delle Maschere nude) – di filosofia della Vita e della Forma, di
tilgherismo. Ed è dunque la prova che anche sotto quella spessa crosta c’è la
«pasta ardente» che Tuda vuole immettere nella rigida scorza statuaria e che, a
riscoprirla, può forse rivitalizzare un testo dei più sfortunati, sulla scena,
tra i tanti fortunatissimi del teatro pirandelliano.
Poiché il clima emotivo di Un padre ci vuole è
connesso all’apparizione di Marta Abba, converrà accennare brevemente alle
relative vicende biografiche nei mesi successivi alla composizione di Diana e
la Tuda e ad alcuni sviluppi negli anni che separano quel 1926 dal 1936, anno
della pubblicazione e rappresentazione dell’opera di Stefano.
L’unica lettera nota in cui Stefano fa un qualche riferimento
al rapporto tra il padre e la Abba, anche se solo in quanto attrice, è quella
del 28 ottobre 1926 in cui egli riferisce i pettegolezzi sui manifesti con il
nome della Abba a caratteri cubitali. Successivamente Stefano fa qualche
allusione nei giorni in cui Pirandello vive a Berlino con Marta. Solo quando
Marta lo lascia, Luigi, il 19 marzo 1929, gli risponde:
|
Parliamoci chiaro, Stenù. […] Vuoi alludere alla mia
relazione con la Signorina Marta Abba? Io ti dissi una volta di che natura è
questa relazione […]. Hai torto, Stenù. Io sento per la signorina Abba un
affetto purissimo e vivissimo, per le cure filiali che ha avuto per me, per il
conforto che m’ha dato della sua compagnia in tre anni di vita raminga, per
l’amore fervidissimo e l’intelligenza che ha dimostrato sempre d’avere per la
mia arte, la difesa che sempre n’ha fatta, le lotte al mio fianco combattute,
per la superiorità vera di spirito e l’abnegazione con cui, sfidando il
vilipendio, m’è durata accanto, paga soltanto della sua coscienza pura e onesta.
[58]
In quegli anni i rapporti tra padre e figlio conoscono
momenti di forte conflitto legati a questioni economiche, a debiti, alla vendita
della villa di Via Onofrio Panvinio costruitagli da Nardelli.
[59] Nella lettera su
citata, Luigi, dando a Stefano «l’ordine di vendere», diviene perentorio ma, poi, tenta di ricucire con lui un dialogo, sul
piano degli affetti, pur rifiutando la proposta di tornare in Italia per vivere
con lui e la nuora: «Ritornare dove e a far che? […] Ho bisogno di fuggire e di
fuggirmi. L’idea di dover star fermo mi spaventa […]; ma vedi, Stenù, io non
dubito di te, io dubito di me, di guastare la tua pace, con quest’animo mio».
|
[58]
Luigi e Stefano
Pirandello, Nel tempo della lontananza,
cit., p. 118.
[59]
Seguendone la corrispondenza vediamo Luigi
sollecitare Stefano a vendere il villino per
ripianare i pesanti debiti del teatro d’Arte e
rimproverarlo, prima, di essersi stancato presto di
assisterlo come segretario (11.11.1926) e poi, più
pesantemente, di aver pensato, come Fausto, a farsi
solo i propri affari (25.1.1927). Luigi torna più
volte sui debiti per i quali ritiene che Stefano non
s’impegni a vendere la villa e gli rinfaccia il suo
«sordo silenzio» (30.12.1928). Ancora più pesanti le
accuse nella lettera del 13 novembre 1927 di cui gli
eredi posseggono solo la copia che Marta Abba esibì
durante una causa contro di loro, con l’intento di screditare la condotta di
Stefano. Potrebbe trattarsi, dunque, di una lettera non spedita (secondo le
notizie che devo alla cortese collaborazione di Andrea Pirandello). |
I
tentativi di Stefano di far tornare il padre in Italia e di riaverlo con sé (da
esaminare in un contesto di relazioni non solo personali ma di lavoro e
politiche: con il regime, per il progetto del Teatro di Stato, ad esempio)
riusciranno dopo che nel 1932, nel periodo di massima depressione, Luigi
chiuderà la propria casa di Parigi. Quando, nell’autunno 1933, Stefano si
trasferirà in via Bosio, Luigi, di ritorno dalla tournée nell'America del sud,
vi si stabilirà anche lui, in un diverso appartamento preso in affitto.
|
Luigi
sperava sempre, in realtà, di prendere casa con Marta Abba ma negli ultimi anni
il distacco tra i due aumenta: prima con gli impegni della Abba nella sua
compagnia (che pure Luigi segue), poi, soprattutto, e definitivamente, con la
partenza di lei, per Londra e poi per gli Stati Uniti. Marta Abba sottoscrive un
contratto con un impresario americano nell’aprile 1936, lo stesso mese della
pubblicazione, su «Scenario», di Un padre ci vuole che era già andato in
scena il 21 gennaio, al Teatro Alfieri di Torino, con la Compagnia
Tofano-Maltagliati-Cervi. Le lettere di Pirandello a Marta Abba ne registrano
l’attesa della vigilia, quando Luigi è in partenza da Roma, con Stefano, per
assistervi, ma non le reazioni dell’indomani. Registrano invece gli esiti delle
successive messinscene milanesi e romane.
[60] |
[60]
«A Milano, purtroppo, la commedia di Stefano ha
avuto esito sfavorevole, e non s’è nemmeno
replicata. Eppure, era una bella commedia: mah!»
(4.3.1936). E (il 24.6.36) sulla più fortunata prima
romana al Quirino: «nel complesso è andata bene […]
tanto che stasera si replica» (Luigi Pirandello,Lettere
a Marta Abba, a cura di Benito Ortolani, Milano, Mondadori, 1995, p. 1292 e
p. 1340). |
Un padre ci vuole si apriva
con la discussione all’alba, in casa Tressa, tra Oreste e la domestica Filippa
sulla scomparsa del padre di lui, il sessantenne Ferruccio, alla presenza di
Bruti, che ha aiutato Oreste nelle vane ricerche durate l’intera notte. Oreste è
donchisciottescamente chiuso nel suo ruolo ideale di padre di suo padre, uomo un
tempo «d’un’energia sbalorditiva» e ridotto, dalle vicende che abbiamo già
riassunto, in un’assoluta prostrazione depressiva. Filippa, a mo’ di Sancho
Panza, tenta inutilmente di distoglierlo da quel ruolo («Bada che ti sei
fissato, tu, nella parte di tutore di tuo padre. Non lo fai più respirare»). La
situazione iniziale si presenta su un crinale drammatico e potenzialmente
tragico, con il ricordo di un tentativo di suicidio di Ferruccio (che parrebbe
giustificare le ansiose cure del figlio-padre) e della «tirannia» di Ferruccio,
secondo Filippa, nei confronti della moglie e dell’altro figlio, Alfredo,
fuggito in cerca di una propria vita. La vicenda s’incanala però subito dopo su
un crinale comico-farsesco che culmina con la visita di Francesca Ciàmpoli,
madre della trentenne Clelia, scomparsa anch’essa: fuggita con Ferruccio,
rapita, sostiene la madre che la rivuole indietro, senza scandali. È la conferma
della ‘scappatella’ sessuale subito ipotizzata da Filippa: «i calori del sangue:
ecco tutti i tormenti di quell’uomo: e lui [Oreste] si monta la testa! Ma fa
finta di montarsela: […] per costituire rimorsi […] al padre». L’ostentazione
del ruolo paterno al quale Oreste è «fissato», è dunque una sorta di maschera
alla quale egli non può rinunciare (e insomma, in breve, e fuori di scena: la
maschera di filiale «bontà» di Stefano quale contraltare di quella vedovile di Luigi). La scena tra Oreste e Francesca
è un susseguirsi di comicissimi equivoci: il figlio, dato il suo aspetto senile, è scambiato per il
padre, da cui Francesca esige la ripa razione e le spiegazioni che, a sua volta,
le chiede Oreste, quando protesta: «mio padre non ha rapito: è stato rapito!».
Francesca, allora, deve difendere la figlia dalle illazioni di Oreste a
proposito di certe «ragazze avide, disposte a subire un vecchio, se ricco: ma
mio padre non è neanche ricco! siamo all’orlo del fallimento!». Oreste vuol fare
«giustizia» (proprio come Giuncano nei confronti del figlio), essere il giudice
di un «giudizio […] spassionato». Non, come equivoca Francesca, indulgente: al
contrario, inflessibile, nel «tribunale della coscienza».
|
E quest’intento appare molto più pirandelliano di
quello, tragicamente vendicativo, di Giuncano; perché
richiama, nello spirito e nella lettera, il giudizio della critica umoristica,
della riflessione che scompone, come uno specchio, ogni illusione e velleità.
[61] Non era stato proprio Luigi a far dire all’anonimo grande mascherato
protagonista dell’Enrico IV: «Ecco: quando non ci rassegniamo, vengono
fuori le velleità. Una donna che vuole essere uomo… un vecchio che vuol esser
giovine… Nessuno di noi mente o finge! C’è poco da dire: ci siamo fissati tutti
in buona fede in un bel concetto di noi stessi».
[62] Nella redazione del 1936 di Un padre ci vuole, il più velleitario e ridicolo dei due protagonisti
appariva il figlio, fin dalla caratterizzazione fisica.
[63] Anche per questo essa
non doveva dispiacere a Luigi.
Al figlio che, nel secondo atto, si preoccupa dello «stato di
ebbrezza» prodotto nel padre da Clelia come un’«illusione di felicità, di … di
liberazione, che glifa paura», Ferruccio ribatte di aver ricominciato a
vivere; ma per Oreste si tratta di «pazzie» da ostacolare in tutti i modi.
[64] Per
Ferruccio, invece, è Oreste ad essere «pazzo», per la sua fissazione a fargli da
padre. A lui e al figlio Alfredo, sopraggiunto, Ferruccio ribadisce: «vi volete
mettere in testa che non sono finito? E che voglio seguitare a essere il
padre?». Affermazione poco convincente per Clelia che, andandosene, gli
ingiunge: «Bisogna che lo dimostri che sei tu il padre, non solo, ma anche il
padrone».
|
[61]
Luigi Pirandello, L’umorismo, introduzione di Nino
Borsellino, prefazione e note di Pietro Milone,Milano, Garzanti, 1995, p. 172. È
il passo che precede la giunta del 1920 che esemplifica con «una vecchia signora
coi capelli ritinti» l’umoristico sentimento del contrario.
[62]
Idem, Maschere nude, II, a cura di Alessandro
d’Amico, Milano, Mondadori, 1993, p. 817.
[63]
Nelle didascalie iniziali che presentavano un Oreste
dall’aspetto senile e «arcigno» (poi ridicolmente
degradato anche nei malanni fisici: nei piedi gonfi,
per il lungo cammino in cerca del padre) e un
Ferruccio «vigoroso […] gli occhi chiari ridenti o
feroci», i capelli folti e neri, vesti giovanili
(«con una fascetta da lutto al braccio»).
[64]
«risparmiarmi! Pensare un po’ anche a me stesso,
alla fine!». |
La dimostrazione arriverà nel terzo atto, con un Ferruccio
inferocito: «Via i traditori!», urla, contro Oreste, al quale imputa anche la
colpa dell’imminente fallimento e persino la sua intenzione di sacrificarsi,
sposando la figlia scema di Cravanzola, che giudica solo come una prova della
sua dabbenaggine. Solo Clelia trattiene Ferruccio dal cacciare di casa Oreste
che, di fronte a questa cieca incomprensione paterna, prorompe in un lungo,
intervallato, monologo sulla paternità: «L’uomo nasce orfano» e «ha bisogno
d’esser partorito due volte»; una seconda volta, in spirito, dal padre o da chi
ne fa le veci. Perché «Un padre ci vuole!». «Ogni volta che gridiamo aiuto
abbiamo chiamato il padre!». Discorso serissimo, drammatico, se non fosse che
Oreste lo pronuncia «in pigiama e ciabatte, con un fazzoletto di colore stretto
attorno alla fronte» e «furente, commosso, spiritato» in quanto,
malato, appena alzato dal letto, febbricitante e, poi, con una borsa di ghiaccio
in testa.
Ferruccio, propenso a trattare con Alfredo le condizioni per cedergli
le redini della ditta, finisce per schiaffeggiarlo quando questi,
prospettandogli le insormontabili difficoltà legate alla possibile nascita di
altri figli, lo rimprovera per «la più solenne delle pazzie». La commedia si
conclude con la riconciliazione tra Ferruccio e Oreste.
Come già detto, questa
prima redazione non doveva spiacere a Luigi Pirandello. Clelia ha un ruolo
pacificatorio e trionfa, conclusivamente, con Ferruccio, che riconquista il
ruolo di padre (e padrone, salvato dalla bancarotta da Bruti). Oreste, buono,
onesto, incapace negli affari e nel capire gli altri (e Clelia), vi appare come
un pazzo dal raziocinio esagitato, al pari di tanti personaggi pirandelliani. Il
suo folle donchisciottismo smaschera la sua patetica e ridicola velleità di
sostituirsi al padre che ci vuole del titolo. Insomma: vince il padre,
l’autorità e il potere del vecchio sul giovane e umoristico – a tratti ridicolo
e a tratti tragico – usurpatore (punito e perdonato).
|
La redazione che leggiamo
oggi, in Tutto il teatro, è ben diversa: fu cambiata profondamente e nel
1955 tornò in scena e fu ripubblicata con il titolo La scuola dei padri.
[65] Stefano scriveva a Valentino Bompiani del suo lavoro:
Non soltanto riscritto: l’ho proprio rifatto. Approfondendo
il tema, liberandolo, nella sostanza e nella forma. Esprimeva allora – a te che
conosci la mia storia di figlio posso confidarlo – uno strano atteggiamento,
quasi una voluttà di umiliare e schernire la mia patetica devozione a mio Padre:
che anchilosava il personaggio, rendendolo in qualche tratto perfino
burattinesco. Soltanto adesso che il mio spirito si è maturato, finalmente
capace di reggere il peso di certe affermazioni, ho riscattato quel mio strano
peccato contro la bellezza dei miei sentimenti, e ho potuto dire tutto di
me, e di tanti padri diversi e della figura paterna.
[66]
Il personaggio di Ferruccio è caratterizzato più
negativamente e il finale è più carico di tensioni, sotto la solo apparente
facciata di riconciliatorio happy end; il registro da umoristico, con uno
sfondo autopunitivo,
[67] diveniva più ironico, con toni impensabili nella prima
redazione, a tratti ferocemente irridente nei confronti del padre.
[68] Per
riassumere: Ferruccio intende l’amore, al pari di Alfredo, come una rapina,
mentre Oreste l’intende come dono. Ferruccio, oltre che un «energumeno» (con Filippa) si rivela un cinico egoista di cui Clelia
stessa inorridisce quando egli, alla fine, sostenendo che nella vita ci sono i
forti e coloro che sono nati per sacrificarsi, implicitamente ammette la propria
indifferenza all’amorevole sacrificio del figlio. Bruti, allora, non trattenuto,
come gli altri, da alcun riguardo, lo rimprovera di una cieca, mostruosa
insensibilità.
[69]
|
[65]
Uscì su «Scenario» del giugno 1955, dopo esser stata
rappresentata, il 17 maggio, dalla Compagnia dello
Stabile di Trieste. La profonda revisione
risalirebbe però al 1952, come testimonia un
quadernetto di appunti di Stefano che operò
ulteriori revisioni: nel 1960, ripristinando il
vecchio titolo iniziale, e sino al 1969 (devo queste
notizie al figlio Andrea).
[66]
Cfr. il 13 gennaio 1955 de Sarah Zappulla Muscarà, Enzo Zappulla, La vita e l’opera,
in Stefano Pirandello, Tutto il teatro,
i, cit., p. 396.
[67]
Il tratto autoironico e autopunitivo della genesi
dell’umorismo pirandelliano, emerge nell’analisi del Don Quijote: «come
si spiegherebbe altrimenti la profonda amarezza che è come l’ombra seguace
d’ogni passo, d’ogni atto ridicolo, d’ogni folle impresa di quel povero
gentiluomo della Mancha? È il sentimento di pena che ispira l’immagine stessa
nell’autore, quando, materiata com’è del dolore di lui, si vuole ridicola […]
per […] punirsi con la derisione che gli altri faranno di lui» (Luigi
Pirandello,L’umorismo, cit., p. 135).
[68]
Si veda, ad esempio, l’importante variante del
ritorno a casa di Ferruccio. Nella prima redazione
avviene per ellissi, tra primo e secondo atto.
Apprendiamo poi che Oreste si è sfogato con Clelia, non con
Ferruccio che, invece, nella redazione definitiva, alla fine dell’atto I, è
sottoposto a una lavata di testa alla quale egli cerca di sottrarsi, provocando,
al contrario, una più violenta sfuriata del figlio-padre: «Non ti vergogni
d’usare questo tono con me?».
[69]
«Che almeno se lo senta dire!», dice riferendosi a
Ferruccio, con una battuta tragicamente ironica,
visto che nella prima edizione, Pirandello vivente,
la battuta non c’era. |
|
|
Nella redazione definitiva il personaggio di Bruti assume un
ruolo molto diverso e da protagonista, quasi fratello e alter ego di
Oreste che, conclusivamente, va via con lui. Il titolo, che si carica molto più
profondamente di un opposto senso ironico-antifrastico, significa che il padre
che ci vuole è quel certo tipo di padre di cui proprio Bruti discorre
distinguendolo da un tipo opposto da cui, invece, bisogna guarirsi, per dirla
come, a Stefano, diceva Valentino Bompiani (a lui s’ispira, forse, la nuova
caratterizzazione del personaggio?); e come diceva Debenedetti a proposito di
un’intera generazione, in Personaggi e destino, dopo il sacrificio della
seconda guerra mondiale.
Esaminiamo, in proposito, le parti che Stefano aggiunge
alla commedia: nell’atto I Bruti fa una lunga tirata contro i padri autoritari e
la presunta sacralità del comando, mentre, sostiene lui, sacro è il figlio. Il
padre autoritario comanda per «vedere come si rattrappisce sotto una tonnellata
di suasporca volontà una piccola anima ingenua di figlio». Ci vuole il
padre che ti rende libero, dice sempre Bruti, non quello che cinicamente
t’immola sull’altare del suo egoismo. Luigi, che da figlio si era immolato in un
rovinoso matrimonio per interesse, avrebbe dovuto intenderlo, ma, da padre, non
capiva i sacrifici di suo figlio, stando a quanto Stefano gli rimproverava, per
il tramite dei suoi personaggi.
|
Le varianti della redazione definitiva
[70] segnano
un notevole scarto anche nel fondamentale tema della paternità. Oreste infatti,
che porta nel nome l’ipoteca del destino di un vendicatore paterno, volontario
matricida – pur portando anche i riconoscibili segni (i piedi gonfi e fasciati)
di Edipo, involontario parricida – smentisce quel destino rifiutando una propria
identità costituita, all’interno delle relazioni parentali, nel nome del padre;
come si vede da una delle discussioni scientifiche che Oreste, biologo, ha con
il padre: «Quando abbiamo approfondito che i nostri primi accordi con l’Essere
noi li abbiamo con la madre…».
[71] Tema ripreso e sviluppato nel ii atto in un lungo
discorso sulla paternità ben più serio del febbricitante ridicolo delirio della
prima redazione. Dice Oreste citando Ferruccio: «"Ricordati che sono stato io,
che ho messo al mondo te!". Progenitore! se ci tieni tanto a questo gran titolo:
progenitore, benissimo, chi te lo nega? Ma "padre" … via, padre è un’altra
cosa».
[72] Il dato biologico, ribadisce qui Oreste, è casomai a favore del
predominio del rapporto con la madre:
|
[70]
Da segnalare anche che Clelia non è più conclusivamente
circonfusa da un’aureola di bontà salvifica: è lei a fomentare le sfuriate di
Ferruccio che, infatti, l’accusa d’insincerità quando ella cerca di mostrarsi
conciliante. Viene inoltre maggiormente contraddetta da Oreste, in un’ampia e
importante variante del ii atto, contenente una lunga perorazione dello speciale
rapporto che lega il padre al figlio. Là dove Oreste da figlio-padre
semplicemente rimproverava l’irresponsabilità della scappatella del
padre-figlio, Oreste sostiene ora che Ferruccio l’ha ingannata: «"un figlio"… E
tutto qui? […] Bastava… dirle i fatti e lei stessa avrebbe visto l’assurdità di
venirsi a cacciare in mezzo» in un rapporto umano di piena fusione: «così (fa
di colpo le mani come attorno a una pallottola più volte)»; «e chi ormai è
il figlio e chi il padre… chi può distinguerlo più?» (Stefano Pirandello, Tutto il teatro,
II, cit., pp. 614-615).
[71] Ivi, p. 600.
[72] Ivi, p. 607. |
Tu sai che, in bocca tua, è tutto boria! perché "t’ho messo
al mondo io" può dirlo la madre! che a farmi, c’è stata di persona, lei, al
lavoro! congiunti io e lei in quel lavoro dove tu – atto di presenza! […] Sai,
in realtà, come siamo alla nascita? rispetto al padre… […] L’uomo nasce orfano!
[…] Comodo sarebbe, intontirmi col nome sacro.
[73]
[73] Ivi,
p. 608
La negazione della paternità sul piano biologico, dunque, e
la concomitante affermazione sul piano spirituale, culturale, del ruolo di padre
come guida, comporta che quel ruolo possa essere criticato, analizzato,
desacralizzato (come di fatto la commedia fa):
nella bestia padre è chi è, ma nell’uomo, solo chi fa, chi fa
da padre! Che può esser l’istesso, ma non importa se è un altro! chiunque! ma
perfino dentro di te puoi trovarlo: te lo fai da te! e può perfino apparire in
tuo figlio. Ma un padre ci vuole! […] Perché chi non lo trova… Non entra nella
vita da uomo. Resta una forza di natura, capisci? uno… "increato", caotico!
destinato più a distruggere che a fare!
[74]
[74] Ivi,
p. 609
|
A chi si riferiva Stefano, per bocca di Oreste, suo
riconoscibile, per quanto letterariamente trasposto, alter ego? A sé o al
padre? L’ambiguità paradossale, pirandellianamente umoristica, del rapporto
padre-figlio al centro della commedia, autorizza entrambe le ipotesi. Luigi egli
lo vedeva, certo, come una forza di natura, potenzialmente distruttiva,
quantomeno nella sfera familiare della vita sociale:
[75] il figlio del Caos
(letteralmente e metaforicamente) che porta in sé il caos, la follia; ma anche
il genio della creazione, se il lato distruttivo viene regolato e indirizzato
nell’arte grazie ad altri che, come Stefano, avevano consentito a Luigi, di
fare, di creare. Salvo a riaffiorare, di tanto in tanto, in diverse circostanze,
costituendo una ragione in più, per il figlio, di richiamarlo al dovere di
creare.
[76] Stefano, peraltro, si riferiva certamente anche, e con maggior ragione,
a sé, visto che, avendo fatto da padre a suo padre, egli un padre non l’aveva
avuto e rischiava di essere sempre figlio, l’eterno figlio, increato: il Figlio,
l’unico, infatti, tra i sei personaggi, ad accettare la sua condizione di
personaggio in cerca d’autore.
[77]
Negli anni Cinquanta, dunque, Stefano – riscrivendo Un
padre ci vuole e facendosi padre a se stesso – finalmente chiudeva il suo
destino di figlio increato, di personaggio alla ricerca vana del padre e
si riconosceva, conclusivamente, in quello di creatore. Negli anni trascorsi dal
1936 aveva sviluppato la sua drammaturgia, con opere come Un gradino più giù,una
prova di assoluto valore, o, nel 1953, Sacrilegio massimo, prova
scenicamente più complessa con la quale, non a caso, era tornato a chiamarsi Pirandello.
[78] Egli era altresì alle prese con il
romanzo Timor sacro, poi rimasto incompiuto. Il tabù paterno era ormai
rotto, sul piano della scrittura, della creatività; meno – forse per altri concomitanti fattori – su quello della
testimonianza biografica.
La feroce critica al padre, nella revisione di Un padre ci
vuole, era compiuta proprio con gli stessi strumenti da lui ereditati e in
nome degli stessi princìpi da lui appresi, alla fonte della sua opera, nel lungo
colloquio, intessuto di fecondi scambi, sino al ‘tradimento’ che anche Stefano
poteva imputare al padre (come questi imputava ai figli, per altri versi). Luigi
aveva tradito il primo Pirandello, letterato forestiere della vita che scriveva
e, da dimissionario, non viveva; il Pirandello emblematicamente racchiuso nella
conclusione dell’Uno, nessuno e centomila che anche per Stefano era
divenuto un «breviario di fede».
[79] L’annullamento estremo, peraltro, in quella
stessa conclusione, trapassava in una forma di perpetua rinascita nel momento
effimero di un presente che, in quello stesso periodo, per il suo autore si
realizzava quotidianamente sulle scene, grazie a Marta Abba, nuova Musa di
quella rinascita di vita.
|
[75] Lo
testimonia anche il racconto inedito Ritorno
intempestivo pubblicato in questo stesso numero di «Pirandelliana».
[76]
Come nell’importante lettera del 24 febbraio 1932,
su cui torneremo.
[77] A
proposito del Figlio, del suo accanito sottrarsi
alla rappresentazione, in rapporto alla figura di
Stefano, si veda una variante del 1921, poi
soppressa, che gli attribuisce un atteggiamento che
abbiamo visto essere di Stefano e da lui
rappresentato ne La casa a due piani: «Si
lamenta, lui,d’essere stato scoperto dove e come non doveva esser veduto, in un
atto della sua vita che doveva restar nascosto, fuori di quella realtà che
doveva conservare per gli altri. E io? Non ha fatto forse in modo che toccasse
anche a me di scoprire ciò che nessun figlio mai dovrebbe scoprire? come il
padre e la madre vivono e sono uomo e donna, per sé, fuori di quella realtà di
padre e di madre che noi diamo loro; perché appena questa realtà si scopre, la
nostra vita non resta più attaccata che per un solo punto a quell’uomo e a
quella donna – tale da far loro vergogna, se noi lo vediamo?» (Luigi Pirandello,
Maschere nude, ii, cit., p. 990).
[78] La
tragedia in tre atti Sacrilegio massimo andò in
scena il 18 febbraio 1953 al Piccolo Teatro della Città di Milano, per la regia
di Giorgio Strehler; tra gli interpreti: Tino Carraro, Giancarlo Sbragia, Elsa
Albani, Tino Buazzelli, Romolo Valli. Si rinvia a Sarah Zappulla Muscarà, Enzo Zappulla, La vita e l’opera,
in Stefano Pirandello, Tutto il teatro,
cit., per un’antologia delle recensioni e per il significativo carteggio tra
l’autore e Paolo Grassi e, soprattutto, Giorgio Strehler che dà conto dei suoi
rimaneggiamenti del testo. L’opera di Stefano, solitamente incentrata sul tema
della famiglia, si apre, con Sacrilegio massimo, a una meditazione sulla
storia, la guerra, la violenza, il male.
[79] La
definizione è dello stesso Stefano, nella sua
prefazione al romanzo paterno. Ci torniamo per
ribadire– con il già citato passo che la riferisce a
chi si è posseduto per intero «come un pazzo, come
un eroe, come un santo»– la presenza di una
concezione e di termini poi ripresi a definire la
propria «bontà», nello scritto ad essa intitolato. |
Luigi aveva ‘tradito’ la letteratura, ma non l’arte
creatrice; era ancora creatore ma di un’arte che nasceva giorno per giorno sulla
scena, che, per il Pirandello capocomico (e diversamente dal letterato) non
traduceva più ma realizzava, direttamente, l’idea creatrice. Il Luigi Pirandello
capocomico e teatrante, inoltre, si disperdeva a rincorrere grandiosi progetti
produttivi, teatrali e, ancor più, cinematografici, che si rivelavano illusori
ed effimeri. Stefano considerava quella rincorsa un’illusione da criticare e
richiamava il padre al dovere di comporre il capolavoro letterario conclusivo.
Se la vena paterna talora sembrava inaridirsi, a ravvivarla contribuiva il
destino di farsi del male dei Pirandello: il dolore ardente che esso originava
manteneva vivo, in fin dei conti, il fuoco bianco di quell’arte anche quando
sembrava consumarsi in (apparentemente) gelide palestre ginniche di filosofemi
tilgheriani, come con Diana e la Tuda.
|
Oreste, vedendo Ferruccio con «gli occhi da pazzo» di fronte
alla giovane Clelia, gli dice: «tu non ti vedi! questo stato d’ebbrezza, papà!
quest’illusione di felicità!».
[80] Oreste, così facendo, mette pirandellianamente
Ferruccio dinanzi a uno specchio critico, proprio come Stefano fa con Luigi (pur
entro certi limiti) con le sue prime opere. Pur se a fini ‘pedagogici’, dietro
una maschera di bontà, Stefano compie, così, nello stesso tempo, una raffinata,
inconscia, vendetta della distruzione subita, sin dalla più tenera età, di tutte
le necessarie illusioni: quelle relative all’amore materno, in primo luogo,
della cui assenza Stefano soffrì come di un’infanzia rubata (come testimonia il
dramma in un atto I bambini).
Una forma mascherata di vendetta erano state anche le
critiche di Adriano Tilgher, a partire da Diana e la Tuda. Dopo la
stroncatura su «L’Italia che scrive» del marzo 1927,
[81] Tilgher tornò, anonimamente, ad attaccare Pirandello in maniera
ferocemente sarcastica:
A lui ormai sulla soglia della vecchiezza, piovono di colpo a
diluvio, a grandinate, onori, ricchezza, fama. Le belle donne mostrano
finalmente di accorgersi di lui, lo guardano, gli sorridono, gli si offrono. E
nell’anima attristata di lui scende finalmente un raggio di luce. La vita gli
par bella, amabile, degna di esser vissuta. Egli vorrebbe cantare la gioia,
l’amore, la vita. E no, non lo può. Egli è onorato, celebrato e pagato perché
faccia il pessimista, l’uccello di malaugurio, e canti l’orrore e la malinconia
di vivere. […] Sazio deve cantare lo strazio del digiuno. Naturalmente lo canta
contro genio e lo canta male. […] Ed egli si vede minacciato di tornare a
digiunare perché, sazio, non sa più cantare lo strazio del digiuno.
[82]
|
[80] Stefano
Pirandello, Tutto
il teatro, II, cit., p. 612.
[81]
Tilgher scriveva, tra l’altro, di «un concitato e
ansante dialogo tra personaggi allegorici in
giacchetta», teso a inscenare la filosofia della
Vita e della Forma, concludendone che «acquistare
coscienza troppo precisa della filosofia implicita
nella propria arte, non è eccessivamente igienico
per un artista».
[82] L’articolo,
sulla rivista romana «Humor» del 1º giugno
1927, fu riportato alla luce in Leonardo Sciascia,Pirandello e il
pirandellismo, Caltanissetta, Sciascia, 1953. Si può ora leggere in Luigi
Pirandello, Maschere nude, III, cit., pp. 585-586. |
Depurata dalle punte più sarcastiche e acrimoniose, la
diagnosi tilgheriana non era poi molto lontana dal vero e coincideva, in larga
parte, con le preoccupazioni di Stefano: erede non solo e non tanto di una ricca
‘ditta’ familiare, ma, sul piano dell’arte, della concezione dei tanti paterni
personaggi ‘dimissionari’ e appartati dal mondo: in una chiesa sconsacrata,
divenuta biblioteca deserta di lettori, in un ospizio o in una villa di
Scalognati.
A quell’isolamento del letterato, non più possibile all’uomo
di teatro, voleva ricondurlo il figlio Stefano? Così, certamente, pareva a
Luigi, mentre Stefano cercava, più probabilmente, solo di togliergli dalla testa
tutte quelle imprese in cui si era imbarcato, per sé e per Marta Abba,
soprattutto da quando era andato all’estero: il sogno del cinema, innanzi tutto.
Si pensi alla lettera del 24 febbraio 1932, in cui Stefano, in risposta a un
grido di angosciata richiesta di aiuto del padre (a Parigi, in depressione e
sull’orlo del suicidio), lo invita a ritornare in patria per dedicarsi a un
grande libro conclusivo, al progettato romanzo di Adamo ed Eva:
Tu hai bisogno della tua Patria (come la tua Patria ha
bisogno di te), hai bisogno dei tuoi figli, come essi di te, e dei tuoi nipoti,
come essi di te: e soprattutto della tua arte: l’arte tua di prima, quella a cui
davi tutto disinteressatamente, quella che non rende(e che poi t’ha reso
milioni), il lavoro fatto solo per la soddisfazione di farlo […]! Pensa a te
solo. Pensa cioè a darti tutto. Da’ un calcio a tutte le vanità […].
O tu coroni la tua vita con la vittoria più grande, e lasci il grande libro,
che stia contro il don Chisciotte, contro Guerra e Pace, o tutta
Italia, più o meno coscientemente, te ne vorrà […] Tu capisci bene che io non ti
chiedo di diventare sedentario materialmente.
[83]
[83] Luigi
e Stefano Pirandello, Nel tempo della lontananza,cit.,
pp. 153-155.
Quel romanzo Pirandello non l’avrebbe lasciato, pur
ritornando in Italia e con il figlio. Ma avrebbe ugualmente vissuto, in quegli
ultimi anni, una nuova e felice stagione creativa. D’altronde a Marta Abba, poco
più di un anno prima, aveva scritto:
Ogni volta che sono arrivato a toccare proprio il fondo
dell’abisso, una fortuna improvvisa m’ha sempre rialzato e ritirato a galla, e
il mio petto oppresso s’è rigonfiato di vita, e la benedizione dell’estro mi ha
illuminato la fronte. Il mio spirito è ancora tanto ricco, e così pronta l’ideazione: mi mancano le forze perché il cuore è bujo
e chiuso, dacché nessuna parola Tua più vi spira un po’ di luce e lo riapre.
[84]
[84] Luigi Pirandello, Lettere a Marta Abba,cit., p. 617.
|
E in quanto
alla casa, nel novembre del 1932: «L’idea di riavere una
casa, Ti confesso, Marta mia, mi è intollerabile come una |
| prigione. Potrei aver casa solamente con Te».
[85]
|
[85] Ivi, p.1059. |
|
Fosse a causa di questo senso di prigionia, fosse a causa di
altro che non sappiamo, la riannodata vicinanza di Luigi e di Stefano, nella
casa di via Bosio, si sarebbe dovuta interrompere sul finire del 1936. In una
delle ultime lettere alla Abba, del 25 ottobre 1936, dopo averle parlato, tra
l’altro, del terzo atto dei Giganti da finire e del ritorno della figlia
Lietta, le scrive:
|
Io ho disdetto l’appartamento
per la fine di quest’anno, e conto d’andarmi in un albergo
per non stare con nessuno dei miei tre figli. Ma questa non
può essere una sistemazione per me. Lo capisco; ma non ne
vedo altre. Rimettermi alla mia età con una |
|
valigia in mano, è ben duro. Ma che fare? Potessi almeno lavorare!
[86] |
[86] Ivi, p.1376. |
|
Pirandello non arrivò alla fine dell’anno e morì, si può
dire, con quella valigia nuovamente in mano, in un gesto di rinnovato distacco
dal figlio. Sarà anche per questo che Stefano visse la scomparsa improvvisa del
padre in maniera ancora più traumatica, perché emotivamente più ambivalente,come
da lui stesso testimoniato (nella lettera del 15 gennaio 1942 a Bompiani nella
quale scriveva, come abbiamo già visto: «non capivo più che ci fosse da fare
nella vita. Poi ho cominciato a grado a grado a sentirmi nascere io»). Una
testimonianza in proposito ci viene anche da Paola Masino che conobbe Pirandello
– già prima della sua relazione con Bontempelli – e che nell’anniversario della
morte lo sognò. Non si trattava di un sogno, scrive la Masino nel racconto che
ne fa, ma di un’apparizione che Pirandello le raccomandò di non raccontare a
nessuno,dicendole tra l’altro:
Muore chi vuole morire,
ma io non volevo, non ho mai voluto morire. Ho ancora tante cose da dire, e
voglio dirle io, con il mio nome e cognome. Non credo alle storie delle eredità
spirituali. […] Quelli che sfruttano qualche scintilla sfuggita alla mia fucina,
cosa vuoi che facciano? Sono epigoni, gente che non ha midollo spinale, non son
vivi per se stessi, vivono una vita d’accatto, posticcia, portano abiti smessi
da altri.
[87]
[87] Paola Masino, Io, Massimo e gli altri,
Milano, Rusconi, 1995, p. 62.
Vediamo il seguito dell’episodio, sempre nelle parole della
Masino:
Purtroppo, raccontai quel sogno. A Massimo, subito, poi al
figlio di Pirandello, Stefano. Stefano si mise a piangere e mi confessò di non
essere mai riuscito, in quel lungo anno, a sognare suo padre se non sotto forma
d’incubo. Che ne udiva la voce chiamarlo, ad esempio, e quando lui accorreva
udiva ancora la voce del padre urlare: "Va’ via, non voglio vederti". Oppure
qualcuno lo avvertiva di affrettarsi, che Pirandello era tornato a casa, ma
Stefano giungeva sempre troppo tardi, appena in tempo per sentir sbattere
l’uscio e capire che suo padre se n’era di nuovo andato.
|
La reazione di Stefano, con la confessione di circostanze
biografiche che abbiamo già riscontrato e con il suo clima emotivo incandescente
(per la profonda ambivalenza e il senso di colpa, naturali ma alimentati e
ravvivati dalle circostanze ultime del rapporto tra i due e della morte
improvvisa del padre), costituisce un’ulteriore e preziosa, per quanto
indiretta, testimonianza della vita ardente di padre e figlio. È questa testimonianza a interessarci, nel racconto della Masino, al di là del duro
giudizioin esso formulato sugli epigoni.
[88] Un giudizio mirato a qualcuno in
particolare? Nel caso, potrebbe indirizzarsi a Bontempelli,al quale per primo
ella raccontò il sogno, non meno che a Stefano.Ammettiamone pure il possibile
riferimento a Stefano, non per condividerne, qui, l’eventuale intenzione di
una stroncatura dell’opera, infondata e ingenerosa, ma per meglio definire
quest’opera, conclusivamente, individuandone una fondamentale e specifica
caratteristica a partire, peraltro, ancora una volta, dal paradossale legame
psicologico che, nella vita e nell’arte, legava Stefano al padre.
Scrivendo a
Bompiani nel 1942 (nella lettera del 15 gennaio più volte richiamata) Stefano
rivelava quanto la propria «amorosa servitù» avesse comportato la dolorosa,
difficile e all’apparenza impossibile,rinuncia a «quelle che gli parevano
le ultime difese della sua personalità». Vuoi per un minimo
insopprimibile di amor proprio, vuoi per un minimo, ancor più irrinunciabile,di
individuazione personale, Stefano tendeva a sminuire la portata di quella
rinuncia(che costituiva, in altre parole, una possibile prova dell’assenza di
una sua autonoma identità) riconoscendo di aver «conquistato il potere e il modo
e il diritto di farlo ora tutta cosa mia, mio Padre: come io sono stato cosa
sua»; evidenziando cioè la reciprocità del suo rapporto di fusione con il Padre
(con l’immagine interna, inconscia, assoluta e divinizzata della figura
paterna).
[89] Si tratta del medesimo atteggiamento ambivalente e della medesima
negazione (intesa nel senso della freudiana Verneinung: una negazione che
afferma ciò che nega) che abbiamo visto espressi nella figura del servo ladro di
Qui s’insegna a rubare e che sono, invece, manifestamente superati quando
nel 1955 (sempre in un lettera già citata a Bompiani, a proposito della
riscrittura di Un padre ci vuole),dichiarandosi finalmente «capace di
reggere il peso di certe affermazioni», Stefano scrive di aver «riscattato quel
suo strano peccato contro la bellezza dei suoi sentimenti» grazie al
«suo spirito [che] si è maturato». Il figlio era divenuto Padre,creatore,
traduttore e prosecutore del padre e maestro e non più suo epigono, imitatore,
illustratore: proteso ad annullare se stesso per identificarsi con lui ma, poi,
in grado di proseguirlo differenziandosene. Paradossalmente identico e distinto
come ogni vero traduttore: «la vera traduzione è metempsicosi», aveva scritto
Pirandello.
[90] E lo stesso potrebbe dirsi dei paradossali rapporti tra padri e figli,
tra maestri e allievi, tra scrittori e tra scrittori e critici.
[91]
Rapporto paradossale, quello tra Stefano e l’ancora vivente Luigi, in cui
Taviani ha rintracciato «il fervore d’una mente collettiva»,
[92] utilizzando una
definizione che bene esprime la profonda comunanza sul piano
creativo, dell’ideazione, fondamentale nell’opera di Luigi. Tale definizione,
peraltro, rischia di retrocedere da paradosso a mera assurdità critica se
finalizzata a non distinguere le diverse e distinguibili mani di Luigi e Stefano
in certi scritti apocrifi come il Non parlo di me, dalla prosa fiacca e
involuta, e Insomma, la vita è finita, dalla scrittura brillante e dal
fulminante e pirandelliano incipit. Il che conferma che, in definitiva,
nella critica letteraria, come in qualsiasi genere di relazione con uomini o
prodotti della mente umana,si pone la questione ineludibile di tener conto
dell’esistenza della bi-modalità bi-logica. Ovverosia, in altre parole, della
compresenza di due opposti e antitetici atteggiamenti che le relazioni e
distinzioni ammettono ed esaltano, nel giudizio di valore, o che viceversa
annullano,quando, nell’irrinunciabile impulso a comprendere mediante
l’immedesimazione, mediante l’atteggiamento empatico che porta alla fusione con
l’oggetto di conoscenza, sembrano rinunciare o rinunciano al pensare per non
rinunciare al sentire.
[93] Quando, in altri termini, paiono scendere un gradino
più giù della critica, per riprendere il titolo della più riuscita commedia
di Stefano.
E nel segno della medesima immagine di quel titolo si può dire che
se innegabilmente l’opera di Stefano è almeno un gradino più giùdi quella
paterna (nella scala dei valori del giudizio critico), essa è un’opera che
raggiunge i suoi risultati migliori proprio quando accetta di scendere il gradino
richiamato da quel titolo (nella scala del rapporto tra modalità del pensare e
del sentire). E, così facendo, l’opera di Stefano si distingue e vive di vita
propria rispetto a quella del padre, poiché quel titolo riprendeva e ribaltava,
polemicamente, una locuzione (che fa riferimento alla necessità di salire «un
gradino più su») dei Quaderni di Serafino Gubbio operatore.
[94]
E ribaltava,
di conseguenza, una delle componenti più riconoscibili dell’arte del padre:
quella consistente in un moto di ascetico distacco della persona dalla realtà,
mediante l’intelletto e una scrittura che aveva rischiato di far divenire
l’opera pirandelliana, e certamente l’aveva fatta apparire, un’astrazione
intellettualistica, priva di sentimenti, di emozioni(data la sua dichiarata
funzione di difesa psichica dagli effetti traumatici della realtà e di
sterilizzazione delle emozioni). Tale componente (che era divenuta il famigerato
«pirandellismo») era in realtà umoristicamente e inscindibilmente legata a quella
di un più nascosto moto opposto che continuamente lo rivivificava e riscaldava
al sentire del «fuoco bianco» da cui, pur distaccandosi, traeva origine.
[95] E ben
lo sapeva Stefano che con e in quel «fuoco bianco» paterno convisse in una vita resa più ardente dalla scelta di non condividere le difese
paterne e di non distaccarsi perciò, asceticamente,dalle ragioni del cuore e dai
drammi della realtà, per quanto traumatici, ma di parteciparvi, con ben diverso
spirito religioso. In ciò consiste, appunto, come dicevamo, l’intento di non
salire ma scendere il gradino nella scala che dal fondo degli abissi del sentire
dell’umanità dolente ascende alle vette della distanziata visione critica
intellettuale e artistica (quella della pirandelliana «filosofia del lontano»
trapassata poi nella poetica dei personaggi). Gradino di una scala che
separa l’io dello scrittore dagli altri come Serafino Gubbio dice all’infelice
Fabrizio Cavalena nel seguente passo che costituisce la già richiamata fonte
implicita del titolo della commedia di Stefano:
|
[88] Giudizio
attribuito fondatamente a Pirandello, data la sua
costante polemica, nel nome dell’organicità e della
sincerità dell’opera letteraria, contro gli
imitatori e le mode: dagli scritti critici giovanili
(Gli
occhiali,Sincerità, Sincerità e arte ad esempio) a vari passi dell’Umorismo
e ai continui attacchi contro d’Annunzio e il dannunzianesimo, sino al
discorso su Verga.
[89] La
negazione della natura lineare, univoca e non
reciproca, del rapporto di paternità e la connessa
affermazione della natura fusionale di
quel rapporto emerge in una importante ed estesa giunta al secondo atto di Un
padre ci vuolegià citata nella nota 5di p. 157.
[90]
In Illustratori, attori e traduttori, citando dai Pensieri e discorsi
di Pascoli (cfr. Luigi Pirandello, Saggi e interventi,
cit., pp. 648-649).
[91] Non
entrando, qui, nel dettaglio di un insieme di
prospettive psicoanalitiche ed epistemologiche,
legate alla bi-logica matteblanchiana, utili a interpretare, a più livelli, questioni connesse alla
creatività, all’imitazione, al rapporto tra padri e figli e tra maestri e
allievi, mi limito a rinviare a Ignacio Matte Blanco, Creatività ed
ortodossia, «Rivista di psicoanalisi», 1975, pp. 223-289.
[92] Nelle Notizie sui testi degli Scritti con «Taluno»,
sezione conclusiva dell’edizione da lui curata di Luigi Pirandello, Saggi e
interventi, cit., p. 1598.
[93] Questo
secondo atteggiamento era preferito da Pirandello
che, in un’intervista del 1931, dichiarava: «La vera
critica dovrebbe aiutare a comprendere l’opera
d’arte. Amare, non giudicare. Illustrare, vivere.
Come l’opera d’arte, il giudizio critico ha da
essere una nuova creazione di realtà» (Luigi
Pirandello, Saggi e interventi, cit., p. 1391)
[94] Si
tratta di una delle opere pirandelliane più amate da
Stefano, come testimoniano le lettere scritte nel
corso della sua prigionia. Si veda la lettera di
Stefano del 24 marzo 1916, da Mauthausen: «ieri ho ricevuto
il Si gira… Come mi sono buttato a leggerlo! Ma non ho potuto durare a
lungo: il ricordo della tua voce, Papà, quando, ancora in cartelline, lo leggevi
a S. Secondo… Quando ho riletto di quel pover’omo che suona il violino alla
tigre mi sono sorti avanti agli occhi i cipressi e i pini di Villa Torlonia, nel
riquadro della finestra del tuo studio, attraverso la tenda. […] … Basta».La
tigre, la bestia feroce era, fuor di metafora, Antonietta (come confermano
alcuni passi delle lettere) con la sua furente e ormai incontenibile follia.
Cfr. Andrea Pirandello,Il figlio prigioniero, cit.
[95] In
un passo, poi soppresso, della prima edizione dei Sei
personaggi in cerca d’autore, il Padre si faceva portavoce dell’autore e,
rispondendo al Direttore – e a un’obiezione che non pochi critici avevano mosso
a Pirandello – diceva di ragionare proprio perché soffriva:
«creda ch’io "sento", "sento" quello che penso» (Luigi
Pirandello,Maschere
nude, ii,cit., p. 1029). Pirandello scriveva a Tilgher parole molto simili:
«Cerco una cosa sola: esprimere ciò che sento. Sento perché penso. Penso perché
sento» (la lettera, non datata, è compresa tra quelle indirizzate al critico tra
il 1921 e il 1925). Cfr. Leonardo Sciascia, Pirandello e il pirandellismo,
cit., p. 99. |
Un gradino più su, signor Fabrizio; salga un gradino più su
di codeste considerazioni astratte, di cui ha voluto darmi un saggio in
principio. Creda che, se vuole confortarsi, è l’unica. […]
– Evadere, signor Fabrizio, evadere; sfuggire al dramma! […]
E-va-po-rar-si in dilatazioni, diciamo così, liriche, sopra le necessità brutali
della vita, a contrattempo e fuori di luogo e senza logica; su,un gradino più su
di ogni realtà che accenni a precisarcisi piccola e cruda davanti agli occhi.
[…] Appena un dramma le si delinea davanti, appena le cose accennano di prendere
un po’ di consistenza e stanno per balzarle davanti solide, concrete,
minacciose, cavi fuori da lei il pazzo, il poeta crucciato, armato di una
pompettina aspirante; si metta a pompare dalla prosa di quella realtà meschina,
volgare, un po’ d’amara poesia, ed ecco fatto!
–
Ma il cuore? – mi domanda Cavalena.
– Che cuore?
– Perdio, il cuore! Non bisognerebbe averne!
–
Ma che cuore, signor Fabrizio! Niente. Sciocchezze.
[96]
Il rimedio prospettato non preserva Serafino Gubbio, nella
conclusione del romanzo, dalla realtà traumatica che gli balza avanti, come la
tigre, solida, concreta, minacciosa, ineludibile. La realtà della guerra dentro
casa e nel mondo,
[97] dei traumi familiari e collettivi di Luigi, vissuti anche da
Stefano che però, nel corso del successivo traumatico conflitto mondiale,
scrive, in Un gradino più giù, di un opposto rimedio che ne testimonia e
spiega la fondamentale diversità dell’identità personale e artistica rispetto a
quella paterna:
VALERIO […] Però tu, bada … tu non sei una buona moglie: lui
è nelle tue mani, e tu … non sei onesta con lui. […] E mio figlio … è giù –
dicono – più in basso degli altri: così è giudicato dagli … altri … e anche
tu…sua moglie, non sai fare a meno di giudicarlo, insieme con gli altri … e ci
vorresti anche me! […] E il figlio mio non è vivo, lui, com’è, lui: non è vivo
nel cuore di nessuno. […]
GIANNA […] Non posso mica distruggermi come creatura
pensante, se Dio m’ha dato … m’ha dato…
VALERIO […] Che cosa t’ha dato? Una mente? […]
GIANNA […] Ma dovrei esser la moglie, io, la «moglie» di Alberico: di lui così, e io come lui, ma per di più «moglie»! Riesca o non
riesca a sentirmici: ma starci, dovrei starci. Un gradino più giù, perché lui
comunque è l’uomo! E lei resta il padre! Sempre invece più alto!
[98]
Quel gradino più giù, Gianna lo scenderà, rinunciando alla
«schifosa intelligenza», come successivamentela definirà
Valerio,giudicandola un elemento «superfluo». La rinuncia pesa inizialmente a
Gianna, che sente di eliminare le ultime difese della propria personalità, ma le
apre le porte di una più piena esistenza, come a tanti dimissionari
pirandelliani. E come al suo autore, che aveva legato la propria vita e la
propria opera all’affermazione di una «bontà» coincidente con la rinuncia,
perché legata all’oblatività dell’amore, come anche nell’invito rivolto al padre
a darsi tutto(nella citata lettera del febbraio 1932). In questa sua
natura si manifestava il senso della sua drammaturgia più matura (in alcune
opere rimaste solo ai margini del nostro discorso, come Un gradino più giù)
e forse anche della sua vita, se quel senso era effettivamente colto da coloro
che lo frequentavano, come Siro Angeli: «C’era nel suo sguardo uno slancio che
anticipava l’abbraccio, una bontà che chiedeva di prodigarsi. E a me sembrava
che si fosse creato un tacito accordo tra la luce dei suoi occhi e la luce calda
e accogliente della sua casa».
[99]
Era nell’alveo della casa, della famiglia, tema centrale
della sua opera e della sua vita,
[100] che scorreva il fiume di Stefano che
continuava quello del padre: nel solco del pirandellismo, inizialmente, e con la
sua autonoma, individuale e specifica differenza, poi, nel segno appunto di una
pietas, di un riconoscimento e di un’amorosa dedizione agli altri.
[101]
|
[96]
Luigi Pirandello, Tutti i romanzi,ii,a cura di
Giovanni Macchia e Mario Costanzo, Milano, Mondadori, 1973, pp. 720-21.
[97] Cfr.,
in proposito, Andrea Pirandello, Il figlio
prigioniero, cit.. Mi permetto di rinviare, inoltre, al mio «Un’altra
vita?» Pirandello, la guerra e l’arte, in Pirandello e la politica, a
cura di Enzo Lauretta, Milano, Mursia, 1992, pp. 109-160.
[98] Stefano
Pirandello, Un gradino più giù, in Idem, Tutto il teatro,
III, cit., pp. 1089-1090.
[99] I
ricordi personali di Siro Angeli, Un’amicizia durata
trentacinque anni, fanno parte di una sezione monografica, dedicata a
Stefano Pirandello, della rivista «Hystrio», 1, gennaio, 1991.
[100] Intervistato
ancora qualche anno dopo, nel 1961, a chi gli
chiedeva di motivare la «tematica familiare sempre
ricorrente» del suo teatro, rispondeva: «Dipenderà,
credo, dall’enorme e determinante peso che hanno
avuto su di me fin dall’infanzia le due entità Padre
e Madre. Essi hanno assunto talora aspetti tragici,
in conflitto com’erano e chiuse ognuna in una sua
sfera di integrale giustificazione: il che scindeva
il mio animo». Nella quiete domestica della villa di Grottaferrata, «tra un branco di nuore e nipotini», lo
aveva descritto, incontrandolo nel 1954, Paola Masino, dapprima manifestando una
«grande malinconia» ma, poi, interrogandosi dubitativamente: «Forse la felicità
è nel rinunciare a tante cose».
[101] Stefano
Pirandello nella sua opera è «affascinato e
tormentato dalla contraddizione tra libertà
individuale e necessità collettiva, legge della polis»; il suo personaggio non è più solo ma «sempre
collegato all’intrico degli altri» (Ruggero Jacobbi, In ricordo di Stefano
Landi drammaturgo malgrado l’ombra del padre, «Il Dramma», aprile 1972, p.
23). |
Era la stessa bontà già affiorata in Stefano, della bontà,
l’apocrifo che abbiamo già citato, là dove si manifestava il gioco degli
sguardi tra padre e figlio:
Mio figlio mi teneva con gli occhi.
Conosco il sorriso di quei suoi occhi intensi: che mi
consigliano per lo più d’accorgermi di me stesso, richiamandomi con un affetto
quasi materno. Allora mi persuadevano alla sopportazione e alla prudenza […].
«Perché temi?» gli rispondo con un altro sguardo. «Sono qua, compiacente. Non ti
sembro buono abbastanza?»
[…] Forse gli piace che fra noi viva questo sottinteso, che
di noi due, chi ha cura dell’altro sia lui. Anche lui è nato per dare. Poi,
naturalmente, quando il bisogno del mio aiuto gli si fa sentire imperioso, è
costretto a manifestarmelo lui stesso […]. E, ricevuto l’aiuto, vedo che resta poi per qualche tempo in un curioso stato d’umiliazione
come se non avesse più diritto a darmi prove della sua devozione.
Non ti sembro buono abbastanza?
|
[…] Spirito
religioso! Penso che s’approfitta di quel meglio di me che io gli ho trasfuso,
per essere così. Ma anche lui lo sa.
[102]
Nel gioco di specchi di quegli sguardi era difficile
distinguere chi più avesse bisogno di aiuto e anche qui, dunque, il problema
dell’identità nel rapporto padre-figlio si manifesta con una certa, sia pur
lieve e nascosta ironia – come in Un padre ci vuole– e con una
paradossalità qui indistinguibile, se non al momento di scoprire che lo scritto
è apocrifo, di mano di Stefano. «Stringiti al figlio, stringiti al padre, /
padre e figlio resti. / E il mondo è un giro / che ripassa, dentro», aveva
scritto Stefano in una delle sue poesie più belle, intense ed ispirate.
[103]
|
[102] Luigi
Pirandello, Saggi e interventi, cit., p. 1507.
[103]
Stefano Pirandello, Giro, in Idem, Le forme,cit., pp. 21-23. |
Un
gioco d’identità, dentro un altro gioco d’identità, quello degli apocrifi. Gioco
speculare a quello del Quando si è qualcuno, dell’anziano e celeberrimo
scrittore, trasparente alter ego pirandelliano, che rivivificava la
propria opera nascondendo la propria identità dietro quella di un presunto
giovane poeta. I versi erano di Stefano, tratti dalla stessa lirica su citata:
Un giro di pensieri chiari e buj
che
non si rompe mai.
Non si può mai finire
d’avere il giro
delle cose in noi.
Morire non si può.
E nascere neppure.
In verità
come da sempre nati, come per sempre vivi,
siamo qua.
Pietro Milone
|
|
|
|
|
Se vuoi
contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come si vuole
essere citati a
pirandelloweb@gmail.com
If you want to
contribute, send your material, specifying if and how to be named at
pirandelloweb@gmail.com
Il contenuto di queste pagine
proviene, oltre che da contributi dei nostri visitatori, anche da altri siti cui
abbiamo estratto quanto di pertinenza, citandone, ove a conoscenza, fonte e
relativo link. In caso di segnalazione da parte dei proprietari di tali siti
inerente la loro contrarietà alla pubblicazione su PirandelloWeb del loro
materiale,le pagine contestate, verranno immediatamente rimosse.
|
|
|
|
|