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Paolo Spinicci - La teoria dell'umorismo in Luigi Pirandello

 

Fornito da Liolà - Bivona (AG)

doc diretto PDF: http://es.scribd.com/doc/47547907/Ebook-Ita-Filosofia-Lezioni-su-comicita-ironia-e-umorismo-1#outer_page_20

 

1. Le fonti.
Al nome di Pirandello si lega innanzitutto un'ampia produzione letteraria che abbraccia opere di teatro, racconti e romanzi, e che fa del suo autore una delle figure più significative del panorama della letteratura europea del Novecento. Tuttavia, accanto al Pirandello letterato, vi è anche un Pirandello saggista che approfondisce con gli strumenti della critica e della riflessione filosofica alcuni temi della sua opera letteraria. È in questa luce che si colloca L'umorismo (Mondadori, Milano 1986), un saggio pubblicato nel 1908 che raccoglie parzialmente le lezioni tenute da Pirandello all'Istituto Superiore di Magistero di Roma e che si divide n due parti ben distinte: una di carattere storico-letterario, l'altra di natura filosofica. Il libro è dedicato alla memoria della buon anima di Fu Mattia Pascal bibliotecario: il Pirandello filosofo si riconnette così al Pirandello letterato, impedendoci di tracciare un confine troppo netto tra gli ambiti della sua produzione.

 

2. L'essenza dell'umorismo.
Tra le prime reazioni al saggio pirandelliano vi fu una breve recensione di croce, pubblicata nel 1909 su "La Critica". Croce sembra essere in parte infastidito dallo spettacolo di un letterato che da filosofo affronta un tema - l'umorismo - senza nemmeno soffermarsi su ciò che egli aveva a suo tempo scritto su questo argomento. E tuttavia, al di là di queste motivazioni di basso profilo, all'origine della polemica vi è una differenza di natura teorica: per Croce, infatti, un'essenza dell'umorismo non vi è, poiché vi è soltanto l'atteggiamento storicamente mutevole che i singoli umoristi assumono nelle loro opere.

Vi sono umoristi, ma non l'umorismo: cercare di fissarne l'essenza significa allora, per Croce, perdersi nelle analisi psicologiche tanto care alla cultura positivistica, ma così lontane dalle prospettive dell'idealismo storicistico verso cui Croce sente di doversi orientare. Al contrario, le pagine pirandelliane sono caratterizzate dalla convinzione che un'essenza dell'umorismo vi sia e che debba essere indagata proprio nei termini psicologici suggeriti dalla cultura positivistica ed in particolare da Theodor Lipps - un autore che Pirandello critica, ma da cui almeno in parte dipende. Così Pirandello si discosta sin da principio da ogni tentativo di rendere conto della natura dell'umorismo nei termini di un'indagine storico-letteraria: a suo avviso, l'umorismo non è affatto una forma dello spirito sorta nella letteratura moderna dell'Europa settentrionale, come pure si era più volte sostenuto. L'umorismo non è una categoria storica, ma è un concetto che circoscrive un comportamento umano relativamente stabile nel tempo e comunque indagabile con gli strumenti dell'indagine psicologica. Su questo punto, dunque, Pirandello è vicino allo psicologismo di fine Ottocento, anche se, come vedremo, la riflessione sull'umorismo si staglia su di uno sfondo di natura esistenziale: l'analisi dei meccanismi psicologici dell'umorismo diviene così una riflessione tipicamente novecentesca su di una struttura di fondo dell'esistenza, su un modo di atteggiarsi dell'uomo rispetto alla propria vita ed al mondo.

 

3. Ironia e umorismo: l'Orlando furioso e il Don Quijote.
Per venire a capo della natura dell'umorismo, Pirandello segue la via di una caratterizzazione per contrasto: si chiede cioè che cosa differenzi l'atteggiamento umoristico da quello ironico. Ora, il materiale che permette di tracciare questa distinzione può essere ricavato dalla storia della letteratura, e più precisamente dalla contrapposizione di due grandi opere che affrontano in una differente prospettiva il mondo antico degli ideali cavallereschi: l'Orlando furioso e il Don Quijote. L'Orlando furioso è, per Pirandello, il poema ironico per eccellenza. Il sorriso dell'ironia ha una sua funzione negativa: richiama il soggetto dall'oggetto, negandolo, e mostra come l'io non si perda nel mondo che descrive. Questa dunque è la funzione del riso cui Ariosto ci invita: Ariosto, scrive Pirandello, descrive infatti un mondo epico cui non crede più, e lo descrive lasciandoci ogni tanto percepire la sua estraneità ai valori del mondo cavalleresco. Così, anche senza addentrarsi nella trama dei significati che spettano al concetto ariostesco di finzione, risulta con chiarezza come l'ironia si giochi proprio sul crinale che separa l'illusione della favola dalla sua illusorietà, l'adesione ingenua del lettore alla narrazione dalla sua complicità con l'autore che ne svela la natura fantastica.

Pirandello chiarisce bene il suo pensiero con una breve citazione dal poema ariostesco. Ruggiero è sull'ippogrifo - questa iperbole della velocità e della leggerezza - e vola alto nelle regioni aeree del cielo. Ma, avverte Ariosto, resta tuttavia un uomo, fatto di greve miscela terrestre:

 

"Non crediate, signor, che però stia

per sì lungo cammin sempre sull'ale:

Ogni sera all'albergo se ne gia

schivando a suo poter d'alloggiar male".

 

Nella favola, commenta Pirandello, diviene evidente la realtà; il sogno si spezza, poiché il sognatore ci avvisa di essere ben desto: il sorriso ironico dell'autore ci strappa alla finzione aerea dell'ippogrifo e ci ricorda la stanchezza dei viaggi e le piccole quotidiane preoccupazioni del viaggiatore.
Alla funzione negatrice dell'ironia si contrappone la natura intimamente contraddittoria dell'umorismo: dall'Orlando furioso dobbiamo muovere al Don Quijote. Anche le pagine di Cervantes ci fanno spesso ridere, e il riso in questo caso non sorge per ridestarci da qualche finzione, ma per mostrarci nella realtà quanto alla realtà siano inadeguati i sogni e gli ideali del "cavaliere dalla triste figura". Don Quijote scambia per giganti i mulini a vento, e noi lettori ridiamo per la cecità di quest'uomo imbevuto di favole, per la sua incapacità dio accettare la prosaicità del reale, il suo necessario scarto rispetto ai sogni della nostra immaginazione. E tuttavia il gesto comico del cavaliere che si fa disarcionare da un innocuo mulino a vento non è solo fonte di riso: ci costringe anche a pensare al nostro rapporto con il mondo, al nostro avere da tanto tempo rinunciato a cercare nel mondo reale il mondo fantasticato.
Il mondo degli ideali è diventato il mondo dei sogni, ed il lettore di Cervantes, non appena si rende conto che ridicola è proprio la grandezza e la nobiltà di Don Quijote, può ridere solo di un riso amaro. Il sorriso umoristico può nascere solo sulle ceneri del riso comico e sorge non appena comprendiamo che nel gesto ridicolo di Don Quijote si fa avanti una critica disperata della realtà, una critica che ha nel suo fallimento qualcosa di altamente tragico.
Di qui possiamo muovere per trarre le prime conclusioni: il riso umoristico non ha la pienezza ingenua della comicità, ma è venato da un sentimento contrastante che lo limita e lo contiene. Così, quando passiamo dalla comicità all'umorismo, il riso si fa amaro: certo, ridiamo ma insieme commiseriamo la sorte di chi pure troviamo ridicolo. Alla base dello stato d'animo che l'umorismo ci procura vi è dunque una vera e propria contraddizione emotiva: scherno e compassione si legano insieme e il riso si smorza e si vela di tristezza.
A questa contraddizione sul terreno emotivo fa da eco e da fondamento la contraddittorietà dei rapporti del soggetto umoristico con il mondo. Per tornare ancora una volta al nostro esempio: come lettori di Cervantes, ridiamo della lotta contro ai mulini a vento perché noi, gente compita, mai ci impegneremmo in un simile sciocco confronto. Eppure, non appena prendiamo le distanze dal mondo di Don Quijote e ci sentiamo così lontani dalle sue stranezze da poterne ridere tranquillamente, ecco che il suo mondo si fa nuovamente presso di noi: non siamo come Don Quijote, ma siamo pure uomini come lui, siamo forse più cinici e disillusi, ma egualmente ogni tanto ci abbandoniamo alla dolcezza ingenua dell'incanto. All'ironia e alla sua funzione negatrice si contrappone così l'umorismo in cui si esprime un atteggiamento apertamente contraddittorio.

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4. Il sentimento del contrario.
Nella definizione del concetto di umorismo o meglio nella descrizione di "quell'intimo processo che avviene, e che non può non avvenire, in tutti quegli scrittori che si dicono umoristi" (ivi, pp. 133-4) Pirandello dipende senz'altro da Lipps, e per Lipps l'umorismo affonda le sue radici nella comicità poiché è appunto un superamento del comico attraverso il comico.
Ora, per Pirandello come per altri autori, la comicità sorge dalla constatazione dell'inadeguatezza di un comportamento, di un modo di dire, di un gesto o anche soltanto di un viso: ci basta infatti imbatterci in una donna anziana truccata vistosamente, quasi a suggerire l'immagine di una giovinezza ormai inesorabilmente passata, perché - nota Pirandello - il riso si faccia avanti.- di qui la definizione proposta da Pirandello: la comicità nasce dall'avvertimento del contrario. La realtà non è come ci si vorrebbe far credere, e ridendo esprimiamo il nostro verdetto di condanna sulle apparenze e ribadiamo la loro difformità dal vero.
Dalla comicità passiamo tuttavia all'umorismo quando il contrasto non è più soltanto avvertito, ma è per così dire colto in tutta la pienezza del suo significato: l'umorismo è appunto il sentimento del contrario.
Non si tratta di definizioni ben scelte, anche perché esse illuminano soltanto l'esito finale di quell'intimo processo che Pirandello ha cuore. Tuttavia, se non ci fermiamo alle parole, ma cerchiamo di far luce sul loro significato, il senso della proposta pirandelliana si fa più chiaro e convincente. L'umorismo poggia sul terreno mobile della comicità: ha origine dunque dall'avvertimento del contrario e dalla condanna che, ridendo, pronunciamo. Ma l'umorismo è superamento della comicità: implica dunque la presenza di un operatore nuovo - la riflessione - che ci permetta di lasciare alle nostre spalle la comicità.
Due sono le funzioni che la riflessione esercita. La prima consiste nel mettere a distanza noi stessi:

 

"la riflessione ci permette di infatti di analizzare freddamente i nostri stati d'animo, ci consente di giudicarli, vagliando e soppesando i motivi che li hanno determinati" (ivi, p 135).

 

Di qui il secondo compito cui la riflessione assolve: riflettendo sui nostri stati d'animo, impariamo anche a relativizzarli, a cogliere le ragioni di ciò che avevamo precedentemente negato.
Torniamo allora alla situazione comica da cui avevamo precedentemente preso le mosse: dalla vecchia che si maschera da giovane e che, proprio per questo, desta lo spirito critico della comicità. Questa volta tuttavia il riso non riempie per intera la coscienza, ma cede la scena alla riflessione che ci mostra ciò che di ingenuo è racchiuso nel gesto di negazione della soggettività: certo, è ridicolo chi non sa accettare il trascorrere el tempo, ma è ben vero che basta riflettere un poco per scoprire che tutti cerchiamo di esorcizzare la vecchiaia e la morte. Ridiamo, ma la riflessione ci costringe a scoprire le ragioni di ciò che è deriso, apre una breccia nello stato d'animo che ci separa dall'altro e riscopre una comunanza che la comicità aveva negato. Continuiamo ad avvertire il contrario che ci fa ridere, ma ora ne avvertiamo le ragioni e impariamo a scorgere nell'inadeguatezza comica una contraddizione insita nella stessa natura umana:


la riflessione - commenta Pirandello - lavorando in me, mi ha fatto andar oltre quel primo avvertimento, o piuttosto più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico (ivi, p. 135).


5. La riflessione e la letteratura umoristica.
Sottolineare il ruolo della riflessione nell'umorismo è importante anche perché Pirandello muove di qui per indicare alcuni tratti caratteristici dello stile delle opere umoristiche. L’umorismo chiede che il soggetto non sia dominato dalle passioni: l’umorista dovrà saper raccontare senza "lasciarsi prendere la mano" dalla storia che viene narrando.
Di qui alcuni tratti caratteristici della letteratura umoristica. In primo luogo la sua tendenza alle digressioni: l’umorismo spezza di frequente l’unità della trama per inserire un nuovo e differente punto di vista che permetta di relativizzare l’intreccio delle passioni e dei sentimenti. Questo stesso obiettivo può tuttavia essere raggiunto, in secondo luogo, grazie all’intervento diretto dell’autore che, commentando in qualche modo gli eventi, ci costringe ad abbandonare la nostra posizione di lettori, immersi nella vicenda, per divenire ad un tratto solidali con una posizione ad essa esterna, con una prospettiva che, proprio per essere sita al di là della trama, può facilmente divenire umoristica.
Nel raccogliere queste poche osservazioni, Pirandello sembra pensare ad autori come Manzoni o Sterne: nei tratti che abbiamo appena indicato non sarebbe tuttavia illegittimo scorgere anche alcune delle caratteristiche più tipiche dello stile pirandelliano.

6. L’umorismo e la filosofia di Pirandello.
Prima di concludere le nostre considerazioni vorremmo chiederci quali sono le ragioni che spingono Pirandello a riflettere con tanto impegno su questo tema. Ora, la risposta a questo interrogativo traspare nelle ultime pagine del suo saggio e può essere formulata così: l’umorismo è un tratto essenziale della condizione umana e fa tutt’uno con la filosofia della vita che anche in questo saggio Pirandello fa sua.
La prima significativa opera in cui Pirandello delinea una filosofia dell’esistenza e della condizione umana è senz’altro Il fu Mattia Pascal, ed è proprio alla buon’anima di quel bibliotecario che è dedicato il saggio sull’umorismo. Si tratta di una scelta su cui è opportuno riflettere e che ci costringe innanzitutto a far luce sull’elemento umoristico del romanzo, un elemento che traspare con chiarezza nell’apologo finale che ci presenta Mattia Pascal nell’atto di deporre fiori sulla sua tomba.
Vi è un senso in cui questa scena è senz’altro comica: quale gesto può sembrarci più ridicolo e sciocco che portare fiori sulla tomba di un vivo? E tuttavia l’avvertimento del contrario può facilmente trapassare nel suo sentimento: non solo Mattia Pascal, ma ogni uomo seppellisce se stesso poiché rimane impaniato nelle forme morte dell’esistenza, in quelle convenzioni ed abitudini che si sedimentano col tempo, rendendo invisibile il fluire continuo della vita che al di là da esse scorre inesorabilmente.
In questa filosofia della vita, in cui è chiara l’eco di Bergson o di Simmel, non è difficile scorgere la genesi di molti temi pirandelliani, ed anche la sua dottrina dell’umorismo affonda qui le sue radici. Sostenere che la vita si è persa ed arenata nelle sue morte forme vuol dire infatti alludere ad una situazione, in ultima istanza, comica: l’uomo è diventato prigioniero delle convenzioni e le sue azioni rammentano quelle di un burattino - e il burattino è un luogo classico della comicità.
Dalla comicità all’umorismo il passo è breve: basta rendersi conto che l’irrigidimento della vita che ci spinge a ridere di un qualche personaggio è in realtà un tratto caratteristico della natura umana. Il riso ingenuo e aperto che sorge non appena cogliamo nei gesti di un uomo la meccanica rigidità del burattino, si vena di tristezza e di amarezza non appena impariamo a ritrovare nel burattino l’uomo. L’atteggiamento umoristico si pone così, in Pirandello, come il frutto cui conduce un’amara filosofia dell’esistenza.

 

Paolo Spinicci

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