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Onofrio Pirrotta

 La pirandelliana storia delle ceneri di Pirandello

da Il mestiere di leggere

 

 La tomba di Pirandello

Quando il 10 dicembre del 1936 morì, i figli trovarono mezzo foglietto di carta spiegazzato in cui Luigi Pirandello aveva scritto:

« I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. IV. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui ».

 

 

I punti uno, due e tre furono eseguiti a puntino, con grande scorno del regime - si dice dello stesso Mussolini - che avrebbe voluto fare un gran funerale fascista in pompa magna. Prima di rispettare le volontà espresse nel quarto punto, invece, trascorsero decenni e peripezie, e avventure e traversie degne proprio della penna di Pirandello. Ma procediamo con ordine.

IL PRIMO FUNERALE

Due giorni dopo la sua morte un carro d’infima classe portò una cassa d’infima classe al forno crematorio . Ma nessuno se la sentì di assecondare il suo desiderio di spargere al vento le ceneri, pratica a quei tempi inaudita prima ancora che illegale e avversata dalla Chiesa. Le ceneri furono allora raccolte in un’urna e portate al cimitero romano del Verano, dove rimasero per undici anni.

IL SECONDO FUNERALE

A guerra finita, nel 1947, il sindaco DC di Girgenti, nel frattempo divenuta Agrigento, Lauricella, rivendicò per la sua città l’onore di dare sepoltura ed esequie cristiane e solenni alle ceneri dell’illustre concittadino. Si rivolse niente di meno che al democristiano presidente del consiglio dell’epoca , Alcide De Gasperi, che – malgrado le notevoli difficoltà che in cui versavano ancora i trasporti – procurò un aereo militare americano per il trasferimento da Roma ad Agrigento. Ad accompagnare i resti del grande drammaturgo fu incaricato il prof. Gaspare Ambrosini, noto pirandelliano e pirandellologo e futuro presidente della prima Corte Costituzionale. Sistemate le ceneri in un prezioso vaso greco del V secolo avanti Cristo e imballatolo ben bene, a prova d’urti, in una cassa di legno, l’aereo era pronto a partire quando una decina di persone- tutti siciliani- si avvicinarono all’aereo poco prima del decollo chiedendo di poter usufruire di un passaggio. Il professore, conscio dei gravi problemi di spostamento di quei tempi parlamentò coi piloti dell’ Air Force e ne ottenne il consenso.

Mentre si sistemavano , qualcuno chiese ad Ambrosini cosa contenesse quella cassa così ben imbracata, e avutane la spiegazione disse: “Pirandello, quello che aveva chiesto che le sue ceneri fossero disperse al vento? Non è che il destino ha stabilito di accontentarlo proprio oggi…..” Calò un silenzio spettrale, mentre i passeggeri si guardavano l’un con l’altro,e sotto i sedili alzavano l’indice e il mignolo di una mano. Poi , appena le eliche cominciarono a girare, uno di loro chiese di scendere. Ambrosini parlò con i piloti, questi sospesero la procedura di decollo e il passeggero scese. Inutile dire che uno dietro l’altro lo seguirono anche gli altri nove. A questo punto i piloti si insospettirono e chiesero al professore spiegazioni. Questi le diede, ripetendo più volte la parola superstitions, che i due piloti ripetevano come una eco, scambiandosi occhiate d’intesa. Fu così che i due, di cui si sospetta avessero antenati siciliani , o napoletani, accampando varie scuse, si rifiutarono di partire.

Al prof Ambrosini, accompagnato dalla sua inseparabile cassa, non restò che salire su un treno: lo aspettava un giorno intero di viaggio. Tutto sarebbe filato liscio se , svegliatosi da un breve sonno, non si fosse accorto che la cassa era sparita. La cercò vagone per vagone e finalmente la trovò in mezzo a quattro individui che l’avevano utilizzato come tavolo per giocare a carte. Ignari, ovviamente, di fare una partita “col morto”, e che morto: un premio Nobel. Comunqe sia la recuperò. Arrivata finalmente ad Agrigento, l’Odissea della cassa non era ancora finita. Il vescovo della città Giovan Battista Peruzzo si rifiutava di dare la benedizione ad un vaso greco. Niente benedizione , niente funerali solenni: tutto l’organizzazione politico-propagandistica DC messa in piedi dal sindaco se ne andava in fumo. All’ultimo momento, quando la rinuncia ai funerali sembrava inevitabile, il vescovo si convinse a promettere la benedizione se la cassa con le ceneri fosse stata ospitata in una bara cristiana. Ma i cassamortari di Agrigento non avevano bare pronte; ci si dovette accontentare di una piccola bara bianca , di quelle per bambini. Ma lì la cassa non entrava. Allora fu necessario estrarre il vaso e assicurarlo per bene dentro la piccola bara. E fu così che finalmente Luigi Pirandello ebbe il suo secondo funerale. In pompa magna, come non avrebbe mai voluto.

IL TERZO FUNERALE

Il vaso greco e le sue ceneri vennero conservati nella casa natale di Pirandello, in attesa che il progettato monumento funebre a lui dedicato fosse realizzato in località Caos, proprio sotto il famoso pino al quale il drammaturgo era tanto affezionato Ma si sa come vanno le cose in Italia, l’opera fu pronta solo quindici anni dopo, nel 1962. E fu così che le ceneri di Pirandello ebbero la loro definitiva sistemazione e il loro terzo funerale. Presenti autorità civili e religiose, e personalità della cultura del calibro di Salvatore Quasimodo e Leonardo Sciascia, un cilindro d’alluminio dove erano state travasate le ceneri fu prima benedetto e poi murato dentro il monumento .

EPILOGO

Ma non è finita. Si racconta che l’incaricato del travaso, un impiegato del comune conosciuto come il dott. Zirretta, dovette sudare le sette camice per portare a termine l’operazione. Dopo tanti anni, ventisei per l’esattezza, le ceneri si erano calcificate all’interno del vaso. Armatosi di scalpello, Zirretta, aiutato da un paio di assistenti, le ridusse nuovamente in polvere e le versò nel contenitore di metallo. Ma il contenitore era troppo piccolo. Ne avanzava un discreta quantità. Che fare? Deve essersi accesa una lampadina nella mente dell’impiegato del comune agrigentino. Una lampadina luminosa, brillante. Prese le ceneri rimaste, le versò in un giornale e si diresse verso un dirupo, lì vicino, che dava sul mare. Ma non fece in tempo ad arrivarci: una folata di vento si portò via le ceneri. E fu così che le ultime volontà di Pirandello – il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere-furono (almeno in parte) rispettate.

Tutto è bene quel che finisce bene, direte voi. E invece non è ancora finita. Perché nel 1994 si scoprì che il famoso vaso greco del V secolo, conservato nel museo S.Nicola di Agrigento, conteneva ancora un po’ di ceneri di Pirandello. Evidentemente lo scalpello del dott. Zirretta non aveva funzionato sino in fondo. Si decise allora di sottoporre i resti dei resti di don Luigi all’esame del DNA. E ,sorpresa, si scoprì che solo una piccola parte di quelle ceneri appartenevano al Maestro. Il rimanente, la maggior parte cioè, ad altri corpi, non identificabili, che evidentemente erano state cremati nel lontano 1936 insieme a lui

Confortati dalla scienza possiamo oggi dire, pirandellianamente, che quelle ceneri sono e non sono di Pirandello. E che nell’urna di metallo interrata al Caos, insieme a Pirandello ci sono tante altre persone sconosciute, dei signori nessuno. Come dire Uno, nessuno e centomila .

ONOFRIO PIRROTTA.

I tre funerali e mezzo di Pirandello.

Intervista a Roberto Alajmo

da Pupi di Zuccaro

 

Ci fu un tempo che Halloween esisteva solo al di là dell’Oceano e nelle puntate speciali dei vari telefilm che succhiavamo dal tubo catodico di mivar panciuti: la celebrazione della notte dei morti, delle streghe e degli spiddi la piazzavano in tutte le serie, da Alf alla robottina Vicky, passando per i Robinson, i Jefferson, i Cunningham e gli happy days di tutte le altre famigliole della tv. Oggi invece questa macabra versione di Carnevale s’è prepotentemente imposta e ha spodestato le anime dei morti.

Qui in Sicilia arrivavano la notte tra il primo e il due novembre a portare doni, leccornie e i pupi di zucchero, paladini e principesse glassate che rinsaldavano memorie rinfrescando le anime dei familiari che s’erano già congedati dalla vita e dal mondo. Erano i morti a cibare i vivi, che la vita senza la morte manco ci sarebbe, come ben sanno i Messicani che si danno un gran da fare a render omaggio a lei, alla Pelona, la Donna con la Falce. Con identico rispetto per l’altromondo sgranocchiavamo mustuazzuola invece di ossa e cruzzitedda, castagne secche, che guardate bene non possono che apparire troppo simili a teschietti. Il giorno dei morti serviva a render docili i picciriddi che, stringendo dolciumi e giocattoli, andavano felici a ringraziare nonni, bisnonni, prozii al cimitero comunale.

Una festa in mezzo all’odore dei crisantemi marci e della cera dei lumini. Proprio al rapporto tra siciliani e morte è dedicato “Le ceneri di Pirandello”, l’ultimo libro di Roberto Alajmo pubblicato dalle edizioni Drago. Lo scrittore palermitano l’ha presentato a Bagheria lo scorso 14 marzo, inaugurando le attività culturali della libreria Interno 95.

Noi di 90011.magazine l’abbiamo intervistato.

Nell’introduzione Le ceneri di Pirandello è definito un “moncherino superstite di un libro più vasto” che non scriverà mai: Post Mortem.

Succede che spesso attorno ai corpi di alcuni uomini illustri inizia una serie di avventure dopo che sono trapassati: Goya, Dante, Evita Peron, Sant’Agata, Moliére, Papa Formoso e appunto Pirandello. La storia più bella è proprio quella di Pirandello, a cui è dedicato questo libricino. Un mercanteggiamento che è anche un’avventura umoristica, una situazione spiccatamente pirandelliana.

Nel libro vengono raccontati i tre funerali e mezzo di Luigi Pirandello.

Pirandello volle essere il primo a firmare il suo registro delle partecipazioni funebri e aveva lasciato disposizioni ben precise che puntualmente furono disattese, voleva essere avvolto nudo in un lenzuolo e bruciato, le ceneri poi dovevano essere disperse. Al limite, l’urna doveva ritornare in una pietra delle campagna di Girgenti. Ma non si poteva acconsentire, e così il primo funerale, quello più normale si svolse al cimitero del Verano, dove il corpo restò una decina d’anni. Sino a che nel 1947 il sindaco democristiano d’Agrigento ottenne il trasferimento con l’intervento dello stesso De Gasperi e forse di Giulio Andreotti. L’urna inizia il suo viaggio, prima un aereo, poi in treno e poi finalmente l’arrivo. Ma non svelo altro. Sono una cinquantina di pagine, illustrate magnificamente da Mimmo Paladino, che stimo profondamente.

Lasciamo allora ai nostri lettori il piacere di leggere del viaggio pirandelliano dell’urna del grande drammaturgo. E parliamo del rapporto tra i siciliani e la morte, che è il tema che, in filigrana, attraversa tutto il libro.

Con piacere: basta sottolineare che qui da noi è la “festa” dei morti. Non celebrazione, non giorno della memoria: festa. Perché qui i morti interagiscono coi vivi, e la notte tra l’uno e il due novembre portano regali ai bambini. E i bambini non sono affatto atterriti, anzi vivono la festa con un misto di trepidazione felice e preoccupazione.

 

 
 

da Wikipedia

 

«Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.»

 

In queste poche righe scritte su un comune foglietto Luigi Pirandello esprimeva il desiderio che le sue ceneri fossero disperse senza cerimonie ma presagiva anche che forse questo

non si potesse fare, quasi presagendo le travagliate vicende che avrebbero attraversato le sue onoranze funebri.

Pochi giorni dopo la sua morte le volontà espresse nel testamento furono rispettate alla lettera meno quella riguardante lo spargimento delle ceneri che, per un malinteso senso di rispetto nei confronti del grande letterato premio Nobel, furono tumulate al cimitero del Verano in Roma.
Nel 1947 il sindaco democristiano di Agrigento chiese che le ceneri di Pirandello fossero riportate nella sua città d'elezione. Il presidente del consiglio Alcide De Gasperi riuscì ad ottenere un aereo militare americano per il trasporto delle ceneri che furono messe in un vaso greco del V secolo a.C. imballato in una cassa di legno che fu affidata all'esperto letterato pirandelliano professore Gaspare Ambrosini.
All'atto della partenza alcuni viaggiatori siciliani, data la difficoltà dei trasporti causata dalla guerra da poco finita, chiesero un passaggio per la Sicilia che fu loro concesso ma, saputo del particolare carico dell'aereo, preferirono superstiziosamente di non sfidare la malasorte e rinunciare al viaggio. I piloti americani incuriositi del comportamento di quei viaggiatori, venuti a conoscenza di cosa conteneva la cassa, anche loro rifiutarono di partire.
Ambrosini dovette così affrontare un lungo e disagevole viaggio in treno durante il quale la cassa si perse sino a quando non fu ritrovata presso alcuni viaggiatori che la stavano utilizzando come un tavolino per giocare a carte.
Giunte finalmente le ceneri di Pirandello ad Agrigento, il vescovo della città si rifiutava di benedirle a meno che non fossero trasferite da quel pagano vaso greco e messe in una regolare bara cristiana che però al momento era disponibile solo nel formato e nel colore bianco usato per i bambini defunti. Nella bara però la cassa con il vaso delle ceneri non entrava. Si tolse allora il vaso che fu sistemato nella piccola cassa e i funerali poterono celebrarsi con una grande cerimonia.
In attesa della costruzione del monumento funebre la cassa fu sistemata nella casa natale di Pirandello.
Il monumento fu pronto solo quindici anni dopo, nel 1962 quando, alla presenza di personalità come Leonardo Sciascia e Salvatore Quasimodo le ceneri furono trasferite in un cilindro metallico che fu inserito all'interno del monumento. Ci fu una qualche difficoltà a mettere le ceneri nel cilindro perché dopo ventisei anni si erano calcificate e si dovettero scalpellare per polverizzarle di nuovo. Il cilindro però era troppo piccolo per contenere tutte le ceneri, così quelle che avanzarono andarono finalmente disperse come desiderava Pirandello.
Si arriva così all'ultimo atto di questa commedia funebre pirandelliana: nel 1994 nel vaso greco riportato nel museo di Agrigento si rinvenne una piccola quantità rimasta delle ceneri che si ebbe l'idea di sottoporre all'esame del DNA. Dall'analisi risultò che le ceneri, oltre quelle di Pirandello, appartenevano a corpi diversi, e quelle, per la cremazione avvenuta in comune, ora riposavano mescolate alle sue.

 

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