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Ombretta Frau
Un caso di cleptomania
letteraria. I vecchi e i giovani tra fonti e plagio
[1] |
da
«Pirandelliana», Volume 1, 2007 - Rivista internazionale di studi e documenti -
Fabrizio Serra editore, Pisa - Roma |
da
LIBRAweb
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[1] L’espressione fu usata dallo stesso Pirandello per d’Annunzio
(cfr. Luigi Pirandello, L’idolo, in Idem,
Verga e d’Annunzio, a cura di Massimo Onofri, Roma, Salerno Editrice,
1993, p. 106). È curioso trovarla già
applicata a una plagiatrice deamicisiana, la maestra Baroffi della
Maestrina degli operai: «Tutta immersa nella
letteratura, non aveva alcuna conoscenza pratica della vita, […]. La
conferenza era in lei un vero furore
cefalico, a cagion del quale avendo trascurato la scuola, […]. Giungeva a tal
segno la sua passione, ch’essa
non poteva vedere un tavolino e una seggiola senza pensar subito a una
conferenza; avrebbe tenute delle
conferenze agli alberi del viale; […] E in questo ella offriva un caso
davvero curioso di cleptomania letteraria,
poiché per istinto, innocentemente, non faceva che levar la marca ai pensieri
altrui e metterci la propria, come
la cosa più naturale del mondo […]. Aveva, anni addietro, pubblicato un
polpettone di libro di lettura
che era da capo a fondo un vero e proprio magazzino d’oggetti di furtiva
provenienza, sul quale aveva fatto
stampare: «diritti di proprietà riservati» ed ora, in quel suo
romitaggio, andava accumulando i frutti d’un
vasto e infaticato saccheggio, per quando sarebbe ritornata a Torino.»
(Edmondo De Amicis, La maestrina
degli operai, in Idem, Opere scelte, a cura di Folco Portinari e
Giusi Baldissone, Milano, Mondadori, 1996, pp.
510-511). Il corsivo è mio.
Una prima versione del presente saggio è stata presentata al Convegno aati di
Toronto nel novembre
2002. Ringrazio la collega Paula Debnar del Dipartimento di Classics del
Mount Holyoke College per l’aiuto
prestato con l’opera di Polibio e Cristina Gragnani dell’Università
dell’Illinois per le numerose conversazioni in materia di plagi
letterari.
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Ora, per me, non commette plagio chi, appropriandosi
un’invenzione altrui, con la propria
fantasia la ricrei e riesca a darle miglior forma e
maggior vita. L’Ariosto, per esempio, non commise
plagi, prendendo a piene mani la materia
pel suo poema dalla letteratura cavalleresca
francese e dalla italiana; commise però un plagio
quando rifece malamente in un’ottava del Canto
VI il famoso paragone della terzina dantesca: Come d’un tizzo verde che arso sia.
[2]
(Luigi Pirandello)
|
[2]
Luigi Pirandello, Lettera a Pietro Mastri, 8 marzo 1902. Ora
in Interviste a Pirandello, a cura di Ivan Pupo,
prefazione di Nino Borsellino, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, p. 90. La
lettera fu scritta in occasione
della polemica nata intorno a una poesia del Masotto, pubblicata dalla
«Domenica del Corriere» il 5 gennaio
1902. La poesia rivelava affinità non trascurabili con alcuni versi di Pietro
Mastri datati 1895. La rivista
propose ai propri lettori un referendum intorno al concetto di plagio al
quale prese parte anche Pirandello. |
Il 14 novembre 1922 al teatro Quirino di Roma andava in scena per la prima
volta
Vestire gli ignudi, il dramma di Luigi Pirandello in cui è narrata la
patetica storia della
giovane Ersilia Drei e dello scrittore Ludovico Nota.
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Pochi giorni dopo il «Giornale d’Italia»
riceveva una lettera di Adelaide Bernardini
Capuana in cui si accusava Pirandello di avere copiato il soggetto della
commedia da
una novella del celebre (defunto) marito: Il taccuino di Ada. Nella
sua lettera la Bernardini
si spinse fino a suggerire al drammaturgo siciliano il titolo di altri due
lavori
che avrebbero potuto arricchire il suo curriculum: il primo
Spogliare i morti e il secon
do Calunniare i vivi. All’epoca dell’incidente
Pirandello era ormai scrittore e drammaturgo
affermato, non stupisce quindi scoprire che la rivista «Epoca» facesse subito
seguire alla polemica intrapresa dal «Giornale d’Italia» un’appendice in cui
la Bernardini
veniva duramente criticata e tacciata di isterismo.
[3]
Per quanto imbarazzante questo episodio
possa apparire, va ricordato che Pirandello
non era nuovo ad avventure editoriali dello stesso genere. Gli studiosi dello
scrittore
siciliano non avranno certamente dimenticato lo scalpore che contrassegnò
l’uscita del romanzo Suo marito. Il volume fu bloccato da Grazia
Deledda che vi aveva
potuto riconoscere, con sorpresa e indignazione, la propria storia.
[4]
Tuttavia, con le
accuse di Adelaide Bernardini entriamo in una sfera più pericolosa, quella
del prestito
non autorizzato, del plagio, la cui aura negativa circonda diverse opere di
Pirandello.
Il fenomeno non risparmia I vecchi e i giovani, il lungo romanzo
pubblicato, dopo
numerose e tormentate vicissitudini, nel 1913.
[5] |
[3]
Sebbene non sia questo il luogo per uno studio approfondito dei rapporti
fra Pirandello e Capuana,
sarà opportuno ricordare che fu proprio lo scrittore catanese a incoraggiare
il giovane Pirandello a concentrare
i propri sforzi più nell’ambito della narrativa che in quello della poesia.
Per ulteriori particolari sulla vicenda Bernardini Capuana, si veda
Interviste a Pirandello, a cura di Ivan Pupo, cit., pp. 173-176.
[4]
Il Treves, che pure aveva pubblicato diverse opere di Pirandello, decise di
non accettare il romanzo per
lo stesso motivo, come scriverà in una lettera all’autore, «avendo già
rifiutato un altro romanzo dal titolo
Sua moglie perché alludeva “in modo evidente alla moglie di Lei, caro
Pirandello”» (cfr. Elio Providenti,
Carabba contro Pirandello, in Idem, Archeologie pirandelliane,
Catania, Maimone, 1990, p. 125). Il volume uscì presso l’editore fiorentino
Quattrini nel 1911.
[5]
Per una dettagliata analisi della genesi del romanzo si veda Ombretta Frau,
Per un manoscritto dei
Vecchi e i giovani, «Ariel», xviii, 1, gennaio-aprile 2003, pp. 123-151. |
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I vecchi e i giovani, romanzo incentrato sulla vita della famiglia
Laurentano, è ambientato
interamente, se si esclude una breve parentesi romana, nelle campagne intorno
a Girgenti, dominate dalle imponenti rovine della Valle dei templi. La tenuta
di don
Cosmo Laurentano, Valsanìa, modellata sulla residenza estiva dei Pirandello,
Villa
Caos, è uno dei due poli su cui si concentra la narrazione; il secondo è
Colimbetra, la
villa di don Ippolito Laurentano, situata nel cuore della valle.
[6]
L’antica Kolymbetra greca era un bacino
idrico detto anche la Pescheria, le cui
prime notizie si desumono da Diodoro Siculo
[7] e Polibio.
[8] Ancora
oggi gli studiosi si
interrogano sulla sua esatta ubicazione.
[9] La villa del romanzo,
ispirata alla casa di
campagna del suocero Calogero Portolano, dove i Pirandello trascorrevano
talvolta
le vacanze estive, sorge in un luogo non distante dal sito.
Nel romanzo don Ippolito è sovrano
assoluto di Colimbetra, luogo in cui trova
adeguata ispirazione per gli studi archeologici e storici, unica consolazione
della sua
solitaria esistenza. Don Ippolito è in aperta polemica con quei «dottoroni
tedeschi»,
studiosi di archeologia che, «non potendo più con le armi, invadono coi libri
e vengono
a dire spropositi in casa nostra, dove già tanti se ne fanno e se ne dicono».
[10]
Il
completo isolamento del volontario esilio di Colimbetra si sposa
perfettamente con
la dottrina borbonica reazionaria che anima il principe. Il distacco dal
mondo che lo
circonda, l’ideologia conservatrice, anti-garibaldina e velata di
aristocratico disdegno
nei confronti dell’Italia post-unitaria, contribuiscono alla sua patina di
personaggio
fuori moda, solitario e taciturno ma, per questa ragione, più affascinante. A
ciò si aggiungano
– in perfetta armonia – i passatempi privati, il collezionismo e gli studi
archeologici,
fattori che riflettono uno stato d’animo incline alla solitudine, alla fuga
dal
presente. È in questa cornice che Pirandello presenta il principe nel
romanzo, serio e
maestoso, “bellissimo” nella descrizione dell’autore:
Tenendosi con una mano sul mento la barba maestosa, che
serbava tuttavia un ultimo vestigio, quasi un’aria del primo color biondo d’oro, egli, alto,
aitante, bellissimo ancora, non ostanti l’età e la calvizie, si fermava davanti a
questo o a quel monumento, e pareva che con gli occhi ceruli, limpidi sotto le ciglia contratte,
fosse intento a interpretare una iscrizione o le figure simboliche d’un vaso arcaico. Talvolta anche
gestiva o apriva a un lieve sorriso di soddisfazione le labbra perfette, giovanilmente fresche, se gli
pareva d’aver trovato un argomento decisivo, vittorioso, contro i precedenti topografi.
[11] |
[6]
In due foglietti autografi conservati alla Houghton Library di Harvard
contenenti la traccia del romanzo
Colimbetra è chiamata alternativamente Limprici o Limbrici. Non si tratta di
un toponimo locale,
ma di un nome abbastanza diffuso nell’agrigentino del quale, nella versione
definitiva, non rimane traccia.
Per ulteriori dettagli si veda il già citato studio Per un manoscritto dei
Vecchi e i giovani.
[7]
Biblioteca storica, lib.
XI, cap. XXV.
[8]
Storie, lib.
IX, cap. XXVII.
[9]
Scrive uno dei più autorevoli studiosi in materia, Julius Schubring: «Senza
esitare io credo che questa
Colimbetra la si debba mettere al lato sud-ovest della città: poiché qui
trovasi il punto più profondo del breve
altipiano il quale pende tutto verso questo luogo, qui sboccano parecchi
canali e questo luogo può altresì
con ragione essere indicato siccome giacente “fuori di città”». (Julius
Schubring, Topografia storica di Agrigento,
tr. Guglielmo Toniazzo, Torino, Loescher, 1887, p. 121). Cfr. inoltre Pietro
Griffo, Akragas-Agrigento, Agrigento, Legambiente, s.d., pp. 134-135.
[10]
Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
a cura di Giovanni Macchia, Mario Costanzo, Milano, Mondadori, 1973,
p. 101.
[11]
Ivi, p. 95.
L’aristocratico ritratto ricorda, nel tono, l’autoritratto
alfieriano: «bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono; / giusto
naso, bel labro, e denti eletti; / pallido in volto, più che un re
sul trono». |
L’esistenza del principe – barricato nel suo feudo difeso da un manipolo di
soldati in
divisa borbonica guidati dal grottesco Capitan Sciaralla – non viene mai
messa in ridicolo
dal narratore. La tagliente ironia nei confronti di ciò che egli rappresenta
– un
mondo in decadenza, il tramonto di una feudalità secolare davanti all’ormai
inarrestabile
ascesa della nuova classe borghese nella Sicilia post-unitaria – viene
interamente
riservata ad un personaggio a lui molto vicino, Sciaralla. Quest’ultimo, un
«fantoccio in calzoni rossi e cappotto turchino», apre il romanzo facendosi
strada in
un pantano di pioggia e fango, chiara metafora di una società corrotta.
Pensieroso e
preoccupato, in groppa alla giumenta Titina, Sciaralla non può far altro che
subire gli
attacchi del suo padrone, di Mauro Mortara, dei contadini e di quanti altri
vogliano
beffarsi di lui e della sua divisa.
|
La lettura del Taccuino di Harvard
[12]
e di altri manoscritti ha dimostrato che entrambi
i personaggi, il principe e il suo luogotenente, erano vivi nella mente (e
sulla pagina)
del loro creatore diversi anni prima della presunta data di stesura del
romanzo,
[13]
e di
sicuro già nell’estate del 1900, trascorsa nella villa del Portolano.
[14]
Nella villa solitaria don Ippolito
raccoglie reperti archeologici di inestimabile valore
e le sue giornate trascorrono dedicate allo studio dell’antica Akragas. Al
tempo
della vicenda egli è immerso in una questione fra le più spinose nella storia
della città:
il problema dell’ubicazione dell’acropoli greca.
[15]
In quegli anni la
controversia vedeva
due schieramenti principali: da una parte gli studiosi guidati dal tedesco
Julius
Schubring sostenevano che il luogo sacro andasse cercato in corrispondenza
del colle
dove sorge la città odierna, dall’altra invece un altro schieramento, che
includeva i
siciliani Gabriello Dara e Salvatore Bonfiglio, la volevano – così come don
Ippolito –
sulla vicina Rupe Atenea.
|
[12]
Luigi Pirandello, Taccuino di Harvard, a cura di Ombretta Frau,
Cristina Gragnani, Milano, Mondadori, 2002.
[13]
Nel Taccuino di Harvard la presenza di Sciaralla è registrata a cc.
53v e 60r. Don Ippolito compare a
cc. 33r e 53v. Per la datazione del romanzo si veda, inoltre,
Ombretta Frau, Per un manoscritto dei Vecchi e i
giovani, cit.
[14]
Cfr. Renata Marsili Antonetti, Luigi Pirandello intimo, Roma,
Gangemi, 1998, p. 175.
[15]
Cfr. Pietro Griffo, Akragas-Agrigento,
cit., pp. 219-221.
|
Apparirà superfluo sottolineare che la
stesura di un romanzo in cui il contenuto storico
ha grande rilevanza implica una profonda conoscenza della materia da parte
dell’autore.
I vecchi e i giovani non fanno eccezione: le vicende post-unitarie unite
alla storia
dell’antica città costituiscono la spina dorsale dell’opera, uno sfondo
storico che
entra prepotentemente negli avvenimenti narrati e che ha senza dubbio
richiesto uno
sforzo notevole da parte di Pirandello. Tuttavia si resta interdetti davanti
a metodi di ricerca
non sempre ortodossi, metodi che comunque non stupiranno gli addetti ai
lavori.
|
Pirandello, lo ricordiamo ancora una
volta, non era sicuramente nuovo a situazioni controverse da questo punto di
vista. Notissimi sono infatti i casi di appropriazione indebita studiati da
Gösta Andersson per il saggio giovanile Arte e coscienza d’oggi,
pubblicato nel 1893.
[16]
Lo studioso scandinavo ha potuto rilevare un numero di coincidenze testuali con
l’opera di Max Nordau, Entartung (1892). I prestiti si concentrano in una
sezione in particolare, in cui Pirandello si scaglia con singolare veemenza
contro il decadentismo. Il dettaglio che ha innescato il meccanismo del sospetto
nella mente di Andersson è lo stile del passo in questione:
La forma di riassunto panoramico e la insolita frequenza di sostantivi astratti
[…] svegliarono in noi il pensiero che il testo fosse ispirato a qualche
trattazione di più vaste proporzioni. Lunghe addizioni concettuali di questo
tipo sono molto rare anche nelle prose teoriche e critiche di Pirandello che
perfino in tali testi si curava di dare forma viva e spesso immaginosa ai suoi
pensieri.
[17]
In maniera non dissimile, nel saggio più tardo Scienza e critica estetica
(1900), Andersson
ha potuto constatare numerosi prestiti da Les altérations de la
personnalité di Alfred
Binet (1892). Ma il caso forse più clamoroso di appropriazione indebita da
parte
dello scrittore agrigentino proviene dall’opera di Gabriel Séailles. La
notizia ci viene
ancora una volta dall’Andersson, il quale usa estrema cautela ed è attento a
non formulare
accuse, sebbene ritenga opportuno sottolineare più di una volta che «egli
[Pirandello]
non ha dato nessuna indicazione, nella normale forma della citazione, dei
brani a cui si riferiscono i suggerimenti da lui ricevuti».
[18]
È stata Beatrice Stasi a notare che in
un componimento dal titolo Uccello di mare,
pubblicato da un giovanissimo Pirandello nella «Repubblica letteraria» di
Palermo nel
1884, «l’intarsio leopardiano sembra lasciare ben poco margine alla
creatività espressiva
dell’apprendista scrittore, fra gli echi del Passero solitario, dell’Infinito
o del Canto
notturno».
[19]
La studiosa analizza anche il
caso di una delle fonti dell’Umorismo, rintracciate
in una conferenza di Enrico Panzacchi «letta a Recanati nel corso dei
festeggiamenti
del 1898» e poi pubblicata nello stesso anno.
[20] Solo due anni più
tardi, in uno
scritto sullo stesso argomento dal titolo Leopardi cieco,
[21]
Pirandello cita la conferenza
del Panzacchi come sua fonte mentre nelle pagine dell’Umorismo la
omette del tutto.
Stasi parla di «coincidenza letterale»
[22] e «occultamento della
fonte»,
[23] ma non esprime
giudizi nei confronti dell’operato di Pirandello se non per sottolineare come
da «una
rilettura delle pagine in questione [dell’Umorismo], alla luce di
questa fonte ‘inedita’,
emerge una moltiplicazione davvero notevole dei punti di vista leopardiani
citati in
modo esplicito o chiamati in causa indirettamente».
[24]
Per quanto riguarda I vecchi e i
giovani, già nel 1963 Pieter de Meijer
[25] aveva notato
che la sezione storico-politica del romanzo, in cui lo scrittore si sofferma
sulla rivolta
dei fasci siciliani, è fortemente indebitata con lo studio fondamentale di
Napoleone
Colajanni, Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause.
[26] Il
Colajanni aveva dato alle stampe
il suo volume proprio in quel 1894 che, come ho dimostrato nel già citato
saggio Per
un manoscritto dei Vecchi e i giovani, si è
rivelato anno di svolta per l’ideazione del
romanzo. Non è difficile indovinare che, sotto le spoglie del deputato
repubblicano
Spiridione Covazza, Pirandello nasconde proprio Napoleone Colajanni. Covazza
è
protagonista della drammatica scena che vede i dirigenti dei fasci riuniti
nella residenza
romana di Landino Laurentano. Questo episodio era già stato abbozzato nella
traccia del romanzo conservata alla Houghton Library di Harvard: «Landino di
Colimbetra si determina all’azione. Gli amici a casa: riunione e discussione
– per la
rivoluzione».
[27]
|
[16]
Di ‘furti pirandelliani’ si è occupato Claudio Vicentini: I furti di
Pirandello, in Ars dramatica. Studi sulla
poetica di Luigi Pirandello, Atti del Simposio Internazionale sul teatro
pirandelliano, Boston College, 27-29 ottobre
1994, a cura di Rena Lamparska, New York, Peter Lang, 1996, pp. 43-54.
Sullo stesso argomento si vedano
inoltre Pietro Milone, L’Umorismo nel “Guardaroba dell’eloquenza”, in
I libri in maschera. Luigi Pirandello e le
biblioteche, Roma, De Luca, 1996, pp. 95-119; Paola Casella, Strumenti
di filologia pirandelliana, Ravenna,
Longo, 1997 e Pino Mensi, La lezione di Pirandello, Firenze, Le
Monnier, 1974..
[17]
Gösta Andersson, Arte e teoria. Studi sulla poetica del giovane Luigi
Pirandello, Stockholm, Almqvist &
Wiksell, 1966, p. 93.
[18]
Ivi, p. 142.
[19]
Beatrice Stasi,
Tramandi leopardiani, in Eadem,
Apologie della letteratura. Leopardi tra De
Roberto e
Pirandello, Bologna, Il Mulino, 1995, p. 195.
[20]
Beatrice Stasi, Una fonte dell’Umorismo: la conferenza
leopardiana di Enrico Panzacchi, in Eadem, op. cit., pp.
267-273.
[21]
Pubblicato sulla «Roma letteraria» il 10 febbraio 1900.
[22]
Beatrice Stasi,
Una fonte dell’Umorismo: la conferenza
leopardiana di Enrico Panzacchi, cit., p. 267.
[23]
Ivi, p. 273.
[24]
Ivi, p. 273.
[25]
Pieter de Meijer,
Una fonte de I vecchi e i giovani, «Rassegna della letteratura italiana»,
67, 1963, pp. 481-492.
[26]
Napoleone Colajanni,
Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause,
prefazione di Mario Rapisardi,
Palermo, Sandron, 1894. Si veda inoltre lo studio di Elio Providenti,
Pirandello impolitico: dal radicalismo
al fascismo, Roma, Salerno, 2000.
[27]
Luigi Pirandello,
Foglietto autografo, Houghton Library, Harvard University, Cambridge, Mass.
Cfr.
Ombretta Frau, Per un manoscritto dei Vecchi e i giovani, cit. |
Torniamo al volume del Colajanni. Il de
Meijer ha individuato un numero consistente
di passi incriminati. Uno in particolare merita la nostra attenzione: il
resoconto
dei tumulti del 1893 e della tragica insurrezione di Santa Caterina
Villarmosa. Nel
romanzo di Pirandello la descrizione delle vittime del tumulto, a cui Lando
Laurentano
e Lino Apes rendono omaggio nel cimitero del paese, è resa particolarmente
cruenta dal ritratto di una di esse, una bambina. Leggiamo dai Vecchi e i
giovani:
Dopo altre e altre casse di nudo abete, misere, una ve
n’era, foderata di chiara stoffa celeste, piccola, cosí piccola, che a Lando sorse, nel dubbio,
la speranza che almeno quella non fosse della strage. Guardò il custode che vi si era
affissato, e dal modo con cui la mirava comprese che, sí, anche quella… anche quella… Glielo domandò e
il custode, dopo avere un po’ tentennato il capo, rispose: Una “’nnuccenti… (Una fanciullina).” “Si può vederla?” Lino Apes, rivoltato e su le spine, si ribellò: “No, lascia, via, Lando! Non vedi? La cassa è
inchiodata…” “Oh, per questo…” fece il custode, togliendo di tasca
un ferruzzo. “Devo schiodarla per il giudice istruttore. Ci vuol poco…” E si chinò a schiodare il lieve coperchio, con cura per
la gentilezza di quella stoffa celeste. I chiodi si staccavano docili dal legno molle, a ogni
spinta. Scoperchiata la piccola bara, vi apparve dentro la fanciullina non ancora irrigidita
dalla morte, ancora rosea in viso, con la testina ricciuta, un po’ volta da un lato, e le braccia
distese lungo i fianchi. Ma la boccuccia rossa era coperta di bava e dal nasino le colava una
schiuma sanguigna, gorgogliante ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del
respiro. “Ma è viva!” esclamò Lando, con raccapriccio. Il custode sorrise amaramente: “Viva?” e ripose il coperchio. La avrebbe fatta andar via ancora viva quella mamma che
cosí l’aveva pettinata e acconciata, che con tanto amore aveva adornato di quella chiara
stoffa celeste la piccola bara?
[28]
[28]
Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
cit., pp. 472-473.
|
Nella scena non possiamo non sentire l’eco della morte di Cecilia nei
Promessi sposi.
[29]
La critica
[30]
l’ha infatti presa ad esempio dei tanti richiami testuali del romanzo
pirandelliano col capolavoro manzoniano. Tuttavia mi sembra essenziale notare
che la pagina di Pirandello non deriva direttamente dal Manzoni, bensì, come
rileva il de Meijer (il quale, va precisato, non coglie l’influsso manzoniano)
si tratta di una trascrizione quasi testuale, ma purgata dei toni eccessivamente
melodrammatici, dal volume del Colajanni:
Dopo altre casse, fatte di tavole bianche, ce
n’era una, piccola, foderata di roba celeste; povera roba ma immacolata. // Io
volli vedere l’innocente piccola vittima che forse non aveva nemmeno gridato! E
pregai il custode di schiodare la cassa. // La bambina era grande per i suoi
nove anni. Giaceva con la testina un po’ volta da un lato e le braccia distese
lungo i fianchi. Non aveva ancora la rigidità della morte e la sua faccia era
rossa, e sulla bocca, coperta di bava, colava dal naso una schiuma sanguigna che
gorgogliava ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del respiro.
// Ma è viva!- esclamai. // Il custode sorrise. // – Viva? … e ripose il
coperchio. // Oh era morta davvero, povera bambina ricciuta! Era morta davvero,
misera madre derelitta, ora! Povera madre straziata che nella disperazione della
sua pena ebbe pure la forza di rivestire il cadavere della sua creatura; di
chiudere gli occhi alla sua bimba morta; di foderare di roba celeste la cassa
nella quale dovevano chiudere, per sempre, la figlia sua uccisa; nella quale
dovevano portarle via, per sempre, la figlia sua perduta.
[31]
In questo curioso e apparentemente interminabile gioco di rimandi sarà inoltre
necessario notare che in realtà l’autore della pagina non è il Colajanni. Questi
ci informa che si tratta infatti di «una lunga citazione da un articolo del
giornalista Salemi apparso su “Il Siciliano” del 9-10 gennaio 1894».
[32]
Non sorprenderà la catena di rimandi che ha inizio col Salemi e termina coi
Vecchi e i giovani, e che ha come archetipo una fra le pagine più celebri
della letteratura italiana. Tuttavia, a differenza del Colajanni, che cita
puntualmente la sua fonte, Pirandello, come farà in altri luoghi del romanzo,
non fornisce nessuna indicazione che possa indicare l’origine del passo.
[33]
|
[29]
Riporto, qui di seguito, il testo del Manzoni: «Scendeva dalla soglia
d’uno di quegli usci, e veniva verso
il convoglio, una donna, […] Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni,
morta; ma tutta ben
accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo,
come se quelle mani l’avessero adornata
per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a
giacere, ma sorretta, a sedere
sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se
non che una manina bianca a
guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il
capo posava sull’omero della
madre, con un abbandono più forte del sonno […] Un turpe monatto andò per
levarle la bambina dalle braccia,
con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma
quella, tirandosi indietro,
senza però mostrare sdegno né disprezzo, “no!” disse: “non me la toccate per
ora; devo metterla io su quel
carro: prendete”. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la
lasciò cadere in quella che il monatto
le tese. Poi continuò: “promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di
lasciar che altri ardisca di
farlo, e di metterla sotto terra così”. Il monatto si mise una mano al petto;
e poi, tutto premuroso, e quasi
ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per
l’inaspettata ricompensa,
s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina». Alessandro
Manzoni, I promessi sposi,
cap. xxxiv, Milano, Garzanti, p. 481.
[30]
Cfr. Franco Zangrilli, Pirandello e i classici: da Euripide a
Verga, Firenze, Cadmo, 1995, p. 119.
[31]
Cfr. Pieter de Meijer, Una fonte de I vecchi e i giovani,
cit., pp. 491-492.
[32]
Ivi, p. 490.
[33]
Nel Taccuino di Harvard è stato possibile riscontrare un caso
simile di derivazione filtrata per la lirica
Al lago, la cui composizione fu ispirata a Pirandello dal romanzo Il
riscatto di Arturo Graf («Nuova Antologia
», aprile-luglio 1900). Cito dal Taccuino: «Dietro alla rievocazione
del laghetto alpestre del Graf, d’altra
parte, traspare un altro testo, già individuato da Gilda Ottonello come fonte
per il componimento Al lago.
Si tratta della lirica baudelairiana Incompatibilité, in Poésies de
jeunesse et reliques, vv. 25-28: «Et lorsque par
hasard une nuée errante / Assombrit dans son vol le lac silencieux, / On
croirait voir la robe ou l’ombre
transparente / D’un esprit qui voyage et passe dans les cieux». Nel caso
specifico la diretta derivazione del
testo pirandelliano dal Riscatto è prova sicura dell’influenza del
poeta francese non già direttamente su
Pirandello, bensì in primo luogo su Graf» (Ombretta Frau, Cristina Gragnani,
Saggio introduttivo al
Taccuino di Harvard, cit., pp. XLII-XLIII). |
Forse proprio a causa della tormentata
vicenda compositiva del romanzo Pirandello
sembra essersi affidato, qui più che altrove, ad altri per la stesura di
alcune sezioni
del suo lavoro. In particolare, recenti sopralluoghi in biblioteche italiane
e nordamericane
mi hanno consentito di riportare alla luce prestiti impropri da tre studiosi
di antichità agrigentine.
|
Le pagine dei Vecchi e i giovani
in cui don Ippolito dà sfoggio di erudizione, in aperta
polemica con altri studiosi, sono state estratte dall’Akropoli Akragantina
di Salvatore
Bonfiglio pubblicata dal Montes di Girgenti nel 1897 e dalla Topografia
storica di Akragante
dello Schubring, data alle stampe in lingua originale nel 1870 e tradotta in
italiano dal Toniazzi nel 1887.
[34]
Ad essi si aggiunge la forte
parentela del romanzo con
un articolo di un erudito locale, Salvatore Raccuglia, uscito sulle pagine
della rivista
da lui diretta, «Akragas», nello stesso numero in cui Pirandello è annunciato
fra i nuovi
abbonati.
[35]
Procediamo con ordine. Nel romanzo il
principe Laurentano è presentato come
intento a comporre una nuova opera in cui «attendeva ora a tracciare, […], la
topografia
storica dell’antichissima città, col sussidio delle
lunghe minuziose investigazioni
sui luoghi, giacché la sua Colimbètra si estendeva appunto dov’era prima il
cuore
della greca Akragante».
[36] Pirandello riprende l’esatto titolo del
saggio dello Schubring
(La topografia storica di Akragante) segno di indubbia familiarità con
l’opera in questione.
È inoltre interessante rilevare che anche Salvatore Bonfiglio, autore dell’Akropoli
Akragantina, nella prefazione alla stessa si augura
di poter portare presto a termine
un lavoro simile. Scrive il Bonfiglio: «Quale che sia questo mio lavoretto,
spero
potrà contribuire in qualche modo alla compilazione di quell’opera
Topografia Storica
Archeologica Illustrata, augurata dallo stesso
Toniazzo e che Akragante, più delle altre
città della Magna Grecia, meriterebbe di possedere».
[37]
|
[34]
Torino, Loescher, 1887.
[35]
Salvatore Raccuglia, L’Akragas e l’Ypsas. Note di topografia
agrigentina (parte III), «Akragas», ii, 2, i, febbraio 1913.
[36]
Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
cit., p. 94. Il corsivo è mio.
[37]
Salvatore Bonfiglio, Su l’Akropoli Akragantina,
cit., p. 5. |
La scelta di un titolo simile potrebbe
apparire casuale, ma se torniamo un attimo
all’ubicazione della tenuta del principe troviamo sicura conferma di prestito
illegittimo
dallo studio dello Schubring.
La precisione e l’autorevolezza delle
indicazioni fornite da Pirandello nel romanzo,
come vedremo fra poco, fungono da spia e invitano alla ricerca di una fonte
che
ho potuto ritrovare nel volume dello studioso tedesco. Durante la sua
perlustrazione
dei luoghi, lo Schubring cercò infatti di ricostruire passo per passo il
perimetro delle
mura della città antica e ne offrì una dettagliata descrizione nella
Topografia. Nel
capitolo sullo stabilimento greco della città antica, avendo osservato che
tra la Porta
Aurea e l’Abbadia Bassa la cinta muraria presentava un’interruzione,
Schubring
osservava: «Qui il giro della roccia è interrotto da una larga apertura. Gli
Acragantini
in questo luogo, cento anni dopo la fondazione della loro città, formarono un
gran
bacino d’acqua, la cosidetta Colimbetra, che si estendeva fino all’Ipsas, e
la cui diga
concorreva col fiume alla fortificazione del luogo».
[38]
[38]
Julius Schubring, Topografia storica di Agrigento,
cit., p. 60.
Vediamo la pagina dei Vecchi e i
giovani:
L’antica famosa Colimbètra akragantina era veramente
molto più giù, nel punto più basso del pianoro, dove tre vallette si uniscono e le rocce si
dividono e la linea dell’aspro ciglione, su cui sorgono i Tempii, è interrotta da una larga apertura.
In quel luogo, ora detto dell’Abbadia bassa, gli Akragantini,
cento anni dopo la fondazione della
loro città, avevano formato la pescheria, gran bacino d’acqua che si estendeva fino all’Hypsas e
la cui diga concorreva col fiume alla fortificazione della città.
[39]
[39] Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
cit., p. 94.
La parentela del passo con la pagina di Schubring è evidente e non ha bisogno
di
commento se non per un piccolo particolare che riguarda la grafia del fiume:
Hypsas
scrive Pirandello e Ipsas invece lo Schubring. Un semplice controllo
delle varianti dei
Vecchi e i giovani rivela che Ipsas era in realtà la grafia della
prima versione del romanzo,
solo in seguito mutata in Hypsas.
Come già sappiamo, don Ippolito è
inoltre immerso nel dibattito che riguarda
l’esatta collocazione dell’acropoli agrigentina, questione che lo impegna
anche di domenica,
come spiega al suo ospite, don Lagàipa. Sebbene questo non sia il luogo per
cimentarsi in approfonditi argomenti archeologici, sarà tuttavia necessario,
per maggiore
chiarezza, ricordare ancora una volta i punti essenziali del dibattito.
Secondo
lo Schubring, che si rifà agli scrittori antichi, l’acropoli si trovava nel
sito della Gir
genti di Pirandello. Altri studiosi, alcuni di scuola siciliana, ai quali si
unisce don Ippolito,
sostengono invece che essa era da collocarsi sull’adiacente Rupe Atenea. Dal
momento che nell’Acropoli erano due magnifici templi dedicati a Giove
Atabirio e
Atena, di cui non si è reperita alcuna traccia negli scavi fatti sulla vicina
Rupe, lo Schubring
conclude che i due templi dovevano essere stati costruiti non sulla Rupe
bensì
sulla collina di Girgenti dove in seguito si estese la città medievale. Tale
opinione verrebbe
rafforzata dai resti ritrovati sul colle di Girgenti, in particolare nelle
fondamenta
della Chiesa di Santa Maria de’ Greci che conservano tracce ancora oggi
visibili
di un imponente tempio risalente al V secolo a.C.
|
La cattedrale di Agrigento,
maestoso edificio sul punto più alto della città, potrebbe essere invece
sorta sulle fondamenta
di un altro tempio, probabilmente dedicato a Giove Atabirio (noto anche
come Polieo).
[40]
La questione prende avvio dalle
testimonianze degli antichi storici, in particolare
da un passo di Polibio. Don Ippolito ha formato la sua opinione, di cui è
convintissimo,
come segue:
– Questa, è vero? la collina akrea, – disse. – Quella
lassù, la nostra famosa Rupe Atenèa. Bene. Polibio dice: “La parte alta (l’arce, la così
detta acropoli, insomma) sovrasta la città, noti bene!,
in corrispondenza a gli orienti estivi.”
Ora, dica un po’ lei: donde sorge il sole, d’estate? Forse dal colle dove sta Girgenti? No! Sorge di là, dalla Rupe. E
dunque lassù, se mai, era l’Acropoli, e non sull’odierna Girgenti, come vogliono questi
dottoroni tedeschi. Il colle di Girgenti restava oltre il perimetro delle antiche mura. Lo dimostrerò…
lo dimostrerò! Mettano lassù Camìco…
[41]
la reggia
di Còcale… Omfàce… quello che vogliono… l’Acropoli, no.
[42]
|
[40]
Si noti inoltre che anche il cosidetto Tempio della Concordia era stato –
e ciò ha indubbiamente
contribuito al suo ottimo stato di conservazione – trasformato in chiesa
cristiana nel vi secolo. A questo
proposito scrive Griffo: «Essa [la chiesa] fu intitolata a San Gregorio detto
“delle Rape” da deformazione
della voce araba Raps, cioè uno dei due idoli che il vescovo – a dire
delle fonti – aveva scacciati dal vecchio
tempio». (Akragas-Agrigento, cit., p. 83n).
[41]
A questo proposito scrive Giuseppe Picone: «La città di Camico dunque
sorgeva nell’agro acragantino,
ed altre città sicane venivano fondate in questi dintorni, […]. Egli è orrore
storico, in cui urtarono parecchi
scrittori delle cose siciliane, il ritenere, che Camico sia stata sulla Rupe,
ove sorge Girgenti». (Memorie
storiche agrigentine, Girgenti, Montes, 1866, pp. 5-6). Cfr. anche
Salvatore Bonfiglio, op. cit., p. 15n.
[42]
Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
cit., p. 100. |
Negli anni in cui Pirandello stendeva il suo romanzo, il dominio germanico
negli studi
di archeologia classica era assoluto. Non stupisce dunque il riscontro, negli
scrittori
locali, di frequenti note polemiche nei confronti dei colleghi tedeschi. Lo
studio di
Salvatore Bonfiglio, di cui Pirandello possedeva una copia ancora oggi
consultabile
presso l’Istituto di Studi Pirandelliani di Roma, rivela una pagina in cui
l’autore riesce
solo a stento a contenere il suo livore nei confronti dello Schubring:
|
Non ci meraviglia più, in verità, che uno storico come
il Freeman, dopo quello che ne pensarono Politi, Picone e Dara agrigentini, abbia, pur avendo
visitato i luoghi, senza disamina abbracciato la opinione dello Schubring. Imperocché, come spesso
suole accadere, il preconcetto, il quale guasta le buone opere, qui ha distratto il
senso spontaneo, naturale del pensiero di Polibio.
[43]
La lettura dell’articolo del Bonfiglio dimostra inoltre che Pirandello, per
l’invettiva di
don Ippolito, ha attinto dalla traduzione di Polibio fatta dallo stesso
Bonfiglio, il quale
ha tradotto come segue: «[…] La parte alta sta sopra la città in
corrispondenza agli
orienti estivi; […]».
[44]
Rileggiamo le parole di don Ippolito: «La
parte alta (l’arce, la così detta acropoli, insomma)
sovrasta la città, noti bene!, in corrispondenza a gli orienti estivi».
[45]
In altre parole, durante l’animata
conversazione col Lagàipa, don Ippolito cita non
altro che la traduzione fatta dal Bonfiglio. Ma le sorprese non finiscono
qui. Poche pagine
più avanti, Bonfiglio scrive: «[…] E di fatto, a chi guarda, durante tale
stagione,
dalla città antica il sole nascente pare che balzi da dietro la cresta fra la
Rupe e S. Biagio.
Da ciò l’uso in plurale […] “verso gli orienti estivi”».
[46]
Nella stessa pagina don Ippolito
afferma: «Ora, dica un po’ lei: donde sorge il sole,
d’estate? Forse dal colle dove sta Girgenti? No! Sorge di là, dalla Rupe. E
dunque lassù,
se mai, era l’Acropoli, e non sull’odierna Girgenti, come vogliono questi
dottoroni
tedeschi».
[47]
Da parte sua, Schubring si oppone
risolutamente a quanti volevano porre l’acropoli
sulla Rupe Atenea:
La Rupe Atenea nell’antichità non ebbe importanza di
sorta, e qui dev’essere posta fuori di questione, fatta eccezione per una cosa di fatto, che
m’affretto di esporre. Se si obietta che Polibio col suo accenno a nord-est per l’appunto volesse
indicare detta Rupe, noi rispondiamo: o cadde egli in errore, o nel testo devesi correggere
cioè si deve fare di nord-est nord-ovest.
[48]
|
[43]
Salvatore Bonfiglio, Su l’Akropoli Akragantina, cit., p. 34. Gli
studiosi citati sono Edward Augustus
Freeman (The History of Sicily from the Earliest Times, Oxford, The
Clarendon Press, 1891); Raffaello Politi,
(Guida di Girgenti); Giuseppe Picone, autore delle celebri Memorie
storiche agrigentine citate, e Gabriello Dara
(Sulla topografia d’Agrigento del Prof. Cavallari, 1883).
[44]
Salvatore Bonfiglio, Su l’Akropoli Akragantina,
cit., p. 29.
[45]
Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
cit., p. 100. Il corsivo è dell’originale.
[46]
Salvatore Bonfiglio, Su l’Akropoli Akragantina,
cit., p. 35.
[47] Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
cit., p. 100.
[48]
Julius Schubring, Topografia storica di Agrigento,
cit., p. 75. |
È lecito immaginare che Pirandello, entrambi i testi aperti sullo scrittoio,
abbia
provato un certo piacere a cogliere il cavillo polemico su cui si appuntano
le ire del
Bonfiglio per creare una gustosa scena che ha come vittima inconsapevole di
don
Ippolito il povero don Illuminato Lagàipa:
Io, guardi, in questo momento ho contro me un esercito
di eruditi tedeschi; di topografi; di storici antichi e nuovi, d’ogni nazione; la tradizione
popolare; eppure non mi do per vinto. Il campo di battaglia è qua. Qua li aspetto! Gli mostrò il
libro, picchiando con le nocche delle dita su la pagina, e soggiunse: – Come tradurrebbe lei queste parole: kat'autàs tàs
derinàs anatolàs˜? Investito da quei quattro às, às, às,
às, come da quattro schiaffi improvvisi, il povero don Illuminato Lagàipa restò quasi basito.
[49]
[49] Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
cit., p. 99.
Come abbiamo avuto modo di verificare, Pirandello dimostra maestria nell’uso
delle
sue fonti. Ciò che può sconcertare il lettore moderno è l’arrivare a
constatare che tutto
il sapere del principe è stato filtrato dalla lettura di testi di studiosi
locali e stranieri,
ai quali non viene tuttavia offerto il dovuto riconoscimento. Genio del gioco
a in
castro, Pirandello ha saputo amalgamare le loro parole nel tessuto narrativo
dei Vecchi
e i giovani in maniera efficace. Ulteriore conferma
di ciò ci viene dalla lettura di uno
dei passi più suggestivi del romanzo in cui un infervorato don Ippolito narra
il lungo
assedio cartaginese di Akragas nel 480 a.C.:
[…] lì, sublime vendetta e sacrario soltanto, non
acropoli, sacrario dei numi protettori Gellia ascese, fremebondo d’ira e di sdegno, al tempio della
diva Athena, dedicato anche a Giove Atabirio. E vi appiccò il fuoco per impedirne la profanazione.
Dopo otto mesi d’assedio, stremati dalla fame, gli Akragantini, cacciati dal terrore e
dalla morte, abbandonano vecchi, fanciulli e infermi e fuggono, protetti dal siracusano Dafnèo, da
porta Gela. Gli ottocento Campani si sono ritirati dal colle; il vile Desippo s’è messo
in salvo; ogni resistenza è ormai inutile. Solo Gellia non fugge! Spera d’avere incolume la vita mercè
la fede, e si riduce al santuario d’Athena. Smantellate le mura, ruinati i meravigliosi
edifizii, brucia qua sotto la città intera; e lui dall’alto, mirando l’incendio spaventoso che
innalza una funerea cortina di fiamme e di fumo sulla vista del mare, vuol ardere nel fuoco della Dea.
[50]
[50]
Ivi, pp. 100-101.
L’appassionato racconto del principe è stato interamente estratto dalle
pagine del
Bonfiglio:
Dopo otto mesi di assedio, stremati dalla fame gli
Akragantini, cacciati dal terrore e dalla morte, abbandonano vecchi ed infermi al più efferato nemico e
fuggono, protetti dal siracusano Dafneo, da porta Gela. Gli ottocento Campani si erano
ritirati dal colle, il vile Desippo erasi messo in salvo; ogni resistenza era ormai inutile.
Nessuno pensa, nel momento supremo, all’Akropoli, come a un luogo di difesa. Solo Gellia non fugge; spera
d’avere incolume la vita mercè la religione e si riduce al santuario di Minerva.
Smantellate le mura, ruinati gli edifizii, brucia la città intera, e Gellia, disperando al mirare
l’incendio dei templi cittadini, volle ardere tra le fiamme di Atena.
[51]
[51] Salvatore Bonfiglio, Su l’Akropoli Akragantina,
cit., pp. 50-51.
Un confronto fra i due passi induce a pensare che il tono melodrammatico del
Bonfiglio
abbia spinto Pirandello ad impossessarsi integralmente della sua pagina e di
farla
declamare dall’affascinante principe in un raro momento appassionato.
Lo studio delle antichità, oltre a
essere un passatempo erudito, permette al Laurentano
di evadere dallo squallore opprimente del suo matrimonio – fallito fin dal
primo
momento – con Adelaide Salvo. Le nozze avrebbero dovuto suggellare
l’improbabile
unione fra l’aristocrazia conservatrice e la nuova borghesia commerciale.
Inutile dire che le differenze fra i due sono troppo profonde per permettere
un rapporto
duraturo. Nel romanzo assistiamo all’irritazione sempre crescente di donna
Adelaide umiliata e ferita da un marito che la tiene prigioniera in un luogo
isolato. Le
cose precipiteranno nel momento in cui la giunonica signora si deciderà alla
scandalosa
e grottesca fuga col deputato Ignazio Capolino. A seguito di questi
avvenimenti
a don Ippolito «come in tante altre occasioni bisognoso di conforto», non
resta che
trovare rifugio «nel culto delle antiche memorie».
In queste pagine dense di avvenimenti,
Pirandello paga un tributo – seppure non
riconosciuto – al suo concittadino Salvatore Raccuglia, direttore di «Akragas»,
periodico
di storia e folklore agrigentino tramontato – dopo solo due anni di vita –
nel 1913,
anno dell’uscita del romanzo. Dal numero del i febbraio Pirandello ha
estratto i passi
riguardanti la controversia intorno alla collocazione dell’emporio
dell’antica Akra
gas, la cui storia è legata alla leggenda del trasferimento del corpo della
martire Agrippina
da parte di tre vergini, Bassa, Paola e Agatonica.
A differenza dei due casi visti in
precedenza, in questa occasione Pirandello, piuttosto
che estrarre integralmente dal testo del Raccuglia il materiale di cui si
sarebbe
servito per il suo romanzo, opta per un elaborato collage. Una lettura
parallela dei
Vecchi e i giovani e della sua fonte consente di evidenziare le modifiche
compiute dal
nostro scrittore rispetto al testo originale e la resa artistica del
resoconto dei dati storici,
la trasformazione da scrittura scientifica a prosa di romanzo. Si tratta di
tre lunghi
passaggi il primo dei quali riguarda l’ubicazione dell’emporio akragantino
sulla
costa non lontana dalla moderna Agrigento. Lo stile di Pirandello è più
ellittico di
quello del Raccuglia. Lo scrittore riesce, in alcuni casi, a condensare in
poche righe
le lunghe riflessioni dello storico inserendo a più riprese incisi in
discorso indiretto libero
atti a rivelare lo stato d’animo del principe durante la sua visita ai luoghi
(«Ora,
qual era l’insenatura piú vicina ad Akragante?»; «[don Ippolito] era lieto e
soddisfatto
di una pagina che aveva trovato modo d’inserire nell’arida discussione
topografica
»; «Ne sorgeva forse qualcuno presso la foce dell’Hypsas? No»). Leggiamo qui
di
seguito:
L’Akragas e l’Ypsas.
Note di topografia agrigentina
[…] l’emporio agrigentino di quei tempi, invece che a
San Leo, era nella cala della Junca, tra Punta Bianca e punta del Piliere. Coloro che sanno come
Atene avesse sin dai tempi antichi il suo porto al Pireo, come Megara Attica lo avesse al
Niseo, come Megara Sicula lo avesse al Xiphonio, ecc. non si meraviglieranno di trovare nei
bassi tempi a Punta Bianca il porto od Emporio di Agrigento: le vecchie città che non erano
poste proprio sul mare, cercavano il loro porto nella insenatura più vicina, il riparo che essa
offriva alle navi valendo a compensare il piccolo aumento della distanza, ed Agrigento, che aveva
un ancoraggio alla foce del suo fiume, poteva benissimo avere a Punta Bianca l’Emporio dove le
navi andavano a riparare.
[52]
[52] Salvatore Raccuglia, L’Akragas e l’Ypsas. Note di topografia
agrigentina, cit., pp. 36-37.
I vecchi e i giovani
Come per l’acropoli, così per l’emporio d’Akragante,
[don Ippolito] s’era messo contro tutti i topografi vecchi e nuovi, che lo designavano alla
foce dell’Hypsas. Quivi egli invece sosteneva che fosse soltanto un approdo, e che l’emporio, il vero
emporio, Akragante, come altre antiche città greche non poste propriamente sul mare,
lo avesse lontano, in qualche insenatura che potesse offrire sicuro ricovero alle navi: Atene,
al Pireo; Megara attica, al Niseo; Megara sicula, allo Xiphonio. Ora, qual era l’insenatura piú
vicina ad Akragante? Era la così detta Cala della Junca, tra Punta Bianca e Punta del Piliere.
Ebbene là, dunque, nella Cala della Junca, doveva essere l’emporio akragantino.
[53]
[53] Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
cit., pp. 453-454.
Il secondo passo incriminato riporta l’episodio dell’incontro di Bassa, Paola
e Agatonica
– che trasportano il corpo della martire romana – con un monaco del luogo:
L’Akragas e l’Ypsas. Note di topografia agrigentina.
Ora, nella vita di
Santa Agrippina, il cui testo è certamente assai antico, si narra che le vergini Bassa, Paola e Agatonica, che venivano per mare
da Roma, con la cassa contenente il corpo della Santa, fatta martirizzare dall’imperatore
Valeriano, sbarcarono in un luogo che a quei tempi era detto Lithos in greco e Petra
in latino. E questo luogo, che è senza dubbio indicato sulla spiaggia agrigentina, era sicuramente quello che
Edrisi nel 1154 diceva Agiar ibn al Fatà, o la Pietra del
figlio del valoroso, e che oggi chiamiamo Petra Patella, ciò che importa a Punta Bianca. La sacra leggenda intanto continua
dicendo che un monaco del monastero di S. Stefano di Tyro, che recavasi ad Agrigento, attratto
dal soave odore che emanava dal corpo della santa, le accostò, e dopo, avendo avvertito in
Agrigento il vescovo San Gregorio, tornò assieme a lui per cercarle. Ma non trovandole più, si
recò al suo monastero, che era nell’Emporio. Ora, se dopo questa narrazione, l’Emporio si vuole
mettere alla foce dell’Ypsas, […] Il monaco infatti che incontra le vergini a
Punta Bianca,
veniva dal monastero di Santo Stefano ed andava
|
a Girgenti, e non è possibile credere che
egli in tale viaggio fosse potuto passare per Punta Bianca se il suo monastero e Tyro e l’Emporio
fossero stati a San Leo, giacché la strada da San Leo a Girgenti non può mai svolgersi sino a
Pietra Patella. […] e poiché in questa località è la cala che il Camillani nel 1574 diceva
della Junca, è quasi certo che, se la leggenda non c’inganna, in essa dovevasi trovare a quei tempi
l’emporio agrigentino, che aveva preso il nome di Tyro.
[54]
In nota Raccuglia aggiunge: «Il nome [Tyro] risponde talmente a quello della
grande
città dei Fenici, che obbliga a pensare ad un’origine punica […] Tyr del
resto, […], non
è che il fenicio Tur, il monte, e il nome della Montagna Grande risponde ad
esso così
bene, che se ne può dire una semplice traduzione».
[55]
|
[54] Salvatore Raccuglia, L’Akragas e l’Ypsas. Note di topografia
agrigentina, cit., pp. 35-36.
[55] Ivi,
p. 37.
|
Leggiamo Pirandello:
I vecchi e i giovani
A questa conclusione [don Ippolito] era arrivato con la
scorta d’un antico leggendario di Santa Agrippina. Ed era lieto e soddisfatto di una
pagina che aveva trovato modo d’inserire nell’arida discussione topografica, per descrivere il
viaggio delle tre vergini Bassa, Paola e Agatonica, che avevano recato per mare da Roma il corpo della
santa martire dell’imperatore
|
Valeriano. Non era dubbio che le tre vergini fossero approdate col
corpo della santa alla spiaggia agrigentina, in un luogo detto Lithos in greco e
Petra in latino, quello stesso oggi chiamato Petra Patella, o Punta Bianca. Orbene, nell’antico
agiografo
[56]
si leggeva che al momento dell’approdo delle tre vergini un monaco che usciva dal monastero di
Santo Stefano nel villaggio di Tyro presso l’emporio, avviato ad Agrigento,
s’era fermato,
|
[56] Anche il Raccuglia cita un agiografo come sua fonte e, precisamente, le Vitae santorum siculorum del
Gaetani (Palermo, 1657, p. 80). |
attratto dal soave odore che emanava dal corpo della santa, ed era poi corso alla
città ad annunziare quel prodigio al vescovo San Gregorio. Se, come volevano i vecchi e nuovi
topografi, l’emporio era alla foce dell’Hypsas, e dunque pur lì il vicus di Tyro e il monastero di
Santo Stefano, come mai quel monaco, avviato ad Agrigento, s’era potuto imbattere a Punta
Bianca nelle tre vergini che approdavano col corpo della santa martire? Era del
tutto inammissibile. Il monastero di Santo Stefano di Tyro doveva esser lì, presso Punta Bianca, e
dunque pur lì l’emporio. E la prova piú convincente era nel nome di quel villaggio, uguale
a quello della grande città fenicia: Tyro. Questo nome probabilmente lo avevano dato i Cartaginesi
al tempo del loro attivo commercio con gli Akragantini, e tale per qualche monte che
doveva sorgere presso il villaggio: tur, difatti, in fenicio significa monte. Ne sorgeva forse
qualcuno presso la foce dell’Hypsas? No; il monte, designato anzi come per antonomasia il Monte
Grande, sorge là appunto, presso Punta Bianca, e domina la Cala della Junca.
[57]
[57] Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
cit., pp. 454-455.
Il terzo brano estratto dall’articolo del Raccuglia e in seguito approdato
nel romanzo
riguarda alcune tombe nei pressi del Monte Grande:
L’Akragas e l’Ypsas. Note di topografia agrigentina.
Ma a Montagna Grande e sulla spiaggia sottostante non
vi sono affatto ruderi greci o romani, che potrebbero magari dar ragione della cattiva
lettura. Però, chi ben ne cerca i fianchi, vi trova, specialmente nella contrada Litrasi, un buon
numero di grotte artificiali, scavate nella roccia, e che, per quanto devastate, mostrano sempre
dei loculi con archi sovrastanti. Lo Schubring le credette tombe fenicie; ma gli studiosi
recenti hanno accertato che, per quanto quel tipo di tombe possa provenire dall’oriente, in
Sicilia fu adoperato nei tempi del basso impero, […], sicché noi abbiamo in esse delle sepolture che
possonci far risalire agli anni del vescovado di San Gregorio, e perciò al tempo in cui in quelle
parti sbarcavano le vergini col corpo di Santa Agrippina.
[58]
[58] Salvatore Raccuglia, L’Akragas e l’Ypsas. Note di topografia
agrigentina, cit., p. 36..
I vecchi e i giovani
Don Ippolito, quella mattina per tempissimo, s’era
recato a cavallo, con la scorta di Sciaralla e di altri quattro uomini, a visitar più attentamente
quei luoghi, e in ispecie la costa di quel Monte Grande, nella contrada detta Litrasi, ove
sono certi loculi creduti da alcuni topografi tombe fenicie, ma che a lui parevano molto più recenti
e disposti e scavati in uno stile uso in Sicilia al tempo del basso impero, sicché
potevano risalire agli anni del vescovado di San Gregorio, cioè al tempo che colà erano sbarcate le tre
fedeli vergini Bassa, Paola e Agatonica con la salma odorosa della santa martire
Agrippina.
[59]
[59] Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani,
cit., p. 455.
In seguito al fallimento dell’unione con donna Adelaide, di ritorno da una
cavalcata
mattutina a Litrasi, don Ippolito prende congedo dai luoghi a lui più cari e
«guardando
le sue mani appoggiate sull’arcione della sella», in un’atmosfera di
ritrovata armonia
con se stesso, sente avvicinarsi la morte che accoglie serenamente.
I vecchi e i giovani furono
pubblicati poco tempo dopo lo scritto del Raccuglia; ciò
induce a ritenere che lo scrittore aggiunse i passi prelevati dall’articolo
del conterraneo
all’ultimo minuto o forse, addirittura, in bozze. La lettura parallela dei
due scritti
conferma che si tratta di espunzioni quasi testuali. Come Pirandello pensasse
di non
essere ‘scoperto’ non ci è dato sapere e, finché qualcuno non riporti alla
luce una protesta
del Raccuglia, non ne avremo certezza.
Per concludere la nostra carrellata di
travasi da altre opere, vorrei concentrarmi su
un ultimo piccolo e curioso dettaglio. La villa del Laurentano è costruita,
come sappiamo,
davanti ai templi che «parevano collocati apposta, a distanza, per accrescere
la
meravigliosa vista della villa principesca. Oltre il ciglione, il pianoro,
ove stette splendida
e potente l’antica città, strapiombava aspro e roccioso a precipizio
sul piano dell’Akragas
[…]».
[60]
La scelta aggettivale non sembra casuale. Lo Schubring, più
di una
volta, riferendosi al suolo della zona, lo definisce roccioso ed aspro.
Forse Pirandello si
ricorda, nello scrivere le pagine del romanzo, delle parole dello studioso, o
forse –
questa volta – si tratta di pura coincidenza.
[60]
Ivi, p. 101. Il corsivo è mio.
*
|
Un noto critico
[61]
ha definito «meschina» la figura dello scopritore
di fonti, qualora la
scoperta dovesse rimanere fine a se stessa, e lo studioso si rivelasse «spennacchiatore
di corone di lauro» piuttosto che critico. Tuttavia, lo stesso aggiunge che
in «taluni casi,
[…] ha reale utilità la conoscenza delle fonti, e cioè quando il confronto
faccia risaltare
certi lati del carattere dell’artista (dal modo col quale egli ha utilizzato
la fonte)
o quando ci permetta di vedere in quale maniera s’è arricchito il suo stile o
il suo
vocabolario. In questi casi lo studio delle fonti offre una base analitica
all’interpretazione
estetica dell’opera. Ma naturalmente, perché ciò possa accadere, occorre che
i
riferimenti siano precisi, che non si tratti di reminiscenze vaghe».
[62]
Su questa riflessione
del Praz, Andersson ha costruito una sorta di giustificazione per il suo
operato:
«Soltanto per arrivare in questo senso ad una maggiore chiarezza intorno ad
alcuni
elementi importanti delle idee estetiche e psicologiche di Pirandello abbiamo
voluto
studiare il terreno di cui il suo pensiero si è nutrito».
[63]
Le parole di Andersson tradiscono il
tentativo di eludere questioni controverse e
giudizi pesanti. Non dimentichi dello scandalo e della polemica scatenata da
Enrico
Thovez per i plagi dannunziani da lui scoperti, polemica messa
definitivamente a tacere
dal Croce sulle pagine della «Critica», gli smascheratori di Pirandello
evitano accuse
dirette. Ci pare tuttavia impossibile non restare perplessi davanti a quella
che Pietro
Milone ha chiamato «ripresa anche letterale ma non virgolettata di altri
autori»
che «laddove appaia marginalmente o addirittura scompaia il richiamo
all’autore citato,
rischia di configurarsi come più o meno deliberato plagio».
[64]
Che l’uso disinvolto e discutibile delle
parole di altri non sia del tutto privo di malizia
è ampiamente dimostrato dal fatto che Pirandello si impossessa di materiale
poco
conosciuto, estrapolato dalle pagine di autori ignoti al grande pubblico,
[65]
atteggiamento che
suggerisce la volontà di celare la propria fonte e di nascondere i frequenti
attacchi di cleptomania. D’altra parte non si può dimenticare che lo studio
delle fonti, unito a quello dei taccuini di appunti, consente di addentrarsi nei
meandri del laboratorio di uno scrittore rivelando a quale tipo di ricerca egli
si sia dedicato per la composizione delle sue opere. E se il Praz fosse potuto
entrare nello studio di Pirandello avrebbe visto che sì, così come il Thovez
aveva immaginato per d’Annunzio, la biblioteca dell’agrigentino è «tutta di
libri segnati di croci fatte con matita […] per servirsene al bisogno».
[66]
La pirateria letteraria ha sempre fatto
indignare le sue vittime, non ultimo Charles
Dickens il quale, in occasione di un viaggio negli Stati Uniti, colse
l’occasione per
lamentarsi col suo pubblico a cui ricordò due parole essenziali:
«International Copyright
».
[67]
|
[61] Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo,
Firenze, Sansoni, 1948.
[62] Ivi, pp. 459-460. Il passo è riportato dall’Andersson in Arte e teoria,
cit., p. 147.
[63] Gösta Andersson, Arte e teoria,
cit., p. 147.
[64] Pietro Milone, L’Umorismo nel “Guardaroba dell’eloquenza”,
cit., p. 98.
[65]
Si veda il caso della novella Un invito a tavola la cui origine è
da trovarsi in un testo di un autore toscano
dimenticato, Moisè Cecconi. La novella è stata studiata da Cristina Gragnani:
Pirandello lettore di Cecconi
(e di Manzoni), «Ariel», xviii, 2, maggio-agosto 2003, pp. 151-181.
[66] Enrico Thovez citato dal Praz in La carne, la morte e il diavolo,
cit., p. 489. Così Praz commenta le parole
del Thovez: «Ma il sistema sospettato dal Thovez [per d’Annnunzio], oltreché
indegno d’un bibliofilo,
sarebbe inservibile. Il d’Annunzio la sa più lunga in fatto di lavoro
metodico, né aveva torto d’accusar di
goffaggine in suoi detrattori» (Mario Praz, op. cit., p. 490). Si
veda, a questo proposito, il già citato volume
I libri in maschera, e in particolare il saggio di Pietro Milone.
[67]
«The copyright wars of the nineteenth century evolved from civil into
international ones. American
piracy of British works was particularly notorius. […] On his American tour
in 1842, Dickens himself
begged his audience “leave to whisper in [its] ear two words, International
Copyright, trying not to appear
self-interested as he made his reasonable pitch: “I hope the time is not far
distant when [your writers], in
America, will receive of right some substantial profit and return in England
from their labours; and when
we, in England, shall receive some substantial profit and return from ours”»
(Thomas Mallon, Stolen
Words, San Diego, Harcourt, 2001,
pp. 39-40). |
In chiusura va ricordato che, nel caso
di Pirandello, il prestito indebito fa parte di
un metodo di lavoro che annovera – è noto – l’autocitazione e la
rivisitazione delle
proprie opere insieme allo spoglio metodico di dizionari e compendi. In
questa prassi
complessa e spesso controversa è semplice riscontrare i segni di un
perfezionismo
che lo ha portato a rivedere i suoi lavori in modo ossessivo, a emendare e
apportare
cambiamenti, talvolta minimi, alla ricerca di uno stile personalissimo che è
riuscito a
plasmare anche facendo sue – o meglio, dei suoi personaggi – le parole di
altri.
Ombretta Frau
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