Pirandello-Symposium, Potsdam 2000
La Germania fu per
Pirandello una terra d'esilio, di un esilio ovviamente volontario e
comunque dettato da circostanze e opportunità personali che però,
riferite a una biografia epocale qual è quella del più grande scrittore
italiano del Novecento, suggeriscono considerazioni che trascendono i
dati esclusivamente privati, si intrecciano insomma con la storia
culturale, e non solo, del secolo appena passato.
Aveva ventidue anni Pirandello quando raggiunse l'Università di Bonn
dove si laureò nel marzo 1891 con una dissertazione in tedesco di
fonetica e morfologia della parlati di Girgenti, la città dove era nato
e di cui avrebbe ricreato in teatro l'espressività dialettale, con la
sua doppia cadenza urbana e contadina, del laico Ciampa e del dionisiaco
Liolà.
Aveva accettato una borsa di studio su sollecitazione del suo
maestro di filologia romanza, Ernesto Monaci, per evitare le sanzioni
accademiche a carico di un suo comportamento scolastico ritenuto
offensivo della dignità di un suo permaloso docente di latino alla
Sapienza di Roma. E quello fu il primo
espatrio, peraltro felicemente trascorso non solo tra studi e letture,
ma anche con ritorni di fiamma
poetica, di poeta in proprio e traduttore goethiano, favoriti da ben controllati
ardori amorosi. Poi vennero i decenni romani, con un'intensa attività di
saggista culminata nel suo libro-breviario di teoria e di poetica,
nell'Umorismo, del 1908, e con la rivelazione ai primi del secolo della sua
originale creatività di narratore, di romanziere e novelliere, a lungo
misconosciuta, anche dopo la pubblicazione del Fu Mattia Pascal, nel 1904, e
perfino dopo Si gira, il primo grande romanzo del cinema, apparso nel 1915,
quando ormai si era inaugurata la stagione in Italia e all'estero e consacrata
dal dibattito critico, specie per l'effetto choc provocato dai Sei personaggi in
cerca d'autore nell'anno di grazia 1921.
Queste tappe di un cammino d'artista non facile ma pienamente compensato da un
traguardo di gloria vanno ricordate a noi stessi che per lunga o breve
consuetudine di studio puntualmente le ricordiamo per interrogarci sulle ragioni
della crisi "italiana" che indusse Pirandello, dopo quella marcia trionfale, a
considerarsi un esule perenne, "uomo con la valigia!", scrittore senza fissa
dimora. In quegli anni Gabriele D'Annunzio stava edificando sul lago di Garda il Vittoriale, il suo splendido eremo di eroe e artista.
Pirandellianamente, lo fissava in una forma, nella forma che avrebbe dovuto
riepilogare come in un sacrario di memorie la sua vita "inimitabile".
Pirandello, al contrario (sapeva di incarnate il tipo opposto di scrittore,
scrittore di cose, non di parole), non pensava di rendere estetica la sua
esistenza, viveva con uno stile di vita semmai imitabile e nelle avversità
soffriva da povero cristiano, assumendo, anche da laico quale egli radicalmente
era, il modello dell'imitatio Christi. E si portava dietro le sue croci, anche
quando il risarcimento della fama, che assiduamente cercava, avrebbe dovuto
pienamente soddisfarlo. Pesava anzitutto la croce della sua tragedia familiare,
il dramma di un vincolo coniugale spezzato dalla follia della sua amata
Antonietta e che l'aveva imprigionato per il resto della sua esistenza nelle
maglie di un'etica maritale improntata a un regime di castità. Un super-io forse
di marca siciliana ne condizionava il comportamento, e forse anche sopravviveva
nei confronti dei letterati connazionali il risentimento per un tardivo
riconoscimento di grandezza non tutto risarcito dal sopravvenuto successo e
dalla fama internazionale.
Quanto diverso, in questo, dall'altro grande misconosciuto, dal triestino Svevo,
che pure era un suo consanguineo borghese in letteratura, diversamente dal
divino, eccezionale Gabriele. Se fosse vissuto più a lungo, l'autore della
Coscienza di Zeno avrebbe continuato a compiacersi della grazia da cui era stato
toccato, come da un miracolo, con l'annuncio dell'apparizione di un capolavoro
fatto dell'amico Joyce. Il commerciante Ettore Schmitz, letterato meno regolare
e scrittore intermittente, non poteva chiedere niente di più a risarcimento
della sua passata oscurità. Ma Pirandello aveva altre ambizioni personali e
pubbliche. All'indomani del delitto Matteotti aveva dato scandalo con la sua
adesione al Partito fascista. Contava su Mussolini, sull'appoggio che il duce
gli avrebbe dato per la fondazione di un teatro nazionale o di più teatri
stabili di Stato. Nel '25, quando inaugura con La sagra del Signore della Nave
l'attività della compagnia da lui diretta, il Teatro d'arte, Pirandello ha
aggiunto alle sue competenze di autore quelle di regista, che del resto
tendevano a manifestarsi con l'affollarsi dei corsivi delle didascalie nelle sue
opere. Per sollecitare il favore dello Stato, il programma della compagnia non
sembrava particolarmente allettante. La saga metteva in scena una
rappresentazione popolare anticelebrativa, con un'umanità imbestiata che si
divide tra le litanie di una processione penitenziale osannante un Crocefisso
scarnificatissimo e una plebe orgiastica che si esalta nel rituale scannamento
del maiale come sacrificio paradossalmente propiziatorio. Quanto al repertorio,
Pirandello sceglieva tra testi italiani e stranieri caratterizzati da
procedimenti sperimentali, d'avanguardia, che rendessero testimonianza nei
risultati o nelle intenzioni di una inedita creatività. La politica dello
spettacolo del fascismo cominciava ad orientarsi, come in tutti i regimi
totalitari, verso forme di coinvolgimento popolare, di massa. Da lì a poco
risuoneranno le parole d'ordine di Mussolini che troveranno più di un'eco anni
dopo, nel 1934, nel grande congresso mondiale della Fondazione Volta
dell'Accademia d'Italia promosso dallo stesso Pirandello. Con queste premesse,
l'impresa del Teatro d'arte non poteva avere un sicuro avvenire.
La compagnia si
sciolse a Viareggio il 15 agosto del 1928; nell'autunno dello stesso anno
Pirandello si trasferì a Berlino. Aveva scritto all'amico Ojetti:
" tra pochi
giorni mi sarò liberato della Compagnia; ma non riesco più a stare fermo; andrò
ancora fuggendo, e il più lontano possibile dall'Italia, forse andrò in
Germania; forse nell'America del Nord".
Infine, il 29 di quel mese l'annuncio:
"mi tratterrò a Viareggio sino alla fine d'Agosto in attesa d'esser chiamato in
Germania da una grande Casa Cinematografica che mi ha proposto di mettere sullo
schermo i 'Sei personaggi'".
La motivazione dell'espatrio è dunque chiara: Pirandello è tentato
dall'occasione offerta alla sua drammaturgia di superare i confini del teatro e
di sfruttarla in prima persona coma sceneggiatore dopo la sfruttamento che il
cinema aveva già fatto della sua opera narrativa, me '25, portando per la prima
volta sullo schermo con la regia di Marcel L'Herbier e l'interpretazione di Ivan
Mosjoukine Il fu Mattia Pascal. Il cinema era per lui la più grave minaccia per
l'avvenire del teatro, ma forse proprio per questo si era preposto di servirsene
dall'interno, essendo perfettamente consapevole della crescita irreversibile
della sua diffusione tecnico-riproduttiva, mente dall'estero continuava a
deprezzarne il valore estetico arrivando poi a contrastare l'avvento del film
parlante e proponendo semmai in film esclusivamente sonoro, la melocinematografia, che facesse nascere le immagini dalla musica. Ma bisogna
tener conto di altre motivazioni più o meno palesi. Nel suo piano di conquista
del cinema, il ruolo principale è occupato dalla presenza di Marta Abba, dal
desiderio di assicurare alla giovanissima adorata attrice una fama
sopranazionale, e nazionale di ritorno, alla quale il maestro, ancora più
dell'allieva, era convinto che potesse aspirare.
L'aveva promossa sùbito a
primadonna del Teatro d'arte e per lei aveva voluto rinnovare con la tragedia
Diana e la Tuda, del '26, il miro di Pigmalione, rivissuto però al contrario,
come dramma di un artista che vuole servirsi della Vita tutta carnale della sua
modella per dare una Forma perenne e insieme vibrante d'esistenza a una immobile
dea di marmo. Per lei aveva scritto L'amica delle mogli, La muova colonia e
Lazzaro, e scriverà Trovarsi, sempre celebrando il rito della sublimazione della
donna, madre prostituta attrice, a seconda del personaggio da incarnare.
Pirandello sentiva di poter fare per lei più di quello che D'Annunzio aveva
fatto per la Duse, con la quale del resto il Vate s'era unito quando il primato
di quella grande interprete si era già da tempo consolidato.
Invece Marta era
ancora cera nelle mani di un'immagine offerta a molti, al pubblico innumerabile
delle sale di tutto il mondo. Per questo si era trasferito con lei a Berlino,
dove Marta dimorerà nella stessa casa in compagnia della sorella, e perciò
garantendosi una convivenza di tipo filiale non di coppia per cinque mesi,
dall'ottobre 1929 al marzo 1929, quando tornerà in Italia senza aver tratto
vantaggio artistico da quel soggiorno e per costruire una sua compagnia di giro.
Eppure quei mesi trascorsero serenamente, se non felicemente. Corrado Alvaro,
che visse a Berlino come corrispondente della "Stampa" in quello stesso periodo,
ci ha lasciato una memoria insostituibile di un Pirandello "visto da vicino",
come sapeva vedere lui, con la capacità che rivelerà in pieno nel racconto della
morte del "grande uomo" , come egli chiamava per convinzione, non per devozione
enfatica, il grande scrittore. È il racconto poi recuperato per fare da
prefazione all'edizione postuma delle Novelle per un anno. I dati di una vita
tanto poco "estetica" o superumana vi si intrecciano, una volta tanto senza
ipoteche aridamente concettuali, con quelli della forma via via conquistata e
rinnovata dall'opera. E tutt'altro che concettualistico e problematico Alvaro ci
appare in una luminosa inquadratura conservata in quel libro segreto, in
quell'eccezionale diario di in ventennio, 1927-'47, intitolato Quasi una vita,
che racchiude tanta storia di un'Europa tarlata e poi lacerata seduto con
Pirandello "a uno dei trecento tavoli di Zoo, una della tante sale da vallo per
il piccolo borghese berlinese", ed egli l'osserva in silenzio tentando di
indovinare i suoi pensieri.
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"Pirandello portava i suoi gilè
abbottonati fino al mento che finiscono col colletto e la cravatta di color
grigio. La sua figura color argento, geometrica, staccava sulla tappezzeria
rossa del luogo, e al tavolo basso pareva un oggetto d'arte, con la testa fine e
la barba a punta. Sembrava una maschera antica di teatro. Mi figuravo che cosa
potesse pensare. Sono i particolari e le creature che lo interessano; non accade
mai di sentirgli enunciare un sistema. Di Londra si ricorda una signora ubriaca
e seminuda trascinata dai camerieri fuori dell'atrio di un albergo. Di Parigi
ricorda un gruppo di inglesi davanti a una vetrina coi libri di Wallace".
Ma poi l'osservazione minuta genera qualche considerazione generale
sull'influenza esercitata dalla civiltà americana sulla società tedesca
postbellica. Il fenomeno era già stato avvertito da Giuseppe Antonio Borgese in
età prebellica nel libro La Nuova Germania, del 1909. Negli anni Venti
l'americanizzazione doveva essere ancora più evidente se Pirandello esprime la
preoccupazione accorata che Alvaro registra.
"La vita oggi ha troppo poco valore per i tedeschi. Vita e morte sono i due
cardini del pensiero degli uomini, e qui hanno un valore transitorio. Da questa
relatività di valori, la morale dell'America ha preso la sua forza di
espansione. Per noi italiani, vira e morte significano ancora qualche cosa. Sono
due termini entro cui dobbiamo adempiere un dovere. Noi sappiamo ancora che il
mondo non finisce con noi".
Nei confronti di Pirandello Alvaro nutriva sentimenti filiali che manifestava
con compiacimento, annotando episodi di ironica galanteria o modi affabilmente
paterni.
"La signora Streseman (la moglie del grande statista, premio Nobel della pace) ha
chiesto a Pirandello, per un ballo mascherato, l'idea di un travestimento stile
1950. " Una maschera, i guanti e per il resto nuda", è stata la risposta.
Pirandello abita un appartamento mobiliato a Hercules Brüke. Ha dimenticato il
tedesco. A Bonn, studente, aveva scritto in tedesco la sua tesi di laurea
sull'idioma della sua Agrigento.
Quando vado a trovarlo, la sera, si passano della belle ore. Vivono nello stesso
albergo le due sorelle Abba. A volte si esce per la città che la sera è tutta un
abbraccio, i noi come un gruppo di discepoli o di collegiali intorno a
Pirandello, questo padre siciliano, e che resta sempre padre con le donne ce lo
attorniano".
Qui i sentimenti filiali fanno aggio su quelli paterni di cui lo scrittore-padre
non si contentava. Nel '29 Alvaro rientra in Italia, e in quella primavera il
gruppo di famiglia si scioglie col ritorno delle sorelle Abba in patria.
Pirandello testa a Berlino, ed è disperato. Le lettere a Marta tra il 14 Marzo
di quell'anno e il 10 giugno del '30 formano una gran massa epistolare, occupano
poco meno di cinquecento pagine dell'edizione dei "Meridiani" Mondadori curata
con amorevole competenza da Benito Ortolani. Una lettera al giorno, qualche
volta di più, qualche volta di meno, ed è tutta un'invocazione, una continua,
mai soddisfatta richiesta d'amore. Per Marta, Pirandello non è neppure il padre
sostituto, resta il pigmalione da cui ella attende solo vita artistica, niente
di più.
"Per me - dirà molto dopo - era come un dio". Pretendeva che restasse
tale, che non si incarnasse neppure col suo nome, come egli aveva tentato di
fare firmandosi confidenzialmente Luigi e poi accettando di non derogare al
titolo di "maestro". Eppure per tutto il tempo che resta solo a Berlino
Pirandello continua a intrecciare rapporti con editori, traduttori, impresari,
registi per realizzare il film dei Sei personaggi e mettere in scena l'ultimo
testo della trilogia del teatro nel teatro, il più clamorosamente provocatorio,
Questa sera si recita a soggetto. Il suo risentimento nei confronti del suo
Paese, per l'incomprensione e l'avversione ai suoi progetti di rinascita del
teatro, risuona perfino stridulo a distanza e coinvolge con giudizi ingenerosi
amici e seguaci. Neppure la nomina nel 1930 a accademico d'Italia sembra
acquietarlo. Continua a starsene nel suo esilio a Berlino, dove, pur dicendosi
poco incline alla vita di società, frequenta sale teatrali e cinematografiche,
valuta il repertorio, giudica interpretazioni e regie.
Le lettere a Marta descrivono anche una topografia pirandelliana della città
entro la quale si potrebbero ricostruire gli itinerari dello scrittore: un
ristorante italiano, "Aida", di cui era assiduo; qualche cabaret e una serata in
casa di un teatrante con "donnette: attrici belline, ballerinette, e ragazze
viziose": un milieu artistico nel quale forse avrà isolato la figura dell'Ignota
di Come tu mi vuoi, anch'essa costruita su misura della sua Marta. Berlino, la
capitale di fatto della Repubblica di Weimar, era allora una città seducente e
insieme inquietante. Forse film e romanzi costruiti con la tecnica del cineocchio alla Vertov o del montaggio narrativo plurimo, come
Berlin Symphonie
di Walter Ruttmann del 1928, e il romanzo di Alfred Doeblin, Berlin
Alexanderplatz del 1929, possono documentare quest'aspetto duplice della
metropoli abitata in quel biennio da Pirandello e da altri italiani e da artisti
e intellettuali tedeschi, austriaci e di altre nazionalità. Di Kraus, Brecht,
Benjamin non c'è traccia nelle lettere a Marta. Invece Alvaro, da attento
spettatore della vita culturale berlinese (era del resto un inviato di
quotidiani e settimanali) li individua tra altri emergenti o già noti
protagonisti della cultura tedesca e ne dà penetranti caratterizzazioni. Così
come cerca di capire le ragioni che attraggono a Berlino gli italiani e più in
particolare i siciliani: dopo Borgese, il giornalista e scrittore Pietro Solari,
il narratore e drammaturgo Pier Maria Rosso di San Secondo. Da Rosso, Alvaro
riceve una risposta lapidaria: "Sto qui perché è centrale". Stoccolma, Parigi,
Mosca Londra, Zurigo le sentiva molto più vicine lì a Berlino che stando in
altre città. Lì avvertiva più che altrove quella centralità europea anche, nel
bene i nel male, come apertura alla modernità americana. Sempre Alvaro, in giro
per la città, domandava a una sua accompagnatrice: "Roma ha forma di nave,
Parigi di cuore. E Berlino?". Berlino, risponde lei, "ha la forma di chiocciola,
o di stomaco. difatti è lo stomaco della Germania".
E poi aggiunge qualcosa che
a una lettura postuma, datata secondo dopoguerra, provoca un soprassalto: "Quel
tempio qui vicino, con la cupola senza croce, un poco affumicata, è il forno
crematorio". E lo mostrava, evidentemente, a dito.
Dallo stomaco tedesco provenivano in ogni caso brontolii allarmanti. Il diarista
di Quasi una vita sente parlare di semitismo e antisemitismo, vede apparire
nelle birrerie le prime squadre in camicia bruna con divisa simile a quella
fascista. Ma non crede che in Germania possa accadere quel che è accaduti in
Italia, la dittatura, il fascismo. Il grande crocevia di culture che è Berlino
sembra garantire una tolleranza forse babelica ma fervida di diverse istanze
sociali e etniche. Anche Pirandello non sembra nutrire sospetti di dittatura e
di minaccia razzista. Le sue frequentazioni artistiche sono quasi esclusivamente
ristrette all'ambiente teatrale, e non sono sempre amichevoli, Con Hans Feist,
traduttore delle sue opere, si arrivò nel '29 alla rottura del contratto e a una
conseguente citazione in tribunale per responsabilità dello scrittore. E sarà
stata l'irritazione per queste beghe giudiziarie a provocare, in una lettera a
Marta del settembre di quell'anno, uno sfogo antisemita certo soltanto umorale e
comunque, a leggerlo col senno o meglio il terrore di poi, quanto meno
imbarazzante: "qua sto combattendo la fede di Cristo tra tutti questi giudei
d'avvocati, editori, direttori di teatri, e chi più ne metta".
In quella schiera di teatranti non ariani allora, a quanto pare, dominante,
c'era anche il demiurgo della scena, l'artefice del gran teatro del mondo, Max
Reinhardt. A lui Pirandello nel 1930 dedica la traduzione tedesca di Questa sera
si recita a soggetto in segno di riconoscenza per aver dato nel 1924 "magica
vita sulla scena tedesca ai Sei personaggi in cerca d'autore". Lo attraevano
anche i prodigi del teatro politico di Erwin Piscator che gli dicono appunto
"prodigiosa" ma avversata duramente dai revanscisti della sconfitta tedesca per
la sua foga antimilitarista. Ma certo è più attento alla creatività spettacolare
del repertorio di Reinhardt, che ammira ma anche paventa. Questa sera, l'ultimo
testo della trilogia, riflette questo suo duplice sentimento. Ed è ancora
Alvaro, questa volta in una corrispondenza da Berlino per "L'Italia letteraria"
del 14 Aprile 1929, a testimoniarlo con le parole stesse dello scrittore:
"Ammiro il teatro tedesco per la sua disciplina e i mezzi perfetti di cui
dispone. Qui il direttore può compiere tutti i miracoli di tecnica. Gli attori
sono i più disciplinati e i più meticolosi del mondo. Essi non recitano, vivono
con tutte le parvenze della realtà minutamente osservata. Vi manca fra loro,
forse, l'attore nel senso italiano della parola, ispirato e improvvisatore, sia
pure tra una folla di mediocri comparse. Qui dal primo all'ultimo sono tutti
perfetti. Spesso si va a vedere a teatro un grande attore, e non gli sentiamo
dire che poche battute. Ma come tutto questo giova all'equilibrio e
all'efficacia della rappresentazione! E i loro maggiori attori li ha veduti?
Pallenberg, Werner Kraus, quello che in questo momento interpreta Falstaff di
Shakespeare, in costume 1830 e il monocolo, e la Hoflich e non so quanti altri.
Ha veduto come hanno recitato per Verbrecher: commedia mediocre, recitazione
perfetta. Ma la possibilità di ottenere tutti gli effetti, la tecnica portata
alla sua massima perfezione, sta finendo con l'uccidere il teatro. Basta
talvolta a questi regisseurs un abbozzo di commedia, che permetta di portare
sulla scena cose mai lassù vedute, per muoverli a farne uno spettacolo. Le
danze, le acrobazie, il circo equestre, i mutamenti di scena rapidi e con
macchine potenti i perfette, hanno finito col diventare altrettanti mezzi di
corruzione del teatro stesso. Io col mio dramma nuovo intendo reagire a questa
tendenza".
Queste dichiarazioni non vanno trascurate. La partita a tre,
autore-regista-attore si conclude in Questa sera si recita a soggetto alla pari.
Pirandello la gioca usando gli stessi espedienti tecnici degli spettacoli
tedeschi che rischiano di corrompere il teatro. Ma il teatro trova nell'opera
pirandelliana la sua salvezza all'interno, per la presenza del personaggio,
principio creativo della drammaturgia pirandelliana inscindibile da un atto di
parola che la magia registica non può cancellare. Come si sa, la prima assoluta
di Questa sera si recita a soggetto ebbe luogo il 25 gennaio 1930 in provincia,
seicento chilometri a est di Berlino, a Königsberg, la patria di Immanuel Kant,
al quale Pirandello rese omaggio visitandone la casa. Il dramma tradotto da
Harry Kahn e diretto da Carl Müller ebbe un notevole successo di pubblico e di
critica che non si ripeté in maggio a Berlino con la messinscena di Gustav
Hartung al Lessing Theater. Fu uno spettacolo violentemente contestato, a parere
di Pirandello, per l'opposizione organizzata dal Feist, divenuto suo nemico, e
anche per il sospetto che lo stregone-regista della pièce, il tirannico e
grottesco dottor Hinkfuss, fosse la caricatura del nume teatrale di Berlino, di
Max Reinhardt: un sospetto forse paventato da Pirandello e prevenuto con l'alibi
della dedica riconoscente che apre la stampa tedesca dell'opera, la quale per
questo può leggersi come excusatio non petita. come che sia, il fiasco deve aver
contribuita a determinare la partenza di Pirandello nel giugno del 1930 da
Berlino. Una causa in corte d'appello con l'attore Camillo Pilotto lo fece
rientrare a Roma, da dove presto ripartì per Parigi, non più per Berlino. La sua
nuova destinazione sarebbe stata l'America con più concrete proposte teatrale e
cinematografiche. Henry Ford aveva infatti dichiarato che con Pirandello si
potevano fare buoni guadagni.
Il biennio dell'esilio berlinese s'era dunque concluso, e l'addio non era stato
tranquillo. A conti fatti, il film per cui si era trasferito non si era
realizzato e il terzo mito, I giganti della montagna, concepito in Italia,
fermentava ancora di sviluppi e di una soluzione trovata solo molti anni dopo e
non elaborata, in articulo mortis. Ma era stato un biennio fecondo di opere e di
fatti. La critica ha ipotizzato convergenze di poetica e di cinema all'arte
figurativa. Non credo che l'eventuale concordanza sia riconducibile al soggiorno
berlinese. Sono convinto che la visualizzazione espressionistica, narrativa o
scenica, sia una componente innata dell'opera pirandelliana, prima ancora che
essa appaia come percezione dell'oltre, di quel sentimento della realtà
estraniante e insieme rivelatore dichiarato nel romanzo Si gira e messo in luce
in pagine memorabili di Giacomo Debenedetti. Gli anni berlinesi sono stati
soprattutto anni di un nuovo apprendistato teatrale.
Cominciamo con una sceneggiatura cinematografica a quattro mani e si chiudono
con un testo che dichiara la sua fedeltà al teatro, al suo fondamento estetico
ed etico nella parola. Più tardi, quando nel settembre del '36 per poco vi
ritornerà per partecipare a un congresso di autori e editori, Berlino gli
sembrerà "press'a poco com'era, ma quasi spenta. La cita teatrale segnatamente.
Non si produce nulla". La diaspora degli intellettuali ebrei aveva appunto
distinto il fuoco sempre vivo della Germania artistica di Weimar, e il nazismo
ne doveva cancellare anche la memoria. Lo stesso teatro di Pirandello non si
rappresentava da quattro anni perché tradotto da un ebreo, e per riprenderlo in
repertorio c'era bisogno della nuova traduzione di un ariano e di
un'autorizzazione dall'alto, di Goebbels in prima persona. "Qua ci vuole
l'autorizzazione per tutto - scrive nella stessa lettera a Marta - e per tal
riguardo si sta molto peggio che da noi". Un lume alla fine s'accende nella sua
coscienza d'artista che era sempre rimasta libera. Ma è tardi, ormai alla
vigilia della morte, per capire si quella luce della sua coscienza politica
avrebbe potuto espandersi di là da una rivendicazione di orgoglio intellettuale.
Pirandello scrive quest'ultima lettera da Berlino, ma le notizie che dà per
consuetudine epistolare non sono più interessanti né per Marta né per lui.
"Ho
l'impressione che non debbano più interessarTi, come non interessano più a me".
La sua Berlino, infatti, era un'altra; un altro era quel mondo, il mondo di ieri
rievocato nostalgicamente dal traduttore di Non si sa come, da Stefan Zweig. Era
lo stesso mondo di cui aveva fatto esperienza nel suo esilio berlinese Luigi
Pirandello.
Nino Borsellino
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