Per quanto riguarda il metodo, bisogna
dichiarare che il fulcro dell’analisi sarà l’opera pirandelliana, in
quanto più giovane e quindi ereditaria e rinnovatrice
simultaneamente. Perciò organizzeremo la nostra indagine
privilegiando la struttura interna de I Vecchi e i Giovani a
quella de I Promessi Sposi. Cercheremo di indicare i passi in
cui Pirandello introduce nel testo romanzesco i nuovi concetti
poetico-filosofici e simultaneamente di stabilire in quali momenti,
con quali mezzi, effetti e scopi Pirandello s’ispira della tecnica
narrativa manzoniana.
L’angolo visivo tenderà nel corso del
lavoro a restringersi gradualmente: cominceremo con le
caratteristiche “esterne” delle due opere, ossia con il
delineamento del loro posto e della loro funzione particolare
nell’ambito del genere storico. Successivamente esporremo alcuni
passi in cui avvicineremo la visione pirandelliana tanto del mondo
quanto dell’arte, appoggiando il testo alle sequenze della sua
saggistica nelle quali lo scrittore espone le premesse fondamentali
della nuova poetica, facendo conti con determinati modelli
letterari, specialmente con Manzoni. Solo più avanti passeremo all’”interno”
del testo romanzesco e, leggendolo a ridosso del modello manzoniano,
seguiremo le affinità, le corrispondenze e le differenze principali
della tecnica narrativa nelle rappresentazioni dello spazio.
Simultaneamente cercheremo di distaccare i momenti cruciali in cui
l’autore applica i suoi concetti poetici e filosofici alla materia
letteraria. La parte analitica, introdotta da un’approssimazione
generale a I Vecchi e i Giovani, sarà suddivisa in tre
blocchi in base al criterio semantico: sfera naturale, privata e
sociale (Sottolineiamo ancora una volta che la centralità dell’opera
pirandelliana viene rispettata in tutti i passi della tesi. Tale
rispetto è dovuto a due motivi principali: da un lato entra in
considerazione il criterio (crono)logico, dall’altro lato siamo
costretti a badare alle ragioni pratiche, facendo delle restrinzioni
per non oltrepassare i limiti prestabiliti del lavoro.
Nel primo blocco ci concentreremo
sulle rappresentazioni delle scene paesaggistiche, cercando di
descrivere e di paragonare i procedimenti cruciali della tecnica
narrativa nelle rappresentazioni di elementi naturali. Indicheremo
le affinità e le diversità non solo di carattere formale, ma anche
di origine funzionale, in quanto riteniamo che gli obiettivi
degliautori sono predeterminati dalle scelte dei mezzi tecnici.
Nell’ultima istanza tenteremo di vedere oltre le funzioni diegetiche
e di ricavare un messaggio che supera i limiti della narrazione e
mira ad acquistare valore universale.
Nell’ambito della sfera privata restringeremo il nostro angolo
visivo sull’insieme degli spazi legati inseparabilmente ad alcuni
personaggi di primo piano. Utilizzando gli stessi mezzi d’indagine
descrittivo-analitica paragoneremo di nuovo sia la tecnica narrativa
sia la sua portata extra-testuale. A questo punto si verifica il
trasferimento dell’accento dall’elemento naturale a quello umano:
piuttosto che seguire l’influenza del paesaggio sul personaggio si
metterà in evidenza la relazione capovolta. Per quanto riguarda il
significato traslato delle rappresentazioni del privato, sarà da
notare il richiamo alla nozione della famiglia. Nell’ultimo campo di
osservazione estendiamo le coordinate del precedentemente sfiorato
spazio sociale, spostando la nostra lente analitica dall’unità di
base (la famiglia) al più vasto concetto storico-politico. Lo sfondo
migliore per la rappresentazione della problematica sociale (nel
senso ampio della parola) è l’ambiente urbano.
Come abbiamo accennato prima, in questo lavoro intendiamo
focalizzare in quali punti concorda e differisce il processo di
costruzione del mondo (spazio) ne I Vecchi e i Giovani con il
processo utilizzato ne I Promessi Sposi.
Comparando le due strategie
architettoniche speriamo di avvicinarci non solo alla visione della
realtà che i due autori trasmettono tramite le loro opere, ma
soprattutto al rapporto che assumono nei confronti di quella realtà.
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Capitolo Primo - Manzoni e
Pirandello nel contesto del romanzo storico italiano.
Rendendoci conto del fatto che sia la tecnica narrativa sia i topoi
letterari (la prima come strumento, gli altri come costruzioni)
dipendono dalle esigenze del genere di cui fanno parte, vorremmo
aprire la nostra analisi con la presentazione del filone letterario
al quale I Promessi Sposi e I Vecchi e i Giovani
appartengono, ossia del “romanzo storico”. Teniamo presente
che nessun’opera letteraria nasce come un caso isolato e perciò
cercheremo di specificare la posizione particolare di entrambi i
romanzi sullo sfondo del panorama conciso dello sviluppo del genere
storico in Italia nell’Ottocento. Il dibattito critico sui limiti
dell’espressione “romanzo storico” sicuramente non è del
tutto consensuale; un mero elenco delle distinzioni terminologiche
occuperebbe il doppio delle pagine che intendiamo dedicare al nostro
assunto, dobbiamo quindi ricorrere al denominatore comune di varie
proposte classificatrici mediante certe semplificazioni e riduzioni.
Seguiremo le ridefinizioni del tipo di romanzo che pone sul primo
piano il tema della storia e del passato lungo l’asse centrale del
suo sviluppo cronologico.
Il presupposto cruciale dello statuto del genere è
“una sorta di giuramento, più o meno
ironico, dell’autore, che promette di limitare la sua libertà
inventiva sottoponendola al vincolo della verità storica. Il tratto
distintivo dell’identità del genere è la certificazione di “ciò che
è accaduto”, mentre il patto letterario, al di là delle differenze
delle forme e dei sottogeneri, sembra continuare a dire “ciò che non
è accaduto”. In altri termini, il lettore deve essere rassicurato
sulla verità dei fatti narrati, anche se sa di trovarsi di fronte ad
una scrittura di secondo grado, con le conseguenti operazioni di
distanza e di ironia”
(Margherita Ganeri, Il Romanzo
Storico in Italia, Piero Manni, Lecce, 1991, p. 42.)
Su questo approccio vogliamo basare il nostro avvicinamento alla
problematica e tener presenti certe costanti narrative riguardanti
sia il contenuto (le indicazioni cronologiche, le descrizioni di
abitudini e stili di vita, i ricorsi alle fonti storiche e
storico-letterarie) sia lo stile (le evocazioni esplicite del
narratario, i commenti del narratore, la sintassi generalmente )
La maggior parte degli storici
letterari accorda nell’opinione di situare la nascita del genere
all’inizio dell’Ottocento e di attribuire la sua paternità a Walter
Scott. L’opera di Scott rappresenta il rovesciamento radicale del
ruolo della storia nell’ambito di narrazione. Come afferma
Margherita Ganeri (Il Romanzo Storico in Italia, cit..),
mentre nei generi affini sorti nei tempi antecedenti la storia
costituisce soltanto uno sfondo stereotipato, immobile e quasi
marginale della narrazione, uno degli attributi centrali del romanzo
romantico consiste nel capovolgimento di tale rapporto: l’invenzione
letteraria diventa secondaria rispetto alla verità fattuale
sostenuta dalla precisa documentazione d’archivio. L’interesse per
la storia è legato al recupero della tradizione nazionale, letta in
chiave patriottica. La comparsa del nuovo genere è dovuta
all’affermazione dello statuto sociale della borghesia, le cui
esigenze di autopresentazione trionfante evadono anche la struttura
romanzesca. Il nuovo pubblico borghese cerca nella ricostruzione
d’ambiente, dei costumi e dei personaggi una propria immagine
narcisistica.
Conseguentemente vengono abbandonate
le regole classiche dell’epica e del teatro settecentesco basate
sull’armonia spazio-temporale e ritmico-narrativa.
In Italia questo genere sorge con un
leggero ritardo rispetto al resto dell’Europa, negli anni Venti,
annunciando il declino del romanzo epistolare e della novella. Gli
sviluppi politici in Italia contribuiscono fondamentalmente alla
prossima crescita della sua importanza. Dopo l’impietosa decisione
geopolitica del Congresso di Vienna cominciano a scaturire i
fulcri segreti dei moti unificatori e il romanzo storico assume la
funzione del portavoce letterario delle idee risorgimentali.
Sicuramente anche perché la collocazione nel passato fornisce un
rifugio sicuro alle allusioni critiche sul presente, in modo da
proteggere gli scrittori dal severo controllo di censura.
La prima ondata dei romanzi segue
rigidamente il modello scottiano e non è priva di meccanismi del
romanzo gotico (Le opere più importanti di questa fase sono: La
calata degli Ungheri in Italia (1823) di Davide Bertolotti, I
Lambertazzi e i Geremei (1825) di Defendente Sacchi, La
sibilla Odaleta (1827) di Carlo Varese ecc.)
La seconda metà degli anni Venti e gli
anni Trenta sono tracciati dall’ampia produzione dei liberali
moderati, come Cesare Cantù (Margherita Posterla,1838),
Tommaso Grossi (Marco Visconti, 1834), Massimo D’Azeglio (Ettore
Fieramosca, 1833) e Niccolò Tommaseo (Il duca d’Atene,1837).
Ovviamente, la ricezione dei testi in quel periodo attinge un
pubblico molto ristretto, la lettura è un fenomeno riguardante
esclusivamente il ceto aristocratico e quello altoborghese (Si pensi
per esempio ai 25 lettori manzoniani.) La divulgazione graduale del
genere è legata alla crescente importanza della stampa giornalistica
e all’interesse per la storia che corrisponde all’esigenza delle
nazioni recentemente indipendenti di porre le solide basi della
nuova identità, inscindibile dalla cultura letteraria nazionale.
L’edizione del capolavoro di
Alessandro Manzoni dà l’origine all’ondata di accesa polemica sul
romanzo storico.
La pubblicazione de I Promessi
Sposi assicura la piena affermazione del nuovo genere, finora
spesso disprezzato e sottovalutato. Manzoni riesce ad evitare
imitazioni abusate del modello scottiano, rimane intatto dagli
ordinari cliché del romanzo gotico, mantiene l’accento sul fine
pedagogico-civile, problematizzando però l’interpretazione
dell’idillio borghese ottocentesco. Rilevando sinteticamente gli
aspetti più rivoluzionari di uno dei testi cruciali della tradizione
letteraria italiana, esaltiamo almeno complessità della sua
struttura interna, pleiade di aspre e profonde riflessioni, la
plasticità di figure ritrattate, varietà di livelli interpretativi,
colorismo delle minuziose descrizioni, molteplicità di piani capace
di attraversare i canoni di vari generi, ceti sociali e registri
linguistici e ideologici. La sua visione del mondo e del progresso
mantiene una certa riserva nel confronto di passione, zelo e
preoccupazioni umani. Tale riserva è dovuta alla moderna religiosità
di cui Manzoni dispone, guardando l’esistenza fugace dalla
prospettiva dell’eterno. Il grande scrittore, piuttosto che
criticare, mette in dubbi tramite il ricorso all’ironia vitale e
onnipresente, modificando con le novità ideo-formali introdotte le
basi del romanzo storico risorgimentale.
Nonostante l'improrogabile e lampante
valore letterario de I Promessi Sposi, l’argomentazione
detrattrice da parte dell’intelligenza classicista non si esaurisce.
La loro critica spregia soprattutto il carattere ibrido del romanzo
storico giacente nella fusione del reale e del fantastico. La
frazione romantica ribatte esaltando l’obiettivo del nuovo genere a
“essere una lente capace di rendere visibili le angolature
nascoste e le zone lasciate in ombra dalla storia ufficiale”
(Margherita Ganeri, Il Romanzo Storico in Italia, cit.
p.36.) Manzoni stesso partecipa attivamente alle polemiche,
giungendo a condividere il giudizio classicista perché, “con il
passare del tempo, il romanzo storico mostrò di essere troppo
esplicitamente legato alla propaganda politica, o troppo
condizionato dalle mode letterarie noc il gusto del patetico”
(Margherita Ganeri, Il Romanzo Storico in Italia,cit.
p. 40.)
L’agitato dibattito tra i classicisti
ed i romantici tramonta insieme con l’epoca risorgimentale, quindi
verso la seconda metà degli anni Quaranta.
Presto il romanzo storico entra nella fase di declino e diventa
oggetto di satire e di parodie, le aspirazioni pedagogico-civili del
primo Ottocento si sfocano, la nuova realtà sociale trasforma la
visione della storia.
Come dice Gigliola De Donato:
“Il passato non è più quello eroico e
leggendario, monumentale ed esemplare del d’Azeglio o del Guerazzi,
del Grossi o del Tomaseo, non si prospetta più come mitico luogo di
valori, non impone più scelte obbligate tra Bene e Male, Dovere e
Licenza, Colpa e Redenzione, Vizio e Virtù. Il rapporto tra passato
e presente raccorcia le sue distanze, l’obiettivo è puntato sul
presente e sulla concretezza dei rapporti sociali e dei problemi
oggettivi: vale a dire sullo sviluppo capitalistico e sulle
trasformazioni economiche nelle città e nelle campagne che aprono le
contraddizioni inedite, rispetto alle quali non basta più appellarsi
ai miti patriottici e ad una morale solidaristica.” (Gigliola De
Donato, Gli Archivi del Silenzio: la Tradizione del Romanzo
Storico Italiano, Schena editore, Fasano, 1995, p. 26).
Il nuovo rapporto con la storia assume in alcuni casi letterari
un’espressione particolarmente lugubre, sentimentale e malinconica
della rappresentazione del passato (Aleardi, Prati), in altri casi
si procede verso il romanzo rurale che tende al realismo, utilizza
un linguaggio quotidiano con i termini dialettali (Carcano, Percoto,
Dall’Ongaro, Codemo, Molmenti, Nievo).
Per quanto riguarda il romanzo
storico, possiamo affermare che la sua graduale perdita di forze
produttive viene accompagnata da un’importante deviazione delle
coordinate anteposte nel periodo precedente.
Nievo e Rovani sono responsabili del mutamento macroscopico degli
stereotipi formali tradizionali. Il tratto distintivo di maggior
rilievo consiste nell’estensione dell’arco cronologico (Cento
anni di Rovani) e nella fusione del passato con il proprio
vissuto, ciò significa avvicinare l’orizzonte storico al presente e
al prossimo dello scrittore.
Un altro atto rivoluzionario dei due
autori soprannominati risulta nel loro rovesciamento del patto
narrativo: la voce omodiegetica testimoniale rimarca il passaggio
dal discorso d’accentuazione storiografica al discorso del cronista
moderno. Il punto di superamento del romanzo storico risorgimentale
riguarda l’abbandono dell’onniscienza del narratore,
nell’abbassamento del punto di vista che diventa relativo e di
parte, nella sostituzione della ricostruzione storica affidata senza
riserve al documento con quella poggiata sulla visione soggettiva.
Il particolare della storia quotidiana adombra gli avvenimenti
politici di grande rilievo, con l’intenzione di accentuare la
veridicità della confessione autobiografica. Come dice la Ganeri (cit.),
proprio questo aspetto influenzerà maggiormente gli autori veristi.
Con gli anni Sessanta tramontano le forme canoniche e tradizionali
del romanzo storico, anche se molte tematiche e topoi vengono
rielaborati nell’ambito del naturalismo e del verismo, assumendo il
ruolo di testimonianza e di accusa sociale. Tale funzione coincide
in molti aspetti con quella che attribuivano al genere i romantici:
loro percepivano il romanzo storico anche come un mezzo di denuncia
delle fonti storiche ufficiali, controllate e gestite dai detentori
del potere politico. In altre parole, sul piano teorico la finalità
della letteratura romantica corrisponde a quella della letteratura
verista, in quanto entrambe mirano alla verosimiglianza della
rappresentazione: di quella storica nel primo caso e di quella
sociale nel secondo.
Riassumendo possiamo affermare che nella seconda metà dell’Ottocento
il genere del romanzo storico persiste e si sviluppa soprattutto sul
piano latentemente percettibile, i suoi tratti distintivi si
trasmettono sul romanzo d’appendice e su quello sentimentale
(Margherita Ganeri, cit.), alcune delle sue funzioni e
procedimenti vengono assunte dagli scrittori veristi, anche se
questi ultimi lo consideravano un genere degradato e artisticamente
esaurito. Tale giudizio negativo si proietta nella produzione delle
opere parodiche, le quali, però contribuiscono al mantenimento della
vitalità del genere. Il romanzo storico riprende il fiato a capo
alto e gode soddisfacente rivalutazione soltanto dopo una lunga
serie di decenni, grazie al successo de Il Gattopardo (1958)
di Tomasi di Lampedusa.
Ci sono da notare due grandi eventi letterari appartenenti alla
tradizione del romanzo storico-sociale, sorti però durante la fase
debole, ossia nel periodo di declino del genere, vale a dire a
cavallo tra l’Ottocento e il Novecento l’uno e nei primi anni del
secolo XX l’altro. Il loro destino è tracciato da un ragguardevole
parallelo: entrambi i romanzi sono rimasti trascurati o in più
sottovalutati da parte della critica quasi fino alla seconda metà
del Novecento. Probabilmente non rispondevano ai gusti prevalenti
della fin de siècle e solo dalla prospettiva distante di
circa una cinquantina di anni potevano raggiungere una soddisfacente
rivalutazione.
Si tratta dei romanzi I Viceré
(1894) di Federico De Roberto e I Vecchi e i Giovani (1913)
di Luigi Pirandello. Piuttosto che dimostrazioni di un arretrato e
svantaggioso oscurantismo letterario, fungono da momenti di
transizione anticipante le direzioni moderne, da presagio di nuove
tendenze ed elaborazioni contenuto-stilistiche del romanzo storico.
Il segno più ravvisabile che delinea la frattura de I Viceré
dalla poetica naturalistico-verista poggia sull’intenzione di De
Roberto di applicare alcuni dei procedimenti creativi di origine
verista, ossia il metodo compositivo impersonale all’estesa
rappresentazione del vasto affresco storico-politico legato
all’eredità del romanzo risorgimentale italiano. Per l’ampiezza
dell’angolazione dichiarativa, il capolavoro derobertiano sfugge
dalla possibilità di un collocamento indubbio e assoluto nell’ambito
del genere storico. Bisogna sottolineare che l’ampiezza
rappresentativa del romanzo abbraccia simultaneamente tutte e due
facce “della medaglia” di un macrogenere letterario, o meglio
oscilla tra l’accentuazione della problematica sociale e di quella
storico-politica di ampio respiro.
Sintetizzando possiamo affermare che
la lettura dei Viceré ci porta di fronte a un mutamento delle forme
espressive e contenutive del genere letterario la cui costante
invariabile equivale a un nodo di trame riferite al dato storico, a
un’ambientazione spazio-temporale precisa e identificabile, a
personaggi con concreti attributi condizionati socioculturalmente.
Il pessimismo storico di De Roberto non cerca nessuna soluzione
alternativa per sostituire da lui rifiutato positivismo borghese.
Invece di trovare un’alternativa ideologica, sceglie la strada della
rappresentazione mimetica dell’irrazionalità del mondo, dell’ironico
e bizzarro spettacolo dello status quo. Appunto per la dominante
carica ideologica negativa Vittorio Spinazzola ha definito I
Viceré un “romanzo antistorico” (Margherita Ganeri,
cit. p.74) Questa definizione riesce ad attingere il significato
duplice: la posizione di De Roberto si mantiene antistorica sia sul
piano ideologico, sia su quello formale.
Con il tramonto della stagione verista si esaurisce il dibattito
critico sul romanzo storico per alcuni decenni, riprendendo il fiato
dopo la seconda guerra mondiale. Nonostante il declino del genere
nell’ambiente italiano non possiamo parlare della sua scomparsa
totale. Nella produzione letteraria della prima metà del Novecento
si distinguono due filoni marginali le cui origini e caratteristiche
principali bisogna cercare nell’ambito del romanzo storico. Si
tratta da una parte del romanzo siciliano che si occupa della
tematica del Risorgimento fallito, della disparità tra Nord e Sud,
della questione agraria, dall’altra si sviluppa una corrente
orientata all’accentuare dei punti di vista storicamente
discriminati.
L’opera I Vecchi e i Giovani si colloca nel primo filone, il
suo insuccesso è affine allo stroncamento de I Viceré e viene
vendicato solo dopo una cinquantina d’anni con la pubblicazione de
Il Gattopardo. La ricezione positiva dell’ultimo era dovuta
alla sua capacità di soddisfare i gusti di due pubblici: quello
aristocratico intellettuale il quale ne gradiva il tono di nostalgia
di un’élite e anche quello piccolo borghese. Margherita Ganeri (cit.,
pag. 87) sottolinea il carattere emblematico del fatto che la
rinascita del genere ormai sonnecchiante avviene “grazie a
un’opera apparentemente non polemica, e anzi per molti versi
nobilitante la tradizione ottocentesca, mentre un romanzo corrosivo
e contestatario come I Vecchi e i Giovani era relegato nell’ombra”.
Il Gattopardo era l’apostolo
della seconda grande stagione del genere, la cui esplosione
produttiva negli anni Ottanta del secolo scorso è stupefacente.
Ovviamente, il distacco dalle proprie radici ottocentesche è
estremamente elevato, le distanze sia del contenuto che dello stile
ormai insuperabili, e perciò estendere il nostro discorso invadendo
il campo del romanzo a tema storico dell’epoca postmoderna andrebbe
oltre il fulcro tematico di questa trattazione. Conseguentemente
intendiamo soffermare il nostro profilo cronologico con il romanzo
storico al centro e restringere l’angolo visivo esclusivamente a due
opere chiave della tesi, di cui la prima rappresenta vera e prorpia
affermazione canonica del genere in Italia e la seconda delinea,
piuttosto che il suo tramonto, il rovesciamento definitivo del
paradigma storicistico.
La lezione di Pirandello si rivelerà
vitale per la futura storia del romanzo storico.
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Capitolo Secondo - Pirandello e il suo
tempo
Come abbiamo menzionato
precedentemente, riteniamo che la definizione e l’analisi delle
particolarità di una narrazione richiedono informazioni sulle
coordinate della sua realizzazione: il tempo e lo spazio in cui
avviene, le circostanze specifiche che influenzano tale spazio, il
rapporto del narratore con la storia, con i suoi elementi e con il
destinatario al quale si rivolge. Siccome I Vecchi e i Giovani
sono il punto di partenza e il centro del nostro interesse, il passo
seguente della tesi sarà necessariamente sproporzionato, in quanto
accentuerà esclusivamente la personalità di Pirandello. I momenti di
approssimazione alle circostanze storico-ideologiche del sorgimento
de I Promessi Sposi saranno esposti a fianco dell’asse
pirandelliana con lo scopo di sottolineare i più rilevanti contrasti
e paralleli del processo creativo dei due autori.
L’avvicinamento analitico a I Vecchi e i Giovani sarebbe
impossibile senza un riferimento al rapporto tra l’autore a la
realtà storica e personale che egli deve affrontare ed elaborare.
I Vecchi e i Giovani sono frutto e testimonianza di una crisi
generazionale e personale che nella prima metà degli anni Novanta ha
segnato profondamente la maturazione di Pirandello. La ricerca
completa di tutti i fili culturali, esistenziali e sociali della
formazione dell’autore comporterebbe una digressione per i nostri
obiettivi inutilmente vasta, perciò sottolineeremo soltanto i
momenti cruciali dello sviluppo poetico di Pirandello. Dal punto di
vista macroscopico sono da menzionare i turbamenti ed i conflitti
dei grandi sistemi filosofici dell’Ottocento: l’infallibilità della
scienza positivista si rivela invalida, smentita dalle nuove
scoperte proiettatesi sul piano etico nella precarietà dei valori
individuali e collettivi.
La prospettiva antropocentrica viene
sostituita da un’incertezza paralizzante e da un disperato
relativismo. La focalizzazione dei punti fondamentali della
microstoria pirandelliana ci avvicina al suo nucleo familiare,
dominato da una parte dai problemi della borghesia proprietaria
siciliana lontana dalla sicurezza e dall’ingegnosità della moderna
industria capitalistica settentrionale, dall’altra ancorato nella
tradizione del patriottismo garibaldino a cui Pirandello resta
fedele tutta la vita. La consapevolezza di una profonda diversità
psicologica derivante dal rapporto conflittuoso con la figura
paterna e il senso della propria marginalità sociale
contribuiscono alla sua precoce dedizione all’arte, l’unica istanza
in cui può esprimere legittimamente un’estraneità dagli altri.
Il sentimento di solitudine culturale
non abbandona Pirandello neanche dopo il ritorno dagli studi a Bonn.
A Roma rimane lontano dagli intellettuali compaesani che aderiscono
alle nuove correnti del simbolismo e dell’irrazionalismo decadenti e
frequenta il gruppo (fondatore nel 1898 della rivista Ariel)
di intellettuali che mantengono qualche legame con la tradizione
positivista. Il gruppo, i cui membri sono soprattutto siciliani
stabilitisi nella capitale (tra i più famosi nominiamo almeno
Capuana, Fleres e Cesareo), mentre prende atto del declino del
positivismo e del naturalismo allontanandosi da tali posizioni,
rifiuta simultaneamente l’adesione alle nuove proposte estetiche.
L’ambiente romano dell’ultimo
ventennio del secolo si offre a Pirandello come frammento esemplare
di una vasta crisi storica, la riflessione della quale viene messa a
punto nei frutti più significativi della sua produzione saggistica,
vale a dire nei volumi L’Umorismo (pubblicato solo nel 1908)
e Arte e Coscienza d’Oggi (1893).
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2.1. La visione del mondo
La caduta della prospettiva antropocentrica viene affrontata fin
dai principi della produzione pirandelliana. La solitudine, lo
sradicamento dell’uomo dalle sue sicurezze antiche l’imprigiona in
un irrimediabile relativismo che minaccia tanto la sua fermezza
morale quanto la capacità di agire.
Nell’articolo Arte e Coscienza
d’Oggi (pubblicato il 15 settembre 1893 sulla rivista La
Critica, ora inserito nel volume Saggi, poesie e scritti vari,
a cura di M. Lo Vecchio Musti, Milano, 1977.), l’autore accusa la
scienza che ha “corroso il concetto di Dio, senza nulla sostituirgli
e ha assegnato all’uomo “un malinconico posto nell’universo”
(Maria Argenziano Maggi, Il relativo e l’assoluto (Luigi
Pirandello), Federico & Ardia, Napoli, 1988, p. 15.)
Pirandello rifiuta il ritorno a false
consolazioni e la sua percezione di solitudine traumatica è priva di
minima carica titanica superomistica dannunziana.
“Io immagino la vita come un
immenso labirinto circondato tutt’intorno da un mistero
impenetrabile”, scrive Pirandello in una lettere del dicembre
1893 alla fidanzata Antoinetta (in Maria Argenziano Maggi, Il
relativo e l’assoluto (Luigi Pirandello), cit., p. 16.) L’uomo
abbandonato deve attraversare il buio labirinto della realtà che
sfugge a ogni tentativo cognitivo, deve affrontare un mondo di
disperazione senza illusioni metafisiche. Pirandello, al contrario
di Manzoni, non ha vissuto il colpo della grazia divina che lo
aiutasse a ritrovare un punto fermo nell'universo incomprensibile.
Ma non solo la realtà esterna si sottrae alla possibilità di una
valida indagine conoscitiva, anche l’uomo stesso deve fronteggiare
lo shock di conoscere solo una piccolissima parte di quello che è.
La concezione pirandelliana della complessità e della disorganicità
dell’essere umano trova le basi nella teoria di Alfred Binet,
psicologo sperimentale francese, interessato nelle analisi di vari
casi di scissione del soggetto e dei diversi livelli della vita
psichica, consci e inconsci, e dunque anche della pluralità dell’io
e della compresenza in esso di varie personalità. Binet accentua la
conflittualità e i divari presenti nel soggetto stesso.
Secondo Pirandello, la nostra realtà
interiore è un flusso continuo il quale si può conoscere solo quando
arrestato, o meglio morto (Luigi Pirandello, L'Umorismo e Altri
Saggi, Giunti Gruppo editoriale, Firenze, 1994.)
Soffermare quella corrente di stati
d’animo eterogenei con l’intenzione di conoscerci vuol dire
esaminare quello che non siamo più, ciò che di noi è morto. Nel
saggio sull’umorismo Pirandello concorda con Pascal:
“Non c’è uomo che differisca più da un
altro che da se stesso nella successione del tempo”
(L'Umorismo e Altri Saggi, cit.
p.150.)
Tale considerazione viene affermata
dall’esperienza personale di molti personaggi pirandelliani. La
riflessione di Pirandello procede verso il riconoscimento
dell’indispensabilità di una “forma” che ogni individuo deve
assumere per poter sopportare il continuo cambiamento.
L’uomo dà un’interpretazione del suo
essere interiore mascherandosi incoscientemente e vive la “metafora”
della sua realtà. Questa, però, non coincide con quella che gli
attribuiscono gli altri, perché ognuno lo percepisce a suo modo, in
un dinamico gioco di prospettive individuali, il quale regola i
rapporti interpersonali.
Neanche il mondo oggettivo è in grado
di offrire all’uomo una compensazione del disperato relativismo
della verità di persone. La scienza fallisce ugualmente, poiché il
suo strumento cruciale, la logica
“astraendo dai sentimenti le idee,
tende appunto a fissare quel che è mobile, mutabile, fluido; tende a
dare un valore assoluto a ciò che è relativo” (L'Umorismo e Altri
Saggi, cit. p.150.)
In tale contesto, la ragione perde
ogni vantaggio e ruolo di facoltà liberatrice rivelandosi un
infelice privilegio grazie al quale siamo in grado di denominare il
travaglio, ma non di risolverlo. E Pirandello deride le ambizioni
della scienza, nutrendo nei suoi confronti un’ironia divertita. I
tentativi di spiegare tutto in base alla credenza nell’infallibilità
dei rapporti causali si rivelano vani, vinti da colpo imprevedibile
dell’imponderabile caso. Essendo la realtà dei fatti diversa per
tutti, si possono inventare dei “fantasmi” che hanno la
stessa validità della realtà e possono condurre la coscienza di un
individuo all’ossessione totale, alla follia. La follia, infatti,
non rappresenta qualcosa di raro, ma è latentemente presente in
tutti noi, basta solo un esiguo stimolo imprevedibile per svegliarla
e per farla diventare l’unica realtà. Cancellato un nitido segnale
di confine tra il fatto reale e quello dell’immaginazione, risulta
chiaro che anche le illusioni ed i sogni hanno una loro realtà. In
più, i sogni molte volte liberano individuo dai tormenti interiori,
coperti nell’atteggiamento cosciente (Pirandello tratta tale
prospettiva nella novella La Realtà del Sogno, ma dichiara di
non conoscere le posizioni di Freud.)
In altre parole, gli avvenimenti dei
sogni costruiscono una realtà, anche se non esistono sul piano dei
fatti oggettivi. Dall’altro lato, Pirandello sostiene che
“noi possiamo benissimo non ritrovarci
in quello che facciamo, ma quello che facciamo è […] resta fatto:
fatto che ci circoscrive, ci dà comunque una forma e c’imprigiona in
essa”
(in Maria Argenziano Maggi, Il
relativo e l’assoluto (Luigi Pirandello), cit., p. 21.)
La verità, quindi, non esiste. Il
relativismo gnoseologico dirige l’uomo pirandelliano verso
un’esistenza insicura oscillante tra un’ingannevole maschera e il
rischio di un totale annientamento. D’accordo con Romano Luperini,
possiamo affermare che secondo Pirandello la verità
“è solo un processo sociale, un farsi
storico e relativo che vive soltanto nella soggettività delle
coscienze e nella dialettica e nel conflitto delle interpretazioni”
(Romano Luperini, Introduzione a
Pirandello, Laterza & Figli, Bari,1992, p. 83.)
La via d’uscita del grande agnostico,
l’unica sua fede e sicurezza non sorge dalla fiducia nella
solidarietà del Deus absconditus manzoniano, ma dalla
possibilità di proiettare le traumatiche contraddizioni
dell’esistenza in aspri esiti della sua arte. La relatività della
vita può essere oltrepassata solamente nell’assoluto dell’arte,
anche se molte volte inquietante e torturante nel suo spietato
togliere di maschere e nell’insistente cancellare di illusioni.
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2.2.
La concezione dell’arte
La premessa fondamentale della poetica pirandelliana, esposta per la
prima volta nell’articolo già menzionato, Arte e coscienza d’oggi
del 1893, è ancorata nella convinzione che l’arte deve emanare dalla
spontaneità. Il mistero della vita può essere penetrato soltanto
attraverso il sentimento, ossia attraverso l’esperienza soggettiva
dello spirito che stimola la nascita di un atto creativo. Nel saggio
citato Pirandello rifiuta e critica ogni espressione artistica
basata sull’imitazione dei modelli antichi o di quelli stranieri.
Simultaneamente condanna i tentativi di rispecchiare rigidamente la
realtà secondo le proposte del naturalismo.
Dall’altro lato, siccome immerso profondamente nella problematicità
concreta di un determinato momento storico, si oppone anche ai nuovi
“ismi” sorti alla fine dell’Ottocento, i quali considerano
l’arte molte volte come sogno e evasione dal reale.
Le posizioni di critica e di estetica condivise e approfondite da
Pirandello trovano molti punti stimolanti nell’amicizia con
Luigi Capuana il quale accentua la creatività individuale
dell’artista. Postulando l’autonomia del personaggio dall’io
dell’autore, e la superiorità dell’arte rispetto alla natura, egli
dice: “[…] ogni opera d’arte non è la realtà ordinaria, ma la
realtà immaginata, lavorata dalla fantasia, idealizzata” (Luigi
Capuana, Gli “Ismi” Contemporanei in Romano Luperini,
Introduzione a Pirandello, cit., p. 86.)
Da qui nasce la concezione
pirandelliana dell’indipendenza del personaggio dal suo stesso
autore.
La molla creativa si trova nel
sentimento dell’artista, ma tale sentimento poi viene completamente
assorbito nella nuova vita d’arte che è nata e il creatore deve
seguire e ubbidire la propria creazione. Le posizioni teoriche di
Pirandello sono strettamente legate al pensiero del già menzionato
psicologo Alfred Binet (1857-1911), soprattutto per quanto riguarda
la dinamica della creazione-soggezione.
Servendosi del processo di
disgregamento di personalità descritto da Binet, Pirandello
sostiene:
“Il nostro spirito consiste di
frammenti, o meglio di elementi distinti, più o meno in rapporto tra
loro, i quali si possono disgregare e ricomporre in un nuovo
aggregamento […] Ognuno vede quanta luce da queste nuove prove di
fatto irrefragabili si riversa sul mistero della creazione
artistica. Gli elementi dello spirito d’un artista sono di gran
lunga più numerosi e più vari di quelli di uno spirito comune. E
l’artista, nel momento dell’estro, in cui la coscienza normale si
smarrisce, si disgrega in tumulto, veramente compone, costruisce,
crea con gli elementi del suo proprio spirito, altri personaggi,
altri individui da sé, ciascuno con la propria coscienza, con
un’intelligenza propria, vivo ed operante”
(Luigi Pirandello, Scienza e
Critica Estetica in L'Umorismo e Altri Saggi, cit..)
Un altro contemporaneo di Pirandello
la cui influenza traluce nella sua concezione dell’arte è teorico
del vitalismo irrazionalista Gabriel Séailles. Tra le idee condivise
da Pirandello quelle più importanti si riferiscono alla nozione
della spontaneità d’arte e della sua autonomia da ogni forma di
rispecchiamento o passiva imitazione e della presenza di riflessione
nella composizione dell’opera.
L’arte, secondo Pirandello, è il “subiettivarsi
dell’oggettivizzazione”, vale a dire una “sentimentalizzazione”
dell’atto cognitivo. La riflessione dovrebbe trasformarsi in
sentimento per diventare parte dell’elaborazione estetica.
In questo contesto è necessario toccare di sfuggita la viva polemica
condotta da Pirandello nei confronti di Benedetto Croce. Il filosofo
napoletano vedeva nell’atto creativo un’estrinseca materializzazione
dell’intuizione, un processo privo delle preoccupazioni delle
strutture formali nuove o preesistenti, delle tradizioni e dei
canoni che necessariamente determinano un’espressione estetica.
L’intuizione crociana, a parere di Pirandello, rappresenta una
conoscenza rigida e meccanica che può essere facilmente fornita da “qualunque
scienza naturale”. Il Croce ha escluso dalla sua concezione due
componenti soggettive che nell’opinione pirandelliana sostenuta
dalle posizioni di Séailles sono indispensabili per la creazione: il
sentimento e la volontà.
L’opposizione a Croce è presente anche nel lungo saggio
L’Umorismo del 1908. A Croce sembrava impossibile trovare una
definizione adeguata d’umorismo, Pirandello invece ne ricerca le
coordinate e ne stabilisce la definizione. Già nell’articolo Un
Pretesto Poeta Umorista del Secolo XIII del 1896, Pirandello
dimostra un interesse particolare per l’espressione umoristica:
“L’umorista [...] ride delle sue
stesse lacrime, dei suoi sogni andati a vuoto o vani, dei suoi
desideri sproporzionati alle possibilità del volere”
(L’articolo fu pubblicato in La
vita italiana il 15 febbraio 1896.)
Il sorgere della condizione umoristica
è sempre dovuto da precise situazioni storiche segnate dal tramonto
di certi ideali e sicurezze morali.
Essa si pone come capacità di “capire
il gioco”, aiuta a scomporre le forme ingannevoli del reale e a
intenderne la indispensabilità:
“L’umorismo […] induce a riflettere
che la vita, non avendo fatalmente per la ragione umana un fine
chiaro e determinato, bisogna che, per non brancolar nel vuoto, ne
abbia uno particolar, fittizio, illusorio, per ciascun uomo, o
basso, o alto; poco importa giacche non è ne può essere il fine
vero, che tutti cercano affannosamente e nessuno trova, forse perché
non esiste”
(L’Umorismo e Altri Saggi, cit.,
p. 130.)
Ovviamente, l’amara concezione
pirandelliana è generata dalla profonda delusione storica
postrisorgimentale (il bilancio della situazione è nitidamente
offerto ne I Vecchi e i Giovani). Gli stimoli storici possono
essere a volte sostituiti da qualsiasi dolorosa esperienza della
vita, la quale può costringere l’artista a riflettere.
L’umorismo nasce da uno stato d’animo complesso, tracciato dalla
presenza di tendenze opposte, dalla visione di un mondo sdoppiato. E
una specifica attività di fantasia che appena coglie un
aspetto del reale, ne rivela subito l’aspetto contrario. Il primo
contrasto è quello tra sorriso e tristezza: nell’umorismo, ciò che
sembra sorriso è dolore, ciò che è dolore è accompagnato dal sorriso
triste. Ricordiamo in poche parole le premesse ed i termini
principali del famosissimo ragionamento pirandelliano: sulle basi
dell’opera umoristica c’è il livello comico accompagnato dal riso
suscitato dall’avvertimento del contrario. Il comico nasce
dall’accorgersi superficiale che un individuo o una situazione sono
lontani dalla normalità abituale. Nel passo seguente la luce della
riflessione illumina i nascosti motivi tragici della situazione
comica trasformando la risata spensierata in un riso amaro e
doloroso. E così dall’avvertimento del contrario si prosegue al
sentimento del contrario, dal comico all’umoristico.
Maria Argenziano Maggi afferma che l’umorismo pirandelliano dispone
di una certa sfumatura di vendetta e di punizione: “Troppo
spesso, il suo umorismo appare lo strascico di un dramma già
avvenuto e dolorosamente subito, di cui, stravolgendo la tragedia in
caricatura, segna con amara rivalsa una particolare vendetta”
(Maria Argenziano Maggi, Il relativo e l’assoluto (Luigi
Pirandello), cit., p. 29.)
Tale riflessione dimostra che il riso
umoristico non sempre sorge da una lieve comicità, ma molte volte
nasce subito amaro, pronto a deridere sicurezze dimostratesi
illusorie. L’umorismo pirandelliano non trova soluzioni. I
suoi eroi non hanno possibilità di liberazione, l’autore nutre nei
loro confronti “la pietà spietata”.
L’esempio per eccellenza di
personaggio umoristico, Pirandello lo vede nel Don Quijote di
Cervantes che, secondo il nostro autore, rappresenta l’alter ego
artistico del suo proprio creatore. Cervantes, antico discendente di
una nobile famiglia, imprigionato e povero, costretto ad affrontare
la definitiva caduta dei suoi ideali si riconosce nell’oscuro
carcere della Mancia e comincia a ridere di se stesso. Ride
con tutti i suoi dolori, respirando ostile aria di distacco tra
ideali e realtà, così come Pirandello, parecchi secoli dopo, soffre
la delusione postrisorgimentale.
Torniamo ancora una volta al concetto della riflessione, il cui
ruolo nell’arte umoristica differisce da quello nell’arte in
generale.
Mentre nell’arte in generale la
riflessione resta nascosta e implicita, nell’opera umoristica
“la riflessione non si nasconde, non
resta invisibile, non resta cioè quasi una forma del sentimento,
quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira; [...] nella
concezione umoristica, la riflessione è, sì, come uno specchio, ma
d’acqua diaccia, in cui la fiamma del sentimento non si rimira
soltanto, ma si tuffa e si smorza” (L’Umorismo e Altri Saggi,
cit., pp. 127 e 132.)
La riflessione, tuttavia, non può impedire la spontaneità dell’atto
creativo che deve essere “ingenuo”.
Per chiarire i limiti del termine,
citiamo ancora il nostro autore:
“La
riflessione dunque, di cui io parlo, non è un’opposizione del
cosciente verso lo spontaneo; è una specie di projezione della
stessa attività fantastica; nasce dal fantasma, come l’ombra dal
corpo; ha tutti i caratteri della ‘ingenuità’ o natività spontanea:
è nel germe stesso della creazione, e spira in fatti da essa ciò che
ho chiamato il sentimento del contrario” (L’Umorismo e Altri
Saggi, cit..)
Ogni artista umorista è anche critico della sua arte, ma un “critico
fantastico”. Quell'aggettivo esprime il distacco di Pirandello
dalle posizioni estetiche giacenti sul binomio arte-conoscenza e,
come si è già detto, chiarisce il fondamento spontaneo di tale “fantastica
riflessione”.
Quale è la funzione e l’attività del
sopra accennato concetto di riflessione? È essa la forza
motrice dell’approccio umoristico, l’impulso principale del processo
analitico che scompone l’illusorietà di tutte le finzioni,
costruzioni ed inganni. L’umorismo, erede estetico del relativismo
filosofico, smaschera il parere dell’esistenza di una realtà
oggettiva, dell’unanimità individuale e vede la vita come un
continuo flusso eracleitano.
L’arte umoristica non può essere mai
l’arte imitativa, proprio perché sorge dalla molteplicità di
prospettive, afferma la variabilità incessante del reale, la
problematicità d’esistenza. Si distacca dalla retorica, avendo
bisogno
“del più vivace, libero, spontaneo e
immediato movimento della lingua, movimento che si può avere sol
quando la forma a volta a volta si crea” (L’Umorismo e Altri
Saggi, cit., p. 53.)
Un altro termine essenziale da chiarire per poter concepire
appropriatamente la poetica pirandelliana è la forma.
Essa non rappresenta assolutamente
qualcosa di esteriore, legato ai canoni di un determinato genere
letterario o ai rigidi modelli tradizionali, ma qualcosa di
inseparabile dall’atto creativo. E perciò il linguaggio dell’artista
deve essere libero, non ostacolato dalle questioni retoriche.
Pirandello dice:
“L’umorismo ha bisogno del più vivace,
libero, spontaneo e immediato movimento della lingua, movimento che
si può avere soltanto quando la forma a volta a volta si crea [...]
L’artista, il poeta, deve cavar fuori dalla lingua l’individuale,
cioè appunto lo stile. La lingua è conoscenza, è oggettivazione; lo
stile è subiettivarsi di questa oggettivazione. In questo senso è
creazione di forma” (L’Umorismo e Altri Saggi, cit..)
L’opposizione arte-retorica, lingua comune-lingua letteraria forma
le basi dalla dicotomia che Pirandello stabilisce tra due tipi di
scrittori: da un lato riconosce gli scrittori delle “cose”,
dall’altro lato quelli delle “parole”.
Tale distinzione non è soltanto
linguistica, ma soprattutto umana e Pirandello esalta il primo
filone, in cui colloca gli autori come Dante, Machiavelli, Ariosto,
Manzoni, Verga, se stesso (contro Petrarca, Tasso, D’Annunzio), li
definisce come artisti lontani “dal vuoto intellettuale, dal
disimpegno etico, dall’evasione umana, dal dilettantismo e dal
solipsismo magniloquente” (Arcangelo Leone de Castris, Storia
di Pirandello, Laterza & Figli, Bari, 1992, p. 79.)
D’altronde, Pirandello rifiuta ogni precostituito modello
nell’ambito dell’arte, d’accordo con la tesi che l’arte sia
creazione spontanea, critica il naturalismo appunto per il tentativo
di voler “annegare l’arte nella scienza”.
Verga, però, agli occhi di Pirandello,
era capace di oltrepassare mera imitazione, di staccarsi dalle
regole naturalistiche. Prendendo alcuni spunti dal verismo l’adattò
per i fini di una poetica assai originale, generata da
“libero e spontaneo movimento
d’un’immagine di vita ch’era dentro di lui”
(L’Umorismo e Altri Saggi, cit.,
p. 164.)
Il ragionamento teorico pirandelliano
presenta chiaramente le basi idealistiche:
“Tutto ciò che vive, per il fatto che
vive, ha forma, e perciò stesso deve morire: tranne l’opera d’arte
che appunto vive per sempre, in quanto è forma” (Prefazione
all’edizione del 1925 dei Sei Personaggi in Cerca d’Autore,
in Maria Argenziano Maggi, Il relativo e l’assoluto (Luigi
Pirandello), cit., p. 34.)
L’arte rappresenta l’unica sicurezza
nel mondo frantumato, pieno di disagio, di miserie, ostacoli e
contraddizioni.
Pirandello vive profondamente
l’inconciliabilità del mondo che si è rilevata dolorosamente proprio
nella sua epoca storica. Affronta il sentimento di perdizione nel
caos universale, lo soffre, lo combatte,e infine lo vince sul campo
dell’arte.
Vediamo adesso come Pirandello
percepisce e commenta il più famoso testo dello scrittore lombardo
nei suoi saggi teorici, attraverso le lenti della nuova concezione
poetica. Tante pagine dei testi cruciali della nuova proposta
estetica pirandelliana sono dedicate al capolavoro manzoniano. Il
richiamo al mondo dello scrittore lombardo è molto frequente negli
scritti di critica di Pirandello: per aprire una polemica con i
letterati coetanei, per chiarire qualche motivo di poetica, o per
delineare un’idea di estetica. Pirandello considera Manzoni uno
scrittore storico insigne che sa derivare molte situazioni poetiche
dalla materia religiosa, e svilupare l’azione in luoghi d’infanzia
con
“la chiarezza e la particolarità
meravigliosa nel disegno, che son tra i grandi meriti dell’opera
sua”
(L’Umorismo e Altri Saggi, cit.,
p. 153.)
Quando Pirandello ne L’Umorismo
fa conti con i più famosi scrittori italiani, dalle origini fino ai
suoi tempi, e distingue tra quelli che adoperano uno stile di parole
da quelli che usano uno stile di cose, Manzoni viene posto tra gli
scrittori che hanno
“cose da dire, cose e non parole, cose
prepotenti che esigono da noi un assoluto rispetto per la loro nuda
verginità” (L’Umorismo e Altri Saggi, cit., p. 26.)
Vede Manzoni come il creatore di una “prosa
viva” che, con una “narrazione mista”, è
“atta a rendere più lievi e riposate
pieghe della passione e del pensiero” (L’Umorismo e Altri Saggi,
cit..)
Secondo Pirandello, Manzoni crea e non
imita:
“dando nuovo e vivo movimento alla
lingua, intimità di stile. Mercé sua, eravamo riusciti a serbare
intatte e resistenti contro il violento irrompere delle correnti
straniere le nostre virtù native”
(L’Umorismo e Altri Saggi, cit.,
p. 154.)
Questa valutazione dell’originalità di
Manzoni diventa ragione in Pirandello per creare un suo rinnovamento
dei mezzi espressivi nei riguardi del verismo contemporaneo,
attraverso un uso efficace e rigoroso della lingua parlata,
drammatica espressione della coscienza del personaggio, in una
rappresentazione che dev’essere sempre un’avventura soggettiva dello
spirito e della fantasia,
“poiché l’arte, come scienza del
soggetto, non può essere mai oggettiva se non a patto di porre ciò
che è creazione nostra fuori di noi, come se non fosse appunto
nostra, ma una realtà per sé, che noi dovessimo solamente ritrarre
con fedeltà” (L’Umorismo e Altri Saggi, cit., p. 156.)
Nel saggio L’Umorismo
Pirandello si serve largamente di esempi manzoniani per illustrare
il suo concetto dell’umorismo. Pirandello vede nel Manzoni lo
scrittore umorista, dimostrando tale proposta sulla figura di don
Abbondio, “creazione umoristica di prim’ordine” (L’Umorismo
e Altri Saggi, cit., p. 158.)
Anche se l’alto ideale sacerdotale del
Manzoni s’incarna nella figura del Cardinale Borromeo, l’autore non
ne rimane accecato, perché in lui penetra la riflessione che riduce
le proporzioni dell’ideale, conduce al lato opposto, lo sdoppia e ne
fa nascere l’“ombra”, l’antitesi dell’ideale, l’immagine di
don Abbondio:
“Ma questa limitazione dell’ideale che
cos’è? è l’effetto appunto della riflessione che, esercitandosi su
quest’ideale, ha suggerito al poeta il sentimento del contrario. E
don Abbondio è appunto questo sentimento del contrario oggettivato e
vivente; e però non è comico soltanto, ma schiettamente e
profondamente umoristico” (L’Umorismo e Altri Saggi, cit., p.
161.)
Pirandello esprime la propria affinità
spirituale col Manzoni, e vede la figura di don Abbondio quasi come
un suo personaggio, con una personalità distorta e “fuori di
chiave”, in cui Manzoni ha fuso il tragico e il comico, per
esprimere la pena di vivere, propria della condizione umana, la
scomposizione umoristica tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe
essere, tra le esigenze sociali e l’imperativo della coscienza.
Come I Promessi Sposi così la
maggior parte delle opere pirandelliane è costituita sul contrasto,
sia al livello strutturale che rappresentativo: l’anima della fabula
rimane il personaggio intrappolato nei conflitti esistenziali e la
sua condizione produce un’ironia sottile dedicata alla funzione
demistificante.
Molti sono insomma i motivi che Pirandello e tanti altri scrittori
possono derivare o assumere inconsciamente da I Promessi Sposi.
L’opera pirandelliana in cui gli echi
del mondo manzoniano sono più frequenti è il romanzo I Vecchi e i
Giovani.
Procediamo adesso alla parte pratica
del nostro lavoro la quale concretizza e materializza le premesse
teoriche finora sviluppate e ci permette di scoprire alcune regole
che guidano il mondo letterario e spirituale dei due autori.
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Capitolo Terzo
3.1. Su “I Vecchi e i Giovani” in generale
Delimitata la posizione particolare de
I Promessi Sposi e de I Vecchi e i Giovani nel
contesto dello sviluppo del romanzo storico italiano, esposti i
tratti principali della situazione e della poetica pirandelliana,
possiamo ora restringere i limiti del nostro angolo visivo e
dedicarci finalmente alla parte analitico-comparativa della tesi.
Poco dopo L’Umorismo, Pirandello scrive il suo romanzo di
maggior impegno, I Vecchi e i Giovani. Il romanzo è
ambientato in Sicilia e a Roma, nel periodo delle ribellioni dei
Fasci siciliani e dello scandalo della Banca romana.
L’opera funge da un esuberante
affresco storico ma involge anche la vicenda di una regione, di una
città e di una famiglia. Pirandello stesso caratterizza I Vecchi
e i Giovani come “il romanzo della Sicilia dopo il 1870,
amarissimo e popoloso romanzo, ov’è racchiuso il dramma della mia
generazione” (Massimo Onofri, Considerazioni su “I Vecchi e i
Giovani” di Pirandello, in La
Modernità Infelice: Saggi sulla Letteratura Siciliana del Novecento,
Cava dei Tirreni, Avagliano, 2003.)
Sullo sfondo dell’opera possiamo osservare sottile consapevolezza di
tre fallimenti collettivi: quello del Risorgimento come moto
generale di rinnovamento dell’Italia, quello dell’unità come
strumento di liberazione e di sviluppo delle zone più arretrate e
soprattutto della Sicilia e del Meridione, quello del socialismo che
non era in grado di assumere il ruolo di ripresa del movimento
risorgimentale, e invece si è perduto “nelle secche della
irresponsabile leggerezza dei dirigenti e della ignoranza e
arretratezza delle masse” (Carlo Salinari, Miti e coscienza
del decadentismo italiano, Milano, 1960, p. 253.)
Il romanzo, ambientato a Girgenti ma
con un intermezzo romano, comincia alcuni mesi prima delle elezioni
politiche del 6 novembre 1892 e si conclude con i tragici eventi che
seguono alla proclamazione dello stato d’assedio in Sicilia,
decretato da Crispi il 3 gennaio 1894. In quel periodo agitato
esplode lo scandalo della Banca Romana, travolgendo parlamentari e
ministri e in cui nascono, crescono e vengono sconfitti
definitivamente i Fasci siciliani.
In questo scenario sono inserite le vicende pubbliche e private dei
Principi Laurentano: il borbonico don Ippolito, il figlio Lando
simpatizzante socialista, donna Caterina, vedova di un garibaldino e
fremente di spiriti patriottici, il figlio Stefano, travolto dagli
scandali parlamentari, il forestiero della vita don Cosmo. Le loro
vite e azioni si mescolano con quelle di una vasta folla di
personaggi: borghesi affaristi e spregiudicati come Salvo e
Capolino, uomini del nuovo ceto dei tecnici come Costa, agitatori
socialisti disgraziati come Lizio e Pigna, preti di diversa
ideologia ma di medesima avidità come Monsignor Montoro e il
canonico Agrò, ministri e deputati come Francesco d’Atri, Spiridione
Covazza e Corrado Selmi, popolani dell’eroico passato garibaldino
come Mortara, folli monologanti come Marco Préola, e tanti altri
ancora. Cercare un protagonista nel vero e proprio garbuglio dei
numerosissimi personaggi che popolano il romanzo sarebbe senza
dubbio completamente inutile, nessuno dei personaggi sembra assumere
il ruolo principale. Potremmo anche dire che il “sovraffollamento”
aiuta o addirittura genera la frammentazione dell’intreccio. Le
prospettive di tutti quanti, coinvolti nel miscuglio babelico dei
drammi individuali, dei rapporti interpersonali movimentati, delle
discordanze politico-sociali rimangono ugualmente pessimistiche e
prive di soluzione. Sia i vecchi che i giovani sono semplicemente
dei vinti.
La frantumazione totale allude alla
profonda diffidenza in qualsiasi pretensione di una visione
oggettiva della realtà e del materiale storico. Alla storia di
ciascun dei personaggi è riservato un ampio spazio. Tale fatto rende
la trama estremamente complessa e difficilmente sintetizzabile: è
ricca di articolazioni interne, innumerevoli prolessi e analessi,
intrecci di percorsi. L’elemento di base è la digressione, il tempo
e lo spazio sono soggettivizzati.
La fabula storica conserva in astratto
i nessi di causa e di effetto, ma a essa si contrappone l’intreccio
caotico dei singoli quadri narrativi, dedicati alle vicende dei
personaggi. Essi sono rappresentati secondo le regole della poetica
umoristica: tutti sono ritrattati nella complessità del sentimento
del contrario che impedisce al lettore la possibilità di un giudizio
definitivo. I concetti di bontà e di cattiveria, di moralità e
immoralità vengono fortemente relativizzati. Nonostante il
superamento delle regole del genere sul campo delle strutture
spaziotemporali, il romanzo torna alla voce narrante extradiegetica.
La duplicità stilistica oscilla quindi tra l’onniscienza del
narratore e tra la sua immedesimazione nei personaggi, sboccante
nella frantumazione della focalizzazione. C’è da un lato presente
un’esigenza di giudizio totalizzante, espresso dall’alto con la voce
del narratore onnisciente, dall’altro la necessità della
scomposizione umoristica che segue dal basso le contraddizioni e i
dettagli minimi del comportamento e della psicologia dei personaggi.
Romano Luperini (Introduzione a Pirandello, cit..),
accenna alla doppia conclusione del romanzo, affidata dapprima alla
riflessione di don Cosmo sul non senso della storia e sulla vanità
dell’esistenza, poi al carattere esemplare della morte di Mauro
Mortara, che fugge per unirsi alle truppe dell’esercito italiano
inviato in Sicilia contro il movimento popolare e viene da esso
ucciso.
Quando i soldati scoprono sul suo petto le medaglie dell’impresa
garibaldina, il narratore si chiede polemicamente: “Chi avevano
ucciso?” (Luigi Pirandello, I Vecchi e i Giovani,
Mondadori, Verona, 1931, p. 493.), ponendo il lettore di fronte al
dramma della fine del Risorgimento, della ferocia e dell’assurdità
della repressione militare nell’isola. In questo romanzo troviamo
sia l’avvertimento del contrario, sia il il sentimento del
contrario, i toni e i temi dell’umorismo, i contenuti filosofici
della premessa poetica pirandelliana: don Cosmo è uno che “ha
capito il giuoco” e vive “fuori della vita”; Aurelio
Costa e Francesco d’Atri hanno scoperto l’esistenza, nelle loro
anime, di altri se stessi e il fastidio dello sdoppiamento, quello
per “propria ombra”, Lando ha intuito che la coscienza
razionale e morale dell’uomo non è che un argine al flusso della
vita, un mezzo per fissare in una “forma” tendenze
inconciliabili ecc.
Il tema di fondo de I Vecchi e i Giovani non è tanto di
carattere storico, non mira principalmente a rappresentare la
degradazione del potere politico e economico, ma piuttosto a
mostrare l’irrazionalità e l’agonismo dell’esistenza, guidata
dall’insensatezza e dal caos. ale posizione è lontanissima
dalla razionalità del Cristianesimo manzoniano, la quale aiuta a
creare un mondo romanzesco organico, guidato dalla prepotenza divina
che garantisce una conclusione positiva della sua storia.
I due autori hanno quindi in comune la rappresentazione di una
realtà sociale e storica piena di elementi negativi.
Sia Manzoni che Pirandello creano un
universo romanzesco dominato dagli incessanti scontri tra le forze
contraddittorie che delineano l’esistenza storica e individuale
dell’uomo, ma ognuno di loro vede un’origine e una soluzione diversa
della conflittualità eterna. Sulle pagine successive cercheremo di
captare almeno alcuni frammenti di tale differenza, focalizzando
un’area concreta e limitata delle opere letterarie poste in causa.
Inizio pagina

3.2.
La tecnica narrativa sullo sfondo della categoria dello spazio:
approssimazioni de “I Vecchi e i
Giovani” a “I Promessi Sposi”
Prima di esporre l’analisi vera e propria, occorre ancora fornire
un’informazione generale sull’organizzazione spaziale dei due
romanzi: la topografia de I Vecchi e i Giovani non è di
grandi proporzioni. I luoghi chiave nei quali si muovono i
personaggi sono la città di Girgenti, il Porto Empedocle, le
campagne circonvicine con i resti monumentali dei grandi Templi
antichi e con le tenute di Valsania e di Colimbètra. L’aria della
nuova Italia unita è raffigurata per metonimia tramite l’immagine di
Roma corrotta e degradata dall’affarismo politico e finanziario.
I luoghi chiave riguardano tre personaggi: il Principe don Ippolito
Laurentano, chiuso in volontario esilio nella sua villa di
Colimbètra, sul ciglione da cui si apre la visione dei Templi
Akragantini. Il suo figlio Lando, socialista che vive a Roma ed
infine don Cosmo Laurentano, il fratello di Ippolito, il quale abita
nella villa di Valsania, sul burrone a sud di Villa Seta, che guarda
il mare.
Né la geografia d’insieme de I Promessi Sposi assume delle
dimensioni particolarmente estese.
Francesco Marsciani (Leggere i
Promessi Sposi, cit..) riferisce dell’organizzazione
triangolare della topografia complessiva del romanzo. Il triangolo
territoriale che fa da sfondo a tutta l’opera ha sul vertice più
alto la zona di Lecco con la salienza percettiva del monte Resegone
e sui vertici della base la città di Milano con la salienza del
duomo al lato sinistro, il Bergamasco con il punto più alto
equivalente alla colle di Bergamo Alta al lato di destra.
Dal territorio originario, quello di
Lecco, emerge l’Adda ed è proprio questo fiume l’elemento decisivo
che rappresenta la linea centrale nella figuratività spaziale de
I Promessi Sposi. Per quanto riguarda i tratti generali della
tecnica narrativa delle opere poste in causa, ripetiamo che conforme
al modello classico del romanzo ci presentano una figura di
narratore onnisciente il quale “ne sa” più dei personaggi, li
attraversa anche nello spessore dell'io, nell'intimo dei pensieri,
dei sogni e delle fantasia.
Nonostanze tale corrispondenza di
base, il modo in cui i due narratori comunichino il messaggio al
destinatario rappresenta tantissime distinzioni tecnico- unzionali
la maggior parte dei quali sarà esaminata successivamente.
Come abbiamo anticipato
nell'Introduzione, l'analisi vera e propria sarà suddivisa in tre
capitoli in base al criterio semantico: sfera naturale, sfera
privata e sfera sociale.
Entriamo finalmente nel testo
letterario e esaminiamo i concetti premessi sulle pagine precedenti.
Inizio pagina

3.2.1. Sfera naturale
Nell’ambito di questo capitolo intenderemo focalizzare le
descrizioni paesaggistiche de I Vecchi e i Giovani indicando i
tratti in cui la tecnica narrativa pirandelliana assume, si avvicina
o si allontana dal modello manzoniano (Con l’espressione “modello
manzoniano” nel contesto del nostro tema intendiamo la narrazione
che si svolge secondo il modo del “narratore onnisciente”, la cui
voce, quando descrive gli spazi romanzeschi, sembra trasferire
quello che osserva nella natura con scrupolosa veridricità e con
minuzia affettuosa di particolari sulla pagina. La descrizione
iniziale de I Promessi Sposi serve da matrice spaziale del racconto.
La voce narrante dà inizio a un viaggio conoscitivo che coincide con
la lettura, con il viaggio attraverso il testo: dal luogo e dal
tempo ai personaggi e alle loro azioni.)
Tenteremo di esporre quali funzioni
diegetiche le scene naturali possano compiere in ambedue i romanzi e
di intravedere le intenzioni autoriali che predeterminano tali
funzioni. All’apertura de I Vecchi e i Giovani ci troviamo davanti
alla descrizione di un paesaggio desolato e distrutto dal diluvio
della pioggia notturna, seguiamo estesa presa del “lungo stradone di
campagna, tutto a volte e risvolte” (I Vecchi e i Giovani,
cit., p. 9.)
L’angolo visuale si allarga, captando
i tratti del paese emergente dalle “fosche ombre umide della notte”
ascendenti dal grigio crepuscolo dell’alba. La voce narrante investe
direttamente il luogo, gli oggetti, e sembra seguire i movimenti
dell’occhio che registra una sorta di paesaggio topografico su
vettori sia orizzontali (lo tradone, i luoghi con gomiti e
giravolte, sostegni distrutti ecc) che verticali, procedendo
dal basso verso l’alto: partendo dal mare, attraversando le piagge
arriviamo fino alla città “alta e velata sul colle […] Girgenti, nei
resti miserevoli della sua antichissima vita raccolti lassù, si
levava silenziosa e attonita superstite nel vuoto d’un tempo senza
vicende, nell’abbandono d’una miseria senza riparo”.
La tecnica della descrizione presenta evidenti paralleli con il
modello manzoniano: il tono realistico della voce narrante ci fa
subito credere che copia la realtà. Entrambi i romanzi si servono
già nella frase iniziale dell’aggettivo dimostrativo “quel”60 in
modo da legare il lettore ad uno spazio storico concreto: a quello
delle Alpi Orobie nell’opera di Manzoni, al paesaggio della
provincia di Girgenti nel caso de I Vecchi e i Giovani.
“Quel ramo di lago di Como [...]”,
I Promessi Sposi, Garzanti,
Milano, XXIV edizione, 2000, p. 6.
“La pioggia, caduta a diluvio durante
la notte, aveva reso impraticabile quel lungo stradone [...]”,
I Vecchi e i Giovani, cit., p.
9.
Un altro tratto comune dei due testi è
l’introduzione della vicenda mediante il grande topos della strada,
motivo che infila il sistema delle relazioni umane dentro il sistema
della natura. Con l’entrata in scena del personaggio, in entrambi i
romanzi l’occhio del narratore finisce per coincidere con quello
della figura, con il suo punto di vista.
Mentre il procedimento descrittivo basato sulla progressione
conoscitiva si mantiene analogo in tutte e due opere, l’impressione
dell’immagine offerta suscita un’atmosfera completamente opposta: il
quadro idilliaco del paesaggio montanaro delle Alpi Orobie viene
sostituito da una visione disperata e dolente degli aspri territori
siciliani, al momento devastati dalla crudeltà del cielo (I
Vecchi e i Giovani, cit., p. 10: Tale risposta antitetica
inserita da Pirandello nel dialogo intertestuale potrebbe essere
interpretata come un’allusione all’opposizione tra Nord e Sud
italiani, ossia come il tentativo di riscrivere la più recente
storia nazionale a partire dal sud della penisola, “vera pietra
dello scandalo di una mancata modernizzazione e democratizzazione
dell’intero paese”, (Massimo Onofri, La Modernità Infelice:
Saggi sulla Letteratura Siciliana del Novecento, cit., p. 61.))
Gli effetti distruttivi della tempesta
sono raffigurati dettagliatamente, l’impressione dello squallore
senza limiti viene rafforzata tramite scelte linguistiche adeguate.
Il disegno paesaggistico è costruito
attraverso lunghi periodi staccati, provvisti di espressioni ricche
d’aggettivi provenienti da un campo semantico orientato a generare
nell’animo del lettore umore malinconico corrispondente
all’atmosfera della piovigginosa mattina d’apertura: “alba livida”,
“ostinata crudeltà del cielo”, “fosche ombre”,
“paese cruccioso” (I Vecchi e
i Giovani, cit.)
Il tono dell’incipit pirandelliano
corrisponde piuttosto all’atmosfera esposta dal Manzoni nell’ambito
del quarto capitolo de I Promessi Sposi, in cui viene
presentato padre Cristoforo (Anche il padre Cristoforo ci è
presentato con la stessa tecnica dell’avvicinamento visuale. Il suo
camminare non è velato dall’atmosfera di tranquillità idiliaca, ma
dall’umore poco allegro del paesaggio di Pescarenico:
“A destra e a sinistra, nelle vigne,
sui tralci ancora tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie
tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta nè
campi di stoppia […] La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che
vi apparisse, rattristava lo sguadro e il pensiero […] La fanciulla
scarna, tenendo per la coda la vaccherella magra stecchita, guardava
innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia,
qualche erba...”
I Promessi Sposi, Garzanti,
Milano, XXIV edizione, 2000, pp. 46-47.)
Occorre inoltre menzionare la differente maniera ed efficacia con
cui i due romanzi coinvolgono i singoli sensi. Manzoni, raffigurando
lo spazio, accentua evidentemente la dimensione visiva, cercando di
esplorare e contemporaneamente di mettere in scena il mondo. Al
nostro parere, Pirandello va oltre, non solo perché fornisce alle
descrizioni dei toni, colori e sfumature più espressionistici, in
maniera da investire più piani sensoriali oltre a quello visivo, ma
soprattutto perché trasferisce l’accento sulla percezione del
personaggio-spettatore.
Umberto Eco afferma che Manzoni “disegna dei paesaggi reali o
immaginari come se fossero dei teatri davanti ai quali il lettore si
allena a percepire, oltre che a decifrare, a gettare delle occhiate,
oltre che a ricostruire dei significati” (Umberto Eco,
Semiosi naturale e parola, in Leggere I Promessi Sposi,
Bompiani, Milano, 1990.)
In altre parole, i quadri
paesaggistici offerti dal Manzoni sono molto dettagliati e
rappresentati con precisione, tralasciano il primato rappresentativo
alla voce narrante. Nel Pirandello invece, si favoriscono le
sfumature soggettive dell’ottica dei singoli personaggi. Tale
procedimento corrisponde perfettamente a una delle premesse
principali della poetica pirandelliana, basata sulla convinzione che
la realtà oggettiva non esiste (secondo Manzoni invece sì) e che i
personaggi, anche se nati nel genio del creatore, una volta
inventati, diventano nuovi individui, con la propria coscienza,
vivi, operanti, indipendenti dal loro stesso autore. Il discorso
indiretto libero diventa lo strumento più adeguato ed efficace per
garantire l’individualizzazione della percezione spaziale.
La nostra affermazione si verifica già nell’ambito del capitolo
iniziale, con l’apparizione del primo personaggio.
Il silenzio ed il grigio che dominano
la scena sconsolante vengono interrotti dallo strillo e dalla
successiva comparsa di
“una giumenta bianca montata da un
fantoccio in calzoni rossi e cappotto turchino”
(I Vecchi e i Giovani, cit., p.
10.)
L’illusione di una sfumatura allegra
introdotta nel quadro deprimente viene subito cancellata dalla voce
narrante:
“[…] a guardar bene, quella
giumenta bianca si scopriva anch’essa compassionevole: vecchia e
stanca, sbruffava ogni tanto dimenando la testa bassa, come se non
ne potesse più di sfangare per quello stradone; e il cavaliere, che
la esortava amorevolmente, pur in quella vivace uniforme del soldato
borbonico, non appariva meno avvilito della sua bestia, le mani
paonazze, gronchie dal freddo, e tutto ristretto in sé contro il
vento e la pioggia”(I Vecchi e i Giovani, cit.)
Il primo personaggio introdotto ci
viene presentato come una creatura bizzarra e fuori tempo,
rimandando subito al parallelo con Don Chisciotte di Cervantes, più
tardi confermato dalla voce del narratore stesso (Uno dei personaggi
minori, lo sciagurato figlio del segretario del principe Laurentano
Marco Preola, rivolge a Sciaralla un poemetto derisorio, in cui lo
paragona a don Chisciotte. I Vecchi e i Giovani, cit., p.
20.)
Seguendo il viaggio del capitano
Sciaralla entriamo tramite il discorso indiretto libero nella sua
mente, scoprendo i suoi lamenti, le opinioni, le preoccupazioni, i
ricordi, le chiacchiere del paese, e veniamo a conoscere in anticipo
i personaggi di primo piano che saranno messi in scena
posteriormente (i tre fratelli Laurentano, Mauro Mortara ecc). La
triste visione dello stradone e della campagna distrutti dal
nubifragio notturno rafforzano nel capitano la convinzione
dell’inerzia e dell’incapacità dei suoi compaesani di opporsi alle
contrarietà e alla miseria dell’esistenza:
“[…] a Girgenti nessuno si
moveva, né accennava di volersi muovere! Paese morto […] L’accidia,
tanto di far bene quanto di far male, era radicata nella più
profonda confidenza della sorte, nel concetto che nulla potesse
avvenire, che vano sarebbe stato ogni sforzo per scuotere
l’abbandono desolato, in cui giacevano non soltanto gli animi, ma
anche tutte le cose”
(I Vecchi e i Giovani, cit., p.
15.)...
Seguendo i passi di Sciaralla, il
lettore giunge ai resti dei Templi girgentini, testimoni della
gloria dell’antichissima città scomparsa. L’accenno alla favolosa
grandezza del passato si contrappone alla concreta miseria del
presente.
Il fiume Drago s’integra pienamente
nel deprimente quadro: d’estate secco e ragione di malaria per le
trosce stagnanti, d’inverno impetuoso e torbido. Come se le
condizioni paesaggistiche predeterminassero tanto gli abitanti
quanto gli elementi di natura ad una vita senza consolazione e senza
speranza:
“Veramente da quella triste contrada
maledetta dai contadini, costretti a dimorarvi dalla necessità,
macilenti, ingialliti, febbricitanti, pareva spirasse nello
squallore dell’alba un’angosciosa oppressione di cui anche i rari
alberi che vi sorgevano fossero compenetrati: qualche centenario
olivo saraceno dal tronco stravolto, qualche mandorlo scheletrito
dalle prime ventate d’autunno” (I Vecchi e i Giovani, cit.,
p. 16.)
Il passo precedente suggerisce che il primato del punto di vista dei
singoli individui è necessariamente accompagnato dalla
corrispondenza tra condizioni ambientali e stati d’animo dei
personaggi che entrano in scena. Nel primo capitolo tale
corrispondenza è rispettata con puntualità fino all’ultimo momento,
quando don Cosmo s’affaccia alla terrazza di Valsanìa:
“Guardò gli alberi, davanti alla
villa: gli parvero assorti anch’essi in un sogno senza fine, da cui
invano la luce del giorno, invano l’aria smovendo loro le fronde
tentassero di scuoterli. Da un pezzo, ormai, nel fruscio lungo e
lieve di quelle ronde egli sentiva, come da un’infinita lontananza,
la vanità di tutto e il tedio angoscioso della vita” (I Vecchi e
i Giovani, cit., p. 43.)
Quello che nei semplici personaggi incontrati fin qui era appena
accennato e sfiorato, nelle figure di alta cultura capaci di
riflessioni e di sentimenti più complicati, assume qualità e
spessore del tutto diversi. Accade più volte nel decorrere della
vicenda che il luogo, la natura diventano portavoci del mondo
interiore e sentimentale di un personaggio, oppure di un rapporto
umano, come per esempio nel quinto capitolo, in cui Dianella e Salvo
rimangono soli affacciati alla notte buia:
“La notte era scurissima. Le stelle
profonde, che pungevano e allargavano il cielo, non arrivavano a far
lume in terra […] Poi la luna emerse, paonazza, su dall’ampia
chiostra di Monserrato in fondo, e s’avvertì un lievissimo brulichio
di foglie per tutta la campagna. Un cane, lontano, abbaiò”
(I Vecchi e i Giovani, cit., p.
150.)
Il buio notturno, il mormorio delle foglie sottolineano
l’incomprensione tra padre e figlia.
Il dialogo non li avvicina e non li svela l’un l’altro. Si scambiano
le parole, attenti a non scoprire i propri sentimenti. L’uno
all’altro rimangono misteriosi quanto è misteriosa per ciascuno di
loro la voce sottile della natura. Nell’avanzare della scena, appena
Dianella rimane sola con la sua infelicità radicata nella scarsità
dell’affetto paterno, lo spettacolo vivo del paesaggio diventa più
animato:
“Dianella tornò a nascondersi il volto
tra le mani. Nel vuoto angoscioso, fissando l’udito, senza volerlo,
nel fitto continuo scampanellio dei grilli, le parve ch’esso nel
silenzio diventasse di punto in punto più intenso e più sonoro […]
Scoprì il volto: come un sogno le apparve allora la pace smemorata
della campagna, lì presente, all’umido e blando albore lunare. E un
fresco rivo inatteso di tenerezza le scaturì dal cuore […] Ah, era
pur bello lo spettacolo di quella profonda notte lunare su la
campagna […]”
(I Vecchi e i Giovani, cit., p.
152-153.)
Gli esempi di don Cosmo e di Dianella a faccia a faccia con la
natura non riferiscono soltanto della funzione contemplativa dei
quadri paesaggistici. Oltre a rendere più colorati e suggestivi i
sondaggi nella psicologia dei personaggi, le rappresentazioni del
contatto uomo-natura rimandano anche alla dimensione metafisica.
Le espressioni come “vuoto
angoscioso”, “la pace smemorata della campagna”, “intimità
misteriosa con la natura”, evocano l’immensità indeterminata
della natura. La descrizione delle vedute è priva di eccessivi
particolari, l’indefinitezza delle immagini suscita nel lektore
l’impressione di un’ncomprensibile enormità. Spesso sono i
personaggi vicini alla morte i cui sguadri mirano appunto
quell’immensità della campagna, del cielo, del mare, l’immensità che
rimanda all’ “oltre”. Basta pensare al suicida Corrado
Selmi, il quale sale sul colle, dedicandosi algrembo dell’elemento
naturale, “sotto l’azzurro intenso del cielo” si sublima “sopra
e oltre il tempo” (I Vecchi e i Giovani, cit., p. 373.)
Ed evidentemente, per Pirandello, la
morte non significa la fine, ma la liberazione salvatrice, la soglia
da oltrepassare per diventare tutt’uno con la natura, con il “flusso
di vita”. Perciò anche Corrado Selmi
“Si sentì lassù libero e solo, libero
e sereno, sopra tutti gli odii, sopra tutte le passioni (...),
assunto a quella altezza dal suo grande amore per la vita ch’egli
difendeva, uccidendosi”
(I Vecchi e i Giovani, cit., p.
373.)
Nel testo manzoniano non è possibie
trovare i passi paesaggistici di simile portata metafisica, il
ciò corrisponde ad un diverso sfondo concettuale dell’autore. Il suo
profondo cristianesimo creazionista non ammette l’esistenza di una “Natura”
autonoma, il cui funzionamento è gestito unicamente da una forza
motrice imanente.
Manzoni può descrivere soltanto una “natura–prodotto”
del magnifico atto divino, completamente dipendente dalla volontà
del suo Creatore.
Un altro passo considerevole nel complesso della spazialità de I
Vecchi e i Giovani è situato a metà del quinto capitolo della
prima parte. L’“Addio, Sicilia” di Mauro Mortara, espresso
nel momento del ricordo della sua fuga per Malta, rappresenta il più
palese riferimento al capolavoro manzoniano. In entrambi i romanzi,
la carica emotiva rivelata nei confronti di terra natale sembra
raggiungere il culmine nel congedo poetico.
Nel Manzoni le pagine dell’“Addio”
sono una sommessa armonia di suoni e di tinte: ne viene
un’impressione di silenzio e di lenta, malinconica pace. Tutto
sembra traduzione della realtà in parole, è il solito Manzoni,
sempre fedele al vero, la solita precisione che sembra lasciar
parlare le cose.
Le parole pronunciate non appartengono a Lucia, anche se il ritmo è
il suo, della sua anima semplice e pura, dolente ma rassegnata e
serena, ma piuttosto all’autore, che costruisce così un monumento
lirico all’armonia dell’idillio. Pure il motivo dell’acqua da
oltrepassare (nel primo caso del fiume, nel secondo del mare) si
trova in tutti e due romanzi e conserva il significato simbolico: da
una riva all’altra, dalla sicurezza della terra natale verso i posti
sconosciuti ed avventure imprevedibili. Mentre l‘“Addio” di
Lucia rivela i sentimenti presenti, quello di Mauro fa parte
dell’analessi riguardante il piano della sua memoria. In questo
caso, la funzione diegetica attribuita alla scena paesaggistica
cambia. Piuttosto che referenza alla corrispondenza tra lo stato
d’animo e condizione naturale, colpisce l’accento trasferito al
patriottismo. Il paesaggio-natura viene in tale maniera adombrato
dal paesaggio-patria in corrispondenza al ricambio del discorso
indiretto libero con il monologo pronunciato ad alta voce. Secondo
Massimo Onofri, tale fatto metanarrativo porta ad un effetto
parodico: “Come se Pirandello, sostituendo Lucia il cui destino
romanzesco è governato dalla divina Provvidenza, con il vecchio
Mortara, la cui tragica vicenda emblematizza al sommo grado il
fallimento delle idealità risorgimentali, avesse voluto, con ciò
stesso, liquidare il provvidenzialismo dell’alto modello manzoniano.
Con uno stratagemma simile a quello di Verga, che aveva
significativamente aperto I Malavoglia con l’affondamento di una
barca chiamata Provvidenza” (Massimo Onofri, Considerazioni
su “I Vecchi e i Giovani” di Pirandello,
cit., pp. 59-60.)
Ma perché Pirandello vorrebbe liquidare il provvidenzialismo, ormai
sepolto non solo nella coscienza umana generale ma anche sul piano
letterario (al quale fa riferimento Onofri stesso)? Forse si
potrebbe aggiungere all’affermazione di Onofri che Pirandello
piuttosto che liquidare il provvidenzialismo liquida e derride
l’adesione assoluta ad un certo credo. Manzoni, invece di
Pirandello, non ha sopravvissuto alla morte del proprio ideale, e
perciò la sua reticente Lucia, anche se espulsa dal “paradiso”
alla fine afferma l’onnipotenza divina.
Pirandello che ha assistito sia alla
distruzione del provvidenzialismo del suo predecessore letterario
(grazie alle nuove scoperte scientifiche, ai nuovi postulati
filosofici e ai propri travagli interni), sia al fallimento
dell’ideale risorgimentale, rivolge l’“Addio” alla fede in
una verità assoluta. E lo fa con certa aria di caricatura, collegata
anche al personaggio, che capisce tutto a modo suo e pensa che
il vecchio principe Gerlando sia fuggito a Malta in nome dell’unità
d’Italia, mentre (come don Cosmo ha spiegato al lettore molto prima)
il generale pensava solo all’indipendenza della Sicilia dominata da
una ristretta aristocrazia feudale.
Dunque il passo ha un valore diegetico
tutto differente, forse il suo ruolo principale è solo quello
di svelare il mondo interiore di Mauro Mortarache è un simbolo
dell’ignorante illuso e infine deluso, destinato a morire ammazzato
da chi ha il potere in mano.
Le immagini campestri, oltre alla funzione di corrispondere allo
stato d’animo dei personaggi, di rasserenare i loro tormenti interni
o di rimandare a livello metafisico a volte assumono un’altra
funzione diegetica.
In molti passi il narratore sfiora
l’acuta problematica sociale, rivelando che le tenute di Valasania e
di Colimbètra dei quali parleremo successivamente, sono soltanto due
isole sperdute nel mare dei campielli coltivati dai poveri contadini
oppressi dall’insopportabile usura. La Sicilia dell’arretratezza
economico-sociale, dell’immaturità politica delle masse,
dell’orrenda violenza popolare è cresciuta sullo scenario della
formidabile natura.
La
problematica socio-politica viene poi sviluppata con maggiore
approfondimento e concretezza soprattutto sullo sfondo dell’ambiente
cittadino.
Pure Manzoni mostra la povertà e la condizione misera degli umili
inserite nell’armonico seno naturale: “La scena era lieta; ma
ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguadro e il
pensiero” (I Promessi Sposi, cit., pp. 46-47.) scrive nel
quarto capitolo mentre fa entrare in scena il padre Cristoforo. Il
lettore avverte subito il netto contrasto tra la bellezza degli
elementi naturali, usciti direttamente dalla mano di Dio e tra
l’aspetto penoso e triste di quello che dipende dall’uomo. Dentro le
viste panoramiche che si estendono davanti ai personaggi e ai
lettori, ci sono da focalizzare alcuni elementi particolari caricati
di uno specifico valore.
Tra essi colpisce in primo piano il
motivo del fango che diventa denominatore comune non solo delle
disperate scene paesaggistiche iniziali, ma, sul piano metaforico,
anche dello spazio socio-politico focalizzato soprattutto nei
capitoli avanzati del romanzo. L’immagine del fango materialmente
pervade le prime pagine sommergendo sia il capitano Sciaralla, sia
lo spregevole Marco Prèola, ed infine i due poveri e scombinati
fondatori del fascio di Girgenti, Nocio Pigna e Luca Lizio.
Guardando oltre la loro scomoda condizione fisica, scopriamo
facilmente un’altra dimensione della fangosità esposta: fango come
metafora politica del cieco antistoricismo borbonico del vecchio
principe Laurentano, la cui vittima primaria è il capitano Sciaralla
costretto a vestire la divisa compromettente; fango dell’incapacità
di prendere la parola in pubblico che imprigiona il vangelo delle
idee socialiste di Lizio; e infine il fango morale di Prèola
sciagurato per natura. Il senso preciso del fango portato dalla
pioggia all’apertura del romanzo si chiarirà solo nel primo capitolo
della seconda parte dell’opera, dove il cavaliere Cao in attesa del
ministro Francesco D’Atri, nei suoi ragionamenti interiori arriva
alla conclusione che:
“dai cieli d’Italia, in quei giorni,
pioveva fango, ecco, e a palle di fango si giocava; e il fango s’appiastrava
da per tutto, su le facce pallide eviolente degli assaliti e
degli assalitori, su le medaglie già guadagnate sui campi di
battaglia e su le croci e le commende, e su le marsine gallonate e
su le insegne dei pubblici uffici e delle redazioni dei giornali” (I
Vecchi e i Giovani, cit., p. 262.)
Il motivo di fango mostra come dalla prima alla seconda parte del
romanzo il paesaggio possa passare da una prospettiva realistica a
una metaforica. Tale procedimento corrisponde profondamente a una
delle tesi principali ella poetica pirandelliana, secondo cui la
realtà all’interno della letterarietà è una finzione la quale
è unicamente in funzione del significato he di volta in volta si
attribuisce ad essa. Ne I Vecchi e i Giovani, ogni luogo e
ogni paesaggio ha una funzione precisabile nell’economia del
racconto. Ogni componente topografica e geografica si riferisce a
qualche elemento del racconto, qualche personaggio. Pure Manzoni
inserisce nel suo universo diegetico degli elementi naturali dotati
di un valore simbolico. Il fango pirandelliano che “piove dai
cieli d’Italia”, sembra quasi un’antitesi della pioggia
purificatrice che verso la fine de I Promessi Sposi (capitolo
XXXVII) sciaqua la terra dalla peste, designa la definitiva
sconfitta delle forze del male e la fine del percorso formativo di
Renzo.
Con
la rappresentazione della pioggia culmina nel romanzo la tensione
simbolica, sempre affacciata alla più forte vena realistica.
Sintesi
Nel primo capitolo abbiamo visto gli avvicinamenti ed i
distacchi della tecnica narrativa pirandelliana da quella manzoniana
sul piano delle descrizioni paesaggistiche. Dall’analisi sopraffatta
si possono ricavare alcune premesse sostanziali che intendiamo
mostrare nel seguente riassunto.
Pirandello utilizza i più importanti procedimenti della strategia
descrittiva del predecessore. Si serve del suo tono realistico,
utilizza il metodo dell’avvicinamento graduale. Anche se la tecnica
narrativa dei due incipit è uguale, l’atmosfera del quadro
rappresentato è completamente opposta, il ciò predetermina
significativamente la disposizione mentale e le aspettative del
lettore (Il quadro idilliaco all’inizio de I Promessi Sposi
suscita nell’animo del lettore piuttosto tranquillità e armonia,
mentre l’immagine del paesaggio distrutto che apre l’opera
pirandelliana butta immediatamente il ricettore in un mondo
problematico e preoccupante.)
Nonostante l’indiscutibile affinità dello stile, ci sono alcune
differenze molto significative da trattare.
Manzoni pone accento sul piano visivo,
costruendo dei paesaggi come delle scene teatrali, i cui tratti
vengono delineati dalla voce del narratore onnisciente, il quale
sembra lasciar parlare le cose, sempre fedele al vero.
Pirandello invece coinvolge più
piani sensoriali, rendendo le immagini più forti ed espressive.
Mentre il narratore manzoniano tiene
le fila delle rappresentazioni, sceglie gli elementi del paesaggio e
resta l’osservatore privilegiato del mondo, lo scrittore
novecentesco favorisce l’ottica dei personaggi. Così la realtà si
frantuma nella molteplicità degli sguardi. Questo procedimento aiuta
i personaggi pirandelliani a unirsi in un’intimità misteriosa con la
natura, a interiorizzarla. Essa completa le manifestazioni degli
stati d’animo. Tale corrispondenza tra le condizioni naturali e
quelle mentali dei protagonisti, tipica del romanticismo letterario,
occorre nel Manzoni un’unica volta: nel momento della conversione
dell’Innominato.
Pure la dimensione metafisica presente in alcune scene pirandelliane
in cui lo sguardo umano si disperde nel tutto della natura
sicuramente non discende dal modello manzoniano. Nell’universo
guidato dalla Provvidenza certo non può esistere una forza autonoma
che muove il cosmo, un flusso di vita universale, perennemente
pulsante, al quale lo spirito si unisce appena liberato dalla forma
dell’esistenza umana.
Per Manzoni la natura è semplicemente
una creazione, la testimonianza che celebra e rispecchia grandezza
divina. E come tale viene rappresentata, con scrupolosità
scientifica, secondo le regole d’una prosa esatta e aderente alle
cose.
Il più palese richiamo a I Promessi Sposi è situato nel
quinto capitolo della prima parte de I Vecchi e i Giovani.
Si tratta dell’“Addio, Sicilia”
pronunciato dal vecchio patriota Mauro Mortara. Tale passo si
riferisce apertamente all’ “Addio ai Monti” di Lucia, in cui
culmina il tono poetico delle descrizioni manzoniane. Nel momento
del congedo, la giovane promessa sta per abbandonare
involontariamente il suo paese natale, scambiando l’innocenza
intatta per un futuro insicuro nei posti sconosciuti e alla portata
di mano delle forze del male. Le parole nostalgiche di Mauro fanno
parte del ricordo, e perciò l’insicurezza e paura nei confronti
dell’avvenire sono sostituite dall’amara esperienza del fallimento
di un ideale.
Manzoni sulle pagine dell’”Addio”
costruisce un monumento lirico all’armonia dell’idillio che sarà
sciolto definitivamente nella conoscenza del mondo acquistata dai
protagonisti nel corso della vicenda, ma persevera l’infallibile
fiducia nella Provvidenza.
Pirandello, indottrinato del forte
scetticismo, si congeda parodicamente con illusori ideali.
Come è già stato detto, il narratore manzoniano nelle descrizioni
paesaggistiche pone l’accento sull’accurata dimensione visiva. La
volontà di esplorare il mondo, di metterlo inscena aiuta a
spettacolarizzare la realtà senza di pretendere dal lettore un
particolare sforzo di decifrare e di ricostruire dei significati di
fronte alle descrizioni. Naturalmente ci sono degli elementi forniti
di un certo significato simbolico, ma il loro ruolo nella narrazione
non è talmente portante come nel Pirandello, il quale dà maggiore
importanza all’uso di metafora. L’esempio più caratteristico è il
motivo del fango che diventa denominatore comune non solo delle
scene paesaggistiche iniziali e finali, ma, sul piano simbolico,
anche dello spazio sociopolitico focalizzato nei capitoli avanzati
del romanzo.
Osservando la strategia narrativa
sullo sfondo delle rappresentazioni paesaggistiche, possiamo vedere
come il piano tecnico della scrittura rimanda al rapporto che
s’istaura tra l’autore e la realtà circostante.
Per Manzoni tale realtà si presenta
come un oggetto da osservare, da esplorare scientificamente.
Pirandello invece rinuncia alla
possibilità di dare un’immagine complessiva e sicura del mondo.
Il suo narratore trasmette e organizza
gli sguardi dei singoli personaggi, facendo trasparire i loro
sentimenti e disposizioni mentali, ma anche i frammenti delle
preoccupazioni metafisiche dell’autore.
Inizio pagina

3.2.2 Sfera privata
Nella parte precedente ci siamo concentrati piuttosto allo studio
della tecnica narrativa rivolta alla rappresentazione del paesaggio
aperto in generale, non legato esclusivamente a un personaggio
concreto. Abbiamo individuato i punti in cui Pirandello
evidentemente prende gli stimoli dalla strategia manzoniana,
cercando di indicare le funzioni diegetiche dei singolipassi messi
in causa.
Successivamente tenteremo di restringere la nostra lente analitica
concentrandoci all’insieme dei principali spazi privati in cui si
svolgono le azioni dei personaggi di primo piano. Il punto di
partenza non sarà più “la natura che ingloba l’uomo” ma
piuttosto la relazione capovolta: “l’uomo che ingloba la natura
(l’ambiente adiacente)”.
Ci concentreremo al modo del narratore
di rappresentare il più stretto “raggio d’azione” dei
protagonisti e vedremo quali fini ne si possono ricavare. Come
abbiamo accennato prima, la parte della vicenda ambientata in
Sicilia, con al centro la vita privata, ha come
epicentrinarrativi la villa di Valsania, la tenuta di Colimbètra e
Girgenti.
Dinnanzi tutto occorre affermare che la rappresentazione del privato
ci avvicina al personaggio, evidenzia i tratti del suo profilo
caratteriale, aiuta a penetrare nella sua psicologia e nei suoi
rapporti interpersonali intimi. Per la nostra analisi a questo punto
diventa molto rilevante il fatto che Pirandello, rispetto al
Manzoni, dedica più spazio e maggior interesse alle scene
private. Questa osservazione trova spiegazione nelle circostanze
storiche e soprattutto nello sfondo autobiagrafico de I Vecchi e
i Giovani che sbocca naturalmente in una più nutrita
inclinazione al piano individuale. (È ben noto che lo spazio
privato, al riparo dagli sguadri altrui, acquista sempre maggior
protezione leggislativa nel corso dell’Ottocento. Nella seconda metà
del secolo la linea di separazione tra la sfera pubblica e quella
privata è già marcata, le scene della vita domestica suscitano
conseguentemente l’interesse degli artisti. La letteratura risponde
alla nuova situazione con l’esplosione del romanzo sociale e quello
di costume. La dimensione autobiografica del romanzo è stata
studiata con tanto rigore da Leonardo Sciascia che considera I
Vecchi e i Giovani “l’opera più autobiografica di Pirandello”.
I paralleli tra i personaggi e luoghi del romanzo e tra i posti e i
familiari reali di Pirandello sono illuminati nel libro
Pirandello e la Sicilia, Leonardo Sciascia , Adelphi Edizioni,
Milano, 1996, p. 72.)
La nozione del privato, oltre ad
approfondire la caratterizzazione psicologica dei personaggi,
rimanda nel significato più ampio del termine anche al campo
sociale, ossia al concetto della famiglia.
Conseguentemente cercheremo di
ricavare dall’insieme delle singole rappresentazioni
domestiche un’interpretazione in grado diilluminare il giudizio dei
due autori sull’istituzione familiare.
La prima immagine dell’ambiente privato ne I Vecchi e i Giovani
ritratta la villa di
Valsania, circondata da
“la campagna lieta della vicinanza del
mare, tutta a mandorli, a olivi e a vigneti […]”
(I Vecchi e i Giovani, cit., p.
33.)
Sono da notare i diminutivi del
narratore che rivestono l’immagine esposta di un’atmosfera ben
diversa rispetto a quella delle pagine precedenti, fornendole per un
attimo una carica affettuosa e quasi idilliaca; lo stradone è
scambiato per il sentieruolo e passando accanto alla chiesuola
Sciaralla raggiunge pochi ettari di campo sativo, il vigneto,
l’antico oliveto saraceno ed il mandorleto appartenenti a don Cosmo.
Nell’universo diegetico pirandelliano il carattere del padrone si
rispecchia chiaramente nella sua proprietà domestica, nell’ambiente
che crea e che anima. E perciò la villa di don Cosmo soffre la
noncuranza ed il disinteresse del padrone, come qualsiasi altra cosa
che non riguarda la sfera dei pensieri filosofici e dei ragionamenti
metafisici a cui egli si è dedicato e consacrato. Don Cosmo si è
rinchiuso tra i suoi libri, ha scelto la vita solitaria e isolata,
aliena di ogni preoccupazione mondana,
“vivendo in quell’esilio, assorto
sempre in pensieri eterni, con gli occhi alle stelle, al mare lì
sotto, o alla campagna solitaria intorno […]” (I Vecchi e i
Giovani, cit., p. 64.)
Però le passioni intellettuali
del vecchio scettico non gli offrono risposte e soluzioni
concilianti alle interrogazioni esistenziali, anzi, don Cosmo
preferisce la saggezza naturale dei cani, concentrati solo al
soddisfare dei loro bisogni fisici. L’atteggiamento familiare e
caloroso del narratore nei confronti della vecchia casa culmina nel
momento in cui essa diventa l’oggetto dei forzati rinnovamenti
dovuti al prossimo incontro di don Ippolito con la sua promessa
sposa. (Tale atteggiamento familiare è motivato dal rapporto
personale di Pirandello con il luogo. In Valsania è riconoscibile la
campagna in cui l’autore è nato, a sua volta chiamata Cavasu “corruzione
dialettale del genuino e antico vocabolo greco Xaos, cosa che lo
(Pirandello) legittimava a sentirsi di fatto figlio del Caos”
(Massimo Onofri, Considerazioni su I Vecchi e i Giovani di
Pirandello,cit., p. 72)
L’effetto d’immedesimazione e di
compassione è raggiunto tramite personificazione della villa:
“Non se l’aspettava, intanto, il
vecchio cascinone di Valsania, nel desolato abbandono in cui da
tanti anni viveva, tutti quei fronzoli e quei pennacchi, tutti quei
paramenti sfarzosi che i tappezzieri gli appendevano dalla mattina.
Pareva se li guardasse addosso, triste e un po’ stupito, con gli
occhi delle sue finestre. “ (I Vecchi e i Giovani, cit., p.
203.)
Il passo successivo rimanda all’interessante analogia tra la casa e
il suo padrone. Entrambi godono d’isolamento sociale e si sentono a
loro agio o nel mondo astratto dei pensieri filosofici, o nel
ritornare al seno della natura:
“Lontano dalla vita degli uomini e
quasi abbandonato da essa, aveva da un pezzo cominciato a sentirsi,
nel sogno, cosa della natura: le sue pietre, nel sogno, a risentire
la montagna nativa da cui erano state cavate e intagliate; l’umidore
della terra profonda era salito e s’era diffuso nei muri, come la
linfa nei rami degli alberi; e qua e là per le crepe erano spuntati
ciuffi d’erba, e le tegole del tetto s’eran tutte vestite di musco.
Il vecchio cascinone, dormendo, godeva di sentirsi così riprendere
dalla terra, di sentire in sé la vita della montagna e delle piante,
per cui ora intendeva meglio la voce dei venti, la voce del mare
vicino, lo sfavillío delle stelle lontane e la blanda carezza
lunare.”
(I Vecchi e i Giovani, cit., p.
203.)
La villa pare quasi un castello incantato, la descrizione è lontana
dai canoni delle rappresentazioni realistiche, basandosi piuttosto a
un tono fiabesco. Simile strategia di caratterizzazione di un certo
personaggio tramite paralleli evidenti con la sua dimora occorre
anche nel Manzoni, per esempio quando il suo narratore descrive il
castello dell’Innominato. Pure se Manzoni introduce il personaggio
nella luce dei dati precisi ricavati dalle cronache,
conseguentemente tralascia la referenzialità storica e si abbandona
al tono di legenda dell’immaginario popolare. Il castello è
ambientato in uno spazio la cui matrice descrittiva riprende il
modello di “Quel ramo di lago di Como”, ma il motivo
dominante diventa la natura cupa e “uggiosa” del tiranno che
ha ai suoi piedi una valle e una giogaia“angusta [...]aspra
[...] di massi e di dirupi [...] di tane e di precipizi”
(I Promessi Sposi, cit., p. 271.)
L’altezza irraggiungibile in cui è
posato il castello simboleggia non solo il chiudersi del padrone dal
resto del mondo ma anche l’eccezionalità del personaggio
predestinato a diventare il protagonista della più grande
manifestazione della grazia divina nell’ambito della narrazione. Il
narratore manzoniano quindi caratterizza il personaggio tramite la
descrizione della sua abitazione, ma non ricorre alla vera e propria
personificazione della figura spaziale. Il castello rimane soltanto
un oggetto da osservare.
Nel Pirandello il narratore sembra più
libero, può andare oltre, dedicando alla villa di don Cosmo, almeno
per un attimo, la vita, i sentimenti, i sogni che rimandano
all’origine naturale degli elementi da cui la casa è costruita.
Viene così sfiorato il concetto del
predominio della Natura sulle creazioni dell’uomo, anche le
cose inanime come pietre e legno vogliono perdere la forma di una
casa è tornare nello stato originario, nella vera vita fondendosi
con la terra da cui sono stati presi. Come è già stato detto, la
villa di Valsania in alcuni momenti sembra un castello incantato, e
come ogni castello incantato, anche essa ha una sua stanza
d’ingresso proibito, protetta da una creatura spaventosa: c’è il “camerone”
del generale Laurentano, difeso e custodito da fedelissimo Mauro
Mortara il quale sembra un cane di guardia:
“E non l’uscio soltanto, ma anche le persiane dei due terrazzini e
della finestra stavano sempre chiuse, quasi che l’aria e la luce,
entrandovi apertamente, potessero fugare i ricordi raccolti e
custoditi con tanta gelosa venerazione.” (I Vecchi e i Giovani,
cit., p. 136.)
La stanza del Generale è il tempio degli ideali risorgimentali del
vecchio rivoluzionario:
“Né i suoi colombi, né la pace dei campi, né il governo della vigna,
né il canto delle allodole, riuscivano a rasserenargli lo spirito
dopo tanto tempo: quel camerone era come la sua chiesa; e usciva di
là com’ebbro, e s’aggirava per la campagna sotto i mandorli e gli
olivi, parlando tra sé di battaglie e di congiure, guardando
biecamente il mare dalla parte di Tunisi, donde immaginava un
improvviso assalto dei Francesi…” (I Vecchi e i Giovani,
cit., p. 147.)
Il momento del significativo non-incontro, di incomprensione
generazionale avviene emblematicamente nel “santuario della
libertà”. L’atteggiamento derisorio dei giovani compagni di
Lando Laurentano durante la visita del “camerone” alla fine
del romanzo implica una vera e propria profanazione dei sacri ideali
risorgimentali e l’anticipazione della vicina morte del loro più
appassionato sostenitore Mauro Mortara.
Nel Manzoni, gli spazi sacri sono le
chiese ed i conventi dei cappuccini, d’accordo con la convinzione
dell’autore.
Tali posti non sono mai descritti con
un’attenzione particolarmente scrupolosa, ma nella vicenda
hanno un ruolo importantissimo: quello di rifugio sicurissimo e di
protezione da ogni male. Le terre di Valsania, con la vecchia casa
abbandonata al centro, rappresentano il luogo più idilliaco e
conciliante, quasi il locus amoenus del romanzo.
L’atmosfera di tranquillità e di
sicurezza è sottolineata sia dalle scelte linguistiche del narratore
(sono da notare il cambiamento del tono, il lessico
contrastante a quello della descrizione iniziale, segnatodall’uso
dei diminutivi: lo stradone su cui procede il capitano è
scambiato per il sentieruolo e passando accanto alla chiesuola
Sciaralla raggiunge pochi ettari di campo sativo, il vigneto,
l’antico oliveto saraceno ed il mandorleto appartenenti a don
Cosmo.), che evocano l’aspetto pittoresco del paesaggio, sia dal
tipo di avvenimenti e di azioni ai quali è il posto nel corso della
vicenda destinato (il primo incontro dei due promessi sposi, il
ristabilimento di Dianella dopo la guarigione miracolosa di
un’infezione tifoidea, l’asilo di Lando Laurentano e dei suoi
compagni socialisti in fuga per Malta).
Ma niente in Pirandello è univoco,
chiaro e ben definito. E così con gli attributi armonici sopra
accennati, con la serenità della natura idilliaca di Valsania
contrasta paradossalmente la visione dell’universo, dell’essere e
della storia del padrone stesso della tenuta. Don Cosmo, il cui nome
ironicamente rimanda ad ormai fallita visione dell’universo
come d’un sistema organizzato e coerente, si rivela uno scettico
totale, convinto soltanto dell’assoluta vanità di tutto,
dell’assenza di finalità nel decorrere storico.
A Valsania si apre e si chiude il
romanzo: là si dirige all’inizio Sciaralla dopo una notte
tempestosa, di là parte Mauro Mortara, nonostante la tempesta e il
buio notturno, per andare incontro alla morte, precisamente verso la
fine del libro. Tale schema organizzativo della materia narrativa
rimosso dalle pagine del libro rimanda alla visione piuttosto
ciclica che lineare della storia, il ciò discorda chiaramente con la
concezione manzoniana.
Ne I Promessi Sposi i due
protagonisti non tornano al mondo rassicurante e protettivo da cui
sono stati cacciati, la maturazione dovuta alle nuove esperienze di
Renzo li spinge a trasferirsi. La concezione della storia come d’un
continuum progressivo si rispecchia così nell’organizzazione dello
spazio della vicenda.
Nella rappresentazione delle terre di Valsania e del loro padrone
possiamo vedere l’unione di due poli contraddittori sorgenti appunto
dal carattere autobiografico del posto. Da un lato ci colpisce il
tono affezionato e tenero, con cui la voce narrante descrive i
luoghi. Tale aspetto rivela un forte legame sentimentale dell’autore
al paese natale. L’idillio è però negato dalle considerazioni
corrosive del padrone don Cosmo sull’infinita vanità di tutto, sul
non senso della Storia vista nel contesto del pesimismo cosmico. Il
vecchio scettico inserito nei luoghi più prossimi al cuore di
Pirandello diventa il portavoce delle sue piu profonde convinzioni:
“Una sola cosa è triste, cari miei:
aver capito il giuoco![...] Bisogna vivere, cioè illudersi [...]; e
pensare che tutto questo passerà…passerà...” (I Vecchi e i
Giovani, cit., p. 482.)
Mai nel Manzoni un determinato luogo appartenente all’insieme degli
spazi privati e corrispondente perfettamente al campo d’agire di un
personaggio di primo piano assume un ruolo strategico nella
trasmissione d’un concetto. Le rappresentazioni degli spazi privati
inseriti nell’ambiente campestre non rimandano e non approfondiscono
il sondaggio nelle preoccupazioni intime dell’autore. Ovviamente, il
tono e le scelte linguistiche del narratore svelano il suo rapporto
con l’ambiente contadino: gli stessi valori di cui è dotata la
natura idilliaca possono essere incontrati anche sotto i tetti
delle case popolane. Le abitazioni degli umili, le chiese, i
conventi non sono mai ritrattati con la scientifica scrupolosità del
paesaggio.
Nel caso della casa popolana, piuttosto che concentrarsi ai
minuziosi riferimenti architettonici, preferisce il sottolineamento
dei valori e dell’atmosfera sociale, ritrae le scene domestiche
nella loro umile quotidianità commovente, esprimendo una simpatia
sincera. La prima ampia scena domestica è collocata nel sesto
capitolo de I Promessi Sposi, nella casa del contadino Tonio. Il
quadretto è fedele alla convinzione che l’arte è lo studio e la
riproduzione del vero. Pure le scelte lessicali arricchite dall’uso
dei diminutivi (“casetta”, “murettino” ecc., I
Promessi Sposi,cit., p.31.) confermano e rafforzano
l’impressione della familiare propensione e del tenero affetto che
lo scrittore mostra di sentire nei confronti degli umili.
Pure l’atmosfera e l’aspetto della
tenuta di Colimbètra corrispondono pienamente al carattere e agli
interessi del padrone. Don Ippolito, analogamente a suo fratello,
vive in isolamento dalla realtà attuale. Mentre il distacco di Cosmo
è dovuto alle ragioni astratte di carattere spirituale e nelle
questioni politiche l’intellettuale resta imparziale, don Ippolito
ha deciso di esprimere la propria protesta contro le novità sociali
conservando nel suo territorio l’ordine prerisorgimentale. Isolatosi
dal 1860 nel suo feudo continua a coltivare rigidamente la propria
nostalgia e mantiene inutilmente la guardia privata i cui membri
indossano le divise dell’esercito borbonico.
La sua posizione reazionaria e
clericale è accompagnata dal vivo interesse per l’antico passato
girgentino, in particolare per la precisazione topografica della
tramontata città greca. Serbando la passione per i templi
ellenici ma anche per i monumenti ecclesiastici cristiani, vive
radicato profondamente nel passato, senza alcuna speranza di poter
rivedere la città natale da cui si è esiliato tanti anni fa.
La villa di Colimbètra con il suo splendore contrasta notevolmente
con la sciatta condizione della casa di don Cosmo. Pure l’aspetto
fisico dei due fratelli corrisponde a quello delle loro abitazioni:
Ippolito è sempre elegante, nonostante la sua età, molto chic e ben
curato, bada al proprio aspetto con minuziosa attenzione.
Cosmo, invece, non sente necessità
di oltrepassare i criteri d’utilità e di praticità per quanto
riguarda la sua apparenza. Ippolito cerca di afferrare lo splendore
antico, gestisce un museo in cui raccoglie gli oggetti antichi
scavati a Colimbètra. E’ da notare l’ironia del narratore nei
confronti del reazionarismo di don Ippolito, come dimostra la scena
iniziale del quarto capitolo. Davanti alla chiesa è posata la statua
della nuda Venere acefala che non vuole vedere i fantocci in divise
borboniche di don Ippolito inginocchiati davanti ad un’altra
divinità:
“In fondo al vestibolo, tra i lauri e le palme, su lo sfondo della
gran porta a vetri colorati, la preziosa statua acefala di Venere
Urania, scavata a Colimbètra nello stesso posto ove ora sorge la
villa, pareva che non per vergogna della sua nudità tenesse
sollevato un braccio davanti al volto ideale che ciascuno,
ammirandola, le immaginava subito […]; ma per non vedere
inginocchiati alla sogli della capella che si apriva a destra tutti
quegli uomini così stranamente parati: la compagnia borbonica di
capitan Sciaralla” (I Vecchi e i Giovani, cit., p. 90.)
Attraverso la dea il narratore come se deridesse la tentazione che
riesce a suscitare nei poveri uomini di guardia, incapaci di
concentrarsi alla preghiera davanti alla sua nudità. Ma pure il
conservatore impetuoso di un passato ormai perduto deve affrontare
la fugacità delle cose, l’inarrestabilità del tempo:
“Don Ippolito guardò i Templi che si raccoglievano austeri e solenni
nell’ombra, e sentì una pena infinita per quei superstiti d’un altro
tempo e d’una altra vita. Tra tanti insigni monumenti della città
scomparsa solo ad essi era toccato in sorte di vedere quegli anni
lontani: vivi essi soli già, tra la rovina spaventevole della città:
morti ora essi soli in mezzo a tanta vita d’alberi palpitanti, nel
silenzio, di foglie e d’ali […] Sonò a un tratto, nel bujo
sopravvenuto, il chiurlo lontano d’un assiolo, come un singulto. Don
Ippolito si sentì stringere improvvisamente la gola da un nodo di
pianto.”
(I Vecchi e i Giovani, cit., p.
115.)
Dalla situazione del don Ippolito altra volta traluce la convinzione
dell’autore sulla forza autonoma della natura che distrugge
spietatamente ogni costruzione dell’ingegno umano, predestinando
all’estinzione i tentativi creativi della civiltà. I resti dello
splendore antico semisepolti dalle erbacce, l’incontro dopo
tantissimi anni con la sorella, ormai ridotta a mera ombra della
bellissima giovane del medaglioncino in miniatura, i segni della
propria vecchiaia sono gli indizi principali che confermano
l’impotenza umana (ma anche personale, sofferta dallo stesso
principe) davanti al fluire dell’esistenza. La penetrazione nello
spazio privato dell’Ippolito rivela molti aspetti della sua vita
interiore. L’impegno convulso con cui egli si dedica all’indagine
storico-topografica acquista una dimensione penosa dell’incapacità
di assorbire ed elaborare il nuovo. La sua paura della terminabilità
si compensa mediante l’adesione al glorioso passato.
Spostandosi dalla prospettiva campestre a quella cittadina, è da
menzionare l’importanza esclusiva della casa di donna Caterina
Laurentano, sorella di Ippolito e di Cosmo. La vedova del grande
patriota Stefano Auriti che ha seguito contro il volere della
famiglia, si è chiusa in povertà dignitosa, sdegnosa di ogni aiuto
dai fratelli. Ora se ne sta quasi in volontaria clausura, in una
casa sotto la Badia Grande, con la figlia Anna, vedova anch’essa e
con il nipote Antonio del Re. La sofferenza subita nel corso della
vita, la miseria ed il dolore hanno ridotto la vecchia donna, a suo
tempo bellissima, forte e ferma, l’hanno imbruttita e indurita.
L’atmosfera della vecchia casa in cui abita rispecchia precisamente
l’aria della padrona:
“ […] vecchia e vasta casa sempre
silenziosa, nella quale il sole, entrando, pareva non recasse mai né
luce né calore. Che casa! […] Logorati i mobili, anneriti i
soffitti, consunto il pavimento, inaridite e stinte le cornici delle
imposte, sbiadita in tutte le stanze la carta da parato. Pur curata
e pulita e rassettata sempre, pareva che anch’essa sentisse
oscuramente la doglia della vita. […] Calma, e non pace! Non poteva
aver pace l’anima di donna Caterina Laurentano. Forse perché non
credeva più in nulla?” (I Vecchi e i Giovani, cit., p.
250-251.)
Un’altra volta abbiamo possibilità di notare il procedimento
descrittivo che si serve di personificazione. Fa parte integrante
della poetica pirandelliana l’abitudine di spirare la vita agli
oggetti inanimati, il ciò rende l’immagine esposta molto più
emozionante. Tale atteggiamento supera i canoni “fotografici”
delle rappresentazioni naturaliste. Davanti alla descrizione della
casa di donna Caterina possiamo un’altra volta evidenziare la
compattezza tra lo spazio privato ed il personaggio che l’anima. A
Caterina è attribuito il ruolo della fata crudele, la sua ottica
cupa e lugubre impedisce la penetrazione di qualsiasi prospettiva o
visione positiva nel suo modo di percepire il mondo. Affronta con
serissima disperazione sia il passato, sia il futuro, priva del
minimo alleggerimento ironico, delle illusioni, sembra un’ombra
viva.
La rappresentazione dello spazio animato da donna Caterina sembra
essere in relazione con la chiusura dell’infelice Monaca di Monza
manzoniana. Anche lei ha vissuto il suo dramma, e infine, abbattuta
dall’avversità del destino è rimasta separata dal mondo e dalla
vita. Mentre Caterina è in prigione volontaria e può esprimere
liberamente le sue cupe profezie, la chiusura di Gertrude rispecchia
l’impossibilità di rivelare i propri sentimenti. Il silenzio delle
celle e dei corridoi del monastero di Monza contrastano con
l’inquietudine interna del personaggio.
Dalle immagini degli spazi privati esposti sul piano letterario si
può tra l’altro ricavare la visione degli autori dell’istituzione
familiare. Allontanando lo sguadro dai singoli elementi (le case e
soprattutto le azioni dei tre fratelli Laurentano) possiamo giungere
ad una prospettiva più ampia che assorbe tutto l’insieme (la
famiglia Laurentano) Già il fatto che i tre rappresentanti
della vecchia generazione legati per il rapporto di parentela vivono
ciascuno nella sua isolazione, è di portata abbastanza
significativa. La loro comunicazione è minima, in più la posizione
politica garibaldina e gli avvenimenti del passato portano Caterina
a ignorare completamente don Ippolito. Un altro esempio
considerevole è la situazione tesa della famiglia Salvo: la madre
psichicamente malata e la scarsità totale dell’affetto paterno fanno
soffrire terribilmente la sensibile figlia Dianella, la quale infine
esce di senno.
Il romanzo è ricco di momenti,
situazioni e rapporti che rimandano ad una visione del nido
familiare molto pessimista. La famiglia risulta il luogo sprovvisto
della sua originale funzione prottettiva e affettuosa, in cui la
comune solitudine umana diventa più dolorosa.
Esattamente il motivo principale della
vicenda de I Promessi Sposi dichiara che la visione
dell’istituto familiare è completamente opposta alla cupa immagine
pirandelliana. Il capolavoro del Manzoni privilegia il mondo degli
umili con la famiglia al centro. Le scene domestiche nelle case dei
poveri popolani rappresentano il nido incontaminato, fonte
originaria dei valori esatti, lontani dalla corruzione e
dell’ambiguità. Però il narratore manzoniano non tralascia tale
idillio stabile e immutabile. L’esperienza mondana dell’eroe ingenuo
implica perdità della sua semplicità noncurante. Il paese come luogo
dell’innocenza non è più adatto per i due protagonisti, poiché
innocenti non sono più, hanno conosciuto il male ed i meccanismi che
regolano storia. Manzoni unisce sotto un unico tetto coniugale due
elementi contrastanti: la morale pragmatica di Renzo e quella
pasivamente abbandonata alla provvidenza di Lucia.
Sintesi
Sulle pagine precedenti abbiamo
ristretto la nostra prospettiva dal piano delle ampie scene
paesaggistiche alle più importanti rappresentazioni delle figure
spaziali legate intimamente ai personaggi di primo piano. Il topos
centrale dell sfera privata è naturalmente la casa. In tale
contesto, il punto più significativo che allontana decisivamente i
quadri degli spazi privati di Pirandello da quelli manzoniani,
consiste in diverso grado d’importanza ad essi attribuito. Non
esiste nel Manzoni la centralità di un concreto spazio chiuso.
Pare che ne I Promessi Sposi la
sfera del privato raffiguri soltanto un sottoinsieme di un più ampio
campo semantico. Conseguentemente le scene domestiche nelle case
popolane sono esposte con un tono amorevole e tenero, in quanto esse
si inseriscono nella dimensione naturale, dotata nell’universo
manzoniano di valori decisivamente positivi. La tecnica narrativa in
tali occasioni mantiene il tono realistico, ma la scrupolosità
scientifica che caratterizza le descrizioni paesaggistiche cede
posto al sottolineamento dell’atmosfera familiare e della modestà
cristiana.
Pirandello invece distacca nell’ambito dell’universo romanzesco l’mmagine
della tenuta di Valsania e le attribuisce delle funzioni molto
significative. Il tono affettuoso con cui è descritta rivela il
legame personale dell’autore al luogo. Nelle terre di Valsania è
facilmente riconoscibile la campagna in cui Pirandello è nato
chiamata Càvasu, variante dialettale del greco Xaos. Il
padrone della villa chiamato don Cosmo quindi vive nel Caos. Il
personaggio Cosmo, profondamente convinto del caos universale: tale
rapporto ovviamente oltrepassa i limiti del romanzo e rimanda alle
preoccupazioni intellettuali ed esistenziali dello stesso autore.
Pirandello si dichiara “figlio del Caos” tanto in senso
concreto quanto in quello astratto, proiettando e approfondendo le
proprie convinzioni tramite il suo alter ego romanzesco.
Gli aspetti esterni della villa coincidono con i tratti
caratteristici del padrone, il ciò succede più volte anche nella
vicenda manzoniana. Il narratore de I Promessi Sposi rimane
però sempre fedele al tono realistico, percepisce e rappresenta le
figure spaziali come delgi oggetti inanimi. Pirandello va oltre,
attribuendo in alcuni passi i sentimenti e vita propri alla villa di
Valsania. Tale procedimento aiuta ad approfondire il sondaggio
all’interno del padrone della casa e a rendere la descrizione più
suggestiva.
L’immagine della tenuta di Colimbètra
è ritrattata con la tecnica analoga. La casa rispecchia il carattere
e gli interessi del padrone, anch’essa rappresenta il luogo
d’isolamento volontario, il suo aspetto sottolinea il contrasto tra
i due fratelli Laurentano. La raffigurazione del posto è dotata
anche di funzione ironica: mostra la vanità della lotta dell’ingegno
umanocontro la supremazia della Natura.
L’ultima figura dello spazio privato
che abbiamo preso in considerazione è stata la casa di donna
Caterina Laurentano ambientata nella città di Girgenti. Pure in
questo caso il narratore ricorre alla personificazione, il ciò rende
sia la descrizione, sia l’analogia con la padrona molto più
espressiva. La clausura della vecchia donna rimanda alla prigione
monastica della Gertrude, anche lei isolata definitivamente dalla
vita pregevole. Tutte e due si sono ridotte sotto i colpi del
destino a mere ombre delle loro speranze sconfitte. Nell’ultima
istanza abbiamo accennato al legame tra la nozione del privato e la
visione dell’istituto familiare. Pure in questo caso assume un ruolo
importante sia lo sfondo autobiografico de I Vecchi e i Giovani sia
la situazione sociale (Leonardo Sciascia interpreta nel suo libro
Pirandello e la Sicilia alcuni passi e motivi de I Vecchi e i
Giovani a ridosso delle tensioni e dei problemi familiari dello
scrittore.)
La storia della famiglia Laurentano
svela una crisi profonda dei rapporti interpersonali. L’affetto
familiare viene scambiato per il “familismo” affaristico che
accompagna le pratiche del clientelismo meridionale. La fine aperta
de I Promessi Sposi che ha fuso il razionalismo con la fede
cristiana trova ne I Vecchi e i Giovani una triste continuazione:
eliminato l’idealismo provvidenzialista, il pragmatismo diventa
freddo e spietato. L’istituto familiare corrotto rispecchia la crisi
dell’intera società sommersa in fango.
Inizio pagina

3.2.3. La sfera sociale
Nell’ultimo passo del capitolo precedente abbiamo preannunciato la
rappresentazione della crisi dell’intera società attraverso
l’immagine del nucleo familiare corrotto. Spostiamo adesso il nostro
angolo visuale dall’interno delle case e dei personaggi che le
animano verso gli spazi più aperti della vita pubblica e
concentriamoci alla problematica sociale di più ampio respiro. Al
centro della sfera sociale sta il topos della città. Il sentimento
fondamentalmente ostile nei confronti dell’ambiente metropolitano
unisce i nostri autori e aiuta a rendere abbastanza simmetrica
l’ultima tappa dell’analisi comparativa. Sia ne I Vecchi e i
Giovani che ne I Promessi Sposi la città si contrappone
alla campagna, assumendo quella prima sempre dei connotati negativi.
Vediamo adesso lesingole rappresentazioni dello spazio urbano
nell’opera pirandelliana e cerchiamo le corrispondenze con le
immagini offerte dal narratore manzoniano.
L’insistente problematica politico-sociale a cui la narrazione ne
I Vecchi e i Giovani dedica vasto spazio viene esposta ed
affrontata soprattutto sullo sfondo degli ambienti cittadini. Il
rapporto difficile Italia-Sicilia assume delle dimensioni regionali,
rispecchiandosi per metonimia nella relazione Girgenti-Roma. Nella
capitale le descrizioni ambientali cedono posto alle dispute
infiammate dei sostenitori di diverse posizioni politiche e
ideologiche. Pure nel Manzoni la città diventa protagonista della
narrazione nel momento in cui la trama si concentra sulle vicende
storiche. Il mondo urbano toglie all’uomo le capacità
dell’orientamento presbite, predeterminando anche la perdita
dell’orientamento sulla scala dei valori.
Vediamo adesso le singole apparizioni della città ne I Vecchi e i
Giovani.
Girgenti sorge nel primo capitolo del
romanzo solo da lontano. Levata sul colle, esce dalla nebbia
mattinale,abbandonata in “una miseria senza riparo”,
“silenziosa e attonita superstite nel vuoto d’un tempo senza
vicende”, esposta spietatamente all’ostinata crudeltà del cielo.
Ogni tentativo del lettore di trovare qualche tratto allegro o
almeno conciliante sulla faccia di questa città risulta vano; gli è
presentata come una povera ombra della propria gloria tramontata. Il
narratore ricorre spesso al paragone del grandioso passato
dell’antica Akragas con l’infelice presente, con lo spegnersi
della sua energia vitale il cui pulsare si è trasferito a Porto
Empedocle:
“giallo di zolfo, bianco di marna,
polverulento e rumoroso, in poco tempo divenuto uno de’ più
affollati e affaccendati emporii dell’isola” (I Vecchi e i
Giovani, cit., p. 154.)
La greca civiltà di Agrigento è evocata quasi sempre in funzione
ironica, “come una fragile costruzione della ragione cui si è
contrapposta, vittoriosamente sommergendola, l’irrazionale natura”
(Leonardo Sciascia, Pirandello e la Sicilia, p.48.)
I resti dell’antica gloria sepolti
nelle erbacce sembrano un cimitero delle illusioni sulla grandezza
delle azioni umane. Girgenti appare “in persona” nel sesto capitolo,
afferrata nell’atmosfera delle prossime elezioni:
“A Girgenti, solo i tribunali e i circoli d’Assise davano da fare
veramente, aperti come erano tutto l’anno. (…) I molti sfaccendati
della città andavano intanto su e giù per la strada maestra, l’unica
piana del paese, dal bel nome greco, Via Atenèa, ma angusta come le
altre e tortuosa. Via Atenèa, Rupe Atenèa, Empedocle…- nomi: luce di
nomi, che rendeva più triste la miseria e la bruttezza dei luoghi” (I
Vecchi e i Giovani, cit., p. 155-156.)
L’immagine di Girgenti è disperata, quasi apocalittica:
“Girgenti era la città dei preti e
delle campane a morto. Dalla mattina alla sera, le trenta chiese si
rimandavano con lunghi e lenti rintocchi il pianto e l’invito alla
preghiera, diffondendo per tutto un’angosciosa oppressione. Non
passava giorno che non si vedessero per via in processione funebre
le orfanelle grige del Boccone del povero: squallide, curve, tutte
occhi nei visini appassiti, col velo in capo, la medaglina sul
petto, e un cero in mano” (I Vecchi e i Giovani, cit., p.
157.)
La descrizione è molto suggestiva, l’immagine delle orfanelle
rafforza l’effetto emotivo sul lettore. I cittadini sembrano
inanimati, oppressi, spenti, camminando su e giù per la strada
maestra con “l’automatismo dei dementi”. Da tutte le parti respira
carenza, povertà, tristezza e rudezza. Dal tono del narratore si
sente l’acuta critica sociale, la cui urgenza vienerafforzata
tramite domande retoriche insistenti:
“Chi poteva curarsi, in tale animo,
delle elezioni politiche imminenti? E poi, perché? Nessuno aveva
fiducia nelle istituzioni, né mai l’aveva avuta. La corruzione era
sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato
ingenuo o matto, impostore o ambizioso, chiunque si levasse a
gridarle contro” (I Vecchi e i Giovani, cit., p. 157.)
L’immagine di Girgenti assomiglia in molti tratti a Milano
manzoniana distrutta dalla peste. I mezzi espressivi che rimandano
ad un campo semantico legato all’atmosfera infernale dominano
entrambi i quadri La differenza principale nella rappresentazione
delle due città sta nel contraccambio delle prospettive tra i due
autori: mentre ne I Vecchi e i Giovani viene privilegiato lo sguardo
del narratore onnisciente, Manzoni attribuisce il ruolo decisivo
all’ottica di Renzo. Tale procedimento dipende dalla diversa
funzione diegetica dei singoli passi descrittivi.
Pirandello cerca di dare una visione
lucidamente disingannata di un microcosmo artificiale, sottolineando
con il tono oggettivo la convinzione sull’illusorietà della speranza
d’imporre ordine al caos. Nell’ambito della dieresi il quadro di
Girgenti assume innanzitutto il ruolo espositivo, rafforza la
suggestività della grave situazione sociale.
L’immagine di Milano rovinata dalla
peste è filtrata attraverso la vista del protagonista Renzo. Il
narratore abbandona il suo solito tono realistico e assumendo lo
sguardo del personaggio fa entrare il lettore in uno spazioavvolto
nel fumo e nella nebbia infernali che sembra sorto da un sogno
maligno:
“[...] nessun segno di uomini viventi:
se non che, da un certo punto del terrapieno, s’alzava una colonna
d’un fumo oscuro e denso, che salendo s’allargava e s’avvolgeva in
ampi globi, perdendosi poi nell’aria immobile e bigia. Eran vestiti,
letti e altre masserizie infette che si bruciavano”
(I Promessi Sposi, cit., p.
472.)
La città di Milano viene a proporsi
come il luogo fondamentale per l’evoluzione di Renzo. E perciò
l’ottica è la sua. Il protagonista deve vivere l’esperienza della
città del sospetto, della superstizione, della violenza per poter
giungere alla purificazione assoluta. La dimensione storica deve
quindi cedere posto a quella personale.
Torniamo adesso a Girgenti. Nonostante l’atmosfera oppressa, la
città si mantiene relativamente tranquilla.
Però la situazione differisce nelle
campagne e nei paesi della provincia, dove “la miseria”, “la
selvaggia ignoranza”, “l’asprezza delle fatiche”, “le
vaste solitudini brulle e mal guardate” (I Vecchi e i Giovani,
cit., p. 154.), scoppiano in delitti sanguigni, sequestri e
vendette. Nel corso della vicenda risulta chiaro che il narratore
non nutre la minima fiducia nella potenza delle masse abbattute di
cambiare lo stato attuale delle cose. E questa prospettiva scettica
riguarda sia i cittadini che i contadini. A Girgenti, piuttosto che
delle imminenti elezioni, la gente si interessa del duello tra due
membri delle frazioni opposte.
L’inerzia politica della provincia tormenta soprattutto l’attivista
socialista Nocio Pigna, il quale segue con rammarico il fermento
nelle altre parti del territorio siciliano, dove le forze proletarie
si mobilizzano formando dei fasci. Infine anche lui riesce ad
organizzare il Fascio di Girgenti, grazie agli operai del Porto
Empedocle, differenti dai contadini, “imbecilliti dalla miseria”
ancora più grave:
“Come le pecore questi poveretti! Pecore però, che sapevan la
crudeltà delle mani rapaci che le tassavano e le mungevano; pecore
che, se riuscivan ad acquistar coscienza dei loro diritti, a
compenetrarsi minimamente di quella famosa virtù della loro forza,
sarebbero diventate lupi in un punto.[… ] creta, creta, creta, su
cui Dio non avveva soffiato, o la miseria aveva da tempo spento quel
soffio; creta indurita, che destava pena e stupore se, guardando,
moveva gli occhi e, parlando, le labbra” (I Vecchi e i Giovani,
cit., p. 167.)
In realtà, la convinzione politico-sociale di Nocio e della maggior
parte dei suoi seguaci rappresenta solo una sostituzione poco
soddisfacente del cristianesimo indebolito. Per attirare i contadini
ha tralasciato alla sala principale del Fascio l’aria di chiesa,
ponendo sulla tavola della presidenza anche un crocefisso.
Quell’eclettismo ideologico-religioso
svela al lettore un aspetto della sicilianità: l’inclinazione al
irreale, al mito, alle radici. Attraverso gli occhi di Nocio
possiamo seguire la descrizione del quartiere più povero della
città:
“Guardava lassù, gonfio d’orgoglio e
con aria di protezione, quelle vecchie casupole del quartiere di San
Michele, tane di miseria; quelle anguste viuzze storte, sudice,
affosate, piene tutte di quel tanfo che suol lasciare la spazzatura
marcita […]” (I Vecchi e i Giovani, cit., p. 164.)
La visione del socialismo siciliano è avvolta di un intrascurabile
scetticismo, derivante dal conoscimento doloroso dello stato
attuale: l’analfabetismo, la miseria, l’ignoranza governano in tutta
l’isola.
La seconda visione di Girgenti e delle regioni siciliane governate
dall’agressione delle masse analfabete presenta molti paralleli con
l’mmagine di Milano dominata dalla folla affamata. La città come un
luogo dell’irrazionalità e della contraddizione si presenta alla
vista di Renzo con la nevicata di farina e con i pani al posto delle
pietre. L’interesse dell’autore si concentra scrupolosamente al
fenomeno della folla, facendone in alcuni capitoli vera e proprioa
protagonista della vicenda. Il narratore manzoniano si dedica ad un
vasto sondaggio psicologico del fenomeno della massa, non
nascondendo il proprio disprezzo e spavento. Le sue scelte
linguistiche esprimono con necessaria espressività i meccanissmi di
base della psicosi collettiva. La folla è uguale a un “branco”,
paragonata a “gocciole sparse sullo stesso pendio”, alla “coda
di una serpe”.
L’organizzazione del periodo
rispecchia la frenesia della situazione:
“Metton mano ai sacchi, li strasciano, li rovesciano: chi se
ne caccia uno tra le gambe [...], chi, gridando: ‘aspetta, aspetta’,
si china a parare il grembiule, un fazzoletto, il cappello, per
ricever quella grazia di Dio [...] uomini, donne, fanciulli, spinte,
rispinte, urli, e un bianco polverio che per tutto si posa, per
tutto si solleva e tutto vela e annebbia” (I Promessi
Sposi, cit., p. 264.)
Il narratore pirandelliano, a rappresentare i massacri collettivi,
non si “butta” mai tra la folla infuriosita, non dedica un
determinato spazio del racconto a un profondo sondaggio analitico
del fenomeno. Le violenti ribellioni sono sempre osservate da
distanza spaziotemporale, esposte come testimonianze dei singoli
personaggi.
Manzoni combina la tecnica di
osservazione scientifica con quella di penetrazione diretta nella
situazione concreta, trasportando sulle pagine la dinamica
distruttiva del fenomeno. Pirandello fa disperdere l’immagine
complessa degli effetti tragici e delle cause irrisolvibili della
strage in vari luoghi della narrazione. Il problema rittrattato non
assume quindi il ruolo di primo piano nell’ambito di un compatto
segmento dell’intreccio, ma tale fatto non lo porta a perdere l’accutezza
e l’intensità rappresentativa.
L’asse narrativa de I Vecchi e i Giovani si scosta dal
territorio siciliano nei quattro capitoli iniziali della seconda
parte del romanzo, in cui la vicenda si sposta alla capitale. Il
narratore preannuncia però i contorni del quadro romano nei capitoli
antecedenti, servendosi delle angolature soggettive dei diversi
personaggi. E così si estende davanti a noi Roma come simbolo
dell’unità italiana e dell’ideale compiuto (agli occhi di Mauro),
Roma come luogo del fallimento morale di Roberto Auriti, Roma come
un passo incontro all’indipendenza del giovane Antonio del Re, Roma
come possibilità dell’ascesa politica ed economica di Salvo e di
Capolino.
All’insieme delle aspettative
piuttosto positive, anche se segnate di nostalgia e rimpianto, si
oppone la cupa visione della donna Caterina Laurentano che
suggerisce profeticamente a Mauro in partenza:
“[…] chiudi gli occhi, turati bene gli
orecchi e
ritornatene subito subito in campagna: segui il consiglio mio!” (I
Vecchi e i Giovani, cit., p. 164.)
Il procedimento con cui il narratore anticipa la raffigurazione
dell’ambiente urbano è analogo nell’opera manzoniana. La presenza
della città ne I Promessi Sposi si rivela per la prima volta
in una forma non ricavata dall’esperienza degli eventi narrati, ma
piuttosto come il preannuncio profetico a conclusione dell’”Addio
monti” :
“Quanto più s’avanza nel piano, il suo
occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme;
l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra meso e disattento nelle
città tumultuose: le case aggiunte a case, le strade che sboccano
nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifici
ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al
campicello del suo paese, alla causuccia a cui ha già messi gli
occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco à suoi
monti” (I Promessi Sposi, cit., p. 117)
Il giudizio della condizione deforme della metropoli influenza le
aspettative del lettore prima che essa si fa lo sfondo scenografico
della vicenda. Secondo il parere del narratore manzoniano, in città
non si può andare che spinti da una forza estranea: che può essere
d’origine economica, oppure, come nel caso di Renzo, provocata
dall’ingiustizia sociale. Ne I Vecchi e i Giovani il campo di
motivazioni evidentemente si amplia: non solo le condizioni
oggettive danno gli stimoli per il trasferimento in città. Pure le
cause soggettive entrano in gioco e risvegliano la tentazione di
cercare fortuna nel grande mondo. Basta pensare al giovane Antonio
del Re, per cui la partenza per Roma rappresenta non solo una fuga
davanti al cupo negativismo della nonna, ma soprattutto davanti al
proprio amore distruttivo per l’accesa socialista Celsina Pigna.
Appena Roma ne I Vecchi e i Giovani diventa vero e proprio
teatro d’azione, la sua immagine acquista dei tratti più
oncreti, da noi accennati in precedenza. È possibile ndividuare una
certa simmetria tra i capitoli iniziali delle due parti del
romanzo. Questi condividono il motivo chiave della vicenda che è
quello di fango. Il fango fisico della descrizione paesaggistica si
è trasformato nel fango politico in cui è sommersa la capitale.
La prima scena romana si svolge
nell’ufficio del ministro Francesco D’Atri, dove il segretario
ministeriale cavaliere Cao sta in attesa del superiore. Il monologo
interiore del segretario ci offre le prime informazioni sia sulla
situazione politica, sia sull’atteggiamento del ministro. La visione
di Roma è completamente opposta ai sogni dei numerosi personaggi che
ci vanno con varie speranze:
“Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache della città si
fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma
dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma, su cui
svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia.
Sotto il cielo cinereo, nell’aria densa e fumicosa, mentre come
scialbe lune all’umida tetra luce crepuscolare s’accendevano
ronzando le lampade elettriche, e nell’agitazione degli ombrelli,
tra l’incessante spruzzolio d’una acquerugiola lenta, la folla
spiaccicava tutt’intorno […]” (I Vecchi e i Giovani, cit., p.
262.)
Tale fragore d’immagini ripugnanti esprime le dimensioni enormi
della delusione suscitata dal fallimento degli ideali. Solo a questo
punto di lettura si rivela il vero valore metaforico del fango che
piove all’inizio del romanzo.
Il fango simboleggia la decadenza
dell’ancora giovane regno d’Italia, la corruzione politica sboccata
nello scandalo della Banca romana.
Roma degradata nell’affarismo e
nell’infamia incorona la tragedia dell’ideale risorgimentale
fallito.
La capitale apparsa inizialmente soltanto nel flusso di pensieri del
cavaliere Cao, in successione ridotta alle tensioni dello spazio
privato del ministro D’Atri, rivela i suoi esterni con l’arrivo di
Mauro Mortara.
La percezione di Roma negli occhi del
vecchio patriota coincide con la sua cieca adesione agli ideali
risorgimentali:
“Roma doveva rimanere per lui, come il
mare, sconfinata. […] non voleva saper nulla, non voleva che gli si
precisasse nulla; temeva istintivamente che ogni notizia,
ogn’indicazione, ogni conoscenza anche sommaria gli rimpiccolisse
quella smisurata, fluttuante immagine di grandezza, che il
sentimento gli creava” (I Vecchi e i Giovani, cit., p. 288.)
Mauro, evidentemente, non è uomo di pensieri, ma di grandi emozioni.
Sommerso nel proprio entusiasmo, non si rende conto delle risate
beffe dei nuovi romani, la sua gioia ingenua gli impedisce il minimo
sospetto del disprezzodivertito, dello spettacolo grottesco che i
passanti ammirano a vedere
“vecchiotto nodoso e ferrigno, con lo
zaino sulle spalle, quattro medaglie sul petto, il barbone lanoso
abbatuffolato” (I Vecchi e i Giovani, cit., p. 262.)
Il narratore fa però amaro confronto
della realtà con le percezioni di Mauro, ponendo a nudo tutta la
tristezza della situazione. Ma nemmeno il sogno del vecchio
siciliano rimane ininterrotto.
Ad un certo punto prende coscienza del
fango attraverso il quale passava ignaro, si strappa le medaglie e
se le pone sotto i piedi. Poi li riprende, perché gli sono sacre.
L’immagine finale della capitale si allontana inesorabilmente dalle
speranze che tutti volevano trovare all’inizio. Resta la Roma delle
truffe parlamentari, degli scandali bancari, la Roma definitivamente
sommersa dal fango.
Mentre Mauro nel momento di
pronunciare il suo “Addio, Sicilia” rimanda direttamente al
congedo di Lucia, Mauro entrato a Roma di malessere socio-politico
fa subito pensare all’arrivo di Renzo a Milano. Entrambi i
protagonisti evidentemente non appartengono all’ambiente urbano, si
vede subito che sono estranei. Vengono dal mondo “delle cose”,
non “delle parole” di cui la città fa parte.
Pirandello condivide l’opinione
manzoniana della città come ”d’un luogo dove la norma, la natura,
il buon senso, il bene in genere risultano capovolti nel loro
contrario” (Giorgio Bàrberi Squarotti, Il Romanzo contro la
Storia, Pubblicazioni della Università Cattolica, Milano,
1984.). Squarotti afferma che attraverso Renzo passa il giudizio
della condizione deforme della città, la quale, per il Manzoni è
fondamentalmente babelica: è la città della confusione delle
lingue, in cui la verità delle cose e delleparole non hanno spazio,
dove invece l’equivocità della parola riesce a ottenere risultati
che l’ingenuità e la sincerità non raggiungono.
Lo stesso vale anche per Roma de I
Vecchi e i Giovani.
I monologhi interiori, i discorsi
indiretti liberi, i passi contemplativi di fronte alla faccia dei
paesaggi siciliani cedono posto ai vasti dialoghi delle accese
polemiche politiche. La città è lo spazio dell’ambiguità e della
confusione, si regge sul sistema di equivocità e di menzogna. Da un
lato c’è la Milano della doppiezza linguistica di Ferrer e
dell’ipocrisia degli osti, dall’altro la Roma de I Vecchi e i
Giovani sommersa nel fango della corruzione e dell’affarismo (Il
governatore spagnolo Ferrer approfitta del suo bilinguismo per
ingannare la gente. L’ipocrisia dell’oste che denuncia Renzo a
Milano è rivelata tramite monologhi interiori.)
Per Renzo l’esperienza della città è
quella di un mondo dei valori e del linguaggio capovolti, necessaria
per la sua maturazione. Tale trasformazione lo porterà alla fine a
nutrire diverse opinioni e nuovi propositi. Per Mauro, invece,
l’ultima visita di Roma rappresenta un’avventura traumatica che si
trasforma in delusione totale.
Nell’osservazione dell’agire di Renzo
nei capitoli milanesi c’è al tempo stesso ironia e serietà: il
narratore si serve del tono comico quando salta fuori l’ingenuità
del protagonista ma dall’altro lato quell’ingenuità costituisce un
valore nei confronti della furbizia e dell’ingiustizia. L’elemento
comico attenua la drammaticità dell’azione.
Invece la situazione di Mauro è molto
più drammatica, anzi tragica, siccome la sua esperienza è priva di
qualsiasi esito positivo. Il narratore espone il suo arrivo e il suo
ricevimento nella capitale immediatamente attraverso l’ottica
umorista: la gente non comprende le lacrime di commozione del
bizzarro vecchietto, lo ritiene ridicolo e matto (avverte il
contrario, per dirlacon termini pirandelliani), ma il lettore,
conoscendo il concetto e il carattere del personaggio (sentendo il
contrario) si rende conto dell’amarezza della situazione.
Le immagini della Roma di Mauro e della Milano di Renzo
rappresentano quindi da un lato l’uomo, nella sua realtà morale e
psicologica, dall’altro le maschere pubbliche che viene ad assumere
o che gli vengono imposte. La situazione narrativa è analogica, ma
la sua soluzione molto differente.
Sintesi
Osservando la tecnica narrativa sulle
rappresentazioni dell’ambiente urbano abbiamo individuato molti
paralleli tra i due romanzi, sia sul piano dei mezzi espressivi sia
su quello dei valori. Entrambi gli autori utilizzano le scene
cittadine soprattutto come sfondo per gli eventi storico-politici.
Il topos della città si presenta nei due romanzi trattati come un
luogo essenzialmente negativo, opposto all’ingenuità della campagna.
Ne I Vecchi e i Giovani c’è in più da individuare il
contrasto Girgenti-Roma che rimanda per metonimia all’antitesi
Sicilia-Italia.
La prima apparizione di Girgenti assomiglia in molti momenti a
Milano manzoniana distrutta dalla peste: assenza di vita, declino,
miseria si vedono e sentono da tutte le parti. I cittadini sembrano
inanimati, oppressi, spenti, camminando su e giù per la strade
respirando da tutte le parti carenza, povertà, tristezza e rudezza.
Ne I Vecchi e i Giovani è il
narratore a prendere parola, accentuando con il tono urgente e forti
l’acuta critica sociale. Pure Manzoni mira a ritrattare un quadro
della concreta crisi storica, ma lo fa attraverso l’ottica di Renzo.
Tale procedimento sottolinea la
necessità dell’esperienza urbana per la formazione del protagonista.
La seconda visione di Girgenti e delle regioni siciliane governate
dall’aggressione delle masse analfabete presenta molti paralleli con
l’immagine di Milano dominata dalla folla affamata. La città (la
regione) ora si presenta come un luogo dell’irrazionalità e del
fanatismo. Nel corso della vicenda risulta chiaro che il narratore
pirandelliano non nutre la minima fiducia nella potenza delle masse
abbattute di cambiare lo stato attuale delle cose. E questa
prospettiva scettica riguarda sia i cittadini che i contadini.
Piuttosto che studiare la psicosi collettiva come un fenomeno
isolato, Pirandello cerca le cause della catastrofe sociale nella
mentalità dei siciliani, riportando i ragionamenti delle loro guide
socialiste. Tale procedimento lo allontana dalla strategia
manzoniana basata sulla vera e propria indagine e analisi della
psicologia del “branco”.
Prima del trasloco del teatro d’azione sullo sfondo dell’ambiente
romano, ci sono diversi passi narrativi che presentano la capitale
come un’incarnazione dei sogni illusori dei diversipersonaggi. Il
procedimento con cui il narratore anticipa la raffigurazione
dell’ambiente urbano è analogo nell’opera manzoniana. La presenza
della città ne I Promessi Sposi si rivela per la prima volta
in una forma non ricavata dall’esperienza degli eventi narrati, ma
piuttosto come il preannuncio profetico a conclusione dell’”Addio
monti”. Secondo Manzoni solo le motivazioni oggettive possono
spingere i contadini a trasferirsi per la città. Ne I Vecchi e i
Giovani il narratore allarga l’insieme degli stimoli prendendo
in considerazione anche il piano soggettivo.
Appena Roma diventa il teatro d’azione, salta fuori il valore
metaforico del fango rappresentato fisicamente all’apertura del
romanzo. Il fango fisico della descrizionepaesaggistica si è
trasformato nel fango politico in cui è sommersa la capitale, la
melma simboleggia decadenza dell’ancora giovane regno d’Italia, la
corruzione politica sboccata nello scandalo della Banca romana. Roma
degradata nell’affarismo e nell’infamia incorona la
tragediadell’ideale risorgimentale fallito. La capitale apparsa
inizialmente soltanto nel flusso di pensieri del cavaliere Cao, in
successione ridotta alle tensioni dello spazio privato del ministro
D’Atri, rivela i suoi esterni con l’arrivo di Mauro Mortara. La
capitale, che all’inizio per il vecchio patriota simboleggia gli
ideali della lotta risorgimentale, ad un certo punto perde il
velo delle illusioni e mostra il fango in cui è sommersa.
L’immagine finale di Roma si allontana
inesorabilmente dalle speranze che tutti volevano trovare
all’inizio.
La rappresentazione di Mauro appena
arrivato a Roma trova molti punti analoghi con l’entrata di Renzo a
Milano.
I due paesani ingenui e semplici
devono affrontare le maschere che gli vengono imposte dai cittadini.
Camminano per le strade osservati con
diffidenza e derisione dei cittadini.
L’esperienza del mondo ambiguo porta
infine Renzo alla maturazione voluta (anche se riscattata da tante
peripezie spiacevoli), invece Mauro è costretto a seppellire le sue
più grandi illusioni.
Inizio pagina

Conclusione
Nelle pagine precedenti abbiamo tentato di costruire un “ponte”
tra due testi importantissimi della tradizione letteraria italiana.
Le opere esaminate fanno parte del genere “romanzo storico” e
ambedue svolgono una funzione rilevante nel contesto del suo
sviluppo: I Promessi Sposi di Manzoni rappresentano la sua
vera e propria affermazione in Italia, mentre I Vecchi e i
Giovani di Pirandello confermano pienamente il declino del
paradigma storicistico tradizionale e nello stesso tempo
predeterminano le nuove possibilità della sua evoluzione. Abbiamo
cercato di individuare nel romanzo pirandelliano alcuni aspetti di
affinità e di distacco dal modello canonico di Manzoni, analizzando
un campo strettamente definito: la tecnica narrativa utilizzata
nelle rappresentazioni dello spazio romanzesco. Il nostro obiettivo
non era soltanto creare una descrizione comparativa delle strategie
narrative adoperate dagli autori, ma soprattutto quello di
avvicinarci alla loro visione e al loro rapporto con la realtà.
Siccome I Vecchi e i Giovani
stanno al centro del nostro interesse, abbiamo dedicato varie pagine
alla presentazione teoretica delle posizioni estetico-filosofiche di
Pirandello, distaccando i punti in cui commenta il capolavoro
manzoniano. Successivamente abbiamo proceduto alla parte
pratico-analitica della tesi. Seguendo la suddivisione dello spazio
letterario in tre campi semantici (sfera naturale, privata e
sociale) abbiamo osservato i procedimenti tecnici con cui i due
autori creano l’universo romanzesco, quali funzioni diegetiche
attribuiscono alle figure spaziali e qual è la portata
extra-testuale e assiologica delle loro rappresentazioni.
Tutti e due gli scrittori concedono voce al narratore
extradiegetico, il quale tiene i fili del racconto ne I Promessi
Sposi, ma ne I Vecchi e i Giovani cede il primato ai
singoli personaggi, causando una frantumazione quasi totale della
focalizzazione. Per quanto riguarda le descrizioni paesaggistiche,
possiamo concludere che Pirandello utilizza i più importanti
procedimenti della strategia manzoniana: il tono realistico, il
metodo dell’avvicinamento graduale, sintassi complessa. Una delle
differenze principali riguarda il grado di coinvolgimento dei piani
sensoriali. Manzoni privilegia il piano visivo, costruisce i
paesaggi come delle scene teatrali, resta fedele al “vero”.
Siccome Pirandello favorisce l’ottica
dei personaggi, non esita a ricorrere anche ad altri sensi per
ottenere maggior espressività e forza delle immagini. Per
Manzoni la natura è semplicemente un oggetto da osservare e da
esplorare scientificamente, una creazione che celebra e rispecchia
la grandezza divina.
Pirandello invece ritiene impossibile
offrire un’immagine complessiva e sicura del mondo.
Il suo universo è sprovvisto della
protezione sovrastante della Provvidenza e guidato da un flusso di
vita universale, perennemente pulsante e inafferrabile.
Nell’ambito della sfera privata abbiamo individuato come principale
il topos della casa.
Mentre ne I Promessi Sposi non
possiamo incontrare la centralità di un concreto spazio chiuso (la
sfera del privato generalmente raffigura soltanto un sottoinsieme di
un campo semantico più ampio), Pirandello attribuisce al privato
delle funzioni molto significative. Le caratteristiche delle
abitazioni generalmente corrispondono ai tratti e agli interessi dei
loro padroni. Manzoni rimane sempre fedele al tono realistico,
percepisce e rappresenta le figure spaziali come degli oggeti
inanimi. Pirandello supera questa concezione, attribuendo in alcuni
passi sentimenti e vita propri alla villa di Valsania, ciò è dovuto
allo sfondo autobiografico del suo romanzo.
Ne I Vecchi e i Giovani la
nozione del privato è legato anche all’opinione sull’istituto
famigliare. La storia della famiglia Laurentano svela una crisi
profonda dei rapporti interpersonali.
L’idealismo provvidenzialista
manzoniano è sparito dall’ambiente famigliare, quello che resta è un
pragmatismo freddo e spietato, l’immagine della crisi dell’intera
società sommersa nem fango.
Esaminando la strategia narrativa
sulle rappresentazioni delle scene cittadine abbiamo trovato molti
punti in comune, sia sul piano tecnico sia sul piano assiologico.
L’ambiente urbano serve da sfondo ideale per raffigurare una
concreta crisi storica e politica. Il topos della città si presenta
nei due romanzi come un luogo essenzialmente negativo, in
opposizione all’ingenuità della campagna. In entrambe le opere
possiamo incontrare le immagini della urbis governata dalla povertà,
rudezza, fanatismo delle masse.
Mentre l’esperienza della Milano
infernale ne I Promessi Sposi è indispensabile per la
formazione morale e personale di Renzo, l’immagine di Roma corrotta,
sommersa nel fango e piena di maschere simboleggia soltanto gli
ideali falliti e le illusioni perdute.
Infine, possiamo ripetere che in tutti
e due i romanzi l’organizzazione dell’universo diegetico corrisponde
alla visione della realtà dei loro autori.
L’universo di Manzoni è guidato e
gestito dalla Divina Provvidenza.
Anche se l’uomo non vede oltre ai
propri progetti e orizzonti, non riesce a capire il senso e la
portata di molti avvenimenti, la coscienza dell’esistenza di
un’istanza più alta aiuta a tranquillizzare i suoi tormenti interni.
Nel mondo manzoniano il bene è
chiaramente distinguibile dal male, la piccolezza umana è compensata
dall’onnipotenza divina.
La storia corre linearmente e questo
fatto genera una speranza nel progresso e nel possibile
miglioramento.
Per Pirandello non esiste un’istanza
sovrastante che organizzi tutto il correre dell’universo e che
garantisca un telos degli avvenimenti. Il caos domina il mondo e
come se governasse analogamente anche le pagine del suo romanzo.
L’universo è un organismo incomprensibile e spietato, senza alcun
progresso.
Pirandello nega le false consolazioni,
dichiarando l’irrazionalità dell’esistenza, trovando l’unica
sicurezza nell’eternità dell’arte.
Martina Poláková
MASARYKOVA UNIVERZITA -
FILOZOFICKÁ FAKULTA “ÚSTAV ROMANISTIKY” - MAGISTERSKÁ DIPLOMOVÁ
PRÁCE