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Marialaura Simeone*

Terra madre/madre terra - Pirandello, la Sicilia, Agrigento

 

da Rivista Sinestesie - Per gentile concessione dell'Autrice - link PDF diretto : qui

 

«Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedono più!
Ne avrai un rammarico, figlio, che te le renderà più sacre e più belle»
(Luigi Pirandello, Colloqui coi personaggi)

 

Dell'Akragas dei Greci, dell'Agrigentum dei Romani, della Kerkent dei Musulmani la Girgenti di Pirandello (denominata Agrigento dal 1929) ne raccoglie solo i resti miserevoli, «silenziosa e attonita superstite nel vuoto di un tempo senza vicende, nell'abbandono d'una miseria senza riparo» (1).
Un «paese morto», la cui descrizione desolante e desolata apre il romanzo I vecchi e i giovani, uscito per la prima volta in versione integrale nel 1913 e in edizione riveduta nel 1931.
Eppure Girgenti attraversa tutta l'opera pirandelliana «alla stessa maniera di un fiume carsico col suo alterno comparire in superficie e scomparire nella dolina, rimanendo sempre attivo»(2). Elemento catalizzatore della fantasia pirandelliana per Leonardo Sciascia, «quei luoghi e quel tempo costituiscono il sostrato sostanziale e lievitante della sua poetica e i personaggi che vi pullulano, pur così circoscritti e identificabili, assurgono a valenze universali»(3).

(1) Luigi Pirandello, Tutti i romanzi, II, a cura di Giovanni Macchia con la collaborazione di Mario Costanzo, Milano, Mondadori, 1990, p. 6.


(2) Stefano Milioto, Dentro l'anima di Girgenti in Aa. Vv., I Vecchi e i Giovani - storia romanzo film. Atti del convegno internazionale di Agrigento 7-10 dicembre 2006, Agrigento, 2006.


(3) Ibidem.

La Sicilia sarà la terra delle cose semplici che si scontrano con la modernità e la mondanità in Lumie di Sicilia (1910), la terra del lavoro e dei soprusi sulla classe contadina in La giara (1916), rappresenterà il ricordo dei paesaggi rassicuranti rispetto allo spettacolo spaventoso delle notti capitoline, illuminate artificialmente in Quaderni di Serafino Gubbio operatore (1925), la terra di antiche credenze e superstizioni, di rancori, odi, gelosie.

Ma soprattutto rappresenterà la terra d'origine, il cui legame è, quindi, indissolubile. Terra mater per antonomasia dal mito di Proserpina in poi, la Sicilia accoglie le urla della madre Cerere, dea della fertilità e della terra e restituisce, almeno in parte la figlia alla madre (per sei mesi all'anno) e matrice generativa reale oltre che archetipa per Luigi Pirandello sarà, non a caso, la terra delle madri che aspettano figli che il più delle volte non ritorneranno più.

È la Sicilia la terra degli emigranti in L'altro figlio o quella che in La vita che ti diedi diviene l'unico luogo in cui una madre continua a considerare il figlio morto vivo per lei, ed è ancora la Sicilia il paese delle ‘donne’, le streghe che rubano i figli ne La favola del figlio cambiato). Nel toccante racconto Colloqui coi personaggi Pirandello immaginerà di ricevere, tra i questuanti per drammi e novelle che ogni giorno attendono di essere presi in considerazione, sua madre. La donna narra allo scrittore del viaggio a ritroso dall'esilio al ritorno in patria (tracce di questa reale autobiografia per luoghi lo si ritrova nel romanzo sopracitato I vecchi e i giovani).

I colori, gli odori della terra madre gli rendono più lieve la sofferenza per il figlio Stefano, prigioniero in Austria. Un legame, dunque, che riscopre nel tempo della lontananza. Ed è proprio ad un'isola, che potrebbe essere benissimo la Sicilia anche se non espressamente indicato, che Pirandello affida il ruolo di generatrice di una nuova società. Ne La nuova colonia, mito sociale del 1926, un'isola felice dove Currao e il suo stuolo hanno riportato la corruzione e il vizio, gli unici superstiti al terremoto sono La Spera, la prostitua redenta e suo figlio appena nato, che emergono essi soli sullo spigolo di una montagna sprofondata nel mare. La terra madre che toglie e dà la vita, questa la Sicilia di Pirandello, isola favolosa e reale che racchiude una varietà inimaginabile di tipi, di caratteri, di mentalità, oltre che di dialetti, dovuta alle diverse ondate di invasori che si sono avvicendati nel tempo(4). Un'isola quasi divisa in due per natura del suolo, paesaggio, direzione dei venti, abitata almeno da due forti componenti umane: i Siculi e i Sicani(5).
Ma Pirandello non è semplicemente siciliano. Nasce ad Agrigento e precisamente nella contrada denominata “Caos”, come sottolinea nel frammento autobiografico: «Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco “Kaos"»(6).Dalla sua terra assorbe usi e costumi, tradizioni, superstizioni e, fattore ancora più importante, l'atteggiamento umoristico nei confronti del reale(7).

(4) Enzo Lauretta, Luigi Pirandello. Storia di un personaggio fuori di chiave, Milano, Ugo Mursia editore, 2008, p. 6.


(5) Ibidem.


(6) Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti varii, a cura di Manlio Lo Vecchio Musti, Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1973.


(7) Giuseppe Lo Iacono, testo in Angelo Pitrone, Pirandello e i luoghi del caos: mostra fotografica di Angelo Pitrone, Agrigento, Biblioteca Museo Luigi Pirandello, 2000.

 

 

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La sua città, chiamata Girgenti anche ne Il turno è riconoscibile anche ne L'esclusa, ne Il fu Mattia Pascal, ne La Madonnina, ne La veste lunga, in Uno, nessuno e centomila e in molte altre opere tra narrativa e teatro ma in nessun'altra novella, romanzo o testo teatrale ne viene data una ricostruzione topografica così precisa come ne I vecchi e i giovani, romanzo vicino per molti versi al verismo dei conterranei De Roberto, Capuana e Verga. Città «dai vicoli sdruccioli, a scalini, malamente acciottolati, sudici spesso, intafati da cattivi odori misti esalanti dalle botteghe buje» (p.80), cadenzata dal «vuoto desolato di lunghi giorni tutti uguali» (p. 135) dove anche i litigi tra vicine di casa sono sempre le stesse. Dominata in vetta al colle dalla cattedrale normanna dedicata a San Gerlando e dal Vescovado è la città «dei preti e delle campane a morto» (p.164). L'unica cosa bella la cossidetta “Passeggiata (Cavour)”, collocata all'uscita dalla città che offre lo spettacolo della «spiaggia, sotto, svariata di poggi, di valli, di piani e del mare, in fondo alla sterminata curva dell'orizzonte» (p. 163). Punta Bianca a levante, Capo Rossello a ponente: un mare vastissimo chiuso dalle terre del fiume Naro e del Cannatello, occupato al centro dalla foce dell'Hypsas, fino al Caos, Porto Empedocle e Punta Piccola. E qui doveva trovarsi l'antico Emporio secondo Don Ippolito: «Come per l'Acropoli, così per l'Emporio d'Akragante, s'era messo contro tutti i topografi vecchi e nuovi, che lo disegnavano alla foce dell'Hypsas. Quivi egli invece sosteneva che vi fosse soltanto un approdo, e che l'Emporio, il vero Emporio, Akragante, come altre città greche non poste propriamente sul mare, lo avesse lontani, in qualche insenatura che potesse offrire sicuro ricovero alle navi [...] Ora qual era l'insenatura più vicina ad Akragante? Era la così detta Cala della Junca, tra Punta Bianca e Punta del Piliere» (pp. 453-455). L'ingresso della città era situato, invece, a “Porta di Ponte”, dove la cittadinanza attende i resti di Nicoletta Capolino e Aurelio Costa, arrivati in stazione, giù in Val Sollano (p. 406). Da qui si snoda la Via Atenea chiamata anche “Piazza Piccola”, ancor oggi la strada principale della città, con l'ospedale, la banca, la posta, gli uffici. Parallela a Via Atenea si stendeva la Via di San Pietro (oggi Via Pirandello) fino all'ex convento dei Francescani, da lì si diramano una serie di vicoli stretti e ripidi che confluiscono nel piano Ravanusella. Al centro della città si trovava la Piazza dei Tribunali collegata alla Bibirria (Porta dei Venti), a San Michele e alla Cattedrale. Altra zona di rilievo è la “Valle dei Templi”, il cuore dell'antica città, dove sorge «un bosco di mandorli e d'olivi saraceni, il bosco detto perciò ancora della Civita […] Oltre il bosco, sul lungo ciglione, sorgevano i famosi Tempii superstiti, che parevano collocati apposta, a distanza» (p.101). Don Ippolito si ferma ad ammirarli: «Guardò i Tempii che si raccoglievano solenni e austeri nell'ombra, e sentì una pena indefinita per quei superstiti d'un altro mondo e d'un'altra vita» (p. 119).

A nord del tempio di Giove, dei Dioscuri e di Vulcano si estende la tenuta di Don Ippolito, Colimbètra «nel punto più basso del pianoro, dove tre vallette si uniscono e le rocce si dividono». A circa quattro miglia da Colimbètra si trova il feudo di Valsanía, ossia contrada Caos. Da lì si apre la vista di Porto Empedocle «quella borgata di mare cresciuta in poco tempo a spese della vecchia Girgenti» (p. 28) divenuta, poi, comune autonomo centro nevralgico dei commerci dello zolfo e del pesce, nato su una breve striscia di spiaggia e poi arrampicatosi sul pendio fino al Piano della Lanterna e verso Villaseta.

 

 

I vecchi e i giovani, traccia accanto allo spaccato storico (raccontando la rivolta dei Fasci siciliani e il fallimento degli ideali risorgimentali) una mappa topografica ben definita. Pirandello, del resto, non può fare a meno di «far ritorno sempre a quel paese, a quel luogo che perciò deve essere visto come il punto medianico nel quale confluiscono, per chissà quale sortilegio, umori, realtà, sogni di evasione, beffe consumate, sorrisi spenti, grigiori indiscussi, impennate sardoniche, stanchezze malate, soluzioni geniali, trovate bizzarre, dolcezze insospettate, delusioni accorate»(8).
Anche per il capolavoro incompiuto I giganti della montagna (i giganti sono tra l'altro il simbolo della città, sul cui stemma è scritto: “Signat Agrigentum mirabilis aula gigantum”)Pirandello immagina, come riferisce al figlio Stefano poco prima di morire, di “risolvere” la scena finale con un olivo saraceno. Albero dal carattere altamente simbolico e sotto cui era “caduto” per caso Pirandello nel suo “involontario soggiorno sulla terra”(9). E nelle sue “ultime volontà da rispettare” chiederà che la sua urna cineraria venga messa in una rozza pietra della sua terra (10) come aveva già anticipato in una lettera ai familiari da Bonn dell'11 novembre 1889 (11) in cui afferma di voler tornare, una volta morto, nel grembo della sua terra natale, la madre/terra-terra/madre che dà e toglie la vita.

 

Marialaura Simeone*

(8) Enzo Lauretta, Luigi Pirandello. Storia di un personaggio fuori di chiave, cit.


(9) Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti vari, a cura di Manlio Lo Vecchio Musti, cit.


(10) Ibidem.


(11) Luigi Pirandello, Epistolario familiare giovanile (1886 - 1898), a cura di Elio Providenti, Quaderni della Nuova Antologia XXIV, Firenze, Le Monnier, 1985.

 

     Marialaura Simeone collabora con il Centro nazionale studi pirandelliani dal 2008, partecipando a convegni e giornate di studio (Agrigento, Giugliano-Napoli, Roma, Siena). Ha terminato il dottorato in «Comparatistica: letteratura, teatro e cinema» presso l’Università degli studi di Siena (sede di Arezzo) con una tesi sul rapporto tra cinema e teatro nelle sceneggiature pirandelliane.

     Ha insegnato nelle scuole secondarie di secondo grado e ha tenuto dei laboratori didattici nelle scuole primarie. Giornalista pubblicista, si occupa principalmente di teatro e cinema (ha pubblicato con «Il Sannio Quotidiano», «Sinestesie», www.teatranti.com e collabora con «Radio Città Benevento» e «Quaderni di Cinema Sud»).

 

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