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7. O poeta o filologo: la vocazione letteraria
Nell'adolescenza non ha dubbi:
rifiuta gli studi tecnici per dedicarsi
a quelli umanistici; ma quando avrà persuaso il padre riluttante che la sua
vocazione letteraria é irrinunciabile, l'ambiente mercantile dal quale proviene
sarà per lui un termine di paragone e da quell'angolo osserva se stesso con
lucidità.
Mette perciò subito le mani avanti,
prevedendo la cattedra universitaria che certo lo attende, com'é disposto a
scommettere fin dal 1886, non appena si é iscritto alla Facoltà di Lettere di
Palermo:
«Mi preparo a studi enormi,
volenterosamente.
Se riuscissi in questo modo a
incretinire, sarebbe forse la mia e la vostra fortuna!
In questi quattro anni di Università
debbo preparare il mio titolo per una cattedra.
Ho ideato uno studio colossale
intorno alla Favola, che scriverò in latino.
Intanto mi é indispensabile la
conoscenza del tedesco.
Ci vuole anche questo.
E dalli e dalli e dalli sulla mia
povera testa! Un giorno o l'altro può darsi che si spezzi...
"Et el mi piace", direbbe il
Boccaccio...»'.
Il progetto é chiaro, perseguito con tenacia e senza risparmio di lodevoli
iniziative.
II Carducci che rimproverava a Pascoli
di non dedicarsi allo studio del tedesco, non si sarebbe compiaciuto del
diciannovenne tempestivo e lungimirante?
Il quale ha nelle mire, oltre la fama,
il denaro - quel denaro che gli verrà, a lungo, dal padre operoso a cui sono
ignote le lusinghe delle Muse, quanto mai lontane da zolfo e commerci.
Non appena si é cimentato in un'opera «originale» (così definisce
Belfagor), subito avverte:
«Ho fatto leggere tutto il lavoro al Prof. di Latino all'Università, Giacomo
Cortesi, e mi rispose che ad opera finita, s'impegnerà di farlo pubblicare a
Roma, facendomelo pagare per quel che vale. Comincerà per tempo a guadagnar
qualche cosa.
E da ora in poi non mi ispirerà che
questo: far denaro».
E insiste, quasi non abbia altra meta che il guadagno:
«Amo lo studio che mi darà pane».
Mentre poi annuncia di aver composto in soli tre giorni una Comedia volgare,
suggestionato dalla Duse, magistrale interprete della Dame aux camélias, tiene a
precisare che egli non si appaga di esiti dilettanteschi, puntando alle pratiche
realizzazioni delle proprie attitudini:
«Ho scritto in tre giorni una Comedia volgare, in sette scene: se fra cinque
o sei giorni, rileggendola, mi piacerà ancora, la darò alla Duse per la
rappresentazione. Ho saputo che lo zio Giorgio mi dà continuamente titoli non
molto graziosi, a causa della mia tenacità negli studi, a scapito dei miei
interessi, e di quelli principalmente di mio padre. Io, da parte mia, non so
fargli torto davvero [...] Io ho una sete inestinguibile di guadagno, perché
vedo che senza denaro non si é uomini in nulla e per nulla, e perciò a fine di
crearmi una posizione sociale modesta e comoda, al più presto, mi piegherei
perfino alle più ingrate e penose fatiche. Darei dieci anni della mia vita pur
di conoscere il modo di arricchire in un anno, senza farmi impiccare in sei
mesi».
Due anni dopo, quando con la trasferta romana cade il velo delle illusioni, non
ci sorprenderà questo sfogo:
«Sfacchino tutto il giorno, miei cari, trafficando con la merce di minor
valore: le parole!».
I famigliari, a cui sono destinate (e forse in parte le determinano) le battute
«mercantili», avevano d'altra parte modo di smentire tanto scetticismo.
L'amore di Pirandello per l'arte e per lo studio si rivela di continuo dietro la
maschera di chi vuol apparire disincantato.
8. L'amore per il teatro
Pirandello mostra subito un irresistibile trasporto per il genere teatrale.
La sorella Lina, con la quale la
confidenza é più libera e diretta, é l'interlocutrice di una sorta
d'invasamento, dove sono notabili sia gli albori del metateatro, sia il revival
aristofanesco che ha senz'altro qualcosa da suggerire intorno alle operazioni
nascostamente classiche del futuro drammaturgo.
Le scrive il 30 novembre 1886:
«Di questi tempi, io non so che sia, ma ho addosso la febbre di voler fare.
Studio e lavoro.
Sono come elettrizzato, scrivo
inconsciamente come se qualcosa che non é in me mi dettasse pensieri ed
immagini. Vorrei farti sentire una, due scene di quella mia Comedia, che é
buona, buona assai...
Lasciamelo dire, ché con te non é
superbia.
Son sicuro che susciterà favorevole
rumore sia per la novità del concetto, sia per la novità dell'azione.
Figurati che nel primo atto
costringo gli spettatori del teatro a far da attori nella mia commedia, e
trasporto l'azione del palcoscenico all'orchestra.
Vi ho introdotto la scena dei cori,
come nell' antiche commedie greche - tanto per mostrare il contrasto della vita
com'é, e la vita come la vivono quei miei uccelli dall'alto. Quelle scene sono
stupende!
Non ti parlo dei tipi singolarmente
studiati e da studiare con la cura più minuziosa, coscienziosamente [...]».
É salda, nel giovane Pirandello, la consapevolezza della propria vocazione.
E resisterà al deludente protrarsi dell'insuccesso se varcando la soglia del
Teatro Valle, appena ventenne, avverte e sa ridire gli effetti di una passione
sconvolgente. Niente - si capisce – potrà frenare il suo slancio verso le scene.
Se la Scuola verista mira a dare l'«illusione della realtà», per lui si
tratta di sommare «illusione» e «illusione».
Personaggi «reali», sul palcoscenico del Valle, devono sopportare
l'interferenza di Personaggi competitivi benché informi, che l'Autore in erba
non sa tenere a bada.
C'é poi un «amor sensuale» del Teatro come intérieur connotato dall'odore
di gas e di vernice.
Fomenta quella che intanto Pirandello
chiama
«allucinazione»:
«Ieri sera sono stato al teatro Valle [...] alla rappresentazione della Morte
civile, per Tommaso Salvini, che stasera darà l’Otello, e che per conseguenza mi
farà spendere lire 3 – è una calamita quell'uomo, che finirà per essere una
calamità.
Oh il teatro drammatico! Io lo conquisterò.
Io non posso penetrarvi senza
provare una viva emozione, senza provare una sensazione strana, un eccitamento
del sangue per tutte le vene. Quell'aria pesante che vi si respira, gravemente
odorata di gas e di vernice, mi ubriaca; e sempre a metà della rappresentazione
mi sento preso dalla febbre, e brucio.
É la vecchia passione che mi vi
trascina, e non vi entro mai solo, ma sempre accompagnato dai fantasmi della mia
mente, persone che si agitano in un centro d'azione, non ancora fermato, uomini
e donne da dramma o da commedia, viventi nel mio cervello, e che vorrebbero d'un
subito saltare sul palco scenico.
Spesso mi accade di non vedere e di non ascoltare quello che veramente si
rappresenta ma di vedere e ascoltare le scene che sono nella mia mente: é una
strana allucinazione che svanisce ad ogni scoppio d'applausi, e che potrebbe
farmi ammattire dietro uno scoppio di fischi. Nel teatro Valle, quando verrà la
Duse, io farò la mia prima prova seria».
9. Pirandello e i libri
A nulla varranno i ripetuti ammonimenti dei suoi maestri: o poeta o
filologo.
Carducci e Graf smentiscono la dura
alternativa, e Pirandello, sulle prime, segue quelle orme, rivelando attraverso
un'intera costellazione metaforica gli studi «matti e disperatissimi».
Così, una volta i libri beneamati
saranno le sue «anime», come quando lamenta che si siano smarrite le Odi
barbare di Carducci.
É a Bonn, e attende l'arrivo di un
baule:
«Apprendo con piacere che avete già spedito il mio baule. Dite intanto a
Innocenzo che le Odi barbare di Carducci io le ho lasciate a Porto-Empedocle, e
devono esser costì.
Se non ci sono, vuol dire che sono
andate perdute.
Che tutte codeste mie anime
(scusate, volevo dire: codesti miei libri) debbano subire la stessa sorte?
Bada, Annetta mia, io proibisco
recisamente che un libro esca anche per un giorno solo da casa nostra.
Se non sono sicuro di questo, io
perderò del tutto la pace.
Amo i miei libri quanto me stesso».
Altra volta il libri sono il «mare» e lui il «marinaio».
E’ da pochi giorni nella Capitale:
«[...] Non ho con me i miei libri e per ciò sono come un marinaio cui manchi
il mare, se non che a me quel mare serve per annegarmivi e dimenticarmi».
Finché ci comparirà dinanzi un Gregorio Samsa, non sotto specie d'insetto ma di
carta stampata:
«[...] mi identificherò con una
pagina di libro, per mostruosa e inaudita metamorfosi, diventerò carta stampata,
e mi prenderanno, ahimé, con due o più dita, e senz'altro, così come ve lo sto
per dire, mi imposteranno in uno scaffale di biblioteca.
É raccapricciante: tergetevi le
lagrime, e compatitemi».
La metamorfosi aveva raggiunto peraltro anche il padre - libro in più tomi visto
che é alto di statura, «lungo lungo», come dice il fíglio.
Talora si trattadelle note a margine
contenute nel libro-padre:
«[...] io porto in cuore un vizioso orgoglietto che spesso mi lusinga a
credere che io sappia un poco far la cronaca di tutti i cuori: credo pure -
lasciamelo dire - di saper leggere anche nel tuo, come si fa in un libro
stampato.
E nel tuo libro - cioé, volevo dire
nel tuo cuore - io trovo le più belle pagine e le più geniali, ma spesso vi
trovo pure qualche nota in margine che mi mette sopra dolorosi pensieri e mi fa
crollare il capo, come per pena che si rimpianga in silenzio.
Di queste benedette note in margine
oggi voglio parlarti, e tu lasciami dire [...]».
Non si creda a una retorica solo giovanile, perché anche il trentenne, ormai
padre di famiglia, continua a praticare la metamorfosi prediletta.
Nel 1897, mentre sta per nascere la
secondogenita, Lietta, le solite immagini lo soccorrono.
Pare perciò naturale che un giorno,
nella premessa ai Sei personaggi, dica che
«il mistero della creazione
artistica é il mistero stesso della nascita naturale».
In questi termini annuncia l'imminente
nascita della figlia:
«Antonietta da parecchi giorni si lagna di certi dolorini, che possono esser
nunzii del parto imminente; e forse no.
Aspettiamo.
Padre in aspettativa di due figli!!!
Uno édito; l'altro, o l'altra, in
corso di stampa...
La recensione me la farete voi, e voglio sperare che sarà favorevole, come
per l'altro libretto intitolato Stefanuccio.
Libretto che, aumentando di giorno
in giorno il numero delle pagine, si va rimpinzando di sempre nuove diavolerie».
Fra poco, proprio nel 1897, Pirandello avvierà la carriera dell'insegnamento,
anche se per la cattedra, che la matricola già persegue quale obiettivo, in
fondo, non troppo remoto, occorre invece ancora un decennio.
Di fronte al dilemma - o poeta o
filologo - ha scelto la prima via, e non poteva essere altrimenti: ogni
testimonianza relativa ai suoi studi lo sorprende in moti di aperta
insofferenza.
Topo di Biblioteca, Pirandello, non poteva davvero diventare. Dei topi comunque
aveva seguito le tracce alla «Lucchesiana», durante un'esplorazione
pilotata da Monaci che gli suggerisce di non trascurare i codici antichi
conservati a Girgenti.
Ma non a caso, ciò che resta di
significativo di quell'esplorazione é il racconto a tutto tondo dell'apprendista
filologo.
Questo saprà fare, anche in futuro,
dove la filologia come la Biblioteca divengono temi narrativi.
Si pensi al Fu Mattia Pascal o ai
numerosi racconti in cui l'erudito, il bibliofilo o il bibliomane sono presi di
mira.
Ripercorriamo i primi passi nella «Lucchesiana».
L'elenco dei codici di quella
Biblioteca appare accurato, ma é l'autoritratto a tradire il futuro di
Pirandello.
Che stende dunque per Monaci, nelle
«idi di settembre 1889», un esteso resoconto intorno ai manoscritti di cui
ha preso visione:
«Sono circa cento, e quasi tutti tenuti male, anzi alcuni ridotti a tale da
non poterne far più conto e copia.
Bibliotecario é un certo prete
Schifano, pressochè illetterato, il quale nella lite pendente tra la sede
vescovile e il municipio sulla proprietà di quella biblioteca non rende da anni
ragione della sua incuria né all'una né all'altro. E tutto va in perdizione.
Non saprei adeguatamente
manifestarLe la strana e dolorosa impressione ricevuta al primo entrare in
quella sede, cui non dirò mai dello studio e del raccoglimento, e bisogna che
Ella lavori un po' di immaginazione.
Vidi nella penombra fresca che
teneva l'ampio stanzone rettangolare, presso un tavolo polveroso, cinque preti
della vicina Cattedrale e tre carabinieri dell'attigua caserma in maniche di
camicia, tutti intenti a divorare una insalata di cocomeri e pomidori. Restai
ammirato.
I commensali stupiti levarono gli
occhi dal piatto e me li confissero addosso.
Evidentemente io ero per loro una
bestia rara e insieme molesta.
Mi appressai rispettosamente (perché
no?) e domandai del bibliotecario.
«Sono io», mi rispose uno degli
otto, con voce afflitta dal boccone non bene inghiottito;
« Vengo a chiederLe il permesso di
vedere se in questa... (non dissi taverna ma biblioteca) sono dei
manoscritti...».
«Là giú, là giú, in quello scaffale
in fondo», mi interruppe la stessa voce impolpata di un nuovo boccone, e gli
otto bibliotecari si rimisero a mangiare.
Lo scaffale accennatomi era aperto:
chi ne avesse avuto voglia avrebbe potuto servirsi a comodo;
ma quei libri non conoscono altri
visitatori che i topi e gli scarafaggi. ...
Scorsi quasi tutti in una settimana
e mezzo questi manoscritti; ma attendervi bene sopra non potei, sia perché lo
stato di mia salute me lo vietava, sia perché in un luogo come quello tutto é
possibile tranne che studiare.
Chiesi al Municipio, chiesi alla
sede Vescovile il permesso di portarmi in casa qualche volume, e non ebbi che
risposte incerte, piene di strane esitazioni.
Poi non potei più nulla e tutto
restò.
Ora mi dispongo a partire per la
Germania».
10. Il via vai dei libri
Sulle cause della trasferta di Bonn si sa quanto Nardelli, biografo estroso
e talora inventivo, ha narrato vivacemente. Onorato Occioni, professore
veneziano di latino, cade in errore traducendo Plauto.
Pirandello non tace, suscitando le ire
del latinista. Quindi per sottrarsi a eventuali ritorsioni migra Oltralpe,
dietro consiglio di Monaci.
A Roma lo studente era approdato per tentare la via del teatro, lasciando
Palermo, dove Cortesi e Fraccaroli l'avrebbero potuto trattenere se l'obiettivo
non fosse stato più un debutto che un corso di studi.
E per Pirandello - bisogna convenirne -
é un vera disgrazia sbarcare a Roma nel 1887.
Nei cieli dell'Urbe brilla l'astro
accecante di d'Annunzio.
Beniamino della sorte, é lui a mietere consensi e successi che non lasciano
spazio ad altri.
E a d'Annunzio Pirandello si riferisce non appena é giunto a Roma. Confessa di
aver bruciato tutte le sue carte e sfoga torvo il fastidio represso:
«Mi dà ai nervi questo presentarmi come poetino da salotto, e voglio che un
mio libro e non una persona dica agli altri quello che sono, se pur sono qualche
cosa.
Sempre, a ogni lode che ricevo d'un
imbecille, sia uomo o donna, il mio primo moto istintivo é quello di cacciargli
un pugno in bocca, per il gusto bizzarro di farlo récere diversamente.
Io non so chi mi abbia accanato
dietro fin qui la tisicuzza fama di poeta.
E’ una jettatura, per Giove Statore!
Che io mi sappia, io non ho cocomeri
in corpo, e quindi dolori che piacciono alle donne».
A singhiozzo, chiederà ciò di cui non sa privarsi, ed é molto: i Saggi di
critica letteraria di Canello (anch'egli allievo di Bonn,) La Favola e le Favole
di Lessing, per uno studio sul folklore siciliano da allegare alla tesi di
laurea.
Oppure si tratta di saggi di storia o dei Nibelunghi, lasciati nella «cassa»,
custodita da Annetta, e invece indispensabili.
Gli devono infatti essere spediti al più presto
«i seguenti libri, che troverete nella mia cassa:
1° Enrico Hallam: l'Europa nel medio-evo;
2° Gervinus: Storia della rivoluzione Greca (non so bene se é di Gervinus, ma ad
ogni modo il titolo é giusto - credo che siano due volumi);
3° La Rovina dei Nibelunghi, traduzione di A.Gabrielli».
Anche il Firenzuola, così spesso
additato da d'Annunzio quale modello di lingua dovrà varcare le Alpi:
«Prego Annetta d'inviarmi dalla mia cassa di libri le Opere di Agnolo
Firenzuola, due volumi», mentre per lo studio su Cecco Angiolieri, a cui si
accinge, deve assolutamente recuperare appunti e libri:
1°) Un fascio di carta
(doppia, a quadretti) dove son trascritti da me i sonetti di Cecco
Angiolieri - secondo il codice Chigiano, sui quali devo fare uno studio
insieme ad altri di poeti umoristici del XIII secolo.
2°) Brunetto Latini, di Rodolfo Renier.
3°) D'Ancona, Studi di crit. e di storia letteraria.
4°) G. Trezza, Studi critici».
Allo scadere del soggiorno tedesco, nell'aprile 1891, i libri saranno
così numerosi che si propone un vero e proprio trasloco. A quelli che
sono emigrati si sommano i nuovi acquisti, sia per la personale
«biblioteca fílologica»
(«attrezzi» dice «del mio mestiere»), sia per alimentare
l'artista invero ridimensionato a Bonn, ma non mai messo a tacere. Andrà
infatti collocato in Germania l'incontro con Chamisso, Richter o Tieck,
quando rinverdiscono anche antiche predilezioni come Heine o Lenau.
Pirandello si é oltremodo dedicato allo studio traendone almeno due
importanti risultati: la laurea in glottologia e la definitiva
avversione nei confronti della Scuola storica.
Già da tempo però lamenta che i suoi
studi «non imparano a vivere».
Insieme con lo «spettacolo della vita», Pirandello «fischia» i
suoi studi, il cui vantaggio - si rassegna - é quello di dare pane:
«Non più versi, non più commedie, non più fantasie - tutta questa é merce che
non dà pane... ma tedesco e tedesco e poi tedesco, e glottologia e filologia e
lessicografia, e chi non schiatta é bravo!».
11. Il cacciatore di parole
La Biblioteca di Pirandello ci restituisce, se sfogliamo i libri superstiti,
un cacciatore di parole.
Il glottologo laureato a Bonn si rivela un lettore straordinariamente
attrezzato.
Le glosse marginali sono spesso documentarie, ma accanto ad esse altri segni di
lettura testimoniano che é la questione della lingua a mobilitare in primo luogo
il narratore o il drammaturgo.
Un ricco laboratorio si dischiude così a chi esamina i segni apposti di volta in
volta nei libri che Pirandello sceglie, fínalizzando quanto legge alla
compilazione di un proprio vocabolario.
Del resto, anche i Taccuini consistono per lo più in repertori linguistici:
glossari dove si tesaurizzano segmenti del discorso pronti per l'uso.
A muovere l'interesse spesso é la normalizzazione della pronuncia dialettale,
siciliana e non, e lo stesso accade in quelle pagine dei Taccuini in cui
Pirandello fissa locuzioni vicine al parlato quale canovaccio della scrittura a
venire. Così almeno sembra, anche stando ai pronunciamenti di poetica:
«il soggetto [dell'opera] é un germe
che tante volte può esser contenuto in una parola colta in una conversazione».
Finora però ben poco si conosceva del laboratorio pirandelliano perché si
potesse condurre un'indagine sulla sua tesaurizzazione lessicale: due fogli -
per esempio - del Taccuino cosiddetto di Coazze, stesi durante il soggiorno a
Montepulciano del 1903.
Materia troppo scarna per desumerne una prassi costante, che invece un ricco
reperto, di recente emerso, suggerisce al di là delle congetture azzardate.
É così ormai evidente: Pirandello compila instancabile lunghe liste di motti,
frasi idiomatiche, battute di dialogo... che troveranno poi corrispondenza
nell'opera.
Il lavoro di scavo rivela quindi da un lato il lettore sagace, pronto ad
appropriarsi della coeva saggistica militante; dall'altro, se ci si attiene a
Foglietti e Appunti, sorprendiamo il previdente accumulatore di formule,
dettami, dichiarazioni di principio.
Alla fine della sua vita, nonostante il particolare, intimo rapporto che lo
scrittore intrattenne con i libri, Pirandello esibisce una certa «noncuranza»:
«Non sono punto bibliofilo. Le edizioni rare e preziose non mi dicono nulla.
Anche nel libro quello che conta, quando c’è, è lo spirito. Il resto è carta che
ingombra. Non credo di possedere tutti i libri che ho stampati e che mi sono
stati tradotti.»
E ancora:
«oramai non tengo a conservare
specialmente nulla!. Non ho più casa mia. Vado da un paese all’altro... Viaggio.
Sono un viaggiatore senza bagagli».
Quella estraneità dal mondo che culminerà nelle ultime volontà da rispettare
«Bruciatemi.
E il mio corpo, appena arso, sia
lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me». |