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Alla fine del romanzo, Don Eligio
Pellegrinotto, il vecchio bibliotecario e interlocutore di Mattia,
trae quelle che gli sembrano le conclusioni che si possono ricavare
dalle avventure del collega: "Che fuori della legge e fuori di
quelle particolarità, liete o tristi che sieno, per cui noi siamo
noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere". Però, Mattia
non è d'accordo: "Ma io gli faccio osservare che non sono affatto
rientrato né nella legge, né nelle mie particolarità. Mia moglie è
moglie di Pomino, e io non saprei dire ch'io mi sia". Quindi non
è vero - secondo Mattia - che non si possa vivere al di fuori delle
convenzioni sociali, perché lo stanno facendo proprio lui, Pomino e
Romilda. Quello che era "impossibile" a Roma a Miragno
diventa perfettamente fattibile. Se a Roma lo stato civile ha
trionfato (per dirla con Croce), a Miragno è stato nettamente
sconfitto. Romilda ha due mariti - uno de iure, Mattia, e un
altro de facto, Pomino. Ossia, come dice Mattia, egli e
Pomino hanno la stessa moglie.
E se questo fosse il vero "desiderio" di Mattia? Di non
lasciare mai Miragno, di vivere senza moglie, e di restare per
sempre legato all'amico Pomino? Se invece di averlo semplicemente
frustrato nelle sue aspirazioni, la sua "ombra" avesse
trovato il modo di realizzarle a sua insaputa? Se il suo inconscio
avesse sistemato le cose in modo tale da rispondere ai suoi bisogni
più profondi, quelli stessi che egli non sa riconoscere, ma che
determinano nel profondo le sue scelte, i suoi comportamenti, e il
suo destino? Se, dicendo "mia moglie è moglie di Pomino",
avesse dichiarato, inconsapevolmente quanto esplicitamente, di aver
raggiunto il suo scopo?
Il motivo della donna condivisa più o meno tranquillamente da due
uomini è abbastanza frequente nel repertorio pirandelliano. Basti
pensare a Bellavita e al notaio Denora della novella L'ombra del
rimorso (1914), a Carlino e a Tito della commedia O di uno o
di nessuno (1929), a Leone Gala e a Guido nel Giuoco delle
parti (1919), a Giacomino e a Toti di Pensaci, Giacomino!
(1916). In tutte queste opere, le donna in questione, invece di
essere oggetto del desiderio di possesso esclusivo da parte degli
uomini nella sua vita, serve per occultare e permettere la
realizzazione indiretta di un altro desiderio, ossia il desiderio
degli uomini di stabilire e mantenere un legame fra di loro. Le
difficoltà sorgono quando una circostanza estema viene a rompere
l'equilibrio che si era creato e il rapporto tacito fra i due uomini
entra in crisi: per esempio, per Carlino e Tito quando la donna si
ritrova incinta e non si sa da chi, per Bellavita e il notaio Denora
quando la moglie di Bellavita muore e il notaio non ha più motivo
per venire a trovarlo nel suo caffè. La donna serve, per usare un
termine di derivazione antropologica, come "oggetto di scambio",
conduttore o mediatore di un rapporto in cui il vero "partner"
è un altro uomo.
Questo è particolarmente evidente nella
novella L'ombra del rimorso, in cui, sulla scia della novella
di Dostoevski L'eterno marito (1870), Pirandello si permette
di fare a meno della donna completamente: la donna è morta, ed è sul
rapporto fra il vedovo e l'amante che tutta la novella si concentra,
senza "schermi" o mediazioni di sorta. Ora, sia la prima
parte del romanzo, in cui Mattia racconta le vicende della sua vita
fino al momento della decisione di fingersi morto, sia l'ultima, in
cui toma a Miragno dopo la sua "bislacca avventura" per
reinserirsi nella realtà di prima, s'iscrivono nel repertorio di
questo motivo: non sono altro che il resoconto farsesco di una serie
di "scambi" di donne fra uomini legati fra di loro da una
complessa rete di rapporti di amore e odio, di amicizia e di
rivalità, dissimulata da relazioni strumentali con donne, che gli
permettono di inscenare i loro sentimenti intorno a dei pretesti
socialmente accettabili. Infatti, le relazioni di Mattia con Romilda
e Oliva non partono affatto da desideri spontanei ed autonomi, ma da
desideri ispiratigli nel corso dei suoi rapporti con altri uomini.
Mattia decide di fare la corte a Romilda quando viene a sapere che
l'amico Pomino la desidera e che, per di più, la desidera anche
l'odiato Batta Malagna, l'amministratore che ha approfittato della
morte del padre di Mattia per sottrarre lentamente tutti i loro
averi alla famiglia rimasta senza protezione. Mattia finge
d'intromettersi per conto di Oliva, la moglie di Batta Malagna, ma
in realtà è il desiderio di Pomino e di Malagna che ha fatto
scattare il suo. L'ironia poi sta nel fatto che l'analisi del
mimetismo di Pomino precede il paragrafo in cui Mattia riferisce la
conversazione che darà l'avvio alla complicata tresca con Romilda e
Oliva, senza mai riuscire a vedere il mimetismo nel proprio
comportamento:
Mino era come l'ombra nostra; a turno, mia e di Berto; e cangiava
con meravigliosa facoltà scimmiesca, secondo che praticava con Berto
o con me. Quando s'appiccicava a Berto, diventava subito un
damerino; e il padre allora, che aveva anche lui velleità, apriva un
po' la bocca al sacchetto. Ma con Berto ci durava poco. Nel vedersi
imitato finanche nel modo di camminare, mio fratello perdeva subito
la pazienza, forse per paura del ridicolo, e lo bistrattava fino a
cavarselo di tomo. Mino allora tornava ad appiccicarsi a me; e il
padre a stringer la bocca al sacchetto. . . .
Ora Mino, un giorno, a caccia, a proposito del Malagna, di cui gli
avevo raccontato le prodezze con la moglie, mi disse che aveva
adocchiato una ragazza, figlia d'una cugina del Malagna appunto, per
la quale avrebbe commesso volentieri qualche grossa bestialità. Ne
era capace; tanto più che la ragazza non pareva restìa; ma egli non
aveva avuto modo finora neppure di parlarle[. . .] .
[. . .] volli tentare, per il bene d' Oliva, se mi fosse riuscito
d'appurare qualche cosa [...].
Mino mi si raccomandò per la ragazza.
"Non dubitare", gli risposi. "La lascio a te, che diamine!"
L'ironia di Pirandello è particolarmente feroce quando Mattia,
facendosi il paladino degli interessi di Oliva, Pomino e Romilda,
dice di voler salvare Romilda da "un mercato infame": se è
vero che la madre di Romilda sta cercando di "vendere" la
figlia al Malagna, è altrettanto vero che il "mercato", nel
senso di "scambio di merci", sarà quello messo in moto dai
desideri confusi di Mattia.
Egli stesso, del resto, riconosce di non esser stato mosso da "amore"
nei confronti di Romilda, ma non sa dare un nome ai suoi desideri:
Perché mostravo tanta smania di maritar Romilda? Per niente: ripeto:
per il gusto di stordire Pomino [...].
Che colpa ho io se Pomino eseguì con troppa timidezza le mie
prescrizioni? che colpa ho io se Romilda, invece d'innamorarsi di
Pomino, s'innamorò di me, che pur le parlavo sempre di lui? [...].
[...]. Mi ero poi innamorato anch'io di Romilda, pur seguitando
sempre a parlarle dell'amore di Pomino; innamorato come un matto di
quegli occhi belli, di quel nasino, di quella bocca, di tutto,
finanche d'un piccolo porro ch'ella aveva sulla nuca, ma finanche
d'una cicatrice quasi invisibile in una mano, che le baciavo e le
baciavo e le baciavo . . . per conto di Pomino, perdutamente.
Sennonché Mattia si troverà ad essere egli stesso oggetto di un
inganno, quello ordito dalla madre di Romilda ai danni di lui.
Appena viene a sapere che sua figlia è incinta, la costringe - o
almeno così dirà Romilda - a lasciare Mattia e a convincere Malagna
che il figlio è suo e che perciò non è colpa di lui se sua moglie.
Oliva, non riesce ad aver figli (come invece lo è). Quando Oliva
viene a sapere che il marito la vuole lasciare per Romilda si lascia
convincere da Mattia che anche lei deve fare in modo da trovarsi
incinta:
"E dunque?" dissi io, ridendo acre. "Vedi? Tu non puoi più ottenere
nulla negando.
Te ne devi guardar bene! Devi anzi dirgli di sì, che è vero,
verissimo ch'egli può aver figliuoli . . . comprendi?"
E così, spinto a detto di lui "dal
pensiero della povera Oliva [. . .] e dalla speranza di fare
un bene a quella ragazza che veramente (gli) aveva fatto una grande
impressione", Mattia finisce per per "vendicarsi" due volte del Malagna, rendendo incinte due donne. Alla fine il Malagna rinuncia a
Romilda, come previsto da Mattia, ma impone a Mattia delle nozze
riparatrici con lei, accettando di mantenere il figlio viste le
tristi condizioni finanziarie del suo sostituto. A questo
punto Mattia (il fu) fa un commento in cui rivela molto chiaramente,
sia pure sotto il velo dell'ironia, quale avrebbe potuto essere il
suo desiderio in tutto questo:
e concluse che egli non avrebbe potuto infine far altro che
provvedere - a patto però che si fosse serbato con tutti il massimo
segreto - provvedere al nascituro, fargli da padre, ecco, giacché
egli non aveva figliuoli e ne desiderava tanto e da tanto tempo uno.
Si può essere - domando io - più onesti di così?
Ecco qua: tutto quello che aveva rubato al padre egli lo avrebbe
rimesso al figlio nascituro.
Dopo il matrimonio, che molto presto si
rivela essere stato uno sbaglio, Mattia incontra per la strada
Pomino, che cerca di evitarlo:
Me ne voleva [. . .] me ne voleva, Pomino, del tradimento che, a suo
credere, gli avevo fatto [...].
Mi venne allora la tentazione di domandargli perché dunque, se
veramente egli n'era così addogliato, non l'aveva sposata lui,
Romilda, a tempo, magari prendendo il volo con lei, com'io gli
avevo consigliato, prima che, per la sua ridicola timidezza o per la
sua indecisione, fosse capitata a me la disgrazia d'innamorarmene; e
altro, ben altro avrei voluto dirgli, nell'orgasmo in cui mi
trovavo; ma mi trattenni. Gli domandai, invece, con chi se la
facesse, di quei giorni. "Con nessuno!" sospirò egli allora. "Con
nessuno! Mi annojo, mi annojo mortalmente!"
Dall'esasperazione con cui proferì queste parole mi parve
d'intendere a un tratto la vera ragione per cui Pomino era così
addogliato. Ecco qua: non tanto Romilda egli forse rimpiangeva,
quanto la compagnia che gli era venuta a mancare; Berto non c'era
più; con me non poteva più praticare, perché c'era Romilda di mezzo,
e che restava più dunque da fare al povero Pomino?
Alla fine del romanzo, fallito il tentativo di rifarsi una vita come
Adriano Meis, Mattia toma a Miragno. Qui, di nuovo, sarà questione
del rapporto con Romilda, perché durante la sua assenza Pomino se
l'è sposata ed hanno avuto una figlia insieme. La scena in cui
Pirandello rappresenta l'incontro dei tre è chiaramente una scena in
cui i due maschi sono i protagonisti, e Romilda una figurante,
conduttrice del rapporto di amore-odio fra i due vecchi amici. Del
resto, Mattia ammette apertamente che non ha nessun sentimento nei
confronti di Romilda, e che essa lo interessa in quanto bella e in
quanto gli avrebbe permesso di vendicarsi di Pomino, o riprendendola
o non riprendendola, a seconda dei sentimenti di Pomino. È da
notare, inoltre, che il desiderio eventuale di Romilda non figura
assolutamente nel ragionamento di Mattia:
Romilda, indossata la veste da camera, venne a raggiungerci. Io
rimasi a guardarla alla luce, ammirato: era ridivenuta bella come un
tempo, anzi più formosa.
"Fammiti vedere. . ." le dissi. "Permetti, Pomino? Non c'è niente di
male: sono marito anch'io, anzi prima e più di te. Non ti
vergognare, via, Romilda! Guarda, guarda come si torce Mino! Ma che
ti posso fare se non son morto davvero?"
"S'inquieta!" feci, ammiccando, a Romilda [...].
Mi accostai a Romilda e le scoccai un bel bacione su la guancia.
"Mattia!" gridò Pomino, fremente.
Scoppiai a ridere di nuovo.
"Geloso? di me? Va' là! Ho il diritto della precedenza. Del resto,
su, Romilda, cancella cancella [...]. Guarda, venendo, supponevo
(scusami, sai, Romilda), supponevo, caro Mino, che t'avrei fatto un
gran piacere, a liberartene, e ti confesso che questo pensiero
m'affliggeva moltissimo, perché volevo vendicarmi, e vorrei ancora,
non credere, togliendoti adesso Romilda, adesso che vedo che le vuoi
bene e che lei . . . sì, mi pare un sogno, mi pare quella di
tant'anni fa ... .
L'ultimo "scambio di donna", però, non ha luogo; Mattia dice
che non vuole riprendere Romilda se ciò significa "lasciare una
figliuola senza mamma"; ma perché credere che questa sia la vera
ragione, se si è sempre attribuito motivi tanto altruistici quanto
illusori? A pensarci bene, invece, questo gli permette di
consolidare il legame con Pomino: un legame a cui Pirandello gli fa
accennare velatamente, confondendo un po' le acque: "Vedi,
Romilda? Abbiamo fatto pari e patta: io ho un figlio, che è figlio
di Malagna, e tu ormai hai una figlia, che è figlia di Pomino" (ibidem).
In realtà, Mattia e Malagna hanno lo stesso figlio, mentre Mattia e
Pomino hanno la stessa moglie: ormai Mattia è legato
inestricabilmente ai due uomini che sono sempre stati i veri oggetti
dei suoi investimenti emotivi. Se si riprendesse Romilda, il legame
di Romilda con Pomino si dissolverebbe, mentre il suo legame con
Romilda non può dissolversi perché, nonostante la sua morte
anagrafica, secondo la legge è ancora lui il "vero" marito di
Romilda. Il legame con Pomino, invece, dipende dalla possibilità di
mantenere il legame di Romilda con Pomino che, visto che non
esiste de iure, deve esistere per forza de facto. La
cosa è spiegata in termini minuziosi a Pomino dallo stesso Mattia,
il quale però si dimostra del tutto ignaro del suo significato
recondito:
"Ma il matrimonio s'annulla?" gridò Pomino.
"E tu lascialo annullare!" gli dissi. "Si annullerà
pro forma, se
mai: non farò valere i miei diritti e non mi farò neppure riconoscer
vivo ufficialmente, se proprio non mi costringono. Mi basta che
tutti mi rivedano e mi risappiano vivo di fatto [. . .] il resto non
m'importa! Tu hai contratto pubblicamente il matrimonio; è noto a
tutti che lei è, da un anno, tua moglie, e tale rimarrà. Chi vuoi
che si curi più del valor legale del suo primo matrimonio? Acqua
passata . . . Romilda fu mia moglie: ora, da un anno, è tua,
madre d'una tua bambina. Dopo un mese non se ne parlerà più. Dico
bene, doppia suocera?"
Il rapporto fra Mattia e Pomino è stato variamente commentato dalla
critica: Marchese fa notare che "Mattia è attratto dal ruolo di
mediatore" e che "ha un suo doppio non tanto nel fratello
Berto quanto in Gerolamo Pomino".
La Stocchi- Perucchio rileva che Pomino è
dotato di una "'meravigliosa facoltà scimmiesca', by virtue of
which he could become a sosia of either one of the two brothers";
Luperini vede giustamente il rapporto di Mattia con Pomino come il
primo di una serie, osservando che Mattia ha una "irresistibile
vocazione [a] inserirsi come terzo in una situazione di
coppia (uomo-donna) già esistente [. . .] con un
atteggiamento
di rivalità nei confronti di una figura patema" determinato da
una "coazione [a ripetere] che lo induce alla
trasgressione ma non a rovesciare il rivale". Ma è forse Lucio
Lugnani, nel suo bel saggio L'infanzia felice che mette il
dito più direttamente sulla piaga, anche senza fare riferimento
esplicito al Fu Mattia Pascal :
Negli amici-gemelli i protagonisti pirandelliani cercheranno in
fondo sempre la replica, e il sostitutivo, di quella felice
condizione perduta di complementarità-identità, cercheranno l'altra
metà di Narciso, ossia l'immagine materna, e la pacifica
omosessualità infantile.
Ma l'ombra della madre e del rapporto di perfetta identità-compenetrazione con lei segnerà per sempre come imperfetto il
rapporto con l'altro; soprattutto l'eterosessualità della relazione
fra amanti e fra coniugi, fra uomo e donna non potrà perciò mai
essere felice [. . .] e nasconderà sempre una certa dose di odio e
di ribrezzo per l'altro, per colui che ha preso il posto della
madre. Il rapporto eterosessuale contiene sempre qualcosa della
violenza traumatica connessa alla pubertà e alla morte della madre,
e perciò numerosi personaggi tenderanno per vie diverse alla
omosessualità latente del rapporto gemellare come all'unica
possibile, per quanto inconscia, riproduzione nel mondo adulto della
felice condizione infantile.
È molto rivelatrice, se letta dal punto di vista delle indicazioni
di Lugnani, la descrizione che Mattia/Adriano ci fa dei suoi
sentimenti nei confronti di Adriana, la donna di cui si considera
innamorato (del resto, la scelta del nome "Adriana" da parte
di Pirandello per questo personaggio, quando Mattia si è battezzato
"Adriano", la dice più lunga di qualunque analisi su ciò che
Pirandello ha voluto dire):
Le anime hanno un loro particolar modo d'intendersi, d'entrare in
intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono
tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella
schiavitù delle esigenze sociali. Han bisogni lor proprii e loro
proprie aspirazioni le anime, di cui il corpo non si dà per inteso,
quando veda l'impossibilità di soddisfarli e di tradurle in atto. E
ogni qualvolta due che comunichino fra loro così, con le anime
soltanto, si trovano soli in qualche luogo, provano un turbamento
angoscioso e quasi una repulsione violente d'ogni minimo contatto
materiale, una sofferenza che li allontana e che cessa subito, non
appena un terzo intervenga. Allora, passata l'angoscia, le due anime
sollevate si ricercano e tornano a sorridersi da lontano.
Quante volte non ne feci l'esperienza con Adriana! Ma l'impaccio
ch'ella provava era allora per me effetto del natural ritegno e
della timidezza della sua indole, e il mio credevo derivasse dal
rimorso che la finzione mi cagionava, la finzione del mio essere,
continua, a cui ero obbligato, di fronte al candore e alla ingenuità
di quella dolce e mite creatura.
Lugnani vede nella "cognizione drammaticamente acquisita delle
dicotomie io/altro e dentro/fuori" la fonte dell'incapacità di
affrontare la vita adulta: infatti, nel brano seguente, l'uso della
metafora della finestra da parte di Mattia nel parlare di Adriana
indica come correre il rischio della relazione significhi, per lui,
"guardare fuori":
Sì, forse anch'ella istintivamente obbediva al bisogno mio stesso,
al bisogno di farsi l'illusione d'una nuova vita, senza voler saper
né quale né come. Un desiderio vago, come un'aura dell'anima, aveva
schiuso pian piano per lei, come per me, una finestra nell'avvenire,
donde un raggio dal tepore inebriante veniva a noi, che non sapevamo
intanto appressarci a quella finestra né per rinchiuderla né per
vedere che cosa ci fosse di là.
Da questo stesso trauma muoveranno, secondo Lugnani, "le
mediazioni sempre difficili fra una sede naturale e natale e un
luogo lontano che sradica e spaesa colui che attraverso il
viaggio (l'altro grande mediatore) vi perviene e che da esso
agogna ritornare". Letta in questa ottica, non appare affatto
casuale la descrizione che Mattia fa della sua vita dopo il ritorno a
Miragno:
Basta. Io ora vivo in pace, insieme con la mia vecchia zia
Scolastica, che mi ha voluto offrir ricetto in casa sua. La mia
bislacca avventura m'ha rialzato d'un tratto nella stima di lei.
Dormo nello stesso letto in cui morì la povera mamma mia, e passo
gran parte del giorno qua, in biblioteca, in compagnia di Don
Eligio, che è ancora ben lontano dal dare assetto e ordine ai vecchi
libri polverosi.
Si ricorderà che la zia Scolastica è la sorella zitellona della
madre che non ha
voluto mai sposarsi "non già perché non si fosse sentita disposta ad
amare, ma
perché il più lontano sospetto che l'uomo da lei amato avesse potuto
anche col
solo pensiero tradirla, le avrebbe fatto commettere - diceva -
un
delitto":
Tutti finti, per lei, gli uomini, birbanti e traditori. Anche Pomino
[padre]? no, ecco:
Pomino, no [...]. Di tutti gli uomini che avevano chiesto la sua
mano, e che poi si
erano ammogliati, ella era riuscita a scoprire qualche tradimento, e
ne aveva ferocemente
goduto. Solo di Pomino niente; anzi il pover'uomo era stato un
martire
della moglie.
E perché dunque, ora, non lo sposava lei? Oh bella, perché era
vedovo! Era appartenuto a un'altra donna, alla quale forse, qualche
volta, avrebbe potuto pensare.
Anche la zia Scolastica dunque è incapace di pensare il suo
desiderio se non in
presenza di un terzo: è afflitta da una forma di gelosia simile a
quella di Rico
Verri in Leonora, Addio! (1910) e in Questa sera si recita a
soggetto (1930).
Rico Verri sposa Momina, che egli sa aver avuto un passato che lo
tormenterà,
proprio per poterla tener poi sotto chiave e dare così un contenuto
alla sua gelosia
congenita. La zia Scolastica, in quanto donna, semplicemente non si
sposa. Il
fatto che Pirandello faccia finire Mattia con lei non credo sia
senza significato,
come non lo è il fatto che lo faccia finire anche nel letto della
madre - proprio
come Pepe Alletto, il protagonista inetto de Il turno (1895), il
quale non se n'era
mai completamente staccato. Un altro particolare significativo si
ha, credo,
all'inizio, nella Premessa seconda (filosofica) a mo' di scusa, in
cui Mattia descrive
la confusione nella vecchia biblioteca, tale che "si sono strette
per la vicinanza
fra questi libri amicizie oltre ogni dire speciose":
don Eligio Pellegrinotto mi ha detto, ad esempio, che ha stentato
non poco a staccare
da un trattato molto licenzioso Dell'arte di amar le donne, libri
tre di Anton
Murzio Porro, dell'anno 1571, una Vita e morte di Faustino Materucci,
Benedettino
di Polirone, che taluni chiamavano beato, biografia edita a Mantova
nel 1625.
Per l'umidità, le legature de' due volumi si erano fraternamente
appiccicate. Notare
che nel libro secondo di quel trattato licenzioso si discorre a
lungo della vita e
delle avventure monacali.
Questo accostamento provocatorio non esprime in fondo l'essenza
della vita
degli uomini su cui Pirandello punta la sua lente deformante in
questo romanzo?
Le donne possono avere funzione erotica, ma i veri compagni, i veri oggetti di
amore - e di odio - sono altri uomini.
Liolà
In un interessante saggio pirandelliano intitolato "Madri, puttane,
schiave sessuali
e uomini soli" Roberto Alonge osserva giustamente che nell'universo
pirandelliano,
"solo gli uomini, solo i maschi riescono a comunicare ancora tra di
loro", tant'è vero che "l'eroe pirandelliano nasce sempre in questa
condizione
ambientale, mentre parla ad un altro uomo". Anche il racconto di
Mattia è un
racconto fatto ad un altro uomo, il vecchio bibliotecario Don Eligio
Pellegrinotto,
con cui Mattia divide le sue giornate di lavoro. Alonge non parla di
Mattia
direttamente, ma vede in Liolà, protagonista della famosa commedia
campestre
tratta da Pirandello dai capitoli tre e quattro del Fu Mattia
Pascal, "l'immagine
indimenticabile del prototipo dell'uomo solo" il quale "nel suo
apparire episodico
ma ricorrente lungo l'intero arco della produzione drammaturgica, è
tale perché
ha consumato un rifiuto radicale e perenne della donna".
Infatti, la mia ipotesi
è che Pirandello considerasse la situazione descritta in questi
capitoli in qualche
modo "archetipica", e perciò decise di inscenarla su uno sfondo
pastorale,
ossia "vicino alla natura" e fuori del tempo. Inoltre, Liolà si
svolge all'insegna di
un'allegria tutt' altro che tipicamente pirandelliana, almeno per
quanto riguarda il
protagonista: a differenza di Mattia narratore, Liolà è un
personaggio spensierato,
proprio come lo era Mattia personaggio prima di essere stato costretto ad affrontare
la vita adulta tramite il matrimonio. Si noti però che nella
commedia la trasposizione
comprende unicamente la dinamica del rapporto fra Mattia e Batta
Malagna, usurpatore della sostanza della sua famiglia - manca
completamente
un personaggio il cui ruolo corrisponda a quello dell'amico Pomino.
Su questo si
tornerà in seguito.
In Liolà il ruolo di Batta Malagna, cioè del personaggio sterile, è
attribuito a
zio Simone, un ricco contadino che ha sposato la giovane Mita
(Oliva) nell'unica
speranza di aver un figlio. Mita però non ingravida, per ragioni
ovvie, e Simone
la picchia e la maltratta come se la colpa fosse senz'altro, e
unicamente, di lei.
Liolà è un semplice bracciante che non ha i soldi di Simone, ma in
compenso riesce
a far fruttare ogni donna con cui giace, tant'è vero che ha tre
figli da tre donne
diverse, allevati da sua madre, senza che egli ne abbia sposato
nessuna. Il tesoro
di Liolà è il suo seme, quello di Simone la sua roba. Tuzza
(Romilda), nipote
di Simone, decide di approfittar di ambedue, facendosi ingravidare
dal giovane
ed aitante Liolà, e poi mettendosi d'accordo con lo zio Simone per
fingere che il
figlio è suo e così fame l'erede della sua sostanza. Quando Liolà
comincia a sospettare
di essere stato strumentalizzato, chiede la mano di Tuzza per
impedire
l'infame mercato. Tuzza, ovviamente, non ne vuole sapere e allora,
per sventare il
suo piano, Liolà ingravida anche Mita, moglie di Simone, e Tuzza si
trova scartata
da Simone a favore della moglie. Tuzza, per la rabbia, cerca di
accoltellare
Liolà, ma egli la disarma e la commedia si chiude su un tono
"allegro", con Liolà
che ora rifiuta di sposare Tuzza, ma accetta di far allevare anche
questo quarto
figlio dalla madre.
Abbiamo detto che manca completamento il personaggio che fa le veci
di
Pomino - manca cioè il "doppio", l' amico-gemello in cui il
protagonista pirandelliano
cerca, per dirla con Lugnani "in fondo sempre la replica, e il
sostitutivo,
di quella felice condizione perduta di complementarità-identità [. .
.] l'altra metà
di Narciso, ossia l'immagine materna, e la pacifica omosessualità
infantile". La
ragione per cui manca è semplice, e spiega anche l'insolita
"allegria" della commedia, che lo stesso Pirandello
stentava a capire. Liolà non ha bisogno di
"sostitutivi". Vive in una specie di paradiso terrestre in cui gli è
consentito vivere
ed affermare la sua "virilità" senza per questo dover lasciare la
madre e tutto ciò
che ella simbolizza. Mattia è stato costretto a sposare Romilda,
mentre Liolà vive
al di fuori delle convenzioni sociali. Tutti i figli di Liolà, avuti
da donne diverse
che vengono regolarmente scartate non appena nato il bambino, sono
allevati da
sua madre, alla quale egli rimane sempre legato: onde la sua felice
spensieratezza.
La "moglie" di Liolà è sua madre, le altre donne sono semplicemente
contenitori
del suo seme. Liolà può vivere la sua sessualità senza dover
riconoscere la radicale
alterità della donna come soggetto, senza dover rinunciare
all'illusione narcisistica
infantile, senza dover patire la divisione dell'io che segue alla
rinuncia alla
madre come oggetto. Liolà realizza il "desiderio" di Mattia senza
pagare lo scotto
sociale esatto da Mattia - l'emarginazione, e per un mero "sostitutivo". Mattia è
Liolà nevrotizzato, imborghesito, civilizzato, represso. Invece
Liolà è a contatto
con tutti i suoi bisogni e desideri più istintivi e può soddisfarli
senza problemi.
Roberto Alonge dice addirittura che “Liolà è il preludio negato dell'intera drammaturgia pirandelliana [.
. .] la reverie
delirante e inconfessata del grande maschio solitario [. . .]
l'utopia di una società
senza madre, in cui i figli nascano direttamente dal grembo dei
padri, o al massimo,
in cui la donna sia soltanto il ricettacolo temporaneo - per i nove
mesi indispensabili
- del seme dell'uomo.”
Dove non mi posso trovare d'accordo con Alonge è nelle sue
conclusioni: “Dobbiamo riconoscere in Pirandello [. . .] le linee di una grande,
reazionaria fantasia,
patriarcale e maschilista. Ma è proprio questa, mi pare, la sua
attualità. Pirandello
ci aiuta a vedere in noi stessi. Perché è tempo, per noi maschi, di
cominciare
a guardarci per quello che siamo. E non per quello che, forse,
vorremmo essere.”
Alonge sembra voler far coincidere il punto di vista dei maschi
pirandelliani con
l'autore stesso. Io, invece, farei valere il principio secondo cui
l'autore implicito
di un testo non collima mai con i suoi personaggi: nell'opera
pirandelliana non ci
sono "le linee di una grande fantasia patriarcale e maschilista" ma
direi piuttosto
il ritratto analitico, acuto e spietato, di una società patriarcale
e maschilista. E ciò
si vede molto chiaramente proprio in Liolà, in cui l'ambiente
"primitivo" (fra
"zotici", come dice lo stesso protagonista) permette ai personaggi
di chiamare le
cose col loro nome più facilmente che non sia il caso nelle opere di
ambientazione
borghese.
"Ma è forse vergogna per un uomo non aver figliuoli?" chiede "con
aria ingenua"
Ciuzza. È semplicemente "segno che Dio non ha voluto dargliene",
dice
Nela, seguita da Luzza che chiede, logicamente, "perché allora se la
piglia con la
moglie?" Tutte e tre son fatte subito tacere da Zia Croce - "Zitta
tu! Questi non
son discorsi in cui possano metter bocca le ragazze" (atto I) la
quale si attacca invece
al motivo più convenzionale dell'erede per spiegare la disperazione
dello zio
Simone: "No, piange - siamo giuste - piange per la roba; tanta bella
roba che,
alla sua morte, andrebbe a finire in mano d'altri. Non se ne sa dar
pace!" (atto I).
Intanto, da queste battute s'è capito che la posta in gioco è la
virilità dello zio
Croce, e non la sua roba. Infatti Liolà, a cui manca la roba ma
abbondano i figli,
fa chiaramente sentire allo zio Simone che, se è vero che la roba
conta, ciò che la
roba non può comprare è proprio il figlio, perché il figlio, come la
donna, è un
oggetto e uno strumento: è simbolo della virilità del suo
"proprietario", di chi lo
ha generato, e di nessun altro:
Hanno messo una legge nuova, fatta apposta per noi. Dico, per
alleggerire le nostre
popolazioni. Stia a sentire. Chi ha una troja che gli fa venti
porcellini, è ricco, non
è vero? Se li vende; e più porcellini gli fa, più ricco è. E così
una vacca; quanti più
vitellini gli fa. Consideri ora un pover'uomo con queste donne
nostre che Dio
liberi, appena le tocca, patiscono subito di stomaco. È una rovina,
no? Bene, il
Governo ci ha pensato. Ha messo la legge che i figli, d'ora in poi,
si possono
vendere. Si possono vendere e comprare, zio Simone. E io, guardi, (gli mostra i tre
bambini) posso aprir bottega. Vuole un figlio? Glielo vendo io. Qua,
questo". (Atto
I)
Il fatto che alla fine Tuzza tenti di accoltellarlo per la rabbia, e
che Mita sia
ora condannata a restare con un uomo che la maltratta, è minimizzato
da Liolà
con la sua bonaria allegria da stallone errante ("pronto ha ghermito
il braccio di
Tuzza, e con l'altra mano le batte sopra le dita fino a farle cadere
il coltello a
terra, ride e rassicura tutti, che non è stato nulla" (atto
III) ma
non per questo va
cancellato dal novero degli effetti sprigionati dallo scambio di
posizioni che egli
esegue così abilmente a scapito di tutti. È vero che Tuzza ha voluto
servirsi di lui,
ma per acquistare quell'"oggetto di valore"- il figlio - che le
avrebbe permesso
di avere un uomo. È da notare che Zia Croce, in quanto cugina di
Simone,
avrebbe comunque ereditato da lui, in quanto, secondo la legge, se
non ci sono figli, il patrimonio va alla parentela tutta. Quindi Tuzza, figlia
di Zia Croce, non
vuole tanto la ricchezza di Simone, quanto l'uomo in sé.
Come spiega
alla madre,
è gelosa di Mita, perché Mita, prima di sposare Simone era stata
amata da Liolà
che, poi, ha continuato ad andarle appresso nonostante che fosse
sposata. Mita
aveva marito e amante, mentre lei, Tuzza, non aveva né l'uno né
l'altro: "Quante
cose doveva avere quella morta di fame? Non bastava il marito ricco?
Anche l'amante festoso?" (Atto I).
Mita intanto, è maltrattata e percossa così tanto che sua zia Cesa,
che aveva
creduto di far bene a suo tempo, ora rimpiange la decisione di dare
la nipote orfana
a Zio Croce: "Vorrei vedere se avesse almeno un fratello! Non la tratterebbe
così, ve l'assicuro io! Per miracolo non se la pesta sotto i piedi:
avete veduto!"
(atto I). Il finale non è, quindi, così allegro come sembra, e
celebra non tanto la
virilità spensierata di Liolà, quanto la sua soverchieria mascherata da cavalleria
nei confronti di Mita. Dice di averla voluta aiutare a conservarsi
il marito quando
lei, ormai, ne avrebbe fatto volentieri a meno: "Gli altri
t'insegnano come si fa, e
tu non vuoi seguir l'insegnamento. Gliela lasci commettere tu a
Tuzza l'infamia,
non io! Perciò io ho negato e nego! Per te, per te nego, per il tuo
bene, e perché non c'è altro mezzo ora di sventare quest'inganno e quest'infamia!"
(atto II). La
realtà è che Liolà vuole regolare i suoi conti con Simone, costi
quel che costi, e
non importa a chi, basta che non sia a lui. E infatti, alla fine, la
roba di Simone
sarà ereditata da suo figlio, anche se non porterà il suo nome. Tuzza, la "furba
gelosa", intanto rimarrà senza uomo e senza figlio, perché il bambino le sarà
"espropriato", per essere allevato, come gli altri, dalla madre di Liolà. Le vere
perdenti, in questo gioco, sono le donne, sia che rimangano con
uomini, sia che
ne rimangano senza. Liolà fa volentieri a meno della moglie, tanto
ciò che conta
sono i figli, e Zio Simone è disposto a spacciare per suo il figlio
di chiunque, pur
di averlo; le donne, con l'eccezione di Mita, che non ci crede più
ma a cui comunque
è stato tolto il potere di decisione, non riescono a pensarsi se non
in relazione
all'uomo: la loro soggettività al di fuori della loro funzione nel
sistema
patriarcale non esiste. È ciò che fa notare Zia Ninfa
esplicitamente, sotto il solito
velo dell'allegria, quando fa il versoalle donne che si facevano
vento coi ventagli
alla messa delle signore:
Le signorine da marito così: "L'avrò! l'avrò! l'avrò!" Le signore
maritate così: "Io
ce l'ho! io ce l'ho! io ce l'ho!" Mentre le povere vedove: "L'avevo e
non l'ho più! l'avevo e non l'ho più! l'avevo e non l'ho più!"
(Atto I)
Feminismo e Pari
Mi sembrerebbe eccessivo proporre un'analisi in cui Pirandello
appare femminista
- non credo certo che potesse essere realmente a favore di ciò che
le femministe
del suo tempo rivendicavano.
Penso invece che considerasse la società in
cui viveva retta sulla negazione e la paura della donna: da ciò la
sua oggettivazione
e strumentalizzazione.
Bisogna tener presente che Pirandello costruisce la psicologia dei
suoi personaggi
in termini sociali, generalizzabili a tutta una cultura e/o a tutta
una generazione.
In questo senso, il progetto pirandelliano continua e allo stesso
tempo va
oltre quello naturalistico. Il naturalismo studia l'evoluzione
dell'individuo nel
suo contesto sociale, in base ad un modello di causa ed effetto, ma
parte sempre
dall'individuo inteso in termini romantici: un nucleo "originario"
su cui poi vengono ad imprimersi una serie di influssi sociali
esteriori, non sempre uguali. Il
personaggio pirandelliano invece non è ostacolato ma creato dal
sociale, ossia segnato
dalla posizione che occupa nel sistema: antropologicamente, la sua
struttura
psichica è il risultato dell'interiorizzazione di un insieme di
relazioni sociali.
(Il meccanismo di causa ed effetto non è abbandonato, è semplicemente
applicato
al rapporto fra un'ipotetica "psiche sociale" del
personaggio e le sue esperienze, e rappresentato come si manifesta
spesso nella vita, senza nessi logici apparenti.) Le esperienze dei
personaggi sono sempre emblematiche, tipiche e non individuali.
Le loro frustrazioni rinviano non, romanticamente, a desideri
"autentici"
ma irrealizzabili, ma a "i fantasmi interiori e inconsci di un io
diviso", condizione
inderogabile del loro inserimento nel sistema.
Le insoddisfazioni
sono parte integrante
della "maschera" ossia della "parte": perciò non hanno soluzioni.
Il
copione
è stato scritto altrove, ed è sempre lo stesso. Perciò, nei Sei
personaggi, i personaggi
sono Il Padre, La Madre, Il Figlio, La Figliastra, tout court:
rappresentano
delle funzioni "eterne". Così anche Mattia non rappresenta una
"persona",
ma un ruolo, come i sei personaggi. Ciò che di Mattia interessa a
Pirandello sono
le caratteristiche psichiche fisse che costituiscono la struttura
profonda ed immutabile
del suo comportamento, e del suo modo di costruire il mondo, e che
dipendono
dalla sua "posizione" nel sistema.
Il comportamento di Mattia, come quello di Liolà del resto, denuncia
sostanzialmente,
come è stato notato da altri, la mancanza di un modello maschile
adeguato.
Questo è confermato dall'assenza quasi totale di figure paterne
positive nel corpus pirandelliano, quando non della loro assenza tout courte. Se
la figura paterna
è il tramite fra mondo infantile e realtà sociale - se è cioè
attraverso il padre
che l'essere umano s'iscrive nel "sociale" -, allora ciò che Pirandello sta effettivamente
descrivendo è una società senza "padri' in grado di iniziare i figli
ad
una mascolinità "vera". Ciò che Mattia non sa fare è essere "uomo",
nel senso
borghese, ottocentesco del termine. Non sa essere produttivo e
procreativo, lavorare
e mettere su famiglia, assumere il ruolo sociale del maschio. Non sa
neanche
essere protettivo. Non sa difendere il patrimonio familiare né la
madre contro i
soprusi del Malagna e della vedova Pescatore, né sa difendere i suoi
soldi e
Adriana contro Papiano, nonostante l'ostentata - a parole - premura
in proposito.
La crisi dei valori di cui tanto si è parlato in rapporto agli anni
fra il 1880
e il 1920 circa, si manifesta in Pirandello soprattutto, credo, come
crisi della mascolinità,
che consiste ormai quasi unicamente nella difesa dei propri "diritti
naturali"
nei confronti della donna, e del proprio "prestigio" nei confronti
di altri maschi,
in ambedue i casi a costo della strumentalizzazione e della
riduzione a oggetto
della donna. Il maschio si riconosce solo attraverso la prepotenza o
la passività,
due facce della stessa medaglia.
La complessità della visione pirandelliana si può ricavare, oltre
che dalle grandi opere, dal confronto di due suoi scritti sull'argomento, un
articolo giornalistico
intitolato Feminismo (1909), e un racconto espressionistico
intitolato Pari (1907). Il racconto è utile ai nostri fini sia perché
costituisce un approfondimento
fantastico del punto di vista espresso nell'articolo, sia perché in
esso Pirandello
collega esplicitamente la problematica dell'"uomo solo", come lo chiama
Alonge, all'antifemminismo, fatto coincidere sostanzialmente con la
paura
delle donne.
"Feminismo", pubblicato su La preparazione
del 27-28 febbraio 1909, è un
articolo estremamente ambiguo. L'ambiguità è dovuto al fatto che
contiene due,
anzi tre voci - quella del narratore anonimo, quella del suo interlocutore, certo
dottor Paulo Post, e quella della figlia del dottore, la femminista
Pietra, dalla voce
"gutturale, maschile" e dalla "testa rossa, arruffata, con gli occhi
a staffa, che
le ingrandivano enormemente e confusamente gli occhi". Il colloquio
ha luogo
nello studio del dottore, ove lavora silenziosamente in fondo anche
la figlia, dietro
una "mastodontica scrivania sovraccarica anch'essa tutt'intorno di
libri e di
carta ammucchiata". Il dottor Post ha l'abitudine di sottoporre le
cose al famoso
"cannochiale rivoltato" pirandelliano, e cioè di vederle "da
lontano", e perciò
viene interrogato dal narratore intorno alle "più vive questioni
sociali del momento".
Il 'feminismo' però viene affrontato dal dottore "con una certa
inquietudine"
per via della presenza della figlia, la quale invece incoraggia il
padre ad
esprimersi apertamente, senza badare a lei: "Parla pure, papà -
disse quella voce".
Secondo il dottore "il femminismo è, al pari di tante e tant' altre
cose, una costruzione
ideale dei nostri giorni", espressione della frustrazione
sessuale
delle donne, che hanno sempre più difficoltà a trovar marito perché
gli uomini a
loro volta hanno sempre più difficoltà a guadagnarsi la vita e a
mantenere decorosamente
una famiglia:
Il veder frustata, intanto, la loro naturale inclinazione [. . .] il
dover soffocare il loro
bisogno istintivo, le ha un po' esasperate e le fa un po'
farneticare .... Tutte
queste prediche fervorose per la così detta emancipazione della
donna, che altro
sono in fondo se non una sdegnosa mascherata del bisogno
fisiologico, che si muove
sotto?
L'articolo si conclude con un'ultima tirata del dottore, seguita da
un vano tentativo
del narratore anonimo di sentire anche il parere della figlia:
Supporre che la donna, praticando continuamente con gli uomini alla
fine si debba
immascolinar troppo; prevedere che la casa, senza più le cure
assidue, intelligenti,
amorose della donna debba perdere quella poesia intima e cara, che è
la maggiore
attrattiva del matrimonio per l'uomo; supporre che la donna, cooperando anch'essa
col proprio guadagno al mantenimento della casa, non debba aver più
per l'uomo
quella devozione e quel rispetto, di cui tanto essa si compiace: non
sono pregiudizi;
sono tristi necessità per cui la composizione ideale del feminismo
si scompone
e si scioglie nella questione più vasta delle tristissime condizioni
economiche e
sociali dei giorni nostri. Si scioglie, senza lasciar residui,
signor mio, creda pure.
Soltanto, quel po' di pellacchia sgonfiata [...].
- Vorrei - io
dissi piano, in un orecchio al dottore, prima d'alzarmi per por
commiato - vorrei ora sentir come la vede la signorina sua figliuola
[...].
- Caro signore - mi rispose aprendo le braccia, il dottor
Paulo Post - Le donne
non possono veder da lontano questa questione. O potrebbero a un
solo patto: che
avessero cioè il marito vicino, mi spiego?
Io scappo ancora.
Le parole apparentemente "sensate" del padre il quale però impedisce
alla figlia
di dire la sua, la laconicità del narratore che "scappa" senza
insistere e senza ribattere,
lasciano incerti se si tratti di anti-femminismo, di una satira
dell'antifemminismo, o di un antifemminismo "mascherato" da satira. Illuminante invece è il confronto con la novella
Pari, composta nel
1907 ma
pubblicata soltanto nel 1911. Qui, usando il discorso indiretto
libero, il narratore
attribuiva a due scapoli "gemelli" i cui rapporti con le donne
possono dirsi per Io
meno problematici lo stesso identico ragionamento, parola per
parola, che avrebbe
poi messo direttamente in bocca al dottore Paulo Post (non cito i
pezzi uguali):
Bartolo Barbi e Guido Pagliocco, entrati insieme per concorso al
Ministero dei Lavori
Pubblici da vice-segretarii [...] erano divenuti, dopo tanti anni
di vita comune,
indivisibili amici.
Abitavano insieme, in due camere ammobiliate al Babuino. Per grazia
particolare
della vecchia padrona di casa, che si lodava tanto di loro, avevano
anche il salottino
a disposizione, ove solevano passar le serate, quando - sempre
d'accordo -
stabilivano di non andare a teatro o a qualche caffè-concerto.
Giocavano a dadi o a
scacchi o a dama, intramezzando alle partite pacate e sennate
conversanzioncine o
sui superiori o sui compagni d'ufficio o su le questioni politiche
del momento o
anche su le arti belle, di cui si reputavano con una certa
soddisfazione estimatori
non volgari [...].
Nelle loro conversazioni serali. Barbi e Pagliocco avevano definito
il feminismo questione essenzialmente economica.
È chiaro che qui il ragionamento ha la funzione di razionalizzare o
mascherare
paure ancestrali rimosse e riportate a galla dalle rivendicazioni
del femminismo
che hanno scomposto il vecchio assetto sociale. Il desiderio
femminile acquista
risvolti nuovi - desiderio di lavoro, di guadagno, di diritti
legali, di mezzi
espressivi - proprio nel momento in cui le energie maschili non
sanno più con
certezza dove dirigersi. Ciò non fa che mettere a nudo - non a caso
la raccolta in
cui è inserito il racconto s'intitola La vita nuda - l'inettitudine
maschile che si
nasconde male dietro l'attacco al femminismo e il rifiuto di
sposarsi:
Avevano da un pezzo non solo chiuso la porta del cuore alla donna,
ci avevano anche
messo il catenaccio. Non ne aspettavano più, neanche in sogno. Che
se talvolta
qualche desiderio monello saltava dentro all'improvviso per la
finestra degli occhi,
subito la ragione arcigna lo cacciava via a pedate [...].
Mai e poi mai Barbi e Pagliocco avrebbero sposato una donna
emancipata, impiegata,
padrona di sé. Non perché volessero schiava la moglie, ma perché
tenevano
alla loro dignità maschile e non avrebbero saputo tollerare che
questa, di fronte ai
guadagni della moglie, restasse anche minimamente diminuita. Metter
su casa,
d'altra parte, con lo scarso stipendio da segretario, sarebbe stata
una vera e propria pazzia, e dunque niente; non ci pensavano
nemmeno.
Senonché, i casi della vita fanno sì che un giorno i due scapoli si
trovino a
venir meno alle loro risoluzioni. Vittime dell'intraprendenza della
moglie del
capo-ufficio, la quale si diverte ad accoppiare gli impiegati
scapoli del marito con
le figlie nubili delle signore amiche, si convincono a sposare due
"fanciulle sagge
e modeste, econome e massaje":
Le signorine Gandini e Monti avevano, per altro, una discreta
doticina; erano poi
tra loro da tanti anni amiche inseparabili, e non avrebbero perciò
né sciolto, né allentato
d'un punto il legame che anch'essi uniti; e dunque, giudiziosamente,
al
solito, i due amici stabilirono di prendere a pigione due
appartamenti contigui, per seguitare a vivere insieme, uniti e
separati a un tempo.
Unico impiccio è il fatto che una delle ragazze ha una dote
inferiore a quella ell'altra. Il Pagliocco s'impunta, perché vuole che tutto sia
"pari". E allora, con
qualche sacrificio la madre della ragazza meno "dotata" riesce a
racimolare i soldi
necessari per mettere le due spose "alla pari": "Pari in tutto,
anche le doti dovevano
essere pari". Il finale del racconto vede i due amici anche
parimenti
traditi dalle mogli che si sono invaghite ciascuna del fratello
dell'altro, con la
giustificazione che, siccome i due giovani somigliavano molto ai
fratelli più
grandi, e siccome i due mariti "quasi formavano un uomo solo da
amare insieme" le mogli non facevano altro che "completare" l'uomo che
avevano già
davanti col fratello dell'altro!
La novella Pari permette quindi di collocare l'atteggiamento pieno
di "buon
senso" del dottor Paulo Post di Feminismo in una nuova luce e spiega
l'ambiguità dell'articolista. A parte il fatto che ciascuno dei
"gemelli" viene caratterizzato
molto efficacemente come "metà-uomo" che quindi non riesce a
soddisfare la moglie, il racconto, con tutto ciò che ha di
geometrico, di paradossale
e di assurdo, istituisce un chiaro rapporto di causa ed effetto fra
paura dell'alterità femminile e anti-femminismo, fra narcisismo patologico
e desiderio
di "solitudine maschile": quella che vivono Barbi e Pagliocco prima
del matrimonio,
quella che difende con tanto accanimento Liolà e, per tornare al
nostro
punto di partenza, quella in cui va a finire Mattia Pascal.
Il desiderio di Mattia Pascal appare quindi il desiderio di tanti
maschi del
mondo pirandelliano: essere soli e semmai condividere la solitudine
con qualche
amico-gemello e vivere filosofando, tenendo così a bada le proprie
paure e riempiendo
il vuoto che viene a crearsi in un'esistenza così concepita. Il che
equivale a
dire che il suo desiderio "vero", in quanto maschio, è quello di
morire. Ed è ciò
che fa ben tre volte, simbolicamente: prima a Miragno, approfittando
dell'identificazione sbagliata del cadavere nella Stia per
fuggire
dalla moglie, poi
a Roma, simulando il suicidio di Adriano Meis sul Lungotevere per
fuggire da
Adriana, e finalmente, di ritorno a Miragno, rifiutando di correggere
la sua situazione
anagrafica per sottrarsi ai suoi doveri coniugali e poter vivere
come il fu
Mattia Pascal.
Lucienne Kroha
McGill University
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