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Dimensione scenica e tendenza dialogica nelle novelle.
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Il
mito del personaggio senza autore.
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La narrativa come antefatto
e preistoria del personaggio.
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Conferme antintellettualistiche
nei saggi sul teatro.
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La poetica di Si gira: compassione e
oggettività drammatica.
È stato più volte osservato che la precedente produzione
narrativa è il deposito e il luogo di formazione della «materia» teatrale di Pirandello: e si può davvero affermare che non c’è
tema, o situazione o trovata, che non abbia avuto una sua
iniziale sperimentazione in quel vastissimo campo di
osservazione psicologica e di casistica umana che è la
novellistica di Pirandello.
Ma forse la ideale ed effettiva
funzionalità del «momento» narrativo nei confronti
dell’esperienza teatrale si può cogliere in un rapporto anche
più organico e attivo di quanto non sia la materiale continuità
dei temi e delle situazioni
[1]. Una insopprimibile dimensione scenica e teatrale caratterizza la
novella di Pirandello e s’accentua progressivamente a partire
dalle prime, da quelle che pure apparentemente si legano al
momento più «narrativo» e veristico della storia dello
scrittore.
Si prenda Prima notte, ad esempio, quella stupenda pittura di creature
solitarie nella cornice del cimitero siciliano, figurata in un lento succedersi
di elementi preparatori, di esitazioni e di ansie di aspettative deluse e di
rassegnazione: una situazione di incomunicabilità e di miseria in cui
confluiscono,
come al culmine dei loro significati, tante storie interiori, non dette,
non raccontate, ma evocate ed espresse dalla sommessa protesta d’un gesto o
dallo sbiancarsi improvviso di un volto.
L’assenza di intreccio, di una storia
che per articolazioni successive si enuclei da un primum
ideale fino a sboccare in un esito reale, è il carattere che
risalta per primo: i fatti non esistono nel racconto, sono
appunto antefatti, validi cioè — in una rapidissima evocazione —
solo come premessa interna, arretrata fonte della situazione
attuale, del momento della rappresentazione. Non i tempi reali
della infelicità di Marastella (la perdita del padre, l’amore
pel fidanzato, morto con lui nel naufragio) o di Lon Lisi
(l’umile camposantiere che ha perduto la moglie adorata) o di
Mamm’Antò (patimenti infiniti della miseria e della solitudine
senza conforto) appaiono succedersi nella continuità del
racconto, ma la scenica immobile «situazione» del momento
attuale, l’esito rappresentativo, visivo, di una implicita
storia.
Già l’apertura è fuori d’un tempo narrativo, di successione, ed
è invece una rappresentazione scenica:
quattro camice,
quattro lenzuola,
quattro sottane, quattro, insomma, di tutto. E quel corredo
della figliuola, messo su, un filo oggi, un filo domani, con la
pazienza d’un ragno, non si stancava di mostrarlo alle vicine.
Roba da poverelli, ma pulita.
Ed anche gli inevitabili sostegni narrativi, i ponti di raccordo
tra un quadro e l’altro, immancabilmente si atteggiano in
proiezioni visive («Morto di mala morte, sett’anni addietro!
Doganiere del porto, andava coi luntri
[2], di notte, in perlustrazione. Una
notte di tempesta...»; «Si misero in via. Pareva un mortorio, anziché un
corteo nuziale. E nel vederlo passare, la gente, affacciata alle porte, alle
finestre, o fermandosi per via sospirava: — Povera sposa!»): naturalmente tesi, nella loro rapida brevità e
quasi funzionalità didascalica, alla soluzione dialogica, al
tempo del presente. E in questo appunto, nel dialogo vivo, delle
parole e dei gesti, precipita — da una difficile dimensione di
racconto — la evidenza centrale della situazione, e in esso si
risolve espressivamente il dramma interno delle creature e si
costruisce la loro verità di personaggi.
È una qualità scenica che, ovviamente, trova nello stile,
nell’impiego linguistico, la sua testimonianza più sicura e
attendibile. Quella incapacità fondamentale di racconto come
costruzione di storia, di uno sviluppo cioè necessario e
continuo di eventi, quel precipitare degli antefatti nel quadro
attuale della situazione, e la stessa tendenza al dialogo, alla
immobile misura della rappresentazione e dell’azione diretta,
tutta esaurita nella concreta visività e immediatezza del gesto
e della parola, sono caratteri che proprio la sintassi
compositiva rivela, il suo evolvere da un piano di successione e
coordinazione temporale verso la definizione istantanea, la sua
accentuazione e risoluzione al presente dei tempi funzionali
della memoria narrativa e del passato storico. La sintassi di
Pirandello è sempre, nelle novelle, una quantità verticale — per
così dire — più che una orizzontale concatenazione di strutture;
anzi una frattura di nessi costruttivi e subordinativi in favore
della paratassi e della simultaneità: onde la quasi assoluta
assenza di discorso indiretto, che, pur quando è tale in
apparenza, svela subito l’urgente premere del tempo narrativo
verso il suo naturale sbocco dialogico (due esempi a caso: «Zia Michelina si vide, si sentì sola. Sola e come sperduta. Ma
dunque, se questo era il mondo, se in questo mondo, di fronte
all’interesse, non si capiva più nulla, neppure il sentimento
più santo, quello dell’amor materno, che credevano tutti? che la
vera «interessata» fosse lei? che volesse rimaner padrona di
tutto e tenere soggetto il nipote? Questo credevano?
Interessata, lei? Ah, se veramente...»; «Il vecchio padre,
a cui il dottor Mangoni ora si volta come intronato, fa con le
mani gesti di grande ammirazione. Sul seno della figliuola? No.
Su ciò che la figliuola sta leggendo di là fra tante lacrime. Le
poesie del giovinetto»).
Così, uno sguardo sia pur fuggevole alle qualità descrittive
dello stile pirandelliano rivela un fondamentale disinteresse,
nonché per la riposata oggettività del linguaggio tradizionale,
anche per la più animata descrittività ambientale del
linguaggio veristico: in una rappresentazione dove non ci sia
realtà continua di oggetti e storica concatenazione di eventi,
la prosa non può evidentemente costruirsi in un processo di
figurazione sintetica e di composizione ideale dei suoi
contenuti. Questa analiticità e questo ritmo aperto della parola
sono anzi proprio la denuncia della provvisorietà della
rappresentazione novellistica pirandelliana. È una lingua che,
quasi bisognosa dell’integrazione di altri strumenti espressivi,
di una complementare espressività dei gesti, dei movimenti,
della mimica e dei rapporti spaziali della ribalta, appare
sempre rivolta a violentare i confini della definizione
unidimensionale della parola scritta. E la rappresentazione
risulta una inconsapevole creazione «teatrale» avviata e
prefigurata con l’uso esasperato di un linguaggio solo, come un
concerto complesso per ora eseguito con l’impiego parziale — ma
acuito fino ai limiti dell’impossibile — di un unico strumento.
È questo, se non andiamo errati, il significato e il valore di
ciò che abbiamo chiamato espressionismo pirandelliano; di
quella osservazione che, soprattutto nella prima stagione
narrativa, si fa sforzo inesausto di scomposizione, deformazione
violenta di ogni apparenza di realtà: una scultura integrale ma
ottenuta paradossalmente attraverso la frantumazione delle sue
forme, un processo di incisione nella illusoria vitalità della
carne fino alla fissazione spettrale della maschera.
Ma la traiettoria di questo processo, qui brevemente riferito
agli elementi stilistici della prima rappresentazione
pirandelliana, comprende evidentemente una totalità organica di
significati (un nuovo modo di vedere il mondo, direttamente
legato alle premesse polemiche della ideologia di Pirandello),
nei quali è possibile rintracciare la destinazione teatrale di
tutto il cammino artistico dello scrittore. Esso si svolge, come
sappiamo, dalla rappresentazione (polemica, appunto, e
deformante) della realtà esterna, colta nella crisi delle
strutture e dei rapporti sociali, alla analisi dei riflessi di
quella crisi nella coscienza dell’uomo. Il fallimento d’un mondo
storico condiziona la destituzione definitiva del soggetto: e
l’interiorità dell’uomo si rivela coinvolta nella distruzione
dei suoi fattori oggettivi, nel naufragio delle sue «forme».
La superficie liscia, la coesione apparente della «persona»
romantica si sgretola, come il mondo esterno, in una
frantumazione di gesti e di pensieri, di movimenti disorganici e
gratuiti. L’uomo non ha una «sua» realtà da opporre alla crisi
dei suoi rapporti, alla mistificazione del mondo sociale: la
stessa legge di alienazione lo corrompe fin nell’intima ragione
del suo esistere: ed egli resta sospeso in una dispersione di
apparenze, nella relatività delle «parti» provvisorie e false,
nelle quali è condannato a tradire la sua aspirazione unitaria e
la sua sete di assoluto.
Questo processo di corrosione della persona è appunto l’antefatto
da cui nasce il personaggio del teatro pirandelliano. Egli è il
simbolo di tale condizione di schianto, il testimone — il
martire, dunque — di una deiezione storica e il portavoce di una
protesta ideale: e la sua ragione drammatica è proprio nella
volontà di trascendere la prigione del suo esistere, nella
ricerca vana di una forma assoluta.
Tale organicità di significati è il valore autentico, crediamo,
di quel mito del «personaggio in cerca d’autore» che, oltre
che stilizzarsi nella più alta tragedia di Pirandello, è il
centro ideale e il nucleo tematico di tutto il suo teatro. Non a
caso quel mito compare in due racconti del 1911 e del 1915, La
tragedia d’un personaggio e Colloqui coi personaggi; in un
momento in cui, dopo il bilancio ideologico dell’Umorismo,
dalla decomposizione oggettiva della realtà e dal conseguente
frantumarsi della coscienza si è andato isolando e
definitivamente chiarendo il senso della condizione umana:
sicché dall’esaurirsi della stagione narrativa pare
spontaneamente enuclearsi la nuova misura rappresentativa del
mondo pirandelliano, il personaggio come mediazione unitaria
della molteplicità, della dispersione della propria preistoria.
Nella Tragedia d’un personaggio, l’eroe è Fileno,
creatura «sbagliata» di un romanzetto volgare, che non ha
saputo placare l’ansia di essere tuttora viva in lui e bisognosa
di un più alto creatore. La sua condizione è proprio quella
della creatura deietta, composta di «casi», cioè scomposta
nella sua fallimentare unità di persona, e anelante all’opera
dell’autore che la fissi, la faccia essere, liberandola in una
forma assoluta dal fluire relativo dell’esistere:
Ma dunque sul serio lei non comprende l’orrore della tragedia
mia? Avere il privilegio inestimabile di esser nato personaggio,
oggi come oggi, voglio dire oggi che la vita materiale è così
irta di vili difficoltà che ostacolano, deformano, immiseriscono
ogni esistenza; avere il privilegio di esser nato personaggio
vivo, ordinato dunque, anche nella mia piccolezza,
all’immoralità, e sissignore, esser caduto in quelle mani, esser
condannato a perire iniquamente, a soffocare in quel mondo
d’artificio, dove non posso né respirare né dare un passo,
perché tutto è finito, falso, combinato, arzigogolato!
[3].
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Dunque Fileno è alla mercé della vita umana dissociata, egli che
pure è destinato all’eterno, cioè porta con sé, nella deiezione
(nella «finitezza» kierkegaardiana) questo sentimento
dell’eterno ch’è privilegio e condanna (angoscia). Tutto ciò che
è di là da questa sua sofferenza del relativo, ogni salto
impossibile lo affascina: la fissità della storia che lo liberi
dal fluire del tempo [4]; la creazione dell’arte che lo sottragga
all’angoscia dell’incompiutezza:
Nessuno può sapere meglio di lei, che noi siamo esseri vivi,
più vivi di quelli che respirano e vestono panni; forse meno
reali, ma più veri! Si nasce alla vita in tanti modi, caro
signore; e lei sa bene che la natura si serve dello strumento
della fantasia umana per proseguire la sua opera di creazione. E
chi nasce mercé quest’attività creatrice che ha sede nello
spirito dell’uomo, è ordinato da natura a una vita di gran lunga
superiore a quella di chi nasce dal grembo mortale d’una donna.
Chi nasce personaggio, chi ha la ventura di nascere personaggio
vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più! Morrà
l’uomo, lo scrittore: strumento naturale della creazione; la
creatura non muore più! E per vivere eterna, non ha mica bisogno
di straordinarie doti o di compiere prodigi. Mi dica lei chi era
Sancho Panza! Mi dica lei chi era don Abbondio! Eppure vivono
eterni perché — vivi germi — ebbero la ventura di trovare una
matrice feconda, un fantasia che lì seppe allevare e nutrire per
l’eternità [5].
Nel primo dei Colloqui coi personaggi (1915), la
condizione è ripresa, sebbene alla rovescia: perché qui il
personaggio, rappresentato nella felicità di chi già prevede
l’accettazione dell’autore (già idealmente rappresentato e
fissato, cioè eternato), si pone come antagonista simbolico
dell’uomo, ormai trascendenza che misura l’esistenza. Egli
rivela quella sua ambizione di personaggio realizzato, cioè «di
creatura chiusa nella sua realtà ideale, fuori delle transitorie
contingenze del tempo», proprio nella assoluta indifferenza che
ostenta per il «relativo» della vita umana, e nella pietà per
tanto insignificante sconquasso:
Poco dopo, con placida voce, quegli ricominciò a dire:
— E che c’entro io, scusi, se il merlo canta? se le rose
ridono nel giardinetto?... Noi non sappiamo di guerre, caro
signore... Perché son tutte cose che passano, e se pur lasciano
traccia, è come se non la lasciassero... Immagini che tutto
questo scompiglio sia finito, compiuta la strage. Si farà la
storia, domani, dei guadagni e delle perdite, delle vittorie e
delle sconfitte. Speriamo che la giustizia trionfi... Ma se non
dovesse trionfare? Trionferà di qui a un altro secolo... La
storia ha larghi polmoni, e un arresto di respiro è cosa
momentanea. Può anche darsi, del resto, che sembri un’altra, di
qui a un altro secolo, la giustizia. Non c’è da fidarsi; e non è
questo, creda, che importa. Ciò che realmente importa è qualche
cosa d’infinitamente più piccolo e d’infinitamente più grande:
un pianto, un riso, a cui lei, o se non lei qualche altro, avrà
saputo dar vita fuori del tempo, cioè superando la realtà
transitoria di questa sua passione d’oggi; un pianto, un riso,
non importa se di questa o d’altra, poiché tutte le guerre su
per giù son le stesse; e quel pianto sarà uno, quel riso sarà
uno
[6].
Importa che qualcosa abbia «vita fuori dal tempo»: è questo
l’anelito del personaggio, ed è qui la conferma della disperata
condizione dell’uomo. Ma in quest’anelito è intuita la
insopprimibile teatralità di quella condizione. Alla salvazione,
infatti, del personaggio, non basta più il compianto dello
scrittore, il condolere patetico o umoristico del novellista («Ma che cosa vuole ch’io le faccia? Mi son doluto già molto della
sua sorte; ora basta.
— Basta? Ah no, perdio!... La sua noncuranza, il suo disprezzo
mi sarebbero, creda, assai meno crudeli, che codesta passiva
commiserazione...»): occorre ormai la solidarietà attiva della
creazione drammatica, che renda simboli autonomi, realtà vive
fuori del tempo, quelle povere «ombre». Questo prender
coscienza di una nuova istanza espressiva (è il 1915!) come di
una necessità eh’è artistica e umana ad un tempo, sembra essere
il senso delle parole commosse con cui si conclude questo
colloquio di Pirandello coi suoi personaggi:
Nell’ombra che veniva lenta e stanca dopo quei lunghissimi
afosi pomeriggi estivi e m’invadeva a poco a poco la stanza,
recando come una mestizia di frescura, un rammarico di lontane
dolcezze perdute, io però da alcuni giorni non mi sentivo più
solo. Qualcosa brulicava in quell’ombra, in un angolo della mia
stanza. Ombre nell’ombra, che seguivano commiseranti la mia
ansia, le mie smanie, i miei abbattimenti, i miei scatti, tutta
la mia passione, da cui forse eran nate o cominciavano ora a
nascere. Mi guardavano, mi spiavano. Mi avrebbero guardato
tanto, che alla fine, per forza, mi sarei voltato verso di loro.
Con chi potevo io veramente comunicare, se non con loro, in
un momento come quello? E mi accostai a quell’angolo, e mi
sforzai a discernerle a una a una, quelle ombre nate dalla mia
passione, per mettermi a parlare pian piano con esse
[7].
Il personaggio pirandelliano, dunque, è un’ombra nata dalla
passione dello scrittore, desiderosa di vita autonoma, di una
certezza alla quale approdare dall’inferno del caos umano,
dall’inarrestabile divenire delle forme. Nella dimensione
drammatica ambisce a riscattare la sua realtà disgregata, lo
spettacolo oggettivo e intimo di deformazione che ha
rappresentato nel primo tempo dell’arte pirandelliana.
Non è un caso, per questo, che la concezione e la struttura
medesima del teatro di Pirandello assegnino un posto preciso a
quel «tempo» narrativo e ideale: condensino cioè
proprio nella accurata didascalia iniziale quel processo di
dissociazione dei connotati umani, cioè quella scomposizione
delle «persone» che è l’antefatto del «personaggio» e
dell’azione, l’incisione immutabile della sua maschera (si
ricordi, per tutte, le didascalia iniziale dei Sei
personaggi). La didascalia iniziale dei drammi di Pirandello
attinge generalmente alle novelle, alla parte più propriamente
descrittiva, già in esse didascalica, delle novelle. Ma anche
quando questo non succede materialmente, quella didascalia è
sempre idealmente la struttura pirandellianamente narrativa,
l’antefatto del dramma [8]. Perché
questo si renda possibile, il poeta ha bisogno di personaggi
bell’e fatti, cioè di persone scomposte, che rechino nel volto,
nelle vesti, nello sguardo, il segno del loro travaglio umano,
del loro dramma sociale, cioè la devastazione della loro
fittizia unità fenomenica, storica e borghese: maschere,
appunto, persone irreali, fatte di ombra, di parti, precisamente
la folla umana, grottescamente vociante, della prima
novellistica pirandelliana. È un modo, questo, di sancire la
generazione della vicenda dalla precostituita tensione dei
personaggi, cioè di rispettare la loro verità, che in quella
preistoria si era formata e chiarita, e la loro necessità di
testimonianza autonoma: non già l’accettazione passiva di un
qualsiasi personaggio e di una qualsiasi vicenda drammatica, ma
la necessaria decisione di rappresentare il dramma unico e
identico, quello e non altro, delle sue angosciate creature
[9]. Ed è una
circostanza che testimonia e conferma la ideale funzionalità
della narrativa nei confronti del teatro, il significato del suo
tirocinio nella storia dell’arte pirandelliana.
Di quella storia, il momento osservativo e polemico,
quello macroscopicamente esemplato nelle prime novelle, rivela
dunque, strutturalmente e idealmente, la sua «proiezione»
drammatica: confluendo nella didascalia d’apertura, donde,
presente e operante, condiziona l’autonomia del personaggio e la
sua disponibilità teatrale. Ma abbiamo visto che alla formazione
del personaggio, cioè al raggiungimento della necessaria e
ambita unità drammatica, la poetica dello scrittore giunge non
solo attraverso la scomposizione oggettiva della persona, ma
anche attraverso l’analisi e la rappresentazione degli stati
coscienziali in cui quella scomposizione si rifletteva. Il
personaggio come mito poetico e unità ideologica, è creatura
della fantasia e della riflessione, presuppone cioè una
spiegazione della sua storia, una riduzione di essa in
significato e simbolo. Si intende allora la destinazione e
funzione teatrale anche della seconda stagione dell’arte
pirandelliana, quella fortemente caratterizzata dalla tensione
meditativa: che, nella storia del personaggio, rappresenta il
tentativo, compiuto dallo scrittore, di cogliere la dimensione
interiore della definitiva alienazione dell’uomo e di chiarirne
i significati universali. Da quella consapevolezza ormai chiara
della condizione esistenziale, un grosso problema artistico si
maturava: quello di risolvere in assoluta rappresentazione, in «dramma», la pur necessaria presenza della coscienza del dramma,
quello di inventare una unità espressiva di passione e ragione,
di situazione e condizione, di «caso» e simbolo.
La testimonianza della presenza di questo problema e della sua
necessaria proiezione teatrale, ci pare venga offerta da
un’altra di quelle mai scrutate novelle di Pirandello, che
abbiamo chiamato «didascaliche». Questa volta è la strana e
inusitata struttura di Risposta (1912) a fornirci la
documentazione di questo travaglio pirandelliano. La novella è
divisa in tre parti, intitolate:
1 ) Persone, connotati e
condizioni; 2) II luogo e il fatto; 3) Spiegazione.
L’ideale narratore, invitato da un infelice amico a intenderne
il caso (un tradimento d’amore), si predispone a farlo
esponendogli preliminarmente il suo metodo: «Prima, riassumo in
breve i fatti, poi ti espongo, con la franchezza che desideri,
il mio parere». E, in effetti, la prima e la seconda parte
contengono una accurata descrizione della situazione, dei
personaggi, uno ad uno: proprio quello che, nel teatro, è il
contenuto — persone e luoghi — della didascalia. Segue poi la
spiegazione, cioè la maieutica dei significati, l’astrazione e
l’isolamento della ideologia relativistica dalla scomposizione
dei fatti e delle persone. È proprio, se non ci inganniamo, la
ideale preistoria dell’evento drammatico, che di quel travaglio
rappresenterà soltanto il risultato estremo, la condizione
dell’uomo, al di là di ogni scomposizione e ricomposizione di
connotati e di ogni commento chiarificatore.
Non solo dunque nel suo momento osservativo e polemica, ma anche in quello «ragionativo» e di chiarificazione, la narrativa
pirandelliana rivela la sua funzione e destinazione teatrale: e,
all’inverso, il teatro assume una singolare funzione di
definitiva risoluzione espressiva nei confronti della storia
integrale dell’arte pirandelliana.
Era questo, in concreto, il problema della poetica
pirandelliana: un problema antico, nato con lo scrittore, se è
vero che compare, e non altro è il suo significato, in quel
lontano articolo del 1899, L’azione parlata, in cui per
altri aspetti già riconoscemmo un importante incunabulo della
futura poetica teatrale. Appunto là lo scrittore, sostenendo che
«una favola d’indole narrativa, in generale, mal si lascia
ridurre e adattare al congegno delle scene» (una legge che
proprio dall’arte di Pirandello risulterà contraddetta. Ma in
apparenza: che la sua «favola» non era «d’indole narrativa»! ), affermava con
precisione questo fondamentale concetto:
Ogni sostegno descrittivo o narrativo dovrebbe essere abolito
sulla scena. Ricordate la bella fantastica romanza di Enrico
Heine su Jaufré Rudel e Melisenda? «Nel castello di Blaye tutte
le notti si sente un tremolio, uno scricchiolio, un sussurro; le
figure degli arazzi cominciano a un tratto a muoversi. Il
trovadore e la dama scuotono le addormentate membra di fantasmi,
scendono dal muro e passeggiano su e giù per la sala». Ebbene,
lo stesso prodigio operato dal raggio di luna nel vecchio
castello disabitato, il poeta drammatico dovrebbe operare. E non
l’avevan già operato i sommi tragici greci spirando, Eschilo
sopra tutti, una possente anima lirica nelle grandiose figure
del magnifico arazzo dell’epopea omerica? E le figure s’eran
mosse parlando. Dalle pagine scritte del dramma i personaggi,
per prodigio d’arte, dovrebbero uscire, staccarsi vivi,
semoventi, come dall’arazzo antico il signor di Blais e la
contessa di Tripoli.
Ora questo prodigio può avvenire a un solo patto: che si
trovi cioè la parola che sia l’azione stessa parlata, la parola
viva che muova, l’espressione immediata, connaturata con
l’azione, la frase unica, che non può esser che quella, propria
a quel dato personaggio in quella data situazione: parole,
espressioni, frasi che non s’inventano, ma che nascono, quando
l’autore si sia veramente immedesimato con la sua creatura fino
a sentirla com’essa si sente, a volerla com’essa si vuole
[10].
E, insistendo nella pretesa che «un lavoro drammatico dovrebbe
risultar... composto... dai singoli personaggi, nel fuoco
dell’azione», già preannunziava il senso di quella oggettività
tutta particolare che sarà l’ambizione del suo teatro e il
valore dell’arte sua:
Ogni azione e ogni idea racchiusa in essa, perché appariscano
in atto, vive e spiranti innanzi agli occhi nostri, han bisogno
della libera individualità umana, in cui, per usare una frase
hegeliana, si mostrino come pathos motore: bisogno insomma di
caratteri. Ora il carattere sarà tanto più determinato e
superiore, quanto meno sarà o si mostrerà asservito, soggetto
alla intenzione e ai modi dell’artista, alle necessità dello
sviluppo del fatto immaginato, quanto meno si mostrerà strumento
passivo d’una data azione, e quanto più invece farà vedere in
ogni suo atto tutto un proprio essere e, insieme, una concreta
specialità. Poiché i varii e complessi elementi in un carattere
debbono essere fusi in un determinato argomento, imperniati in
una situazione, trovando l’espressione in una fisionomia
essenziale che campeggi per tutto e spinga a determinate azioni
[11].
In effetti, nel teatro, Pirandello cercava la misura più alta
del suo mondo espressivo. E la trovava davvero, non nell’esterno
«espediente» del personaggio che, sostituendosi all’autore, ne
declama le ragioni o ne impersona le funzioni e le intenzioni
esplicative, ma nella qualità interna del personaggio, nella
necessità per la quale l’insopprimibile sete di libertà che è la
sua ragione più profonda coincide con la sua sete di conoscenza,
con la sua inutile interrogazione. Nel personaggio pirandelliano
la intollerabile prigione delle forme si drammatizza nella
sofferenza della forma più intimamente inutile ma pure più
costituzionale del suo caos interiore, la ragione; e tra le sue
illusioni grottesche affiora la sua più risibile e penosa
illusione, la logica vana. In questi momenti, che in gran parte
coprono la cosiddetta superficie razionale, il cosiddetto «artificio» della drammaturgia di Pirandello, la ragione è
passione e condanna dell’uomo, è grido dell’esistere che invoca
l’essere: condizione e insieme tortura del personaggio, e, in
definitiva, funzione della sua azione teatrale.
La ragione è passione-condanna dell’uomo, anzi è la condizione
prima della sua umanità
[12]. Per il
candore di Pirandello questa verità non poteva aver bisogno di
spiegazioni «esterne». Per la critica, e per tanta parte del
pubblico italiano, era una verità troppo vera e sconvolgente per
ottenere la incondizionata fiducia dei consensi
[13].
Da
questa incomprensione nascevano le stupite proteste di
Pirandello, la sua così ingenua meraviglia nel sentirsi accusato
di cerebralismo, la definizione per lui più offensiva e più
lontana dal significato vero della sua arte
[14].
A tal proposito, non è inopportuno ricordare alcuni passi
significativi di un discorso, Teatro nuovo e teatro vecchio
(1922), in cui Pirandello per la prima volta
sistematicamente esprimeva tutto il complesso delle sue ragioni
e anche dei suoi risentimenti, e manifestava una indubbia
consapevolezza del significato rivoluzionario del suo teatro:
Storia vecchia. E non ne avrei fatto parola, se veramente un
po’ da per tutto non si fosse arrivati a tal punto che, per
entrare nel favore del pubblico, non giovi tanto avere un pajo
d’occhi proprii, quanto esser forniti d’un pajo d’occhiali
altrui, i quali faccian vedere uomini e vita d’una certa maniera
e di un dato colore, cioè come vuole la moda o come il gusto
corrente del pubblico comanda. E guaj a chi sdegni o ricusi
comunque d’inforcarseli, a chi s’ostini a voler guardare uomini
e vita a suo modo: il suo vedere, se semplice,sarà detto nudo;
se sincero, volgare; se intimo e acuto, oscuro e paradossale; e
la naturale espressione di questo mondo nuovo apparirà sempre
piena di grandissimi difetti.
Riparlerò di questi difetti. Il più grosso e il più notato, è
stato sempre — in ogni tempo — quello dello «scriver male». È
una pena riconoscerlo, ma tutte le visioni originali della vita
sono sempre espresse male. Così almeno furono sempre giudicate
al loro primo apparire, segnatamente da quella peste della
società che è la così detta gente colta e perbene
[15].
Dall’accenno alla incomprensione, al conformismo della borghesia
e al filisteismo della cultura ufficiale, il discorso passa a
chiarire la qualità umana e poetica dei «problemi» che l’arte
esprime:
Ma i problemi rappresentati in una nuova opera d’arte, no.
Restano e resteranno sempre così come sono stati fissati:
problemi della vita. La loro irriducibilità consiste nella loro
espressione, in quanto è rappresentazione. Pensate ad Amleto:
essere o non essere. Togliete questo problema dalla bocca
d’Amleto, svotatelo della passione di Amleto, concettualizzatelo
nei suoi termini filosofici e, al lume della critica, ci potrete
giocare per tutto il tempo che vi piacerà. Ma lasciatelo lì, su
le labbra di Amleto, espressione viva, rappresentazione in atto
del tormento di quella sua vita, e il problema dell’essere o non
essere, non si risolverà mai, in eterno. E non solo per Amleto,
per lui singolo spirito in un determinato momento della sua
vita, ma per ogni spirito che contempla quella forma di vita e —
questa è l’Arte — la vive. E quei problemi sono, in quella
forma, e saranno sempre, per tutti, problemi della vita. Vivono
dunque così per la forma, per l’espressione.
Possono vivere così perché la loro espressione è raggiunta,
compiuta.
La forma perfetta li ha staccati interamenti, essi vivi, e
concreti, cioè fluidi e indistinti, dal tempo e dallo spazio, e
li ha fissati per sempre, li ha raccolti in sé, lei che è
immarcescibile, quasi imbalsamati vizi.
A tanta distanza di tempo, l’umanità, pur senza averli
risolti, ci s’è placata. È riuscita a porsi in quello stato
di contemplazione estetica per cui li dice belli, pur sentendoli
problemi della vita.
Col senso e col valore che essi hanno assunto, organati a
quel modo, l’umanità può ora contemplarli senza nessuna
angoscia. Sa, è ormai abituata a sapere che, in quella visione
della vita, il mistero appare così. Perché non già il senso del
mistero sgomenta gli uomini, sapendosi da tutti che il mistero è
nella vita: sgomenta il modo nuovo, insolito di prospettarlo
(pp. 235-6).
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Per Pirandello, in realtà, questo carattere
antintellettualistico dei problemi umani che la poesia esprime,
particolarmente nei creatori originali, non è soltanto il
carattere del suo teatro, ma è la qualità istituzionale, il
senso vero di ogni evento teatrale. A questo punto, com’è
evidente, il suo pensiero rivela la inconfondibile ambizione
estetica e universale che ogni poetica contiene, e la sua
immediata proiezione in un conseguente canone di storiografia
ideale. Non solo il teatro moderno — che sorge come reazione
all’intellettualismo, espressione diretta e libera di reali
sentimenti, contrasti, contraddizioni, come critica sociale e
scomposizione dei caratteri ottocenteschi — ma tutto il teatro
europeo nasce, per lui, come irruzione della vita popolare,
dell’elemento antintellettualistico, negli schemi della logica
medievale. È questa l’idea e son queste le parole che aprono
quel rapido ma intelligentissimo excursus storico della
letteratura italiana contenuto nella Introduzione alla
Storia del teatro italiano curata da Silvio D’Amico (Milano,
1936). Il teatro europeo nasce in Italia con la sacra
rappresentazione, e, successivamente, quando i generi teatrali
tradizionali incorporano l’elemento romanzesco:
Cercate un po’ di figurarvi che cosa dev’essere stato, questo
senso del romanzesco, in un mondo che aveva perso la capacità di
muoversi dai concetti intellettuali. La vita: la liberazione dal
puro cervello, divenuto sottile, sempre più distintivo e arido e
astratto a furia di logicizzare (p. 14).
Col romanzesco, gli uomini scoprono l’avventura, il divenire.
Nasce la novella boccaccesca e la inevitabile proiezione
drammatica del suo contenuto «vitale»:
Per dare l’impulso al teatro moderno, per divenire un lievito
adatto a tanto movimento, doveva prima e definitivamente perdere
i suoi frigidi caratteri di dimostrazione intellettualistica...
e, acquistato l’incanto della vita reale e sensibile per merito
di quel gran creatore ch’è -il Boccaccio..., trovare chi lo
portasse di peso, dalla novella, ch’è come lo specchio d’una
coscienza solitaria davanti a un’altra coscienza silenziosa,
quella del lettore, al teatro, cioè in mezzo alla vita sociale,
ligia per sua natura a tutte le convenzioni, comprese quelle
letterarie. È naturale che un tale affrancamento accada prima
nell’individuo isolato, in quelli di più aperta sensibilità,
mentre ancora la collettività è stretta nelle sue regole antiche
e, pur segretamente desiderandolo, teme il nuovo (p. 15).
È importante, qui, la genesi del teatro dalla novellistica, la
rivelazione e oggettivazione di una scoperta già individualmente
operata dalla coscienza del genio solitario; e, soprattutto,
l’indicazione di quel significato culturale, pionieristico, di
illuminazione sociale e civile che il teatro viene ad assumere
nei confronti del pubblico. Tale significato, prima che alla sua
opera, Pirandello attribuisce a quel rivoluzionatore geniale che
più volte egli ha assunto come termine ideale di riferimento: al
Goldoni umile e mite, anch’egli inchiodato alla ricorrente
accusa che la retorica e il buon senso conformistico elevano
contro chi «scrive male», contro cioè chi urta e sconvolge gli
schemi del filisteismo e del placido ozio borghese
[16]; quel
Goldoni, la cui gloria non fu tanto quella, parziale, di ridare
sembiante umano ai tipi della commedia dell’arte (lo avevano già
fatto Shakespeare e Molière), quanto, pirandellianamente, quella
di fondare, in un istintivo processo di scomposizione critica,
la «vena» del teatro moderno:
Fu certo gloria del Goldoni scomporre la fissità delle
maschere dal loro riso ormai artefatto e ridare ai muscoli di
nuovo affrancati del viso umano il riso naturale d’una vita
colta nel giuoco più vivace e, nello stesso tempo, più
squisito... Ma la vita delle sue creazioni, affidate per sempre
al primo linguaggio schietto e nativo che si parli nel teatro,
non deriva dal fatto ch’egli abbia ridato forma, una forma
umana, a quel movimento di maschere e di tipi della Commedia
dell’arte... Il Goldoni ha superato il carattere, e trovato, con
una felicità inarrivabile, con una leggerezza di tocco che
sbalordisce, tutto il volubile, il fluido, il contraddittorio,
il momentaneo della vita in atto, e aperto così, con un colpo di
bacchetta magica, la vena del teatro contemporaneo dalla roccia
in cui erano sbozzati ...i «caratteri» del teatro seicentesco
[17].
È quasi ovvio notare che Pirandello — anche senza volerlo —
parla qui di se stesso e dell’arte sua: l’umanizzarsi
novecentesco dei «caratteri» tradizionali, cioè il loro
sgretolarsi e ricomporsi nel simbolo della condizione umana, è
proprio il valore rivoluzionario del suo teatro.
All’esperienza teatrale, come abbiamo visto, sembrano tendere le
più profonde premesse ed energie della poetica e della ricerca
espressiva di Pirandello. Ora, di tale «proiezione»
drammatica, esiste un punto, un documento nel quale è possibile
cogliere la tensione più esplicita e organica di tutti i motivi
che abbiamo esaminati; e sono i Quaderni di Serafino Gubbio
operatore, il romanzo del 1914-15, prima intitolato Si
gira. È un’altra delle opere pirandelliane su cui la critica
ha sorvolato
[18], ritenendo
forse superflua la utilizzazione di quell’ulteriore summa
di motivi e temi tipicamente pirandelliani cui il romanzo sembra
ridursi a una prima lettura.
Narrativamente Si gira costituisce, a nostro avviso,
l’esperimento più interessante e tecnicamente originale di
Pirandello: quello in cui proprio l’assunzione del diario come
strumento di oggettivazione rende possibile la identificazione
del protagonista con lo scrittore e rende rappresentabili in una
storia unitaria i contenuti dispersi e frantumati
dell’esperienza. La continuità storica e la unità del racconto
non sono dunque nelle vicende e nell’azione dei personaggi,
bensì esclusivamente nel punto di vista della coscienza, nella
struttura ragionativa e diaristica che di quelle vicende e di
quelle azioni frammentarie proietta i simboli e i significati
[19]. La
prospettiva di Serafino Gubbio coincide con la coscienza di
Pirandello: una coscienza volta a ricostruire in altra unità e
continuità rappresentativa ciò che psicologicamente e narrativamente non è più ricostruibile o rappresentabile.
Per questo, laddove gli altri romanzi di Pirandello valgono, a
parte ogni valutazione d’ordine estetico, come luoghi e
documenti della ideologia, Si gira vale soprattutto come
documento di poetica: come testimonianza singolarmente
esplicita, in un contesto pur ricco di risonanza propriamente
artistica, di quell’evento naturale ma pure travagliato che è il
passaggio di Pirandello all’esperienza teatrale.
I termini ideali, l’inizio e la fine,
di questa storia interiore che è la struttura unitaria e la
continuità medesima del romanzo, sono infatti da ricercarsi in
un ambito — prima che di significati tecnici — di puro valore
sentimentale, e autobiografico: là dove si disegna, in un
progressivo accentuarsi di sfumature, un arco di partecipazione
umana che procede dalla pietà relativa alla compassione
assoluta, dal commento doloroso al «silenzio di cosa»:
vogliamo dire, sorvolando i passaggi e anticipando le
conclusioni dell’esame critico, da un sentimento umano a un
sentimento «divino», dalla pietà «narrativa» alla alta e
invisibile pietà del poeta tragico.
Non altro è il valore del mito della impassibilità definitiva,
che Serafino Gubbio persegue dalla prima all’ultima pagina del
romanzo e che lo scrittore — con moderna intuizione — figura
simbolicamente nella impassibilità disumana e meccanica della
macchina da presa. Da essa prende le mosse e in essa si compie
la breve storia e il destino umano del povero operatore:
dapprima sconvolto dalla crudeltà meccanica e paradossale di
quel simbolo della civiltà moderna, poi desideroso di rendersene
degno onde approdare a una insensibilità umana che è l’unica
forma adeguata alle risibili proporzioni della vita d’oggi, e
infine consapevole che in quell’apparente «silenzio di cosa»
si racchiude il significato più alto e umanamente profondo della
sua compassione. Di fronte alla ormai scoperta e irreversibile
condanna dell’uomo, questo romanzo è precisamente la radiografia
della poetica pirandelliana, il suo evolvere da un atteggiamento
di partecipazione attiva al dramma delle sue creature a un
atteggiamento di pura rappresentazione.
Una crisi della pietà, dunque. Tale crisi è figurata, intanto,
nei termini di una concreta situazione psicologica di cui
appaiono esplicite le motivazioni e le circostanze storiche.
Polemico e negativo è infatti l’iniziale significato del mito
della «macchina», e in esso confluiscono quelle tensioni
ironiche e satiriche che fanno di Pirandello la più matura
coscienza, che la nostra letteratura moderna abbia espresso,
della crisi del «sistema» e della corruzione della società
contemporanea. Tutti i primi quaderni del gran diario contengono
appunto, sotto le spoglie di una chapliniana figurazione, la vibrante denuncia
del pauroso vuoto morale in cui rischia di precipitare la civiltà moderna, che
nella mostruosa superfetazione del suo «leviatano», nella disumana e vorace
massificazione della civiltà industriale, riduce a margini
sempre più esigui — e alla fine inconsistenti — i valori etici e
umani della sua storia:
L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li
adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma
anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a
fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è
diventato servo e schiavo di esse.
Viva la macchina che meccanizza la vita!
...La macchina è fatta, per agire, per muoversi, ha bisogno
di ingojarsi la nostra anima, di divorar la nostra vita. E come
volete che ce la ridiano, l’anima e la vita, in produzione
centuplicata e continua, le macchine? Ecco qua: in pezzetti e
bocconcini, tutti d’uno stampo, stupidi e precisi, da farne, a
metterli su, uno su l’altro, una piramide che potrebbe arrivare
alle stelle. Ma che stelle, no, signori! Non ci credete. Neppure
all’altezza d’un palo telegrafico. Un soffio li abbatte e li
rotola giù, e tal altro ingombro, non più dentro ma fuori, ce ne
fa, che — Dio, vedete quante scatole, scatolette, scatolone,
scatoline? — non sappiamo più dove mettere i piedi, come muovere
un passo. Ecco le produzioni dell’anima nostra, le scatolette
della nostra vita! [20].
Ed è una polemica che prosegue lungo tutto il romanzo, e dà vita a scenette
deliziose, dove l’amarezza della protesta si fa libero ritmo figurativo (povere
comparse, interni caotici, dialoghi incomprensibili, e la tigre della «Cosmograph»: in
mezzo a una finzione generale soltanto la sua morte sarà vera. E
la scenetta della carrozzella, quella del violinista folle che
suona alla tigre, finalmente felice); e raggiunge toni di
indimenticabile suggestione appunto quando è vissuta e incarnata
nei frammenti della sua vittima umana, in questi poveri uomini
oppressi e sfigurati dal ritmo assurdo e frenetico della
meccanizzazione, della sete di guadagno, della mondanità e del
lusso, sconvolti e alienati da questa enorme centrifugazione che
è la civiltà del film [21]. L’uomo è la
vittima inconsapevole della sua violenta disumanità: ridotto dal
vertiginoso meccanismo che la sua stessa ambizione ha prodotto
alla non-vita dei gesti inconseguenti, del progresso senza
coscienza
[22].
L’automatismo della sua vita morale rischia di coinvolgerlo in
una — pur salutare e rigenerante — conflagrazione totale:
Guardo per via le donne, come vestono, come camminano, i
cappelli che portano in capo; gli uomini, le arie che hanno o
che si danno; ne ascolto i discorsi, i propositi; e in certi
momenti mi sembra così impossibile credere alla realtà di quanto
vedo e sento, che non potendo d’altra parte credere che tutti
facciano per ischerzo, mi domando se veramente tutto questo
fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in
giorno sempre più si complica e s’accelera, non abbia ridotto
l’umanità in tale stato di follia, che presto proromperà
frenetica a sconvolgere e a distruggere tutto. Sarebbe forse, in
fin de’ conti, tanto di guadagnato. Non per altro, badiamo: per
fare una volta tanto punto e daccapo
[23].
Ma gli altri non sanno. Serafino Gubbio è la coscienza di questo
progressivo vanificarsi dell’uomo, del suo inevitabile destino
di autodistruzione
[24]. E tuttavia
vede negli altri il suo destino: mentre umanamente rilutta a
quella fatale assimilazione che su di lui la macchina compie,
pure lentamente affonda nel gorgo dell’impassibilità,
dell’oggettività insensibile, quanto più la vita lo persuade
della inutilità d’ogni pietà e d’ogni coscienza. Di fronte alla
piccolezza, alla veramente relativa realtà degli uomini, alla
loro incapacità di colmarsi dei sentimenti che per un momento
sembrano animarli o distruggerli, di fronte alla delusione della
vita d’oggi, scaduta balordamente in una condizione servile
rispetto al tiranno meccanico da essa stessa creato, non resta
che «disingannarsi» e «girare»: rappresentare la propria
assenza. Chiudersi nel proprio silenzio appare, più che sfogo o
vendetta, certo l’unico programma possibile: non rimane che
adeguarsi all’assurdo meccanismo, a cui, per vivere, si è
condannati:
Che volete farci? Io sono qua. Servo la mia macchinetta, in
quanto la giro perché possa mangiare. Ma l’anima, a me, non mi
serve. Mi serve la mano; cioè serve alla macchina. L’anima in
pasto, in pasto la vita, dovete dargliela voi signori, alla
macchinetta ch’io giro...
...Non dico di no: l’apparenza è lieve e vivace. Si va, si
vola. E il vento della corsa dà un’ansia vigile ilare, acuta, si
porta via tutti i pensieri. Avanti! Avanti perché non s’abbia
tempo né modo d’avvertire il peso della tristezza, l’avvilimento
della vergogna, che restano dentro, in fondo. Fuori, è un
balenio continuo, uno sbarbaglio incessante: tutto guizza e
scompare.
...Il battito del cuore non s’avverte, non s’avverte il
pulsar delle arterie. Guaj, se s’avvertisse! Ma questo ronzio,
questo ticchettio perpetuo, sì, e dice che non è naturale tutta
questa furia turbinosa, tutto questo guizzare e scomparire
d’immagini; ma che c’è sotto un meccanismo, il quale pare lo
insegua, stridendo precipitosamente.
...In nulla, più in nulla, in mezzo a questo tramestio
vertiginoso, che investe e travolge, bisognerebbe fissarsi.
Cogliere, attimo per attimo, questo rapido passaggio d’aspetti e
di casi, e via, fino al punto che il ronzio per ciascuno di noi
non cesserà
[25].
Ma la polemica contro la massificazione dell’uomo moderno non è
che il momento iniziale, e l’occasione figurativa, della
coscienza di Serafino Gubbio; ben più profondo è il significato
della rinunzia al sentimento e della meccanica impassibilità che
egli crede di sperimentare. La verità è che il romanzo è il
bilancio conclusivo della storia ideologica di Pirandello, e il
documento di una predisposizione ormai matura all’esperienza
teatrale. È il momento in cui lo scrittore consapevolmente
riassume e proietta in una storia simbolica le tappe essenziali
della sua visione del mondo e chiarisce i significati e le
tensioni interne delle sue anteriori esperienze espressive.
Dalla polemica registrazione del crollo d’un mondo storico, la
sua meditazione ha ricavato il senso unitario, irrisarcibile,
della condizione dell’uomo. Ora, dalla universale compassione
che leopardianamente scaturisce dalla conquista dell’«orrido vero»
[26], nasce
appunto questa così significativa esigenza di «sparire»: la
volontà di oggettivare il dramma in creature autonome, in
simboli assoluti.
È questo il valore del «vedere» di Serafino Gubbio, la
chiaroveggenza definitiva con cui, girando la manovella della
sua macchinetta, egli fissa nei suoi simboli estremi lo
spettacolo che la vita gli offre; uno spettacolo di caos e di
perdizione, in cui la qualità meccanica e irrazionale degli
eventi e degli atti umani appare la reincarnazione di una antica
e istituzionale condanna
[27]. Persone
scomposte, irrigidite in una maschera di abitudinaria serenità o
fissate nei connotati del dolore, prede del relativo e
dell’arbitrario, e tutte immerse nell’ansia di aggrapparsi ai
frammenti della loro vita; creature dolci e inconsapevoli,
votate all’angoscia e alla solitudine; gesti incomunicabili,
pensieri sconnessi, sentimenti convulsi, gelosie paradossali,
improvvise evasioni nella dimensione del ricordo, ritorni
amareggiati e dolenti. Nel caos di un mondo fatuo e
meccanizzato, quello del cinema, della dissipazione, del
guadagno, il mondo della civiltà industriale, mistificato,
quell’altro caos si figura: la disgregazione ormai insanabile
della «persona», il suo procedere nell’abisso del relativo.
Nella figura della Nestoroff, la diva enigmatica dal passato
angoscioso, la tigre dolcissima dagli innumerevoli e «relativi» amanti, quel mondo acquista un volto umano. Nella sua
inquietudine e nella indifferenza delle sue avventure, nel suo «non trovarsi» eppure vivere fino all’assurda immedesimazione le
parti del suo copione, si esprime appunto la tragedia dell’uomo:
quel suo inseguire i frammenti di sé, quel suo inutile invocare «gli altri» che l’aiutino a fissarsi, a fermare la corsa verso
la disgregazione:
Resta ella stessa sbalordita e quasi atterrita delle
apparizioni della propria immagine su lo schermo, così alterata
e scomposta. Vede lì una, che è lei, ma che ella non conosce.
Vorrebbe non riconoscersi in quella; ma almeno conoscerla.
Forse da anni e anni, a traverso tutte le avventure
misteriose della sua vita, ella va inseguendo questa ossessa che
è in lei e che le sfugge, per trattenerla, per domandarle che
cosa voglia, perché soffra, che cosa ella dovrebbe fare per
ammansarla, per placarla, per darle pace.
Nessuno, che non abbia visto gli occhi velati da una passione
contraria e l’abbia vista uscire dalla sala di orova dopo
l’apparizione di quelle sue immagini, può aver più dubbi su ciò.
Ella è veramente tragica: spaventata e rapida, con negli occhi
quello stupor tenebroso che si scorge negli agonizzanti, e a
stento riesce a frenare il fremito convulso di tutta la persona
[28].
Questo «vedere» dell’operatore e gli oggetti medesimi della
sua registrazione sono la ragione della struttura e dello stile
del romanzo, che si costruisce per questo su due diverse
dimensioni: sul tempo disorganico, frammentario, della vicenda
esterna, e sul tessuto unitario della storia sentimentale di
Serafino Gubbio che la commenta per l’ultima volta, e anzi dalla
nausea di quel momento invoca una assoluta «sparizione». Dalla
aspirazione meccanica del suo punto di vista deriva quel
procedere a sbalzi della rappresentazione, il costruirsi della
vicenda in un succedersi slegato di fotogrammi, di bagliori
descrittivi, di figurazioni sintetiche. È un procedimento
consapevole, che allinea in una successione disorganica aperture
sceniche, didascalie, elementi propriamente teatrali e filmici,
con sceneggiature punteggiate, comparse, scenari, in cui agisce
sovente quel gusto del retro-teatro, della costruzione
spettacolare che non sarà senza avvenire nella produzione di
Pirandello. Esso insegue la stessa realtà frammentaria dei
personaggi, delle situazioni, in un frammisto ritmo di ricordi e
di ansie, di evasioni e di colorite illusioni meccaniche
[29]. Ma registra
soprattutto il significato della prospettiva di Gubbio, il suo
evolvere dalle dichiarazioni polemiche alle istintive
partecipazioni patetiche, e dalla nausea di queste alla tremenda
liberazione «petrosa» della coscienza, vigorosamente figurata
nel ritmo oggettivo, volutamente e violentemente scenografico,
dell’ultima sequenza:
E io mi misi a girare la manovella, con gli occhi ai tronchi
in fondo da cui già spuntava la testa della belva, bassa, come
protesa a spiare in agguato; vidi quella testa piano ritirarsi
indietro, le due zampe davanti restar ferme, unite, e quelle di
dietro a poco a poco silenziosamente raccogliersi e la schiena
tendersi ad arco per spiccare il salto. La mia mano obbediva
impassibile alla misura che io imponevo al movimento, più presto
più piano, pianissimo, come se la volontà mi fosse scesa —
ferma, lucida, inflessibile — nel polso, e da qui governasse lei
sola, lasciandomi libero il cervello di pensare, il cuore di
sentire; così che seguitò la mano a obbedire anche quando con
terrore io vidi il Nuti distrarre dalla belva la mira e volgere
lentamente la punta del fucile là dove poc’anzi aveva aperto tra
le fronde lo spiraglio, e sparare, e la tigre subito lanciarsi
su lui e con lui mescolarsi, sotto gli occhi miei in un orribile
groviglio. Più forti delle grida altissime levate da tutti gli
attori fuori della gabbia accorrenti istintivamente verso la
Nestoroff caduta al colpo, più forti degli urli di Carlo Ferro,
io udivo qua nella gabbia il sordo ruglio della belva e
l’affanno orrendo dell’uomo che s’era abbandonato alle zanne,
agli artigli di quella, che gli squarciavano la gola e il petto;
udivo, seguitavo a udire su quel ruglio, su quell’affanno là, il
ticchettio continuo della macchinetta, di cui la mia mano, sola,
da sé, ancora, seguitava a girare la manovella; e m’aspettavo
che la belva ora si sarebbe lanciata addosso a me, atterrato
quello; e gli attimi di quell’attesa mi parevano eterni e mi
pareva che per l’eternità io li scandissi girando, girando
ancora la manovella senza poterne fare a meno, quando un braccio
alla fine s’introdusse tra le sbarre armato di rivoltella e tirò
un colpo a bruciapelo in un’orecchia della tigre sul Nuti già
sbranato; e io fui tratto indietro strappato dalla gabbia con la
manovella della macchinetta così serrata nel pugno, che non fu
possibile in prima strapparmela. Non gemevo, non gridavo: la
voce, dal terrore, mi s’era spenta in gola, per sempre
[30].
Qui il mostruoso processo è compiuto. La realtà terrificante
dell’uomo, quell’incongruente fenomenismo dei suoi pezzi di
vita, diventa oggetto di una rappresentazione assoluta,
testimonianza senza tempo. E la coscienza, condotta a
quell’estremo limite dalla progressiva rivelazione di un
fallimento totale — di cui la storia dell’oggi rappresenta
l’ultimo atto, il feroce inasprirsi di una legge assoluta della
vita — diviene muta, spaventosa chiaroveggenza:
Ora basta. Voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è
questo; e nel senso che dò alla mia professione, voglio
seguitare così — solo, muto e impassibile — a far l’operatore.
La scena è pronta?
— Attenti, si gira...
[31].
La impassibilità di Serafino Gubbio rappresenta la definitiva
conquista della compassione pirandelliana, l’approdo di un
iter sentimentale che si definisce tutto e si risolve
nell’ambito della pietà. L’impulso conoscitivo, istintivamente
operante nel primo sguardo stupito del giovane scrittore, ha
suscitato un’esigenza di comprensione e di chiarezza; ma chi ha
compreso la miseria della vita (senza coglierne sino alla ultima
conseguenza la qualità storica, e dunque la possibilità
dialettica), non può più medicare, può affinare soltanto i suoi
strumenti di conforto, fino a viverli nella misura più alta,
nella più disinteressata delle partecipazioni. Pirandello si
allontana per sempre dalla scena delle sue creature, dalla
spiegazione del loro dramma. Ma in questo silenzio, in questo
distacco, che brucia tutti gli inganni e risolve in
testimonianza-denuncia il suo sentimento della vita, è la
condizione ultima e più grande della sua arte:
Se sapeste come sento, in certi momenti, il mio silenzio di
cosa! E mi compiaccio del mistero che spira da questo silenzio a
chi sia capace d’avvertirlo. Vorrei non parlar mai; accoglier
tutto e tutti in questo mio silenzio, ogni pianto, ogni sorriso;
non per fare, io, eco a quel sorriso; non potrei; non per
consolare, io, il pianto; non saprei; ma perché tutti dentro di
me trovassero, non solo dei loro dolori ma anche e più delle
loro gioie, una tenera pietà che li affratellasse almeno per un
momento
[32].
NOTE
1.
Uno stimolante invito a una ricerca di questo genere formulava B.
Tecchi, nell’articolo Pirandello, dalle forme narrative al teatro
(1937), ora in Officina segreta, Caltanissetta, 1957.
2.
luntri:
barca speciale
attrezzata per la pesca
ai pescespada.
3.
Tragedia d’un
personaggio, in Novelle per un
anno,
p. 716.
4. «Veramente, più che
rimedio o ricetta, era
un metodo, questo del
dottor Fileno, che consisteva nel leggere da mane a sera libri di storia e nel
veder nella storia anche il presente, cioè come già lontanissimo nel tempo...
Con questo metodo s’era liberato d’ogni pena e d’ogni fastidio, e aveva trovato
— senza bisogno di morire — la pace» (Ibid., p. 715).
5.
Ibid., p. 717. Com’è
noto, queste parole
torneranno identiche nei
Sei personaggi.
6.
Novelle per un anno,
II, pp. 1128-30.
7.
Ibid.,
p. 1131.
8.
Se non in
una visione organica del
problema, tuttavia tale
carattere della
didascalia pirandelliana
è stato notato da L.
Ferrante, nel
vol. Pirandello (Firenze, 1958).
9.
La
critica pirandelliana si
è fermata di solito alla
lettera del mito del «personaggio senza autore»: credendolo o una
delle tante trovate
della fantasia
pirandelliana, o una
formula teatrale
esclusiva dei Sei
personaggi (ma, per
tutte le interpretazioni
tradizionali e per la
loro unilateralità, cfr.
il nostro saggio Ragione ideologica e
proiezione drammatica
del personaggio senza
autore (nel «Convivium», 2, 1962).
Quel mito invece, come
abbiamo cercato di
chiarire, ha un
significato ideologico e
organico che non si
intende se non se ne
cerchi la formazione
nella storia di
Pirandello. Circa la
presunta «esistenza
autonoma» del
personaggio, è
interessante notare che
la sua prima e incerta
formulazione è molto più
antica di quanto la
critica abbia creduto:
risale addirittura a un
articolo del 1899, L’azione-parlata, nel quale sembra
scaturire, come esigenza
di poetica generale,
dalla occasionale
polemica contro
l’intellettualismo e
l’allegorismo dei
personaggi dannunziani:
«...l’arte è la vita e
non un ragionamento;
partire da un’idea
astratta o suggerita da
un fatto o da una
considerazione più o
meno filosofica, e poi
dedurne, mediante il
freddo ragionamento e lo
studio, le immagini che
le possano servire da
simbolo, è la morte
stessa dell’arte. Non il
dramma fa le persone, ma
queste il dramma. E
prima d’ogni altro
dunque bisogna avere le
tersone: vive, libere,
operanti. Con esse e in
esse nascerà l’idea del
dramma, il primo germe
dove staran chiusi il
destino e la forma; che
in ogni germe già freme
l’essere vivente, e
nella ghianda c’è la
quercia con tutti i suoi
rami»
(Saggi:…, p. 982).
10.
Ibid.,
pp. 981-2.
11.
Ibid., pp. 983-4.
12.
Cfr., a
questo proposito, il bel
saggio di E.
Bentley, Pirandello’s Joy and Torment, nel vol. In Search of Theater, New York, 1954 (una
delle letture più felici
del teatro
pirandelliano). La
qualità umana e
istituzionale del «ragionare» della creatura pirandelliana è ben intuita
dal Bentley, anche se non ricondotta a una visione generale del problema e della
storia di Pirandello: «He believed that the
essentially human thing
was not merely to live,
as the beasts do, but
also to see yourself
living, to think.
Thinking is a function
of human life» (p.
289). Dello stesso critico si
vedano le osservazioni
pirandelliane sparse nel
volume The Playwright
as Thinker, New
York, 1955.
13.
Sulle
reazioni iniziali del
pubblico e della critica
italiana, una
precisazione opportuna è
fornita da A. Fiocco,
nel vol. Teatro
italiano di ieri e di
oggi, Bologna 1958.
Il Fiocco ricorda anche
come, tra tante
incomprensioni, non
mancassero a Pirandello
adesioni significative:
prima e più notevole fra
tutte quella di P.
Gobetti (vedine
ora i giudizi in Opera critica, vol.
II,
Torino 1927.
14.
Valga
tra tutte la ironica
protesta che Pirandello
elevava contro le solite
accuse di «cerebralità», nella Prefazione
ai Sei
personaggi. Ma si
ricordino anche le tante
interviste e
dichiarazioni
pirandelliane sparse in
riviste o nei noti «omaggi» pubblicati in
occasione della morte
dello scrittore. Ne
riporta molti passi il
Ferrante, nel
vol. citato.
15.
Saggi...,
p. 228.
16.
«La
gente colta adora chi le
dà, in qualche modo
impensato, proprio quel
che le hanno insegnato
ad aspettarsi, e in
fondo non ama l’arte più
di quanto l’amino i
filistei... Ben per
questo la coltura (così
intesa) è assai più
pericolosa del
filisteismo: si dà
l’aria di star dalla
parte dell’artista; ha
lo charme del suo
gusto squisito, e può
corrompere perché può
parlare con un’autorità
negata ai filistei
......E perché Carlo
Goldoni scrive male? Ma
perché le sue
espressioni, per
determinare una nuova
visione della vita,
dovevano per forza
stonare con quelle che
erano negli orecchi di
tutti, già composte, già
studiate e perciò bell’e
chiare, che con un po’
d’ingegno e di buona
volontà, ognuno, santo
Dio, poteva dargli un
bellissimo garbo. E
quello sgarbataccio d’un
Goldoni...»
(Introduzione alla Storia del teatro italiano a
cura di S. D’Amico, Milano, 1936, p. 29).
17.
Ibidem, pp. 24-25.
Sulla disgregazione dei
caratteri comici
tradizionali, non già in
Goldoni, ma in
Pirandello, si vedano le
belle pagine
pirandelliane di E.
Levi, nel voi. Il comico di carattere
da Teofrasto a
Pirandello, Torino
1959.
18.
Non se
ne dimenticano i due
critici in certo modo
più esaurienti di
Pirandello, lo Janner e il Di
Pietro, già
ricordati. Ma il primo
non sospetta neppure
questa qualità di «poetica» che a noi
sembra fondamentale; e
il secondo allude solo
en passant alla
significazione teatrale
della impassibilità di
Gubbio.
19.
In
questo è propriamente la
differenza che separa,
per questa parte, Si
gira dal Fu
Mattia Pascal, che
pure, adottando la
narrazione in prima
persona, sembrerebbe
fondarsi su una uguale
tecnica compositiva.
Quello era il romanzo in
cui l’uomo, al di là
della implicita
partecipazione dello
scrittore, era da questo
condotto a sperimentare
in proprio un cammino di
disgregazione che dalla
illusoria evasione
sociale lo portava a
scoprire la sua condanna
di creatura esiliata.
Questo è invece la
rappresentazione di una
vicenda oggettivamente
discontinua, non d’un
processo di rivelazione
ma di una disgregazione
già sperimentata e
accettata.
20. Tutti i romanzi,
p. 1112.
21.
La
polemica, si badi, non è
contro il nuovo
strumento di
espressione, ma contro
la civiltà che lo
asservisce e lo deforma
a suo comodo; e, come
vedremo, più in
particolare, contro
l’aberrazione
naturalistica che le
prime poetiche del
cinema ingenuamente
riproponevano.
Pirandello non nutrì mai
preconcetti nei riguardi
del film in sé. Se non
bastassero a provarlo le
molte riduzioni
cinematografiche,
autorizzate, di sue
opere, e Sogno {ma
forse no), che è una
vera e propria
sceneggiatura
cinematografica,
concepita secondo un
preciso linguaggio
filmico, lo proverebbe a
sazietà, e con notevoli
spunti d’interesse,
l’articolo Se il film
parlante abolirà il
teatro (del 1929,
ora in Saggi...). Qui lo scrittore imposta
con rara acutezza il
problema; e, negando che
il teatro possa morire,
afferma che il film
morrà se non cesserà di
«copiare» la
letteratura. Esso ha in
sé il suo linguaggio, il
movimento delle
immagini:
«Bisogna che
la cinematografia si
liberi dalla letteratura
per trovare la sua vera
espressione e allora
compirà la sua vera
rivoluzione. Lasci la
narrazione al romanzo, e
lasci il dramma al
teatro... Si liberi
dalla letteratura e
s’immerga tutto nella
musica... Io dico la
musica che parla a tutti
senza parole, la musica
che s’esprime coi suoni
e di cui essa, la
cinematografia, potrà
essere il linguaggio
visivo. Ecco pura musica
e pura visione» (pp.
1001-2).
22.
«Nessuno ha tempo o modo d’arrestarsi un momento a considerare, se quel
che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che
soprattutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella
quale solamente potrebbe trovar riposo...» (Tutti i romanzi, p.
1109).
23.
Ibid., p. 1110. Si
ricordi l’analoga
immagine di cosmica
distruzione con cui si
chiude La coscienza
di Zeno. In realtà,
per molti aspetti, la
posizione di Pirandello
è accostabile a quella
di Svevo, l’altra grande
coscienza italiana del
Decadentismo.
24.
«Un
signore, venuto a
curiosare, una volta mi
domandò: — Scusi, non si
è trovato ancor modo di
far girare la manovella
da sé?
...Sorrisi e risposi: —
Forse col tempo,
signore. A dir vero, la
qualità precipua che si
richiede in uno che
faccia la mia
professione è
l’impassibilità di
fronte all’azione che si
svolge davanti alla
macchina. Un meccanismo,
per questo riguardo,
sarebbe senza dubbio più
esatto e da preferire a
un uomo. Ma la
difficoltà più grave,
per ora, è questa:
trovare un meccanismo,
che possa regolare il
movimento secondo
l’azione che si svolge
davanti alla macchina.
Giacché io, caro
signore, non giro sempre
allo stesso modo la
manovella... Non dubito
però, che col tempo...
si arriverà a
sopprimermi. La
macchinetta... girerà da
sé. Ma che cosa poi farà
l’uomo quando tutte le
macchinette gireranno da
sé, questo, caro
signore, resta ancora da
vedere» (ibid.,
pp. 1111-2).
25.
Ibid.,
pp. 1113.
26.
Non
diverso c’è sempre
sembrato il senso della
carriera sentimentale
del Leopardi: che,
proprio sul fondamento
di una conquista
intellettuale
dell’orribile vero
(prima elusa in un
privato autocompianto e
in un programmatico odium hominis), matura la poetica della
compassione e della
solidarietà universale.
Anche in questo punto,
le parole del grande
poeta («non tanto io
cerco mordere ne’ miei
scritti la nostra
specie, quanto dolermi
del fato. Nessuna cosa
credo sia più manifesta
e palpabile, che
l’infelicità necessaria
di tutti i viventi...
perché non mi ha da
esser neppur lecito di
dolermene apertamente e
liberamente, e dire, io
patisco?... se mi
dolessi piangendo...
darei noia non piccola
agli altri, e a me
stesso, senza alcun
frutto. Ridendo dei
nostri mali, trovo
qualche conforto; e
procuro di recarne
altrui nello stesso
modo... Dicono i poeti
che la disperazione ha
sempre nella bocca un
sorriso. Non dovete
pensare che io non
compatisca
all’infelicità umana»:
Timandro e Eleandro) coincidono
straordinariamente con
le amare parole di
Pirandello: «E allora io, che in fondo sono di buon cuore, li compatisco. Ma
è mai possibile il compatimento di certe sventure, se non a patto che se ne
rida? Orbene, i personaggi delle mie novelle vanno sbandendo per il mondo, che
io sono uno scrittore crudelissimo e spietato. Ci vorrebbe un critico di buona
volontà, che facesse vedere quanto compatimento sia sotto a quel riso» (Tragedia
d’un personaggio).
27.
«le bestie hanno in sé da natura solo quel tanto che loro basta ed è
necessario per vivere nelle condizioni, a cui furono, ciascuna secondo la
propria specie, ordinate; laddove gli uomini hanno in sé un superfluo, che di
continuo inutilmente li tormenta, non facendoli mai paghi di nessuna condizione
e sempre lasciandoli incerti del loro destino. Superfluo inesplicabile, che per
darsi uno sfogo crea nella natura un mondo fittizio, che ha senso e valore
soltanto per essi, ma di cui pur essi medesimi non sanno e non possono mai
contentarsi, cosicché senza posa smaniosamente lo mutano e rimutano, come quello
che, essendo da loro stessi costruito per il bisogno di spiegare e sfogare
un’attività di cui non si vede né il fine né la ragione, accresce e complica
sempre più il loro tormento, allontanandoli da quelle semplici condizioni poste
da natura alla vita su la terra, alle quali soltanto i bruti sanno restar fedeli
e obbedienti» (Tutti i
romanzi, p. 1115).
Sembra la leopardiana
teoria del piacere, e ne
è in effetti la versione
novecentesca: perduto il
senso della vita, l’uomo
moderno si brucia in una
inchiesta senza approdo,
sfoga il suo «superfluo» in costruzioni senza
principio. È ormai il
maturo dramma dell’uomo
di Pirandello, che già
conosciamo, che già
animava le grandi
novelle di questo
periodo. Ma qui è
ripreso con la
consapevolezza di
fondare una nuova
poetica e una nuova
esigenza di
rappresentazione.
28.
Ibidem,
p. 1139.
29.
La
nostra prospettiva, nel
tentativo di non
disperdersi, sacrifica
purtroppo l’analisi
delle pagine più belle
del romanzo. Si
ricordino almeno: tutta
la storia del violinista
silenzioso, e
soprattutto la
bellissima sequenza
della morte (pp.
1180-1); la dolce Casa
dei nonni, pausa lirica
della giovinezza di
Gubbio (quaderno II),
poi più volte
ripresa, in un
procedimento di memoria
lirica, in molti luoghi
del romanzo.
30.
Ibid.,
pp. 1279-80.
31. Ibid.,
p. 1281.
32.
Ibid., p. 1179. Che
sia questo il
significato della
impassibilità perseguita
da Gubbio risulta anche
da un altro passo; dove
egli, lamentando la sua
incapacità di «disinteressarsi» del
tutto, pare proprio
esprimere il travaglio
che segna il passaggio
dalla narrativa al
teatro, dal
racconto-commento alla
assoluta
spersonalizzazione: «Ho
ragione di credere...
che la realtà ch’io dò
agli altri corrisponde
perfettamente a quella
che questi altri danno a
se medesimi, perché
m’industrio di sentirli
in me come essi in sé si
sentono, di volerli per
me com’essi per sé si
vogliono: una realtà,
dunque, al tutto
’disinteressata’. Ma
vedo intanto che, senza
volerlo, mi lascio
prendere da questa
realtà, la quale, così.
com’è, mi dovrebbe
restar fuori: materia, a
cui dò forma, non per
me, ma per se stessa; da
contemplare» (ibid., p. 1193).
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