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con lettere inedite di Pirandello a Tilgher*
da
Biblioteca dei
Classici Italiani
I.
Nel 1926 Arrigo Cajumi, tracciando una parabola dei primi venticinque anni
del secolo, scriveva: «E da due altri scrittori si può prendere congedo,
Panzini e Pirandello. Gli ultimi anni, del resto, hanno favorito il distacco, e
la loro parabola ascendente è terminata. Essi appartenevano ad una vecchia
generazione: fioriti in ritardo, avvizziscono prestissimo. Hanno avuto sul tardi
gli onori e i riconoscimenti che meritavano per un’opera quasi interamente
compiuta prima della guerra. Pirandello scriveva allora, fra un’indifferenza
feroce, delle novelle degne di Verga e di Maupassant;nPanzini tracciava le sue
pagine più delicate.
La farandola postbellica, e l’opera di una critica entusiasta hanno
portato in primo piano i due scrittori. |
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Ma il mondo del teatro di Pirandello era già, in fatto e in potenza,
nelle sue novelle e nei suoi romanzi, e non ricevette che una
trattazione tecnicamente diversa, e del resto magistrale.
Venne però il giorno in cui il meccanismo teatrale prese la mano a
Pirandello, e le suggestioni di una critica teorizzatrice
l’ossessionarono, e la discesa incominciò. Anche per lui si ripete
il problema di D’Annunzio, e non crediamo la risposta sia diversa.
Egli è un vigoroso e talora eccellente scrittore: la materia
dell’arte sua è stanca». Sostanzialmente, vedeva bene. Nel 1926 il
critico militante poteva davvero prender congedo da Pirandello. La
fama dello scrittore, fiorita in ritardo, doveva presto avvizzire; e
stanca era la materia dell’arte sua. Ma quando Cajumi scriveva, si era al centro di quel
clamoroso decennio che fece di Pirandello un autore alla moda: e non era
difficile ad un critico vigile ed acuto come il Cajumi scorgere, negli
entusiasmi e negli atteggiamenti stessi che suscitavano la fama dello scrittore,
il germe della mortale indifferenza che doveva succedere; quell’indifferenza
stessa che circondò Pirandello quando più urgente e continua era la sua forza
creatrice. Ci sono momenti in cui molti diseredati spirituali che vivono le
avventure dell’intelligenza in un senso tutto balneare e salottiero, credono di
essere riusciti a mettere effettivamente piede, e da conquistatori, in qualche
marca di confine o addirittura in qualche ricca provincia del pensiero o della
poesia.
Lo abbiamo visto recentemente con l’esistenzialismo. Pirandello segna,
con la sua esteriore fortuna, uno di questi momenti. Avviene come quando, in
provincia, i guitti giungono con Shakespeare sul cartellone. Amleto, e i guitti
lo sanno, garantisce la punta più alta degli incassi. Il medico condotto, il
maestro di scuola, l’usciere municipale e il barbiere (peraltro, e sotto tutti
gli altri riguardi, persone rispettabilissime) sanno che per una sera avranno
l’emozione di scoprirsi «intelligenti». I monologhi di Amleto,
come uno stupefacente, apriranno agli occhi di questa brava gente uno splendido
continente sconosciuto: «il brivido del pensare» diramerà, delizioso come
un solletico, nei corpi opachi; aiuterà la digestione e consegnerà più presto al
sonno delle teste stanche di pensare. Naturalmente, Shakespeare non può
farci nulla. Nè Pirandello poté impedire che «il brivido del pensare»
scendesse per le reni di tutti i diseredati spirituali d’Europa e d’America.
L’atteggiamento sociale, di
tensione e di frenesia, che colpisce opere come Amleto o come quelle di
Pirandello, non ha niente da vedere con la vera e sana popolarità. Schiettamente
popolari sono le opere di Verdi: e segnano un caso veramente unico. La
dichiarazione di Henry Ford (quello delle automobili) ai giornalisti, che
Benedetto Croce riprende nel suo saggio su Pirandello, coglie giusto, ma in
parte e superficialmente (e Croce avrebbe dovuto accorgersene). «Io non sono competente in
fatto di letteratura; però sono dell’opinione che con lui si possa fare un
affare eccellente: i suoi lavori si adattano ad un vasto pubblico: il Pirandello
è l’ uomo del popolo, almeno io sono di questo avviso: egli non è per gli
intellettuali: ragione per cui si è in me radicato il proposito di finanziare
una sua tournée in America. Voglio dimostrargli che con lui si possono
guadagnare dei milioni». Si guadagnano dei milioni anche con Sartre e con Camus:
ma ciò non toglie che Camus e Sartre siano scrittori per gli «intelligenti». E poi bisogna distinguere: c’è
popolarità e popolarità. C’è la popolarità dei Due sergenti e c’è quella
di Amleto. Esteriormente il fenomeno si presenta indifferenziato: ma se
ne scendiamo un po’ a fondo, vedremo che il popolo capisce i Due sergenti,
ma non capisce Amleto: di fronte ad un’opera come Amleto «finge
di capire». Fingere di capire è delizioso: si va a sentire un’opera, a
vederla sulla scena, come quando si prende una droga che ci permetta per ore o
per attimi di crederci o di essere quello che non siamo.
Questa «drogatura» ha fatto fiorire e marcire una fittizia fama
dell’opera pirandelliana.
Momento senza dubbio deteriore,
che nocque più che giovare all’opera e all’artista; ma da cui non si possono
cavare le illazioni. crociane, la sillogistica sicurezza per cui, dato il fatto
che i gusti della platea non coincidono con quelli degli intelligenti e che
Pirandello più incontra il favore di quella che l’approvazione di questi, è
legittimo concludere «che gli intelligenti, che non si sono mai persuasi del
tutto della solidità della sua arte, manifestano a più riprese la loro poca
fiducia nella durevolezza di questa fortuna». E si intende che il giudizio non
tocca della fortuna tutta esteriore e transitoria, ma della fortuna che risiede
nella virtù stessa dell’opera, nell’intima forza che le assicura universale
sopravvivenza. Nella popolarità di Pirandello, Croce vide insomma la prova più
evidente della validità del suo giudizio.
A scanso di equivoci, è bene chiarire che il «fingere di capire» cui si
atteggia una platea, un pubblico, nei riguardi di un’opera, è un movimento
generalmente inconscio, che solo approssimativamente definiamo con la parola
«fingere». Man mano che si sale dagli strati sociali bassi a quelli più
alti, la finzione si fa meno inconscia: finché si giunge alla stratificazione
prima, che è quella del pubblico delle «prime» e dei salotti letterari,
dei finanziatori di premi e degli acquirenti di quadri: tra costoro si giunge
alla suprema e cosciente ipocrisia nei riguardi dell’arte e di qualunque artista
Pirandello o Eliot, Picasso o Moore. L’ipocrisia inconscia degli strati più
bassi si muove invece quando l’artista giunge al teatro o al cinema e quando ci
sono in esso delle vibrazioni «filosofiche». Manzoni nota come la parola
«poeta» valga per gli umili del suo romanzo a designare un caposcarico,
un cervello balzano. Così è ancora. Ebbene, tutto ciò che toglie al poeta, il
popolo lo riserva al filosofo. Un gran senso di reverenza accompagna l’uomo cui
questa designazione tocca, che spesso altro non è che un misantropo della specie
più comune. La parola «filosofo» ha significato molto vasto; ma un più
ristretto e un più proprio significato ha invece la parola «filosofia»: e
la si pronuncia, con eguale reverenza, a indicare una concezione pessimistica
della vita, o comunque dubitosa e travagliata. Chi gode buona salute ha bisogno
di sentire intorno a sé qualche ammalato: ecco il fascino della filosofia. Una volta tanto l’uomo sano,
grosso - granitico, direbbe Flaubert - vuol porsi nella condizione del
tribolato. Una finzione, un istrionesco gioco di contrari. Prende una sorta di
vaccinazione, si immunizza una febbre leggera transitoria piacevole. E la
soddisfazione di aver pensato. Il popolo non conosce poeti, ma filosofi. Della
poesia, anche di quella che egli stesso è capace di esprimere, non ha nozione nè
rispetto.
Così, basta una formula come «essere è apparire» o «conflitto tra la
Vita e la Forma» a fare la popolarità di un autore. Per gente più raffinata
basta un solo «ismo». Gli «ismi» hanno tanto intorbidato le acque,
alimentato tanta diffidenza, rovinato tanta brava gente: e oggi, al posto di
nitide e spaziate costruzioni, abbiamo sotto gli occhi un paesaggio di arrendi
alveari. Il pirandellismo, dunque. Un
mondo di poesia viene consunto e calcinato fino al punto da estrarne delle
filosofiche ceneri. A queste ceneri il vasto pubblico applaude; e il critico si
volta dall’altra parte. Così incenerito, Pirandello diventa «l’uomo del
popolo», come dice Ford; lo scrittore per un pubblico grosso e, come
Manfredi, viene a lume spento inumato di fuor dal regno della critica crociana.
C’era, naturalmente, nell’opera pirandelliana il pericolo di una tale filosofica
consunsione. Molti gangli di determinate opere, i più congestionati e scoperti,
generavano a momenti una silenziosa autocombustione. Si ritrovavano distrutti; e
l’insieme, disarticolato e cascante. Pirandello, nei suoi momenti meno felici,
fece del pirandellismo. Dalla lirica disperazione ed urgenza che scaturiva dal
terrore di sentirsi disintegrato in un feroce gioco di specchi, dal sentimento
acutissimo di quella solitudine di siciliano che poi vorrà spiegare nel suo
discorso su Verga, lo scrittore ripiega a volte su una linea di riflessione
pseudofilosofica, quasi che nel lineare moto lirico insorgessero delle
traumatiche annodature. La sua fortuna giunta tardi, avvizzita presto, va
ricercata appunto in questi cedevoli aspetti della sua opera e in quella critica
teorizzatrice che cominciò a discorrere di problemi; a condensare, come oggi si
dice, contenuti; a cavare formule. E se questa fortuna avvizzì, come doveva
avvizzire, una fortuna meno frenetica, meno entusiastica, ma, più solida e
definitiva è da venire. Ai critici che teorizzando si
esaltarono e a quelli che implacabilmente non consentirono, sfuggì questa
essenziale, chiara e persino ovvia verità che dobbiamo al Debenedetti: il
disastro di chi cerca, ha detto un bello spirito, è che finisce sempre col
trovare. Sulla faccia esterna della sua opera, Pirandello mostrava quella che si
chiama una «filosofia»; e la critica sotto, a dare una traduzione, una
divulgazione letterale di quella «filosofia». Che poi non era se non
un’astuzia della Provvidenza: il materiale isolante che permetteva a Pirandello
di maneggiare il fuoco bianco del suo nucleo poetico e umano. Mancò insomma la
critica vera... È semplice come l’uovo di
Colombo; ma bisognava pensarci. Evidentemente, non ci pensò Benedetto Croce e
non ci pensò Adriano Tilgher: i quali, trovandosi a considerare Pirandello da
punti di vista opposti, finiscono paradossalmente con il vedere la stessa cosa:,
un Pirandello filosofo o pseudofilosofo. E bisogna aggiungere che tanto più il
Tilgher si affannò a cercare in Pirandello una filosofia, tanto più veniva a
confermare il giudizio di Croce sulla pseudofilosofia. Così diversa era la loro
concezione estetica che quanto Tilgher ammetteva veniva a rafforzare la
negazione dell’altro; e viceversa. Una terza forza, per servirci del gergo
politico corrente, nella critica su Pirandello, mancò fino al famoso discorso di
Bontempelli, cui seguì l’acuto, impareggiabile saggio del Debenedetti. Singolari
e felicissime intuizioni ebbe Antonio Gramsci: ma purtroppo soltanto ora che i
suoi Quaderni del carcere e le sue disperse cronache drammatiche entrano
nel nostro orizzonte bibliografico. Ma qui non non vogliamo tracciare un quadro
completo ed esauriente di quella che è stata la critica su Pirandello. Più che
un saggio critico, o di critica della critica, noi vogliamo tracciare un saggio
sul costume, giungere al centro di quella ossessione di cui dice molto
giustamente il Cajumi: «le suggestioni di una critica teorizzatrice
l’ossessionarono». Ora, la critica teorizzatrice è
sopratutto rappresentata da Adriano Tilgher: gli altri non hanno fatto altro che
rimasticare la formula tilgheriana, riducendo quel che ancora in Tilgher era
genialità, impeto di scoperta e pubblica autorità (un’autorità che nessun
critico drammatico può più sognare di avere) a qualcosa di povero e di
balbettato. La soggezione di Pirandello a Tilgher, e poi i suoi inutili
tentativi di ribellione, sono quanto di più curioso si possa immaginare. In
Pirandello, Tilgher trovò il suo «caso»: in un autore operante provò come
in corpore vili la validità delle proprie teorie estetiche; o, per essere
esatti, credette di provare. E se Pirandello gli dovette la sua contingente
fortuna, bisogna pur dire che ancora gli deve quel grosso equivoco che pesa
sulla sua opera.
Silvio D’Amico ci informa sulla prima opinione che Tilgher ebbe di Pirandello. Nella
Concordia del 12
luglio 1916 Tilgher stroncava Pensaci, Giacomino!: «L’arte del Pirandello... è
arte di ozio e di divertimento, senza contenuto profondo, senza serietà morale,
senza interessamento vivo allo spirito e ai suoi problemi.. Gli sciocchi possono
scambiare per profondità il sorriso ironico di Pirandello sui suoi personaggi,
ma chi ha buon gusto non si lascia ingannare...»
E c’è da meravigliarsi, se poi fu
lo stesso Tilgher a scrivere che in questa commedia «mai la relatività delle
costruzioni umane, l’esistenza di un diritto e di una ragione che di fronte al
comune diritto e alla comune ragione appaiono, e debbono apparire, assurdo e
follia era stata sostenuta con violenza più acerba, più aperta, più lucidamente
logica».
Ma qualcosa di simile accadde anche a D’Amico, a Gramsci e a Renato Serra. E
forse dalla suggestione della critica di Serra è nata in molti critici questa
«prima impressione» su Pirandello, che in alcuni è rimasta rigida e
definitiva, come vedremo. Nel 1913, in una panoramica delle lettere italiane che
resta anche oggi in gran parte valida, Renato Serra intruppò Pirandello con
Bontempelli, Ojetti, Pastonchi, la Guglielminetti e la Prosperi (!), creando tra
loro una confusionaria democrazia ottica: «non c’è pagina che si stacchi
dalle altre, nè scrittore che spicchi dalla pagina». Certo, se dimentichiamo questa
specie di gruppo fotografico che ci dà l’impressione più di una riunione
sindacale che di una collocazione critica, il particolare cenno che Serra fa di
Pirandello ci apparirà di sicura finezza: «C’è per esempio,
un’intenzione di realismo più penetrante nel Pirandello, con una ricerca di
particolare umili duri e silenziosamente veri, che dovrebbero far scoppiare i
contrasti della pietà e dell’umorismo...». Ma l’errore prospettivo c’era, e
gravissimo. Al centro della narrativa 1913 stava il Panzini; che è certo
delizioso scrittore, ma che col tempo non crediamo debba far più spicco di un
Dossi (il giudizio di Cajumi non fa una grinza). Errore che il Pancrazi, dopo
circa un trentennio, ha avallato senza una sia pur lieve esitazione.
Nell’inchiesta che tre anni fa la Rai pose tra gli uomini di cultura sui
«dieci libri da salvare» in un eventuale conflitto atomico (un po’ per celia
e un po’ per non morir) su undici interrogati soltanto due hanno creduto di
dover salvare qualcosa di Pirandello: e il Pancrazi, che doveva tirare le
conclusioni della inchiesta, non si contentò di una già così magra quotazione, e
vibrò il colpo di grazia: «E dò molto volentieri due voti a Panzini perché
vada un grado sopra a Pirandello...». In questo critico apparentemente
così sereno, così aperto e cordiale, c’erano in realtà degli irrigidimenti
incredibili, delle testarde esclusioni (di un altro siciliano ci pare non abbia
mai scritto: di quel Savarese le cui qualità avrebbero dovuto entrare nella
sfera delle sue immediate preferenze).
L’opera di Pirandello era «quasi interamente compiuta prima della guerra»,
come ben dice il Cajumi: ma è appunto la guerra il fatto che modifica o
addirittura rivolge l’atteggiamento della critica. Pirandello viene «scoperto
dopo un buon quarto di secolo dacché lavorava e pubblicava. Come mai tanto
ritardo? Probabilmente, perché egli era arrivato con un buon quarto di secolo
d’anticipo» (D’Amico). È la guerra che crea le condizioni effettuali per
capire Pirandello; son gli uomini che tornano dalla guerra che spasmodicamente
avvertono il dissolversi del loro principio d’identità, la tragica
disintegrazione dell’io, il pazzo gioco di specchi intorno alla loro
individualità mutila. L’orrore di cui erano stati protagonisti, il sangue la
menzogna la bestemmia cui un cieco diritto li aveva votati: tutto ciò affiorava
ora alle loro coscienze, nel silenzio della cosiddetta pace. Un incubo, una
lucida ossessione. Ti si dà un fucile, un’uniforme, un piastrino col numero; e
ti si getta tra il fango, tra il sangue, uccidere ed essere ucciso. I ministri
del diritto ti dicono che il diritto splende sulle tue bandiere; i ministri
della fede ti dicono che anche la fede vi splende, e benedicono il tuo fucile. E
dall’altra parte ci sono uomini, numeri, cui sono state dette le stesse cose. E
la carneficina continua, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro: finché ti
si viene a dire che basta, che il diritto è stato ristabilito, la fede è salva,
tutti gli uomini fratelli. Così si ritorna a casa. Ma che cosa è la casa, gli
affetti che la compongono, io stesso che vi ritorno? Sono quello di prima, o un
altro? E gli altri chi sono?
C’è anche il fatto che la nostra cultura comincia nel dopoguerra a
europeizzarsi, a liberarsi dalle strettoie provinciali, a guardare con occhi,
certo ancora non acuti, a quello che accade fuori; ma è soprattutto quel che
accade nel cuore dell’uomo a render l’opera di Pirandello patrimonio essenziale.
In una Europa da dagherrotipi, comoda, tranquilla, appena venata da qualche
brivido sociale, tutta emozionata da scoperte archeologiche e da reali giubilei,
Pirandello intravide la feroce e grottesca maschera di un mondo convulso,
impazzito. Qualcosa di simile accadeva ad un altro grande spirito: l’americano
Edgar Lee Masters. Nessuno ha finora pensato quanto «pirandellismo» (ci
si perdoni per una volta questa parola) sia nella Spoon River Anthology,
quale pirandelliano inferno sia nelle confessioni di quei morti. Masters
racconta che fu da una visita di sua madre, che gli raccontava le chiacchiere e
i pettegolezzi di Lewstown, che gli venne la spinta decisiva a raccontare la
vita vera, di persone prese nel giro implacabile di un destino. Una illusione,
come si vede: ma quel che importa è che la «comédie humaine» di Masters
tradisce, nel risultato, la illusione suscitatrice. Vere quelle vite? Ma per
chi? Se per loro, morti, non c’è «il mondo della verità», se non c’è
possibilità di un incontro e di un dialogo nella «verità»? Guardate quel
morto in battaglia: «Io fui il primo frutto della
battaglia di Missionary Ridge. Quando sentii la pallottola
entrarmi nel cuore - mi augurai di esser rimasto a casa e finito in prigione -
per quel furto dei porci di Curl Trenary, invece di fuggire e arruolarmi. Mille volte meglio il
penitenziario - che avere addosso questa statua di marmo alata, e il piedistallo
di granito - con le parole «Pro Patria». - Tanto, che vogliono dire?». È,
direbbe Pirandello, un pensionato della memoria, un povero insofferente
pensionato della memoria nazionale. Ma nella tomba accanto, una donna afferma:
no, Knowlt Hoheimer non andò in guerra per quel furto di porci; andò perchè si
accorse che più non lo amavo. Un eroe; un ladro; un deluso d’amore. Knowlt
Hoheimer sembra gridare la verità: ma non è che la «sua» verità; non più forte
di quella di Lydia Puckett che gli giace accanto e di quella che gli pesa
addosso con la statua di marmo alata. Così è per tutti i morti che si allineano
nel cimitero di Spoon River - e per tutti i vivi. E c’è l’uomo che intese in
senso pirandelliano «il dovere del medico» e che la società condannò; e c’è
l’ubriacone che si trova ad avere una degna tomba e invita i prudenti a tener
conto «delle controcorrenti nel mondo», cioè delle «verità» rivali; e c’è l’uomo
che ha una sua «verità» sulla vita, la più vera di tutte, quella che Pirandello
fissò in una novella da cui mosse l’interpretazione tilgheriana: La trappola. «Alla fine ci siete - ma si sente un passo: - l’orco, la Vita, è entrato -
(stava aspettando e ha udito la molla scattare) - per guardarvi mordicchiare il
formaggio stupendo, - e fissarvi coi suoi occhi ardenti. - e accigliarsi e
ridere, beffarvi e ingiuriarvi, - mentre correte su e giù per la trappola. -
Finché la vostra angoscia lo secca».
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Ma non è qui luogo per tentare un più minuzioso accostamento. Abbiamo solo
voluto dire che la tragica visione pirandelliana andava già generandosi come un
presentimento, anticipando una realtà che la guerra doveva tragicamente
evidenziare nella coscienza di ognuno
[1].
Non sembrerà dunque strana l’indifferenza che circondò l’opera pirandelliana
prima della guerra; nè strano il fatto che molti critici abbian dovuto ritornare
sul loro giudizio, modificandolo in parte o totalmente. Incidentalmente, diciamo
che c’è ancora un fatto di «simpatia» tra la Spoon River Anthology e l’opera di
Pirandello; il punto da cui entrambe scaturiscono, l’ispirazione prima: la vita
di un paese con le sue atroci maldicenze, i suoi pettegolezzi, la pena di una
vita vissuta dentro l’occhio sempre aperto e implacabile degli «altri». |
[1] Se inforcassimo gli occhiali di Tilgher,
del «pirandellismo» allo stato puro troveremmo in tante altre operedi scrittori
tra loro lontanissimi, nate negli anni intorno alla prima guerra mondiale: e,
tra l’altro, nell’opera di Proust. Si veda, per esempio, in Albertine disparue. |
Come Sherwood Anderson intitolò il suo più bel libro Winesburg, Ohio, tutta
l’opera di Pirandello potremmo intitolare Girgenti, Sicilia: e tanto Spoon River
quanto Girgenti sono, per il vigore del sentimento e dell’intelligenza che le
assunsero nel mondo della poesia, il «nostro» paese, Our town (e giocando coi
titoli, siamo giunti alla famosa commedia di Wilder che in Italia, chi sa
perché, abbiam conosciuta col titolo di Piccola città e che felicemente
testimonia di influssi pirandelliani e mastersiani, assimilati da un
temperamento artistico raffinatamente composito in cui il fondo più autentico è
dato da una serenità spinoziana).
Per circa un quarto di secolo, Pirandello sfuggì dunque alla comprensione della
critica. Nel dopoguerra, ecco la scoperta: frenetica entusiastica appassionata.
Senza il teatro, forse il nostro scrittore non avrebbe registrato punte così
alte e così agitate di successo: ma forse oggi saremmo in grado di scoprirlo
veramente, di serenamente rivalutarlo. Croce e i crociani, non mutarono, è vero,
il loro parere: e forse l’eccessivo clamore impedì loro una più tranquilla
disamina. Era difficile, tra le turbate acque della nostra letteratura,
conservare il robusto buon senso di un Cajumi, uomo non legato alla professione
di canoni estetici irrigiditi.
Temperamento meno irruento ed esclusivo, Silvio D’Amico era stato più prudente
nel suo primo giudizio su Pirandello. Più violento era stato, come abbiamo
visto, Tilgher; il quale, quando cominciò a intravedere nell’opera
pirandelliana, realizzata in fantasmi d’arte, quell’inquieta filosofia che
andava perseguendo, con eguale violenza si lanciò in un’appassionata esaltazione
dell’opera.
Ne nacque un caso e un equivoco, degno di essere attentamente seguito. Tilgher
aveva della genialità, una lucida forza espositiva, un’acutissima capacità di
estrarre sintesi concettuali e formule indubbiamente suggestive da qualsiasi
opera gli capitasse tra mano. E genialmente intuì come nell’opera di Pirandello
si realizzasse il luogo geometrico di tutta l’inquietudine dell’ora, il dramma
dell’uomo d’occidente. Gli bastò riconosce «uno stato d’animo essenzialmente
cerebrale» e cogliere qualche considerazione sulla vita, la morte e la società
per fissare una costellazione da far risplendere sul nuovo teatro, per
stabilirne con sicurezza la rotta.
Crommelynck e Sarment, e qualche altro che oggi appare dovesse piuttosto far da
zavorra che da dioscuro, entrarono nella barca del nuovo teatro. Fu una
splendida navigazione; una bella avventura della critica drammatica (quella
specificatamente letteraria non fu di spiriti così avventurosi): Ma per
giudicarla tale, occorre un po’ guardarla con un metodo, ne conveniamo,
inconsueto alla critica letteraria: guardarla cioè come si guardano certi
momenti della storia che, nella loro apparente serenità e linearità e perfezione
di vita, nascondono gli errori e le storture di domani - e vanno guardati per
quel che allora apparivano, e non per quel che impercettibilmente nascondevano e
che poi perniciosamente esplose. Così facendo, riconosciamo senz’altro a Tilgher
il merito di avere «aperto le finestre», di aver portato nel nostro teatro
quell’entusiasmo, quella intelligenza un po’ euforica, quell’avvertitissimo
senso del nuovo che, dopo una greve parentesi di anni in cui scioccamente si
pretese anche per il teatro una produzione autarchica nazionale, abbiamo visto
risvegliarsi nel 1945, e fino ad oggi mirabilmente continuare.
Ma la brillante avventura tilgheriana doveva presto concludersi, dopo aver
consegnato ai pubblici europei ed americani un Pirandello inchiodato ad una
formula - e un Pirandello che faceva del pirandellismo.
II.
Adriano Tilgher ebbe del critico un’immagine vaticinante solenne demiurgica. «Il
critico, dunque, pone o propone all’artista dei problemi da risolvere. Meglio:
si attende dall’artista che li risolva, e, attendendolo, glieli espone. Glieli
espone perché la vita li ha posti a lui ed egli crede che debba porli e li abbia
posti all’artista degno di questo nome. Quei problemi non sono, dunque,
esteriori all’intimità dell’autore come il tema del maestro lo è all’intimità
del discepolo. Essi sono posti o imposti dalla vita stessa all’autore e al
critico. È la Vita stessa che nell’una e nell’altro li pone a sé medesima, che
nell’uno e nell’altro si atteggia come problema. L’artista non ha certo bisogno
di aspettare che il critico glieli formuli, quei problemi, per conoscerli: se è
un vero artista, li sperimenta e se li formula da sè. Ciò non esclude che un
critico acuto possa illuminare un autore in cerca di se stesso su quello che è
il suo vero problema e contribuire a precisargliene i termini, chiarendogli ciò
che confuso e inespresso gli si agita dentro, suscitando e sprigionando le
energie latenti in lui... Il critico non è l’uccello di Minerva che spiega le
ali a sera quando il lavoro della giornata è finito e la gente è andata a letto:
è il gabbiano che vola sulle ali del vento e annuncia la tempesta che sale
all’orizzonte».
Aggiungeva: «Non si nega il pericolo insito nella critica così
compresa: che, cioè, possa cristallizzarsi in formule precise e in base a queste
esaltare o stroncare. Ma quali cose umane non sono esposte al pericolo della
degenerazione? I critici dei critici vi porranno riparo».
La cristallizzazione
in formule precise (precise per come apoditticamente vennero annunciate;
riguardo all’opera interpretata, invece, piuttosto approssimative) fu proprio
quel che gli accadde con Pirandello: e il pericolo fu tutto, come vedremo, dalla
parte di Pirandello. E un’altra cosa non pensò Tilgher, enunciando la sua teoria
sulla critica: al pericolo che un giorno il critico fosse il politico, che la
Vita, invece che parlare con la bocca del critico comunemente inteso, parlasse
con quella dell’uomo politico. L’uomo politico, e lo sappiamo bene, può ad un
momento costituirsi critico, nel senso più rigoroso e legittimo. In un
determinato sistema politico, quando un uomo solo presume di poter dar Forma
alla Vita che si agita confusa ed informe, quando un uomo solo ritiene di poter
risolvere per tutti il problema che la Vita pone, quale migliore maggior critico
di costui?
Con Pirandello, intanto, Tilgher trovava il suo «caso». Ecco come, nel 1940,
egli fa il punto dei suoi rapporti, rapporti da critico ad autore, con
Pirandello: «La formula oggi, a diciotto anni di distanza dalla pubblicazione
del mio saggio, è diventata ormai una formulata, che si ripete da tutti
dimenticando, o fingendo di dimenticare, colui che la formulò per primo. A
leggere certi critici di Pirandello, verrebbe fatto di credere che quella
formula si trovi ad apertura di pagina nelle opere di Pirandello, che basti
sfogliarle per darci di naso sopra. Eh no! Quella formula non si trova affatto
nelle opere di Pirandello anteriori al mio saggio (1922), e ad inventarla in
quei termini fui proprio e solo io. Naturalmente non la cavai dal nulla; se
l’inventai in quei termini, adattando al mondo di Pirandello la terminologia
filosofica di Georg Simmel, fu perché mi parve (come mi pare) che quei termini
fossero eccellenti a caratterizzare in modo sintetico e perspicuo il centro del
mondo pirandelliano; me ne diedero l’addentellato alcune frasi pirandelliane
sparse qua e là (nelle novelle La trappola, La carriola, Pena di vivere così
ecc.) ma, insomma, la formula come tale è mia e non è per niente affatto di
Pirandello, e mio il merito, o demerito, di avere in essa additato il centro, il
perno, l’asse della intuizione pirandelliana della vita. Quella formula,
Pirandello l’adottò «e la fece sua».
Ecco come la teoria tilgheriana della critica incontrò il «caso» tipico. O forse
la teoria nacque in Tilgher dall’avere incontrato quel caso? Il fatto è che le
premesse teoriche del Tilgher si realizzarono in pieno, e a spese dell’autore.
Ma è meglio lasciar parlare ancora Tilgher:
«Pirandello era un grandissimo scrittore ed io un modestissimo critico, tuttavia
io avevo la pretesa di valere per me e non pel riflesso che della gloria di
Pirandello potesse cadere su me. Perciò non intervenni mai per protestare o
correggere o rettificare le infinite volte in cui si stampò o si disse o si fece
dire a Pirandello che egli non accettava l’interpretazione che io avevo data
della sua opera, la rifiutava, la rinnegava. Qui, mi limito a constatare che,
qualunque cosa Pirandello pensasse della mia interpretazione, è un fatto che
nelle innumerevoli conferenze con cui preludiava alla recita delle sue opere e
nelle sue opere stesse successive alla pubblicazione del mio saggio, egli espose
la sua intuizione della vita e del mondo con le stesse precise parole e formule
del mio saggio. Si dica quel che si vuole: è un fatto che senza quel mio saggio
Pirandello non sarebbe mai giunto a tanta chiarezza sul suo mondo interiore ; è
un fatto che senza quel mio saggio, Pirandello non avrebbe mai scritto Diana e
la Tuda.
Ma dopo questo innocente sfogo permesso alla mia vanità, sono il primo a
riconoscere, e l’ho già riconosciuto nella terza edizione dei miei Studi sul
teatro contemporaneo del 1928 (p. 252) che per Pirandello sarebbe stato molto
meglio che quel mio saggio egli non l’avesse mai letto. Non è mai troppo bene
per un autore acquistare coscienza troppo chiara di quello che è il suo mondo
interiore. Ora, quel mio saggio fissava in termini così chiari e (almeno a
tutt’oggi) così definitivi il mondo pirandelliano, che Pirandello dové sentircisi come imprigionato dentro, donde le sue proteste di essere un artista
e non un filosofo (e chi aveva mai detto altrimenti? io mi ero limitato a dire
che per capire la sua arte bisognava rendersi conto esatto della sua intuizione
della vita e del mondo, della sua filosofia) e i suoi tentativi di evasione. Ma
più cercava di evadere dalle caselle critiche in cui io lo avevo collocato e più
ci si serrava dentro. Duello drammatico cui io assistevo in silenzio e da
lontano, astenendomi dal vederlo, dal frequentarlo, dal parlargli, dal parlarne,
dallo scrivergli e (dopo il 1928) dallo scriverne. Rispettavo così il giusto
orgoglio del grande scrittore senza rinnegare di un punto le mie convinzioni di
critico».
In verità la storia non è così lineare come Tilgher la espone; né il «caso» è
soltanto letterario. Nel saggio da cui abbiamo tratto le affermazioni essenziali
(Le estetiche di Luigi Pirandello, nel mensile Raccolta del gennaio 1940), Tilgher dice che ancora non riteneva opportuno «narrare la storia veridica e
rigorosamente documentata» dei suoi rapporti con Pirandello. C’è quindi qualcosa
che tace e che, nonostante il nostro tentativo di metter le mani in quella
documentazione che prometteva, non crediamo si riuscirà pienamente ad
illuminare.
III.
Chi scorre la biografia del Nardelli, vedrà Pirandello come un modesto e timido
uomo, alieno da ogni mondano rumore, riservato e senza ambizioni, spregiante la
ricchezza e il successo. È, senz’altro, una immagine falsa.
Nell’Almanacco
Bompiani 1938 troverete la riproduzione di un foglietto sul quale Pirandello
scrisse una cinquantina di volte la parola «pagliacciate», a macchina; e sullo
stesso foglietto il figlio Stefano annotò: «Oggi 9 novembre 1934 mio padre
scriveva a macchina su questo foglietto mentre i fotografi e i cinematografisti
lo riprendevano in posa (data del conferimento del premio) Nobel)».
Nasce nel
lettore una immediata considerazione: perché ha accettato il premio? Mentre i
fotografi lo riprendevano «in posa», egli sceglieva un’altra posa battendo sui
tasti quella parola, una posa che riteneva più coerente a quel suo mondo
espresso in opere d’inchiostro.
È stato detto che di fronte alle tante parole che D’Annunzio disse, sta
esemplare il silenzio del Verga. Ora, di questo silenzio verghiano, Pirandello
non è proprio l’ideale consegnatario e prolungatore, come comunemente si può
credere.
Muore Verga, e D’Annunzio parla ancora (e quello che dice!). E comincia a
parlare anche Pirandello. Parla di sè, della sua opera; fornisce o corregge
interpretazioni; e, quel che è peggio, entra con un gesto clamoroso, teatrale,
da scena madre, nel politico vortice che nel 1924 sommuove e intorbida le acque
della storia d’Italia. E continua a parlare: e molte cose dice che mai avremmo
voluto sentire da lui; cose di cui le ossa di Vittorio Alfieri certamente
fremettero.
Il tempo, questo politico tempo di risentimenti e di odi, potrebbe far apparire
stonato o equivoco quel che noi diciamo. Ma se abbiamo interrogato qualche
fascicolo di vecchie lettere, se qualche centinaio di ingialliti fogli di
giornali è passato sotto i nostri occhi, soltanto una serena intenzione di
capire ci ha spinto. Le domande che a Pirandello abbiamo rivolte attraverso
queste vecchie carte, non sono, direbbe Sainte-Beuve, «le più estranee alla
natura dei suoi scritti».
Il punto in cui cominciamo ad avere delle curiosità sulla vita di Pirandello, è
quello che nella biografia del Nardelli vien liquidato in tre righe, pagina 259,
capitolo Tra la metafisica e una villa. «Il fascismo attraversava una tragica
ora; un tempo di defezioni e di fuggi fuggi. Fu proprio allora che Pirandello si
iscrisse al partito».
È bene avvertire, una volta per tutte, che Pirandello ha
«parlato» anche col Nardelli, che la biografia di costui è cioè direttamente
ispirata dal biografato. Ora, se Pirandello ha voluto contrarre in tre righe un
tale momento della sua vita, una ragione ci deve essere. Non fosse per le
dichiarazioni rese al Cremieux («On a écrit quelque fois que j’étais un des
precurseurs du fascisme. Dans la mesure où le fascisme a été le refus de tante
doctrine préconçue, la volonté de s’adapter à la réalité, de modifier son action
à mesure que cette réalité se modifie, je crois qu’on peut dire que j’en ai été
un des précurseurs... Il faut des Césars et des Octaves pour qu’il puisse
exister des Vergiles»: Le journal, Parigi 1 dic. 1934), diremmo che già allora
(1932) Pirandello si preparava a morire «nudo».
«Al ritorno dagli Stati Uniti», scrive Nardelli, «Luigi trovò la patria in
subbuglio».
In questo caos Pirandello non ha esitazioni; manda un telegramma a
Mussolini e chiede l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista. Telesio Interlandi, redattore de
L’ impero, corre a intervistarlo (23 settembre 1924): ne cava un buon corsivo,
buonissimo per i tempi che corrono. «Chiunque abbia avuto dimestichezza con il
grande commediografo sa che egli è, per natura, un antidemocratico, un nemico
dichiarato d’ogni ideologia intessuta di immortali principi... Pirandello ha
spiegato il suo atto con una sola parola: Matteotti... atto che aveva
sconcertato gli avversari del Fascismo, in ispecial modo quelli che cianciano di
una presunta incompatibilità tra Fascismo e Intelligenza».
Pirandello ha parole
di disprezzo per l’opposizione e suoi capi, non perdona a Mussolini l’aver dato
loro molta importanza, l’averli, in effetti, «creati». Interlandi finisce
giocando con la formula «Vita-Forma» per spiegare come «il grande commediografo
sia lo spirito più adatto a intendere e amare l’essenza attivistica del
Fascismo». Le parole di Pirandello contro, l’opposizione, toccarono direttamente
Giovanni Amendola, che rispose su Il mondo (25 settembre) con un violento
corsivo (non firmò: e, a quanto pare, nella polemica che seguì, il corsivo venne
attributo ad Alberto Cianea): Un uomo volgare. Dice, lo Amendola, come
Pirandello aspirasse alla nomina a senatore e, non essendo riuscito ad entrare
nella senatoriale infornata che proprio in quei giorni si pubblicava, avesse
mascherato la sua delusione e mostrato indifferenza e disinteresse tributando
fede al fascismo. E non può, Amendola, trattenersi dal vibrare un colpo proibito
e, in un certo senso, sbagliato: «È così questo povero autore, che peregrinò
vent’anni in cerca di fama - come uno dei suoi personaggi... in cerca di autore
e che finalmente trovò il suo autore e l’inventore della sua più generosa
valutazione non troppo lontano dal bersaglio odierno dei suoi strali sine ictu...».
Il colpo, ripetiamo, è sbagliato: intendendo nominare Adriano Tilgher, critico
drammatico del suo giornale, Amendola commetteva due errori: primo, ritenendo
che un autore debba bruciare al suo critico, e sia pure questo critico l’unico
che abbia ben compreso la sua opera, un inesauribile incenso di gratitudine, e
su tutte le are; secondo, implicitamente offendendo Tilgher attribuendogli una
valutazione «generosa». Ma forse intendeva dire, invece che generosa, sbagliata:
e Tilgher spiegherà poi che sempre Amendola ha giudicato Pirandello «infinitamente inferiore alla sua fama».
Per la prima volta, dunque, Tilgher viene, considerato l’inventore, l’autore
della fama di Pirandello; e abbiamo già visto come poi Tilgher si considerò
qualcosa di più: addirittura il creatore di Pirandello, del Pirandello che viene
dopo la sua interpretazione.
Il corsivo di Amendola suscitava una protesta, promossa da Antonio Beltramelli,
Massimo Bontempelli, Alfredo Casella, Silvio D’Amico, Cipriano Efisio Oppo: i
quali si ribellarono «alla torva manifestazione di parte» che dall’adesione di
Pirandello al fascismo ha tratto occasione per «vilipendere la pura figura
morale dell’uomo insigne». La protesta (ingenuità o provocazione?) viene inviata
a Tilgher per una firma di adesione: e su Il Mondo (28 settembre) Tilgher
risponde: «Non l’adesione al fascismo, sic et simpliciter, ma l’attacco violento
che egli ha sferrato contro l’opposizione e, specificatamente, contro il capo
dell’opposizione costituzionale, alle idee del quale Il Mondo si ispira, ha
attirato a Luigi Pirandello gli attacchi da voi deplorati, e che vanno
evidentemente diretti non al Pirandello commediografo puro e semplice, ma al
Pirandello uomo politico... Perciò, mentre qualunque iniziativa diretta ad
onorare Luigi Pirandello artista mi ha, e mi avrà sempre, toto corde partecipe,
sono obbligato ad astenermi dall’aderire alla vostra iniziativa che, nella più
favorevole delle ipotesi, non distingue abbastanza l’artista Pirandello da
Pirandello uomo di parte, e di una parte che non è la mia, e che, anche pei nomi
dei proponenti, mi ha tutta l’aria di una manifestazione più politica che
artistica. Voi potrete cancellare questa impressione che in me, e non in me
solo, ha suscitato la vostra iniziativa associando a Luigi Pirandello, Roberto
Bracco e Sem Benelli, che anch’essi videro, e precisamente da giornali di parte
fascista, dimenticato l’onore e il rispetto penosamente conseguito il giorno in
cui, all’infuori del loro lavoro di artisti e di studiosi, si permisero di
manifestare la loro fede politica. E né Bracco né Benelli avevano mai prima
violentemente attaccato gli uomini dell’altra parte».
Quello che ci sorprende in questa risposta di Tilgher è l’affermazione che
l’attacco di Amendola è stato tutto rivolto all’uomo di parte e non all’artista.
Da un uomo così moralmente rigido e preciso ci saremmo aspettata una risposta
più franca. Ma forse il fatto è che qualche dubbio sulla propria «generosità»
cominciava a insinuarsi nella sua coscienza critica.
Quel gentiluomo inglese che, abbonato al Times, leggeva ordinatamente il suo
giornale col ritardo di qualche anno, sapeva quel che faceva. Lontana, ormai
conclusa e dimenticata, la polemica che dalla nota di Amendola si allarga in
concentriche onde - dai grandi giornali ai giornali di provincia e poi ai
giornali esteri ci appare oggi, serenamente guardata, ricca di un qualche
significato durevole. Ecco il Corriere d’Italia di Roma (26 settembre):
l’anonimo corsivista non vuol guastarsi con nessuno, si stupisce e dell’adesione
di Pirandello al fascismo e dell’attacco del Mondo allo scrittore, e conclude:
«Adriano Tilgher ha scoperto, in un certo senso, Luigi Pirandello agli italiani
e, dicono i maligni, a Pirandello stesso, il quale continuava a ripetersi
ancora, di fronte alla creazione del critico: Ma sono io o sono Tilgher?; quando
la fanfara fascista lo ha distratto dall’angoscioso problema...».
|
Questa piccola
dose di veleno nascosta nella coda, ci dice oggi molto di più di quanto potesse
allora dire al lettore del Corriere d’Italia. Ma non tutti i giornali furono
capaci di assumere questo tono garbato e insieme maligno. I più si lanciarono
violentemente nella mischia. D’Amico, Bontempelli, Ojetti, Alvaro: il piccolo
caso diventa, nei titoli giornalistici, prima un «carnevaletto» e poi un
«affaire». E il Sancio Pancia, foglio umoristico romano, commenta:
«d’altro non
si discute e si discorre, - per ogni dubbio torre, - su chi mai nacque prima: -
se Tilgher (uovo) o Pirandello (gallina)...».
Finalmente, il 3 ottobre,
Pirandello si fa vivo
[2]: dice che, a
saperlo, avrebbe sconsigliato agli amici la pubblica protesta, li ringrazia e
conclude:
«Chi mi conosce sa che non sono un uomo volgare».
Ma ormai gli echi
della polemica vanno accendendo i fogli di provincia e Sicilia eroica
malinconicamente ricorda una dichiarazione di Pirandello a Villaroel, pubblicata
dal Giornale d’Italia:
«Sono apolitico: mi sento soltanto uomo sulla terra. E,
come tale, molto semplice e parco; se vuole, potrei aggiungere casto...»
[3].
Ciò che ha attirato la nostra attenzione su questa polemica è quel suo carattere
che vorremmo dire «strabico». È vero che molto spesso coloro che polemizzano
finiscono con l’allontanarsi dal centro d’origine della loro discussione; ma in
questo caso lo strabismo polemico è molto più evidente e curioso. Non è
l’adesione al fascismo, i consigli da «3 gennaio» di Pirandello e il conseguente
attacco di Amendola che restano al centro dell’interesse generale, ma il
rapporto Pirandello-Tilgher, l’inconsueta forma che per loro, per entrambi, ha
assunto il rapporto tra autore e critico.
Scherzando, il Sancio Pancia ha colto
benissimo; e, malignando, benissimo ha colto Il Corriere d’Italia.
In questo
senso: che il Pirandello vulgato, quello che avrà la popolarità di cui abbiamo
già detto, e il Pirandello secondo, quello delle opere successive al saggio di Tilgher, cominciano già ad apparire creazioni tilgheriane. E abbiamo visto come
questa convinzione è già maturata nella coscienza del Tilgher, nelle conclusioni
del 1940.
Adriano Tilgher ebbe un carattere duro intransigente bilioso. I suoi amici, che
pur l’amarono, ne sanno qualcosa. Egli aveva foggiato un Pirandello a sua
immagine e somiglianza: perciò l’adesione di Pirandello al fascismo dovette
sconvolgerlo. Dichiarò di esser sempre disposto a distinguere l’uomo
dall’artista, e di esser sempre pronto ad onorare l’artista. Ma è troppo
chiedergli che, negli anni che seguono, egli faccia fede a questa sua
dichiarazione del ’24. Nel 1927 sulla rivista Humor che si pubblicava a Roma,
Tilgher teneva una rubrica, anonima, di frecciate letterarie.
Ecco nel numero
del 1° giugno una nota su Diana e la Tuda: |
[2] Il 24 settembre. Pirandello aveva però
inviata a Interlandi una lettera di chiarimento relativamente al suo punto di
vista, espresso nell’intervista, sulla soppressione della stampa avversaria (v.
Almanacco Bompiani. 1938).
[3] Che la cosiddetta ideologia pirandelliana
non avesse niente a che fare con la cosiddetta ideologia fascista, Pirandello
stesso certamente riconobbe negli anni che seguirono. Ma fu un uomo troppo
debole per rischiare qualcosa contro il regime: scrisse la novella Qualcuno
ride, che gli fu perdonata, ma sempre, e l’abbiamo visto nelle dichiarazioni a Crémieux del ’34, professò fede fascista. La rappresentazione della sua
Favola
del figlio cambiato, musicata da Gian Francesco Malipiero (Roma, Teatro
dell’opera, 24 marzo 1934), con l’aperta ostilità dei fascisti che provocò, fu
per Pirandello (e lo ricorda Malipiero) un colpo gravissimo. Ma il più grande
atto di protesta contro il fascismo, Pirandello lo fece da morto.
«Quell'uomo
nel punto supremo del suo destino terreno, affermò di poter essere libero
finalmente nella morte. Fu una cosa che tutti sentirono, anche se non se ne
spiegarono il valore profondo di riparazione a ogni possibile errore o
debolezza».
(Corrado Alvaro, sul Corriere della sera del 22 dic. 1946). |
«L’ultima tragedia di Luigi Pirandello, Diana e la Tuda, rappresentava la lotta
della Forma con la Vita, con sconfitta della Forma (Sirio) presa alla gola dalla
Vita (Giuntano) e strangolata. Sappiamo che l’illustre scrittore ha sul telaio
altre tragedie:
in una è la Forma che strangola la Vita;
in un’altra Forma e Vita si strangolano a vicenda;
in una terza Forma, Vita e Autore sono strangolati dal pubblico, ecc. ecc.».
E qui, poco male: in forma paradossale e umoristica traduce quel che è stato il
suo giudizio di critico drammatico. Ma segue un’altra frecciata, meno legittima
e più acre:
«E un’altra tragedia ho sul telaio, signore! - ci confidò all’orecchio Luigi
Pirandello. - Un’altra tragedia, la più tragica di tutte, la tragedia delle
tragedie! Tragedia originalissima e vera, signore, vera più della stessa verità.
Immaginatevi, signore, un uomo avido di vivere, di godere, di amare, e che dalla
sorte iniqua è condannato a passare i giorni facendo il professore con uno
stipendio di fame. Il suo talento di artista è misconosciuto, le sue novelle o
non trovano editore o non trovano lettori, la sua sete di vivere e di godere non
ha di che saziarsi, la giovinezza amabile tra cui vive non ha occhio per l’uomo,
non vede in lui che il professore pedante e barboglio. Quest’uomo, condannato a
una vita miserabile e tapina, si rode dentro, si cava l’anima come una talpa, e
giunge a una concezione pessimista degli uomini, a una visione tragica della
vita. Egli scrive romanzi e drammi in cui si esprime questo suo nuovo senso
della vita, ed essi hanno un successo enorme e grandioso. A lui ormai sulla
soglia della vecchiezza, piovono di colpo a diluvio, a grandinate, onori,
ricchezza, fama. Le belle donne mostrano finalmente di accorgersi di lui, lo
guardano, gli sorridono, gli si offrono. E nell’anima attristata di lui scende
finalmente un raggio di luce. La vita gli par bella, amabile, degna di esser
vissuta. Egli vorrebbe cantare la gioia, l’amore, la vita. E no, non lo può.
Egli è onorato, celebrato e pagato perché faccia il pessimista, l’uccello di
malaugurio, e canti l’orrore e la malinconia di vivere. Egli ha così bene
cantato la fame e la sete, che tutti si sono commossi, gli han portato da
mangiare, e lo hanno impinzato a scoppiare. Ora che ha la pancia gonfia come un
tamburo vorrebbe cantare per una volta le delizie del chilo, e no, non può.
Sazio deve cantare lo strazio del digiuno. Naturalmente, lo canta contro genio e
lo canta male. E allora tutti lo chiamano esagerato, esaurito, limone spremuto.
I suoi libri non si vendono più, le sue commedie fanno dei forni. Le belle donne
non lo guardano più in faccia e ne dicono corna. Ed egli si vede minacciato di
tornare a digiunare perché, sazio, non sa più cantare lo strazio del digiuno.
Ditemi, signore, ditemi, conoscete voi una tragedia più tragedia di questa, la
tragedia dell’uomo che quando è digiuno, digiuna perchè è digiuno, e quando è
sazio è minacciato di tornare a digiunare perchè non sa cantare lo strazio del
digiuno?
Scusi, Maestro, l’indiscrezione, ma che, per combinazione, scusi, sa, fosse,
questa, una tragedia autobiografica?».
Qui è Tilgher che ha bisogno di essere compreso e giustificato: perché il colpo
è basso, uno di quei colpi che tutte le buone regole danno per proibito. E non
si tratta, come il titolo della rivista che lo ospita dovrebbe far pensare, di
uno scherzo: è una cosa terribilmente seria, livida. Se nel 1940 Tilgher dice
che Pirandello è un grande, grandissimo scrittore, per credergli dovremmo
dimenticare questa feroce nota che fa di Pirandello un piccolo, piccolissimo
scrittore; oltre che un infimo uomo. Un uomo la cui tragica visione
dell’esistenza, la cui opera travagliata e dolorante nasce dalla inattività
dello stomaco e di altri più o meno innominabili organi, da tutti i desideri che
la vita e la società rifiutano di appagargli, è un povero uomo e un piccolo
scrittore. Bisogna, dicevano, trovare delle giustificazioni per Tilgher, per
questo suo irrazionale movimento; e trovarle in quel silenzio che intorno a lui
andava chiudendosi, nelle umane e politiche limitazioni che gli si assiepavano,
intorno: e Pirandello era dall’altra parte, ed aveva anche (si veda nelle
lettere riportate in appendice), qualche volta, il cattivo gusto di
ricordarglielo, di ricordare a lui, Tilgher, quel che in Italia accadeva,
larvatamente esprimendogli il desiderio di averlo con sé, dall’altra parte. In
queste condizioni, a Tilgher non restò che l’acre piacere di registrare
defezioni e viltà, il ridicolo e le storture degli altri. E proprio quando
Antonio Gramsci cominciava nel carcere a guardare serenamente nell’opera
pirandelliana, Tilgher perdeva la propria serenità, la misura del proprio
giudizio.
E Pirandello cominciò a voler dimenticare Tilgher; volle smentirlo o tacerne.
Più dello scrittore erano interessati a smentirlo o dimenticarlo gli altri
critici. Non era facile: né per loro né per Pirandello. Quando Silvio D’Amico
scrive che nel «dissolversi del principio d’identità, in questo variare della
personalità umana (e del mondo ch’essa pensa) in una mutevole fantasmagoria
d’ombre vane, si scopriva il nucleo ideale dell’arte di Pirandello», non si
discosta di un pollice dalla interpretazione di Tilgher: che cosa sono infatti
le ombre vane se non vane Forme, se non Vita folgorata e incenerita in Forme?
Non importa che D’Amico, come dice, sia giunto a trovare «il bandolo della
matassa» un anno prima che Tilgher varasse la sua interpretazione: è Tilgher che, anche per D’Amico, riesce a svolgere tutta la matassa. La tirata centrale del
Padre nei Sei personaggi, perno dell’interpretazione di D’Amico, entra senza
residui nella formula tilgheriana. Il gioco degli specchi è appunto il gioco
delle Forme, l’ossessionante dissolversi in Forme del principio d’identità.
Nessuno fu più capace, insomma, di leggere Pirandello senza quei filosofici
occhiali che Tilgher lasciò sull’opera, a comporre una simbolica e anticrociana
natura morta. A distanza di anni, ne fu tentato persino Giacomo Debenedetti,
critico che, ripetiamo, ha scritto su Pirandello pagine tra le più penetranti e
persuasive.
Muovendo dal discorso di Bontempelli, stupendo e vivo discorso,
Debenedetti ad un punto non fa che sostituire al binomio Vita-Forma quello
Creatura-Personaggio.
«A somiglianza di una celebre definizione che fa
dell’universo kantiano una catena di causalità sospesa a un atto di libertà, si
potrebbe riassumere L’universo pirandelliano come un diuturno servaggio in un
mondo senza musica, sospeso ad una infinita possibilità musicale: all’intatta e
appagata musica dell’uomo solo».
La musicale possibilità della creatura, il
musicale e libero fluire della Vita; e il diuturno servaggio della creatura che
ha voluto individuarsi personaggio, cioè Forma. Ma bisogna leggere il saggio per
vedere quale mirabile articolazione critica, quale vigore e passione assume,
quale positivo «antagonismo», l’affiorare della pericolosissima formula.
«Chi
dicesse che Pirandello fu, e rimane, un grande frainteso, passerebbe per uno
stravagante, o per uno scandalista a buon mercato. Eppure avrebbe per sé una
grossa percentuale di ragione. Senza dubbio Pirandello ottenne, con l’opera sua,
quello che si dice tutto... Ma se apparve un grande, se per lui si potè spendere
la parola di genio, se egli fu - per dirla con lui - qualcuno, non abbastanza si
seppe vedere che quella grandezza era di artista, che il qualcuno era qualcuno
perché poeta. Salvo eccezioni, non lo si inseguì nella profonda, originale zona
dell’anima che si concreta nella parola: cioè là dove vanno esplorati i poeti.
Pure di rado si diede, come per Pirandello, il caso dello scrittore rivelato e
portato all’universale riconoscimento dalla critica. Critica ancella, però:
critica, nel miglior senso, complice. La quale, di fronte all’artista di
apparentemente difficile accesso, sentì il bisogno di chiarire più che di capire
e con le sue lanterne cieche corse e si ravvolse dietro Pirandello per gli
speciosi labirinti di Pirandello... Mancò insomma la critica vera, che è sempre
antagonistica: che tenta guardare, come sa e come può, dietro le astuzie della
Provvidenza».
Nel bilancio della critica su Pirandello pesa perciò un enorme
passivo. L’attivo è rappresentato da Bontempelli, Debenedetti, Gramsci e da
qualche luminosa nota di Cajumi, Savinio e Alvaro.
IV.
Tilgher scoprì, nel pubblicistico senso della parola, Pirandello. E, quel che è
peggio, scoprì Pirandello a se stesso. Lo chiuse in una formula lucida e
perentoria, lo costrinse a pan processo di involuzione, ad una spirale
filosofica in cui la fantasia dello scrittore, che veramente fu grande, si
consumò. Critico e autore si accorsero troppo tardi di quel che accadeva: la
loro «complicità» era giunta ad un punto tale per cui il distacco diventava
impossibile: e il pubblico, il grosso pubblico, la cementò, la rese più durevole
e, in un certo senso, più penosa e drammatica. La tragedia, se così si può dire,
di Pirandello non fu quella che Tilgher crudelmente deride in quella noticina
che abbiamo riportata dalla rivista Humor, la tragedia dell’uomo sazio che deve
cantare il digiuno, dell’uomo divenuto ottimista che deve continuare a sembrare
pessimista: fu quella dello scrittore ormai inchiodato dalla sua critica e dal
suo pubblico ad una immagine di sé, ad un modo e ad una forma (e qui la parola
cade nel senso pirandelliano e tilgheriano: cristallizzazione e morte della
fluidità e libertà creatrice) di essere, definitivamente.
Questa condizione
maturò nello scrittore per intima soggezione, per la troppo chiara certezza di
vedere nel proprio mondo interiore, o per quella più esteriore e volgare
soggezione di perdere il proprio pubblico, di tradirne le esigenze e le
aspettative? Forse per le due cose assieme; e più per la seconda che per la
prima. Ne abbiamo una prova nelle Novelle per un anno, dove Pirandello, libero
della immediata preoccupazione del suo pubblico, si svolge con una autonomia,
una libertà fantastica e inventiva da farci pensare che il cammino vero dello
scrittore bisogna appunto seguirlo nelle novelle.
Già prima della guerra la sua
opera è compiuta, nel senso che in essa è già nettamente specchiata la
personalità dello scrittore, il suo mondo: ma mentre nelle successive opere
teatrali vedremo Pirandello involgersi e impigliarsi nel pirandellismo, rifare e
un po’ parodiare se stesso, nelle novelle scorgeremo invece un inesauribile
arricchimento. Le novelle sono la sua segreta riserva, cui attinge a piene mani
per il teatro; la segreta copertura aurea di quella circolazione cartacea che è
ad un punto suo teatro. Una scaltrita tecnica teatrale, un innato senso del
dialogo, ed ogni novella potenzialmente pronta ad essere trasformata e
articolata nell’atto unico o addirittura nei tre atti, rendono praticamente
inesausta la sua dedizione al teatro. Ma gli accade quel che in proporzioni più
modeste accade al Verga: Cavalleria rusticana e La lupa preferiremmo Verga non
le avesse mai trasportate sulle scene. Con una eccezione grandissima: Così è (se
vi pare), che nei tre atti teatrali ha assunto un vigore di fantasia, una
felicità di creazione che tra le novelle non rivelava.
Nelle novelle, tra l’altro, è particolarmente notevole lo sforzo che Pirandello
tentava per «scriver bene». Senza dubbio la sua pagina, tutta nell’impeto del
«parlato», non è un modello di stile. I suoi autografi non riveleranno
certamente nessun travaglio in tal senso. I suoi appunti da taccuino che egli
intitolava Per scriver bene non rivelano nessuna arcana alchimia, non scoprono
segrete e preziose distillazioni. Vi si trovano registrate frasi come queste:
«Son cosacce pur che siano checché tu une dica»; «Non ha per nulla estimativa»;
«Non me la faccio certa, ma insomma...»; «Uno scherzo che passa la parte»;
«Sbottonarsi la sottana da fianco».
Sono piuttosto appunti per un dialogo da
film neorealista. Ma nelle novelle, e specialmente nelle ultime, gli accadde di
«scriver bene»: i suoi mezzi espressivi si affinavano, la sua prosa si faceva
più sensibile, più aerea, più «scritta».
Uno scrittore come Cecchi dovette
seriamente impressionarlo (e lo dimostra l’aver dettato, appunto per le Corse al
trotto di Cecchi, un giudizio entusiastico ed ammirativo). Tirando ad
indovinare, diciamo che sarà possibile trovare più tormentati gli autografi
delle sue ultime novelle, a provare il più acuto senso della parola trasfiguratrice che lo scrittore veniva acquistando.
|
Liberandosi dunque dalle preoccupazioni «filosofiche», dall’angustia della
formula, lo scrittore mostrava il suo volto vero, si abbandonava ad un estro
creativo rigoglioso e nativo: e ciò lo portava anche a riflettere sul suo mezzo
espressivo, lo inclinava alla suggestione della prosa d’arte. Nella prefazione
ai suoi Quarantanove racconti, Hemingway dice:
«Mi piacerebbe vivere tanto da
poter scrivere altri tre romanzi e venticinque racconti. Ne so di quelli buoni».
Ebbene, lasciamo stare i romanzi
[4] e,
sopratutto, le commedie: ma Pirandello avrebbe ancora dovuto vivere tanto da
completare la raccolta delle Novelle per un anno, trecentosessantacinque, per
ogni giorno una: davvero ne sapeva di buone: e in esse avremmo ritrovata, nel
suo fluire più limpido, quella sorgiva e imprevedibile fantasia scorrere fino
alla sua foce - che non era quella (vi prego di credere, direbbe il nostro
scrittore) segnata nella mappa tilgheriana.
A questo punto, crediamo venuto il momento di citare Gramsci, e di rifarci al
suo punto di vista. Bisogna tener conto che egli scrive in carcere, non ha a
soccorrerlo che pochi libri e la sua limpida e certa memoria: e in quel silenzio
fisico che lo circonda, che porterebbe altri alla fiacchezza e alla
disperazione, egli miracolosamente diviene, idealmente accanto a Benedetto
Croce, l’uomo più libero che sia possibile trovare nell’Italia dei fascismo. Non
diciamo libero nel pensare politico soltanto, ma nella più ampia e sconfinata
libertà intellettuale.
Ed ecco Pirandello «liberamente» visto:
«In realtà, non
pare si possa attribuire al Pirandello una concezione del mondo coerente, non
pare si possa estrarre dal suo teatro una filosofia e quindi non si può dire che
il teatro pirandelliano sia filosofico. È certo però che nel Pirandello ci sono
punti di vista che possono riallacciarsi genericamente a una concezione del
mondo, che all’ingrosso può essere identificata con quella soggettivistica. Ma
il problema è questo:
1) questi punti di vista sono presentati in modo
filosofico, oppure i personaggi vivono questi punti di vista come individuale
modo di pensare? Cioè, la filosofia implicita è esplicitamente solo cultura ed
eticità individuale, cioè esiste, entro certi gradi almeno, un processo di
trasfigurazione artistica nel teatro pirandelliano? E ancora si tratta di un
riflesso sempre uguale, di carattere logico, o invece le posizioni sono sempre
diverse, cioè di carattere fantastico?;
2) questi punti cil vista sono
necessariamente di origine libresca, dotta, presi dai sistemi filosofici
individuali, o non sono invece esistenti nella vita stessa, nella cultura del
tempo e persino nella cultura popolare di grado infimo, nel folclore? |
[4] Tra i romanzi di Pirandello quello che, a
parer nostro, si salva è Giustino Roncella nato Boggiòlo: romanzo per tanti
aspetti mancato, ma in cui Pirandello fu, più che in ogni altro, vicino alla
perfezione. Poteva ben essere, e felicemente, il romanzo del chisciottismo
letterario, e a momenti il lettore ne ha il presentimento: con quel Sancio pieno
di contabile buon senso che è Giustino, che infine ci si attende bruci al fuoco
della «letteratura», entri nel puro gioco, dimentichi i conti e la pubblicità;
appunto come Sancio nell’avventura eroica.
Lasciando da parte Il turno, che è
piuttosto una novella lunga; I vecchi e i giovani (che incredibilmente P. Puliatti e E. Bottino, in
Lineamenti sull’arte di L. P., Catania, 1911, pongono
al centro dell’arte pirandelliana), romanzo mancato in pieno, da non paragonarsi
alla perfetta, se pur limitata narrazione ciclica de I vicerè (v. il giudizio di
Cesare Pavese, a pag. 58 de Il mestiere di vivere); lo stesso Fu Mattia Pascal è
ben lontano del raggiungere la vitalità fantastica che ebbe il Pirandello delle
novelle migliori: in certe parti, appesantito e «filosoficamente» balbettato; in
certe altre leggero ed ilare, con movimenti da opera buffa, e sono le parti
migliori. |
Questo secondo punto mi pare fondamentale ed esso può essere risolto con un
esame comparativo dei diversi drammi, quelli concepiti in dialetto e dove si
rappresenta una vita paesana, dialettale e quelli concepiti in lingua letteraria
e dove si rappresenta una vita superdialettale, di intellettuali borghesi di
tipo nazionale e anche cosmopolita. Ora, pare che, nel teatro dialettale, il pirandellismo sia giustificato da modi di pensare
storicamente popolari e
popolareschi, dialettali; che non si tratti cioè di intellettuali travestiti da
popolani, di popolani che pensano da intellettuali, ma di reali, storicamente,
regionalmente, popolani siciliani, che pensano e operano così, proprio, perché
sono popolani e siciliani. Che non siano cattolici, tomisti, aristotelici non
vuol dire che non siano popolani e siciliani; che non possano conoscere la
filosofia soggettivistica dell’idealismo moderno non vuol dire che nella
tradizione popolare non possano esistere filoni di carattere dialettico e
immanentistico. Se questo si dimostrasse, tutto il castello del pirandellismo,
cioè dell’intellettualismo astratto del teatro pirandelliano crollerebbe, come
pare debba crollare».
Pagina di mirabile intuizione. Con fulminea chiarezza Gramsci giunge al centro
vivo e palpitante dell’opera pirandelliana: ha capito (e così l’avesse capito
Croce!) che i personaggi di Pirandello, fantasticamente trasfigurati,
provenivano da una realtà storicamente viva, localizzata nel tempo e nello
spazio; erano persone e non dei fantocci.
E capisce che più di un Verga, di un
De Roberto, di un Capuana stesso, Pirandello entra nel «credo» realistico, al
punto da divenire un «dialettale», un artista cioè che riesce a concepire la
vita paesana in termini dialettali (non diremmo, col Gramsci, folcloristici: ma
nel senso più strenuo della parola, realistici, essendo provata, nella nostra
letteratura, l’impotenza degli italiani a fare del realismo se non nei termini
della dialettalità), che riesce a scendere «nella cultura popolare di grado
infimo». Dentro tale cultura, l’artista scopre quella vena di carattere
dialettico e immanentistico che scorre sotto la cattolica superficie del
siciliano. E scopre, per dirla col Janner, quella passione che muove e
condiziona e domina tutte le altre passioni: quell’amor proprio che La
Rochefoucauld acutamente definì, ma che qui va però intesa in un senso un po’
più meschino e istrionesco. Passione che al Verga sfuggì, diciamo al Verga delle
realistiche illusioni di scuola. Nello sviluppo logico, necessario, delle
passioni, di cui dice in una dedicatoria a Salvatore Farina (L’amante di
Gramigna), Verga non vide questo primo anello della catena. Come ben vide il
Lawrence, i personaggi di Verga sono «oggettivi». Rovesciate l’«oggettività» di
Alfio, risalite dalla «catastrofe» (quella catastrofe che Verga si illudeva di
sacrificare) allo sviluppo logico delle passioni: e avrete il «soggettivo»,
tortuoso, sofistico protagonista del Berretto a sonagli. E prendete Ieli, il
pastore di Verga e La verità di Pirandello: nel primo racconto, a Ieli già la
gente «beccava la faccia», rivelava direttamente o per grosse allusioni la
relazione amorosa tra sua moglie e don Alfonso; e Ieli non capisce, né il suo
sangue né la sua ragione sentono il significato di quel che gli cantano; il suo
furore divampa improvviso e incontenibile quando davanti ai suoi occhi è
l’immagine di quel tradimento. Nel racconto di Pirandello, la catastrofe è già
consumata, una piccola e feroce catastrofe rurale, e Tararà si sente in dovere,
quasi compreso della retorica solennità del tribunale, di raccontare la verità.
Sì, sapeva del tradimento della moglie, se ne era accorto, ma se ne stava buono:
di fronte agli altri, egli figurava ignaro. Ma dal momento che qualcuno si era
preoccupato di informarlo di quel che gli combinava la moglie, eh no, non poteva
più fingere, doveva agire per come una simile circostanza vuole che si agisca.
Verga ha della tragedia il senso che ne avevano i greci antichi: vede le
passioni scattare stupendamente, con veramente tragica e fatale irruenza, con un
vigore imponderabile; è ancora una questione di grandi gesti, di grandi parole e
il corrusco cielo della fatalità. Pirandello scopre che quei grandi gesti,
quelle grandi parole hanno un nascosto meccanismo, e lo smonta. Scopre nel
grandioso gesto dell'«onore» la piccola carica di «amor proprio»: e costringe i
personaggi a frugarsi dentro, a ragionare lucidi e’ spietati, sul meccanismo che
li muove. Quel sentimento della propria anima di cui i personaggi di Verga,
«oggettivi» come i greci antichi, non sono tanto sciocchi da lasciarsi opprimere
(Lawrence), diventa per i personaggi di Pirandello un gioco continuo fisso
allucinato. E così Pirandello scopre anche che tra la catastrofe e la causa, tra
la passione suscitatrice e il gesto che più o meno sanguinosamente la suggella,
c’è una sproporzione ironica; che tra «le ragioni della realtà» e le illusioni
eroiche (cioè tragiche) c’è quella sproporzione da cui si genera l’umorismo, che
è appunto il sentimento del contrario. Il cammino dei grandi ideali si trascina
dietro piccole ombre grottesche, e il rapporto tra causa ed effetto ricreato in
termini fantastici, da una fantasia che non ha a condizionarla alcun ideale
attivo.
Il Lawrence, profeta di una religio solare e tellurica, si lascia ad un certo
punto sfuggire un’affermazione più brillante che vera: «Al sole si è oggettivi,
nella nebbia e sotto la neve si è soggettivi». I personaggi di Pirandello,
secondo Lawrence, non avrebbero dunque diritto di cittadinanza nelle, terre del
sole. Il fatto è che egli conobbe, e non sempre oggettivamente, quella parte
della Sicilia adagiata nell’arco della riviera jonica, la parte estrema della
Sicilia orientale; e non i paesi dell’interno, quelli che di greco hanno i
ruderi rovesciati sull’erba stenta, e non l’anima. Paesi chiusi, solitari; come
isole dentro un mare invalicabile; e ciascun uomo disperata e chiusa isola in
sé. E chi affermò che intorno a Catania il bandito Giuliano non avrebbe potuto
resistere più di un mese, mentre intorno a Palermo si mosse agevolmente, e
sanguinosamente, per anni, muoveva da una conoscenza della Sicilia profondamente
vera.
Tra Palermo e Agrigento il silenzio degli uomini è duro, feroce; tanto
meno si parla, tanto più uomini si è; tanto più si basta a se stessi, tanto più
degnamente si vive. E, paradossalmente, questi uomini, che sono negati ad ogni
forma di concreta comunità, sia di beni che di sentimenti, vivono e si torturano
per «gli altri». Di ciò il Lawrence ha avuto una singolare intuizione: «E presi
uno per uno, anche gli uomini (i siciliani) hanno qualcosa della particolarità
noncurante e ardita dei greci antichi. È nello stare insieme come cittadini che
diventano gretti».
Gretti: e forse intende dire che acquistano quel deteriore
(deteriore per lui, grande romantico di antiromantiche illusioni) sentimento
della propria anima che i greci non erano tanto sciocchi da lasciare che in loro
si insinuasse. Perché è la vita nei paesi, il sentirsi costantemente riflesso e
giudicato negli altri, che dà al siciliano quella spietata voglia di frugarsi
dentro, di ridurre la propria anima a un solitario, morboso e diabolico
«passatempo»: il gioco di carte della solitudine, compiacimento disperato di
sfuggire agli altri, di far per gli altri carte false pur conoscendo
spietatamente le vere. Questo perché sa che gli altri sono come lui: il suo modo
di amare il prossimo (il prossimo della cinta daziaria) è quello di odiarlo come
se stesso. Trapiantate il siciliano in un ambiente in cui gli altri non sono, o
egli si illude non siano, come lui: avrete un uomo alacre, fiducioso, atto a
porsi e a risolvere i problemi di una comunità. In Sicilia è difficile la
nascita di una società commerciale (io ruberei, ruberà anche il mio socio);
un’amicizia tra famiglie (a me piace la moglie del mio amico, al mio amico
potrebbe anche piacere mia moglie); qualsiasi rapporto umano che poggia su basi
di una reciproca e totale fiducia. Bisogna riconoscere che, da qualche anno a
questa parte, le cose sembrano in apparenza cambiare: ma il Brancati, che di
questo mondo è l’arguto cronista e un po’ il moralista, di nuovo non trova che
elementi francamente comici dentro la casistica drammatica pirandelliana.
V.
|
«Perciò appunto», scrive il Gramsci, «è da accertare e fissare che l’ideologia
pirandelliana non ha origini libresche e filosofiche, ma è connessa a esperienze
storico-culturali vissute con apporto minimo di carattere libresco
[5]. Non è escluso che le idee del Tilgher
abbiano reagito sul Pirandello, che cioè il Pirandello abbia, accettando le
giustificazioni critiche del Tilgher finito col conformarvisi e perciò occorrerà
distinguere tra il Pirandello prima dell’ermeneutica tilgheriana e quello
successivo».
Non solo: bisogna liberare Pirandello da tutte le incrostazioni
filosofiche e pseudofilosofiche, da tutte le etichette concettuali, in una
parola dal pirandellismo. Restituire in sede critica all’opera pirandelliana
quella varietà e libertà, quella effervescenza fantastica, che oggettivamente
possiede. Né Georg Simmel né Gorgia da Lentini.
|
[5] Di origine libresca, e per il precedente
pirandelliano, è invece parte del teatro di Eduardo De Filippo (Questi fantasmi,
La grande magia). De Filippo sa magistralmente giocare con le formule che la
critica teorizzatrice cavò dall’opera pirandelliana. È un notevole epigono del
«pirandellismo»: e spesso, paradossalmente, con effetti più autentici di quelli
raggiunti dal Pirandello secondo. |
Ci troviamo di fronte a un corpus di opere fantastiche, di poesia, nate da uno
«stupore» del mondo tanto immediato ed «incauto» e lontano da una sia pur
larvale sistemazione logica quanto quello del Leopardi lirico. Il «candore» di
cui dice Bontempelli è la chiave migliore per intendere Pirandello.
«La prima
qualità delle anime candide, è la incapacità di accettare i giudizi altrui e
farli propri. L’anima candida affacciandosi al mondo lo vede subito a suo modo:
la impressione e il giudizio degli altri, anche di tutti gli altri, di tutto il
mondo, che si affretta ad andarle incontro e cerca insegnarle tante cose, tanti
giudizi fatti, questo non la scuote, ella può tutt’al più meravigliarsene.
Spesso non li capisce neppure, i giudizi altrui; li sente come parole
complicate. Invece lei ha un linguaggio proprio, semplificato ed elementare. E
l’effetto immediato del candore è la sincerità. L’anima candida non fa
concessioni».
E per esemplificare, Bontempelli farà un nome, il nome di un
antico poeta, di un «candido» poeta romano: Lucrezio. Anche Lucrezio mostra
nella facciata della sua opera una «filosofia»: ma anche la sua filosofia è come
un materiale isolante che gli permette di maneggiare il fuoco bianco del suo
stupore, del suo tragico e bruciante stupore del mondo.
Pirandello si affaccia sul mondo, scopre la vita come un teatro: «totus mundus
agit histrionem», la teatralità della vita, che è appunto una scoperta da anima
candida. E, anche questa è un’astuzia della Provvidenza, Pirandello nasce dove
la vita sociale è più che altrove finzione, in un luogo dove ogni giorno, giorno
dopo giorno, gli uomini si affannano ad apparire quello che non sono, e ogni
sera, nel silenzio delle loro case grigie, depongono una maschera, lasciano
cadere gli orpelli di scena, rilassano i loro muscoli che per una intera
giornata hanno sostenuto l’istrionesco sforzo di dare agli altri una immagine di sè diversa dalla vera, così come gli attori si tolgono il trucco, riposano il
corpo affaticato dalla «parte».
Girgenti, Sicilia. Per Pirandello chiamiamola col suo nome di ieri, quello degli
arabi, quello del regno dei Borboni e di Umberto I: così ancora la chiamano
quelli dei paesi della provincia, le donne che coi loro scialli e i loro fagotti
vi si recano per i settimanali colloqui al carcere di Santo Vito, per la «causa»
che si discute in tribunale, per il passaporto di emigrante in questura. Girgenti: angusta, ristretta, tortuosamente chiusa in sé; araba nella struttura,
nella sua chiusa essenza di «casbah», nella sua sofistica tortuosità
ascensionale fino alla Cattedrale alta, col suo san Gerlando vescovo, lo
scheletro rannicchiato di Brandimarte paladino (divenne poi san Felice, vi
spiegano), le travature del soffitto dipinte, che vi fanno pensare ai carretti:
e che la cattedrale sia come un grande, vecchio carretto, e si muoverà
cigolando, nonostante le sue colonne nuove e fredde, verso il sole della valle
aperta e verde, verso il tempio di calda arenaria che san Gerlando salvò dalla
distruzione. Ma occorre dimenticare i templi solari nella, valle viva,
dimenticare Agrigento, quella dei greci e quella della Sagra del mandorlo. La
Bibbirria, la porta dei venti, si apre ad un vento che riempie la città di un
murmure di conchiglia, un vasto segreto mormorio che sveglia le’ strade fossili,
e dalle finestre socchiuse entra dentro stanze stinte piene di fotografie
ingrandite, di cuscini pirografati, di vecchi orologi, di polverose porcellane.
E un vento d’alba che schiude appena le imposte: c’è come quel senso di attesa,
quel brivido di emozione che scorre in un teatro prima che il velario si apra. E
ciascuno, dentro quelle stanze grigie, tra quelle buone cose di pessimo gusto,
prepara il suo volto, ripassa la sua parte, e rifà le battute che toccano agli
altri per esser sicuro di non incrinare il ritmo con le sue. Eccoli pronti, ora:
si aprono le finestre prima cautamente spiragliate, si animano le strade a
chiocciola, gli angiporti, le altane. Ma guai a sbagliare una battuta: tutta la
rappresentazione crollerebbe. Non si può recitare a soggetto. Può capitare quel
che capitò a Vitangelo Moscarda un certo giorno, che da una battuta «a soggetto»
pronunciata dalla moglie si sentì di colpo precipitare in un disperato averno di
specchi e di ombre.
«Che fai? - mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti
allo specchio.
- Niente, - le risposi, mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice.
Premendo... avverto un certo dolorino.
Mia moglie sorrise e disse:
- Credevo ti guardassi da che parte pende.
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
- Mi pende? A me? Il naso?
E mia moglie, placidamente:
Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra».
Un secolo prima, Nicola Gogol avvertiva: «Non è colpa dello specchio se i vostri
nasi sono storti». E invece sì, è colpa dello specchio: Nicola Gogol non lo
sapeva, non poteva saperlo; non sapeva di Girgenti, lui. La colpa è di quello
specchio che sono gli altri, non dell’innocente specchio davanti al quale sta
innocentemente indugiato Vitangelo Moscarda. Poi anche lo specchio, quello del
comò, quello del barbiere, quello del caffè, diventerà complice degli «altri». E
lo saprà bene Vitangelo Moscarda.
Una battuta sbagliata dunque può perdervi. Perché tu puoi per tanti anni
portarti appiccicato in faccia un naso storto, come Moscarda; ma puoi anche,
invece del naso storto, portarti appiccicato qualcosa altro - e non sarà sullo
specchio del comò che potrai controllarlo. Eh sì: le corna. E ti può capitare
quel che capitò a Martino Lori, al consigliere di stato Martino Lori, che un
giorno, per una «entrata» sbagliata si trovò a cogliere, detta da quella che
aveva sempre creduto sua figlia, una battuta che secondo le buone regole,
secondo la sociale convenzione scenica, mai avrebbe dovuto sentire: e tutta la
realtà gli si rivoltò come un guanto, e si trovò di colpo balestrato nell’orrore
di rifare col pensiero il corso della sua vita e di vedersi come per gli altri
era stato. E allora, giunti ad un tal punto, quale sarà la soluzione? Certo, non
ne faremo una tragedia. Negozianti, funzionari di prefettura e membri del
consiglio di stato, nessuno di loro ha la stoffa di un eroe da tragedia.
Basterà, come nel montaggio di un film, sforbiciare quella battuta fuori posto,
eliminare quella «entrata». Una commedia, questo sì: e tutti a recitarla, tutti,
se non vogliono far le spese della tragedia che incombe. Chi si rifiuta alla
commedia, muore: ma non della morte di un personaggio tragico, in ogni caso.
La tragedia è nel vivere, per questi uomini, non nel morire. È nel vivere giorno
per giorno nell’occhio della gente. L’occhio del mondo, come a Girgenti si dice.
Un immenso occhio vitreo, senza la carità delle ciglia, aperto, avido: e
l’immagine che entra dentro quest’occhio si scompone, trova un delirante gioco
di specchi, un mostruoso gioco di deformazioni e di fughe. E dentro «l’occhio
del mondo» entrano le cerimonie nuziali e funebri, i battesimi, le vedovanze, le
rendite, le cambiali, i vestiti, le cronache del tribunale e quelle delle
alcove. «Lo faccio per l’occhio del mondo»; «Fallo almeno per l’occhio del
mondo». Scegliti il ruolo, attento alla parte: l’implacabile occhio del mondo è
fisso su te; non credere che riuscirai a farla franca, ad evadere dal suo campo
visivo. Riuscì una volta a Vitangelo Moscarda, quello del naso storto; ma non
riprovarci.
E riuscì a Mattia Pascal. Ma non sempre riesce, non sempre: e quel
pazzo che si credeva Enrico IV di Germania, saggio o pazzo che fosse, volle
ingannare il mondo, cambiare parte, scegliersene una più comoda... No, non si
può.
Il poeta guarda il teatro del mondo. E fin quando non c’è la battuta «sbagliata»,
l’inciampo di una rivelazione, un grido fuori scena, il fischio di un treno; fin
quando il ritmo è continuo e la convenzione rispettata, tutto va bene. C’è anzi
addirittura del comico: guardate quel che è capitato a Pepè Alletto: una vicenda
che sembra portata su da un’onda musicale rossiniana; e quel che capita a Zi’
Dima, laggiù tra gli olivi di don Lollò Zirafa. La campagna è stupenda, tra la
città arroccata e il mare aperto. Bisogna saper esseri soli, uomini soli,
creature in Dio o nella natura: sotto un ulivo saraceno, guardare la campagna
intorno, il mare, la città lassù con i suoi poveri piccoli. uomini feroci. Sì,
un vecchio nodoso ulivo saraceno.
«C’è un olivo saraceno, grande, in mezza alla scena: con cui ho risolto tutto».
Intendeva dire, Pirandello, di aver trovato una soluzione scenografica per I
giganti della montagna.
Stava per morire: e nei suoi occhi c’era un vecchio e
grande olivo saraceno. «Con cui ho risolto tutto».
E ci piace dare alle sue
parole un diverso significato, fare di quell’olivo un simbolo, un suggello da
imprimere sull’opera. Un’immagine invece di una formula: ed è il modo migliore
per cominciare ad intendere un poeta.
APPENDICE
Lettere inedite di Pirandello a Tilgher
Roma, 29.VIII.1921
Via Pietralta 23
Caro Tilgher,
grazie di quanto mi dice. Vorrei che leggesse “Uno, nessuno e centomila” , prima
di rimettersi a parlare di me. Tante e tante cose vi sono nativamente contenute,
che ho letto anche di recente nei Suoi studi, di cui sono attento ammiratore.
M’è sfuggito quel numero della “Stampa” ..in cui Ella riparlava dei “Sei
personaggi” e Le sarei gratissimo se, senza suo troppo incomodo, me lo facesse
avere. Ho speranza che, riassistendo alla rappresentazione, e rileggendo adesso
il lavoro, Le sia apparso chiaro che “Capocomico” non rappresenta lo “spirito
coordinatore”; e che appunto in questo consiste anzi la vera tragedia dei
personaggi, cioè nel non trovarlo questo spirito coordinatore e nel trovare
invece un capocomico qualunque, che vuole soltanto la così detta esigenza del
teatro e vorrebbe sacrificare in loro quella vita, che in un primo tempo essi
ebbero infusa da un autore, il quale non volle poi far la commedia o il dramma.
La tragedia, dunque, della vita infusa ma non espressa ancora, non ancora
“costruita”, che vorrebbe vivere e non può, poiché le fu negato da chi forse
sente la vanità di ogni espressione.
Le mando, com’Ella desidera, l’ultima ristampa del “Fu Mattia Pascal” con
l’appendice sugli “scrupoli della fantasia”. Creda a quello che è detto in
principio del brano che La riguarda, perché è la verità: cioè che io Le sono,
caro Tilgher, molto grato.
Con i più cordiali saluti.
Roma, 20-11-1923
Mio caro Tilgher,
potete immaginare come e quanto sia lieto della traduzione in francese dello
studio mirabile che nel vostro Libro avete dedicato a me e all’opera mia. Non
avrei nessunissima difficoltà a dichiarare pubblicamente tutta la riconoscenza
che vi debbo per il bene inestimabile e indimenticabile che mi avete fatto:
quello di chiarire, in una maniera che si può dir perfetta, davanti al pubblico
e alla critica che mi osteggiavano in tutti i modi, non solo l’essenza e i
caratteri del mio teatro, ma tutto quanto il travaglio che non ha fine, del mio
spirito.
Valetevi di questa mia dichiarazione, se può in qualche modo giovarvi, se cioè
non vi sembra che, potendo parere interessata ogni lode sincerissima ch’io
facessi del vostro meraviglioso acume, della vastissima comprensione, della
chiarezza della vostra analisi, e della vostra dottrina, perderebbe perciò
stesso di valore. Da un canto sarebbe forse troppa presunzione ritenere che
nessuno potrebbe credere ch’io lodassi senza interesse; e dall’altro,
bisognerebbe forse credere gli uomini un po’ migliori di quel che in realtà non
siano.
Non credo che vi debba riuscire difficile trovare l’editore per la
pubblicazione. C’è intanto lo Stock che ha annunziato la pubblicazione delle due
commedie mie rappresentate a Parigi “Il piacere dell’onestà” e i “Sei
personaggi” e d’un volume di novelle, “Il libretto rosso”. Io non lo conosco, nè
sono in diretta relazione con lui; ma lo conosce bene il Crémieux, a cui mi
rivolgerò ora stesso perché subito vi venga in aiuto. Egli è l’unico che possa
mettersi in relazione con editori e direttori di riviste e giornali: conosce
tutti, è ben visto da tutti, e nostro amico vero. Mi parlò di voi a Parigi con
molta ammirazione, sono sicurissimo che vi vedrà con molto piacere e che sarà
felicissimo di fare per voi tutto ciò che è in suo potere. Abita, come saprete,
al 29, Passage des Favorites, e ha ufficio di segretario al Ministero degli
Esteri, Quai d’Orseye.
Vi unisco qui un biglietto per Mme Louise Weiss, che dirige la rivista “L’Europe
Nouvelle”,58 Rue de Chateaudun.
F. S. - Nel caso vi bisognasse qualche mio ritratto (io non ne ho) potreste
trovarlo o dal fotografo Manuel o da Rejan}in, in Rue S. Florentin.
Coi miei più caldi auguri, caro Tilgher; abbiatevi il saluto affettuosissimo del
vostro
Roma, 31-VIII-1923
Mio caro Tilgher,
oggi stesso scriverò, non allo Stock, che non conosco (mi pare di avervelo già
detto) ma al Crémieux, da cui ho ricevuto, giorni or sono, una lunga lettera
piena di ammirazione per voi. Crémieux sarà anche lui interessato a che esca
presto in Francia il vostro mirabile studio, perché son sue le traduzioni dei
nuovi lavori che saranno rappresentati nella prossima stagione a Parigi. Egli
conosce bene lo Stock, col quale ha trattato per la pubblicazione del volumetto
delle novelle, già alla luce, Le livret rouge, nella collezione “Les
Contemporains”,e per quella dei “ Sei personaggi” che verrà fuori, appena
terminata la pubblicazione sulla rivista dell’Hebertot. E nel caso che lo Stok
non potesse, penserà a collocare presso qualche altro editore la traduzione: ne
son certo!
Abbiatevi, insieme con la vostra gentili.ssima Signora, i più cordiali saluti
Roma, 17 ottobre 1924
Via Pietralta 23
Caro Tilgher,
sapete anche voi che dirigerò quest’anno un nuovo teatro, nel quale mi propongo
di rappresentare le opere più significative del teatro moderno di tutti i paesi.
Vorrei naturalmente parlarne a lungo con voi, prima di fissare definitivamente
il programma. Ditemi se per l’immutato affetto e l’immutata stima che vi porto,
potrei avere il piacere di avervi qualche sera in casa mia, o se no fissatemi
voi un appuntamento.
Vi prego di salutarmi la vostra gentile Signora, e credetemi sempre
Roma, 19-11-1925
Mio caro Tilgher,
viene a voi, accompagnato da questo mio biglietto, il signor Giorgio Kroll,
russo, uomo colto e di spirito nuovo, che mi propone la fondazione di una scuola
accanto al mio “Teatro d’Arte”. Io gli ho risposto che accetterei la proposta
solo se avessi voi con me per questa impresa.
Prestategli ascolto, e poi, dopo avervi pensato, datemi una risposta.
Vostro, sempre, cordialissimamente
Roma, 6 Aprile 1925
Caro Tilgher,
so che a Voi come a me sono molto a cuore le sorti del “Teatro d’Arte di Roma.
Ho bisogno dell’aiuto di tutti i miei amici, di tutti gli amici dell’arte, per
sostenere questa mia bella e disinteressata impresa. Bisogna scuotere l’apatia e
l’indifferenza di questo pubblico romano, dandogli un po’ di contraveleno per
immunizzarlo dallo scetticismo, ((alle facili ironie con cui lo smontano i
troppi che ci danno guerra, dandogli fiducia nella bellezza di questa opera con
l’autorità di un giudizio che gode il maggior credito presso il pubblico
italiano. Con l’ajutarmi in questo mio nuovo, e, ripeto, disinteressantissimo
tentativo, Voi, mio caro Tilgher, non fareste se non continuare quella
coraggiosissima battaglia che avete sempre mosso contro la stupidità e
l’ignoranza, a favore dell’arte genuina. E per questo io vi chiedo liberamente
di fare per il teatro nostro quanto più potrete: ajuto preziosissimo, data
l’inimicizia, le ostilità volgarmente interessate e l’astiosa indifferenza sotto
la quale si tenta di soffocare la nascita di questo primo teatro d’arte
italiano.
Vi ringrazio di cuore e Vi saluto affettuosamente
(Senza data:)
Caro e illustre amico,
la vostra lettera leale e affettuosa mi ha riempito di gioja, e anch’io
ringrazio con tutto il cuore il felice incontro con la vostra nobilissima
Signora, che ha dato modo a me e a voi di chiarire un malinteso, che tanti fin
qui s’erano affannati perfidamente a fare più torbido e profondo.
Non ho bisogno di riavvicinarmi a Voi, perché il mio animo non si è mai
veramente allontanato da Voi: Silvio D’Amico ve ne può fare testimonianza.
Ricordo che una sera, uscendo insieme dalla casa di Fausto Maria Martini, Voi,
quasi presago di quanto purtroppo è avvenuto, mi raccomandaste di star sempre
uniti, perché troppi avrebbero goduto d’un nostro dissenso e d’una nostra
separazione, come troppi temevano e invidiavano e insidiavano la nostra unione.
Ebbene, mio caro Tilgher, per quanto le tempestose vicende della vita politica
italiana da quella sera a ora ci abbiano tenuti lontani, il mio animo, ripeto,
non si è mai diviso da Voi, dall’affetto riconoscente che Vi porto, dalla stima,
non solo del Vostro altissimo ingegno, ma anche dell’esemplare dirittura del
Vostro carattere.
Un uomo come Voi, mio caro Tilgher, non può e non deve rimanere escluso dalla
vita nazionale: Voi che intendete tutto così profondamente, non potete non
intendere le necessità storiche che hanno condotto l’Italia al presente stato di
cose, ancora in penoso e forzoso rivolgimento, per tante e tante ragioni che
molti s’ostinano a non voler capire, ma che voi certo da un pezzo avete capito
benissimo È inutile che io Vi dica che sono e sarò tutto per Voi, per quanto io
possa.
Non temete deviazioni per la mia arte. Voi che mi conoscete, sapete benissimo
che non ho concesso molto per venire in fama. Come oggi non godo di averla, non
mi affliggerei domani, se dovessi perderla. Vorrei che lo sapessero tutti quelli
che mi sono nemici per invidia. Cerco una cosa sola: esprimere ciò che sento.
Sento perché penso. Penso perché sento. E non mi sono mai curato di tutte le
miserie della così detta letteratura militante e dei gusti e degli umori del
pubblico.
Ho tanto desiderio di conversare con Voi! Ci rivedremo a Roma, presto. Ho tante
cose da dirvi!
Abbiatevi per ora, mio caro Tilgher, una stretta di mano fraterna dal vostro
LUIGI PIRANDELLO
STAMPATO PER CONTO DELL’EDITORE SCIASCIA
NELLO STAB. D’ARTI GRAFICHE A. CAPPUGI
& FIGLI DI PALERMO NEL FEBBRAIO DEL 1953
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Leonardo
Sciascia
(Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo,
20 novembre 1989)
Leonardo
Sciascia nasce l’8 gennaio 1921 a Racalmuto,
in provincia di Agrigento, da Pasquale Sciascia e
Genoveffa Martorelli. La madre proviene da una famiglia
di artigiani, il padre è contabile in una miniera di
zolfo. È il maggiore di tre figli. Nel 1923 nasce il
fratello Giuseppe e nel 1926 la sorella Anna.
Fin dalla sua prima adolescenza Sciascia manifesta
un’autentica passione per la letteratura (Diderot,
Casanova, Courier, Manzoni, Hugo) e per il cinema
(fondamentale la visione del film Il fu Mattia Pascal di
Marcel L’Herbier).
Nel 1935 s’iscrive
all’Istituto Magistrale “IX maggio” di Caltanissetta, lo
stesso dove insegnava lo scrittore Vitaliano Brancati.
Nel
1941 Sciascia consegue il diploma di maestro
elementare; sempre nel ’41 ottiene un impiego presso il
consorzio agrario di Racalmuto, in qualità di addetto
all’ammasso del grano. Qualche anno più tardi si
avvicina agli ambienti del Partito comunista, ma senza
aderire del tutto alla linea di partito. Anche la sua
avventura universitaria, alla Facoltà di Magistero di
Messina, si conclude dopo poco tempo.
Nel
1944 sposa Maria Andronico, una collega maestra
originaria di Catania. Dalla loro unione nasceranno due
figlie, Laura e Anna Maria. Al 1948
risale invece la dolorosa perdita del fratello Giuseppe,
impiegato in una miniera ad Assoro, morto suicida a soli
venticinque anni. Nel 1949 Sciascia
comincia a insegnare nelle scuole elementari di
Racalmuto. Senza una particolare vocazione, ma animato
da un interesse umano per i suoi studenti, lo scrittore
trarrà da questa esperienza un insegnamento «forse
maggiore di quello che ne hanno avuto da me i miei
alunni». Ecco cosa si legge in uno dei tanti registri
vergati da Sciascia: «Per come previsto, stante
l’anticipata riapertura della scuola, il numero degli
alunni presente alle lezioni non permette un lavoro
sistematico. Ci sono giornate in cui sono presenti sei o
sette ragazzi. I lavori della campagna, ancora in corso,
impediscono alle famiglie il ritorno in paese e i
ragazzi volentieri si attardano in campagna…». Sembra
quasi un preludio alle Cronache scolastiche, amaro
affresco di una scuola siciliana di provincia, fra
povertà e abbandono, consegnato alle Parrocchie di Regalpetra (1956).
Nel frattempo,
inizia la collaborazione dello scrittore con l’editore
nisseno Salvatore Sciascia, erede spirituale degli
scomparsi Sandron e Giannotta. Attorno alla libreria di
Caltanissetta, dove si riuniva in civili conversazioni
un cenacolo di intellettuali, nasce la rivista «Galleria
- Rivista bimestrale di cultura» (1949), che conta fra i
suoi più illustri collaboratori Pier Paolo Pasolini,
Alberto Moravia, Mario Praz, Emilio Cecchi, Enrico
Falqui, Roberto Longhi, Carlo Ludovico Ragghianti,
Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan, Federico Zeri. Nel
primo numero è già presente un racconto di Sciascia,
Paese con figure, e una sua recensione al romanzo di
Truman Capote Altre voci altre stanze.
Nel
1950, presso l’editore romano Bardi, Sciascia
dà alle stampe le Favole della dittatura e, sempre
presso Bardi, pubblica due anni dopo la sua unica
silloge in versi, La Sicilia, il suo cuore, arricchita
dai disegni di Emilio Greco. Dalla collaborazione con
Pier Paolo Pasolini, legata alla direzione sciasciana
della rivista «Galleria», nasce nel 1952 l’antologia Il
fiore della poesia romanesca, presso le Edizioni
Salvatore Sciascia di Caltanissetta.
Del
1953 è il saggio Pirandello e il pirandellismo,
e degli stessi anni è la collaborazione di Sciascia a
numerose riviste come la «Gazzetta di Parma», «L’Ora»,
«Letteratura», «Nuova Corrente».
Al
1956 risale l’uscita, presso l’editore Laterza,
de Le parrocchie di Regalpetra, che si aggiudica il
premio Crotone. L’anno successivo Sciascia presenta i
racconti La zia d’America e II quarantotto, sotto il
titolo Due storie italiane, al concorso “Libera Stampa”
di Lugano, vincendo il premio per il 1957.
L’avvicinamento alla scrittura coincide col graduale
allontanamento dalla scuola. Prima Sciascia ottiene il
distaccamento al Ministero della Pubblica Istruzione di
Roma, poi al patronato scolastico di Caltanissetta.
Nella collana
einaudiana dei “Gettoni”, diretta da Elio Vittorini,
escono nell’autunno del 1958 i tre racconti della prima
edizione de Gli zii di Sicilia: La zia d’America,
II
quarantotto, La morte di Stalin, cui si aggiungerà,
nella riedizione del ’60, L’antimonio.
Del
1961 è il saggio Pirandello e la Sicilia, così
come il fortunato romanzo “giallo” II giorno della
civetta, da cui sarà tratto, nel 1968, un celebre film
di Damiano Damiani. Nel 1963, per Einaudi, esce
l’atipico romanzo storico II Consiglio d'Egitto,
ambientato nella Palermo di fine Settecento. L’anno
dopo, presso Laterza, esce il racconto-inchiesta Morte
dell’inquisitore, fondato su documenti d’archivio
relativi alla figura del diacono racalmutese Diego La
Matina, condannato dall’Inquisizione spagnola come
eretico. Sempre del ’64 è l’avvicinamento di Sciascia al
teatro con I mafiosi, riscrittura in italiano della
commedia dialettale di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca
I mafiusi di la Vicaria (1863), che l’autore prende a
pretesto per ribaltarne il significato filomafioso.
Del
1965 è la pièce teatrale L’Onorevole, e del
’69
la Recitazione della controversia liparitana dedicata ad
A.D.; al 1966 risale invece la pubblicazione del romanzo
poliziesco A ciascuno il suo, dedicato a una «mafia
urbana e totalmente politicizzata». Del 1967 è la
traduzione del dialogo La velada en Benicarló di Manuel
Azaña, il presidente della Repubblica spagnola sconfitto
dal dittatore Francisco Franco.
Nel
1970 Sciascia va in pensione e pubblica la
raccolta di saggi La corda pazza, dedicata a scrittori e
artisti isolani – da Verga a Brancati, da Emilio Greco a
Bruno Caruso - accomunati dalla cosiddetta «sicilitudine».
Negli anni ’70 inizia a collaborare al «Corriere della
Sera» e «La Stampa».
Nel
1971 esce il romanzo II contesto, amaro apologo
in forma di parodia destinato a suscitare violente
polemiche, soprattutto da parte degli ambienti vicini al
Partito comunista (nel 1976 Francesco Rosi ne trarrà il
film Cadaveri eccellenti). Contemporanei al Contesto
sono gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel
(1971), altra inchiesta storico-letteraria su documenti
d’archivio, e la silloge di racconti, editi primamente
in rivista, Il mare colore del vino (1973). Il 1974 è
l’anno dell’inquietante romanzo Todo modo, adattato per
il cinema due anni dopo dal regista Elio Petri.
Nel
1975, nonostante i dissidi con i critici di
fede comunista, Sciascia è candidato come indipendente
nelle liste del PCI. In quello stesso anno dà alle
stampe La scomparsa di Majorana, dedicato alla
misteriosa fine del fisico catanese Ettore Majorana.
L’uscita del libro accenderà una polemica col fisico
Edoardo Amaldi. Nel 1977 lo scrittore si dimette da
consigliere comunale, amareggiato dalla vita politica.
Nel
1976 Sciascia pubblica I pugnalatori, dedicato
a una congiura palermitana del 1862 – che diventa il
pretesto per una riflessione morale sulla contemporanea
“strategia della tensione” - mentre nel 1977
vede la luce il romanzo Candido ovvero Un sogno fatto in
Sicilia, abile ‘riscrittura’ del capolavoro di Voltaire.
Il 1978
è l’anno del pamphlet L’affaire Moro, dettato dal
tragico rapimento del politico democristiano Aldo Moro.
L’anno successivo vedono la luce Nero su nero, ironico e
disincantato “diario in pubblico”, La Sicilia come
metafora, conversazione con la giornalista francese Marcelle Padovani,
Dalle parti degli infedeli, lucido
racconto-inchiesta sul clero siciliano. Nel 1979,
presentatosi nelle liste del Partito Radicale, Sciascia
viene eletto al Parlamento europeo e alla Camera dei
Deputati.
Negli anni del
suo mandato parlamentare, durato sino al giugno
1983, Sciascia si dedica all’elaborazione di
una nutrita serie di volumi, appartenenti a diversi
generi: II teatro della memoria (1981), incentrato sulla
misteriosa vicenda dello smemorato di Collegno; La
sentenza memorabile (1982), sull’analogo caso del
francese Martin Guerre; Cruciverba (1983), raccolta di
saggi e divagazioni; Stendhal e la Sicilia (1984),
scritto in coincidenza col bicentenario della nascita
dello scrittore francese; Occhio di capra (1984),
versione ampliata del precedente Kermesse; Cronachette
(1985), che vince il premio Bagutta; Per un ritratto
dello scrittore da giovane (1985), omaggio a Giuseppe
Antonio Borgese; La strega e il capitano (1986),
composto per il bicentenario della nascita di Manzoni;
1912+1 (1986), incentrato su un caso giudiziario dei
primi del Novecento. Nel frattempo s’infittisce il suo
impegno con Sellerio - la casa editrice palermitana cui
collabora attivamente dalla fine degli anni ’70 alla
metà degli anni ’80 - con la curatela dei quattro volumi
Delle cose di Sicilia (1982-1986), originale ed
inconsueta «biblioteca storica e letteraria di Sicilia».
Nel
1987 Sciascia pubblica Porte aperte, romanzo
contro la pena di morte liberamente ispirato alla storia
del magistrato racalmutese Salvatore Petrone,
rifiutatosi in pieno regime fascista d’infliggere la
massima condanna ad un reo confesso. L’anno successivo,
a cura della casa editrice Pungitopo, esce la raccolta
di articoli Ore di Spagna, con le fotografie di
Ferdinando Scianna e una nota di Natale Tedesco.
Nel
1988, già sofferente, lo scrittore compone il
suo testamento laico, il romanzo Il cavaliere e la
morte.
Poco prima di spegnersi a Palermo, il 20
novembre del 1989, Sciascia pubblica l’Alfabeto
pirandelliano, dedicato al grande scrittore agrigentino.
Alla fine di quell’anno risalgono inoltre il racconto
poliziesco Una storia semplice, la raccolta di saggi
Fatti diversi di storia letteraria e civile, A futura
memoria (se la memoria ha un futuro), che raccoglie i
suoi interventi anni ’80 d’impegno civile. Prima della
morte viene istituita, nel paese natale dello scrittore,
una Fondazione a suo nome. È sepolto nel cimitero di Racalmuto. Sulla lapide si legge questa epigrafe di
Villiers de l’Isle-Adam, dettata dallo stesso Sciascia:
«Ce ne ricorderemo, di questo pianeta».
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