2.2 L’uomo e l’opera d’arte
Dalle opere di Pirandello possiamo capire che all'uomo è stata
assegnata una
condizione nel determinato spazio- temporale e deve adeguarsi ai
cambiamenti, alle leggi che
la società gli impone.
La concezione del mondo di Pirandello si riflette nella sua opera:
instaura un'arte
cosciente delle problematiche e della crisi della società.
Per questo Pirandello considera l'arte umoristica come un mezzo
perfetto per ritrarre
la società del suo tempo, le sue contraddizioni e conflittualità. La
chiave umoristica non
diventa dunque soltanto specchio di uno stato d’animo, è anche un
modo come spiegare i fatti
della psiche dell’individuo, è un mezzo per riconoscere la vera
realtà, un mezzo per saper
decifrarla. L’arte umorista, ha come base esprimere le condizioni
totalizzanti, inevitabili
e definitivi degli uomini. L’umorista è quello che cerca di scoprire
l’oltre di ogni realtà per
poter poi conoscerla nella sua verità nascosta.
Pirandello dunque riflette sulle contraddizioni della falsa realtà e
sulle forme
e convenzioni da quella realtà imposte.
Tale riflessione è alla base
del saggio L’umorismo
(1908) dove si riflette tra l’altro sulla frantumarietà e non unità individuale.
Infatti nel saggio possiamo leggere:
“Ma se noi abbiamo dentro quattro, cinque anime in lotta fra loro:
l’anima istintiva,
l’anima morale, l’anima affettiva, l’anima sociale? E secondo che
domina questa o quella,
s’atteggia la nostra coscienza […] sì, un poeta epico o drammatico
può rappresentare un suo
eroe, in cui si mostrino in lotta elementi opposti e repugnanti; ma
egli di questi elementi
comporrà un carattere, e vorrà coglierlo coerente in ogni suo atto.
Ebbene, l’umorista fa
proprio l’inverso: egli scompone il carattere nei suoi elementi; e
mentre quegli cura di
coglierlo coerente in ogni atto, questi si diverte a rappresentarlo
nelle sue incongruenze.” (Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti varii, a cura di Manilo Lovecchio Musti, Milano, Mondadori, 1973, da
Letteratura italiana Zanichelli, LIZ 4.0.)
Dall’altro canto è il fatto scontato che l'opera pirandelliana non
si allontana dal
quotidiano, dalle vicende degli uomini comuni, dalle passioni e
paure umane, ma tale
problematiche appunto sono il nucleo della sua opera.
In più, è interessante osservare, come i progetti che nascono dalla
sua produzione non
si compongono secondo un principio classico. Pirandello resta ignaro
dalle abitudini e norme.
Nella sua arte, dunque, non troviamo un carattere, un uomo tipico di
quei tempi, di quella
società.
Pirandello invece introduce il personaggio: un’anima sconvolta,
un’identità perduta,
un doppio dell’io.
Massimo Bontempelli per onorare la morte di Luigi
Pirandello ha
pronunciato:
“La persona, per riempire in modo sicuro la scena del mondo, ha
inventato
personaggio.” (Cit. in Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, Editore
Laterza, Roma-Bari, 2000, p. 122.)
Pirandello per riempire questa scena del mondo sceglie per le sue
opere di narrativa
e di teatro tali poetiche, ideologie e filosofie che segnano che i
vecchi principi, la ragione
e l'unità individuale sono messi in discussione. Le parole, la
letteratura sono poste in pregiudicato (Ibidem). Ed appunto con tale chiave, avendo sempre in mente
queste parole possiamo perfettamente capire i messaggi che Pirandello lancia tramite la
lingua dei suoi personaggi.
I personaggi che cercheranno di interpretare, spiegare, dare delle
risposte, trovare le ragioni
ma che comunque sempre resteranno stretti nella morsa delle proprie
capacità o incapacità,
e che, come avremo possibilità di vedere nei Quaderni, saranno
destinati soltanto alla passiva
registrazione. Giancarlo Mazzacurati dice:
“Mentre affonda la genesi e di conseguenza la possibilità di
orientare e armonizzare il
punto di vista nell'occhio del narratore (e in quello retrostante
della società di cui era stato
interprete ideale e mediatore), mentre cioè tramontano le scienze
capaci di motivare la storia
e i valori, capaci di darle finalità e orizzonte, si accresce e si
complica proporzionalmente il
problema dell'interpretazione: non certo e non soltanto quello della
nostra interpretazione
storico-critica, ma prima di tutto quello del narratore o
drammaturgo-interprete. Quest'antica
funzione demiurgica, com'è noto, in Pirandello si fa presto
problematica, infine renitente, fino frequenti simulazioni di rifiuto: non solo perché la vita si è
fatta al suo sguardo troppo
complessa e inarrestabile nelle sue pulsioni, per essere riducibile
a forma,cioè ad arte, ma
anche perché è venuto meno il principio d'autorità, l'investitura
sociale, l'autorizzazione
a rispondere in nome di principi riconoscibili, collettivi.”
(Cit. in Giancarlo Mazzacurati, Pirandello nel romanzo europeo, Il Mulino,
Bologna, 1995, p. 120.)
Il problema d’interpretazione è una tematica frequentemente
sviluppata in Pirandello.
I diversi
modi di interpretazione, diversi punti di vista devono per forza
incontrarsi violentemente.
L’interpretazione personale della realtà la quale è giudicata da
“ognuno a suo modo”
non può riportare un messaggio univoco, integrale. È per questo i
personaggi pirandelliani
sono spesso ridotti a silenzio, destinati soltanto ad osservare, a
registrare impassibilmente la
realtà. Vengono isolati dal mondo circostante, rifiutano o gli viene
vietato ad instaurare
qualsiasi rapporto con esso. Non c’è più un dogma universale, una
forza massima che sa
organizzare il bene ed il male del mondo. Una ragione universale non
esiste più. Infatti
all’artista resta il compito di registrare il caos che domina il
mondo, mettere in luce le sue
conflittualità.
Le idee relativistiche invadono molti campi della
realtà umana.
“E alla scrittura come registrazione negativa del mondo, cerimoniale
luttuoso che ha
bisogno di ricostituire continuamente l’oggetto per tornare a
distruggerlo, potrà succedere una
scrittura come smascheramento e allegorizzazione della realtà,
tecnica di produzione di quadri
ed immagini fuori contesto e stridenti. Pirandello è infatti avviato
a dare inizio, con la sua attività teatrale, al periodo più creativo della sua
arte.”
(Cfr. Arcangelo Leone de Castris, Storia di Pirandello, Laterza, Bari,
1971, pp. 124-134.)
La poetica di cui abbiamo riportato alcune idee basilari mostra
l’ideologia dello
scrittore che non vuole cancellare dubbi con false certezze. Anzi
Pirandello li vuole
sottolineare e mettere in luce, presentarli nella loro cruda realtà. Pirandello profondamente
ancorato nella concezione pessimistica del mondo, investito dal
compito di afferrare la
contraddittorietà del mondo, avrà per obbiettivo mettere a nudo il
contrasto fra parere ed
essere.
Inizio pagina

3. Le prime edizioni del romanzo
Soffermiamoci sulla storia del concepimento e stesura dei
Quaderni
di Serafino
Gubbio operatore. Fin dal 1904 risulta il romanzo sotto il titolo
Filauri, che è attuale anche
nel 1913 quando Pirandello propone per la pubblicazione a puntate
sulla rivista “Lettura”, rivista collegata al “Corriere della sera”, un
romanzo dello stesso titolo. (Che Filauri fosse il primo nucleo del romanzo risulta da un
prospetto tematico inviato al direttore del mensile.
Esso riguarda innanzi tutto la vicenda più romanzesca, ovvero la
passione di Aldo Nuti per l'attrice russa Varia
Nestoroff che si chiude con la tragica finale. Cit. Maria Antonietta Grignani,
Prefazione ai Quaderni di Serafino Gubbio
operatore.)
Il romanzo dopo essere stato rifiutato,
esce a puntate sulla “Nuova
Antologia” dal 1° giugno al 16 agosto del 1915 e l'anno seguente il
romanzo esce in volume
per l'editore Treves di Milano col nuovo titolo Si gira.
La prima
titolatura Si gira, formula
tecnica per indicare l'inizio di una ripresa di scena e anche il
soprannome di Serafino Gubbio,
rinvia sia allo studio d'ambiente che alla maschera professionale
del protagonista-narratore.
Titolo e stesura del romanzo sono definitivi nel 1925 quando i
Quaderni di Serafino
Gubbio operatore escono nella terza edizione dal editore Bemporad di
Firenze. Il titolo
definitivo offre subito il nome e cognome del protagonista e Pirandello svela esplicitamente la
sua professione.
La stessa trasformazione del titolo sposta l’attenzione dal caso del
protagonista-narratore,
verso i Quaderni in cui Serafino Gubbio soddisfa scrivendo, come lui
stessa
dichiara, “un bisogno di sfogo prepotente” e vendica anche la
condanna sua e di tanti “a non
esser altro che una mano che gira una manovella.” (L. Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore,
Introduzione di Nino Borsellino, Prefazione e note di Maria Antonietta Grignani, Garzanti Editore, Milano, 1993, p. 8; d’ora in poi
citati come Quaderni).
Per concludere
questo capitolo riportiamo
una riflessione di Giacomo Debenedetti sulla stesura e costruzione
del romanzo:
“Fatto sta che il nuovo titolo, Quaderni, è significativo perché dà
atto di una materia
che tende sempre ancora a ricuperare il suo stato fluido, renitente
all’affabulazione, alla
oggettivazione distaccata, concertata, del racconto tutto filato,
pur nei suoi frastagli
e malgrado frastagli, nel suo sviluppo dal principio alla fine: sin
dal 1915, dal momento della
sua stesura, il romanzo si era presentato come un “romanzo da fare”,
con l’implicita
aggravante che tutto si sarebbe distrutto, avrebbe perso valore e senso, se un dissennato autore
si fosse arrischiato a congegnarne gli spunti, la storia multiforme
e polivalente di un romanzo
fatto.”
(Cit. Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano
1971, p. 257.)
Inizio pagina

4. Struttura del romanzo
In questo capitolo vogliamo trattare la struttura del romanzo. Come
suggerisce già il
titolo del romanzo, Pirandello divide la materia in quaderni. A base
del tipo di scrittura
possiamo dire che siamo di fronte ad un diario. I quaderni sono
sette in tutto. I quaderni poi
vengono divisi in singoli capitoli. Tale struttura è palese e
semplice ma Pirandello va oltre
e arricchisce questa povera struttura di varie divagazioni,
parentesi, vi troviamo addirittura una
specie di romanzo nel romanzo. Pirandello servendosi di tali mezzi,
ha certamente
l’intenzione di rendere più vivace la struttura di questo romanzo.
Oppure l’autore tramite
questi mezzi ha l’intenzione di rallentare il ritmo frenetico della
narrazione, vuole fermare
per un attimo lo sguardo caotico di Serafino il quale guarda
continuamente cose diverse?
Maria Antonietta Grignani tra l’altro sostiene che lo statuto
erratico dei Quaderni, fatto di
digressioni e apologhi, è vendetta contro lo squallore del mestiere
di Serafino. (Cfr. Maria Antonietta Grignani, Note ai Quaderni, cit., p. 94.)
Si può
comunque ben vedere che con le lunghe digressioni, con le micro
storie intrise, Pirandello
riesce molto bene sia a rallentare il ritmo che a vendicare la
professione monotona e grigia del
narratore. Tra tante divagazioni che possiamo trovare nei Quaderni
nomineremo ad esempio
la storia della “dolce casa in campagna”: una lunga divagazione da
parte dell’autore che
rallenta fortemente il ritmo della narrazione. Oppure un esempio per eccellenza è la storia di
beccaccino e cacciatore la quale sviluppa la tematica delle vittima
e della preda, ma che però
nella prospettiva finale del romanzo non avrà minimo influsso sulla
storia. Possiamo anche
ricordare l’uomo del violino, una figura tragica che non ha posto
nel nuovo mondo. L’uomo il
quale con la sua morte rappresenta la morte di un’arte vera, ma il
quale di nuovo non influisce
sulla storia centrale.
Il romanzo dunque è diviso in sette quaderni. Il primo quaderno dopo
una riflessione
da parte del narratore sul mondo inquinato dalle macchine continua
con una retrospezione
a cui Pirandello dedica un capitolo. Una retrospezione di un anno
nella quale Serafino tra
l’altro racconta di come è arrivato al suo posto di operatore. È importante sottolineare che
Serafino racconta e scrive le “note” al passato. I fatti che
leggiamo sono dunque riportati
e filtrati nel tempo passato.
Non dobbiamo però dimenticare di dire che ci sono delle eccezioni:
soltanto
nell’ultimo quaderno troviamo che in alcuni capitoli il narratore
usa il tempo presente. È una
manovra che ha per compito attirare l’attenzione dei lettori? Cioè
abbiamo possibilità di
assistere nel tempo presente agli avvenimenti finali di cui Serafino
parla. Pirandello usa la
suspense narrativa per aumentare la tensione e poi concludere la
narrazione nel gran finale.
Crediamo anche che l’uso del tempo presente voglia sottolineare il
carattere compiuto dei Quaderni. E infine nello stesso tempo suggerisce che la condizione
che Serafino ha acquistato
è una condizione finale, totalizzante, inevitabile. Pirandello designa la fine del romanzo in
modo chiaro, non vuole lasciar posto a equivoco. Riportiamo una
breve frase dell'inizio di
penultimo capitolo dei Quaderni.
“Siamo, se Dio vuole, alla fine. Non manca più, ormai, che l’ultimo
quadro
dell’uccisione della tigre.” (Quaderni, cit., p. 207.)
Serafino stesso suggerisce che la sua narrazione sta per concludere.
Lui stesso
suggerisce che leggiamo ultime pagine del suo diario, dove “l’ultimo
quadro” dobbiamo
intendere nel senso dell’ultima scena del film in lavorazione. Ma si
tratta anche dell’ultimo
quadro, dell’ultimo avvenimento di cui Serafino parlerà prima di
finire la narrazione.
Vorremmo anche sottolineare un altro aspetto che riguarda la
struttura del romanzo:
e cioè come Serafino fa rinvio alla propria scrittura, allude al
genere di scrittura. Nell’ultimo
capitolo del settimo quaderno dice:
“Dopo circa un mese dal fatto atrocissimo, di cui ancora si parla da
per tutto,
conchiudo queste mie note.” (Quaderni, cit., p. 215.)
Infatti, proprio in questo momento Serafino fa ultimo ritorno al
passato e descrive la
terribile strage nella gabbia che si era svolta sotto i suoi occhi.
Le allusioni alle “mie note”
ricordano palesemente il sottotitolo delle prime due edizioni del
romanzo: Pirandello ha
intitolato l’opera Si gira..., con sottotitolo Fascicolo primo,
secondo, ecc. delle Note di
Serafino Gubbio operatore.
Pirandello tramite il rinvio alla scrittura vuole mettere in risalto
il procedimento
narrativo che raccoglie vicende e storie. Per concludere il capitolo
dedicato alla struttura del
presente romanzo, riportimo un commento su essa di Giacomo
Debenedetti:
“Il profilo dell’intreccio dei fatti e della narrazione dei Quaderni
è dunque quello del «romanzo da fare».
L’avventura di Serafino Gubbio, infatti, non è
ricostruita a posteriori, come quella di Mattia Pascal che si trova in questo
senso davanti a un «romanzo fatto».”
(Cit. da Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, pp.
217-218.)
Debenedetti, quindi, classifica i Quaderni nella categoria di un
“romanzo da fare”, il
che significa sottolineare la stesura dell'opera. Una stesura la
quale come se volesse suscitare
che presente romanzo non è stato portato al termine, la storia non
conclude. Come se le
vicende e storie raccolte in quaderni facessero soltanto da fondo ad una storia, ad una vera
narrazione che si deve solo iniziare. No, la storia è quella.
Pirandello sceglie la costruzione
aperta per sottolineare che la vicenda vincolante di Serafino Gubbio
non concluderà mai, che
la sofferenza su questo mondo è eterna e non c'è minima possibilità
di riscatto. Anche se la
fine della narrazione resta aperta, Pirandello non dà posto a
equivoci. Ed appunto perché tutto
è stato detto in modo chiaro, palese, l'autore può permettersi di
prendere congedo servendosi
di tale “fine”. È però una fine simbolica. È una fine che,
praticamente, non significa che
qualcosa sta per finire.
Come avremo possibilità di vedere, questo romanzo svolge una
funzione di notevole
importanza nella prospettiva della produzione pirandelliana in
quanto sono proprio i Quaderni
i quali testimoniano definitivamente l’adesione di Pirandello ad una
struttura non più
ottocentesca, la quale è ai tempi del concepimento dei Quaderni
destinata al tramonto.
Pirandello si serve di una struttura del tutto attuale e nuova.
Di fatto,
“nel 1925 - afferma Debenedetti - , Pirandello è già cosciente
che la forma
e l’architettura del romanzo e del dramma sono messe in forse,
minate dal contrappunto, dal
basso ostinato del romanzo e del dramma dell’autore che li scrive.
Può sembrare strano che
non abbia arretrato di più quella consapevolezza, al 1915, quando il romanzo apparve
a puntate nella «Nuova Antologia» col titolo Si gira... Ma era
proprio il titolo dell’edizione
1925 a testimoniare la coscienza della nuova forma, il riferimento a
una poetica dichiaratamente novecentesca”.
(Cit. da Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, pp.
217-218.)
Inizio pagina

5. La trama
Il protagonista del romanzo, Serafino Gubbio, racconta in prima
persona la sua storia
di “operatore della casa cinematografica Kosmograph”. Serafino parla
della propria
condizione di un nessuno dietro la macchina da presa.
Sappiamo
tramite le sue note anche
altre storie e micro storie, dato che questo romanzo è ricco di
divagazioni, ritorni alla
memoria, addirittura c’è un romanzo nel romanzo. La storia da cui
il romanzo prende spunto
è una storia d’amore, di cui è protagonista l’attrice russa, la
“femme fatale”, Varia Nestoroff.
“Ma, stavolta, questa materia è poco più di un pretesto, perché
resta «renitente alla
affabulazione», disposta com’è per stratificazioni e riprese successive, quasi un
«romanzo da
fare».”
(Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento, p. 257, cit. in Romano
Luperini, Il Novecento.)
Questa storia, quindi, sarà poi sviluppata tramite gli
occhi del protagonista in una
storia secondaria, ma comunque farà sempre da fondo a tutto il
romanzo. Il romanzo
raggiunge il culmine con il gran finale della strage in gabbia: Serafino riprende con la sua
macchina da presa la scena del film La donna e la tigre in cui si
compie la tragedia della
“femme fatale” uccisa dal suo amante, il quale, a sua volta, viene
sbranato dalla tigre. Tutta la
scena orribile si svolge sotto gli occhi dell’operatore, incapace di
qualsiasi reazione. Serafino,
a causa del trauma subito, perde per sempre la parola. Il piano di
una scena cinematografica
compenetra terribilmente il piano della realtà. La scena d’orrore
della vita dell’uomo girata con assoluta freddezza, sarà utilizzata per la scena dell’industria
cinematografica.
La scena di passione e gelosia che Serafino girerà con suprema
freddezza, sarà ripresa poi e venduta come merce. Cioè la connessione tra la vicenda narrata
e filmata si fa chiara nel
finale, dove la tigre destinata ad essere uccisa per una scena del
film, partecipa ad entrambe le
prospettive: di quella narrata e di quella filmata. Le due storie si
sovrappongono, confermando
“la vita, che è infatti vita da cinematografo”.
Il personaggio centrale di quest’opera, oltre a Serafino Gubbio, è
l'attrice russa, Varia
Nestoroff. La “femme fatale”, la quale viene dall’autore definita
come donna-volpe e vipera.
La storia si svolge a Roma dei primi decenni dello scorso secolo.
Assistiamo così direttamente
alla nascita della grande industria, la quale viene descritta da
parte dell’autore solo tramite
i termini negativi. Al di fuori degli studi cinematografici della
Kosmograph, siamo portati
anche in uno squallido ospizio “di mendicità”, dove troviamo due
curiosi personaggi: il
filosofo Simone Pau e un violinista alcolizzato.
Tutta la vicenda del romanzo prende avvio proprio dall'incontro
avvenuto in una
stazione di Roma tra Serafino e il filosofo che lo invita nel suo
albergo per trascorrere la
notte. Quest’albergo non sarà altro che un ospizio per poveri.
È importante sottolineare che la narrazione comincia con una breve
retrospezione di
circa un anno, indirizzata ad immergere il lettore nella trama del
romanzo, consentendogli di
comprendere gli avvenimenti che si svilupperanno in seguito.
Nel romanzo Pirandello rappresenta un’esperienza di orrore a causa
della quale il
protagonista perde la parola.
Cioè l’autore vuole designare una
situazione di shock, di
violenza. Un’esperienza di orrore che causerà non soltanto il
mutismo di Serafino Gubbio, ma
che segnerà in profondo anche la sua anima. Serafino perde la voce e
il film registra quello
che la voce non potrà narrare. Non sarà la voce umana a raccontare
la storia, bensì la
pellicola.
In questa prospettiva capiamo che la perdita della voce
non rappresenta solo la
rivincita del mondo meccanico su quello naturale, ma la perdita
della voce, come vedremo nei
capitoli successivi, rappresenterà anche l’impossibilità di salvezza
per il protagonista.
Inizio pagina

6. Poetica e ideologia del romanzo
Il romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore riporta in forma di
diario scritto
dal protagonista l’immagine della società del primo Novecento,
l’immagine della nascente
industria cinematografica. In più, ovviamente, raccoglie la storia di
un operatore
cinematografico. Pirandello usando frequenti divagazioni e ritorni
alla memoria, traccia la
professione del protagonista Serafino Gubbio il quale, come il
tipico narratore umorista, cerca
di afferrare l’oltre della vita. Cioè percepire un al di là che gli
uomini comuni non
percepiscono, un qualcosa nascosto dietro la parte visiva ed afferrabile delle cose, e che in certi
momenti si manifesta.
Nel romanzo si riflette in pieno la poetica pirandelliana e cioè la
sua visione negativa
del mondo dominato dalle macchine, dalle convenzioni e dalle
condizioni sociali. La visione
negativa del mondo in cui l’individuo è immerso nella continua lotta
tra la realtà e finzione. Nell'opera possiamo individuare molte problematiche tipiche della produzione
pirandelliana: il concetto della maschera degli individui la quale
rappresenta una costante
assoluta della poetica pirandelliana. Maschera come mezzo per
nascondere i veri sentimenti
degli individui, un mezzo che fa impenetrabile la loro anima. I
personaggi mascherati dunque
non svelano i veri sentimenti e questo ha per effetto
l’incomunicabilità, la falsità, l’ipocrisia.
Il compito del personaggio umorista, il quale è senza dubbi Serafino
Gubbio, per quanto gli
sarà possibile, è denudare le anime nascoste, strappargli le
maschere e presentarle nella loro
reale condizione. Serafino Gubbio si fa portavoce di questi ideali e
nei Quaderni possiamo
infatti seguire come il suo compito viene realizzato.
Ovviamente
sorge la domanda quale sarà
la risposta dei personaggi “mascherati” a tale atteggiamento?
Riportiamo un brano dal
romanzo, in cui emerge la tematica della maschera.
“Ma no! Volevo spiegarle perché a mio modo di vedere, si mentisce
inevitabilmente.
E dico che mentre la natura non conosce altra casa che la tana o la
grotta, la società costruisce
le case: e l'uomo, quando esce da una casa costruita, dove già non
vive naturalmente,
entrando in relazione co' suoi simili, si costruisce anche esso,
ecco: si presenta non qual è, ma
come crede di dover essere o di poter essere, cioè in una
costruzione adatta ai rapporti, che
ciascuno crede di poter contrarre con l'altro. In fondo, poi, cioè
dentro queste costruzioni,
messe cosi di fronte, restano ben nascosti, dietro le gelosie e le
imposte, i nostri pensieri più
intimi, i nostri più segreti sentimenti.
Ma ogni tanto, ecco, ci sentiamo soffocare: ci vince il bisogno
prepotente di
spalancare gelosie e imposte per gridar fuori in faccia a tutti, i
nostri pensieri, i nostri
sentimenti tenuti per tanto tempo nascosti e segreti.” (Quaderni, pp.
105-106.)
I personaggi saranno disposti al denudamento che vorrà portare
avanti Serafino o gli si opporranno? I personaggi dei Quaderni, come abbiamo notato, tendono
a ribellarsi contro
questo intento del protagonista. Si oppongono in quanto tale azione
potrà mettere a nudo
i loro dolori, le loro voglie, sogni e orrori più intimi. Tale
compito di esecutore spetta dunque
a Serafino Gubbio. Il tema della maschera viene qui riportato
attraverso la metafora della
costruzione. L'uomo allontanatosi una volta dalla natura, si è
avvolto di un velo
impenetrabile. Ed è diventato non quello che lui stesso vorrebbe
diventare, bensì quello che la
società, le condizioni e circostanze in cui vive lo fanno diventare.
Pirandello però aggiunge:
“si mentisce inevitabilmente”.
Tale condizione, per quanto contraddittoria e falsa, è, secondo
l'autore, inevitabile. Tale atteggiamento è spiegabile nel seguente
motivo: conoscere sé stessi
significa essere coscienti delle nostre crudeltà e delle nostre
violenze, da cui vogliamo
mascherarci. Ne è la prova il comportamento degli altri personaggi
del romanzo nei confronti
di Serafino Gubbio. Sentono l'antipatia per lui, perché è proprio
lui, in quanto operatore
cinematografico, che li priva, attraverso la macchina da presa, del
diretto contatto con il
pubblico, per colpa sua si sentono come in esilio perché la
macchinetta riproduce una loro
immagine nella quale però, loro a sua volta, non si riconoscono.
Comunque, questa
problematica, complessa e essenziale nella finale prospettiva del
romanzo, la tratteremo nei
capitoli che seguiranno.
Nei Quaderni appaiono subito evidenti i conflitti umani che
Pirandello vuole
sottolineare ed analizzare: la dialettica tra la vita e la forma,
l’io e lo sdoppiamento dell'unità
individuale.
Con i Quaderni viene messo in scena lo sdoppiamento
della personalità e la
dialettica tra la maschera e il volto.
Possiamo infatti individuare
questa tematica in seguente
brano del romanzo:
“Nel corridojo, appena richiuso l'uscio della stanza del Nuti,
tenendo un fiammifero
acceso tra le dita, ho visto davanti a me, vicinissima, enorme
nell'altra parete, la mia ombra.
Smarrito nel silenzio della casa, mi sentivo l'anima così piccola,
che quella mia ombra al
muro, così grande, m'è sembrata l'immagine della paura.“ (Quaderni, pp.
125.)
L’individuo, quindi si sdoppia, si frantuma, entra in conflitto tra
la vita e la forma, il
quale ha causato società moderna. Tale forma, inevitabile per
l’uomo, diventa in Pirandello,
prima causa della frammentazione della coscienza individuale.
L'immagine dell'ombra, figura
tipica dello sdoppiamento in Pirandello, in questo caso fa paura a
Serafino, in quanto simbolo del conflitto tra ragione e sentimento (Cfr. Maria Antonietta Grignani,
Note ai Quaderni, cit.)
“Per Giacomo Debenedetti, la materia fluida non riducibile
all'univocità dei
personaggi dei Quaderni di Serafino Gubbio operatore , connota
l'opera come «un romanzo
da fare» con una tematica centrale, quella dell'oltre, che costituisce il problema tipico dell'arte
espressionistica.”
(Cit. da Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, p.
214.)
Debenedetti sostiene:
“I Quaderni sono pertanto una negazione di quel romanzo fatto che
era il romanzo
naturalista, sono poi anche con il loro impianto ideologico, una
condanna senza appello della
narrativa naturalistica. Non so se mi inganno; ma visto sotto questo
profilo, che è legittimo, il
romanzo dei Quaderni diventa la parabola della fine del romanzo naturalista. Non possiamo
stabilire se Pirandello se ne sia reso conto. Tutto fa supporre di
sì, data la lucidità con cui, dal
complesso delle vicende «in cerca d’autore», è fatta emergere questa
storia, che ha trovato il
suo autore. In ogni modo, con questo libro ci ha anche detto come il
narratore naturalista sia
ridotto al silenzio. Ci ha detto insieme, con la vitalità di questo
romanzo nuovo, come il romanziere sia nuovamente, e diversamente, in grado di
riprendere la parola.”
(Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento,
p. 280.)
Abbiamo già menzionato che nei Quaderni Pirandello traccia la
parabola della
riduzione dell’uomo al contatto con la tecnica. È però necessario
anche capire come sono
inquadrabili i Quaderni nell’intera produzione di Luigi Pirandello.
Secondo Guido Guglielmi
i Quaderni “sono del resto il romanzo del destino dell’arte moderna
(della decadenza
dell’aura) nell’epoca moderna.” (Guido Guglielmi, La prosa italiana del Novecento, Giulio Einaudi
editore, Torino, 1986, p.99.)
Di fatto, i Quaderni insieme al
romanzo Uno, nessuno e
centomila sono gli ultimi romanzi pubblicati, prima che Pirandello
inaugurasse la sua più
feconda stagione della sua produzione, cioè la stagione della
produzione teatrale. Potremmo
anche dire che la presente opera rappresenta il punto di passaggio
tra la narrativa il teatro data
la materia che ritrae gli inizi dell’industria cinematografica ed
anche e soprattutto per le
apparizioni del protagonista in e fuori campo, il suo filosofeggiare
in lunghi monologhi.
È importante sottolineare che anche se presente romanzo non è tra le
opere
pirandelliane più note, più lette o rappresentate, resta comunque
vero che questo romanzo
è
“precisamente la radiografia della poetica
pirandelliana, il suo evolvere da un atteggiamento di partecipazione attiva al
dramma delle sue creature a un atteggiamento di pura rappresentazione”.
(Cfr. Arcangelo Leone de Castris, Storia di
Pirandello, cit., pp. 125.)
Inizio pagina

6.1 Pirandello contro le macchine
Abbiamo già accennato che Pirandello era avverso all'avveniente
meccanizzazione,
alla nuova età della tecnica.
La sua visione negativa si fa chiara
appunto nei Quaderni, in cui
possiamo osservare la polemica dello scrittore contro “la macchina
che meccanizza la vita”, fa
dell'uomo schiavo e lo sottomette. Con ciò sorgono le questioni
delle conflittualità
dell'individuo, come ad esempio il vivere e l'io nella nuova società
industriale. Società di
massa che si fonda sull’esaltazione della tecnica e della bellezza.
Dobbiamo però
preliminarmente chiederci per quale motivo è Pirandello talmente
avverso alla tecnica? Per
quale motivo non vi vede che aspetti negativi?
Riportiamo un
commento di Graziella
Corsinovi:
“Sarà proprio la convinzione dell’immaturità della “tecnica” e non
un aprioristico
rifiuto da letterato a motivare le sue resistenze e la sua iniziale
opposizione prima al teatro
e poi alla meccanica riproduttiva del cinema a provocare la sua
iniziale opposizione primo
verso la materiale grossolanità degradante del palcoscenico e poi
verso la meccanicità “gracchiante” ed impropria dei primi esperimenti
cinematografici.” (Cit. Graziella Corsinovi, La persistenza e la metamorfosi, Pirandello e Goethe, Salvatore Sciascia editore,
Caltanissetta-Roma, 1997, p. 49.)
Abbiamo a questo punto possibilità di vedere e di sapere un fatto
indubbiamente
sorprendente, e cioè che Pirandello negli inizii della sua
produzione scorgeva aspetti negativi
anche nel teatro, proprio nel campo in cui più tardi raggiunge la
maestria. Ma presente brano
è essenziale, in quanto dice che Pirandello non era avverso alla tecnica e progresso come tali,
ma piuttosto critica l’immaturità, forse non perfezionalità.
Oppure non era Pirandello ancorato profondamente nel conservatorismo
e quindi
qualsiasi innovazione suscitava in lui diffidenza, naturale
avversione? Comunque è chiaro che
lo scrittore non vuole restare da parte, non vuole tacere e dà corpo
alla sua visione negativa
del “nuovo mondo” appunto nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore.
Di come affiora la
polemica con le macchine dello scrittore parleremo in questo
sottocapitolo.
Tenteremo di
individuare i momenti in cui emerge la visione negativa
pirandelliana verso le macchine. Quaderni di Serafino Gubbio operatore potremmo, in modo
semplicistico, definire
come un romanzo sul ruolo delle macchine nella vita degli uomini.
Tale definizione però
risulta molto esemplificativa e povera perché il romanzo del primo
decennio dello secolo
scorso è pieno di estensioni simboliche durative in tempo, le quali,
in virtù della capacità
e modernità pirandelliana, potrebbero essere facilmente applicate
anche alla società
contemporanea. Comunque è indiscutibile che la problematica delle
macchine è uno dei temi
principali del romanzo.
Pirandello pubblica negli anni del futurismo, intervenzioni
belliche, esaltazioni del
progresso un romanzo con una forte sfumatura antifuturista.
“Il
congegno centrale del romanzo è infatti una sgomenta immagine della vita collettiva come meccanismo agito dalle
macchine, governato dalla loro «fame», che dalla parte di Pirandello
è sinonimo di
alienazione, mentre da parte di futuristi diventava sinonimo di
dominio, pronostico di una
stagione di rivincite per i nuovi «barbari» della fantasia
tecnocratica e per entrambi, invertiti
i segni algebrici, sinonimo o equazione di morte e di cancellazione
di passato, di abbattimento
dell’idillio naturale [...]”.
(Giancarlo Mazzacurati, Il doppio mondo di Serafino Gubbio, in
Pirandello
nel romanzo europeo, p. 259.)
Pirandello addirittura, come vedremo
più sotto, non esita a
definire il cinematografo come “stupida finzione”. Citiamo dai
Quaderni un brano in cui
Serafino parla del suo lavoro:
“Non si lavora per giuoco, perché nessuno ha voglia di giocare. Ma
come prendere sul
serio un lavoro, che altro scopo non ha, se non d'ingannare - non sé stessi - a gli altri?
E ingannare, mettendo sù le più stupide finzioni, a cui la macchina
è incaricata di dare la
realtà meravigliosa? Ne vien fuori, per forza e senza possibilità
d'inganno, un ibrido giuoco.
Ibrido, perché in esso la stupidità della finzione tanto più si
scopre e avventa, in quanto si vede attuata appunto col mezzo che meno si presta all'inganno: la
riproduzione fotografica.
Si dovrebbe capire, che il fantastico non può acquistare realtà, se
non per mezzo
dell'arte, e che quella realtà, che può dargli una macchina, lo
uccide, per il solo fatto che gli
è data da una macchina, cioè un mezzo che ne scopre e dimostra la
finzione per il fatto stesso
che lo dà e presenta come reale. Ma se è meccanismo, come può essere
vita, come può essere
l'arte?” (Quaderni, p. 60.)
Insomma la nuova industria cinematografica, il cinema muto, la
tecnica di
riproduzione è per Pirandello un “ibrido giuoco”. Il cinema porta
con sé, rispetto al teatro, la
perdita dell'atmosfera unica dello spettacolo vivo, priva gli attori
dal contatto diretto con il
pubblico, si perde fascino dell'autenticità.
“Qua si sentono come in esilio. In esilio, non soltanto dal
palcoscenico, ma quasi
anche da sé stessi. Perché la loro azione, l'azione viva del corpo
vivo, là, sulla tela dei
cinematografi, non c'è più: c'è la loro immagine soltanto, colta in
un momento, in un gesto, in
una espressione, che guizza e scompare. Avvertono confusamente, con
un senso smanioso,
indefinibile di vuoto, anzi di svuotamento, che il loro corpo è
quasi sottratto, soppresso,
privato della sua realtà, del suo respiro, della sua voce, del
rumore ch'esso produce
movendosi, per diventare soltanto un'immagine muta, che tremola per
un momento su lo
schermo e scompare in silenzio, d'un tratto, come un'ombra
inconsistente, giuoco d'illusione su uno squallido pezzo di tela.” (Quaderni, p.
72.)
La macchina, e in conseguenza, il cinema irrigidisce l'arte. La
macchina riprende tutto
impassibilmente: e questa fredda oggettività sembra essere una delle
cause dell’avversione di
Pirandello verso di essa. Questo processo di meccanizzazione, poi,
coinvolge anche l'arte; il
cinema, attraverso cui gli attori possono trasmettere solo finzioni, nuovo divertimento di
massa prende la rivincita sul teatro il quale è ancora in grado di
trasmettere veri sentimenti. È
insomma una sfida della velocità e della consumazione sui vecchi
principi, sui vecchi valori.
Lo stesso nome degli studi cinematografici che sceglie Pirandello,
Kosmograph, porta un
connotato ironico.
Vuole rappresentare la scrittura del cosmo e
invece produce soltanto
finzione e artificio. Nei primi tre quaderni del romanzo, si fa più evidente ideologia di
Serafino,e di conseguenza di Pirandello, verso il mondo delle
macchine.
“Viva la Macchina che meccanizza la vita! Vi resta ancora, o
signori, un po' d'anima,
un po'di cuore e di mente? Date, date qua alle macchine voraci, che
aspettano! Vedrete
e sentirete, che prodotto di deliziose stupidità ne sapranno cavare
(...) e per forza il trionfo
della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi per la
creazione di questi mostri, che
dovevano rimanere strumenti e sono divenuti invece, per forza, i
nostri padroni. La macchina
è fatta per agire, per muoversi, ha bisogno di ingojarsi la nostra
anima, di divorar la nostra
vita. E come volete che ce le ridiano, l'anima e la vita, in produzione centuplicata e continua,
le macchine?“(Quaderni, p. 8.)
E ancora un brano citato dai Quaderni:
“Il battito del cuore non s'avverte, non s'avverte il pulsante delle
arterie. Guaj, se
s'avvertisse! Ma questo ronzio, questo ticchettio perpetuo, si dice
che non è naturale tutta
questa furia turbinosa, tutto questo guizzare e scomparire
d'immagini: ma che c'è sotto un
meccanismo, il quale pare lo insegua, stridendo precipitosamente. Si
spezzerà? Ah, non
bisogna fissarci l'udito. Darebbe una smania di punto in punto
crescente, un'esasperazione a lungo insopportabile: farebbe impazzire.”
(Quaderni, pp. 9-10.)
Le macchine risucchiano la vita, trasformano ogni elemento di vita
in cosa, la realtà in
finzione e l'artificio. Pirandello non può che attribuirgli una
connotazione negativa, la tecnica
per Pirandello diventa sinonimo di alienazione.
Lo scrittore
attribuisce alla macchina
l'aggettivo “vorace” e in più le macchine vengono designate per
mezzo delle metafore che
affiorano in tutto il romanzo.
Le metafore nascono per lo più dall'uso delle espressioni comuni e
cioè lavorano per
lo più sull'animazione bestiale delle macchine. Dal monotype che
ingoia pani di piombo
nasce un pachiderma. Il rotolo di carta traforata nel piano automatico diventa la pancia dello
strumento che divora l'arte del violinista. La più ricorrente
metafora è quella della macchina
da presa del protagonista. Per il mezzo del treppiedi sul quale si
appoggiava la camera da presa e dal verbo “prendere” (nell’ uso
contemporaneo il verbo corrispondente è riprendere.), usato nel gergo cinematografico,
abbiamo dunque la metafora
del “grosso ragno in agguato” che prende quello che gli è offerto.
In più i reparti fotografici con le macchine che “mangiano con la
voracità delle bestie
afflitte da un verme solitario”, dove i vermi solitari sono le
pellicole. Aggiungiamo una
definizione di Giancarlo Mazzacurati sui Quaderni:
“Appare come un romanzo di metamorfosi, anzi di metabolizzazioni,
prodotte da un
enorme apparato digerente (il mercato), che si ciba di una realtà
naturale (le passioni, gli
istinti, i sentimenti, la coscienza, la memoria, i valori) e le
trasforma in merce attraverso le «macchine voraci», simbolo dell'età
industriale.”
(Cfr. Giancarlo Mazzacurati, Il doppio mondo di Serafino Gubbio, in
Pirandello nel romanzo europeo, p. 250.)
Giancarlo Mazzacurati continua:
“Da questo ventre affamato di immagini sarà inghiottita, alla fine,
anche l'estrema
incarnazione tragica di un'istanza naturale.
Il groviglio di
passioni filmato dalla mano
automatizzata di Serafino Gubbio, quando vendetta, amore tradito,
assalto belluino mettevano
in scena l'estrema rivincita dell'autenticità, attraverso
l’impassibile mediazione della macchina offrirà all'industria la più compiuta
vittoria della merce.”
(Cfr. Giancarlo Mazzacurati, Il doppio mondo di
Serafino Gubbio, in Pirandello nel romanzo europeo, p. 251.)
In più Mazzacurati sostiene che più che di metamorfosi, occorrerà
allora definire
i Quaderni di Serafino Gubbio operatore come un romanzo di anamorfosi**:
”Perché il meccanismo dominante (l'illusione cinematografica) non
produce tanto
trasformazione quanto sostituzione della realtà naturale con una
realtà artificiale, di secondo
grado, che si nutre della prima e la assorbe entro i circuiti
totalitari dello spettacolo-merce. La
ribellione dell'autentico, congelata in prodotto, può divenire così, per la natura occlusiva
e onnivora degli apparati industriali, un fortunato oggetto di
consumo. Il mondo pirandelliano
delle macchine e delle riproduzioni estetiche meccanizzate, più che
trasformare, sostituisce ogni elemento di vita in “cosa”.
(Cfr. Giancarlo Mazzacurati, Il doppio mondo di
Serafino Gubbio, in Pirandello nel romanzo europeo, p. 251.)
**Anamorfosi: dal greco ana (all'indietro,
ritorno verso) e morphe (forma). È un fenomeno di deformazione di
un’immagine sfruttato specialmente in cinematografia, per cui l’ingrandimento in
senso orizzontale è diverso da quello in senso verticale.)
Inoltre Pirandello avverte anche sul fatto che le macchine
sostituiscono gli uomini
nelle attività che prima appartenevano ed erano svolte solo ed
esclusivamente dall'uomo.
Infatti, i Quaderni annunciano la crisi del ceto medio dell'epoca in
cui Pirandello li compone.
Alludiamo al filosofo Simone Pau, professore, che vive in un ospizio
per poveri. Poi il
violinista alcolizzato che respinge di accompagnare con il suo
violino un pianoforte
automatico o servire il monotype. E come un esempio per eccellenza,
Serafino Gubbio. Portato
dalla campagna alla città, dall’arte e dalle scienze umane studiate
per passione, all’industria
cinematografica praticata per sopravvivere. Operatore che non opera
nulla a cui non serve il
cervello o il cuore per operare, Gli serve soltanto la mano per far
girare la manovella della
cinepresa.
Infatti Serafino dice:
“Soddisfo, scrivendo, a un bisogno di sfogo prepotente. Scarico la
mia professionale
impassibilità e mi vendico, anche: e con me vendico tanti,
condannati come me a non esser
altro, che una mano che gira una manovella.” (Quaderni, p. 8.)
In effetti, Pirandello non sceglie a caso la professione del
protagonista. Serafino
è obbligato a servire la macchina da presa per nutrirla delle
pellicole girando continuamente la
manovella fino a perdere definitivamente l’identità e diventare
l’accessorio di un oggetto. Le
macchine non fanno altro che accelerare e rendere più complicata la
nostra esistenza. Serafino
Gubbio è conscio di ciò e per la sua natura cerca di opporsi.
Ma alla fine vediamo la dura sconfitta del protagonista, per lo
shock subito diventa
muto, e solo a quel punto diventa impassibile e perfetto operatore.
La crudeltà della scena che
Serafino ha girato con assoluta freddezza lo sconvolge ad un livello
tale che Serafino si
rassegna ad alcuna partecipazione alla vita. Serafino non può e
neppure non vuole più
riprendersi. Il suo mutismo diventa tangibile prova della vittoria
del mondo delle macchine su
quello della natura, tangibile prova della riduzione dell’uomo al
contatto con la tecnica.
Serafino non cerca più di ribellarsi alla condizione che gli è stata
assegnata dalla società. Con
l’autodefinizione finale “solo, muto e impassibile” accetta
definitivamente la forma della sua
vita e nello stesso tempo rinuncia alla possibilità di risarcimento.
Si definisce “solo, muto e
impassibile”, un operatore ideale, una figura perfetta nel nuovo mondo.
Pirandello va oltre e infine possiamo assistere al momento in cui lo
scrittore annuncia
apertamente il dominio delle macchine, tanto che l'uomo in questo
mondo risulta inutile.
In primo quaderno siamo testimoni di un malizioso interrogatorio nei
confronti di
Serafino Gubbio:
“Un signore, venuto a curiosare, una volta mi domandò:
- Scusi, non si è trovato ancor modo di far girare la macchinetta da
sé? Vedo ancora la
faccia di questo signore: gracile, pallida, con radi capelli biondi:
occhi cilestri, arguti: barbetta
e punta, gialliccia, sotto la quale nascondeva un sorrisetto, che voleva parer timido e cortese,
ma era malizioso. Perché con quella domanda voleva dirmi: Siete
proprio necessario voi? Che
cosa siete voi? Una mano che gira la manovella. Non si potrebbe fare
a meno di questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche
meccanismo?“
(Quaderni, p. 8: I tratti fisionomici del
signore con la faccia pallida, gracile, con rari
capelli biondi, sono quelli di
Pirandello. Vedi Prefazione ai Quaderni di Serafino Gubbio operatore.)
Infatti vari critici consentono che Pirandello era incline a
scorgere nella tecnica il
tecnicismo, nella macchina il macchinismo. Mentre la società
maggioritaria scorgeva nella
tecnica un passo grandioso per l'umanità, Pirandello non ne vedeva
che aspetti negativi. La
storia naturale della vita appare schiacciata, come avremo
possibilità di vedere più avanti,
tutta raccolta in reliquari della memoria.
I Quaderni annunciano apertamente la vittoria del cinema sul
teatro, della
falsità, dell'apparenza, dell'ipocrisia, della superficialità sul
sentimento, della finzione sulla
vita vera. L'individuo è, secondo il conservatorismo pirandelliano,
al contatto con il progresso
ridotto a oggetto, il progresso spersonalizza, riporta degradazione
dell'uomo e in fine lo
sottomette. Pirandello presenta il romanzo come una sequenza delle
immagini della vita
dell’uomo raccolta in un film. Ne nascerà una produzione
cinematografica adeguata ai miti
del tempo nuovo e prodotta per la società di massa.
Questa crisi a cui assistiamo nei Quaderni avrà per l’effetto
distruzione dell’individuo.
La stagnazione dell’intera società si fa visibile proprio ora, in
preciso momento della storia
umana. Nel tempo storico della società di massa, del progresso
tecnico, delle invenzioni
meccaniche che, come dice Pirandello nei Quaderni, divorano l’anima.
Inizio pagina

6.2 Il tempo della natura e della memoria
Il narratore nella prima parte del secondo quaderno abbandona per
qualche istante il
mondo del cinema ed dei suoi personaggi e fa una svolta sia spaziale
che temporale rispetto al
tempo e spazio nel quale fino a quel momento si muoveva.
Narratore-Serafino Gubbio compie
un viaggio spostandosi nella propria memoria.
Serafino torna all’età
dei suoi anni universitari
durante i quali conosce la famiglia Mirelli residente in una
villetta nei pressi di Sorrento.
Conosce i nonni Carlo e Rosa, i loro nipoti Giorgio e Duccella. La
storia di “dolce casa in
campagna” è una specie di romanzo in romanzo. Siamo portati in una
casa tranquilla, piena
d’armonia, lontana dal mondo moderno, perduta in campagna. Nella descrizione della “dolce
casa di campagna presso Sorrento” domina l’immobilità, il silenzio a
differenza della frammentarietà del Serafino “urbano”; tutto gioca insomma intorno ad
un principio di
opposizione.
Il compito dell'autore che ha, tra l'altro, è di rallentare il ritmo frenetico della
narrazione. L'occhio scrutatore di Serafino cessa per qualche
istante di spostare continuamente
lo sguardo e lo fissa nella propria memoria.
Siamo dunque portati alla “dolce casa in campagna”, è la storia di
pittore suicida
Giorgio Mirelli e la sua famiglia.
Serafino non si sposta in tempo
reale e presente, bensì in
passato, è una specie di flash back. Ma tale ritorno alla memoria ha
un ruolo molto più
importante di quanto si credesse alla prima vista, in quanto la casa
dei nonni è il serbatoio
della vita interiore di Serafino. Ricorre nel passato dove sotto il
velo dell’idillio si nasconde
nei luoghi deserti della memoria. È luogo in cui la sua anima
sconvolta trova conforto, un
luogo il quale, per quanto è possibile, dà un senso alla vita del
protagonista. Questo luogo
rimane l’ultima riserva sicura, l’estrema fortezza della vita
naturale. Questi posti sono una
specie di terapia per Serafino perché vendica sé stesso e tutti gli
altri condannati ad non esser
altro che “una mano che gira la manovella”.
Questo luogo simbolico è
un rifugio, dove
Serafino torna per trovare pace, per evadere dalla caoticità, rumore
e frammentarietà del
nuovo mondo. Perché in tale mondo, una persona come Serafino Gubbio,
non ha luogo.
È per
forza emarginato e perciò non gli resta altro che rifugiarsi nel
mondo delle memorie.
È, insomma, uno degli ultimi mezzi, grazie al quale Serafino non
affonda nel
“silenzio di cosa” e impedisce, o meglio dire allontana, il suo
identificarsi con la macchina.
È un luogo dei ricordi del tempo, quando Serafino non era ancora un
“escluso” dalla vita,
quando ancora non era uno scrutatore.
Serafino attraverso la macchina da presa ruba quello che gli è stato
rubato: una
partecipazione attiva alla vita, una possibilità dei sentimenti, una
fiducia nella propria
salvezza. È un serbatoio di sentimenti di Serafino, di una memoria
fedele, di una vita non
ancora inquinata, naturale, il profondo della sua anima. Anima come
l’ultimo posto salvato
dal progresso tecnologico, dal caos, dal rumore. Ed è proprio
l’anima di Serafino in cui si
proietta l’utopia pirandelliana; è un’utopia avere ancora speranze
in mondo naturale.
La casa presso Sorrento è una vera casa, dove le cose diventano
parti di chi vi abitava,
non le case della Roma moderna dei primi decenni dello scorso
secolo. La casa dei nonni è un
luogo simbolico della pace, dell'idillio, lontano dal mondo
meccanizzato e non ancora
inquinato da esso. Pirandello in effetti ha diviso la materia in due
parti impermeabili: il
mondo interiore e la vita attiva: il primo è il regno dell’anima e
della memoria, il mondo di
ieri, del tempo ormai passato. L’altro è invece il regno del caos
meccanico, delle immagini
spezzate, delle strutture veloci che raccolgono attimo per attimo
questo rapido passaggio
d’aspetti e di casi.
Sono messe in opposizione, il mondo delle macchine e questo mondo
delle memorie,
diciamo mondo della natura. Nel primo tutto cambia da un momento
all'altro, nell'altro
invece regna immobilità. Perciò questo luogo viene esaltato da
Serafino, perché resta ignaro
della tecnica, del progresso. Mondo della memoria è una specie di paralisi, tutto li resta
paralizzato, fermo come era, una volta per sempre.
Giancarlo Mazzacurati conferma:
“I suoi luoghi, che sono anche i luoghi dei sentimenti e della vita
semplice, i luoghi
dell’anima, riaffioreranno infatti soltanto lungo i tracciati della
memoria, come frammenti edenici di una alterità irrecuperabile.”
(Giancarlo Mazzacurati, Il doppio mondo di Serafino Gubbio, in
Pirandello
nel romanzo europeo, p. 260.)
Le macchine alla “dolce casa di campagna” non sono ancora arrivate.
Chi arriva
troppo spesso però in questa casa, sottolinea Serafino, è la morte.
La parola, che apposta ricorre spesso in primo capitolo del secondo
quaderno. La
morte viene, entra senza invito e senza permesso e porta via con sé
uno che ha dato valore a
questa casa. Sì, la morte. Una figura tante volte ricordata, tante
volte richiamata da Serafino.
La morte la quale è tante volte coniugata con la bella villetta nei
suoi ricordi, nella sua mente.
Perché, crede così Serafino, niente altro poteva rompere e spezzare
quella santa immobilità
che la morte.
Citiamo dai Quaderni:
“Se la morte si lasciasse afferrare, io la avrei afferrata per un
braccio e condotta
davanti a quello specchio, ove con tanta limpida precisione si
riflettevano nell'immobilità i due cestelli di frutta e il dietro dell'orologetto di bronzo e le
avrei detto: Vedi, vattene ora!
Qui deve restar tutto cosi com'è! Ma la morte non si lascia afferrare.” (Quaderni, p. 30.)
Ricordo dei nonni e dei nipoti Giorgio e Duccella sono delle
immagini invulnerabili
per Serafino. Sono come altari da cui Serafino va a pregare, ricordi
delle persone che,
insomma, davano un senso alla vita del protagonista. Sono dei ricordi del passato, in cui
veramente sentiva e viveva, quando la sua vita non era pura forma,
finzione, condizione totale
e inevitabile.
Aggiungiamo una citazione di Giancarlo Mazzacurati sulla forma del
romanzo:
“Convivono insomma nel Serafino Gubbio, con i loro peculiari moduli
contrapposti,
due forme del romanzo post-naturalistico: quelle che mi è capitato
altrove di definire tipiche
del romanzo antropomorfo ed antropocentrico, dove si esprime ancora,
sia pure in esiti
desolati o totalmente interiorizzati, la resistenza del ceppo
narrativo ottocentesco; e quelle del
romanzo tecnomorfo, dove si dissolve la centralità e l'integrità
figurale, la linearità o meglio il
continuum esistenziale consecutivo del soggetto e la mimesi si
sposta dai paradigmi della
biografia e della storia ai paradigmi delle scienze nuove, con vari
esiti di dissolvenza, che nel romanzo «cinematografico» di Pirandello, ad esempio, sembrano
spiegare una costruzione del
testo protesa (come talvolta appare) verso le tecniche della sceneggiatura e del montaggio
a quadri rapidamente sovrapposti.”
(Cfr. Giancarlo Mazzacurati, Dal continente Proust all'arcipelago Musil,
in AA.VV, Musil vs Proust, Milano,
Shakespeare e.c., 11000, p. 143.)
La descrizione compiaciuta e mite della “dolce casa”, le pagine ad
essa dedicate sono
fondamentali al messaggio integrale dell'opera. (Benché Pirandello ci avesse dedicato circa una ventina di pagine,
esse diventano essenziali per poter capire
a fondo la personalità di Serafino Gubbio e conseguentemente tutta
la poetica del romanzo.)
Le note riportate nei quaderni e tutto il romanzo pian piano
culminano proprio quando
Serafino, in tempo presente della narrazione, compie viaggio dopo
che erano passati alcuni
anni, nella vecchia casa sorrentina. Da tanti anni Serafino nutriva
la propria memoria dei
ricordi della casa e non ammette assolutamente che le persone e
posti possano mutare col
tempo. Infatti, il suo viaggio ai posti gelosamente custoditi nella
memoria, diventa un viaggio
nell'inferno. La vecchia casa è venduta e la terribile degradazione
fisica della nonna e di
Duccella (il nonno e Giorgio sono morti), sono realizzazione del più
orrido incubo di
Serafino. I suoi bei ricordi si svuotano, vaporizzano in un istante.
È come quando l’uomo
crede tutta la vita in una cosa e poi capisce che la fiducia in essa
era del tutto irreale e perciò senza senso. Segue uno svuotamento totale, una scossa alla psiche
dell'uomo.
Riportiamo le sensazioni immediate di Serafino nel momento in cui
avvista Duccella:
“S'arrestò sul pianerottolo e mi guardò con gli occhi chiari, spenti
nella faccia bianca,
grassa, dalla bazza floscia: sul labbro, di qua e di là, agli angoli
della bocca, alcuni peluzzi.
Duccella. Mi bastava; avrei dovuto scapparmene! Ah, fosse almeno
rimasta con quell'aria
apatica, da ebete, con cui mi si piantò davanti, ma ancora un
po'ansimante, sul pianerottolo!
Ma no: volle farmi festa, volle esser graziosa, - lei, ora, così-
con quegli occhi che non erano
più i suoi, con quella faccia grassa e smorta di monaca, con quel
corpo tozzo, obeso, e una
voce, una voce e certi sorrisi che non riconoscevo più [...].
Per levarmela davanti le avrei dato uno spintone, anche a rischio di
farle ruzzolare la
scala! Che strazio molle! Che cosa! Quella vecchia sorda, instolidita, senza più un dente in
bocca, col mento aguzzo, che le sbalzava orribilmente fin sotto il
naso, biasciando a vuoto e la
lingua pallida che spuntava tra le labbra flaccide, grinzose, e
quegli occhiali grandi, che le
ingrandivano mostruosamente gli occhi vani, operati di cateratta,
tra le rade ciglia lunghe
come antenne d'insetto!
- Vi siete fatta la posizione (con la zeta dolce napoletana) - la
posi-zzi-o-ne.
Non mi seppe dir altro.” (Quaderni , p. 186.)
Vediamo chiaramente che fine ha fatto il “fiore vermiglio” di Duccella e che fine farà
anche tutto il mondo della natura. Qui si compie simbolicamente la
rivincita del mondo
tecnico su quello naturale. Non possono esistere in simbiosi, bensì
uno sostituisce l'altro. La
grottesca deformazione e descrizione crudele e patetica da parte
del narratore delle due
donne, la sconfitta del mondo della natura, sotto questa ottica
capiamo che è inutile fidarci dei
miti e leggi legati al mondo della natura, perché essi prima o poi
diventano delle vuote forme.
E non più neanche ricordi, perché come abbiamo visto nei Quaderni,
Serafino serbava per
anni gelosamente le memorie della ”dolce casa”, ma appena vede che
l’immagine del tempo
passato non corrisponde assolutamente alla realtà, anche questi ricordi si svuotano e diventano
un niente.
Aggiungiamo ancora un'osservazione di Serafino Gubbio:
“La villetta? Era quella? Possibile che fosse quella? Eppure di
mutato non c'era nulla,
o ben poco [...]. Riconoscevo ch'era quella, e mi pareva impossibile
che fosse; riconoscevo
ch'era rimasta tal quale, e perché dunque mi sembrava un'altra? Che
tristezza! Il ricordo che
cerca di rifarsi vita e non si ritrova più nei luoghi che sembrano
cangiati, che sembrano altri,
perché sentimento è cangiato, il sentimento è un altro. Eppure
credevo d'essere accorso
a quella villetta col mio sentimento d'allora, col mio cuore d'un
tempo! Ecco sapendo bene
che i luoghi non hanno altra vita, altra realtà fuori di quella che
noi diamo a loro, io mi vedevo
costretto a riconoscere con sgomento, con accoramento infinito: Come
sono cangiato! La
realtà ora è questa. Un'altra.” (Quaderni , p. 186.)
Ecco, Serafino stesso ci dà una risposta: “I luoghi non hanno altra
vita, altra realtà che
noi diamo a loro.” Dunque non tanto i luoghi sono cambiati, quanto il
narratore stesso. Lui
scorge la villetta e non può riconoscerla, benché non sia cambiata,
ma perché è cambiato lui.
Il tempo ha mutato il suo sguardo, la sua percezione di vita, i suoi sentimenti. Da
studente Serafino guardava la casa diversamente e in quel modo se la
ricordava. E in tal modo se la era
conservata per anni nella memoria. Però non si è reso conto che non
solo le cose, ma pure gli
uomini mutano con il tempo. Non si pensa ovviamente soltanto alla
mutazione corporale, ma
soprattutto alla mente sulla quale spesso si vuole credere che tempo
non influenzi molto.
Lui la guarda con occhi diversi, viene con sentimenti diversi di una
volta.
L'affermazione del narratore “la realtà è questa. Un'altra” è una
costante assoluta di tutto il
romanzo. È in breve il messaggio dell'opera pirandelliana. L'uomo
non sa, non riesce
ad afferrare in tempo la vera realtà, e quando finalmente ci vede a
fondo e crede di averla
afferrata, la vera realtà è ormai un'altra. Serafino è conscio dell'inevitabilità del proprio
destino, della sua condizione totale. La personalità dell'uomo è una
fonte infinita di misteri, in
noi stessi dobbiamo cercare delle risposte, nei nostri atteggiamenti,
nei nostri sentimenti. Sono
le due donne alla fine le prove della distruzione totale dei ricordi
idillici di Serafino. Una
realtà che lui credeva di ritrovare si è vaporizzata in un istante e
gli si piazza davanti un’altra.
Questo ritorno non è solo inganno, non è simulazione ma ciò
significa paralisi totale della
persona; è una ferita profonda, di cui resta un segno perenne, sulla
quale si può al massimo
mettere un cerotto che comunque prima o poi cadrà. Serafino Gubbio
si trova così espulso, o
autoescluso dalle vicende del tempo e della storia.
Assistiamo così alla crudele realtà di disfacimento e distruzione.
Giancarlo Mazzacurati
sostiene:
“Il tempo reale, il presente delle cose e delle figure evocate
prende la sua rivincita sul
tempo immobile del mito e della memoria, facendo trovare sfigurate e
grottesche le ombre del
vecchio dagherrotipo mentale, che era stato fino ad allora il
serbatoio di vita interiore, l’oltre,
il superfluo, alibi in cui l'identità perduta di Serafino si
ricomponeva [...]. L’Eden rivisitato,
dopo la caduta, svelerà insomma gli effetti devastanti del tempo,
l'impossibi1ità dei miti rassicuranti e protettivi legati ai cicli della
natura[...].”
(Giancarlo Mazzacurati, Il doppio mondo di Serafino Gubbio, in
Pirandello nel romanzo europeo, p. 265.)
Serafino Gubbio, dall'altro canto è, o secondo alcuni forse non è
fortunato, in quanto si
rende conto della propria situazione. Mentre l’umorista sa che è
superficiale credere che la vita
ha un senso chiaro e determinato, gli uomini comuni hanno continuo
bisogno di inventarsene
uno. Non sono capaci di percepire che fine della vita non è un fatto scontato ed esplicito.
Serafino è conscio dell’impossibilità di credere nelle persone
perché esse non sono rassicuranti,
non sono ferme, con tempo mutano e dunque diventano multiple e in
conseguenza diventano
nulle.
Serafino fa da spettatore alla vita, ha paura di vivere e quindi
soltanto osserva,
impassibile. E in conseguenza ritiene inutile nascondersi dietro
alla maschera, dietro alla falsità
e ipocrisia, ma svela apertamente quello che pensa, quello che di
volta in volta sente.
Inizio pagina

7. Personalità del protagonista Serafino Gubbio
Nei capitoli precedenti abbiamo già accennato che la personalità del
protagonista dei Quaderni di Serafino Gubbio operatore è fondamentale per capire
pienamente il messaggio
che è stato lanciato dall’autore e che, nello stesso tempo, è
fondamentale per poter applicare
e classificare i Quaderni nella prospettiva integrale dello
scrittore siciliano. Nel presente
capitolo vogliamo studiare aspetti e tratti caratteristici della
personalità di Serafino Gubbio,
analizzarli e poi riportarli nella prospettiva finale del romanzo.
Ci siamo posti la domanda: chi è il protagonista di questa storia?
Un uomo senza
storia oppure la macchina da presa, ossia “il grosso ragno in
agguato”? Quali sono le cause
e gli effetti dell’impassibilità del protagonista? In quale modo il
protagonista cerca di
adeguarsi alla sua condizione dell’operatore impassibile? Cerca di
opporglisi oppure si è già
arreso?
La sua è una personalità complessa, è un doppio dell’io, un’anima
sconvolta. Oppure
rappresenta la personalità di Serafino Gubbio l’alter ego di
Pirandello? Su questo punto vari studi critici concordano ormai frequentemente, dato che nel romanzo
sono individuabili alcuni
tratti autobiografici. Oppure Pirandello si limita soltanto, come un osservatore, ad osservare
da lontano l’accaduto e spiega ciò che a prima vista pare complicato
o ragiona sulle verità
scontate e troppo chiare. Infatti, la condizione di estraneo alla
vita che Serafino si è dato è il
prezzo da lui pagato per farsi portavoce dell’autore. Ben presto capiremo che Pirandello
proietta Serafino Gubbio come un espulso, addirittura, un
autoescluso dalla società. Serafino
Gubbio è un estraneo dalla vita, un osservatore freddo, testimone,
insomma un personaggio-pensiero. (La definizione di Serafino Gubbio come
personaggio-pensiero è motivata soprattutto dal modo di apertura del
romanzo il quale inizia con le parole del narratore, così sappiamo
la caratteristica che più ritrae il carattere del
protagonista. Serafino sin dalla prima parola svela la propria
affezione all’osservazione, inaugura la sua parte di
un narratore-filosofo. Inaugura la sua parte di un testimone filosoficheggiante la cui esclusione dalla
partecipazione attiva alla vita lo imprigiona nella condizione di un personaggio che non avrà altro compito che
quello di studiare, osservare, riflettere e, ovviamente, narrare.)
È un narratore filosofo, interlocutore che vuole persuadere. Cerca
di persuadere, di
strappare la maschera agli altri personaggi della storia i quali, a
differenza di Serafino, sono
serrati nella trappola della propria immagine sociale, nella propria
forma che gli è stata
assegnata dalla società. E contemporaneamente non sono capaci di
vedere come si chiude il
cerchio della propria limitatezza, della propria cecità, della loro
falsa identità.
Secondo Mazzacurati
“è ovunque da parte di Pirandello una ribellione
(non importa
qui se tragica o ilare) o un assoggettamento (non importa se
rassegnato o riottoso) che in ogni
caso lascia divaricata, inascoltata o sepolta la verità dei pensieri
e degli impulsi, indecifrabile
la legge, profondamente immotivata o unilaterale la sentenza, perché
ovunque la norma, le
istituzioni, il senso comune si sono separati e arroccati,
fronteggiano sempre e non
interpretano né conoscono più la logica nuova dei comportamenti, gli
stimoli disparati
e complessi che producono l’azione, l’emergere dei gesti: la verità contro le verità, l’ideologia
contro la coscienza, l’unico troppo stretto per il molteplice”.
(Giancarlo Mazzacurati, Il doppio mondo di Serafino Gubbio, in
Pirandello nel romanzo europeo, p. 128.)
In effetti Pirandello opera con quell’illusione della vita, con quel
“sentirsi vivere” che
ci rende coscienti della propria vita, a differenza del puro e
desiderabile “vivere”. E questo
“sentimento della propria vita”, questo rinunciare alla partecipazione alla vita attiva
e denunciare la propria espulsione dal tempo e dalla storia è
presente abbondante anche nei Quaderni; di cui riportiamo un passo preso dal romanzo:
“Come sono sciocchi tutti coloro che dichiarano la vita un mistero,
infelici che
vogliono con la ragione spiegarsi quello che con la ragione non si
spiega!
Porsi davanti la vita come un oggetto da studiare, è assurdo, perché
la vita, posta
davanti così, perde per forza ogni consistenza reale e diventa un’astrazione vuota di senso e di
valore. E com’è più possibile spiegarsela? L’avete uccisa. Potete, tutt’al più, farne l’anatomia.
La vita non si spiega; si vive.
La ragione è nella vita; non può esserne fuori. E la vita non
bisogna porsela davanti,
ma sentirsela dentro, e viverla [...]. Non se lo sanno più spiegare;
come non sanno spiegarsi
che altri possa dare senso e valore a certe cose che per essi non ne
hanno più nessuno o non ne
hanno ancora. La ragione, che è in quelle cose, la cercano fuori.
Possono trovarla? Fuori della
vita non c’è nulla.”
(Quaderni , p. 148-149.)
Narratore enuncia apertamente la sua visione negativa della
percezione
o dell’attitudine della vita da parte ell’uomo. L’uomo per la sua
natura suole spiegarsi,
cercare risposte per il suo comportamento ed anche per il comportamento degli altri. Per ogni
azione, per ogni abitudine, per ogni parola ci si deve avere pronta
una spiegazione, una
risposta.
L’uomo, concessagli la facoltà di pensare, di riflettere, diventa
inconsciamente schiavo
della propria superiorità. L’essere consapevoli della propria
superiorità, la coscienza, il sapere
in più le vecchie noie e malattie dell'uomo che affiorano nella vita
di tutti gli esseri umani
sono infatti per Pirandello motivi dell’infelicità dell’uomo. E in
effetti qualsiasi tentativo di
analisi della vita, qualsiasi richiesta di spiegazione risulta
inutile e non voluta. Serafino
Gubbio esprime apertamente disprezzo per tale atteggiamento. Ma data
la contraddittorietà
e non stabilità della vita interiore dei personaggi pirandelliani ci
viene da chiedere se pure lui
cerchi di volta in volta di analizzare la propria vita, se pure lui
si pone la vita davanti per
studiarla. Serafino Gubbio si presenta già dall’inizio della
narrazione come un “personaggio-pensiero”.
Infatti il romanzo si apre con la seguente frase:
“Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca
di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa che io faccia: la
certezza che capiscano ciò che fanno.” (Quaderni , pp. 148-149.)
La frase che apre il romanzo, inaugura la più aderente
caratteristica del protagonista.
Serafino Gubbio sin dall’inizio parla da osservatore freddo,
distante, distaccato. Il suo
compito è quello di un narratore filosofo, di un interlocutore che
richiede l’udienza. Studia il
comportamento, le attitudini degli altri non per contemplarli, non
per presentarli nella loro
unità, bensì per darci le prove della frantumazione dell’io, per presentare la
contraddittorietà
della mente umana. Insomma Serafino cerca di frantumare l’oggetto
per rappresentarne la
faccia nascosta, ossia strappare la maschera per scoprire il volto
che si nasconde dietro di
essa.
Potremmo però nello stesso tempo tranquillamente dire che
Serafino Gubbio è lui stesso
“in cerca”; la sua principale occupazione è di studiare “la gente
nelle sue ordinarie
occupazioni” per, prima di tutto, capire. Capire e saper decifrare
tutto quello che lo circonda.
E comincerà a narrare dopo che avrà scoperto lo strumento per
raccontare.
Per capire la personalità del protagonista è necessario sapere
quali motivi sono dietro
a tali intenzioni del protagonista? Che cosa ha causato la sua
condizione di estraneo alla vita?
Quali sono motivi della sua espulsione? Che cosa ha frantumato la
sua condizione integrale?
Perché Serafino Gubbio fa soltanto da testimone alla sua e alla vita
degli altri?
Che cosa sta dietro la sua impassibilità? Queste sono alcune domande
a cui tenteremo di dare
risposte nel capitolo seguente.
Inizio pagina

7.1 Serafino Gubbio: una maschera d’impassibilità
Se vogliamo analizzare la personalità del protagonista del romanzo
in questione,
dobbiamo preliminarmente chiederci chi è Serafino Gubbio? A che tipo
di personaggio stiamo
di fronte? Abbiamo già accennato che capire pienamente la
personalità complessa del
protagonista significa saper leggere correttamente il romanzo, e in conseguenza, saper capire
tutta la poetica ed ideologia pirandelliana.
Prima di tutto riteniamo idoneo mettere in risalto la parola più ricorrente di tutto il
romanzo; e cioè la parola impassibilità. L'impassibilità la quale,
nell’ottica del presente romanzo, è necessaria per riprendere bene la scena di un film.
L’impassibilità che Serafino
acquisterà perfettamente non soltanto quando girerà la manovella
della cinepresa, ma la quale
farà sua anche nella vita personale. In effetti Serafino si non lascerà vincere da nessuna
emozione, non mostrerà nessun turbamento.
Chi è dunque Serafino Gubbio? Se volessimo semplificare, potremmo
dire che
Serafino è un “nessuno “ dietro alla macchina da presa. Uno che la
serve per farla girare. Ma
sarebbe ovviamente una definizione troppo semplice. Poiché, come
sostiene il narratore stesso
“c’è un oltre in tutto”.
Ed è proprio lui che riesce ad afferrare quest’oltre nascosto dietro
tutto.
Serafino
Gubbio, come un tipico personaggio umorista, sa scoprire, vedere
l’oltre enigmatico.
Riportiamo un brano dal romanzo:
“C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma
appena quest’oltre
baleni negli occhi d’un ozioso come me, che si mette ad osservarvi,
ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.”
(Quaderni , p. 4.)
Ecco, abbiamo possibilità di conoscere un’altra capacità del
narratore. È capace di
intravvedere l’oltre, il quale, secondo lui, è presente in tutte le
cose, in tutti gli uomini.
Serafino Gubbio diventa così uno specchio della nostra anima, del
nostro inconscio più
profondo. Serafino diventa un libro aperto in cui possiamo leggere i
nostri pensieri, i nostri
sentimenti gelosamente serbati.
Serafino è un personaggio, che a causa di questa sua capacità,
suscita inquietudine.
Invece di unire i caratteri umani, li scompone, li riporta nelle
loro incongruenze. Un’altra
volta si ripete lo svuotamento dell’io, unità dell’io non è un dato
interrogabile. Il concetto
dell’oltre che si estende come un filo rosso attraverso tutto il
romanzo lo tratteremo più
dettagliatamente in un altro sottocapitolo. Possiamo però già a
questo punto affermare una
delle tante acquisizioni dell’opera: “che Serafino Gubbio è oltre dei
personaggi, e che Pirandello è l’oltre di Serafino.” (Cit. Maria Antonietta
Grignani,
Prefazione ai Quaderni di Serafino Gubbio
operatore.)
I nominativi i quali sono adeguati a descrivere il nostro
protagonista sono molti.
Abbiamo già più volte definito il protagonista tramite le parole
come testimone, mediatore,
filosofo, estraneo alla vita, ecc. È una identità perduta che vive
delle immagini della propria
memoria, che vive di una memoria profonda e accogliente. Infatti
come abbiamo già detto nei
capitoli precedenti, Serafino vive solo ed esclusivamente della propria memoria, dei tempi
della vita naturale, dei tempi non inquinati dalla nuova età
industriale.
Serafino Gubbio, come lui stesso dichiara, “soddisfa, scrivendo, a
un bisogno di sfogo
prepotente”.
Bisogna intanto capire che cosa si nasconde dietro
questo “bisogno di sfogo”.
Per
quale motivo soffre tanto Serafino del bisogno di sfogarsi?
Il
narratore esattamente dice:
“Soddisfo, scrivendo, a un bisogno di sfogo, prepotente. Scarico la
mia professionale
impassibilità e mi vendico anche; e con me vendico tanti, condannati
come me a non esser
altro, che una mano che gira una manovella.” (Maria Antonietta Grignani,
Prefazione ai Quaderni di Serafino Gubbio
operatore, p. 8.)
Possiamo dire che Serafino Gubbio è grazie alla sua
impassibilità un
operatore perfetto.
Perché appena si mette a girare tutto il suo corpo è sottratto al
contatto con la macchina da
presa. Serafino, appena comincia a servire la macchina, non sente
più nulla. La macchina da
presa ne risucchia vampirescamente la vita. Ecco le parole del
narratore:
“Vado dal magazziniere a provvedermi di pellicola vergine, e preparo
per il pasto la
mia macchinetta.
Assumo subito, con essa in mano, la mia maschera d’impassibilità.
Anzi, ecco: non
sono più. Cammina lei, adesso con le mie gambe. Da capo a piedi, son
cosa sua: faccio parte del suo congegno. La mia testa è qua, nella macchinetta,
e me la porto in mano.” (Maria Antonietta Grignani,
Prefazione ai Quaderni di Serafino Gubbio operatore, p. 59.)
Il narratore così pian piano si identifica con la macchinetta. Il
suo corpo, la sua mente,
la sua libertà diventa di suo possesso. Qui si compie la
spersonalizzazione del protagonista,
solo a questo punto Serafino diventa un operatore perfetto: con la
maschera d’impassibilità sul
volto. Viene subito in mente però l’ironia voluta dallo scrittore:
un operatore che non opera
nulla, a cui non serve il cervello, il cuore per operare. Gli serve
soltanto la mano. La mano che
fa girare la manovella della macchina da presa. La macchina che per
ironia guarda con
l’occhio vitreo ma che non restituisce lo sguardo. Dunque per
diventare perfetto nella propria
professione, Serafino deve essere assumere la maschera
d’impassibilità, prima di tutto.
E come lui stesso sottolinea “non sono più, cammina lei adesso con
le mie gambe”, tutto il
suo corpo è sottratto. Di nuovo assistiamo al momento in cui
Pirandello tratta la problematica
della riduzione dell’uomo al contatto con la tecnica. Serafino
presta la sua mano, i suoi occhi
al servizio della macchinetta. E al contatto di essa cessa di
esistere, cessa di essere l’uomo,
bensì diventa una cosa.
E non soltanto la mano o la testa, ma anche
l’anima. Anche l’anima
gli è sottratta, rubata, divenuta macchina.
Infatti il narratore
continua:
“Non posso né odiare né amare la Nestoroff, come non posso odiare né
amare
nessuno. Sono una mano che gira la manovella. Quando poi, alla fine,
sono reintegrato, cioè
quando per me il supplizio d’esser soltanto una mano finisce, e
posso riacquistare tutto il mio
corpo, e meravigliarmi d’avere ancora sulle spalle una testa, e riabbandonarmi a quello
sciagurato superfluo che è pure in me e di cui per quasi tutto il
giorno la mia professione mi condanna a esser privo; allora[...].”(Maria
Antonietta Grignani,
Prefazione ai Quaderni di Serafino Gubbio operatore, p. 41.)
Serafino Gubbio essendo “una mano” non è capace, non può sentire.
Crede solo,
girando la manovella della cinepresa, eseguendo questa funzione
meccanica e ripetitiva, di
vendicarsi. Vendica sé stesso per il proprio sciagurato destino di
un operatore del nuovo
mondo che non opera nulla. Vendica la sua condizione naturale definitivamente perduta,
vendica l’impossibilità di riscatto, di cambio, di miglioramento.
Il suo coinvolgimento
emotivo, l’emozionalità diventano, anzi, nell’arco di tutta la
storia sono minimi.
Emozionalità, in termini di psicologia, è intesa come sensibilità
alle situazione che suscitano
le emozioni.
Emozionalità come caratteristica durativa in tempo, determina
soprattutto la dinamica con cui si vivono le emozioni, cioè sensibilità,
l’intensità nel vivere le emozioni.
Di tutto ciò il narratore è pienamente consapevole ed anche perciò
si presta a tale
compito. È interessante vedere che questa sua vendetta privata
sembra anche soddisfarlo. Ci
siamo già domandati per quale motivo soffre Serafino del “bisogno di
sfogo, prepotente”.
Ecco, abbiamo già trovato la risposta. A provocare questo sfogo è
appunto la sua professione,
il compito di servire la macchina, il meccanismo frigido e tittichettante del suo lavoro. Un
lavoro che spersonalizza, un lavoro che distrugge l’uomo, lo fa
diventare una cosa.
Riportiamo una riflessione sui motivi della spersonalizzazione e
dello sdoppiamento dei
personaggi pirandelliani:
“Blocco psichico, censura, disprezzo, aggressività autolesionistica
sono gli effetti di
questa rivelazione dell’altro io senza segreto, del soggetto violato
e posto “fuori di sé”, della
maschera gemella improvvisamente privata delle protezioni della
coscienza, svuotata della
propria storia interiore; e fatta oggetto, immagine consumabile, in
certi casi merce (come nel
caso di Serafino Gubbio). Varianti di un riflesso d’autodistruzione
che può scorrere dal
suicidio al masochismo, dall’accettazione rassegnata della falsa
immagine fino allo sfruttamento grottesco o tragico.”
(Giancarlo Mazzacurati, Pirandello nel romanzo europeo, p. 134.)
Ecco, non diventerà Serafino Gubbio alla fine una figura tragica?
Non è diventato lo
schiavo della macchinetta, un doppio dell’io che affonda nel
“silenzio di cosa”? Secondo
l’ottica pirandelliana, secondo la sua visione negativa del mondo, a
Serafino Gubbio
veramente non spetta altra fine che quella tragica, come comunque
vedremo più avanti.
Riportiamo un passo dal romanzo, in cui è descritta una gita in
campagna, dove gli
attori devono recitare la scena di un film, ovviamente assieme a
Serafino. Li accompagna una
giovane, di cui Serafino si innamora.
La scena è descritta
ovviamente tramite gli occhi del
protagonista:
“Perché andavo anch’io? Che rappresentavo io? Nessuno mi aveva
rivolto la parola;
ero stato appena presentato, come si farebbe d’un cane: non avevo
aperto bocca; seguitavo
a star muto...
M’accorsi che questa mia presenza muta, di cui ella non vedeva la
necessità, ma che
pur lei s’imponeva come misteriosamente necessaria, cominciava a
turbarla.
Nessuno si curava di dargliene la spiegazione; non potevo dargliela
io. Le ero
sembrato uno come gli altri; anzi forse, a prima giunta, uno più
vicino a lei degli altri. Ora
cominciava ad avvertire che per questi altri ed anche per lei (in
confuso) non ero propriamente
uno. Cominciava ad avvertire che la mia persona non era necessaria;
ma la mia presenza lì
aveva la necessità d’una cosa, ch’ella ancora non comprendeva; e che
stavo così muto per
questo, potevano parlare - sì, essi, tutt’e quattro - perché erano
persone, rappresentavano
ciascuno una persona, la propria, io no: ero una cosa: ecco, forse quella che mi stava su le
ginocchia, avviluppata in una tela nera. Eppure, avevo anch’io una
bocca per parlare, occhi
per guardare; e questi occhi, ecco, mi brillavano contemplandola; e
certo entro di me sentivo...” (Quaderni, p. 92.)
In questo brano vediamo chiaramente la degradazione del
protagonista. Serafino
Gubbio è definitivamente coniugato con la sua macchina. Non è più
visto, inteso dagli altri
come una persona, come uomo. Serafino viene sempre più identificato
con la macchina, lui è
la sua macchina da presa sono una cosa. Come lui stesso dichiara, la sua presenza di uomo
non è necessaria. Serafino non avrà in quel luogo compito o ruolo
adatto all’uomo.
L’unico
scopo per cui è stato portato in quel posto è di far girare la
manovella della cinepresa. Non è
stato presentato, nessuno gli rivolge la parola perché la sua
presenza di uomo non è voluta,
non è importante per gli altri. Infatti Serafino è un nessuno, è una
presenza muta. Il romanzo
riporta la storia di una memoria della vita depositata nel cassetto.
In effetti proprio in quel
momento è Serafino Gubbio privo di identità, soltanto la macchinetta
avviluppata in una tela
nera indica la funzione del protagonista. Insomma Pirandello lancia
il messaggio che in questa
società non si dà possibilità all’integrità umana, essere autentico,
reale in questo tempo è
impossibile. La condizione naturale delle cose e degli uomini è
vinta dalle forme e finzioni,
dalle false condizioni sociali. Vediamo in piena luce che Serafino
Gubbio è un estraneo alla
vita, un testimone muto.
Un testimone che, comunque, vorrebbe svelare
le menzogne
psicologiche e sociali, perché l’uomo vive in una relativistica
esistenziale che lo rende diverso
da quanto ci si potrebbe aspettare.
Possiamo dire che lui stesso ha in quel momento una maschera sul
volto: una
maschera che non gli permette di parlare, una maschera che gli
impedisce di esprimersi
liberalmente.
È la capacità di persuadere, di discutere, semplice l’atto di
parlare che denuda il volto
mascherato. Il discorso, che però a sua volta può essere un’altra
finzione fatta di frase formali
o un equivoco. Le parole pronunciate, le parole vere pronunciate,
l’uomo agli altri uomini,
risultano sgradevoli e pericolose. Proprio perciò il narratore è
destinato al silenzio, i suoi
rapporti sociali sono interrotti, una comunicazione vera è
impossibile.
Il brano che abbiamo appena citato è di notevole importanza, perché
il narratore per la
prima volta svela apertamente che pure lui può sentire. Che anche
lui è capace dei sentimenti
veri, umani. Serafino svela che non è del tutto vinto dalla
professionale maschera
d’impassibilità. È un sentimento improvviso, inaspettato ma non per questo meno
significativo o meno voluto. Anzi è un sentimento che accanto al
piacere suscita anche la
paura.
Tra l’altro, potremmo spiegarsi il fatto che il protagonista si
innamora, come una
ribellione. Serafino Gubbio vuole ribellarsi alla sua impassibilità,
alla estraneità alla vita.
Proprio il sentimento d’amore è simbolicamente un sentimento
d’opposizione all’autore e,
con ciò una ribellione al proprio destino. Ribellione alla fine
fatale; fatale e, comunque ormai
predestinata.
Oppure possiamo intravvedere tra queste righe che l’autore così dà
al suo portavoce
una goccia di speranza di un riscatto, di un miglioramento della sua
condizione? È una mano
posta per aiutarlo, magari una promessa di una vita sincera,
autentica? Dobbiamo capire che
questa sua condizione di estraneo alla vita, non è una condizione
pacificante, una posizione
privilegiata. Anzi è una prigione, una trappola in cui è stato
preso. È il prezzo che si è pagato
per farsi portavoce dell’autore, è una caparra per indossare i panni
di un personaggio
consapevole della contraddittorietà del mondo. Sì, il suo “silenzio
di cosa” è la caparra che
Serafino deve pagare. La caparra fatale che però, come vedremo più
sotto, non sarà mai
restituita.
Romano Luperini a questo proposito osserva:
“La dequalificazione professionale, che lo costringe a ridursi al
gesto con cui fa girare
la manovella della cinepresa, assurge a simbolo di una condizione
che non permette più di
dare giudizi o di fornire interpretazioni ideologiche.
Serafino può solo impassibilmente registrare la realtà: questo è il
suo lavoro e in esso
viene risucchiata e rattrappita tutta la sua personalità. Il suo «silenzio di cosa» diventa
metafora di una reificazione dell'intellettuale, che non solo non
aspira più a lanciare messaggi
e a dare ricette di salvezza all'umanità, ma che non conserva ormai
per sé alcuna funzione che non sia quella puramente tecnica che gli attribuisce
la società. (Romano Luperini, Il Novecento, p. 115.)
Serafino all’interno della propria coscienza continua:
“Che cosa ero io per voi, nel vostro sentimento, signorina Luisetta?
Un uomo
misterioso? Sì, avete ragione. Misterioso. Se sapeste come sento, in
certi momenti, il mio
silenzio di cosa! E mi compiaccio del mistero che spira da questo
silenzio a chi sia capace
d’avvertirlo. Vorrei non parlar mai; accoglier tutto e tutti in
questo mio silenzio, ogni pianto,
ogni sorriso; non per fare, io, eco al sorriso; non potrei; non per
consolare, io, il pianto; non
saprei; ma perché tutti dentro me trovassero, non solo dei loro
dolori, ma anche e più delle
loro gioje, una terrena pietà che li affratellasse almeno per un momento.” (Quaderni, p. 93.)
Questa è una confessione profondamente umana, ispirata dal
sentimento sincero per la
giovane Luisetta.
Serafino confessa la profonda solidarietà, umanità
con i sentimenti altrui.
I vari sentimenti a cui egli non può reagire, i sentimenti che non
suscitano nulla in lui, egli li vorrebbe soltanto raccogliere in sé e non parlare mai.
Raccoglierli
nel suo “silenzio di cosa”. È
la pietà che lo fa abbracciare tutto il mondo, la matta misericordia
che fa in modo che
Serafino si senta un luogo sicuro per tutti. “La pietà nasceva da
una volontà d'interpretazione:
spiegare voleva dire anche compatire” (Romano Luperini, Il Novecento, p. 115.), cioè partecipare al fatto
accaduto.
Ma secondo il
narratore non è un compito facile, perché come confesserà lui stesso
“pietà dare e ricevere è così difficile” (Quaderni, p. 35.)
Riportiamo un commento di Nino Borsellino:
“La parabola di Serafino Gubbio si svolge nel silenzio, che è però
«silenzio di cosa»,
professione di impassibilità e inesistenza adottata per difendersi
dagli urti di una realtà
quotidiana incomprensibile se appena oltrepassa la soglia del
«meccanismo della vita» per
capire motivazioni e sentimenti della gente. Ma è anche un rifugio
degli altri perché quel silenzio è uno spazio mentale in cui entra di prepotenza
la vita di tutti.” (Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, p. 214.)
Ci siamo già domandati se Serafino cerchi in qualche modo di
ribellarsi alla sua
condizione di un nessuno dietro la macchina da presa. Parzialmente
abbiamo già trovato una
risposta: innamorandosi di Luisetta ci dà la prova e la dà anche a
sé stesso, che non è del tutto
coperto dalla maschera d’impassibilità.
Leggendo però il romanzo uno dei personaggi secondari, l’amico di
Serafino Simone
Pau, lui stesso ci dà una risposta abbastanza palese:
“Lo so! - m’interruppe. - Tu non sei nella tua professione, ma ciò non
vuol dire, caro
mio, che la tua professione non sia in te! Leva dal capo a questi
miei signori colleghi ch’io
non sia professore. Sono il professore, per loro:un po’ strambo, ma
professore! Noi possiamo
benissimo non trovarci in quello che facciamo; ma quello che
facciamo, caro mio, è, resta
fatto: fatto che ti circoscrive, ti dà comunque una forma e t'imprigiona in essa. Vuoi
ribellarti? Non puoi. Prima di tutto, non siamo liberi di fare
quello che vorremmo: il tempo, il
costume degli altri, la fortuna, le condizioni dell’esistenza, tante
altre ragioni fuori e dentro di noi, ci costringono spesso a fare quello che non
vorremmo.” (Quaderni, p. 98.)
La poetica pirandelliana delle forme si presenta qui in piena luce.
La retorica delle
forme, delle istituzioni che ci segnano perentamente, tante volte
sviluppata nelle opere di
Pirandello, è individuabile anche nei Quaderni. Da questo brano
emerge chiaramente, che
l’uomo datagli una forma, non si può mai più opporsi ad essa.
Poniamo che, anche se volesse
ribellarsi alla sua professione, alla sua condizione in società,
questo comporta opporsi alla
società stessa. L’uomo scontento non può opporsi alla società, così
come non può opporsi ad
altra gente, a loro “forme”. Non può semplicemente smettere di
rispettare le circostanze in cui
vive. Ed appunto a causa di questo conflitto, noi diventiamo quello
che le situazioni, le
istituzioni ci fanno diventare. Infatti, tutta la vita è ingabbiata
in istituzioni che predispongono
sin dalla nascita il destino dell'uomo. È il mondo circostante che
ci forma e dunque ne
diventiamo schiavi. Ribellarsi? Impossibile, secondo Pirandello.
E allora se nel nostro caso, la forma che è stata assegnata al
Serafino Gubbio in quel
mondo, in quel tempo è la forma di un operatore impassibile, lui
deve essere per forza tale
e quale. È un gioco a cui si è proposto e non può vincere mai,
cambiare non si può. In quella
società l’autenticità è impossibile, non si può vivere al di fuori
delle finzioni imposte dalle
convenzioni sociali.
Potremmo, di fatto, continuare a riflettere sull’impassibilità del
narratore, sulla sua
impersonalità e riportarne i passi dal romanzo, perché come abbiamo
già più volte sottolineato
è la caratteristica che di più ritrae la natura del narratore-protagonista, e perché è la
problematica sulla quale, maggiormente, la storia è basata. Ma
riteniamo a questo punto idoneo passare alle pagine finali dei Quaderni, in cui le note di
Serafino Gubbio culminano,
ma, badiamo bene, non concludono. Sono proprio gli avvenimenti
finali che segnano
definitivamente il destino del narratore, le vicende che
confermeranno l’approdo di
Serafino al “silenzio di cosa”. Ma non anticipiamo.
Seguiremo, per
questo caso, l’ordine delle
note così come sono disposte nei Quaderni.
La memoria raccolta nel
romanzo culmina nel
settimo quaderno, il quale comincia con seguenti parole:
“Ho capito ora.
Turbarsi? Ma no, via, perché? Tanta vita è passata; e morto è là,
lontano, il passato. Ora la vita è questa: un’altra.” (Quaderni, p. 191.)
Il narratore enuncia tramite l’uso del tempo presente il carattere
non concluso dei Quaderni. Serafino solo in questo momento comincia a raccontare nel
tempo presente, tutto il
racconto precedente è al passato. Lo accompagniamo dunque nelle
vicende che ci porteranno
al gran finale della storia. Serafino afferma che il passato è morto; e cioè che è un fatto chiuso
e non più interrogabile, ormai la “realtà è questa, un’altra”. È
un’affermazione essenziale per
poter capire il profondo distacco che il protagonista ha fatto tra
la vita passata e il presente
delle cose, il presente delle cose che definitivamente disegnerà il
destino del protagonista.
Serafino in seguito a un trauma (la ripresa di una scena con la
tigre nella gabbia, in cui
l’attore non mira con il fucile, contrariamente al copione, alla
tigre, ma spara all’attrice
Nestoroff, sua ex-amante, ed è poi sbranato dalla tigre), perde la
voce.
Dobbiamo menzionare però, che da parte dell’autore chiudere il
romanzo con il
mutismo definitivo del protagonista, è un calcolo ben pensato, se
pensiamo che nell’arco di
tutto il romanzo si lavora con il “silenzio di cosa”, e dall’altra parte con designazione di
Serafino con interlocutore che vuole persuadere, il quale chiede
l’udienza.
La sua perdita di voce non è soltanto un blocco alla comunicazione,
ma come definisce appropriatamente Giancarlo Mazzacurati “è paralisi della persona fin
nelle sue radici, gioco congelato di circostanze, che si può al massimo
addolcire, non cancellare né risarcire”. (Giancarlo Mazzacurati, Pirandello nel romanzo europeo, p. 141.)
È una condizione ormai definitiva che non propone alcuna via
d’uscita. Serafino
Gubbio solo a questo punto è diventato un operatore perfetto. Perché
avendo girato
freddamente quella scena del massacro che gli si svolgeva sotto gli
occhi, ha dato a tutti prova
di essere veramente perfettamente impassibile; cioè indifferente.
Ecco, solo a questo punto
potrà chiudersi assolutamente nel suo “silenzio di cosa”. In effetti
nell’ultimo capitolo del
romanzo Serafino rinvia ad una parte delle sue note e ripete quasi
alla lettera le proprie parole.
Ecco le parole del narratore:
“Dopo circa un mese dal fatto atrocissimo, di cui ancora si parla da
per tutto,
conchiudo queste mie note.
Una penna e un pezzo di carta: non mi resta più altro mezzo per
comunicare con gli
uomini.
Ho perduto la voce; sono rimasto muto per sempre. In una
parte di queste mie note sta
scritto: soffro di questo mio silenzio, in cui tutti entrano come in
un luogo di sicura ospitalità.
Vorrei ora che il mio silenzio si chiudesse del tutto intorno a me.” (Quaderni, p.
191.)
In effetti, come sostiene Maria Antonietta Grignani, l’autorinvio a
un passo delle note
sottolinea il carattere compiuto del diario e ne distanzia la
scrittura. Il protagonista dunque vela apertamente che sta per finire la sua narrazione. Potremmo
anche dire cha la narrazione finisce simbolicamente appunto dopo che il narratore ha perso la
voce: cioè siccome la
comunicazione verbale non gli sarà più possibile, non avrà più
niente da raccontare e in conseguenza, riprodurre nella forma di diario. Il desiderio di
Serafino si realizzerà in pieno: il
suo silenzio veramente si chiuderà del tutto intorno a lui. E lui a
sua volta, non vi farà entrare
nessuno. Neppure la giovane Luisetta, che si pente per il suo
comportamento nei confronti di
Serafino, neppure lei vi farà entrare. Neppure lei non potrà più aiutare Serafino a liberarlo
dalla condizione di muto operatore impassibile. Insomma, Serafino è
definitivamente serrato
nella condizione di un nessuno dietro la macchina da presa con cui
si identifica.
È bene ricordare un passo del romanzo in cui confessa il profondo
desiderio di essere
un luogo pacificante per tutti, un luogo di “sicura ospitalità”,
abbracciando tutti con pietà. Dal
momento che diventa muto, non invita più nessuno. Il “silenzio di
cosa” comporta
l’irrimediabile distacco dalla società, i rapporti umani sono
interrotti.
“Alla fine anche la pietà
viene, per la prima volta, respinta. La pietà nasceva da una volontà
d'interpretazione: spiegare
voleva dire anche rimpiangere. Ora l'intellettuale non spiega più,
Serafino neppure più parla, diventa muto.” (Romano Luperini, Il Novecento, p. 115.)
“Se preleviamo dalla realtà immagini impreviste, atti e
comportamenti che non
vediamo, mettiamo in questione l’idea di realtà. Lo straniamento
attraverso i poteri astrattivi
della macchina ha l’effetto di screditare le nostre immagini. Il
mondo si trova ad essere
scompaginato. Il risultato è di derealizzazione. Ora, se pensiamo al
finale del romanzo[...], il
piano della realtà interferisce brutalmente con il piano di una
grossolana e sensazionale
finzione cinematografica. La scena cinematografica viene utilizzata
per una scena di vita:che, però, anch’essa viene filmata.”
(Guido Guglielmi, La prosa italiana del Novecento,
cit. p.94.)
Con questo brano vogliamo sottolineare un elemento importante
presente nei Quaderni. La scena mostruosa che fa da premessa al triste destino
del narratore viene usata
per l’industria cinematografica. La scena del massacro viene
venduta, sicuramente destinata a
grande successo e frutterà tesori.
Serafino, ovviamente, se ne sente
profondamente disgustato
perché ha dato alla macchinetta in pasto materialmente la vita. La
macchina da presa si è
divorata due vite. L’uomo ha inventato le macchine per la sua comodità, affinché le macchine
gli servano. In questo caso invece la macchina si ritorce con
atrocità verso di lui, e ne divora
non soltanto, come abbiamo già menzionato, l’anima, ma addirittura
inghiotte materialmente
tutta la vita dell’uomo. In effetti, si confermano in pieno le
parole di Pirandello che definisce
questa vita come una “vita da cinematografo”. Le passioni, le gioie,
le tragedie dell’uomo
sono vendute come merce.
Cioè il cinema funziona secondo Pirandello come meccanismo che
spersonalizza,
dissocia l’identità, riduce la persona che si mette in posa ad
ombra. La macchina del cinema si
carica del valore negativo, in quanto strumento e simbolo del
meccanismo che irrigidisce la
vita e l’arte.
Anche se la narrazione di Serafino sta per concludersi, dobbiamo
sottolineare che non
conclude invece la logica del romanzo: Serafino comunque resta
sempre preso nella trappola
e diviso tra impersonalità della sua professione e vittima, anche e
soprattutto lui, di quei fatti
di cui i Quaderni parlano.
La risorsa dalla quale derivano i sentimenti umani è anche la
propria psiche, il
rapporto con il proprio io. Esso esprime l’autocoscienza. Possiamo a
questo punto dire che la
psiche di Serafino deve riportare una profonda ferita che lascia un
segno irrimediabile alla sua
anima. Una ferita dovuta al disinganno nella sfera dei sentimenti.
Una ferita che nessuno
cercherà di curare, neppure Serafino stesso. Una parte della sua
anima che gli dolerà per
sempre. Ed è proprio questa indifferenza che ha causato la
condizione totale di un uomo
impassibile. Serafino non è capace di rendersi i suoi sentimenti.
Farà propria la maschera
d’impassibilità della professione dell‘operatore. L’impassibilità
con cui deve girare la
manovella della cinepresa, dominerà anche la vita personale di
Serafino Gubbio.
Abbiamo riportato in capo di questo capitolo l’inizio del romanzo e
non dobbiamo
dimenticare di riportare anche la fine: in quanto tutti e due sono
essenziali nella prospettiva
e valutazione finale dell’opera:
“E la signorina Luisetta, pentita, addolorata per la mia sciagura,
nella quale vuol
sentire per forza un sapor d’eroismo, timidamente mi dà ora a vedere
che avrebbe caro
m’uscisse, se non più dalle labbra, almeno dal cuore un sì per lei.
No, grazie. Grazie a tutti. Ora basta. Voglio restare così. Il tempo
è questo; la vita
è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare
così- solo, muto
e impassibile- a far l’operatore.
La scena è pronta?
- Attenti, si gira...” (Quaderni, p. 221.)
Le parole di Serafino suggeriscono la condizione definitiva
dell’operatore: è preso
nella morsa della propria professione.
“Solo, muto e impassibile”,
questa autodefinizione
ritrae perfettamente lo stato presente dell’anima di Serafino.
Nessuna voglia, nessuna possibilità di riscatto perché Serafino
rinuncia ad ogni
progetto e perché “il tempo è questo, la vita è questa”.
È una definizione totalizzante, assoluta che non dà possibilità ad
equivoci. Nel mondo
dominato da condizioni sociali e psicologiche non c’è posto per
personaggi di tipo di Serafino
Gubbio. Si chiudono nel proprio mondo perché questo mondo di
menzogne, falsità, finzione
non lo sanno percepire. Nel caso di Serafino Gubbio si tratta di un’accettazione estrema e
nello stesso tempo di un isolamento estremo. Accettazione totale di
quel ruolo assegnatogli
dalla società e isolamento in quanto allontanamento, distacco
assoluto da essa: sono particelle
e segni di una personalità complessa, contraddittoria, divisa - così
come l’abbiamo accennata.
Prima di concludere questo sottocapitolo vogliamo ancora soffermarci
su un fatto.
Serafino prende congedo alla narrazione con la frase “si gira”. È
ovviamente noto che questa
frase dà avvio alla ripresa di una scena e impone silenzio. Nello
stesso tempo è anche un
nomignolo dell’operatore assegnatogli appunto a causa del suo
lavoro. In tutto ciò
intravvediamo un elemento simbolico: in quanto il romanzo si
conclude con una frase che
nell’altro ambito artistico significa inizio, azione. Poi la frase
suggerisce silenzio e il
protagonista stesso è ridotto al silenzio. In effetti, sono segni
della non conclusione della
storia, conclude soltanto la narrazione del protagonista.
Per concludere questo sottocapitolo aggiungiamo un commento di
Franca Angelini:
“La presenza unica nella letteratura del tempo di una scena di choc
che toglie la parola
[...] fa dei Quaderni il romanzo della piena coscienza storica del
presente e,
contemporaneamente della non conciliazione con esso. Nella prospettiva interna del
personaggio questo significa «rifiuto dello choc del vissuto» e
scelta della letteratura, quindi
scelta della distanza narrativa contro l’istanza della vita.
Nella
prospettiva dell’opera
pirandelliana significa «rifiuto del riprodotto, della fotografia e
del cinema» in favore del teatro”. (Franca Angelini, in Nino Borsellino,
Ritratto e immagini di Pirandello, p. 120.)
Inizio pagina

7.2 Serafino Gubbio: un uomo senza storia
In questo sottocapitolo vorremo trattare brevemente un altro aspetto
della personalità
di Serafino Gubbio e cioè la sua condizione di un soggetto
spersonalizzato. È interessante
seguire come nel romanzo, il quale è pieno di ritratti grotteschi di
altri personaggi, dove la
ritrattistica lavora sul contrasto tragico-comico, grottesco-futile,
invece l’aspetto fisico del
protagonista resta un secreto, anzi una domanda insoluta a cui
nessuno cercherà di dare
risposta.
Ci siamo preliminarmente posti la domanda perché Pirandello decide
di proiettare
Serafino come un uomo senza connotati fisionomici, per quale motivo
ne fa un uomo senza
storia? Perché per ritrarre altri personaggi l’autore fa uso molto
frequente delle metafore che
si basano sull’animalizzazione o degradazione meccanica, ma nel caso
di Serafino Gubbio
non svela nulla per quanto riguarda la sua fisionomia? Sono delle
domande che faranno da
asse di questa tematica che tratteremo nelle pagine seguenti.
Come abbiamo già detto Serafino Gubbio è un uomo senza connotati
fisionomici, non
ne sappiamo neanche l’età. È una strategia ben pensata da parte
dell’autore. In un mondo
affollato di ritratti grotteschi e metaforici, tacere sulla fisionomia del protagonista significa
sottolineare la sua impersonalità, significa sottolineare la sua
scissione tra l’uomo ed oggetto.
Anzi l’intenzione di Pirandello è di presentare il protagonista non
come un’uomo, bensì come
una cosa. Tramite la negazione di ogni profilo esterno si cerca di
chiudere, di coprire del tutto
il protagonista della maschera d’indifferenza. (Secondo Nino Borsellino la maschera d’indifferenza è appunto una
maschera per il narratore “diviso tra
impersonalità dell’operatore delegata a una mano che gira la
manovella [...] e la soggettività di Serafino
Gubbio”. Vd. Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, p. 217.)
L’intento
dell’autore è dunque chiaro: non
svelare nessun’informazione sul profilo esterno del protagonista per mettere in risalto la sua
impersonalità.
Abbiamo intitolato il presente sottocapitolo “un uomo senza storia”.
Mentiremmo però
se non dicessimo che in un momento della storia il narratore apre
per qualche istante la porta
chiusa del suo passato, e vi fa entrare i lettori.
Viene giustamente da chiedere perché ed in quale momento della
storia concede,
permette l’autore al protagonista di abbandonare la crosta
d’impassibilità e di far vedere il suo
volto umano?
Abbiamo già presentato, facendo uso delle citazioni dai Quaderni,
vari momenti della
storia d’operatore, ma c’è solo un preciso momento nella sua
narrazione che permette tale
passo, un passo sicuramente molto audace.
I segreti della sua storia saranno svelati nel momento in cui
Serafino si trova in un
posto a lui caro, nel momento in cui si trova in un mondo buono,
fidabile, sincero. Ma
potrebbe essere tale il mondo di quei tempi, cioè quel mondo delle
macchine, del caos, del
rumore? No, niente affatto. Il momento che Pirandello, e in
conseguenza Serafino, ritiene
adeguato per svelare attimi del suo passato, è il momento quando
Serafino “si trova” nel
mondo delle memorie. Il mondo idillico, rassicurante e dolce dei
suoi ricordi. Solo a questo
punto Pirandello permette a Serafino di aprire il cancello del suo
passato.
Infatti, nel quaderno
secondo il protagonista, per la prima e l’ultima volta, svela i
momenti della sua vita:
“Facevo a Giorgio Mirelli da ripetitore, ma ero anch’io studente, un
povero studente
invecchiato nell’attesa di proseguir gli studii [...]. Prevalsero i
consigli dei parenti, e partii per
Liegi, dove, con questo baco in corpo della filosofia, feci intima e
tormentosa conoscenza con
tutte le macchine inventate dall’uomo per la sua felicità.
Ne ho cavato, come si vede, un gran profitto. Mi sono allontanato
con orrore istintivo
dalla realtà, quale gli altri la vedono e la toccano, senza tuttavia poterne affermare una mia,
dentro e attorno a me, poiché i miei sentimenti distratti e
fuorviati non riescono a dare né
valore né senso a questa mia vita incerta e senz’amore. Guardo ormai
tutto, anche me stesso,
come da lontano; e da nessuna cosa mai mi viene un cenno amoroso ad
accostarmi con fiducia
o con speranza d’averne qualche conforto. Cenni, sì, pietosi, mi
sembra di scorgere negli
occhi di tanta genta, negli aspetti di tanti luoghi che mi spingono
non a ricevere né a dare
conforto, ché non può darne chi non può riceverne; ma pietà. Eh,
pietà, sì... Ma so che pietà, a dare e a ricevere, è così difficile.” (Quaderni,
pp. 34-35.)
Serafino dunque svela a poco a poco alcuni frammenti della sua vita.
Cioè la sua
passione per lo studio, l’interesse per la filosofia e per l’arte.
Era un povero studente, amico
degli artisti che soltanto grazie all’eredità dello zio entrò
all’università dove fece “intima
e tormentosa conoscenza con tutte le macchine inventate dall’uomo
[...]”.
Dopo una breve escursione nel proprio passato, Serafino torna
immediatamente nel
suo mondo interiore. È una confessione molto importante in quanto
Serafino stesso parla dei
motivi della propria espulsione dalla società. Sappiamo che è
diventato un estraneo alla vita
perché non riesce ad afferrare, a entrare e capire la sfera dei sentimenti. Serafino ha paura di
vivere, perché in quel mondo non riesce a dare senso alla propria
vita. Riteniamo che tale
isolamento, tale rifiuto dei sentimenti è causato da un disinganno
subito nel campo dei
sentimenti. È comunque vero, che proprio qui nasce e si sviluppa
l’impersonalità del
narratore. La sua vita senza sentimenti è una vita incerta, una vita
senza un valore vero e
proprio. È un uomo privo di identità e possiamo dire che pure lui è in cerca di un conforto, di
affetto. È un uomo senza qualità a cui resterà l’unico conforto, e
cioè rimpiangere il passato. È
appunto il suo non coinvolgimento emotivo, la sua eccezionale
capacità riconoscitiva e in
aggiunta la vita scissa dal tempo ha per l’effetto l’esclusione,
l’impossibilità di
comunicazione, la rinuncia a qualsiasi progetto.
“Guardo ormai tutto, anche me stesso, come da lontano.” È una
confessione assoluta,
totalizzante da parte di Serafino. Che cosa significa però guardare
sé stessi come da lontano?
Vuol dire magari non vivere la propria vita,non accettare o non
capire i sentimenti propri ed
altrui? O magari significa non accettare la propria condizione nella
società? Guardare tutto,
compreso anche sé stesso da lontano, vuole essenzialmente suscitare
un profondo isolamento
dalla società circostante. Possiamo definire il suo isolamento come
una efficace difesa. È un
modo come sopprimere i sentimenti di paura, vergogna, imbroglio,
ecc. per non essere offeso.
Ne pagherà però un prezzo molto alto, e cioè distruzione di
qualsiasi sentimento.
La condizione, il carattere di Serafino si può definire facendo uso
di termini di
psicologia come la “proiezione”. La proiezione, secondo Vladimir Smékal, sta a designare
comportamenti, attitudini dentro dell’nostro io dei quali rendiamo
responsabile la società per
quello che accade. Tramite la proiezione attribuiamo alla società
quello che accade dentro di
noi, cioè gli impulsi, bisogni, valutazioni, idee che non siamo
capaci di ammettere. Un uomo
con una forte proiezione ha la tendenza non soltanto di sopprimere i
propri impulsi, ma
sopprime anche quelle parti di sé stesso in cui questi impulsi
nascono. Attribuisce a tali
impulsi un’esistenza oggettiva a parte di sé stesso e così li fa
responsabili per i propri fastidi senza saper riconoscere che questi impulsi sono una parte di lui.
Invece di partecipare attivamente alla propria vita, l’uomo preso
nella morsa di
proiezione diventa un oggetto passivo, la vittima delle circostanze
e dei ricordi. Con la
proiezione si trasferisce la frontiera “hranice” tra l’io e il mondo
verso il mondo, verso gli
altri. È una manovra tramite la quale sopprimiamo quegli aspetti
della nostra personalità che
appaiono alla nostra coscienza e all’autorispetto come difficili,
non piacevoli. (Cit. Vladimír Smékal, Pozvání do psychologie osobnosti,
Člověk v zrcadle jednání a vědomí, Barrister & Principal, Brno, 2002, p.
279.)
Riportiamo
ancora un commento della proiezione di Carl Gustav Jung. La
proiezione secondo Jung sta a
designare il trasferimento del contenuto soggettivo sull’oggetto. È
un processo in cui i
contenuti soggettivi si allontanano dal soggetto e vengono
incorporati nell’oggetto. Il soggetto
cerca di levare i sentimenti, idee, attitudini non piacevoli tramite
il processo di proiezione. Si
tratta di un processo incosciente, automatico. Il processo di
proiezione finisce nel momento in cui diventa consapevole. (Carl Gustav Jung,
Slovník základních pojmů psychologie, Nakladatelství Tomáše Janečka, Brno,
2005, p. 170.)
Abbiamo già più volte definito Serafino come un testimone. Ma a
questo punto
è importante sottolineare che egli fa da testimone anche alla
propria vita. Serafino Gubbio ha
subito e subisce sempre anche un isolamento dalla propria vita,
dalla propria condizione
naturale. La patologia della sua personalità lo fa diventare
veramente un osservatore freddo,
senza minimo contributo a quello che si svolge attorno a lui.
Serafino diventa prigioniero
delle proprie capacità di scrutatore, di filosofo che sa afferrare
l’oltre presente in tutte le cose
e tutti gli uomini.
Diventa irrimediabilmente ostacolato, impedito a vivere una
condizione naturale
e integrale. Anzi dall’ultimo brano citato dai Quaderni possiamo
benissimo intendere che il
destino del personaggio di suo tipo è ormai predetto fin dall’inizio. La morsa la quale si può
falsamente credere si stringe definitivamente solo alla fine del
racconto, questa morsa si
stringe a poco a poco sin dal momento in cui Serafino entra in
scena. Il suo non
coinvolgimento emotivo non ne è la causa, bensì l’effetto. Proprio
la mancanza delle
emozioni, isolamento dalla sfera dei sentimenti sta al principio di
tutta la storia.
Nel brano che abbiamo riportato c’è un altro aspetto molto
significativo: Serafino
attende benignamente qualsiasi gesto, qualsiasi espressione di
emozione nei suoi confronti per
raccoglierle dentro di sé. Ma intanto riceve soltanto la pietà, e
cioè espressione di
compassione sulla propria triste condizione. La pietà la quale, è
secondo lui, così “difficile
a dare e a ricevere”.
Abbiamo già detto che Serafino è imprigionato nella propria
condizione di un
“operatore che non opera nulla”.
Lui stesso fa continui riferimenti
al suo triste destino
e esprime il desiderio di rimanere “solo, muto e impassibile”.
Ciò vuole essenzialmente dire
che è pienamente cosciente del ruolo che gli è stato assegnato dalla
società.
Ne è cosciente
e pur cercando di ribellarsi innamorandosi dell’attrice Luisetta,
sfortunatamente questo
tentativo fallisce. Serafino, quindi, rinuncia a qualsiasi progetto,
così come rinuncia
a qualsiasi speranza e si chiuderà nel “silenzio di cosa”. Vorremmo
però soffermarci sulla tematica della pietà.
Che cosa, di fatto, significa sentire di pietà
di qualcuno? In quali precisi
momenti è generato sentimento di pietà?
Riportiamo una definizione
di Iva Stuchlíková:
“La pietà e la compassione non sono generati in tutti i casi quando
l’uomo si trova in
una situazione negativa, non piacevole, ma sorgono anche quando
siamo convinti, che
quell’uomo che si è trovato in quella determinata situazione per via
dell’avversione del
destino. La differenza tra la pietà “lítost” e la compassione
“soucit” sta proprio nell’attiva
partecipazione e l’impegno personale. Mentre la compassione comporta
più attiva
partecipazione, la pietà è piuttosto un sentimento dell’osservatore. Nella pietà siamo convinti
dell’inferiorità di chi la causa. In molti casi in cui sentiamo
pietà di qualcuno potremmo
concedere un aiuto, ma ci sentiamo o non capaci o non obbligati a
farlo. Comunque la pietà
comprende la convinzione che l’oggetto che suscita pietà non merita
tale avversione del
destino. Ma tale convinzione non significa che poi valuteremo
moralmente la persona in
modo positivo. Dunque è vero che anche se sentiamo pietà di
qualcuno, possiamo essere sempre convinti che egli merita una specie di
castigo.” (Cit. Iva Stuchlíková, Základy psychogie emocí, Portál, Praha,
2002, pp. 169-170.)
Ecco abbiamo possibilità di vedere che pure la pietà è
classificabile come un
sentimento dell’osservazione: cioè Serafino pur sentendo pietà di
qualcuno, pur lasciando per
qualche istante a parte l’impassibilità, pure quel sentimento che
gli riempie l’anima è un
sentimento dell’osservazione.
Neppure in questo preciso momento non è attivamente partecipe alla
vita ed alla vita
altrui. Il suo impegno emotivo è bassissimo, anzi nullo. E se
passiamo all’altra parte, se
cambiamo il punto di vista? Se cioè sono invece gli altri personaggi
a sentire la pietà di
Serafino Gubbio?
La Stuchlíková dice che il sentimento di pietà comporta sentimento
di superiorità. In
effetti per altri personaggi Serafino è un nessuno, nessuno gli
rivolge la parola se non
è necessario. Anzi oltre alla pietà suscita Serafino anche
turbamento, antipatia. Serafino
è decisamente valutato dagli altri in modo negativo. E tenendo in
mente proprio queste chiavi,
possiamo facilmente capire per quale motivo Serafino dice che “la
pietà è difficile a dare
e a ricevere“. Serafino, quindi, è molto capace di capire le
emozioni altrui, però,
sfortunatamente, è limitato, in quanto riesce solo a registrarli.
Il suo livello d’empatia è minimo. L’empatia cioè coinvolgimento
emotivo, capacità di
capire, sentire e condividere le emozioni delle altre persone in una
determinata situazione.
Essa è coniugata con altri sentimenti, ad esempio pietà. In questo
senso esiste un’importante
funzione sociale, e cioè capire quell’altro.
L’empatia e capire
quell’altro diventa l’elemento
importante dell’interazione sociale.
L’empatia è dunque un’importante condizione della
comunicazione di supporto: e questo è probabilmente il suo primario significato.
(Cit. Milan Nakonečný, Lidské emoce, Academia, Praha, 1995, p.
193.)
Inizio pagina

7.3 Il tema dell’occhio e il concetto dell’oltre
Nelle pagine seguenti della tesi vogliamo dedicarci ad un aspetto
significativo dei Quaderni, e cioè la tematica dello sguardo e, con ciò
irrimediabilmente coniugato il concetto
dell’oltre.
L’oltre nascosto dietro i fatti e comportamenti
consueti che solo gli occhi del
personaggio umorista riescono ad afferrare. La presenza del senso della vista è tracciabile
nell’arco di tutto il romanzo e svolge il compito di ritrarre un
aspetto molto significativo della
poetica del romanzo.
Data dunque l’importanza di questa tematica non
dobbiamo dimenticare
di trattarla.
Prima di tutto è importante sottolineare che l’autore si serve
frequentemente della
semantica dell’elemento visivo. Le espressioni come “gli occhi”, “lo
sguardo”, “guardare”,
“osservare” sono delle più ricorrenti di tutto il lessico dei Quaderni. E così come la
ricorrenza riteniamo idoneo mettere in risalto anche il significato
e l’intenzione che ha
l’autore facendo uso di queste espressioni. Cioè che cosa vogliono
trasmettere gli occhi, lo
sguardo di Serafino Gubbio e di altri personaggi? Quale messaggio
lanciano?
Immediatamente sulla prima pagina dei Quaderni il concetto dello
sguardo è messo in
risalto. Comunque è interessante che l’autore la riporta in una
combinazione non del tutto
consueta. L’autore descrive o per meglio dire definisce gli occhi di
Serafino Gubbio come
“occhi intenti e silenziosi”. (Quaderni, p. 3.)
Soffermiamoci intanto su questa
designazione: intenti, cioè gli
occhi di chi si concentra molto ad osservare, chi non vuole perdere
qualcosa di vista. Ma
l’aggettivo silenzioso corrisponde o viene di solito abbinato al
senso di udito e non a quello
della vista. Quale connotazione può avere tale combinazione? Per
trovare risposta a questa
domanda, dobbiamo prima scoprire l’altra caratteristica, che
l’autore combina con il senso
della vista.
Nel romanzo sono individuabili alcuni momenti che potremmo includere
in questa
tematica: e cioè la tematica della lingua degli occhi, o meglio
sarebbe dire la tematica della
lingua muta degli occhi.
Riportiamo l’osservazione di Serafino:
“Ma più strano ancora mi è sembrato questo: che quando invece a un
certo punto,
parlando, il suo sentimento s’è accostato - per così dire - alle lagrime, queste d’un tratto gli son
venute meno. Mentre la voce gli s’inteneriva e gli tremava, gli
occhi, al contrario- quegli
occhi insanguati e disfatti poc’anzi dal pianto- gli sono diventati
arsi e duri: feroci. Quel
ch’egli dice e i suoi occhi non possono dunque andar d’accordo. Ma è
lì, in quegli occhi, e non in quel che egli dice, il suo cuore.” (Quaderni,
p. 127.)
Il presente brano spiega perfettamente la tematica della lingua
degli occhi. I veri
sentimenti non vengono svelati tramite il discorso, le parole sono,
secondo Pirandello,
soltanto un inganno. Dalla poetica dei Quaderni capiamo che i veri
sentimenti possono essere
trasmessi solo attraverso gli occhi, perché gli occhi non sanno mentire. Gli occhi
rappresentano la finestra della nostra anima e solo attraverso essi
possiamo intravvedere quello che si trova nel più profondo. Come ha detto Serafino “quel
ch’egli dice e i suoi occhi
non possono dunque andar d’accordo”, proprio osservando la
disarmonia tra le parole
pronunciate e l’espressione degli occhi, proprio qui si può
osservare l’impossibilità di una
comunicazione verbale sincera.
La falsità, l’ipocrisia, le menzogne si rispecchiano pienamente
nella lingua. Invece la
verità, i sentimenti sinceri li possiamo intuire soltanto dagli
occhi, dal modo di guardare. È unmomento importante in quanto è un momento di disfacimento:
Pirandello nei Quaderni non
traccia soltanto la parabola dell’impossibilità dei sentimenti veri,
anzi va oltre e dice che
questi sentimenti veri non possono essere svelati dai suoi
personaggi tramite la
comunicazione verbale.
Il discorso viene designato nei Quaderni come una simulazione di
verità, come una
non riuscita imitazione di verità. In effetti la comunicazione
verbale e la lingua degli occhi
sono messe in una netta opposizione.
Nei Quaderni infatti gli occhi hanno la capacità di parlare. La
facoltà che viene
normalmente abbinata alla lingua, Pirandello invece la coniuga con
il senso della vista.
Ecco,
un breve commento di Serafino:
“Così mi dissero gli occhi della povera piccina.” (Quaderni, p. 195.)
“La povera piccina” cioè Luisetta, neppure lei non riesce ad
esprimere quello che
sente. Al posto di lei invece, lo fanno i suoi occhi. Perché almeno
gli occhi non li può
consciamente controllare e dunque gli occhi svelano inconsciamente
quello che la lingua non
ammetterebbe mai. Di fatto, Maria Antonietta Grignani nella
prefazione ai Quaderni
conferma che “i dialoghi tra Gubbio e i comprimari variabili sulla
scena sono per lo più muti.” (Cit. Maria Antonietta Grignani,
Prefazione ai Quaderni di Serafino Gubbio
operatore.)
E proprio a questo punto possiamo finalmente intendere perché
Serafino ha definito
i suoi occhi come “intenti e silenziosi”. Silenzioso è lo scambio
dei messaggi tra gli occhi di
Serafino e gli altri personaggi. È un discorso in cui le parole non
servono, in cui tutto viene
detto soltanto tramite lo sguardo. E a questo punto è anche chiaro
perché abbiamo definito
Serafino come un mediatore: i suoi occhi “intenti e silenziosi” sono
gli occhi di un mediatore,
gli occhi che fanno da “mezzo” tra i personaggi dell’opera e i
lettori. Serafino funge da
mediatore e portatore della verità, dei veri sentimenti. Serafino
“filtra” quello che gli altri
personaggi del romanzo fanno, decodifica quello che viene detto,
decifra il modo in cui
guardano l’uno l’altro, il modo in cui si muovono. Serafino
“traduce” ai lettori la materia: la
denuda dalla maschera e presenta la materia nella sua cruda realtà.
È importante aggiungere che gli occhi scrutatori del protagonista
suscitano
inquietudine, turbamento. Del resto è logico che se uno intuisce,
contrariamente alla nostra volontà, i nostri sentimenti e segreti più nascosti, ci sentiamo in
pericolo. Temiamo che possa
salire in superficie il profondo della nostra anima.
È importante ricordare che il tema dell’occhio, in quanto elemento
visivo, non
è l’unico ad essere sviluppato nei Quaderni. C’è un altro oggetto
che impone lo sguardo, ma
che però alla sua volta non lo restituisce. Si tratta dell’occhio
vitreo della macchina da presa.
L’occhio artificiale dell’obbiettivo che impone uno sguardo freddo e vorace. L’occhio vitreo
che causa la dissociazione dell’identità degli attori. Riportiamo la
descrizione di Serafino che
ritrae la ripresa di un film con la prima attrice della casa
cinematografica Kosmograph, Varia
Nestoroff:
“Resta ella stessa sbalordita e quasi atterrita delle apparizioni
della propria immagine
su lo schermo, così alterata e scomposta. Vede lì una che è lei, ma
che ella non conosce. Vorrebbe non riconoscersi in quella, ma almeno
conoscerla.” (Quaderni, p. 43.)
Tramite questo passo passiamo direttamente all’altro caposaldo della
poetica presentata nei Quaderni: e cioè il concetto dell’oltre. Prima di
analizzare il concetto dell’oltre
nella prospettiva dei Quaderni, dobbiamo capire che cosa intendeva
l’autore con questo
termine. Intanto ci serviamo del commento di Giancarlo Mazzacurati:
“Altro è (nella dizione pirandelliana) oltre: quell’oltre enigmatico
che è nello sguardo,nei movimenti, nelle ragioni [...] e che nel Saggio sull’umorismo si
definirà come una
condizione che il sentimento interpreta poi in modo contrario al suo
primo apparire, alla sua
forma logica e razionale, mentre in altre opere diverrà un luogo
ancor più remoto e metafisico,
un desiderio di affidamento alla natura, di allunnamento del tempo e
della temporalità
e insieme lo sgomento, l’annichilimento di un’improvvisa proiezione
di sé nel vuotoe nell’infinito.” (Giancarlo Mazzacurati, Pirandello nel
romanzo europeo, p. 226.)
Potremmo dire insomma che si tratta della proiezione dell‘inconscio.
È un al di là, la
parte non visibile degli uomini e delle cose. L’oltre nella
prospettiva dei Quaderni potrebbeessere definito come il volto denudato della persone, cioè il volto
vero, non nascosto dietro
alla maschera. L’oltre è comunque il mondo in cui non esistono le
forme e le finzioni che
imprigionano l’uomo. È una percezione di vita che Serafino Gubbio
desidera, ma la quale gli
altri personaggi, a sua volta, fanno di tutto per nascondere.
L’oltre possiamo intenderlo come
il centro delle passioni, ossessioni, desideri, paure. L’oltre è
tutto quello che l’uomo vorrebbe
non si sapesse di lui.
Ed è appunto Serafino il quale riesce a decifrare, a decodificare la
faccia non visibile
dei comportamenti, dei gesti, degli sguardi: perché l’oltre,
contrariamente alla volontà
dell’uomo, traspare da tutto quello che l’uomo fa. Pirandello vuole
con questa tematica
rappresentare qualcosa di non visibile, metafisico. Vuole
rappresentare l’oltre come una parte
dell’io che l’uomo non riesce a controllare, una sfera in cui non
troveremo le norme o le leggi
sociali. Si tratta di una parte dell’anima dell’uomo slegata dalla
società in cui vive. Nei Quaderni possiamo tracciare la tematica di come appare l’oltre
nascosto di chi si mette in
posa davanti alla camera da presa.
È appunto l’occhio scrutatore dell’operatore e l’occhio vampiresco
della macchinetta
da presa che fa trasparire la sfera dell’oltre. Sono gli occhi
scrutatori che oltrepassano
qualsiasi ostacolo e arrivano fino in fondo per mettere a nudo la
personalità degli attori.
Giancarlo Mazzacurati osserva:
“Lo sguardo di Serafino perde così ogni designazione di modalità, di
soggettività. Il
suo occhio «silenzioso», come i tanti specchi di cui era e ancor più
sarà cosparsa la poetica pirandelliana riflette, rifrange ma non dialoga né
comunica più.”
(Giancarlo Mazzacurati, Pirandello nel romanzo europeo, p. 256.)
L’oltre dissocia, mette in evidenza il profondo inconscio. Perciò la
prima attrice
Nestoroff, per quanto abbiamo citato, non si riconosce nella propria
immagine filmata. Sulla
pellicola vede una persona che a lei resta sconosciuta, vede una
parte di sé stessa che non
sapeva avesse in sé. Così si proietta sullo schermo chiaramente lo
sdoppiamento della
personalità, assistiamo allo straniamento del soggetto. La Nestoroff
non riesce a percepire la
propria immagine talmente alterata. L’oltre diventa specchio della
nostra anima.
Riportiamo ancora una definizione dell’oltre di Giancarlo
Mazzacurati:
“Questo oltre si traduce anche in una nozione di superfluo e di
trasgressivo: può essere
cioè il mondo dei desideri anarchici, delle nostalgie, delle utopie,
dell’anima in fuga dalla
legge e dagli ordini, dalle forme sociali dominanti. Oltre come
riserva segreta, come scatola cinese piena di devastanti sorprese per ogni «verità»
dei soggetti e del tempo.”
(Giancarlo Mazzacurati, Pirandello nel romanzo europeo, p. 257.)
In questo momento del romanzo vediamo chiaramente i riflessi della
poetica
pirandelliana della non unità dell’io: la tematica della
frantumazione della personalità, di cui
abbiamo fatto una breve introduzione, è nei Quaderni con il concetto
dell’oltre un dato
facilmente identificabile. In effetti l’oltre pirandelliano così
come viene descritto in presente
romanzo è una fonte di sorprese, una fonte degli avvenimenti
inaspettati.
Abbiamo già più volte menzionato che Serafino Gubbio suscita
inquietudine nei
confronti degli altri personaggi. Infatti per Giancarlo Mazzacurati
l’astio degli attori sarà
spiegato da Serafino/Pirandello come un trasferimento o un’attribuzione indebita di
responsabilità per quel furto d’immagine e d’aura che essi subiscono
attraverso la produzione
meccanica. Qui abbiamo un altro motivo dell’astio nei confronti del narratore. Serafino,
essendo capace di intravvedere l’oltre negli uomini, incendia i
sentimenti di antipatia.
Riportiamo ancora una volta un commento pronunciato dal narratore il
quale abbiamo già
citato nei capitoli precedenti:
“C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma
appena quest’oltre
baleni negli occhi di un ozioso come me, che si metta a osservarvi,
ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.” (Quaderni, p. 4.)
Dal presente brano possiamo intendere benissimo un altro aspetto
della personalità di
Serafino Gubbio.
Serafino ha la funzione di uno specchio. Specchio
che riflette gli elementi
dell’anima degli altri personaggi. Con la frase “c’è un oltre in
tutto” il narratore vuole
suggerire che oltre alla parte visibile delle cose, c’è una sfera
che a molti resterà nascosta e,
semmai gli viene svelata, allora non saranno capaci di percepirla.
L’oltre una parte degli uomini non dominato da forme, una sfera di
verità, del mondo
reale funzionerà come una riserva per l’autore. L’oltre rappresenta
una garanzia dell’autore in
quanto luogo non ancora inquinato della falsità. L’oltre è la
proiezione dell’attitudine
dell’autore verso la società: in questa tematica si fa chiaro il suo profondo pessimismo e la sua
visione negativa del mondo. Dall’altra parte Pirandello lancia il
messaggio che dietro a questo
mondo visibile delle cose, c’è un qualcosa in cui proietta la
propria speranza. La speranza non
in un mondo migliore, bensì Pirandello crede in una sfera dalla
quale traspare verità, la quale
però, a sua volta, risulta ancor più difficilmente accettabile. Ed è
appunto per questo motivo
che Pirandello permette solo a pochi personaggi di entrare, di
percepire l’oltre. Perciò
Serafino Gubbio suscita turbamento: la verità degli altri che si
specchia nei suoi occhi, il reale
delle cose rinfacciato non può essere accettato in modo positivo.
L’oltre dunque avrà per
conseguenza l’isolamento di Serafino dalla società. La sua capacità
straordinaria lo
allontanerà non soltanto dal mondo circostante ma anche dalla vita
stessa. Riportiamo ancora
un commento sul concetto dell’oltre.
Romano Luperini dice:
“L’accettazione, seppure realistica, della realtà impone allora allo
scrittore i suoi
tributi. Già Serafino Gubbio, vedendo gli uomini immersi nella
miseria della commediasociale e nel lavoro delle istituzioni, aveva mostrato un
«oltre»
rispetto alla loro prospettiva di
vita: ma quest’ «oltre» indicava il margine critico in cui si
collocava lo scrittore, finiva per identificarsi con la sua specola estraniata,
col suo atteggiamento di osservatore negativo.” (Romano Luperini, Il Novecento, p. 117.)
Abbiamo dedicato gran parte della presente tesi allo studio della
personalità di Serafino Gubbio perché, come abbiamo menzionato subito all’inizio, la sua è
una personalità
complessa, complicata, una personalità che addirittura invita ad
essere analizzata. Abbiamo
studiato i capisaldi e gli aspetti più significativi del carattere
del protagonista perché il suo
carattere rappresenta il nucleo dei Quaderni. È il nucleo da cui
tutta la storia prende spunto.
Se si vuole parlare della personalità si Serafino Gubbio, lo si deve
fare usando dei termini
come osservatore, testimone, personaggio-pensiero, scrutatore. È un
uomo-macchina che si
identificherà pienamente con la macchina da presa. L’uomo-macchina a
cui non è destinata
alcuna partecipazione attiva alla vita. La vita per Serafino diventa una sequenza di immagini
osservata da lontano. Serafino resterà per sempre sigillato nella
condizione di un “nessuno”
dietro la macchina da presa.
Inizio pagina

8. Conclusione
Abbiamo stabilito per obbiettivo della presente tesi fare un‘analisi
del romanzo di
Luigi Pirandello Quaderni di Serafino Gubbio operatore, e in specie
concentrarsi sullo studio
della personalità del protagonista-narratore Serafino Gubbio. Nei
primi capitoli abbiamo
brevemente trattato la poetica dello scrittore siciliano per poter conseguentemente verificare,
quali poetiche ed ideologie pirandelliane sono presenti nei
Quaderni.
Abbiamo riportato una breve introduzione della poetica pirandelliana
per poter
inquadrare e classificare il presente romanzo nella prospettiva
dell’intera produzione di Luigi
Pirandello. Abbiamo riscontrato, studiando vari saggi critici su
Pirandello, che presente opera
rappresenta proprio punto di passaggio tra la narrativa e il teatro,
in quanto “rifiuta il riprodotto, la fotografia e il cinema in favore del
teatro”. (Franca Angelini, in Nino Borsellino, Ritratto e immagini di
Pirandello, p. 120.)
Per quanto riguarda la poetica adottata da Pirandello in questo
romanzo, vi sono
individuabili vari capisaldi della sua arte. Ci siamo soffermati sul
concetto della maschera
e abbiamo riportato citazioni e passaggi del romanzo in cui si
riflette tale tematica. Abbiamo
saputo che la realtà dei Quaderni è piena di individui “mascherati”.
Un altro caposaldo della poetica pirandelliana sviluppata nei
Quaderni è il concetto
dell’oltre. L’oltre come la sfera non visibile delle cose e degli
uomini. L’oltre funge da
specchio che riflette, rifrange la pura verità. L’oltre come libro aperto in cui si può trovare
tutto quello che i personaggi vorrebbero nascondere.
Leggere in
questo libro sarà peròpermesso solo a pochi, ed uno di questi pochi è appunto Serafino
Gubbio.
Ed infine altro, ma non ultimo caposaldo che abbiamo individuato in
presente opera
è il profondo pessimismo dell’autore. Vi si rispecchia posizione di
Pirandello che crede che
l’uomo è immerso, non per sua scelta, in un mare senza orizzonti, in
un determinato tempo
e spazio. Pirandello sostiene che l’uomo è destinato a star male
perché questo mondo non può
concedergli un conforto, una speranza in una vita migliore.
Pirandello sostiene che questo
mondo è un posto insicuro, di cui non si può fidare. Nei Quaderni,
insomma, sono presenti le
filosofie e le correnti d’epoca: esistenzialismo, decadentismo,
l’interesse per l’individuo
e la sua vita interiore.
I Quaderni meritano notevole attenzione perché appunto qui
Pirandello si misura
direttamente con l’avveniente età industriale. Qui emerge in pieno
la sua posizione di
profonda diffidenza verso le macchine. Pirandello segue le tracce
della riduzione dell’uomo
a cosa al contatto con la tecnica. Essa viene vista da Pirandello
come strumento d’alienazione,
di sostituzione del mondo naturale. Infine Pirandello avverte che le
macchine sostituiscono
l’uomo nelle funzioni e attività che prima erano svolte ed
esercitate solo ed esclusivamente
dall’uomo. E sono proprio i Quaderni che introducono questa
problematica. Una problematica
che conferma in pieno la maestria e genio di Pirandello in quanto
egli individua questa
problematica ancora prima che si faccia veramente attuale.
In presente tesi abbiamo prestato maggior attenzione allo studio
della personalità di
Serafino Gubbio. Ci siamo posti per obbiettivo del nostro lavoro
analizzare la personalità del
protagonista-narratore, in quanto saper leggere il suo carattere
diventa essenziale per capire il
messaggio dell’opera a cui stiamo di fronte. Nel titolo abbiamo definito Serafino Gubbio
come un uomo-macchina. Tale intitolazione è motivata non solo dal
fatto che presente romanzo indaga sul ruolo delle macchine nella vita degli uomini, ma
in particolare abbiamo
scelto tale definizione per il fatto che Serafino e la sua macchina
da presa rappresentano un
patto che non si può rompere.
È con la macchina che Serafino alla
fine si identificherà
pienamente, anzi egli diventa di suo possesso. Serafino sarà soltanto quella mano che non si
stanca di girare, si sottometterà alla funzione esecutiva.
Abbiamo menzionato che la sua è una personalità complessa e
complicata. È una
personalità che a causa del disinganno nella sfera dei sentimenti
riduce al minimo il proprio
coinvolgimento emotivo. In aggiunta della professionale impassibilità
diventa una “figura
perfetta nel nuovo mondo”.
Di fatto, egli si lascia vincere dai
sentimenti solo in rari momenti
per poi vedere che i sentimenti e le passioni di quel mondo non sono
che un inganno, e così
Serafino sprofonda in un abisso ancora più profondo. Serafino,
quindi, rinuncia a ogni
progetto, e si chiude nella morsa di uno “solo, muto e impassibile”.
Altro aspetto del suo
carattere che abbiamo messo in risalto è l’impersonalità.
L’autore
lo presenta come un
soggetto spersonalizzato, privo di identità, come un uomo senza
qualità. Pirandello si serve di
tale mezzo per sottolineare la sua scissione tra l’uomo e l’oggetto.
Abbiamo stabilito per obbiettivo della presente tesi studiare il
carattere di Serafino
Gubbio. Vogliamo sottolineare che questo romanzo è molto ricco e ci
sono varie tematiche
e argomenti che potrebbero essere approfondite. La lingua del
romanzo meriterebbe un’analisi
approfondita. Una lingua che pur restando sempre tipica
pirandelliana, cioè una lingua grigia,
avvocatesca, rigida, ma che viene arricchita da un’estensione
simbolica. Nel romanzo
appaiono frequentemente i ritratti metaforici, grotteschi;
Pirandello offre una lingua con
espressioni comiche, ironiche, crudeli. Insomma, la lingua dei
Quaderni è un progetto il quale
sarebbe interessante a sviluppare.
Il concetto della maschera, considerazioni sul falso concetto
dell’unità individuale,
l’esistenza di un oltre, visione negativa del progresso, il
pessimismo storico: tali tematiche
e ideologie stanno alla base della presente opera. L’opera che con
la sua struttura, con la
critica della nuova società e dei nuovi ideali e con l’interesse per
i moti interiori che
travagliano l’individuo segna una nuova stagione della letteratura
italiana. La stagione in cui
Pirandello entra di prepotenza e che resterà fortemente segnata
dalla sua presenza.
E saranno
proprio i Quaderni di Serafino Gubbio operatore, il romanzo
trascurato, con il quale Luigi
Pirandello darà l’inizio al periodo più creativo della sua arte.
Vorrei ringraziare il docente Mgr. Paolo Divizia, Ph.D per avermi
aiutato nella stesura e nella
revisione finale di questa tesi.
Jana Bartošová
Inizio pagina

9. Bibliografia
-
Arcangelo Leone De Castris, Storia di Pirandello, Laterza, Bari, 1971.
-
Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, Editore Laterza, Roma-Bari, 2000.
-
Graziella Corsinovi, La persistenza e metamorfosi, Pirandello e Goethe,
Sciascia editore,
Caltanissetta-Roma, 1997.
-
Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano, 1971.
-
Guido. Guglielmi, La prosa italiana del Novecento, Giulio Einaudi
editore, Torino, 1986.
-
Carl Gustav Jung, Slovník základních pojmů psychologie, Nakladatelství
Tomáše Janečka, Brno,
2005.
-
Romano Luperini, Il Novecento, Loescher editore, Torino, 1985.
-
Giancarlo Mazzacurati, Pirandello nel romanzo europeo, Il Mulino, Bologna,
1995.
-
Milan Nakonečný, Psychologie osobnosti, Academia, Praha, 1995.
-
Milan Nakonečný, Lidské emoce, Academia, Praha, 2000.
-
Federico Vittore Nardelli, La vita segreta di Pirandello, Vito Bianco editore,
Roma, 1962.
-
Federico Vittore Nardelli, L’uomo segreto, A. Mondadori editore, Verona, 1932.
-
Giovanni Nencioni, Tra grammatica e retorica da Dante e Pirandello, Giulio
Einaudi editore,
Torino, 1986.
-
Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Garzanti
editore, Milano, 1993.
-
Luigi Pirandello, L’umorismo, Garzanti editore, Milano, 1995.
-
Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Newton Compton editori, Roma,
1995.
-
Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti varii, a cura di Manilo Lovecchio-Musti, Milano, Mondadori,
1973.
- Vladimir Smékal, Pozvání do psychologie osobnosti, Člověk v zrcadle
jednání a vědomí,
Barrister&Principal, Brno, 2002.