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Alessandra Agosti
Luigi Pirandello
tra l’arte e la
vita
con
un intervento di Luigi Lunari.
Per gentile concessione dell'Editore |
L’amore e l’odio per il teatro e la sua crescita come drammaturgo, famoso in
tutto il mondo.
L’esperienza del Teatro d’Arte, i successi e le delusioni.
La grande passione:
Marta Abba.
Inserto tratto da "Fitainforma",
periodico di Fita Veneto. Giugno 2010.
Testo ed Immagini dal documento originale in PDF: qui
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Nel nostro percorso per Educare al
teatro, rivolto sia al pubblico sia agli “addetti ai lavori”,
una stazione di sosta quanto mai importante non poteva non
essere quella dedicata a Luigi Pirandello.
Con lui il teatro italiano cambia forma e prospettiva. Con lui
la scena tricolore mostra i propri limiti e le proprie altezze.
Con lui, più in generale, la letteratura in senso lato affronta
strade nuove rispetto a quelle battute comunemente, salvo
qualche rara eccezione, dagli autori nazionali.
Uomo pieno di contraddizioni e
inquietudini, egli mostra le stesse caratteristiche anche come
drammaturgo. Percorrendo la storia della sua vita e della sua
arte, non a caso se ne notano i percorsi assolutamente
paralleli, fatti di momenti di entusiasmo, altri di crisi e di
sconforto, gli uni riflessi negli altri. E in tutto questo un
ruolo di primo piano assume la figura di Marta Abba, donna
amata, attrice idolatrata: e anche in questo caso l’una cosa si
fonde nell’altra. È a lei che Pirandello drammaturgo dedica
molta della seconda parte della sua produzione teatrale; ed è a
lei che l’uomo Pirandello si vota totalmente. Gli spigoli sono
tanti, nella sua personalità: un egoismo che assume i connotati
dell’autodifesa da un mondo che, nell’arte come nella vita
privata, troppo spesso non lo soddisfa; un costante dibattersi
tra problemi economici che lo portano ad avere un atteggiamento
materiale nei confronti di quell’arte verso la quale vorrebbe
poter rimanere assolutamente puro, concettuale; un comportamento
in amore contraddittorio, tra gli slanci sterili (e vedremo come
e perché) verso la Abba e il distacco addirittura disgustato
verso la propria famiglia. Insomma, uomo difficile e pieno di
sfumature, Pirandello. Proprio come il suo teatro. |
Affrontare Luigi
Pirandello e la sua “umana avventura” di uomo e di
scrittore-drammaturgo significa addentrarsi in una giungla
intricata di convinzioni e contraddizioni, principi teorici e
loro sovvertimenti, slanci d’amore e sprezzanti egoismi, grandi
vette letterarie e umane tristezze.
Ed è significativo iniziare questa esplorazione con un cenno
biografico che lo stesso Pirandello amava sottolineare,
simbolico di quel costante confrontarsi fra arte e vita che fu
proprio della sua poetica. Luigi Pirandello nacque infatti nel
1867 in Sicilia, in una sperduta località nei pressi di Girgenti
(l’odierna Agrigento) detta originariamente Càvusu ma già
nominata, all’epoca, Caos, pare per l’errore di trascrizione di
un impiegato comunale: “Io son figlio del Caos - scrive al
riguardo Pirandello -; e non allegoricamente, ma in giusta
realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi
presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del
genuino e antico vocabolo greco ‘Kaos’”.
A convincere il padre di Luigi, Stefano, a trasferire là la
moglie Caterina Ricci Gramitto ormai prossima al parto, era
stata un’improvvisa epidemia di colera che aveva colpito
l’isola.
I genitori di Pirandello erano entrambi di famiglia agiata e la
madre era sorella di un ex compagno d’armi di Stefano, che aveva
partecipato alle imprese garibaldine tra il 1860 e il ‘62. Da
parte di madre, il nonno di Luigi era Giovanni Ricci Gramitto,
morto ad appena 46 anni in esilio a Malta, spedito nell’isola
dopo il ritorno dei Borboni contro i quali si era schierato
durante la rivoluzione siciliana del 1848.
Da parte di padre,
invece, il nonno era Andrea Pirandello, armatore e uomo d’affari
che si dedicava al lucroso commercio dello zolfo. Quella di
Pirandello fu un’infanzia certamente agiata, ma non scevra da
difficoltà sotto il profilo umano, in particolare per la
mancanza di comunicare con il padre.
Fu studente impegnato fin da piccolo, sia con gli insegnanti
privati che lo seguirono nei primi anni, sia in seguito, prima
in un istituto tecnico e quindi al ginnasio, dove cominciò ad
appassionarsi alla letteratura. Molto precoce anche il
manifestarsi del suo talento letterario, visto che assai giovane
scrisse Barbaro, la sua prima opera poi andata perduta. |
Quanto
agli studi universitari, Pirandello li iniziò a Palermo nel
1886, ma poi si trasferì a Roma, dove proseguì la sua
preparazione nel campo della filologia romanza. Ma problemi di
rapporti tra l’arte e la vita con il rettore dell’ateneo lo
costrinsero - anche su consiglio di Ernesto Monaci, suo mentore
- a proseguire gli studi a Bonn nel 1889, aprendo quel ponte
privilegiato con la Germania che rimarrà per tutta la sua vita,
trascorrendo lunghi periodi specie a Berlino, tra i centri
culturalmente più vivaci dei primi decenni del Novecento. La
laurea giunse nel 1891 con un’approfondita tesi sul dialetto
dell’Agrigentino: Foni ed evoluzione fonetica del dialetto di Girgenti (in tedesco
Laute und Lautentwicklung der Mundart von
Girgenti). Ma questi di Bonn sono anni importanti anche sotto il
profilo umano, in particolare per quanto riguarda il rapporto
sempre inquieto di Pirandello con l’amore.
Nella città tedesca,
infatti, il futuro drammaturgo si innamora di Jenny Lander,
giovane e attraente figlia di un ufficiale. Dell’incontro con
lei così scrive in una lettera del 1890 alla sorella Lina: “Fui
a dirittura forzato a farlo (ballare, ndr) da una mascherina
azzurra da un cappellaccio di paglia spropositato - che mi si
attaccò al braccio e non mi lasciò più per tutta la sera. A
mezzanotte, ora in cui è costume di tòr via le maschere, fui
meravigliatissimo di riconoscere nella mia diabolica incognita
una delle bellezze più luminose, che io mi abbia mai visto.
Oggi, seguendo l’uso, mi son recato a farle visita in casa, per
domandare come l’avesse lasciato il pazzo uragano di ieri sera.
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La madre, Caterina |

La giovane Berlinese Jenny Lander |

La moglie Antonietta |

Marta Abba |
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Pirandello e le donne: rapporti difficili
Quello di Pirandello con le donne non fu un rapporto
particolarmente facile e lineare. Molto amato da
donne che non amò abbastanza da un lato e innamorato
follemente di donne che non lo amarono abbastanza,
il drammaturgo ebbe la vita segnata da almeno
quattro figure femminili di particolare rilevanza.
Prima di tutto la madre, Caterina, con la quale
visse praticamente in simbiosi esclusiva per i primi
anni nel rifugio di Caos. Poi la giovane berlinese
Jenny Lander, per la quale fece soffrire la
fidanzata dell’epoca, sua cugina Lina, più vecchia
di lui.
E ancora la moglie, Antonietta, segnata dalla
disgrazia di una latente malattia mentale destinata
a esplodere nel tempo: difficile dire se e quanto si
amarono, anche se secondo molti studiosi il
sentimento di Pirandello nei suoi confronti fu,
almeno per alcuni anni, sincero. Infine, il grande
amore: Marta Abba, attrice di grande fascino e
temperamento; per lei Pirandello perse letteralmente
la testa, vivendo con intensità un sentimento
peraltro non ripagato dalla donna (senza dimenticare
la “tragica” notte di Como della quale il
drammaturgo fa cenno in alcune lettere: ella, si
pensa, gli si offrì, ma egli rifiutò...). |
Ella ha nome Jenny Lander, ha venti anni, ed è
figlia di un distinto ufficiale di guarnigione a
Bonn. Io non so descrivere che cosa sia un ballo
carnevalesco in Germania, e che cosa diventino le
donne in tale occasione. Tutto fino al bacio è
permesso, senza pregiudizio di sorta”. È per
Pirandello una sorta di ubriacatura di libertà:
qualcosa di simile a ciò che, negli anni maturi, lo
porterà a girare per l’Europa alla ricerca di una
soddisfazione e di una pace che in Italia,
professionalmente e affettivamente, ritiene gli
siano negate. Va però ricordato che, all’epoca,
Pirandello era fidanzato con Lina, una sua cugina di
quattro anni più vecchia, dal matrimonio con la
quale farà di tutto, riuscendoci, per fuggire. In
una lettera di quello stesso 1890, pochi mesi più
tardi, è evidente come Pirandello non senta più un
grande desiderio di tornare in Sicilia, che
definisce “terra di pecore”, con un’unica eccezione
riservata all’amata Caos. Nell’aprile di quell’anno
si trasferisce addirittura in casa di Jenny, come
studente a pensione. Intenzionato a crearsi un
futuro in Germania, non riuscendovi Pirandello deve
però tornare, nel 1892, a Roma, mantenendosi grazie
agli assegni mensili inviati dal padre. Fu qui che
Pirandello entrò in contatto con il mondo letterario
italiano, soprattutto grazie all’amicizia con Luigi
Capuana. Il ritorno in Italia segnò però
definitivamente anche il destino di Pirandello-uomo:
da tempo infatti suo padre trattava per far
convolare a nozze Luigi con Antonietta, la figlia
del ricco possidente Calogero Portolano, suo socio
d’affari. Il giovane non può che acconsentire e i
due si sposano, a Caos, il 28 giugno 1892. Dalla
loro tormentata unione, segnata soprattutto dalla
malattia mentale di Maria Antonietta, nasceranno tre
figli: Stefano nel 1895, Rosalia nel 1897 e Fausto
nel 1899. |
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Il rapporto con il teatro: amore, odio e... soldi
Fin dai tempi dell’Università, Pirandello inizia ad
avvicinarsi al teatro. Un avvicinamento, questo, che
si evince principalmente dall’epistolario giovanile
del drammaturgo, una cui bella edizione è stata
curata da Elio Providenti. Nel 1887, ad esempio,
scrive in una lettera che “il mio unico
divertimento, quando ho quattrini, è il teatro
drammatico e niente altro”. Teatro drammatico,
dunque.
Un’annotazione che fa dire a Roberto Alonge (nel suo
bel volume dal titolo Luigi Pirandello. Il teatro
del XX secolo, ed. Laterza, 1997): “È già
evidente in questo Pirandello giovane, come sarà poi
nel Pirandello vecchio, nel Pirandello capocomico,
la scelta di un teatro d’arte, di un repertorio non
commerciale”.
Un concetto che l’autore ribadisce in una lettera
del 1887: “Oh, il teatro drammatico! Io lo
conquisterò. (...) Spesso mi accade di non vedere e
di non ascoltare quello che veramente si
rappresenta, ma di vedere e ascoltare le scene che
sono nella mia mente: è strana allucinazione che
svanisce ad ogni scoppio d’applausi, e che potrebbe
farmi ammattire dietro uno scoppio di fischi”.
Questa lettera è però importante anche per i
riferimenti che in essa Pirandello vi fa alla figura
dell’attore (nella fattispecie Tommaso Salvini),
croce e delizia del drammaturgo che, nel corso della
sua attività artistica, avrà nei confronti
dell’interprete in generale un rapporto di amore,
odio e rinnovato amore: passerà infatti da
un’impostazione tradizionale delle sue opere a un
periodo di sprezzante allontanamento nei confronti
della scena tradizionale, fino a un tardivo ritorno
al cosiddetto teatro all’antica italiana”, che
voleva appunto la centralità dell’attore, solo
protagonista sulla scena; un percorso che avrà
come “paletti” più importanti l’esperienza diretta
di capocomicato vissuta con il Teatro
dell’Arte e l’amore per la sua musa Marta Abba, ella
stessa attrice. Nel 1888, Pirandello è sempre più
convinto della sua scelta: “E lasciatemi
seguire la via che ho tra i piedi - scrive lla
sorella Anna -, e per che vado con
l’ostinazione di un matto, finché potrò, inché mi
sarà possibile; lasciatemi andare senza cercare di
arrestarmi mai, in alcun modo, neanco con le
proteste del vostro amore, però che son così
infatuato del mio lavoro, così soggiogato dall’arte,
così ostinato, per voluttà di annientamento, alle
fatiche, da preferire perfino non ti paja
bestemmia - di essere odiato da tutti e da tutti
abbandonato, più tosto che essere dall’amore
allontanato di questa mia passione, che mi dà - solo
premio - la dimenticanza. Io vivo per la gioja di
veder nascere la vita dalle mie pagine, togliendola
dal mio corpo, dal mio sangue, dalla mia carne, dal
mio cervello. È un lavoro assiduo di distruzione per
creare. Non
mi importa che altri sia o no partecipe di questa mia gioja:
non cerco fama o gloria, fo il mio mestiere, come
ognuno fa il suo; occupo il mio tempo, passo la vita
così, poi che non saprei in altro modo”. |
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Povera Lina, cugina-fidanzata messa in disparte per
Jenny
Non fu davvero quel che si dice un cavaliere, Luigi
Pirandello, quando si trattò di togliersi di torno
Lina, cugina di quattro anni più vecchia di lui con
la quale si era fidanzato prima della partenza per
Berlino durante gli anni dell’Università. Conosciuta
la piacente e certamente assai più disinibita e
generosa Jenny Lander, il giovane Luigi fece di
tutto per riuscire a costruirsi un futuro
professionale in Germania: cosa che peraltro non gli
riuscì, costringendolo a tornare in Italia e a
sposare poi Antonietta Portolano. In una lettera del
1889, così scrive dunque alla famiglia: “Come
vedete, ogni probabilità di mio ritorno in Italia si
è allontanata, e ormai non mi resterà che mandare a
Lei (ossia alla fidanzata Lina, ndr) in mia
vece tutti i libri che verrò man mano pubblicando”.
Pochi mesi dopo rincara la dose: “Tra due mesi
comincerò a insegnare all’Università di Bonn; ma una
tal posizione non mi permette certamente di
osservare i miei impegni precedenti (la promessa
di matrimonio, ndr)”.
Ma non basta. Rivoltosi a un medico tedesco per
alcuni problemi riscontrati al cuore, trasforma in
una potente arma contro Lina e la vita coniugale il
fatto che l’uomo gli abbia sconsigliato vivamente di
prendere moglie perché, così avrebbe detto, ciò non
sarebbe stato sostenibile dal suo organismo per più
di due anni.
In una lettera alla sorella Annetta del giugno dello
stesso 1890 scrive dunque: “Io ho scritto a Lina,
così come l’ho scritta a Te, la risposta del medico.
Ora a lei lo scegliere. S’ella vuole assumersi
la funesta responsabilità, lo faccia - e io mi dò a
lei con somma gioia, anche condannato a morir tra
breve”. Da notare che proprio in quei mesi
Pirandello si era trasferito in casa della bella
Jenny, la cui madre dava camere in affitto agli
studenti.
La rottura con Lina diviene ufficiale nell’agosto
del 1891, come si evince dalla lettera che
Pirandello invia a suo padre scrivendo: “Oh mi si
lasci solo, io non chiedo che di viver solo! (...)
Io non debbo, io non posso sposare”; e da quella che
invia a Lina, dichiarando tra l’altro, con un
sottile tono di minaccia: “Bada, Lina; non sono io
che t’uccidio: sei tu che ti vuoi suicidare! Io te
l’ho detto: non penserò più ad alcuna donna al
mondo; rimarrò legato a te per tutta la vita; ma tu
non perdere la giovinezza che t’avanza aspettandomi,
perché altrimenti non faresti più a tempo. Io ho
appena 24 anni e non posso avere né ora né presto
quel collocamento che ci vorrebbe per sposare”.
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Ma il suo amore
non è ripagato dal teatro con la stessa moneta. Tra il 1886
e il 1897 Pirandello scrive almeno quindici testi, che però
non arrivano mai al palcoscenico e in larga parte finiscono
perduti o dati alle fiamme.
La delusione del futuro drammaturgo è grande e anche per
questo egli si volge verso il genere poetico e narrativo,
cominciando a guardare al teatro con occhi torvi: i
teatranti diventano così, nella sua mente, una banda di
ignoranti che pensano solo al vil denaro. Sente ancora
scottare la delusione provata quando, nel 1908, dà alle
stampe Illustratori, attori e traduttori, saggio nel
quale torna a lanciare strali contro gli attori. “Questa
concezione negativa della mediazione attoriale - scrive
Alonge, riferendosi alla posizione di Pirandello - nasce
sulla base degli stessi presupposti crociani secondo i quali
il testo teatrale è una realtà autosufficiente e la
rappresentazione ha unicamente funzione pratica, di memoria,
di comodità. Chi non legge il testo vede lo spettacolo. Chi
non può gustare una poesia nell’originale (perché ne ignora
la lingua) si avvale della traduzione. Ed esattamente come
la traduzione, che – secondo Croce, qui citato espressamente
da Pirandello – ‘o sminuisce o guasta’, perché non è
possibile ridurre in altra forma estetica ciò che ha già
avuto la sua forma d’arte, così anche ogni allestimento
teatrale ‘verifica quali dimensioni certe la diminuzione e
il guasto”.
Il crollo finanziario
Certo, va detto che sull’argomento Pirandello si mostra
alquanto confuso, in un continuo tiro alla fune pro e contro
l’attore, pro e contro la rappresentazione scenica. A
riportarlo sulle rive del teatro sarà comunque, poco più
tardi, un motivo non proprio artisticamente corretto - ma
comprensibile - come quello economico: un tema, questo, anzi
un affanno, decisamente ricorrente nella vita di Pirandello.
Che cosa era capitato? Dopo il matrimonio con Antonietta nel
1894, i due si erano trasferiti a Roma, dove vivevano
agiatamente. Ma nel 1904 una frana aveva costretto alla
chiusura una miniera di zolfo controllata dal padre di
Pirandello, nella quale era stata investita buona parte
della dote di Antonietta. La situazione era precipitata: la
malattia mentale della donna esce sempre più allo scoperto,
tra fughe di lei dai genitori o abbandoni del tetto
coniugale da parte di lui. E le cose andranno sempre peggio,
fino al 1919, anno nel quale Pirandello accetterà di far
internare la moglie, ormai incontrollabile. Evidente il
collegamento diretto tra queste esperienze personali e
l’interesse con il quale, nella propria produzione
letteraria e drammaturgica, Pirandello affronta i temi
dell’inconscio, della psicologia del singolo e della
società, che proprio in quegli anni, con le teorie di
Sigmund Freud, stava divenendo materia di studio e
approfondimento. Trovatosi dunque nella necessità di
ripianare le dissestate finanze familiari (in pratica gli
restava solo lo stipendio da docente al Magistero femminile,
cui aggiungeva lezioni private e proventi derivanti dal suo
impegno letterario e giornalistico per Il Corriere della
Sera), lo scrittore vede nel teatro dialettale una
possibile, consistente fonte di reddito. A indirizzarlo
verso questo tipo di repertorio è Nino Martoglio, anch’egli
drammaturgo dialettale e caro amico. In una lettera del 1°
agosto 1907 - quella che apre il consistente epistolario tra
i due - è evidente come l’avvicinamento di Pirandello al
teatro, in questo periodo, abbia assunto connotazioni nuove:
non c’è più la sola spinta artistica che l’aveva animato
all’inizio; ad essa si sono infatti sovrapposti da un lato
il desiderio - peraltro non poi così sentito - di tenere
alto l’onore di quel dialetto siciliano al quale aveva
dedicato la propria tesi, dall’altro il ben più concreto e
notevole interesse economico. Il teatro è un buon affare,
Pirandello lo sa: ad ogni replica, i diritti d’autore sono
in media il 10 per cento degli incassi lordi; ben più di
quanto gli porta la narrativa. “Non potrei fare qualche cosa
anch’io? - scrive in una lettera a Martoglio del 1914 -
Avrei tanti e tanti argomenti di qualunque specie, tu lo
sai! E avrei in questo momento tanto tanto tanto bisogno di
guadagnare: tu lo sai! Sono disperato per 500 lire che mi
urgono per bisogni immediati e non so come e dove trovare.
Potresti procurare di farmele avere a titolo d’anticipazione
impegnativa per un lavoro che ti potrei far subito, a
richiesta? Due mie novelle Nel segno e
Lontano, drammaticissime e piene di poesia, si
presterebbero soprattutto a esser ridotte in films e potrei
far subito la riduzione: a richiesta; ma avrei bisogno
subito di queste 500 lire”. E dopo il teatro, anche il
cinema diventerà un obiettivo del drammaturgo, come vedremo
più diffusamente in seguito.
Martoglio è un punto di riferimento concreto e prezioso per
Pirandello. È lui a consentirgli di aprirsi la strada in
maniera continuativa nel teatro, dopo la fondazione a Roma
del Teatro Minimo a Sezioni, che intendeva ricalcare il
modello cinematografico. Per questo teatro Pirandello scrive
una serie di atti unici. È sempre Martoglio, poi, a
procurare l’incontro tra Pirandello e Angelo Musco, attore
catanese specializzato in teatro siciliano: con
lui avverrà per Pirandello la svolta. Il bisogno di denaro
in cui versa in questo periodo è chiaramente espresso anche
in un’altra lettera: “Tu sai bene caro Nino, ch’io non
m’aspetto nessun accrescimento di fama da questi miei lavori
dialettali: tutt’al più me n’aspetto qualche utile
finanziario”, scrive. D’altra parte, il clima era favorevole
e molto diverso da quello attuale.
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Oggi, infatti, la drammaturgia contemporanea è
assolutamente secondaria rispetto ai grandi
classici, meno “rischiosi” sotto il profilo degli
incassi. Nell’Ottocento e nei primi del Novecento,
invece, le compagnie erano chiamate a produrre una
serie impressionante di lavori, così da garantire
continue novità agli spettatori. Così era anche per
una compagnia importante, quella di Angelo Musco,
attore e capocomico siciliano che andava per la
maggiore.
Il teatro dialettale per Angelo Musco
Per la prima volta Pirandello vive il teatro dal
di dentro e non più semplicemente “a tavolino”, da
drammaturgo puro: inizia così quel percorso che lo
porterà a scrivere pensando sempre più all’attore.
Il primo lavoro che scrive per Musco è Lumie di
Sicilia, al quale fa seguito Pensaci,
Giacuminu!, sviluppo di una novella del 1910. In
questo testo in particolare, già nato per la pagina
scritta, si vede che genere di interventi il
drammaturgo compia per adattarlo al teatro: in
particolare, è evidente lo sforzo di Pirandello di
“normalizzare” il testo, togliendo gli spigoli
eccessivi e insistendo sui punti teatralmente più
vincenti, adattati alle corde istrionesche di Musco.
Sul fronte della narrativa, intanto, Pirandello
aveva ottenuto un buon successo di pubblico nel 1904
con il romanzo Il fu Mattia Pascal, tradotto
in varie lingue. Molto amato dai lettori, però,
Pirandello non ottenne altrettanta attenzione da
parte della critica, che considerò le
qualità innovative di questo testo solo più avanti:
Angelo Musco nel ruolo di Agostino in
“Pensaci, Giacomino!” l’interesse dei critici nei
suoi confronti, infatti, arrivò solo diversi anni
più tardi, intorno al 1920, quando l’autore
prese a dedicarsi in maniera preminente al teatro.
Tra Pirandello e Musco i rapporti non sono facili.
L’autore ce l’ha con il capocomico prima di tutto
per questioni economiche: lo accusa, in particolare,
di non replicare abbastanza le sue opere, che
restando poco in cartellone - come nell’uso
dell’epoca, d’altra parte - non gli consentono
incassi abbastanza elevati. L’antipatia tocca poi la
sfera artistica: “Musco è condannato alle farse”
scrive nel 1917 Pirandello a Martoglio; e
qualche mese più tardi dichiara senza mezzi termini:
“Non voglio più avere rapporti d’amicizia con questo
signore. Per me è finita. E anche il teatro
siciliano per me è finito. Se qualche altra cosa mi
avverrà di scrivere per le scene, la scriverò in
italiano’”. In effetti all’epoca Pirandello ha già
iniziato a scrivere in italiano, visto che ha
composto Così è (se vi pare) e Il piacere
dell’onestà, cui fa seguito L’innesto.
Sono gli anni - lo abbiamo detto - dei grandi attori
e capocomici e il più grande di tutti è Ruggero
Ruggeri: è allora a lui che Pirandello, desideroso
di arrivare sempre più in alto, invia alcuni
copioni, che l’attore mette in scena con
straordinario successo (a parte Il giuoco delle
parti, forse troppo “avanti” per il pubblico
dell’epoca). “Con il Piacere - riflette
Alonge - si impone la struttura portante di tutto il
teatro pirandelliano: lo spazio scenico del salotto
borghese (vecchia eredità del teatro europeo di
ottocentesca memoria) e, al suo interno, lo sguardo
pirandelliano che penetra con violenza e spacca
l’universo sociale rappresentato. Da un lato una
coralità di figure sociali meschine, ipocrite,
pettegole, in qualche caso decisamente laide,
crudeli; dall’altro lato un membro di quella stessa
classe sociale che si isola in una opposizione
tenace - anche se perdente - nei confronti dello
stesso ceto da cui proviene. Detto con una formula,
da un lato il coro e dall’altro lato l’uomo solo.
Uno schema assolutamente fondante, per Pirandello,
in cui il protagonista solitario (naturalmente anche
un po’ eroico) è molto spesso un interprete
maschile. Si indovina bene che Pirandello scrive
pensando a Ruggeri, per il quale compone - fra il
1917 e il 1921, come abiti su misura, confezionati
da un sarto di classe - alcuni dei testi più fulgidi
di tutta la sua produzione, dal Piacere al
Giuoco delle parti, da Tutto per bene
all’Enrico IV”. |
Attrici che sì, attrici che no...
Pirandello, a
parte la Abba, ebbe simpatia (artistica) per altre
attrici e altrettanto forti antipatie. Tra le
attrici promosse dal drammaturgo, da citare senza
dubbio Maria Melato, della compagnia di Virginio
Talli: è sulle sue caratteristiche che, in una
lettera al capocomico, Pirandello dichiara di aver
composto “L’innesto”. Pesantemente negativo, invece
il suo commento su Irma Gramatica, altra attrice di
spicco dell’epoca, e non lusinghiero nemmeno quello
riservato a Tina di Lorenzo (1872 - 1930 ) e a Olga
Vittoria Gentilli (1888 - 1957).
La Melato (1885 - 1950) aveva iniziato la sua
carriera nelle filodrammatiche del Modenese,
approdando nel 1903 al teatro professionistico. Fu
però con Talli che la Melato sviluppò in pieno le
proprie doti di attrice; tra le sue interpretazioni
più riuscite quelle di alcuni testi di Pirandello
(Così è, se vi pare e Vestire gli ignudi),
di Rosso di San Secondo (Marionette che passione,
L’ospite desiderato e La bella
addormentata) e Massimo Bontempelli (La
guardia alla luna), oltre che di
D’Annunzio (La fiaccola sotto il moggio,
La figlia di Iorio insieme a Betrone), di Ugo
Betti, di W. S. Maugham e, più avanti, di Cocteau.
Fondò anche compagnie con il suo nome, curando
l’allestimento complessivo degli spettacoli.
Irma Gramatica (1870-1962), sorella di Emma, pure
lei attrice, entra giovanissima nella compagnia di
Cesare Rossi, avendo tra le sue colleghe anche
Eleonora Duse.
Bella e
dotata, Irma ha avuto una buona istruzione dal padre
Domenico Gramatica,
suggeritore, e dalla madre Cristina Gandil,
sarta teatrale di origini ungheresi.
Tra le sue
interpretazioni più celebri, quelle ne La figlia
di Jorio di D’Annunzio, Casa di bambola
di Ibsen, Anime solitarie di Hauptamann,
L’ombra di Niccodemi e Come le foglie di
Giocosa.
La sua
recitazione è molto diversa da quella della Melato:
generosa e intensa quella dell’attrice di Talli,
asciutta ed essenziale la sua. Interpretò anche
alcuni film, tra i quali Porto (1935), Le
sorelle Materassi (1942, con Emma) e Incantesimo
tragico (1952). |
Abbiamo citato L’Innesto, lavoro al quale Pirandello
teneva molto, ma che considerava poco compreso da Virginio
Talli, il capocomico al quale l’aveva proposta e che già
aveva messo in scena vari suoi lavori. Aveva in compagnia,
Talli, un’attrice che a Pirandello piaceva molto, la giovane
Maria Melato; ebbene, secondo Talli il dramma non era
affatto adatto alle sue corde, ma lo stesso Pirandello, in
una lettera all’attore, così spiegava: “Io l’ho proprio
scritto per lei, per la sua voce e per i suoi occhi. (...)
Io lavoro con tutta la mia anima e con tutto il mio sangue;
non ho più vita per me; sento solo di vivere, lavorando,
nella vita che creo con questo mio spirito troppo complesso
e troppo tormentato. Non posso scrivere cose facili e piane
(qui si riferisce a quello che aveva scritto Talli
riguardo a Il piacere dell’onestà, considerato una
cosa facile e piana: ma forse era solo arrabbiato perché
Pirandello non gliela aveva proposta, affidando ndr);
non ne ho mai scritte, né saprei”. Sempre su L’innesto
Pirandello torna in una lettera a Martoglio, a proposito del
consiglio che egli gli dava di togliere L’innesto a
Talli per darlo a Irma Gramatica, Pirandello così
rispondeva: “Ma dar l’Innesto a Irma Gramatica non voglio
assolutamente: costei non rappresenterà mai nulla di mio,
dopo quello che m’ha fatto col Se non così:
Tina di Lorenzo non è per nulla adatta, e la Gentilli meno
che meno. E poi non darei mai un dramma come l’Innesto a una
compagnia secondaria; piuttosto lo lascerei nel cassetto”.
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Pirandello e il fascismo
A voler definire l’idea politica di Pirandello ci si
potrebbe ricollegare al patriottismo risorgimentale
ed è forse in questa chiave che si possono leggere
le “vicinanze” tra il drammaturgo e il fascismo. Nel
1925, la firma del drammaturgo è tra quelle in calce
al Manifesto degli intellettuali fascisti,
elaborato da Giovanni Gentile. Comunque, quando
Pirandello entrò a far parte del Partito Nazionale
Fascista la cosa sorprese e molto i suoi amici più
cari. Le motivazioni di questa scelta, secondo i
più, potrebbero essere di due generi: da un lato,
quella già ricordata di una possibile attinenza tra
fascismo e ideali risorgimentali; dall’altro, più
prosaicamente, si potrebbe pensare all’interesse,
visto che le sovvenzioni governative sarebbero state
essenziali per l’attività della sua compagnia. Altrettanto certo è
comunque che spesso Pirandello si scagliò
violentemente contro alcuni esponenti del partito e
che arrivò a dichiararsi apolitico: « Sono
apolitico: mi sento soltanto uomo sulla terra. E,
come tale, molto semplice e parco; se vuole potrei
aggiungere casto...». Nel 1927, addirittura, come
narrato da Corrado Alvaro, Pirandello strappò la sua
tessera davanti al Segretario Nazionale. Nel ‘35
partecipa comunque alla campagna di raccolta
dell’“oro per la patria” donando la medaglia
ricevuta alla consegna del Premio Nobel nel ‘34. Va
poi detto che il teatro “filosofeggiante” di
Pirandello (come sostenuto da Croce) non rispondeva
affatto a quegli ideali di pragmatismo che il
fascismo portava avanti. Non a caso il drammaturgo
fu tra i “controllati speciali” dell’OVRA, la
polizia segreta attiva in Italia tra il 1930 e il
1943.
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Sei personaggi in cerca d’autore: la svolta
Con i “Sei personaggi in cerca d’autore” si può dire
arrivi a maturazione l’idea drammaturgica
pirandelliana. La sua fama dilaga all’estero, il suo
nome fa il girodell’Europa e degli Stati Uniti.
Sei personaggi - commenta Alonge - supera ogni
altro lavoro di Pirandello perché si tratta
dell’opera “più trasgressiva, perché azzera la
tipologia del dramma tradizionale e inventa una
situazione inaspettata. Non siamo più nel consueto
salotto borghese tipico del teatro europeo
dell’Ottocento(e del primo Novecento),ma ci
troviamo su un palcoscenico vuoto dove una compagnia
di teatro sta provando una commedia. Sei
personaggi è teatro che riflette sul teatro, che
mette in scena le problematiche dell’attore e
dell’autore. Ma Sei personaggi ha questo di
buffo, di essere fondato su una teoria teatrale
anacronistica, anche all’interno della storia
biografica di Pirandello”. La riflessione di Alonge
deriva dal fatto che nel 1921, anno della prima
stesura dei Sei personaggi, Pirandello è già
da anni entrato con decisione nel mondo del teatro:
non è più un drammaturgo da scrivania ma frequenta
in prima persona il palcoscenico, conosce gli
attori, ha imparato a capirne e apprezzarne le
qualità. L’idea di teatro che emerge invece da Sei
personaggi si riallaccia, secondo Alonge, a quella
di Illustratori, attori e traduttori del
1908. Un balzo all’indietro, insomma. “Gli attori
dei Sei personaggi - scrive ancora lo studioso -
sono superficiali, frivoli, scarsamente acculturati,
professionalmente modesti”. Interessante, a tale
riguardo, è allora una lettera scritta da Virginio
Talli a Pirandello nel 1918, nella quale il
capocomico così si sfoga: “Io conosco questa
sciagurata gente, amico mio, l’ho attorno da 35 anni
e ti posso assicurar che non ha cambiato d’un
attimo. - Gli stessi bassi calcoli, le stesse
violenze a base di interesse, di solo tornaconto
personale,le solite invidie, le identiche vanità – e
soprattutto la stessa ignoranza. Ti giuro che il
combattere con questa piccola raccolta di poveri,
inviperiti dall’illusione che procurano ai loro
cervelli sonnolenti i vestiti sgargianti che
usano professionalmente e le parole affidate dagli
autori alle loro bocche... è un martirio”.
Questa posizione, espressa da un uomo di teatro
esperto come Talli, potrebbe quindi aver influenzato
Pirandello.Né d’altra parte mancano i segnali di
quanto il drammaturgo avesse recepito delle
esperienze teatrali sia proprie sia in atto nel
resto d’Europa. La figura del capocomico,in
particolare, si avvicina in qualche modo a quella
dei “regisseurs” che cominciavano a operare nei
teatri delle grandi città del vecchio continente.
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Questa
versione originaria e quelle successive che l’opera
subirà (anche per mano di registi come Georges
Pitoëff, verso il quale Pirandello nutrirà un misto
di amore e odio) non sono però - come segnalano
molti studiosi - così innovative come si potrebbe
pensare; e lo stesso discorso può valere per
Ciascuno a suo modo e Questa sera si recita a
soggetto, riconducibili allo stesso
filone. In effetti, in quegli anni l’Europa e
l’Italia erano attraversati da impetuosi venti
di rinnovamento, anche più forti di quelli che
Pirandello fa respirare nelle sue opere. |
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L'uomo e la
maschera
Il
tema della “maschera” è noto. In estrema
sintesi, ognuno di noi, condizionato dalle
convenzioni sociali, indossa una maschera
per farsi accettare. Quando cerca di
togliersela, si rende conto che ciò non gli
è possibile. La soluzione è allora chiudersi
nella disperazione, nella solitudine, nella
follia. |
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Nel 1913,
ad esempio, Filippo Tommaso Marinetti aveva
pubblicato Il teatro di varietà, manifesto
nel quale si teorizzava un capovolgimento del
rapporto tra pubblico e palcoscenico, segnalando
questo tipo di spettacolo come il solo in grado di
vedere il pubblico non passivo ma attivo. Sempre
Marinetti nel 1915 aveva scritto Il teatro
futurista sintetico, altro manifesto che
chiedeva l’annullamento della “parete” tra
spettatori e azioni scenica. Si stavano inoltre
moltiplicando le serate futuriste e quelle dadaiste
e il tema della partecipazione del pubblico era
centrale anche nella revisione operata dal prolifico
teatro sovietico dei primi decenni del nuovo secolo.
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Gli anni del guerra e il Teatro d’Arte (1925-28)
Il dramma collettivo della guerra andò di pari
passo, nella vita di Pirandello, con un dramma
personale: nel corso del conflitto, infatti, le
condizioni mentali della moglie si aggravarono al
punto da richiederne, nel 1919, il ricovero in
manicomio. Suo figlio Stefano, inoltre, venne fatto
prigioniero dagli austriaci e tornò in Italia in
pessime condizioni di salute. Nel 1925 Pirandello,
appoggiando un’idea di suo figlio, dell’amico
Orio Vergani (una curiosità: sua sorella, Vera
Vergani, è stata prima interprete assoluta dei Sei
personaggi) e di altri scrittori, partecipa alla
nascita della “Compagnia del Teatro d’arte”,
con sede nella piccola sala Odescalchi di Roma, per
la quale allestirà ventidue dei cinquanta spettacoli
che vi saranno prodotti nel giro di un paio d’anni.
I nomi degli attori coinvolti promettevano scintille
- dalla giovane Marta Abba a Ruggero Ruggeri - ma le
cose andarono diversamente. La compagnia, fin dagli
inizi, non ha vita facile, osteggiata in patria e
costretta, all’estero, a scontrarsi con l’oligopolio
che in pratica controlla tutti i grandi circuiti
teatrali. Per quanto riguarda la situazione
italiana, in particolare, Pirandello si lancia
contro quella che all’epoca era l’eminenza
grigia del teatro nazionale, l’avv. Paolo Giordani,
accusandolo pesantemente il 19 dicembre 1925 sulle
pagine del Tevere: “Io voglio - scirveva
Pirandello - che presto in Italia sorgano i Teatri
di Stato: almeno tre in principio, uno a Milano, una
a Roma, uno a Torino: teatri responsabili, che di
fronte agli stranieri che visitano l’Italia,
dimostrino che nel nostro Paese l’arte scenica è
curata e rispettata come nel loro; che permettano
una esistenza decorosa agli attori e lo svolgimento
di degni programmi artistici. Tutto questo l’avv.
Paolo Giordani, commerciante e speculatore e
sfruttatore dell’ingegno altrui, lo deve vedere come
il fumo negli occhi. E di qui la guerra che egli ha
fatta fin ora subdolamente, e che adesso fa a viso
aperto alla Compagnia del Teatro d’Arte di Roma,
primo nucleo di questa grande futura formazione
nazionale”. |
L’umorismo
Nel suo saggio Pirandello e
il disagio del teatro, ed. Marsilio – Venezia, 1993,
Claudio Vicentini spiega così il concetto di
umorismo in Pirandello: “Quando un autore è
amaramente consapevole del disagio della condizione
umana, nel suo animo non può sorgere alcuna immagine
unita a un’emozione o a un sentimento senza che
intervenga immediatamente la riflessione, che
‘s’insinua acuta e sottile dappertutto’, suscitando
un’immagine, un’emozione, un sentimento opposti.
Sicché le immagini anziché associate per somiglianza
o contiguità, si presenteranno in contrasto (...)
Nascono così le opere d’arte che Pirandello chiama
‘umoristiche’.”. Esse spiazzano perché “il contrasto
delle immagini e delle emozioni contenute nell’opera
umoristica impedisce al lettore di abbandonarsi a un
sentimento certo, unico ed esclusivo (...).
Provocato da immagini e da stimoli contraddittori,
spiega Pirandello, il lettore vorrebbe ridere, e
ride, ma subito il riso ‘è turbato e ostacolato da
qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa’”.
A caratterizzare questo tipo di racconto, una linea
narrativa e/o drammaturgica anch’essa spiazzante,
tutta giocata su continui cambi, spezzettata, contrastatante. Nel teatro come sulla pagina.
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Quella che in me detta dentro, sei Tu...
Marta Abba, musa di un poeta, amore infelice di
un uomo
“Non è
possibile che Tu non sia, come autrice vera e sola,
in tutto quello che ancora faccio. Ma io sono la
mano. Quella che in me detta dentro, sei Tu; senza
più Te, la mia mano diventa di pietra”. L’amore di
Pirandello per Marta Abba nasce e cresce sulle
tavole del palcoscenico. Nata il 25 giugno del 1900
a Milano (dove morirà il 24 giugno 1988), era la
figlia primogenita di Pompeo Abba, commerciante, e
di Giuseppina Trabucchi. Dopo gli studi
all’Accademia dei Filodrammatici, entrò nella
compagnia di Virgilio Talli, con la quale fece il
suo esordio a 22 anni ne Il gabbiano di Cechov. Tre
anni più tardi, dopo aver letto una critica
entusiasta nei suoi confronti firmata da Marco
Praga, Pirandello la volle immediatamente come prima
attrice nel neonato Teatro d’Arte. Non badò a spese,
per averla: la giovane avrebbe guadagnato 170 lire
al giorno, 10 in più di Lamberto Picasso, all’epoca
ben più famoso di lei. Da quel momento iniziò una
simbiosi artistica totale e - da parte del
drammaturgo - un amore altrettanto assoluto. Del
loro rapporto ci sono rimaste le 560 lettere scritte
da Pirandello e le 280 risposte della Abba
(l’epistolario fu donato alla Princeton University e
pubblicato in versione integrale solo nel
‘94). Quali forme abbia assunto e quali
confini abbia o non abbia attraversato la loro
relazione resterà per sempre un segreto tra loro.
Tra le pagine più intense del loro epistolario,
comunque, si segnalano quelle nelle quali Pirandello
accenna a una non meglio precisata “atroce notte
passata a Como”: secondo alcuni studiosi, in
particolare Benito Ortolani, si potrebbe supporre
che in quell’occasione la giovane attrice si sia
offerta all’anziano drammaturgo, che l’avrebbe però
rifiutata, spinto dalla differenza d’età. Di questo
fatto si troverebbero riflessi nel finale di Quando
si è qualcuno, testo nel quale un vecchio rifiuta
una giovane che gli si offre. Esistono in
particolare, forti coincidenze fra questo testo
e una lettera scritta alla Abba il 25 gennaio 1931
da Parigi. Ecco il testo di Quando si è qualcuno,
che risale al 1932 : “Tu non lo sai: uno specchio, scoprircisi d’improvviso – e la desolazione di
vedersi che uccide ogni volta lo stupore di non
ricordarsene più – e la vergogna dentro, (...) il
cuore ancora giovine e caldo”. Ed ecco la lettera:
“Tu non sai che scoprendomi per caso d’improvviso a
uno specchio, la desolazione di vedermi con
l’aspetto che ora ho, uccide ogni volta in me lo
stupore di non ricordarmene più. E allora soltanto,
con quest’aspetto che mi scopro ma di cui non riesco
mai a ricordarmi mentre vivo e mentre sento, provo
un senso di vergogna del mio cuore ancora
giovanissimo e caldo”.
Questo tipo di situazione, e l’ossessione con la
quale Pirandello riflette sul suo essere vecchio
perduto d’amore per una giovane alla quale si
sottrae, si era vista già in altri testi e in
particolare in Diana e la Tuda, del 1925, il primo
lavoro ispirato da Marta Abba. Alcuni passaggi sono
presi in maniera quasi identica da lettere scritte
all’attrice. Restando nella storia del vecchio
scultore Giancano e della sua modella, così riflette
Alonge: “La giovane si offre al vecchio non per
amore, ma per un misto di tante cose che amore non
sono: per la subalternità della modella al grande
scultore; per il masochismo della donna che si sente
un ‘niente’ rispetto al genio; per una segreta,
forse inconscia, vendetta contro lo scultore giovane
che non la ama; per la pietà del vecchio scultore
pazzo d’amore per lei. Il rifiuto di Giuncano, il
suo scatto d’orgoglio, rispecchiano con molta
probabilità la reazione negativa di Pirandello
nella straziata notte di Como”.Ma altre volte, nella
drammaturgia pirandelliana nata dal rapporto
con la Abba, ricompare questa situazione
vecchio-giovane o comunque giovane che si
offre e uomo che, per vari motivi, la rifiuta. Basti
pensare a Come tu mi vuoi o a Trovarsi, che fanno da
contraltare a I giganti della montagna, unica opera
nella quale la situazione è opposta. Dopo quella
notte, tutto cambia. Pirandello non farà che
cercare il perdono di Marta la quale, al contrario,
svierà sempre i discorsi, li porterà dal
personale al professionale, evitando anche
ostinatamente quel “tu”, quell’avvicinamento che
Pirandello ricerca con altrettanta determinazione.
Dopo la chiusura del Teatro d’Arte, fondò una
propria compagnia teatrale, unendo alle opere di
Pirandello testi di Shaw, D’Annunzio e persino
Goldoni, lavorando con registi di spicco come
Max Reinhardt e Guido Salvini. Con Pirandello
e anche dopo la sua morte effettuò anche alcune
tournée all’estero. Lavorò anche per la radio e girò
due film con Alessandro Blasetti (Il caso Haller,
1933; in esso compare anche sua sorella Cele) e
Guido Brignone (Teresa Confalonieri, ‘34). Nel ‘38
sposò un industriale americano e si stabilì a
Cleveland. Dopo il divorzio, nel 1952, tornò in
Italia e vi restò sino alla morte. |
Un anno dopo, comunque, le firme di Pirandello e di
Giordani saranno l’una accanto all’altra in calce a
un progetto di costituzione di un Teatro Drammatico
Nazionale di Stato che ricalca l’idea di Pirandello
dei tre poli teatrali italiani.
Il Teatro d’Arte, da un punto di vista pratico, fu
un fallimento.
Economicamente, una Caporetto. In una
lettera alla Abba del ‘29, inviatale da Berlino,
Pirandello scrive: “Ne sa qualcosa Salvini, a cui
toccò di penare più di tutti; e io ci rimisi non so
più quante migliaia di lire, con l’aggiunta di
umiliazioni e mortificazioni senza fine: tutto per
colpa di quel Suardo (sottosegretario di Stato alla
Presidente del Consiglio dei Ministri), che Dio lo
danni, che doveva dare, per come aveva promesso a
Mussolini, più di 300 mila lire, e per
strappargliele, e potere io riavere il mio, si
dovette faticare e stentare fino all’ultimo giorno.
Se il Teatro Odescalchi è morto, com’è morto, la
colpa è principalmente di questo imbecille
ubriacone: se avesse dato a tempo opportuno i
sussidi governativi, senza farci impazzire con tutti
i creditori che assediavano il teatro, si
sarebbe tirato avanti, pagando tutti a poco a poco,
regolarmente, con la Compagnia che agiva e agiva
bene! Invece, per causa di lui, sopravvenne in tutti
l’avvilimento e la stanchezza; chi si squagliò di
qua e chi di là, per non aver noje dai creditori; la
Compagnia se n’andò randagia per l’Italia; e addio!
- Ma inutile, ormai, pensarci più! Vorrei avere
adesso, con l’esperienza che ho acquistato, quel
Teatro com’era, con le speranze che aveva acceso in
tutti; una vera Compagnia d’arte tutta di giovani;
Te, prima di tutti, (come Ti vedo ora); messe in
iscena come saprei farle adesso, dopo la scuola di
qua; un repertorio variato; riaccendere in tutti
quel fuoco di prima, fare di quel piccolo Teatro un
centro d’arte per tutto il mondo; un regno d’arte, e
Te regina di questo regno... - Sogni! Saprei
attuarli, se trovassi accanto a me gente capace e
onesta: ma non l’ho mai trovata! Mai! Mai! E per me,
così inetto ad amministrare, è stata sempre non solo
necessaria ma indispensabile. Ragion per cui, a 61
anni, tranne la mia opera letteraria, non sono
riuscito a edificar nulla!”.
L’esperienza come capocomico è fondamentale per dare
a Pirandello una visione a 360° sul teatro. Negli
anni del Teatro d’Arte, il fatto di dedicarsi
all’allestimento nella sua interezza -
dall’ideazione alla piena realizzazione, dalla
scrittura alla scenografia, alle luci a quant’altro
- lo porta ad applicare ai copioni queste sue nuove
competenze e gli stimoli che esse gli offrono.
L’autoesilio in Germania e il rapporto con la
Abba
Il 15 agosto 1928, con uno spaventoso buco
finanziario alle spalle, il Teatro d’Arte si
scioglie. Nell’ottobre di quello stesso anno
Pirandello e Marta Abba partono per Berlino.
Pirandello ha un progetto in mente: “Bisogna,
bisogna andar via per qualche tempo dall’Italia -
scrive alla Abba - e non ritornarci se non in
condizioni di non aver più bisogno di nessuno, cioè
da padroni. (...) Bisognerà restare per lo meno un
anno in Germania, come ti ho scritto ieri, e
realizzarvi una grossa fortuna. Poi si tornerà, ma
da padroni”.
L’idea di Pirandello è semplice e
chiara: fare tanti soldi così da non aver più
bisogno delle sovvenzioni statali per portare avanti
il proprio progetto teatrale; e per arricchirsi
tanto e tanto e in fretta la strada è una sola:
quella del cinema. Pirandello è famoso e comincia a
bussare a tutte le case di produzione
cinematografica, ma ponendo una condizione, sempre
la stessa: che Marta Abba sia tra gli interpreti.
Trascorrono così cinque mesi, durante i quali
Pirandello e l’attrice (accompagnata dalla sorella)
vivono in due stanze d’albergo vicine e sono visti
costantemente insieme. Dopo quei cinque mesi – che
danno ovviamente il la a innumerevoli pettegolezzi
anche in Italia - la Abba però si stanca di
aspettare e decide di tornare in Italia, anche per
non perdere eventuali contratti teatrali.
È il 13
marzo 1929.
Pirandello è sconvolto dalla partenza
della donna che ama, ma resiste e resta in Germania:
un atteggiamento, questo, che gli è proprio fin
dalla più giovane età (come si evince da molte sue
lettere alla famiglia; in una del 1886 scrive ad
esempio: “E sto allegro, a dispetto del mio cuore
che, battito per battito, par che chieda di voi che
siete lontano”). |
In una lettera alla Abba, di qualche
giorno più tardi, è amareggiato per la lontananza
dell’attrice, alla quale rimprovera il fatto di non aver
avuto pazienza, quella che a lui non manca né è mai mancata: “Ecco: questo: aspettare qua
con me, senza impazienza; e intanto vedere, studiare,
conoscere, arricchirsi lo spirito facendosi una cultura,
imparare le lingue, con metodo, con volontà... - questo;
senza la smania, le pigrizie di Cele (la sorella della Abba,
ndr) accanto, che deve fare da sé il suo cammino e deve
lasciarti in pace per la tua vita, che non deve né può
essere la sua. Tutto questo! - E i denari verranno, verranno
per forza, e molti, molti; ma bisogna saperli aspettare, con
animo fermo, e lavorando sempre, sempre, com’io ho fatto
tutta la vita".Pirandello cerca di far immaginare alla Abba
il fulgido futuro che potrebbe attenderla fuori dall’Italia:
“Sì, sì, Marta mia, fuori! Fuori! Fuori! Le grandi vie del
mondo sono per il Tuo cammino; e non codesti sudici, storti
e sassosi sentierucoli di provincia, e l’angustia di farsi
avanti tra le gomitate e le spinte e gli urtoni, le
ingiurie, le villanie e la stupida prosopopea del mondo
teatrale delle così dette grandi città d’Italia. Tu devi
respirare e avere la Tua gloria, fuori! Lo troverò io, qua,
con l’aiuto di questo Dr. Lehrmann un impresario Charlot lo
vedrò qua a Parigi il giorno 21; so già che anche lui mi
vuol vedere, e si combinerà in qualche modo l’incontro, per
restare insieme e parlare qualche quarto d’ora.
Conosce bene le mie idee sul film parlato, per averle lette
sul ‘New York Times’”. In un’altra lettera scherza invece
sul pessimo italiano di G. Bernard Shaw (Pirandello scrive
G. Bernardo Shaw), che in un biglietto di scuse per un
mancato incontro così si era espresso: “Caro Pirandello,
impossibilissimo di Leicercare oggi . Partirò domani – molto
bagaglia – sposa malata”. Aveva anche preso contatti con
Eisenstein:“Mi hanno fatto scrivere – racconta alla Abba in
una lettera scritta da Roma nel giugno del 1932 – una
lettera a Eisenstein, che è il più grande régisseur russo, e
forse del mondo, quello della ‘Corazzata Potemkin’, per
domandargli se è disposto a venire da Mosca per girare il
mio film”.
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La genesi di “Trovarsi”
Intorno al 1931 si cominciano a profilare i tratti
di Trovarsi, lavoro che vedrà la luce tra luglio e
agosto del 1932, dedicato a Marta Abba. Al centro
della vicenda c’è un’attrice in crisi, Donata Genzi,
e il testo è particolarmente rilevante per la
riflessione attraverso la quale in esso Pirandello
esplora la sua idea dell’arte dell’attore. Il nome
della protagonista, Donata, non è casuale: ella
infatti si dona all’arte e attraverso di sé dona una
vita ai personaggi che interpreta; quella stessa
vita che, però, nega a se stessa. Il continuo
confondersi tra realtà e finzione – tra i temi
portanti della riflessione pirandelliana – si
ritrova anche qui. “L’attore ha in sé una scintilla
divina - scrive al riguardo Alonge -. È figura
‘sospesa’ perché il corpo è strumento dello spirito,
perché è in contatto con la divinità da cui trae in
qualche modo la propria conoscenza del cuore umano,
senza aver bisogno di sperimentarne preliminarmente
i percorsi e le vicissitudini. Donata Genzi ha
conservato puntigliosamente e orgogliosamente la
propria verginità sino all’altezza cronologica dei
trent’anni (al fine di sfatare la leggenda secondo
cui l’attrice è sempre una mezza baldracca,per
usare un termine pirandelliano...), ma non per
questo è meno straordinaria interprete di ruoli
amorosi. Semmai è proprio a partire dal momento in
cui soggiace alle umane leggi dell’amore che
non riesce più a trovarsi,né nella vita, né sulla
scena. Proprio perché sulla scena ha continuamente
inventato gesti d’amore, Donata si ferma interdetta
quando si accorge di fare a Elj le stesse carezze
che ha appreso a fare sul palcoscenico. Ancora una
volta, non già l’arte che imita la vita, ma,
pirandellianamente, la vita che imita l’arte.
Creando però, con questo, un cortocircuito, a causa
del quale Donata finisce per sentirsi doppiamente a
disagio: dapprima nellavita quotidiana con Elj, e
poi anche a teatro, quando recita sotto gli occhi di
Elj, il quale, per parte sua, ritrova con delusione
e disgusto nelle carezze dell’attrice le carezze
della sua vita intima”.
I
giganti della montagna
Un altro
testo illuminante per capire il doloroso rapporto
d’amore tra Pirandello e Marta Abba è naturalmente
I
giganti della montagna. Anche in questo caso,
l’autore sembra sparire dietro l’attore. L’attore è
il grande protagonista e ciò mostra come Pirandello,
in questa fase, torni al teatro all’antica italiana.
Anche su questo Alonge riflette con chiarezza:
“Pirandello continua a utilizzare, qua e là, alcuni
insegnamenti che ha tratto dalla sua esperienza di
spettatore nei teatri di Berlino e di Parigi, alcuni
effetti di cui si è arricchita la sua officina
drammaturgica, ma li chiama per quello che sono,
momenti di spettacolo rispetto al teatro vero che è
quello che ha sempre fatto”. |
L’ultimo Pirandello
Non tutti gli
studiosi sono concordi nel valutare la seconda parte della
produzione di Pirandello per il teatro. C’è chi la considera
di livello inferiore rispetto alla prima; c’è chi invece,
come Alonge, la rivaluta con convinzione. Anche i suoi
contemporanei ebbero, al riguardo, pareri diversi. Ecco ad
esempio l’opinione di Luigi Almirante, attore che per
primo interpretò il ruolo del Padre nei Sei personaggi:
“Pirandello, l’estero l’ha traviato un po'. Ha perduto la
sua bella semplicità e ha cominciato a fare delle cose
pazzesche. (...) Meno questa traviamento che ha avuto, e ne
è la prova, appunto, questa commedia che ho citato:
Quando si è qualcuno. È tutta roba di fantasia: parlano i
ritratti, viene fuori il monumento, sparisce il monumento,
viene un giardino... (...) Questo è il traviamento che lui
ha avuto all’estero. Insomma, Reinhardt faceva mangiare i
maccheroni a Venezia nell’opera di Goldoni, Pirandello non è
arrivato al punto di far mangiare i maccheroni a Venezia, ma
certo queste cose qui che impressionavano la platea lui le
ha accolte. Questo è poco ma è sicuro! Tant’è vero che nelle
sue commedie, anche in Trovarsi, cambia la parete, cosa che
lui prima non aveva mai pensato”.
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Il ritorno in Italia
La vecchiaia e la morte
Dopo aver trascorso gran parte del tempo all’estero
tra il ‘28 e il ‘32, Pirandello decide di tornare in
Italia. È stanco. ma l’idea di tornare in famiglia
non lo rende felice e non lo nasconde. Dopo un
periodo con Stefano, va a vivere con Lietta e le sue
figlie, dopo che la donna si è separata: “Cascherò –
scrive – dalla padella nella brace; mi cresceranno
del doppio le spese. L’unica mia speranza è che sarà
per poco; e così i miei figli avranno fatto il
mio sterminio”. Il suo umore si fa sempre più cupo e
pessimista e le vicende europee non aiutano: “ Non
faccio più nulla, Marta mia, - scrive nel novembre
1936, riferendosi alla guerra di Spagna – sto tutto
il giorno a pensare, solo come un cane, a tutto ciò
che avrei da fare, ancora tanto, tanto, ma non mi
pare che metta più conto di aggiungere altro a
tutto il già fatto; che gli uomini non lo meritino,
incornati come sono a diventare sempre più stupidi e
bestiali e rissosi. Il tempo è nemico. Gli animi
avversi. Tutto è negato alla contemplazione, in
mezzo a tanto tumulto e a tanta feroce brama di
carneficina”. Quando però nel 1936 la Abba firma il
contratto per un tournée a New York con l’impresario
Gilbert Miller sembra che qualcosa si rianimi in
lui, che pare tornare il Pagmaglione degli anni
passati: “Ti dico di badare più che altro - scrive
all’amata attrice - al Tuo giuoco scenico,
all’interpretazione della Tua parte, alle trovate
artistiche secondo le varie situazioni,
atteggiamenti e movimenti espressivi, senza
concentrare tutta la Tua attenzione e preoccupazione
sulla lingua e la pronunzia. Più il gioco sarà vivo
e Tuo, vale a dire del Tuo personaggio, che avrà
vita in Te e in tutta l’espressione inimitabile
della Tua arte, e meno si baderà alla Tua
pronunzia”. Il 15 ottobre 1936 la Abba approda sulle
scene di Broadway, ottenendo critiche positive. Il
10 dicembre di quello stesso anno, come se avesse
ormai realizzato la propria missione e potesse
ritirarsi, Pirandello muore. Pochi mesi prima,
attendendo il debutto dell’amata in America le aveva
scritto: “ ...) quando ti saprò vittoriosa e felice,
potrò ben chiudere gli occhi per sempre, non avendo
più nulla da aspettare per me quaggiù”.
Alessandra Agosti |
Pirandello e il cinema
Pirandello
cercò in mille modi di entrare nello sfavillante (ed
economicamente interessante) mondo del nascente
cinema.In concreto, però, ottenne ben poco. Nel
1931, in particolare, la Metro Goldwyn Meyer decise
di acquistare per 40mila dollari (cifra
straordinaria, all’epoca) i diritti su Come tu mi
vuoi, lavoro di Pirandello che in quel periodo aveva
ottenuto un grande successo nei teatri statunitensi.
Nel 1932 viene allora presentato As you desire me,
pellicola con Greta Gabro realizzata per la
regia di George Fitzmaurice. Per la stessa Garbo
elaborerà anche una rilettura di Trovarsi. Per
quanto riguarda il suo rapporto con il cinema da un
punto di vista concettuale importante è senz’altro
leggere il saggio Se il film parlante abolirà il
teatro, del 1929: in particolare, in esso Pirandello
si scagliava contro il sonoro nel cinema perché per
lui il cinema parlava “il linguaggio
dell’inconscio”, per dirla con Alonge, e la parola -
oltretutto con i limiti tecnici dell’epoca - avrebbe
spezzato questo incantesimo. |
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Luigi Lunari
Come
leggere Pirandello (anche senza capirlo)
Riflessioni sull’opera del
drammaturgo ma da un’angolatura inusuale, giusto per non ripetersi...
Mi sono fatto una meritata fama di bastian contrario, e tanto vale che
perseveri. Considero Shakespeare, Molière, Goldoni e Pirandello le forche
caudine della mia esistenza, da quando - ogni tanto - mi càpita di dover parlare
di loro pur non avendo ormai più nulla da dire, oppure avendolo già detto e non
avendo voglia di ripeterlo. Stavolta è il turno di Pirandello. Su lui ho scritto
qua e là, parlando della sua cosiddetta filosofia (che in realtà non esiste,
poiché il suo pensiero è essenzialmente “sentimentale” e non pretende a nessun
carattere di sistematicità), mettendo in guardia dal pirandellismo (a cui tante
volte egli stesso ha abboccato), leggendo in lui il più grande drammaturgo del
XX secolo (con un certo beneficio del dubbio a favore di Arthur Miller o di
Bertolt Brecht), e ricordando infine la malevolenza che a suo tempo gli ha usato
il teatro italiano (la cui stupidità è seconda solo alla misericordia di Dio,
che notoriamente infinita).
Saltando dunque tutto quello che si può leggere nei libri (ma ancora una volta
avvertendo che la letteratura critica su Pirandello è molto più criptica, oscura
e complicata che non le opere di Pirandello stesso) ecco una riflessione un po’
più inedita sul “come leggere Pirandello“. Riflessione nata da una precisa
esperienza pratica, e che si sostanzia in una pratica “istruzione per l’uso”:
quella - appunto - di come leggere un qualsiasi testo teatrale del grande autore
siciliano ed europeo. Ora, al problema sul come leggere un autore, sono sempre
più tentato, con il passare degli anni, o di non rispondere, o di rispondere con
insignificanti tautologie quali “da sinistra a destra, dall’alto al basso, dalla
prima pagina all’ultima”. Per Pirandello, tuttavia, un problema particolare
esiste: e nasce dal fatto che la pagina pirandelliana riproduce con assoluta
verosimiglianza il parlare quotidiano, con tutte le sue ripetizioni, i suoi
intercalari, le sue sospensioni, le sue riprese, la sua originalissima
punteggiatura… Una pagina del tutto diversa dalla “bella pagina” tradizionale,
con tutte le sue componenti ben ordinate e ben legate tra loro, come un
tema in classe o il fervorino di un politico.
Basta questo esempio, celeberrimo, dai “Sei personaggi”, Atto II: “Non voglio
fare offesa ai suoi attori. Dio me ne guardi! Ma penso che vedermi adesso
rappresentato… - no so da chi… Ecco, penso che per quanto il signore s’adoperi
con tutta la sua volontà e tutta la sua arte ad accogliermi in sé… Eh, dico, la
rappresentazione che farà – anche sforzandosi col trucco a rassomigliarmi… -
dico, con quella statura… difficilmente potrà essere una rappresentazione
di me, com’io realmente sono. Sarà piuttosto - a parte la figura - sarà
piuttosto com’egli interpreterà ch’io sia, com’egli mi sentirà - se mi sentirà -
e non com’io dentro di me mi sento…”
Indubbiamente, la lettura di una pagina siffatta può creare sulle prime qualche
difficoltà, proprio in virtù della sua anomalia rispetto alla bella pagina
normale. Ma un minimo di allenamento, che ci renda la scrittura familiare
(aiutandoci magari col leggere ad alta voce: che per il teatro è spesso un
trucco vincente) aiuterà non solo a superare l’iniziale disagio, ma anche -
proprio servendosi di queste fluenti sconnessioni - ad entrare nel flusso del
pensiero del personaggio, e sentire sotto la sua faticata e distorta
esternazione l’intimo tormento che ne è all’origine.
Ma vi è una seconda condizione,
forse più difficile da accettare ma altrettanto necessaria: ed è quella di non
pretendere di “capire” nel dettaglio le circonvoluzioni del pensiero dei
personaggi, primi fra tutti i protagonisti. Un esempio in particolare, dal
“Piacere dell’onestà” (Baldovino, Atto III): “guardate… guardate… Io dunque,
semplicemente, la conseguenza ho voluto far notare al signor marchese di ciò che
ho fatto: - che cioè, volendo far passare per ladro un uomo onesto - non io
onesto, capite? Ma quell’uomo che egli ha voluto qua onesto e che io mi sono
prestato a rappresentare per dimostrargli la sua cecità - volendo farlo passare
per ladro, bisognava che il danaro lo rubasse lui.” Inutile sforzarsi di capire
“esattamente” quello che dice Baldovino: la sua argomentazione non tanto
nonsta in piedi, quanto - semplicemente - “non è”.
La riflessione nasce - come detto - da un’esperienza personale: parecchi anni
fa, in occasione di un allestimento del “Piacere dell’onestà” con Alberto
Lionello, ho sostituito per la prima settimana di prove il regista
Lamberto Puggelli, esaurendo per così dire la fase della lettura a tavolino.
Lionello, che non aveva nessuna difficoltà a riprodurre lo spezzato linguaggio
di Baldovino, si era messo per l’appunto in testa di voler capire, nel
dettaglio, il senso di quella battuta (e ovviamente di tutte le altre), e
pretendeva da meche glielo spiegassi. Ebbene - e questa è la seconda parte della
mia ricetta su “come leggere Pirandello”: il problema va bellamente ignorato.
Non tanto - o non solo - per non arrivare alla conclusione che Baldovino
straparla, quanto perché si tratta di un falso problema, una sorta di trompe-l’oreille,
simile ai trompe-l’oeil dei quadri di Escher. Un testo di Pirandello ospita
spesso un “paradosso” che si esprime in un ragionamento viziato e fallace,
che non regge all’analisi: una sorta di escrescenza del pensiero - perlomeno nei
suoi esiti estremi - che costituisce la malattia del personaggio, e di qui
la sua eccezionalità e dunque il suo fascino. Anche il tentare di eliminare le
contraddizioni non può che produrre uno sfrondamento della vicenda, e ridurla a
un nucleo essenziale che è a volte del tutto banale, e che solo da quella
sua sofferta superfetazione riceve il suo significato più profondo e universale.
Ma se l’anomalia è più complicata che non la semplice sconnessione sintattica e
grafica della pagina scritta, la soluzione è più facile: basta - ripeto -
ignorare il problema, e non pretendere di capire. Nel flusso dei pensieri
dei personaggi pirandelliani(e più “pirandelliani” sono e più calza il mio
discorso) che ci colpisce come un’ondata di piena, deve afferrarsi soltanto il
valore globale, e non altro. Occorre ricordarsi che Pirandello “scrive teatro”,
e che se di fronte a un’opera narrativa, o storica, o poetica al lettore
che “non capisce” o che non ha afferrato bene, o che si è distratto, e che si è
stufato, o che ha sonno, è data la possibilità di ritornare sul già letto, di
fermarsi a pensare, di sviscerare e chiarire; a teatro questo non è possibile. A
teatro lo spettatore non ha né il tempo né la possibilità di anatomizzare i
ragionamenti di Baldovino, come pretendeva Lionello. Il tempo teatrale è sempre
“in presa diretta”: la parola va colta nel suo farsi, e tutto ciò che non viene
raccolto è perduto.
Pertanto: leggere correttamente
un testo di Pirandello significa leggerlo in un “tempo” teatrale: a un dipresso
nel tempo, cioè, che gli attori impiegano a recitarlo. Chi si ferma (anche solo
per “capire”) è perduto. Se lo spazio lo consente, vorrei uscire un poco
dal seminato, con uno straordinario esempio letterario: un brano de “La
ginestra” di Leopardi, in cui la contorta presa di coscienza del “fatto” si
traduce in sentimento, in modo affine alle sofferte natomizzazioni
pirandelliane, e - direi - con analogo scandalo della bella pagina
tradizionale. È il brano in cui il poeta contempla l’immensità abitata del
firmamento: “E poi che gli occhi a quelle luci appunto / ch’a lor sembrano un
punto, / e sono immense, in guisa / che un punto appetto a lor sono terra e mare
/ veracemente; a cui / l’uomo non pur, ma questo / globo ove l’uomo è nulla, /
sconosciuto è del tutto / e quando miro / quegli ancor più senz’alcun fin
remoti / nodi quasi di stelle / ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo / e
non la terra sol, ma tutte in uno, / del numero infinito e della mole, con
l’aureo sole insiem, le nostre stelle / o sono ignote, o così paion come / essi
alla terra, un punto / di luce nebulosa…” E se tu, benigno lettore, preso così
di petto, non hai capito, niente paura: puoi rileggere e riflettere: qui non
siamo a teatro.
Luigi Lunari
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