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Gisella
Padovani - Università di Catania
I temi della
maternità, della guerra, della morte in alcuni testi narrativi e teatrali di
Luigi Pirandello |
da
e-talis.com
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Il 12 ottobre del 1923, al Teatro Quirino di Roma, va in scena per la prima
volta La vita che ti diedi, «tragedia in tre atti»
[1]
di Luigi Pirandello. Alda Borelli interpreta il ruolo di Donn’Anna Luna, un tipo
femminile complesso e inquietante, difficilmente riconducibile ai modelli
suggeriti dalla casistica letteraria: la donna ossessivamente ed esclusivamente
vincolata al ruolo di madre, isolata su un piano di assolutezza emblematica che
le consente di trascendere il tempo e la realtà.
La pièce è ambientata in una villa solitaria della campagna toscana. Nel
testo drammatico, la didascalia che annuncia la prima apparizione della
protagonista ne pone subito in rilievo l’eccezionalità:
[...] bianca e come allucinata, avrà negli occhi
una luce e sulle labbra una voce così «sue» che la faranno quasi
religiosamente sola tra gli altri e le cose che la circondano. Sola e
nuova. E questa sua "solitudine" e questa sua "novità" turberanno tanto
più, in quanto si esprimeranno con una quasi divina semplicità, pur
parlando ella come in un delirio lucido che sarà quasi l’alito tremulo
del fuoco interiore che la divora e si consuma così
[2].
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[1]
La definizione, fornita dallo stesso Pirandello che qualificò come «tragedia»
anche il suo Enrico IV, è contenuta nel testo di un’intervista in cui lo
scrittore dichiarò di avere imperniato La vita che ti diedi su un’inedita
interpretazione del fenomeno della morte: «Io tengo conto del sentimento comune
che si ha della morte, ma ne do anche un’interpretazione nuova e originale. Già
sviluppai questo mio concetto in una novella che s’intitolava Quando si
comprende. Ed affermavo che la morte di una persona cara non si comprende
subito. […] E piangiamo un morto perché esso non può dare più a noi alcuna vita.
Questo senso della morte è nuovo come concezione», in Cronache del teatro.
Pirandello parla della sua ultima tragedia,"La vita che ti diedi", in
«Gazzetta del Popolo», Torino, 17 giugno 1926.
[2]
L. Pirandello, La vita che ti diedi, in Maschere nude, a cura di
A. D’Amico, con la collaborazione di A. Tinterri, vol. III, Milano, «I
Meridiani» Mondadori, 2004, vol. III, p. 259. |
Tutto ruota intorno al
ritratto di una madre che rifiuta la morte fisica del suo unico figlio.
Piuttosto che procurarle un senso di privazione o di perdita, l’evento luttuoso
consente a Donn’Anna di riappropriarsi pienamente del suo ruolo materno,
pericolosamente intaccato nel momento in cui il giovane, sette anni prima, si
era allontanato spiritualmente e materialmente dalla casa natale per andare alla
conquista di un’indipendenza affettiva:
DONN’ANNA […] Mio figlio, voi credete che mi
sia morto ora, è vero? Non mi è morto ora. Io piansi invece, di
nascosto, tutte le mie lagrime quando me lo vidi arrivare: – (e per
questo ora non ne ho più!) – quando mi vidi ritornare un altro che
non aveva nulla, più nulla di mio figlio
[3]
Ivi,
p. 263.
.
Al cospetto del cadavere di Fulvio, Donn’Anna riacquista la possibilità di una
gestione totale dell’immagine di lui e, paradossalmente consapevole della
propria condizione alienata, formula l’ambizioso progetto di sfidare il potere
della morte, ostinandosi in una finzione che appare scandalosa e sacrilega a
chi, come Don Giorgio e Donna Fiorina, si fa portavoce della morale comune.
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Sul personaggio eslege che agendo
«diversamente dagli altri»
[4]
entra in conflitto con la realtà esterna e con le norme comportamentali
codificate, ricade inevitabilmente la condanna alla solitudine e
all’emarginazione. Se il parroco Don Giorgio manifesta il timore che «a sviarsi
così dagli altri, dagli usi, ci si possa smarrire, e… e senza neanche trovar più
compagni al dolore nostro»
[5],
Donna Fiorina rimane addirittura inorridita dai farneticamenti della sorella. |
[4] Ivi, p.255.
[5] Ibidem |
L’isotopia semantica del
testo si avvia a una svolta fondamentale a metà del secondo atto, con l’entrata
in scena della compagna di Fulvio, Lucia Maubel, che attende un bambino da lui.
Donn’Anna la coinvolgerà nella sua strategia di iperdeterminazione del ruolo
materno e la utilizzerà come polo necessario per stabilire la tensione
fantasmatica in forza della quale far rivivere il figlio.
Dal personaggio di Donn’Anna
a questo punto si sprigiona una complessa trama di allusioni e rimandi
decifrabili in relazione al codice assiologico in cui si riassume un superbo e
disperato ateismo materialistico e a quello mitico-archetipico che conferisce al
contesto situazionale un’aura di sacralità attribuendo, in chiave simbolica,
valenze ctonie alla protagonista.
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Complementare e integrativa rispetto al ruolo detenuto dalla Madre in lotta
contro la Morte, appare la funzione assegnata a Lucia, donna fragile, educata
all’accettazione della supremazia maschile, avvezza suo malgrado alla
sottomissione e all’obbedienza. A lei, che da lunghi anni cova un «intimo e
oscuro sentimento d’odio»
[6]
verso il marito «cinico»
[7],
«sprezzante»
[8],
«solo attento agli affari»
[9],
e che ha resistito all’inferno della prigione coniugale soltanto perché Fulvio
le «dava aria da respirare fuori di quella bruttura»
[10],
la nuova maternità frutto dell’adulterio appare adesso come strumento
privilegiato con cui approdare all’individuazione di una prospettiva
liberatoria. A differenza di Donn’Anna, Lucia si piega di fronte alla realtà
della morte di Fulvio, ma proprio questa realtà le consente di infrangere le
norme della moralità borghese: «Ma là, io non torno! non torno, sai! – Non è più
possibile per me! – Non posso! Non posso e non voglio! Come vuoi che faccia più,
ormai?»
[11].
|
[6]
Ivi, p. 289.
[7]
[8]
[9]
Ibidem.
[10] Ivi,
p. 290.
[11]
Ivi, p. 302.
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Sono parole da cui
trapelano i segni di una consapevolezza acquisita. La decisione di evadere dal
ghetto familiare traduce l’esigenza, sollecitata in Lucia dal colloquio con Donn’Anna,
di recuperare la propria autenticità esistenziale, prima annullata nella
silenziosa acquiescenza alle convenzioni, ora siglata nella sacralità di un
ruolo materno totalmente sganciato dalle strutture socio-giuridiche, risolto in
se stesso e alimentato da un sentimento panico, primordiale, cosmico della
natura femminile. I personaggi di Donn’Anna e di Lucia perdono gradualmente il
loro spessore di reale fisicità e assurgono a paradigmi, si spostano verso il
piano dell’esemplarità simbolica. Il senso profondo dell’opera va colto pertanto
nelvagheggiamento di una maternità affrancata dall’istituto della famiglia e dal
sistema delle forme organizzative imposte dalla società di tipo patriarcale.
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È significativo che la struttura topografica del testo privilegi lo spazio
chiuso, limitato, di una villa isolata da cui spira – come leggiamo nella prima
didascalia – «un senso di pace esiliata dal mondo»
[12]:
il milieu che fa da sfondo al dramma sembra propiziare una magica
regressione all’alveo materno, a un’intimità calda e viscerale che protegga
dalle aggressioni del mondo esterno e dal distruttivo fluire del tempo.
«Anche la luce che entra da un’ampia finestra», avverte l’autore, «pare
provenga da una lontanissima vita»
[13].
L’opposizione iconografica e semica luce vs buio ha un evidente valore
metafisico. Al regime notturno corrisponde in questo caso l’immersione nel
profondo, la catabasi verso il luogo della primigenia armonia cosmica. A
segnalare il processo psichico di ritorno alla «Grande Madre» concorre anche
l’immagine della luna, contemplata con incantato stupore dal vecchio giardiniere
Giovanni che, come già aveva fatto Fulvio prossimo alla morte, cerca di carpirle
messaggi arcani.
La presenza della luna, non riducibile a semplice stereotipo letterario
associato all’idea dell’abbandono ipnagogico all’abbraccio rassicurante della
quiete serotina, transcodifica un apporto simbolico e rimanda a quella forma
metastorica dell’immaginario antropologico che anticamente si era concretizzata
nel culto misterico di Iside, dea della maternità e custode del regno dei
trapassati: unica intermediaria, pertanto, tra la vita e la morte
[14].
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[12]
Ivi, p. 251.
[13] Ibidem.
[14]
Con l’avvento dell’età tolemaica il culto di Iside, divinità egiziana, si
diffuse in tutto il bacino del Mar Mediterraneo. In Sicilia le pratiche cultuali
riferite alla dea si assimilarono a quelle relative alla venerazione di Cibele,
Demetra, Cerere resistendo fino al III secolo d.C. e configurandosi come ultimo
baluardo pagano contro il cristianesimo. A Demetra furono dedicati nell’isola
siti religiosi in cui si celebravano annualmente le feste antesforie,
anacalutterie e tesmoforie, di origine eleusina.
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A materializzarsi nella figura di Donn’Anna e per riflesso in quella di Lucia, è
l’emblema della femminilità primordiale intesa come fonte dell’esistenza, come
incarnazione umana dell’energia vitale della natura, anteriore a ogni principio
della coscienza morale e sociale. Il dissidio tra la Madre Assoluta,
sentimentalmente dominatrice, possessiva fino ad assumere una statura mitica, e
l’ordine dei valori costituiti in cui tutti sogliono riconoscersi, può essere
interpretato come opposizione di un mutterrecht
a una «cultura del padre», nella prospettiva ormai vulgata di Johann Jacob
Bachofen. L’opera del giurista svizzero (Das Mutterrecht, Stuttgart,
1861) e, negli anni immediatamente successivi, i contributi degli antropologi
John Ferguson McLennan (Primitive Marriage, London, 1865) e Lewis Henry
Morgan (Ancient Society, New York, 1877), ipotizzando l’esistenza di una
primitiva organizzazione fondata sul diritto materno e sulla discendenza
matrilineare, avevano impresso una svolta innovativa alle indagini scientifiche
sul problema del matriarcato, accendendo una querelle destinata a
protrarsi sino ai primi decenni del nuovo secolo. Le tesi di Bachofen
penetrarono, seppure con notevole ritardo, anche in Italia, dove furono
strumentalizzate in senso politico.
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A rinfocolare le
dispute su un supposto, antico primato della madre ctonia, contribuì soprattutto
padre Agostino Gemelli, francescano di fede fascista, medico psicologo, rettore
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore da lui fondata nel 1921. Proprio
all’altezza di quella data Gemelli, contestando energicamente una proposta di
introduzione del divorzio in Italia, insorse contro le giustificazioni
scientifiche addotte da pensatori socialisti, sulla scia di Friedrich Engels e
August Bebel, a sostegno delle loro teorie concernenti l’origine della famiglia
e il potere femminile
[15].
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[15]
A. Gemelli, L’origine della famiglia. Critica della dottrina evoluzionista
del socialismo ed esposizione dei risultati delle ricerche compiute secondo il
metodo psicologico-storico, Milano, Vita e Pensiero, 1921. |
Il personaggio di Donn’Anna Luna impone quindi il riferimento a
coordinate culturali, storiche, ideologiche all’interno delle quali
il dibattito sul matriarcato, intenso e molto acceso negli anni
Venti, si pone come dato emergente e immediatamente rilevabile. Ma
per chiarire le istanze genetiche profonde della pièce
pirandelliana sarà opportuno osservare anche che il prototipo della
donna-madre, già operante nell’opera di Verga (dove però la figura
materna, depositaria di valori salvifici e redentivi, si lega
indissolubilmente alla religione del focolare domestico), è
insistentemente evocato nella letteratura siciliana del Novecento:
basti pensare, per esempio, a Conversazione in Sicilia (1937)
di Elio Vittoríni, percorso – come è stato ben mostrato da Antonio
Di Grado – da un’intensa nostalgia per il mondo delle Madri e per i
suoi contenuti astrattamente pre-storici e pre-politici
[16];
al Ratto di Proserpina (1954) di Pier Maria Rosso di San
Secondo; o, ancora, alle zone più innovative della produzione di
Giuseppe Bonaviri (L’enorme tempo, 1976; L’incominciamento,
1983), dominate dalla mitica presenza di una «Madre Tempo» di
illimitata potenza, incarnazione della memoria universale, emblema
dell’«incominciamento» di tutte le cose.
[16]
A. Di Grado, Il
silenzio delle Madri,
Catania, Prisma, 1980.
A prescindere dalle
suggestioni che Pirandello può aver tratto dal dibattito teorico sulla civiltà
matriarcale, la tendenza a imprimere una forte connotazione simbolica alla
figura materna e ad accentuarne le valenze archetipiche rappresenta nell’ambito
della produzione letteraria isolana una costante, un
Grund Thema che affonda le sue radici in credenze religiose ataviche e nel
patrimonio etnico, folclorico, mitologico, oltre che nelle stesse strutture
psicologiche, del popolo siciliano.
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Con La vita che ti diedi la drammaturgia pirandelliana si apre già a
quella prospettiva irrazionalistica ed esoterica che qualificherà il Teatro dei
Miti, in cui confluiranno valori arcaico-rurali e superstizioni magico-religiose
connesse ai simboli ancestrali della donna-madre, fascinosa entità ctonia che
antepone alle leggi patriarcali del dovere il principio naturale della forza
generatrice. L’archetipo della «Madre Assoluta», già affiorante nel personaggio
di Donn’Anna Luna, acquisterà un altissimo potenziale semantico nei Miti
pirandelliani, caricandosi di nuovi e più arditi investimenti magico-sacrali
[17].
Spera, nella Nuova colonia, sopravviverà solo perché riscattata dalla
maternità. Quando l’amante, nell’intenzione di abbandonarla, le vorrà strappare
il figlio dalle braccia, la natura si leverà in difesa della donna e con una
potente suggestione scenografica il dramma si chiuderà sull’isola scossa dal
terremoto e sull’effigie dell’unica superstite, la madre, freneticamente
avvinghiata al suo bambino. Come la protagonista del primo Mito, anche Sara nel
Lazzaro e la Madre nella Favola del figlio cambiato, approdando alla
totale identificazione con la germinalità procreatrice e con la vittoriosa
integralità agreste, celebreranno il trionfo di quel «principio tellurico» che
Bachofen aveva posto a fondamento della civiltà matriarcale di tipo demetrico
[18].
La scelta "mitica" scaturisce nel Pirandello maturo dall’intensificarsi
dell’esigenza di esplorare «il mistero stesso ed il senso ultimo della vita e
della morte»
[19].
Un’esigenza che il cataclisma generato dalla conflagrazione bellica ha
certamente rafforzata. È stato acutamente osservato da Gaspare Giudice che la
guerra «tocca l’arte di Pirandello in profondità. Non è ardito affermare che gli
esiti estremi del suo teatro avranno la loro segreta origine storica nel
capovolgimento di valori prodotto dalla strage inutile e irragionevole. Così
è (se vi pare) nasce nel pieno della guerra e i Sei personaggi
seguiranno di poco la sua fine»
[20].
|
[17]
Su questo argomento cfr. S. Micali, Miti e riti del moderno. Marinetti,
Bontempelli, Pirandello, Firenze, Le Monnier, 2002.
[18]
«Nel compiere la sua funzione la donna rappresenta dunque la terra. Essa è la
materia terrena stessa. [...] La materia della terra, intesa nella sua funzione
materna, è il luogo della generazione [...]. Il diritto materno è il diritto
della vita materiale, il diritto della terra, dalla quale la vita deriva la sua
origine. Viceversa il diritto paterno è il diritto della nostra natura
immateriale, incorporea. [...] Il diritto materno caratterizza l’umanità e la
sua concezione religiosa in un periodo che concepiva la materia, ossia la terra,
come la sede più certa della forza materiale. Il diritto paterno caratterizza
invece un periodo in cui, secondo quanto Plutarco ascrive a merito di
Anassagora, accanto alla materia si è posto un artefice» (cfr. Il potere
femminile. Storia e teoria, a cura di E. Cantarella, trad. di A. Maffi,
Milano, Il Saggiatore, 1977, p. 77-80. Il volume offre una parziale traduzione
in italiano di Das Mutterrecht).
[19]
A. Meda, Lazzaro e la riscrittura pirandelliana del
mito biblico, in «Quaderni d’italianistica», XIV, 1, 1993, p. 54.
[20]
G. Giudice, Luigi Pirandello, in Storia
generale della letteratura italiana, a cura di N. Borsellino e W. Pedullà,
vol. XI, prima parte, Milano, Motta, 2004, p. 314. A tal proposito Guido
Nicastro ha recentemente ricordato che in un’intervista a Marcello Gallian
apparsa il 18 novembre 1934 sul periodico romano «Quadrivio», alla quale Gaspare
Giudice fa riferimento nel suo volume del 1963 (Luigi Pirandello, Torino,
UTET), lo scrittore affermò: «Il mio è stato un teatro di guerra. La guerra ha
rivelato a me stesso il teatro» in Introduzione, in L. Pirandello,
Maschere nude. Opere teatrali, tomo I, a cura di G. Nicastro, Torino, Unione
Tipografico-Editrice Torinese, p. 24. |
Almeno in un caso, il
primo conflitto mondiale è la fonte tematica alla quale l’invenzione
drammaturgica dello scrittore attinge direttamente. La trama della commedia in
tre atti Come tu mi vuoi, scritta nel 1929 in Germania, si colloca
infatti «dieci anni dopo la grande guerra europea», come l’autore precisa
nella didascalia posta in calce all’elenco dei personaggi.
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Ne è protagonista «L’Ignota»,
ballerina dai facili costumi che si esibisce in equivoci locali notturni
berlinesi. In questa donna misteriosa, di cui si ignora lo status sociale
e anagrafico, l’ufficiale italiano Bruno Pieri crede di riconoscere la propria
moglie Lucia, svanita nel nulla dopo essere stata violentata dai soldati che
avevano occupato la sua villa in seguito all’invasione austriaca del Friuli
durante la ritirata di Caporetto («Immaginò lo scempio che dovettero far di lei
gli ufficiali che s’insediarono nella villa [...] supponendo che la fiumana
dell’esercito nemico, ritirandosi in fuga, l’avesse trascinata con sé»
[21].)
Si ripropone in quest’opera teatrale
[…] il dramma della ricerca di identità ampiamente
presente nella prima drammaturgia pirandelliana: l’Ignota, che ognuno afferma o
nega essere la moglie di Pieri secondo la propria momentanea opinione, fa
pensare alla signora Ponza di Così è, (se vi pare), a Fulvia Gelli di
Come prima, meglio di prima. Però qui c’è qualcosa che in quelle commedie
non c’era. Anzitutto l’ambiente del primo atto, senza dubbio il più nuovo e
coinvolgente dei tre: siamo nella Germania pre-nazista degli anni Trenta che
vive uno sconvolgimento sociale e morale senza precedenti
[22].
Accettando di calarsi nella parte assegnatale dal destino, la sconosciuta
danzatrice si sforza di annullare se stessa nella personalità dell’«altra», in
ciò aiutata dal diario di colei che Pieri per oltre un decennio non ha mai
smesso di credere in vita e di cercare. Ma, incapace di perseverare
nell’«impostura» protratta per quattro mesi, ad epilogo della commedia
«L’Ignota» sceglie di allontanarsi, di smarrirsi nuovamente in una dimensione di
grigio anonimato e di desolante incertezza ontologica. Si profila per lei
all’orizzonte quella «soglia del nulla» a cui allude il titolo di una pregevole
ricognizione critica pubblicata nel 2003 da Raffaele Cavalluzzi, a giudizio del
quale «[…] l’attitudine di Pirandello a penetrare nel fondo dell’animo dei suoi
personaggi con lunga e sottile indagine lo porta a verificare che vivere
significa costringersi in forme […] e, in tal guisa, dare realtà
illusoria alla stessa realtà interna»
[23].
Sul crinale della narrativa pirandelliana, il tema della guerra si correla ai
motivi della morte e della maternità in una serie di testi novellistici ai quali
lo scrittore siciliano affidò le sue riflessioni sul primo conflitto mondiale a
partire dal 1914. Il 25 settembre di quell’anno egli pubblicò sulla «Rassegna
contemporanea»
Un’altra vita, ispirata al frangente eccezionale dell’evento bellico
[24].
Seguirono, incardinate sullo stesso tema, Jeri e oggi (compresa nella
raccolta Il carnevale dei morti, del 1919
[25],
ma redatta già nel ‘15); i due Colloquii coi personaggi apparsi sul
quotidiano «Il Giornale di Sicilia» tra l’agosto e il settembre del 1915
[26];
il Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel
tempo della grande guerra europea, composto probabilmente nel 1916
[27];
Quando si comprende (in
Un cavallo nella luna, Milano, Treves, 1918)
[28].
Alla meditazione sull’insensatezza
della guerra si aggiungono penetranti considerazioni sul ruolo materno in
Jeri e oggi
e nei
Colloquii coi personaggi,
del 1915. Nel primo testo, l’autore pone l’accento sullo «scompiglio tumultuoso
dei pensieri e dei sentimenti», sul «curioso stordimento» dei giovani ai quali
un colonnello «con voce dura e urtante» ha impartito l’ordine di raggiungere
immediatamente «una tra le più aspre e difficili posizioni, sul Podgora»
[29].
Allo sbigottimento dei soldati in procinto di affrontare quello che per
molti di loro sarà l’ultimo viaggio fa riscontro lo «strazio» dei genitori ai
quali è concesso di rivedere per «pochi momenti appena» i figli in partenza
(«Più che un distacco, fu uno strappo, una furia, un precipizio»
[30]).
Nel gran «tumulto di gridi, di pianti, d’augurii, tra uno svolazzio di
fazzoletti e cenni di mani e di cappelli», le lacrime versate dalla mamma del
giovane ufficiale Marino Lerna, protagonista del breve racconto, si confondono
con quelle di «una giovine bionda […] molto scollata e vestita alla bizzarra;
occhi e labbra dipinti; ma che piangeva anche lei perdutamente»
[31].
Al rituale degli addii partecipa anche la prostituta Ninì, che a mezzogiorno era
stata a tavola con i militari in partenza e «[…] li aveva lasciati fare, perché
si stordissero come tanti matti, […] perché se lo portassero, sì, vivo lassù,
quell’ultimo ricordo della sua carne d’amore; lassù dove forse a uno a uno tutti
que’ bei giovani di vent’anni sarebbero morti domani»
[32].
Il giorno successivo, viaggiando in treno con il marito per tornare a casa, la
signora Lerna, ancora sotto l’effetto del terribile «schianto» provato alla
partenza del figlio, scorge la bionda Ninì ridere allegramente in compagnia di
un giovanotto. Alla mamma di Marino che la osserva straziata dal dolore, la
ragazza lancia uno sguardo «senz’ira, senza sdegno» mentre formula la lapidaria
considerazione a cui il titolo della novella allude: «E non capisci che la vita
è così? Jeri ho pianto per uno. Bisogna che oggi rida per quest’altro»
[33].
Sul filo di un dolente ripiegamento
intimistico si muove il Pirandello dei Colloquii coi personaggi.
Incalzato dal «profondo oscuro se stesso», egli rivela il suo modo più autentico
e segreto di fronteggiare l’«orrendo e miserando scompiglio» in cui si trova
l’Europa nei «giorni di torbida agonia» precedenti «la dichiarazione della
nostra guerra all’Austria»
[34].
Al «travaglio violento» che consuma il narratore nell’attesa che «tutto questo
scompiglio sia finito, compiuta la strage» e che si faccia «la storia, domani,
dei guadagni e delle perdite, delle vittorie e delle sconfitte»
[35],
un anonimo, evanescente personaggio di fantasia contrappone la sua singolare
capacità di dislocare i fatti in un’atemporalità distanziata dal flusso e dalla
consistenza della storia, di fissare gli eventi in un eterno presente, senza
possibilità di distinzione fra l’ieri, l’oggi e il domani:
Noi non sappiamo di guerre, caro signore. E se lei volesse
darmi ascolto e dare un calcio a tutti codesti giornali, creda che poi se ne
loderebbe. Perché son tutte cose che passano, e se pur lasciano traccia, è come
se non la lasciassero, perché su le stesse tracce, sempre, la primavera, guardi:
tre rose più, due rose meno, è sempre la stessa; e gli uomini hanno bisogno di
dormire e di mangiare, di piangere e di ridere, d’uccidere e d’amare: piangere
su le risa di jeri, amare sopra i morti d’oggi. Retorica, è vero? Ma per forza,
poiché lei è così, e crede per ora ingenuamente che tutto, per il fatto della
guerra, debba cambiare. Che vuole che cambi? Che contano i fatti? Per enormi che
siano, sempre fatti sono. Passano. Passano, con gli individui che non sono
riusciti a superarli. La vita resta, con gli stessi bisogni, con le stesse
passioni, per gli stessi istinti, uguale sempre, come se non fosse mai nulla:
ostinazione bruta e quasi cieca, che fa pena
[36].
Nel secondo dei
Colloquii coi personaggi l’autore entra ancora una volta in contatto con una
figura irreale. Appare qui il fantasma della madre da poco morta, tenue ombra
che guida «i viaggi dell’anima tra le memorie lontane»
[37]
private e collettive. Tale situazione comunicativa consente a Pirandello di
recuperare le «radici antropiche e parentali, oltre che culturali e intellettive
della propria vita», di compiere un viaggio a ritroso prospettato «in forma
personale e familiare, bensì, ma dentro il più generale momento di prova e di
"olocausto", di elaborazione del lutto e del cordoglio, e della pulsione
collettiva di morte che è la guerra»
[38].
Pur traendo spunto dall’immediatezza scottante della cronaca («[...] tu l’hai
voluta questa guerra, contro tanti che non la volevano e lo sapevi che se poco
ti sarebbe costato sacrificare in essa la tua vita, tanto, troppo invece ti
sarebbe costato il solo rischio di quella del tuo figliuolo»
[39]),
lo scrittore preferisce in questo caso proiettarsi verso il passato sul filo di
ricordi familiari nei quali rivive l’epopea eroica del Risorgimento:
Eh sì, troppo veramente mi doleva d’essere donna allora e
di non poter seguire i miei fratelli! Io la cucii quasi al bujo, in un
sottoscala, la bandiera tricolore con cui il mio più piccolo fratello insieme
con gli altri congiurati, il 4 aprile 1860, uscì armato incontro al presidio
borbonico, nella stess’ora che a Palermo un altro dei miei fratelli doveva
irrompere dal convento della Gancia; e qua da noi, in provincia, di tanti che
avevano giurato di scendere in piazza armati si trovarono in cinque soltanto
contro duemila borbonici
[40]!
In Quando si
comprende, del 1918, prende corpo la figura di una madre in viaggio, ansiosa
di abbracciare forse per l’ultima volta il figlio che sta per recarsi al fronte.
La carica di affettività istintiva, fortissima, irrefrenabile della donna che
nessun ragionamento potrebbe indurre a rassegnarsi «non già alla morte, ma a un
probabile rischio di vita» della sua creatura è specularmene contrapposta al
labile schermo di giustificazioni, di motivazioni, di valori e principi dietro
il quale un occasionale compagno di scompartimento cela la disperazione per la
morte in combattimento del proprio figlio. Una domanda tanto banale quanto
atroce candidamente formulata dalla madre in pena («Ma, dunque... dunque il suo
figliuolo è morto?»
[41])
riduce all’improvviso in frantumi la maschera indossata dal suo interlocutore,
che fino a quel momento si è imposto il ruolo "sociale" di patriota fiero di
aver messo al mondo un eroe.
|
[21]
L. Pirandello, Come tu mi vuoi, in id.,
Maschere nude. Opere teatrali, tomo III, a cura di G. Nicastro, Torino,
Unione Tipografico-Editrice Torinese, 2011, p. 327.
[22]
Citiamo osservazioni che Guido Nicastro formula
presentando Come tu mi vuoi nel terzo tomo della citata edizione delle
opere teatrali pirandelliane da lui recentemente curata per la U.T.E.T. Il passo
da noi riprodotto si legge a p. 310.
[23]
R. Cavalluzzi, Pirandello: la soglia del nulla,
Bari, Dedalo, 2003, p. 95.
[24] Il testo narrativo del ’14 confluì poi in Erba del
nostro orto, Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1915 e in Berecche e la
guerra, Milano, Mondadori, 1934.
[25]
Firenze, Battistelli.
[26]
Pubblicati sul quotidiano di Palermo in due puntate, nei numeri del 17-18 agosto
e dell’11-12 settembre 1915, i Colloquii coi
personaggi furono successivamente ospitati nell’edizione Facchi di
Berecche e la guerra (Milano, 1919).
[27]
Lo si legge nella sezione Note ai testi e varianti
in L. Pirandello, Novelle per un anno, a cura di M. Costanzo, con una
Premessa di G. Macchia, vol. III, tomo II, Milano,«I Meridiani» Mondadori,
1990, p. 1408.
[28]
Successivamente, in Donna Mimma, Firenze, Bemporad,
1925 (nono volume delle Novelle per un anno).
[29]
L. Pirandello, Novelle per un anno, a cura di M.
Costanzo, introd. di G. Macchia, vol. II, tomo I, Milano, «I Meridiani»
Mondadori, 1987, p. 556.
[30]
Ivi, p 561.
[31]
Ivi, p. 561-562
[32]
Ivi, p. 563-564.
[33]
Ivi, p. 565.
[34]
id., Novelle per un anno, a cura di M. Costanzo,
con una Premessa di G. Macchia, vol. III, tomo II, cit., p. 1139.
[35]
Ivi, p. 1142.
[36]
Ivi, p. 1141.
[37]
Ivi, p. 1145.
[38]
M. Tropea, Colloqui con i morti, colloqui con la
madre: iconografia della morte ed elaborazione del lutto e del cordoglio dagli
antichi a Pirandello, in «Siculorum Gymnasium», rassegna semestrale della
Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Catania, n.s., a. XLVIII, n.
1-2, gennaio-dicembre 1995, p. 639. Sui confronti inscenati da Pirandello con le
ombre dei morti, è utilmente consultabile anche il recentissimo A. Cedola,
«Pensionati della memoria». I volti della morte e le maschere del riso nelle
novelle di Pirandello, Ravenna, Pozzi, 2011.
[39]
L. Pirandello, Novelle per un anno, a cura di M.
Costanzo, con una Premessa di G. Macchia, vol. III, tomo II, cit., p.
1151.
[40]
Ivi, p. 1150.
[41]
Ivi, p. 680-681. |
La parola «morto»,
pronunciata con semplicità dalla madre incapace di accettare anche la sola
ipotesi del lutto da lei più temuto,
|
[...] è l’atto trasgressivo che restituisce sostanza vera,
sostanza di perdita, di dolore, di scialo, al destino di chi a vent’anni ha
perduto la vita, e che fa crollare tutte le finzioni difensive dell’uomo,
costringendolo a riconoscere la sciagura e a fare esperienza del «lutto
[42]».
|
[42] L. Martinelli, Lo specchio magico. Immagini del
femminile in Luigi Pirandello, Bari, Dedalo, 1992, p. 28. |
La forza stupefacente di
un amore teso, al di là di ogni logica, a contrastare e a neutralizzare la
realtà della morte è il filo invisibile che lega la protagonista di Quando si
comprende a Donn’Anna Luna e alla «povera mamma inferma» di una novella del
1916, La camera in attesa, a cui si ispira La vita che ti diedi.
Nella Camera in attesa ci troviamo ancora una volta in presenza della
madre di un giovane caduto sui campi di battaglia (libici, in questo caso) ma
vivo e dotato di «consistenza di realtà […] nel cuore e nella mente» di chi sa
bene che
|
[…] la realtà non dipende dall’esserci o dal non esserci
d’un corpo. Può esserci il corpo, ed esser morto per la realtà che voi gli
davate. Quel che fa la vita, dunque, è la realtà che voi le date. E dunque
realmente può bastare alla mamma e alle tre sorelle di Cesarino Mochi la vita
ch’egli seguita ad avere per esse, qua nella realtà degli atti che compiono per
lui, in questa camera che lo attende in ordine, pronta ad accoglierlo tal quale
egli era prima che partisse
[43].
Nella Camera in attesa, è la vita che si arresta: «E la mamma, dal letto,
dice di sì, che muore di questa pena; […] S’è arrestata d’un giorno, e pare per
sempre, nella camera, quell’illusione di vita»
[44].
Nell’opera drammatica della quale la novella del ‘16 costituisce l’antecedente
diretto, è la recita che giunge al termine con l’abbassarsi del sipario a
conclusione del terzo atto. |
[43] L. Pirandello, La camera in attesa, in Id.,
Candelora, a cura di S. Costa, Milano, Mondadori, 1993, p. 27-28.
[44] Ivi, p. 32-33. |
Questa specularità
obliqua ci introduce nel cuore della poetica pirandelliana: vita reale e
finzione si sovrappongono e confondono, sino alla definitiva interruzione
dell’una o dell’altra.
Gisella Padovani
Università di Catania
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