(da Riflessi letterari del
Risorgimento in Sicilia, Manfredi, Palermo 1960, p.44-45)
Il Verga e il De Roberto, accogliendo nella loro narrativa il tema del
Risorgimento, gli avevano dato una precisa impostazione.
Secondo i due scrittori la conclamata libertà non era stata in Sicilia se non un
pretesto, mediante il quale la vecchia casta dei baroni e dei possidenti, ora
schiacciando quella brama di giustizia redentrice che faceva insorgere le
campagne, ora sfruttando e avvilendo l'ingenuo e confidente patriottismo dei
giovani, era riuscita a consolidare nell’isola la sua nefasta supremazia.
Qual meraviglia se movendo da siffatte premesse il moto risorgimentale dovesse
essere votato in Sicilia a un crudele fallimento?
Il compito, piuttosto ingrato, rappresentare questa fase conclusiva se lo
assunse Luigi Pirandello, che uno dei suoi romanzi meno divulgati fece penso sui
Fasci siciliani e sugli scandali della Banca Romana.
Il titolo di questo romanzo, I vecchi e i giovani, non indica propriamente un
urto risolutivo fra le due generazioni; ma vuole piuttosto alludere alla triste
eredità morale e civile che i figli hanno ricevuto dai loro padri.
Costoro, dopo aver fatto l'Italia
col loro giovanile entusiasmo, l'avevano disfatta coi loro sistemi di governo.
Gli scandali bancari e la minaccia rivoluzionaria delle plebi siciliane,
mettendo a nudo la corruzione e le colpe del ceto dominante, denunciano
apertamente, secondo lo scrittore, la bancarotta del patriottismo: alla purezza
e alla generosità degli ideali del Risorgimento si è sostituita una goffa
compagine statale, una sordida macchina, che mossa da calcoli egoistici e
opportunistici gronda sangue innocente.
Da questa impostazione, e anche dal tono grave e appassionato che spesso vi
affiora, è evidente che ci siamo già allontanati dai termini del verismo
economico nei quali il Verga e il De Roberto avevano mantenuto anche il tema
risorgimentale. Tuttavia il Pirandello non esce qui dal verismo per dissolversi
interamente in quello che fu poi il suo cerebralismo; egli rima ancora uno
scrittore legato ai fatti. E il più vivo richiamo alla realtà gli viene appunto
dalla crisi della classe dirigente, dalle tristi condizioni dell'isola,
dall'impulsivo ma giustificato insorgere dei contadini e degli zolfatari.
Tralasciando, dunque, tutta la restante «macchina» del vasto romanzo ci
limiteremo ora a seguire questo, che è certo il suo filone più vitale.
L'azione si svolge nel breve giro di appena due anni, dalle elezioni politiche
del 1892 allo stato d'assedio del 1894; e il fulcro è a Girgenti, dove le sorti
di tutti sono praticamente in balia di tre forze che operano concordi. In primo
piano c'è don Flaminio Salvo, e questo è il personaggio più tipicamente
pirandelliano; ma è anche la più grande potenza economica e finanziaria di
Girgenti: padrone di terre, di banche e di zolfare, egli è in certo senso il
despota della città e della campagna. C'è poi il grande feudatario, il principe
don Ippolito Laurentano, in cui lo scrittore ha impersonato il superstite
borbonismo dell'isola, il romanticismo legittimista del trono dell'altare.
Rinchiuso nel suo feudo di Colimbetra, con la sua rara e solida cultura
umanistica, tra i pezzi archeologici del suo museo, più che attendere alle cose
presenti egli sembra incline a trasferirsi nel passato, a ricostruire la storia
dell'antica Akragante. Tuttavia la sua potenza, benché sussidiaria, non è però
meno reale dell'altra; ha il suo peso nel giuoco politico della città. Il quale
giuoco, poi, è condotto direttamente dai preti e dal Partito cattolico, che
costituiscono la terza delle forze locali. Come essi sono il punto d'incontro e
la stabile piattaforma del capitalismo e del legittimismo così ne sono la
potente e decisiva massa di manovra. La concorde azione di queste tre forze
grava pesante sull'intera città soffocandone e spegnendo ogni soffio di vita.
A questo blocco di forze reazionarie tenta di opporsi da Roma il Crispi il quale
nell'occasione delle elezioni politiche manda a Girgenti Roberto Auriti col
compito di strappare il collegio ai clericali. Ma tale blocco non si è formato a
caso. Esso è il piccolo risultato locale di tutta la generale politica del
governo nei riguardi della Sicilia. Delusa da tale politica, la città è
virtualmente all'opposizione; ma le forze reazionarie, approfittando di codesto
suo spirito e presentandosi anch'esse come forze di opposizione, sono riuscite
ad asservirla e a sfruttarla mediante il loro rappresentante politico. Per
riuscire nel suo compito, Roberto dovrebbe dunque staccare la città dai suoi
dominatori, denunciando su quale strano equivoco fosse avvenuto il
congiungimento delle due opposizioni. Per riconquistare la popolazione e per
isolare i reazionari, egli dovrebbe presentare a nome del governo un chiaro e
solido programma di rigenerazione economica e politica nello spirito del
Risorgimento garibaldino. Non potendo far questo, egli è costretto a ingaggiare
la lotta unicamente in nome del vecchio patriottismo, gettando nel gioco la sola
carta che egli abbia: il ricordo della battaglia di Milazzo, in cui aveva
combattuto ragazzo di appena dodici anni, il più piccolo dei Mille. Ma codesto è
un patriottismo puramente formale, del tutto privo di un serio ed effettivo
contenuto; è un patriottismo che è fatto solo di parole; retorica vuota e bolsa
che non convince più nessuno.
Appunto per questo, oltre che essere un patrimonio ormai sfruttato e dilapidato,
il patriottismo è a Girgenti quasi del tutto estinto. E i pochi superstiti del'
48 e del '60, che sono anche i pochi amici di Roberto, «mutati dal tempo e
dalle vicende della vita» sono ormai squallide e sparute ombre del passato;
piuttosto che a ricordare, sono inclini a dimenticare i giorni della loro
lontana gioventù, quando non sapevano che, perdute tante illusioni, si sarebbero
trovati poi così.
In tale situazione il tentativo di Roberto era predestinato al fallimento.
Ma questa sconfitta politica è il preludio della sconfitta morale sua e di tutta
la vecchia classe risorgimentale, che del suo governare a ritroso coglie ora il
frutto avvelenato. Il piccolo fatto locale ora si allarga e si intreccia alla
sorte di tutta la nazione in uno dei suoi momenti più gravi; e perciò l'attenzione
dello scrittore si sposta da Girgenti a Roma, dove i più bei nomi del passato,
gli avanzi illustri delle cospirazioni, degli ergastoli e delle battaglie sono
coperti dal fango degli scandali bancari. Coinvolto nelle malversazioni di un
deputato, nella cui figura il Pirandello ha rievocato quella di Rocco de Zerbi,
lo stesso Roberto cade nell'estremo discredito. «Dai cieli d'Italia, in quei
giorni, pioveva fango ... Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache
della città si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma
dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma ... Era la
bancarotta del patriottismo!»
Questo è il motivo più cupo del romanzo. Ma la passionalità che il Pirandello
mette nel denunciare la corruzione della vita politica italiana non deriva, come
derivava nel De Roberto, da un chiaro esame delle cose. Essa nasce dall'amarezza
di un sentimento offeso e conculcato. Lo scrittore medesimo si pone nella
condizione morale dei figli, sui quali ricade improvvisamente la trista eredità
dei padri. I figli non vedono le forze pratiche e utilitarie che pure avevano
avuto una parte non indifferente nella costituzione dell'unità politica; ma del
moto risorgimentale sentono solo la fiammata dell'entusiasmo quarantottesco e
garibaldino. Il confronto fra quella pura idealità e questa ignobile realtà è
dunque avvilente e rivoltante. Nel Pirandello inoltre non parla solo l'offeso
sentimento del patriota italiano ma parla in particolare il suo sentimento
d'isolano, che è indotto a identificare tutto il Risorgimento con moto
garibaldino dei Mille e dei «picciotti» e consapevole del contributo deciso che
la Sicilia aveva dato all’Unità costata quali amare ricompense di incomprensione
e di sfruttamento essa ne abbia ricevuto. «Quella terra, sola, senza patti, con
impeto generoso s’era data all'Italia e in premio non ne aveva avuto altro che
la miseria e l’abbandono». Anche questo è un atteggiamento più affettivo che
ragionato; ma ciò non toglie che qui, come del resto anche nel caso degli
scandali bancari, l'apprezzamento di fondo sia sostanzialmente giusto. E questo
atteggiamento ha il pregio di avviare lo scrittore a una comprensione umana, e
quindi a una valutazione, che non è certo negativa, del movimento proletario
delle campagne e delle zolfatare che è quasi la spina dorsale del romanzo.
Spontanea, irresistibile, l'insurrezione, che brontola fin dalle prime pagine,
esplode poi intrecciandosi ai fatti «privati» del romanzo, ed è
inesorabilmente schiacciata dallo stato d'assedio. Ma proprio questa miura
offende il geloso sentimento degli isolani, indignati contro quest'altra
sopraffazione. «La nativa fierezza, comune a tutti gli isolani, si ribellava a
questa nuova onta che il governo italiano infliggeva alla Sicilia, invece di un
tardivo riparo ai vecchi mali».
L'antico profondo malcontento diventa ovunque
d’un tratto fierissima indignazione contro quelle misure esose. Enorme è per lo
scrittore la disparità fra quell'agguerrito spiegamento di forze e quei poveri
affamati che nei paesucoli dell'interno «si raccoglievano in piazza, mandre di
gente senza alcuna intesa, senz'altra bandiera che i ritratti del re e della
regina, senz'altra arma che una croce imbracciata da qualche donna lacera e
infuriata in capo alla processione». E ne nasce la pietà per le vittime
innocenti.
«Due cadaveri in quella cassa, uno sull'altro; uno con la faccia sotto i piedi
dell'altro. Quello di sopra era d'un ragazzo. Divaricate, le gambe; la testa,
affondata tra i piedi del compagno. A guardarlo così capovolto, pareva che
dicesse, in quell'atteggiamento: No! No! con tutto il visino smunto, dagli occhi
appena socchiusi, contratti ancora dall'angoscia dell'agonia morte; No quella
morte; no, quell' orrore; no, quella cassa per due, attufata da quel lezzo crudo
e acre di carneficina. Ma più raccapricciante era la vista dell’altro di tra le
scarpe logore del ragazzo, coi grandi occhi neri ancora sbarrati e un po' di
barba fulva sotto il mento. Era di un contadino nel pieno vigore delle forze.
Con quei terribili occhi sbarrati al cielo, dal corpo supino, chiedeva vendetta
di quell'ultima atrocità, del peso di quell'altra vittima sopra di sè. - Vedete,
Signore, -. pareva dicesse - vedete che hanno fatto!»
Contro decenni di avvilimento e di malgoverno delle idealità risorgimentali, i
fasci siciliani sono per il Pirandello l'atto di accusa più grave e più
formidabile, perchè nato dalla stessa inconsapevole e fatale necessità delle
cose. Giunge così al suo ultimo sfacelo la bancarotta del patriottismo della
quale ci sono nel romanzo due simbolici testimoni e martiri, due personaggi a
cui lo scrittore ha affidato per così dire la custodia del fuoco sacro, e che
perciò, per non esporlo ai veleni della corruzione, vivono, l'uno in una
solitudine cupa e rinunciataria che ha del fanatismo, l'altro come protetto da
una ignara verginale semplicità di spirito, che confina con la demenza. L'uno e
l'altro muoiono vittime della loro strenua fedeltà, e si spegne con loro
l'ultima fiammella del patriottismo risorgimentale.
Per donna Caterina Laurentano, sorella del principe don Ippolito, vedova Stefano
Auriti caduto a Milazzo, e madre di Roberto, per lei che aveva sofferto l'esilio
e la fame, e che vive nella povertà non volendo accettare nulla fratello
borbonico, la volontaria segregazione morale è cominciata poco il '60, quando si
è accorta che la vampata patriottica, lungi dal liberare la Sicilia, l'aveva
consegnata a un nuovo e forse peggiore dispotismo.
Per tre lunghi decenni, fossero al potere governi di destra o di sinistra, ella
ha assistito allo strazio dell'isola.
«Qual rovinio era sopravvenuto in Sicilia
di tutte le illusioni, di tutta la fervida fede, con cui s'era accesa alla
rivolta! :a isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani, trattati
come barbari!» Ed erano calati i continentali a incivilirli, calate le
soldatesche nuove, calati tutti gli scarti della burocrazia, «e la prefettura
del Medici, e i tribunali militari, e i furti, e gli assassinii, le grassazioni,
orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Real Governo»; usurpazioni,
truffe e concussioni, favori scandalosi, prefetti, delegati, magistrati messi a
servizio dei deputati ministeriali, e « l'oppressione dei vinti e dei
lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l'impunità degli
oppressori ... ». Perciò ella si studia di dissuadere il figlio dal porre la sua
candidatura politica. Non sa che anche Roberto è diventato uno straccio. Crede
che in lui viva ancora nella sua purezza l'animo con cui a dodici anni aveva
combattuto a Milazzo accanto al padre, e non vuole, perciò, che egli disonori
quel passato facendosi complice di tali governi. Quel che il Risorgimento
avrebbe dovuto significare per la Sicilia è chiaro alla coscienza pura di donna
Caterina. La rivoluzione garibaldina avrebbe dovuto segnare la fine di ogni
privilegio e di sopruso, e instaurare una nuova era di libertà e di giustizia.
Ella sa che lo spirito del Risorgimento non è nello Stato nato da esso, nei
prefetti oppressori e nelle truppe che sparano, sa che esso soffia, cieco ma
giusto, nella rivolta degli sfruttati e degli oppressi.
Contro chi le obietta che i contadini si sollevano perchè erano sobillati da
quattro sediziosi, prorompe appassionatamente: «Sono tutte calunnie, le solite,
quelle che ripetono i ministri, facendo eco ai prefetti e ai tirannelli locali
capi-elettori, per mascherare trenta e più anni di mal governo! Qua c’è la fame,
caro signore, nelle campagne e nelle zolfare; i latifondi, la tirannia feudale
dei cosiddetti cappelli, le tasse comunali che succhiano l'ultimo sangue a gente
che non ha neanche da comprarsi il pane! Sì stia zitto! sì stia zitto!». E col
suo animo inflessibile si leva a rampognare il figlio, a incitarlo invano perchè
accetti la lotta. Ma non in nome del governo. L'accetti, invece, in nome
dell'isola oppressa. «Non avrebbe vinto, certamente; ma la sconfitta almeno non
sarebbe stata disonorevole».
Donna Caterina assiste solo alle prime avvisaglie dell'insurrezione. Se avesse
visto anche lo stato d'assedio sarebbe certo insorta con assai più aspra
violenza. Ella muore, invece, uccisa dagli scandali bancari, dal di figlio,
dall'ignominia che cade sugli ideali a cui aveva votato tutta la sua vita.
Una visione così rettilinea e coerente, che deriva da una consapevolezza del
moto risorgimentale, non può essere quella del vecchio Mortara, un
semianalfabeta, una sorta di «puro folle»; a cui lo scrittore ha affidato il
compito di rappresentare la barbarie generosa dell'isola, il suo sincero
sentimento unitario, il suo sogno di essere un fattore decisivo per la grandezza
dell'Italia. Il fardello è certo troppo pesante per le spalle di questo
personaggio, il quale perciò è riuscito, non forse del tutto convenzionale, come
pareva al Croce, ma piuttosto troppo manifestamente simbolico.
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Nella sua ispida e a modo suo magnanima vecchiaia, Mauro che aveva fatto la
rivoluzione del Quarantotto e le campagne del Sessanta, si è rinselvato nel
feudo di Valsania, alle dipendenze di don Cosmo, un altro Laurentano, piuttosto
solitario; questo, e filosofeggiante a vuoto sui misteri dell'universo. Quivi
egli vive come fuori del mondo, tutto dedito ai ricordi del passato; e in un
camerone, che è una sorta di «santuario della libertà» di cui egli solo ha la
chiave, custodisce i cimeli della sua vita randagia ed eroica.
Nella fanatica idolatria di codeste memorie, nel patriottismo cieco, esclusivo e
soprattutto astratto del vecchio Mauro, il Pirandello coglie l’origine
psicologica, il primo sintomo del sentimento nazionalistico e imperialistico.
«L'Italia è grande! L'Italia è alla testa delle nazioni! Detta legge al mondo ».
« Roma ... eccola là: di nuovo, tra poco tutto il mondo avrebbe tenuto, così!».
Nel suo solitario idoleggiamento del passato e nel suo fantasticare di nuove
conquiste Mauro è tutto istinto, «fiamma accesa, che si bea intorno a sé di
questo lume ». Non ha dunque avvertito in quei trent'anni «gli orrori delle
tante ingiustizie, la desolazione dell’abbandono, il crollo delle illusioni, il
grido e le minacce della miseria». Perciò quando gli giungono le prime notizie
delle sommosse contadine, è del tutto naturale che egli veda in queste un
attentato contro la patria, e che tutto armato con le medaglie al petto corra ad
unirsi ai soldati «per la difesa comune contro i nuovi nemici». Ma giunto a
Favara, e capitato nel fitto della rivolta, ha appena il tempo di avvertire
l'urlo della folla fuggente e un rimbombo tremendo. Rimangono sulla strada
cinque cadaveri; e uno di essi, quando i soldati lo rimuovono, mostra sul petto
insanguinato cinque medaglie. I soldati allora rimangono a guardarsi negli
occhi, stupiti e spauriti «Chi avevano ucciso? ».
Il romanzo si chiude con questa domanda. La risposta non è certo difficile: con
l'ultimo superstite del garibaldinismo isolano è stata uccisa l’ultima
possibilità di redenzione. Si consideri infatti che lo scrittore, il quale ha
seguito la deviazione psicologica e il conseguente farneticare del suo
personaggio, non permette che questi metta in atto il suo folle proposito, fa
correggere dal caso - un caso che qui ha l'ufficio del destino – la sua
stortura, e fa che Mauro cada in quello che doveva essere e che era infatti il
posto suo vero, in mezzo alla gente sua, tra le vittime della repressione. Con
questa e con le altre scene consimili da lui rievocate, il Pirandello, che in
esse vedeva il sanguinoso tramonto dei principi e delle speranze del
Risorgimento, chiude pesantemente la vicenda che si era aperta nel Sessanta a
Calatafimi e a Palermo.
La nota più viva e più originale di questo romanzo consiste appunto nel legame
che vi si pone tra l'insurrezione dei fasci e quella che sarebbe dovuta essere
la funzione del Risorgimento in Sicilia. Ma se in virtù di tale consapevolezza
lo scrittore poté nutrire verso quel moto un senso di larga e umana
comprensione, non però giunse fino ad accoglierlo interamente nella sua
coscienza. Il sentimento suo verso la condizione degli oppressi e la loro
rivolta era, come già era stato nel Verga, intriso di fatalismo e di
paternalismo. Questa non è un'accusa che ora si voglia fare al Pirandello. È
invece la constatazione di un fatto, che a sua volta è bisognoso di un breve
chiarimento. Bisogna innanzi tutto riconoscere che il paternalismo era allora la
punta più avanzata fino alla quale lo scrittore, e non lui soltanto, si potesse
spingere. Inoltre il paternalismo non era in lui un sentimento affatto passivo.
Certo, egli stava per l'iniziativa dall'alto. Ma non si limitava a una prona e
inerte attesa. Il suo atteggiamento era vigile e critico; e di fronte
all'insensibilità e alla carenza del potere centrale si faceva aggressivo, fino
mutarsi in un appassionato atto di accusa inteso a denunciare le colpe dei
governanti. Perciò nel Pirandello, ancor più che nel Verga, il paternalismo,
almeno nel presente romanzo, riuscì a fronteggiare e assai spesso a superare
vittoriosamente le insidie del fatalismo. Quel che c'è di più vibrato e di più
commosso nel romanzo ha la sua origine in codesto spirito. Il quale, tuttavia,
era di per se stesso più pronto ai modi della polemica scoperta, che a quelli
del1a rappresentazione; e per la sua angustia era inoltre tale, da impedire allo
scrittore una visione più organica.
Ma per rendere intera giustizia a quest'opera, è opportuno riportarsi al tempo
in cui essa apparve. Intorno al 1913 la nostra scena letteraria era direttamente
signoreggiata dal D'Annunzio, che appunto allora pubblicava Forse e sì forse che
no, La Contemplazione della morte e Le Faville del maglio. Insieme con la poesia
del Carducci, vivissima e immediatamente presente alla coscienza di ognuno era
la poesia del Pascoli. Ai più curiosi e raffinati si offriva inoltre la poesia
del Gozzano e dei crepuscolari. In quel clima I vecchi e i giovani erano
un'opera del tutto spaesata, come spaesati erano stati a loro volta I Viceré e
Mastro don Gesualdo. In quegli anni solo una intemerata coscienza di scrittore
poteva attendere a un romanzo come questo. Era appena avvenuta la conquista
della Libia e si era alla vigilia della prima guerra mondiale. Pirandello, che
era nato nel 1867, vedeva tutta l'Italia mutare; e prima che fosse troppo tardi
egli volle forse fermare la testimonianza di quei fatti di vent'anni prima, una
memoria che fosse anche un monito.
Con questo suo romanzo il Pirandello si poneva risolutamente sulla linea dei
Viceré e delle più alte opere del Verga.
Dovrebbe essere ormai chiaro, infatti,
che nel primo mezzo secolo dell'unità politica la narrativa siciliana assunse un
compito ingrato, dal quale derivò in gran parte la sua scarsa popolarità. Di
rincontro all'idealismo religioso del Fogazzaro, al classicismo paganeggiante e
quiritario del Carducci, al decadentismo panico e lussurioso del D'Annunzio, al
misticismo e al simbolismo del Pascoli, contro una letteratura dominante in cui
si riflettevano i gusti e le velleità degli scarsi ceti superiori; la narrativa
dei siciliani, quando rappresentò i sensi e le esigenze della larghissima base
popolare nella sua concreta verità, fu una letteratura di opposizione. Nelle sue
opere più sincere e più artisticamente significative essa parlò il linguaggio
delle cose, fu un richiamo alle reali condizioni dell'isola, presentò al popolo
italiano una istanza, che era una protesta. L'assoluta originalità sua nei
confronti della varia letteratura regionalistica di quell' epoca, e anche il suo
eccezionale valore d'arte, derivarono senza dubbio da un atteggiamento, che non
fu misticamente ispirato, ma umanamente polemico, e non di una polemica
metafisica, ma di una polemica radicata nella realtà, e animata da quei
sentimenti che sempre sorgono in chi soffre per la giustizia derisa, senza che
lume di speranza lo guidi.
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