Pirandello-Symposium, Potsdam, 2000
Il mito, ovvero la sua elevazione rituale sotto forma di iniziazione ai misteri,
è risaputo, è alle origini dell'evento teatrale. E l'evento teatrale delle
origini è la tragedia, che nasce dal ditirambo, cioè dall'inno originariamente
intonato al nume cui è devoluto l'atto rituale - come, ad esempio, nelle piccole
e grandi dionisiache. Il ditirambo, dapprima libero poi fissato in versi,
riunisce in coro attorno all'ara su cui si compie il sacrificio coloro che vi si
votano esprimendosi con il canto. Dalla suddivisione in semicori e dal dialogo
dei corifei fino alla nascita del dramma, il passo è più o meno breve.
Pure, nel
momento in cui le parole di Dioniso vengono pronunciate da un hypocritès,
da un attore, e il canto si fa epico-lirico attraverso la proiezione dei
personaggi invocati dal coro, viene a scadere il significato religioso primario
del rituale, e l'evento subirà quelle trasformazioni che più in là lo
laicizzeranno in spectaculum (da spectare, guardare), cioè in
qualcosa a cui si assisterà prevalentemente con gli occhi. Il mito, ridotto a testimonianza stilizzata dell'epifania divina, di cui si è
persa d'altronde la potenza ispiratrice originaria
(il famoso oudèn pros ton
Dionyson, nulla più di Dioniso), trova nel dramma il suo simulacro e nella
maschera dell'attore la contraffazione (sia tragica che ludica) del nume o
dell'eroe invocato, personificato e fatto uscire e rientrare dalla skenè,
dalla misera tenda che immette su quella che un tempo era la thymele,
l'ara del dio, ora divenuta proskènion, palcoscenico (ma non nel senso in
cui lo intendiamo oggi).
La maschera, la cui funzione è di far tabula rasa della personalità dell'attore
sostituendovi la simbolizzazione del dio o dell'eroe, in breve volgere di tempo
raffigurerà una tipologia di caratteri individuali, mentre spetterà al dramma,
in senso strutturale, offrire un contesto significativo al personaggio e una
processualità che consenta di dialettizzare le distorsioni verificatesi nella
natura umana.
La caratterizzazione del personaggio, etica o parodistica che sia, attraversa un
arco quasi ininterrotto - la parentesi medievale e rinascimentale, con i
Drammi sacri e le Sacre Rappresentazioni, non riesce a escludere lo
spettacolo comico di stampo popolare, il mimo con le sue irriverenti
demistificazioni e si arricchisce, durante il tragitto, della consapevolezza
civile maturata dallo scrittore di teatro affinatosi sempre più
nell'osservazione della società e dei costumi.
La via pirandelliana al teatro, si sa, passa per il romanzo e soprattutto per le
novelle, materia prima cui attingere più o meno fedelmente per la stesura del
dramma. Al di là del colore locale e di certe figure più terragne e
bozzettistiche, a Pirandello interessano le operazioni con le quali l'individuo
moderno si presenta a se stesso e agli altri con quel costrutto dell'Io che gli
consente di tenere a bada o persino di superare il disagio del vivere. La
maschera che Pirandello si propone fin dall'inizio di mettere a nudo, ha a che
fare con la vita prima che con il teatro: Adriano Meis alias Mattia Pascal viene
prima dei Sei personaggi, la fissità di Serafino Gubbio dietro la
macchina da presa anticipa quella di Enrico IV di fronte alla storia.
Questi personaggi sono diventati tali perché l'esistenza non li ha risparmiati
dall'umiliazione del vivere conformemente alle regole sociali, alla cui
necessità però essi non si sono piegati, a differenza dei comuni mortali, ma con
uno sforzo supplementare hanno reinventato se stessi per mezzo di espedienti,
talvolta spingendosi nel fondo del paradosso (come lo scrivano Ciampa del
Berretto a sonagli), talaltra mutilandosi (come l'operatore Serafino
Gubbio), oppure sdoppiandosi (come Mattia Pascal).
Strategie più o meno consapevoli, o difetti, come preferisce chiamarli
Pirandello - la psicologia ufficiale usava definire e classificare questi
sintomi come nevrosi - difetti risultati da quella "fittizia costruzione"
che i personaggi, con l'ausilio della fantasia dell'autore "han messo su di
sé e della loro vita, o che altri hanno messo sù per loro: i difetti insomma
della maschera finché non si scopre nuda" (Tutti i romanzi, a cura di
G.Macchia e M.Costanzo, Milano 1973, vol. I, p. 584).
Ma la nudità della maschera, che avviene per sprazzi di luce nella opacità della
coscienza, comporta il dolore di chi d'un tratto si scopre nella sua inermità -
è la caduta freudiana dei meccanismi di difesa dell'Io, che, fuori del contesto
terapeutico, anziché giovare, espone l'individuo al disagio della nevrosi; e si
noti anche l'affinità tra la maschera e la "corazza caratteriale" di cui
parla Wilhelm Reich nella sua analisi della psicologia di massa del Fascismo,
nell'opera omonima - dunque di chi si riscopre persona reale ma priva
dell'illusoria sicurezza che l'essere personaggio poteva garantirgli. E conviene
qui ricordare, non solo e non tanto per amor di filologia, che abbiamo a che
fare con due termini storicamente intrecciati: persona deriva dall'etrusco
phersu, maschera; personaggio dal francese personnage, a sua volta da
personne, persona. Una complementarietà questa che rispecchia
semplicemente il nesso da sempre esistente tra poesia, teatro e vita.
Dunque, se già nell'esistenza concreta risulta quasi impossibile lasciarsi alle
spalle scorie e orpelli del proprio carattere, nell'arte di Pirandello, radicale
come è appunto l'arte per definizione, se vi è abbandono della maschera, esso
non è mai definitivo: Adriano Meis, nel finale del più noto e fortunato romanzo
pirandelliano, reca fiori sulla tomba dello sconosciuto che scambiarono con lui,
e a chi gli chiede chi sia, risponde: "Eh, caro mio...io sono il fu Mattia
Pascal"; per non parlare dell'iperbolico Enrico IV, il quale, una volta
sfumato il gioco con la storia ma non il travestimento, si sente condannato a
trascorrere il tempo, come gli farà affermare Pirandello, "in questa eternità
di maschera".
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Se è vero che nella produzione teatrale pirandelliana realismo analitico e
visionarietà si alternano - ma spesso convivono anche - succedendosi con una
regolarità quasi ciclica, è altrettanto vero che nell'ultima fase vi è un
incremento dell'irrazionale - termine questo, nella cultura del Novecento,
carico di valenze negative, soprattutto per le implicazioni ideologiche che vi
si connettono (paradigmatica è la demolizione da parte di Lukàcs delle teorie di
derivazione schopenaueriana e nicciana fatte culminare nell'ideologia fascista).
L'interesse per il mito, frequente in autori diversissimi (dagli espressionisti
ai surrealisti, da Kokoshka a Cocteau fino al Brecht dell'Antigone, da
D'Annunzio a Thomas Mann fino a Cesare Pavese) consiste nella stragrande
maggioranza dei casi in una riscrittura della tragedia classica o della
mitologia ellenica o altro; oppure in una attualizzazione a fini propagandistici
diretti o indiretti - Kèrenyi, l'ha definita "tecnicizzazione" - del mito
svuotato del suo carattere genuino originario.
Pirandello non appartiene alla categoria dei rifacitori, bensì a quella dei
creatori di miti (nonché a quella dei distruttori di miti, come ha ben messo in
luce Rössner; e qui valga ancora una volta l'esempio del Serafino Gubbio, opera
demolitrice del mito cinematografico allora in ascesa).
I miti "dichiarati" di Pirandello sono i tre drammi che ne recano, a mo'
di sottotitolo, l'inequivocabile specificazione: La nuova colonia (1928),
Lazzaro (1929), I giganti della montagna (1931-34) - mentre la
frequentazione della materia mitologica avviene già in giovanissima età, durante
il soggiorno a Bonn, con il poemetto Pasqua di Gea (1890), questa
versificazione nostalgica , come è stato detto, di epifanie telluriche pagane.
Ma "mito" si presterebbe ad essere definita anche La Sagra del signore
della nave (1925), opera comunque anticipatrice di quelle tematiche che
sottintendono uno studio degli archetipi del comportamento individuale e
collettivo, anteriore a qualsiasi discorso sull' essere e sull'apparire,
discorso che pure non manca qui di ripresentarsi. Quali complementi necessari
del mito troviamo in questa sorta di tragedia esistenziale il sacrificio e la
festa, il rito religioso e la liturgia sociale; e la confessione dei peccati,
intesa come espulsione e rigenerazione - rigenerazione che però non ha luogo,
per cui alla collettività non rimane che sciogliersi in pianto davanti al Cristo
insanguinato della processione.
Termini questi assenti nella Nuova colonia, per quanto concerne il sacro
in senso stretto. Sebbene il meccanismo che muove quest'altra tragedia sociale
appaia fortemente affine a quello della Sagra del signore della nave :
solo che qui la coralità si ripresenta nella fattispecie di un ripudio di gruppo
della norma esistente, con l'insediamento robinsoniano sull'isola - dialettica
di palingenesi sociale e vitalismo corsaro - nell'illusione di una anarchica
ribattezzazione dei modi dell'agire collettivo. Tentativo, anche questo,
abortito di inventarsi una identità nuova, più genuina e primitiva, che non
corrisponde all'abbassamento parziale e temporaneo della maschera - marinai e
contrabbandieri sfuggiti e infine riacciuffati dal moralismo falso e meschino di
Padron Nocio - bensì all'utopia irrealizzabile della caduta di ogni maschera. Ma
a punire la tracotanza dei marinai della Nuova colonia, la loro sfida nei
confronti della società, è la stessa natura da essi mitizzata sotto forma di
isola, un'isola che nel finale sprofonda se stessa e i suoi indegni abitatori
nelle acque marine.
La minaccia incombe fin dalle prime battute del prologo, quando di essa viene
detto che per ordine superiore è stata sgomberata dopo l'ultimo terremoto, e che
s'abbassa sempre più; la sua sorte è già tutta nell'oracolo dell'ex-galeotto
Tobba: "La sentenza è data: scomparirà dalle acque, un giorno o l'altro"(L.
Pirandello, Maschere nude, vol.II,p.1067, Mondadori Milano 1958).
Ma a chi si oppone alla proposta di colonizzare l'isola "maledetta", La
Spera, l'eroina positiva del dramma, ricorda: "Più a fondo di come sei qua,
non potrai sprofondare"(ibid. p.1083).
Ed è sempre lei a incarnare la speranza, quando, dopo aver raccontato
dell'improvvisa comparsa del latte, a cinque mesi dalla nascita del suo bambino,
grida insieme agli altri al miracolo, mentre Tobba, dal canto suo, si fa
interprete della volontà divina, affermando solennemente: "Il segno di Dio,
per tutti noi: che ci guiderà Lui! - Ora sì, si deve partire. Questa notte
stessa. - Inginocchiamoci!"( ibid. p.1087).
Dunque, giardino dell'Eden, terra promessa, terra di libertà, l'isola si rivela
come pura illusione; e la comunità che vi si è insediata, che si accorge di non
riuscire davvero a fare a meno di capi e di leggi, per dirla con la battuta
sulfurea di Crocco, altro non è che "La colonia dei liberi coatti"(ibid.
p.1099). Mentre Burrania, con la mente allucinata da una solitudine
sconfortante, verso la fine del primo atto, corre incontro agli altri urlando di
aver visto affondare l'isola: "L'ho vista calare, vi dico! Ho sentito,
sentito, che cala! E un fragore, un fragore grande ho sentito, come se tutto il
mare friggesse! Sì! Sì!" (ibid. p.1104). E alla fine del terzo atto la
visione apocalittica si avvererà, sotto gli occhi della Spera, unica superstite
insieme al bimbo che stringe tra le braccia, a suggello di un'esperienza
comunitaria impotente e fallimentare avvilita dalla revoca con la quale, cedendo
alle lusinghe di Padron Nocio, il manipolo degli eletti mancati fantastica un
inverosimile ritorno al mondo. Ma la catastrofe è alle porte e non vi è più
posto per le maschere - così ha deciso l'autore - né per chi , pentito e
ammaliato come i marinai, ha cercato rapidamente di risollevarsela; e neppure
per chi non l'ha mai smessa, come Padron Nocio, e la usa fino in fondo.
Fine del mito - mito qui inteso sia come impresa favolosa passibile di essere
narrata (dunque mitopoiesis), sia come costrutto mentale illusorio e
fallace. Per quanto concerne il primo significato, pare abbastanza chiaro che
Pirandello in questo genere di lavori prediligesse la creazione di situazioni e
personaggi con un sapore di leggenda, o di ispirazione biblica (come nel
Lazzaro) o ancora da favola metafisica (come nei Giganti della montagna),
pur talvolta dentro una cornice realistica. Secondariamente, la dichiarata
apoliticità dell'autore siciliano, una volta raffreddatosi l'entusiasmo verso il
regime, e in mancanza di una vera simpatia per i programmi anarcoidi di artisti
e intellettuali antifascisti, trova sbocco nella sospensione del tempo storico a
favore di quello mitico. Il secondo "mito", quello esplicitamente
religioso, designa il dramma intitolato Lazzaro, del 1929. Dove però alla
tematica evangelica (il miracolo che ridà vita al corpo e risveglia la
coscienza) è saldamente connessa quella dionisiaca (l'ebbrezza primitiva del
ritrovamento e della rinascita nella natura). Qui, la fuga della protagonista
Sara verso una campagna orgiasticamente esaltata, ha buon esito se la si
confronta con quella dei coloni, arenatasi sull'isola, lontana da qualsiasi
barlume di redenzione. La trasfigurazione di Sara in menade dei nostri tempi, il
suo congedo dalla maschera borghese, incarnata invece dalla mentalità scientista
o fideistica degli altri personaggi maschili del dramma, appare come una sorta
di tributo del raisonner, della cattiva coscienza pirandelliana, alle
regioni sommerse dell'istinto vitale. Senza ombra di beffa, anzi con una serietà
stupefacente, l'autore chiude la pièce all'insegna della speranza.
Ma, insuccessi a parte, si capisce da questi tentativi di farsi creatore di miti
che Pirandello non ha imbroccato ancora la strada giusta. L'accesso al mito, al
suo inesauribile arsenale di immagini e simboli richiede un distacco totale
dalla realtà storica e dalle sue contaminazioni. E questo vale tanto per
l'autore quanto per i suoi personaggi. Nei Giganti della montagna
ritroviamo il motivo della fuga dalla civiltà, presente già nei primi due
"miti", nella figura di Cotrone, il mago degli Scalognati. Anche qui, come
nella Nuova colonia, il fuggiasco ha trovato dimora su un'isola, sebbene
il paesaggio sia tutt'altro che meditteraneo. La Villa della Scalogna, è stato
già detto, appare situata infatti in una dimensione surreale che sembra far sue
le suggestioni della Tempesta di Shakespeare. Benché non manchino
elementi di richiamo che alludono alla Sicilia - l'ulivo saraceno, (ma qui siamo
nel paratesto), risultato gioioso di un'affannosa ricerca di soluzione scenica
interna al dramma, di cui parla il figlio Stefano nella sua testimonianza sugli
ultimi giorni di vita di Pirandello, ne è soltanto il suggello finale.
Sappiamo di Cotrone che praticava modi di pensiero non consueti già prima
dell'esilio volontario, esilio a cui lo ha spinto il subbuglio provocato dalle
sue "verità".
"Tutte quelle verità - dice Cotrone - che la coscienza rifiuta. Le
faccio venir fuori dal segreto dei sensi, o, a seconda, le più spaventose, dalle
caverne dell'istinto. Ne inventai tante al paese, che me ne dovetti scappare,
perseguitato dagli scandali. Mi provo ora qua a dissolverle in fantasmi, in
evanescenze. Ombre che passano"(ibid. p.1343-44).
Cotrone conclude il suo viaggio iniziatico sull'isola, ma già prima si muoveva
in direzione del mito, che narra oralmente eventi immaginosi a cui chi presta
ascolto crede come a delle verità. Su quest'isola, sebbene in parte abitata dai
Giganti e dai loro sudditi - nascosti, come le antiche divinità, dietro le cime
dei monti - dunque dal potere costituito, Cotrone può dar vita, senza
restrizioni, alla produzione di ombre e fantasmi. Apparenze, a prima vista; anzi
trucchi e lenocini, come le pareti che si colorano, i fantocci dotati di vita
nella villa degli spiriti, pratiche illusionistiche capaci persino di stupire la
compagnia di guitti e di attori al seguito della Contessa Ilse. Apparenze, che
nel racconto di Cotrone diventano atti di una spiritualità rinata alla
coscienza, una spiritualità capace di accogliere in sé lo stupore delle cose.
Ma Cotrone, si è davvero liberato della maschera che faceva di lui un
personaggio, dalla fissità del ruolo che le convenzioni sociali avevano imposto
a lui come a chiunque? La setta che si è formata intorno a lui, è poi tanto
diversa, nell'adorazione del suo capo, dagli altri gruppi sociali?
Sul versante opposto troviamo Ilse, che si è autoinvestita della missione di
recitare vita natural durante La favola del figlio cambiato, (tematicamente
appartiene anche questa alle opere mitopoietiche dell'ultimo Pirandello) quale
pegno verso il poeta, morto suicida per lei, che gliel'aveva dedicata. La sua
lotta per affermare se stessa, la compagnia teatrale e l'autore di cui intende
onorare il sacrificio, si rivela vana. La sua misera fine - stando alle
intenzioni di Pirandello dettate al figlio Stefano in punto di morte -, spezzata
come un fantoccio dal pubblico inferocito al cospetto di un'arte che non
comprende, è lo scotto sociale da pagare in un'epoca non ancora matura per delle
novità sostanziali (al pubblico gaudente piacciono i lazzi di Cromo, non certo
la poesia che Ilse è costretta a ricacciarsi in gola). La donna Ilse non è stata
in grado di smettere la maschera, quella delle convenzioni sociali, restando al
fianco di suo marito, che non ama, ma che è stato ed è di sostegno a lei e alla
compagnia. Come attrice, alla maschera può rinunciarvi ancor meno, non tanto
perché è il mestiere a reclamarla, ma perché ha preferito votarsi caparbiamente,
nonostante gli insuccessi, al mito dell'arte, inteso nella sua accezione
romantica, soccombendovi.
Cotrone invece si è prodotto nell'arte del mito, un'arte che può fare a meno
delle mediazioni e dei compromessi - egli, a differenza di Ilse, non è asservito
alla struttura teatrale; e quello di un teatro svincolato dalla rappresentazione
era anche il vecchio sogno di Pirandello: lo spettacolo privo di maschera che
fa ritorno al mito; la voce pura del poeta che celebra le sue visioni come
un rito assoluto. Perché mito e sogno attingono allo stesso arsenale di immagini
della cui materia è fatta l'umanità.
Pirandello, prima della dipartita, si è concesso questo ultimo grande sogno
terreno, "al limite - come dice la didascalia dei Giganti - tra la
favola e la realtà".
Franco Sepe
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