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Franco
Sepe
Luigi Pirandello: dalla
maschera denudata al mito |
da
Deutsches Pirandello-Zentrum e.V. - link diretto
qui
Il mito, ovvero la sua elevazione rituale sotto forma di iniziazione
ai misteri, è risaputo, è alle origini dell'evento teatrale. E
l'evento teatrale delle origini è la tragedia, che nasce dal
ditirambo, cioè dall'inno originariamente intonato al nume cui è
devoluto l'atto rituale - come, ad esempio, nelle piccole e grandi
dionisiache. Il ditirambo, dapprima libero poi fissato in versi,
riunisce in coro attorno all'ara su cui si compie il sacrificio
coloro che vi si votano esprimendosi con il canto. Dalla
suddivisione in semicori e dal dialogo dei corifei fino alla nascita
del dramma, il passo è più o meno breve. Pure, nel momento in cui le
parole di Dioniso vengono pronunciate da un hypocritès, da un
attore, e il canto si fa epico-lirico attraverso la proiezione dei
personaggi invocati dal coro, viene a scadere il significato
religioso primario del rituale, e l'evento subirà quelle
trasformazioni che più in là lo laicizzeranno in spectaculum (da
spectare, guardare), cioè in qualcosa a cui si assisterà
prevalentemente con gli occhi. Il mito, ridotto a testimonianza
stilizzata dell'epifania divina - di cui si è persa d'altronde la
potenza ispiratrice originaria ( il famoso oudèn pros ton Dionyson,
nulla più di Dioniso), trova nel dramma il suo simulacro e nella
maschera dell'attore la contraffazione (sia tragica che ludica) del
nume o dell'eroe invocato, personificato e fatto uscire e rientrare
dalla skenè, dalla misera tenda che immette su quella che un tempo
era la thymele, l'ara del dio, ora divenuta proskènion, palcoscenico
(ma non nel senso in cui lo intendiamo oggi).
La maschera, la cui funzione è di far tabula rasa della personalità
dell'attore sostituendovi la simbolizzazione del dio o dell'eroe, in
breve volgere di tempo raffigurerà una tipologia di caratteri
individuali, mentre spetterà al dramma, in senso strutturale,
offrire un contesto significativo al personaggio e una processualità
che consenta di dialettizzare le distorsioni verificatesi nella
natura umana. La caratterizzazione del personaggio, etica o
parodistica che sia, attraversa un arco quasi ininterrotto - la
parentesi medievale e rinascimentale, con i Drammi sacri e le Sacre
Rappresentazioni, non riesce a escludere lo spettacolo comico di
stampo popolare, il mimo con le sue irriverenti demistificazioni - e
si arricchisce, durante il tragitto, della consapevolezza civile
maturata dallo scrittore di teatro affinatosi sempre più
nell'osservazione della società e dei costumi.
La
via pirandelliana al teatro, si sa, passa per il romanzo e
soprattutto per le novelle, materia prima cui attingere più o meno
fedelmente per la stesura del dramma. Al di là del colore locale e
di certe figure più terragne e bozzettistiche, a Pirandello
interessano le operazioni con le quali l'individuo moderno si
presenta a se stesso e agli altri con quel costrutto dell'Io che gli
consente di tenere a bada o persino di superare il disagio del
vivere. La maschera che Pirandello si propone fin dall'inizio di
mettere a nudo, ha a che fare con la vita prima che con il teatro -
Adriano Meis alias Mattia Pascal viene prima dei Sei personaggi, la
fissità di Serafino Gubbio dietro la macchina da presa anticipa
quella di Enrico IV di fronte alla storia. Questi personaggi sono
diventati tali perché l'esistenza non li ha risparmiati
dall'umiliazione del vivere conformemente alle regole sociali, alla
cui necessità però essi non si sono piegati, a differenza dei comuni
mortali, ma con uno sforzo supplementare hanno reinventato se stessi
per mezzo di espedienti, talvolta spingendosi nel fondo del
paradosso (come lo scrivano Ciampa del Berretto a sonagli ),
talaltra mutilandosi (come l'operatore Serafino Gubbio), oppure
sdoppiandosi (come Mattia Pascal). Strategie più o meno consapevoli,
o difetti, come preferisce chiamarli Pirandello - la psicologia
ufficiale usava definire e classificare questi sintomi come nevrosi
- difetti risultati da quella "fittizia costruzione" che i
personaggi, con l'ausilio della fantasia dell'autore "han messo su
di sé e della loro vita, o che altri hanno messo sù per loro: i
difetti insomma della maschera finché non si scopre nuda" (Tutti
i romanzi, a cura di G.Macchia e M.Costanzo, Milano 1973, vol.
I, p. 584).
Ma la nudità della maschera, che avviene per sprazzi di luce nella
opacità della coscienza, comporta il dolore di chi d'un tratto si
scopre nella sua inermità - è la caduta freudiana dei meccanismi di
difesa dell'Io, che, fuori del contesto terapeutico, anziché
giovare, espone l'individuo al disagio della nevrosi; e si noti
anche l'affinità tra la maschera e la "corazza caratteriale" di cui
parla Wilhelm Reich nella sua analisi della psicologia di massa
del Fascismo, nell'opera omonima - dunque di chi si riscopre
persona reale ma priva dell'illusoria sicurezza che l'essere
personaggio poteva garantirgli. E conviene qui ricordare, non solo e
non tanto per amor di filologia, che abbiamo a che fare con due
termini storicamente intrecciati: persona deriva dall'etrusco phersu,
maschera; personaggio dal francese personnage, a sua volta da
personne, persona. Una complementarietà questa che rispecchia
semplicemente il nesso da sempre esistente tra poesia, teatro e
vita.
Dunque, se già nell'esistenza concreta risulta quasi impossibile
lasciarsi alle spalle scorie e orpelli del proprio carattere,
nell'arte di Pirandello, radicale come è appunto l'arte per
definizione, se vi è abbandono della maschera, esso non è mai
definitivo: Adriano Meis, nel finale del più noto e fortunato
romanzo pirandelliano, reca fiori sulla tomba dello sconosciuto
che scambiarono con lui, e a chi gli chiede chi sia, risponde:
"Eh, caro mio...io sono il fu Mattia Pascal"; per non parlare
dell'iperbolico Enrico IV, il quale, una volta sfumato il gioco
con la storia ma non il travestimento, si sente condannato a
trascorrere il tempo, come gli farà affermare Pirandello, "in
questa eternità di maschera".
Se è vero che nella produzione teatrale pirandelliana realismo
analitico e visionarietà si alternano - ma spesso convivono
anche - succedendosi con una regolarità quasi ciclica, è
altrettanto vero che nell'ultima fase vi è un incremento
dell'irrazionale - termine questo, nella cultura del Novecento,
carico di valenze negative, soprattutto per le implicazioni
ideologiche che vi si connettono (paradigmatica è la demolizione
da parte di Lukàcs delle teorie di derivazione schopenaueriana e
nicciana fatte culminare nell'ideologia fascista).
L'interesse per il mito, frequente in autori diversissimi (dagli
espressionisti ai surrealisti, da Kokoshka a Cocteau fino al
Brecht dell'Antigone, da D'Annunzio a Thomas Mann fino a Cesare
Pavese) consiste nella stragrande maggioranza dei casi in una
riscrittura della tragedia classica o della mitologia ellenica o
altro; oppure in una attualizzazione a fini propagandistici
diretti o indiretti - Kèrenyi, l'ha definita "tecnicizzazione" -
del mito svuotato del suo carattere genuino originario.
Pirandello non appartiene alla categoria dei rifacitori, bensì a
quella dei creatori di miti (nonché a quella dei distruttori di
miti, come ha ben messo in luce Rössner; e qui valga ancora una
volta l'esempio del Serafino Gubbio, opera demolitrice del mito
cinematografico allora in ascesa). I miti "dichiarati" di
Pirandello sono i tre drammi che ne recano, a mo' di
sottotitolo, l'inequivocabile specificazione: La nuova
colonia (1928), Lazzaro (1929), I giganti della
montagna (1931-34) - mentre la frequentazione della materia
mitologica avviene già in giovanissima età, durante il soggiorno
a Bonn, con il poemetto Pasqua di Gea (1991), questa
versificazione nostalgica , come è stato detto, di epifanie
telluriche pagane. Ma "mito" si presterebbe ad essere definita
anche La Sagra del signore della nave (1925), opera
comunque anticipatrice di quelle tematiche che sottintendono uno
studio degli archetipi del comportamento individuale e
collettivo, anteriore a qualsiasi discorso sull' essere e
sull'apparire, discorso che pure non manca qui di ripresentarsi.
Quali complementi necessari del mito troviamo in questa sorta di
tragedia esistenziale il sacrificio e la festa, il rito
religioso e la liturgia sociale; e la confessione dei peccati,
intesa come espulsione e rigenerazione - rigenerazione che però
non ha luogo, per cui alla collettività non rimane che
sciogliersi in pianto davanti al Cristo insanguinato della
processione.
Termini questi assenti nella Nuova colonia, per quanto
concerne il sacro in senso stretto. Sebbene il meccanismo che
muove quest'altra tragedia sociale appaia fortemente affine a
quello della Sagra del signore della nave : solo che qui
la coralità si ripresenta nella fattispecie di un ripudio di
gruppo della norma esistente, con l'insediamento robinsoniano
sull'isola - dialettica di palingenesi sociale e vitalismo
corsaro - nell'illusione di una anarchica ribattezzazione dei
modi dell'agire collettivo. Tentativo, anche questo, abortito di
inventarsi una identità nuova, più genuina e primitiva, che non
corrisponde all'abbassamento parziale e temporaneo della
maschera - marinai e contrabbandieri sfuggiti e infine
riacciuffati dal moralismo falso e meschino di Padron Nocio -
bensì all'utopia irrealizzabile della caduta di ogni maschera.
Ma a punire la tracotanza dei marinai della Nuova colonia, la
loro sfida nei confronti della società, è la stessa natura da
essi mitizzata sotto forma di isola, un'isola che nel finale
sprofonda se stessa e i suoi indegni abitatori nelle acque
marine. La minaccia incombe fin dalle prime battute del prologo,
quando di essa viene detto che per ordine superiore è stata
sgomberata dopo l'ultimo terremoto, e che s'abbassa sempre più;
la sua sorte è già tutta nell'oracolo dell'ex-galeotto Tobba:
"La sentenza è data: scomparirà dalle acque, un giorno o
l'altro"(L. Pirandello, Maschere nude, vol.II,p.1067,
Mondadori Milano 1958). Ma a chi si oppone alla proposta di
colonizzare l'isola "maledetta", La Spera, l'eroina positiva del
dramma, ricorda: "Più a fondo di come sei qua, non potrai
sprofondare"(ibid. p.1083). Ed è sempre lei a incarnare
la speranza, quando, dopo aver raccontato dell'improvvisa
comparsa del latte, a cinque mesi dalla nascita del suo bambino,
grida insieme agli altri al miracolo, mentre Tobba, dal canto
suo, si fa interprete della volontà divina, affermando
solennemente: "Il segno di Dio, per tutti noi: che ci guiderà
Lui! - Ora sì, si deve partire. Questa notte stessa.
-Inginocchiamoci!"( ibid. p.1087).
Dunque, giardino dell'Eden, terra promessa, terra di libertà,
l'isola si rivela come pura illusione; e la comunità che vi si è
insediata, che si accorge di non riuscire davvero a fare a meno
di capi e di leggi, per dirla con la battuta sulfurea di Crocco,
altro non è che "La colonia dei liberi coatti"(ibid. p.1099).
Mentre Burrania, con la mente allucinata da una solitudine
sconfortante, verso la fine del primo atto, corre incontro agli
altri urlando di aver visto affondare l'isola: "L'ho vista
calare, vi dico! Ho sentito, sentito, che cala! E un fragore, un
fragore grande ho sentito, come se tutto il mare friggesse! Sì!
Sì!"(ibid. p.1104). E alla fine del terzo atto la visione
apocalittica si avvererà, sotto gli occhi della Spera, unica
superstite insieme al bimbo che stringe tra le braccia, a
suggello di un'esperienza comunitaria impotente e fallimentare
avvilita dalla revoca con la quale, cedendo alle lusinghe di
Padron Nocio, il manipolo degli eletti mancati fantastica un
inverosimile ritorno al mondo. Ma la catastrofe è alle porte e
non vi è più posto per le maschere - così ha deciso l'autore -
né per chi , pentito e ammaliato come i marinai, ha cercato
rapidamente di risollevarsela; e neppure per chi non l'ha mai
smessa, come Padron Nocio, e la usa fino in fondo.
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Fine del mito - mito qui inteso sia come impresa favolosa passibile
di essere narrata (dunque mitopoiesis), sia come costrutto mentale
illusorio e fallace. Per quanto concerne il primo significato, pare
abbastanza chiaro che Pirandello in questo genere di lavori
prediligesse la creazione di situazioni e personaggi con un sapore
di leggenda, o di ispirazione biblica (come nel Lazzaro) o ancora da
favola metafisica (come nei Giganti della montagna), pur
talvolta dentro una cornice realistica. Secondariamente, la
dichiarata apoliticità dell'autore siciliano, una volta
raffreddatosi l'entusiasmo verso il regime, e in mancanza di una
vera simpatia per i programmi anarcoidi di artisti e intellettuali
antifascisti, trova sbocco nella sospensione del tempo storico a
favore di quello mitico. Il secondo "mito", quello esplicitamente
religioso, designa il dramma intitolato Lazzaro, del 1929.
Dove però alla tematica evangelica (il miracolo che ridà vita al
corpo e risveglia la coscienza) è saldamente connessa quella
dionisiaca (l'ebbrezza primitiva del ritrovamento e della rinascita
nella natura). Qui, la fuga della protagonista Sara verso una
campagna orgiasticamente esaltata, ha buon esito se la si confronta
con quella dei coloni, arenatasi sull'isola, lontana da qualsiasi
barlume di redenzione. La trasfigurazione di Sara in menade dei
nostri tempi, il suo congedo dalla maschera borghese, incarnata
invece dalla mentalità scientista o fideistica degli altri
personaggi maschili del dramma, appare come una sorta di tributo del
raisonner, della cattiva coscienza pirandelliana, alle regioni
sommerse dell'istinto vitale. Senza ombra di beffa, anzi con una
serietà stupefacente, l'autore chiude la pièce all'insegna della
speranza.
Ma, insuccessi a parte, si capisce da questi tentativi di farsi
creatore di miti che Pirandello non ha imbroccato ancora la strada
giusta. L'accesso al mito, al suo inesauribile arsenale di immagini
e simboli richiede un distacco totale dalla realtà storica e dalle
sue contaminazioni. E questo vale tanto per l'autore quanto per i
suoi personaggi. Nei Giganti della montagna ritroviamo il
motivo della fuga dalla civiltà, presente già nei primi due "miti",
nella figura di Cotrone, il mago degli Scalognati. Anche qui, come
nella Nuova colonia, il fuggiasco ha trovato dimora su un'isola,
sebbene il paesaggio sia tutt'altro che meditteraneo. La Villa della
Scalogna, è stato già detto, appare situata infatti in una
dimensione surreale che sembra far sue le suggestioni della
Tempesta di Shakespeare. Benché non manchino elementi di
richiamo che alludono alla Sicilia - l'ulivo saraceno, (ma qui siamo
nel paratesto), risultato gioioso di un'affannosa ricerca di
soluzione scenica interna al dramma, di cui parla il figlio Stefano
nella sua testimonianza sugli ultimi giorni di vita di Pirandello,
ne è soltanto il suggello finale.
Sappiamo di Cotrone che praticava modi di pensiero non consueti già
prima dell'esilio volontario, esilio a cui lo ha spinto il subbuglio
provocato dalle sue "verità". "Tutte quelle verità - dice Cotrone -
che la coscienza rifiuta. Le faccio venir fuori dal segreto dei
sensi, o, a seconda, le più spaventose, dalle caverne dell'istinto.
Ne inventai tante al paese, che me ne dovetti scappare, perseguitato
dagli scandali. Mi provo ora qua a dissolverle in fantasmi, in
evanescenze. Ombre che passano"(ibid. p.1343-44). Cotrone
conclude il suo viaggio iniziatico sull'isola, ma già prima si
muoveva in direzione del mito, che narra oralmente eventi immaginosi
a cui chi presta ascolto crede come a delle verità. Su quest'isola,
sebbene in parte abitata dai Giganti e dai loro sudditi - nascosti,
come le antiche divinità, dietro le cime dei monti - dunque dal
potere costituito, Cotrone può dar vita, senza restrizioni, alla
produzione di ombre e fantasmi. Apparenze, a prima vista; anzi
trucchi e lenocini, come le pareti che si colorano, i fantocci
dotati di vita nella villa degli spiriti, pratiche illusionistiche
capaci persino di stupire la compagnia di guitti e di attori al
seguito della Contessa Ilse. Apparenze, che nel racconto di Cotrone
diventano atti di una spiritualità rinata alla coscienza, una
spiritualità capace di accogliere in sé lo stupore delle cose.
Ma Cotrone, si è davvero liberato della maschera che faceva di lui
un personaggio, dalla fissità del ruolo che le convenzioni sociali
avevano imposto a lui come a chiunque? La setta che si è formata
intorno a lui, è poi tanto diversa, nell'adorazione del suo capo,
dagli altri gruppi sociali?
Sul versante opposto troviamo Ilse, che si è autoinvestita della
missione di recitare vita natural durante La favola del figlio
cambiato, (tematicamente appartiene anche questa alle opere
mitopoietiche dell'ultimo Pirandello) quale pegno verso il poeta,
morto suicida per lei, che gliel'aveva dedicata. La sua lotta per
affermare se stessa, la compagnia teatrale e l'autore di cui intende
onorare il sacrificio, si rivela vana. La sua misera fine - stando
alle intenzioni di Pirandello dettate al figlio Stefano in punto di
morte -, spezzata come un fantoccio dal pubblico inferocito al
cospetto di un'arte che non comprende, è lo scotto sociale da pagare
in un'epoca non ancora matura per delle novità sostanziali (al
pubblico gaudente piacciono i lazzi di Cromo, non certo la poesia
che Ilse è costretta a ricacciarsi in gola). La donna Ilse non è
stata in grado di smettere la maschera, quella delle convenzioni
sociali, restando al fianco di suo marito, che non ama, ma che è
stato ed è di sostegno a lei e alla compagnia. Come attrice, alla
maschera può rinunciarvi ancor meno, non tanto perché è il mestiere
a reclamarla, ma perché ha preferito votarsi caparbiamente,
nonostante gli insuccessi, al mito dell'arte, inteso nella sua
accezione romantica, soccombendovi.
Cotrone invece si è prodotto nell'arte del mito, un'arte che può
fare a meno delle mediazioni e dei compromessi - egli, a differenza
di Ilse, non è asservito alla struttura teatrale; e quello di un
teatro svincolato dalla rappresentazione era anche il vecchio sogno
di Pirandello: lo spettacolo privo di maschera che fa ritorno al
mito; la voce pura del poeta che celebra le sue visioni come un rito
assoluto. Perché mito e sogno attingono allo stesso arsenale di
immagini della cui materia è fatta l'umanità.
Pirandello, prima della dipartita, si è concesso questo ultimo
grande sogno terreno, "al limite - come dice la didascalia dei
Giganti - tra la favola e la realtà".
Franco Sepe
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