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Franca Angelini
Parricidi:
Debenedetti legge Pirandello |
link alla visione diretto :
http://www.giacomodebenedetti.it/
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Giacomo Debenedetti
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Biografia |
Strani
i giochi di prospettive e di trompe-l'oeil che la storia della
letteratura provoca nella memoria: Debenedetti, nostro contemporaneo a
pieno titolo, è un quasi-contemporaneo di Pirandello, che pensiamo
invece come un classico del primo Novecento. Ma la lunga recensione a Una giornata
di Pirandello pubblicata da Debenedetti nel "Meridiano
di Roma" dell'8-15 agosto 1937
(1) ricorda che Pirandello è appena
morto e che questa recensione è contemporanea a un'altra famosa orazione
funebre, quella di Bontempelli alla Regia Accademia
d'Italia, |
(1) Questo e i saggi di Debenedetti
successivamente citati sono contenuti in Saggi critici. Prima serie,
Milano, Mondadori, 1952; Garzanti, 1955; poi in Opere 1 a c. di C. Garboli, Milano, Il Saggiatore,
1969 e in Il romanzo del Novecento, Milano, Garzanti, 1971.
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del gennaio, intitolata “Pirandello o
del candore”
(2) orazione centrata sulla
capacità del drammaturgo morto di guardare il mondo con occhi
ingenui e di conservare intatta una memoria infantile, memoria di
una vita primitiva felice di cui punge ricordanza e nostalgia:
candore o, come Cocteau lo chiamava., angelismo (chi ha visto il
film di Handke-Wenders Il cielo sopra
Berlino
sa cosa intendeva Bontempelli).
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(2) In M. Bontempelli_
Introduzioni e discorsi, Milano. Bompiani. 1964 |
Nello stesso anno 1937 Bontempelli scriveva un saggio dedicato a
Leopardi "l'uomo solo", altro "candido" insieme a San Francesco
e altro mito poetico anche di Debenedetti.
I due critici, il più anziano e il giovane, cercano un autore attraverso
i suoi personaggi o meglio cercano, attraverso questi, il
personaggio-autore: tutti e due rispondono, a loro modo, alla domanda:
Pirandello chi? Bontempelli riusa una sua categoria, quella del candore,
già applicata al personaggio femminile di Minnie: ci richiama l'origine
della parola poetica, anteriore alla parola della ragione, cercata da
Mallarmé: ci richiama lo sguardo meravigliato e la memoria intatta; nel
caso del drammaturgo siciliano il candore sottolinea il carattere
visionario del suo teatro mentale, il suo essere invaso dai personaggi
anziché sceglierli e selezionarli, il suo antiintellettualismo.
II saggio di Bontempelli, attraverso il candore, sottrae Pirandello alla
sua presunta filosofia, al corto circuito filosofare-filosofare male cui
lo sottoponevano, per opposte ragioni, sia Tilgher sia Croce; per questo
comincia da qui un nuovo rapporto tra Pirandello e i suoi lettori, un
rapporto "candido" ora nel senso di una ricerca in cui i suoi fantasmi,
il corpo della sua fantasia e l'organizzazione della sua "camera della
tortura” sono al primo posto.
Non a caso, l'abbiamo già ricordato, Bontempelli scrive nello stesso
anno 1937 un saggio sull' "uomo solo" Giacomo Leopardi: è questo il
titolo di una raccolta di novelle di Pirandello ed è anche la
conclusione della recensione di Debenedetti a
Una giornata: « La meta ultima ha ricuperato le
origini: la poesia delle creature, dell'uomo solo ». Bontempelli
Debenedetti Pirandello tra loro e attraverso Leopardi colloquiano sulla
solitudine dell'uomo moderno; in più Pirandello attua, secondo
Debenedetti, una totale identificazione coi suoi personaggi, una
miracolosa identificazione attraverso il Cotrone dei
Giganti della Montagna, mago come
Prospero, uomo solo come lo scrittore. che lo inventa: «
Quell'uomo solo così tormentosamente cercato si ritrova essere lui,
l'autore, per miracolo prosciolto dai personaggi e perfino dalla
tentazione dei personaggi ». Attraverso Leopardi si stabilisce
un corto circuito tra i due critici; ancora a partire dal saggio
bontempelliano su Pirandello.
Il candore di Pirandello dipinge - secondo Bontempelli - la morte e
auspica la vita (uno schema simile a quello del saggio desanctisiano su
Leopardi); da questa intuizione derivano sia il catalogo delle cose
morte sia la formula felice del "dramma della nascita" come cifra di
tutta la scrittura pirandelliana: «Quel mondo di stanzucce, scialletti.
lettini di ferro, spalle strette, finestre sul vicolo, luci stentate,
anime chine, piccole croci » disegna l'universo delle novelle
pirandelliane come "un cimitero'';
(3)
ma è la morte da cui nasce la vita e il dramma della nascita, del vivere
a ogni costo di queste creature morte alla società.
(3) Ibid.. p. 15.
Per rispondere, Debenedetti disegna un vero repertorio del detestabile
attraverso la fisiognomica dei personaggi, angeli decaduti dal cielo
neutro del loro essere all'orrore della società e dell'esistere. Chi si
salva in questa galleria di crani calvi, vene gonfie, braccini
scheletrici. visi animaleschi, tic scimmieschi che Pirandello disegna
come impietosi grotteschi nella moderna civiltà ?
Coloro che non hanno bisogno di essere guardati e ritratti, coloro che.
si sottraggono al gioco; gli uomini soli, coloro che da angeliche
creature decadono e accettano il loro destino di personaggi. Memore
della caduta, della catastrofe che l'ha messo al mondo, il personaggio
vuole tornare alla solitudine creaturale; liberarsi del corpo e, come in
una miniatura medievale, risalire là donde. è precipitata l'anima.
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Da questo punto di vista centrale, Debenedetti può scartare il teatro
pirandelliano come «pantografo che... ingrandì le proporzioni del
successo» e può scartare il pirandellismo della critica - che pure ha
creato quel successo - perché complice con il suo presunto pensiero e
perciò obbligato alla sua divulgazione: mentre una critica
antagonistica, capace di sfondare l'apparenza di quel mondo, darà tutti
i suoi frutti, come mostrano sia il Bontempelli dell'orazione funebre
sia il Savinio lettore dei Giganti della Montagna.
(4)
La lettura delle novelle di Una giornata annuncia la sua
specifica qualità, la rivendicazione al piacere del testo che il critico
tramanda; da Debenedetti chiamata «poesia del critico » cioè « l'amabile
e lusinghiera naturalezza delle impressioni di lettura ».
(5) |
(4) A. Savinio, Palchetti romani,
Milano, Adelphi, 1982..
(5) G. Debenedetti, Saggi critici.
Seconda serie, Milano. II Saggiatore- 1971, p. 293 e passini 275-279.
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Di qui l'intreccio tra categorie di ordine psicologico e referenze
letterarie; la detestabilità e i connotati negativi dei personaggi
indicano il pessimo rapporto tra scrittore e sua creatura, una mancanza
di carità che definisce il visionario, colui che fa dipendere da se
stesso e dalla sua volontà la rappresentazione del mondo. Pirandello
visionario mostra il luogo donde provengono e quello in cui agiscono: la
« ribalta illuminata, sulla superficie di quel lungo e gremito e
dolorante altorilievo che riveste tutta l'opera pirandelliana »;
decaduti da anime a carne, da creature a personaggi, brutti perché
astiosi, risibili nella tragicità della loro condizione, iniziano « la
giusta, la naturale pena, che è quella di entrare nel dramma ». Di qui i
corollari detti, di cui però è importante ricordare il valore del
“prima'' - il momento del candore bontempelliano - cui i personaggi
anelano tornare "come in un coro inconscio"; un prima che Debenedetti
chiama "purezza della fantasia" « dall'inferno delle concretezze
dove il visionario costringe il poeta a tradirsi in immagini troppo
repentine, come di febbre e di delirio ».
La legge del personaggio, sovrana, crea lo stile, il recitativo ansioso,
il movimento verbale. Subentrano a questo punto, alle categorie
psicologico-esistenziali, quelle letterarie riguardanti il linguaggio,
la lingua e lo stile. « II movimento è allora arrestato dalla
improvvisa importanza di una parola singola, che sfora sul recitativo e
s'impiglia in se stessa »; dalla metafora musicale del
recitativo Debenedetti risale al tempo della narrazione, fuori della
durata, in un presente "senza storia né avvenire", dannazione
dell'eterno presente, dell'assenza di musica e certo possiamo dire: di
musica proustiana.
Per raggiungere la musica, « Pirandello doveva liberare le sue
creature dal personaggio », ma la figura di questo riscatto e
quella della morte, realizzata nel mondo delle apparenze corporee.
I Giganti rovesciano il tema
dei Sei personaggi perché qui
la creatura è liberata attraverso e non contro il personaggio, cioè nel
passaggio da personaggio all'incarnazione che Ilse compie del giovane
poeta: mentre Cotrone rappresenta l'uomo ritornato solo, fuori della
società, come Vitangelo Moscarda. E qui non manca una analogia con
Prospero della Tempesta
shakespeariana.
Dunque. alla domanda iniziale su quale sia il rapporto tra lo scrittore
e i suoi personaggi, il saggio risponde con una identificazione: l'uomo
solo « si ritrova essere lui, l'autore, per miracolo prosciolto
dai personaggi... ». Ma quando arriva a questa conclusione -
quasi una rivelazione o un coup de scène – il lettore si accorge che
Debenedetti ha costruito un racconto, dalla lotta tra l'autore e il
personaggio alla morte dell'autore attraverso la morte dei personaggi.
Un racconto critico o un saggio-racconto rigorosamente antimetodico.
Debenedetti pone domande ai testi e ascolta le loro risposte senza
disdegnare che la storia di un autore abbozzi le linee di un racconto,
comprendente tutti i racconti da lui scritti.
Trent'anni circa separano il saggio su Una
giornata e i due sui Quaderni di
Serafino Gubbio operatore e su
Fu Mattia Pascal resoconti di lezioni universitarie
tenute negli anni 1961-62 e 1962-63. Nel corso di questi trent'anni
molte cose cambiano; l'autore si chiama ora narratore, il panorama è ora
quello del romanzo europeo e il personaggio si chiama personaggio-uomo.
In questi successivi saggi Debenedetti risponde a una nuova domanda, già
posta da Sartre: che cos'è la letteratura e anche perché il romanzo e
quale. Dopo la teoria e i modelli proposti da Lukács. Dunque se parlando
di Una giornata abbiamo
dovuto evocare altri critici e specialmente Bontempelli, qui dobbiamo
evocare: altri scrittori accanto a Pirandello. il contesto è ora
prevalentemente letterario perché è solo nella letteratura che sta la
risposta a queste domande.
Si ricorderà che nel 1961 c'era stato un Congresso Internazionale di
Studi Pirandelliani (gli Atti usciranno a Firenze nel 1967) che segna
un'epoca e quasi una rinascita sia per la critica sia per le edizioni e
per le rappresentazioni.
Debenedetti accompagna e spessissimo precede i temi di questa rinascita:
entra da lettore nel mondo vastissimo del romanzo borghese naturalista e
antinaturalista e qui riincontra Pirandello che « all'avanguardia
dell'arte europea e mondiale è già cosciente che la forma e
I'architettura tradizionali del romanzo e del dramma sono messe in forse
dal contrappunto, dal basso ostinato del romanzo e del dramma
dell'autore che li scrive ».
(6)
(6)
Il romanzo del Novecento, cit., p. 257
Qui avevamo lasciato e qui riallacciamo le fila del discorso su
Pirandello.
Oltre le etichette letterarie - che Debenedetti ignora come inessenziali
- c’è un legame da lui individuato tra la scrittura del passata prossimo
e quella del suo Novecento: sta in un emblema, quello della uccisione
del vecchio, del parricidio, che ossessiona scrittori diversi e Iontani
e li avvicina, li fa parlare tra loro. E il parricidio secondo
Debenedetti è in letteratura, l’uccisione del naturalismo.
Vediamo la successione dei saggi critici che introducono alla sua
lettura pirandelliana: da Tozzi e Kafka alla
Figlia Iorio ai Quaderni
di Serafino Gubbio operatore (edizione 1925, cioè l'anno
sia del suo primo saggio su Proust sia dell'uscita dei
Faux-monnayeurs).
Come si vede. sono spezzati e ignorati gli schemi delle letterature
italiane, le categorie che raggruppano e differenziano gli scrittori,
mentre si insegue il senso ultimo, il motivo per cui la letteratura ci
parla. ci chiama in causa non solo con quanto dice ma ancor più con
quanto tace, mediante il testo e il sottotesto, per usare un termine
teatrale più che psicoanalitico.
Ancora un'analogia: Con gli occhi chiusi,
romanzo con cui Debenedetti apre la sua lettura del parricidio come
emblema del suo Novecento, è recensito anche da Pirandello. sul
"Messaggero della Domenica” del 13 aprile 1919; Tozzi si presta ad
essere un autore-schermo per un'ambiguità che Pirandello condivide,
quella tra naturalismo e suo contrario, una psicologia per simboli
scavata sulla carne viva del personaggio.
E proprio la nozione di naturalismo ad aprire le porte che mettono in
communicazione Tozzi, attraverso Kafka e D'Annunzio, e Pirandello;
Debenedetti disegna una serie di ritratti di grandi evirati dalla
dipendenza paterna, a partire dal padre di Pietro in Tozzi e da quella
situazione archetipica del pranzo osservato dal figlio con timore,
disgusto e invidia verso la voracità paterna.
La linea del romanzo da Tozzi a Pirandello segnala la pena di una
perdita nello scrittore senese, un furore di constatazione. una feroce
forza di svelamento nel siciliano: il passaporto al romanzo moderno è
dato dalla coscienza di un tramonto di quello tradizionale « minato dal
contrappunto, dal basso ostinato del romanzo e del dramma dell'autore
che li scrive ».
Di qui la definizione, per i Quaderni
pirandelliani, di “romanzo da fare" (definizione già usata dallo
scrittore per i Sei personaggi.
imitatissima poi).
Debenedetti. non più solo "critico" ma anche "professore", ripercorre.
con ricca articolazione illuminata proprio dalla posizione della sua
analisi, dopo Tozzi-Kafka-D’Annunzio, lo stesso schema che sosteneva la
recensione a Una giornata:
dalla chiamata in causa dell'autore (qui attraverso il problema
dell'identità di Serafino Gubbio) ai procedimenti fisiognomici
"espressionisti" (altro termine poi molto indagato dalla critica
successiva) alla scoperta dell' "occhio interiore", che Serafino chiama
l'oltre, connotazione così del cinema come del sottosuolo, zona buia
assai simile all'inconscio.
Qui Debenedetti procede solo, da lettore, in un testo poco letto e
niente apprezzato dai suoi contemporanei; ed anche qui arriva a una
morte, simbolica e letteraria.
I Quaderni di Serafino
infatti disegnano, secondo Debenedetii, la parabola della fine del
romanzo naturalista attraverso un elemento strutturale (l'autore che
rinuncia al romanzo e adotta invece la forma diaristica del "quaderno")
e un elemento tematico (lo choc della macchina che riproduce e ammazza
incamerandola l'immagine della vita). Come diceva Franz Marc, l'arte era
morta dentro una piccola bara, la macchina fotografica.
In conclusione, l'arte è per Pirandello strumento di conoscenza e la
novità della sua posizione sta nel perseguire intrepidamente «
questa operazione dopo aver constatato l'irreparabile scacco della
conoscenza »: dallo scacco della ragione Pirandello usa la
ragione per trovare le ragioni dello scacco.
Un anno dopo (1962-63), ancora da critico professore, Debenedetti.
andando indietro nel tempo, incontra Mattia Pascal e scrive un saggio
riassuntivo dimostrando quanto era affermato in
Una giornata; essere cioè Pirandello scrittore
strutturato in modo da consentire che, attraverso un'analisi di una
singola opera, si compia un'analisi globale della sua scrittura.
Il testo campione è quello dello strabico bibliotecario dalla doppia
vita. i cui caratteri - secondo Debenedetti - coincidono con quelli
della forma letteraria entro cui si muove. L'Impasse
di Adriano, reincarnazione di Mattia, sarà perciò quella del romanzo;
egli non può rinascere perché non è morto, non è morto perché non è
nato, non è nato - si scusi il gioco verbale - perché non è morto il
personaggio naturalistico; l'autore non ha avuto il coraggio di
ucciderlo. Come invece altri autori, in altri paesi, con altre epifanie.
In estrema sintesi, Debenedetti sacrifica a queste epifanie la sua
lettura del Mattia Pascal;
l'ingegneria del romanzo non gli piace, il personaggio è ancora vittima
di questa ingegneria. Naturalmente il giudizio può essere esattamente
rovesciato:, l'omologia tra personaggio e struttura del romanzo li
valorizza entrambi perché entrambi orchestrati non sulla morte del
personaggio naturalista, ma sul doppio del personaggio e sulla simmetria
della struttura narrativa come strumenti altri - e precisamente
pirandelliani - di uccisione del romanzo naturalista.
Altre notazioni, per lo più di tipo sociologico, colpiscono invece nel
saggio (e fanno scuola): le note sul gioco, sulla roulette, sul
réportage, sul turismo, sull'orizzonte d'attesa del lettore di romanzi
sono consentite sia dalla libertà del critico rispetto alle consuetudini
accademiche sia dalla sua storia di umanista che vuole andare d'accordo
con le scienze. sia dal panorama europeo su cui distende i suoi colori.
Panorama di una cultura letteraria che gli consente sia la variazione
logico-linguistica (il confronto tra umorismo e retorica) sia la
variazione tematica (il confronto tra Pirandello, Gide e Dostoevskij
intorno al sacro).
Torniamo al parricidio, filo invisibile non solo di questi saggi ma
forse dell'intero percorso critico di Giacomo Debenedetti: attraverso
tre date e saggi fondamentali. Il primo è la
Commemorazione di Proust, dove sì legge che i
personaggi hanno imposto « la ricerca della paternità »,
cioè il rapporto morale che li lega al loro creatore; l'ultimo è la
Commemorazione provvisoria del
personaggio-uomo del 1965 in cui si celebra la barbarica
uccisione della figura umana perpetrata all'antiromanzo contemporaneo;
in mezzo ci sono i saggi su Pirandello, feroce odiatore ma non uccisore
del padre.
Ma c'è anche la Probabile autobiografia di
una generazione (1949) e la sua mitica conclusione per
figurare il destino del critico e quello del poeta:
Orfeo non riporta nel mondo la viva Euridice, riporta vivo invece
il racconto di come l'ha perduta, e la bellezza del proprio pianto. Il
critico rifà il cammino di Orfeo, guidato da quel racconto e da quel
pianto, e riconduce viva Euridice, per aiutare se stesso e gli uomini a
capire perché sempre si rinnovino quella perdita. quel racconto, quel
pianto, e valgono per tutti, e ciascuno vi ritrovi il proprio mito che
ricomincia.
(7)
(7) In Saggi critici, Prima .serie cit.,
p. 16.
Il poeta dunque compie l'esperienza della morte, il critico quella del
viaggio, da cui trae un racconto che deve aiutare gli uomini a vivere.
Mai abbastanza si dirà la consistenza morale di quest'idea del critico;
mai abbastanza si dirà che Giacomo Debenedetti non è il critico
psicologico, ma il critico degli scrittori della psicologia e del
personaggio.
Altro il suo dilemma.
La lettura dei suoi saggi mostra insieme desiderio e terrore del
parricidio, quel bisogno di cui anche Saba parla di uccidere i padri per
cambiare ma anche una grande paura che questo avvenga.
In termini letterari, Debenedetti apre e non risolve il dilemma tra
uccidere il padre e essere il padre; cioè uccidere, mediante i suoi
saggi critici, l'autore di cui si occupa, ucciderlo mediante
l'interpretazione strenua di quanto ha scritto; ed essere lui stesso
l'autore di un racconto, magari come quello di Orfeo, che racconta il
suo viaggio per riportare in terra Euridice e per aiutare gli uomini a
capire.
Franca Angelini
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Giacomo
Debenedetti
(Biella, 25
giugno 1901 – Roma, 20 gennaio 1967)
Da
Wikipedia
Biografia
Giacomo Debenedetti nasce a
Biella da una famiglia ebraica, ma si trasferisce
giovanissimo a Torino. Conclusi con ottimi voti gli
studi secondari, s’iscrive all'Università e, in seguito,
a ben tre indirizzi di laurea alle facoltà di
matematica, giurisprudenza e lettere. Nel 1922, con
Sergio Solmi e Mario Gromo, fonda la rivista letteraria
Primo Tempo, che chiuderà dopo appena undici
numeri. Conosce Piero Gobetti, con cui nasce una breve
ma intensa amicizia, e inizia una proficua
collaborazione alla rivista Il Baretti, sulla
quale pubblicherà saggi importanti su Radiguet, Umberto
Saba e Proust.
Nel 1926 Debenedetti pubblica il primo libro di
narrativa, Amedeo e altri racconti, e nel 1929 il
primo dei volumi dei Saggi critici. Tra gli anni
trenta e quaranta continua a scrivere, dopo la prima
serie libri di saggistica, la seconda serie dei Saggi
critici (1945), la terza (1959), e libri di racconti
e memorie politiche (Amedeo, 1926, Otto ebrei
1944, 16 ottobre 1943, 1944). Negli anni trenta
inizia a occuparsi anche di cinema come sceneggiatore
per la Cines, sotto falso nome a causa delle leggi
razziali emanate dal regime fascista, ed è costretto a
nascondersi anche dopo il trasferimento a Roma, nei
momenti più acuti della repressione, prima e durante la
seconda guerra mondiale.
Finita nel migliore dei modi la parentesi dolorosa delle
persecuzioni razziali, entra come docente incaricato di
letteratura italiana, prima all'Università di Messina,
poi all'Università di Roma.
Debenedetti continua anche negli anni Cinquanta e
Sessanta a occuparsi di critica letteraria con saggi e
libri, ma non riuscirà a vedere pubblicata la maggior
parte della sua vasta produzione critica, che uscirà
postuma a cura della moglie Renata Orengo: Il
personaggio uomo (1970), Il romanzo del Novecento
(1971), Poesia italiana del Novecento (1974),
Verga e il naturalismo (1976), Personaggi e
destino. La metamorfosi del romanzo contemporaneo
(1977), Vocazione di Vittorio Alfieri (1977),
Pascoli: la rivoluzione inconsapevole (1979),
Rileggere Proust (1982), Quaderni di Montaigne
(1986).
Percorso critico
Formatosi sulla critica crociana, Debenedetti, se ne
allontana presto, attratto da forme di conoscenza
esterne all'orizzonte della sola tradizione critica
letteraria italiana: rivolgendosi allo studio di autori
stranieri (è stato tra i primi a cogliere tutta la
portata del genio di Proust, il cui nome ricorre
frequentemente nei suoi scritti), e facendo maturare la
sua critica in un contesto europeo, configurandola
inoltre come ricerca delle "ragioni" dell'autore, il
quale punta alla rivelazione non di un dato obiettivo,
ma esprime un problema interiore (tanto che si
riconoscono in essa suggestioni della psicoanalisi, da
Sigmund Freud e Carl Gustav Jung e della fenomenologia
(Edmund Husserl, ma anche la sociologia e l'antropologia
culturale).
La ricchezza e la novità delle sue letture si traducono
in un'attività di critico che non vuole chiudersi
all'interno di un metodo; pronto ad analizzare, assieme
ai simboli e ai miti degli autori, così com’erano calati
nella realtà delle opere, anche la propria soggettività
di lettore, soprattutto di fronte ai testi più amati
(Pascoli, Svevo, Federigo Tozzi, Umberto Saba).
Anni prima, in un'intervista mai raccolta in volume,
Debenedetti aveva concentrato la sua attenzione sulla
esigenza da cui era stato spinto il narratore nel nostro
secolo a «rincorrere» il personaggio, a conoscerne le
motivazioni segrete, e quelle palesi, per poi
sciogliersi da ogni vincolo con lui:
« Oggi si vede chiaro che dai romanzi iniziali del
nostro secolo usciva un'immagine stravolta, sofferente
dell'uomo, che quest'immagine doveva "aprirsi come
una scorza" (adopero parole di Proust), "epifanizzarsi"
(adopero quella di James Joyce), rivelare la persona
dietro le spiritate e proteiformi contorsioni del
personaggio (mi riferisco a Pirandello) per venire a
capo di un nucleo umano protestatario e imbavagliato,
tenuto in mora, impedito dì esprimersi da un mondo, da
una società non più in accordo con sé medesima. »
(Da un'intervista
rilasciata al quotidiano L'Unità, 27 marzo 1963)
Il pensiero critico di Debenedetti ruota intorno alla
questione uomo, come persona, e lo fa con lo stesso
proposito e l'identico criterio conoscitivo di un
narratore, nonostante abbia lasciato documenti
interessanti Amedeo e altri racconti e Otto
ebrei non eccezionali tranne 16 ottobre 1943,
tutta la sua vita letteraria si è mossa nell'universo
romanzesco. Questa sorta di perpetuo intervento
nell'immaginario altrui finiva per scontrarsi con
l'infelicità e la nevrosi dell'uomo moderno, e portava
lo scrittore e critico ad affinare una particolare
attitudine a riconoscere nel destino dei personaggi
romanzeschi la loro insicurezza e crisi d'identità. Di
questa scomparsa del personaggio uomo, Debenedetti
scrisse e delineò una "commemorazione provvisoria"
nel saggio II personaggio uomo.
Debenedetti avvertiva la nostalgia del personaggio uomo,
allo stesso modo in cui si dichiarava convinto della
necessità di non abbandonare alle lusinghe della civiltà
di massa i valori della letteratura. Ritornando
all'intervista, una sua dichiarazione finale, a oltre
quarant'anni di distanza, scioglie alcuni nodi sulla
dibattuta questione della funzione del critico:
« A costo di sembrare inattuale, il critico deve tenere
in salvo per l'indomani i valori, transitoriamente
sconfessati, se crede davvero che siano valori. Posto
che egli non si sia sbagliato (ma allora lo si vede
subito dai difetti della sua dimostrazione critica),
ciascuno di quei valori, apparirà come una tappa
necessaria per giungere a nuove e profonde forme
d’espressione »
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