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Enrico
Cerasi
“SE
NON C'E' L'AUTORE”: Pirandello e il sacro |
con consenso dell'autore
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I.
Nella sua opera maggiore: Il sacro. L’irrazionale nell’idea del divino e
il suo rapporto col razionale, edita per la prima volta nel 1917, Rudolf
Otto prende seriamente le distanze dalla religione nei limiti della sola ragione
kantiana e poi liberale, riscoprendo i caratteri originari dell’esperienza
generalmente umana del sacro. Così facendo, esprime il mutamento nella
concezione del divino e del religioso che era avvenuto tra la fine
dell’Ottocento e i primi del Novecento. Già Ernst Bloch – che violentemente
prese le distanze da questa nuova cultura, e chiamò Otto un “esperto
collezionista di tabù” – suggerì un parallelo tra Otto, Karl Barth e Kafka. Io
vorrei, oggi, suggerire un accostamento anche a Luigi Pirandello, normalmente
trascurato quando si parla della questione del sacro nel Novecento, eppure – a
mio avviso – assai vicino a queste posizioni.
Ma prima di esporre la concezione pirandelliana vorrei brevemente ricordare
alcune delle caratteristiche che Otto attribuisce al sacro. Egli comincia
rilevando come per noi la parola “santo” sia stata ormai largamente condizionata
dalla concezione kantiana della “volontà buona”, perfettamente conforme alla
legge morale, perdendo così il significato che aveva nelle lingue semite, greca
e latina. Q_dosh, hagios e sanctum “ebbero senza dubbio tutt’altro significato
da quello del buono”, perciò “è da ritenersi una interpretazione razionalistica
il tradurre q_dosh semplicemente con buono”, ossia in termini morali. È noto
come Otto coni la parola “numinoso” partendo dal sostantivo “numen”, intendendo
così fornire una interpretazione del fenomeno religioso “totalmente diversa” da
quella razionalista. Se, a sua volta, Otto riprende esplicitamente la lezione di
Schleiermacher, di particolare rilievo sono nondimeno le differenze. Il numen è
oggettivamente fuori di me come “mistero”, impenetrabile dalla ragione, ma si fa
presente a me nel sentimento, che non è un generico sentimento di dipendenza ma
un sentimento creaturale. Come qualificare questo “sentimento creaturale”? La
prima manifestazione può essere descritta con l’aggettivo “tremendum”.
Ne sono esempi la emat Jhwh (l’ira di Dio) o la parola greca
sebastós. Si tratta del sentimento dovuto all’esperienza di qualcosa
di “inquietante” (è un termine tecnico del linguaggio sacro di
Otto), che non può convenire ad alcunché di creato. Il “tremendum”
contenuto nel “numinoso” non ha alcunché di morale, perché è
qualcosa di irrazionale. La categoria teologica dell’“ira di Dio”,
ad esempio, è già una razionalizzazione in parte fuorviante. Tutto
ciò può essere espresso facendo cenno alla “assoluta
inaccessibilità” del “tremendum”.
Questo implica la categoria del “mysterium”, tant’è che Otto parla di
“mysterium tremendum”.
“Mysterium” e “tremendum”, però, non si equivalgono, perché il
momento del “mysterium” non allude al lato “inquietante” del
“numen” ma al “mirum”, al “mirabile”, a ciò che resta nascosto
e meraviglia. Vi è insomma un’essenziale ambivalenza del numinoso: da una parte,
in quanto completamente altro, esso ha un lato inquietante, terribile,
repellente; dall’altro, esso contiene un momento “affascinante”,
“accattivante”, che è stato razionalizzato nel concetto di “stato di
grazia”, di beatitudine. Si tratta insomma di una “complexio oppositorum”,
di un’armonia di contrasti, che non può essere ulteriormente analizzata né
derivata. Io non vorrei continuare l’esposizione del libro di Otto; accennerei
solo al fatto che nella categoria kantiana del “sublime” il filosofo
luterano trova un’analogia estetica a quanto va esponendo in termini religiosi.
Il sentimento estetico del sublime non è la causa del numinoso – essendo questo
inderivabile, sui generis – ma spesso, per la legge dell’associazione dei
sentimenti, è un suo stimolatore.
II.
Basta poco per comprendere quanto questi concetti siano pertinenti per
accostarsi all’arte e al pensiero di Pirandello. Proporrei di iniziare la
lettura dalla fine dell’opera Sei personaggi in cerca d’autore, che non è
solo il lavoro teatrale più conosciuto dell’autore siciliano ma, a mio avviso,
lo snodo centrale del suo pensiero. Non sarà difficile riassumerne brevemente la
trama, che è molto esile.
Una compagnia teatrale sta provando – e non si tratta solo di un’auto-citazione
– proprio la commedia pirandelliana Il giuoco delle parti, quando fanno la loro
comparsa in scena sei personaggi che si dichiarano in cerca d’autore: un autore
qualsiasi, purché in grado di mettere in scena il loro dramma. Il capocomico e
gli attori dapprima deridono sarcasticamente questi strani individui che si
credono personaggi e teorizzano cose assai strampalate circa la differenza tra
colui che è nato alla vita nella condizione di personaggio e colui che è nato
come un normale essere umano, destinato a svanire nel nulla. Il capocomico – che
è l’unico a dimostrare un po’ di attitudine al ragionamento, al contrario degli
attori, che fanno una ben magra figura -, senza peraltro riuscire a comprendere
realmente il fatto di trovarsi di fronte dei veri personaggi (ho il sospetto che
gran parte della critica a tutt’oggi non lo abbia ancora compreso; ma ci
torneremo fra poco), si lascia tuttavia lusingare dalla proposta di essere lui
stesso l’autore di quel dramma, del dramma del quale i personaggi si fanno
portatori.
Devo dire, non vi è molto di originale in esso: chi abbia letto le novelle e i
romanzi di Pirandello ne ha trovato numerose variazioni. Si tratta di un dramma
famigliare. Un uomo, appartenente all’alta borghesia cólta dei primi del secolo
scorso – chiamato solo il Padre (i sei personaggi sono tutti anonimi) – ha, se
non ripudiato, almeno allontanato da sé sua moglie a causa dell’amore che essa –
una donna semplice, di campagna – provava per un di lui dipendente. Allontanata
dalla casa, ella finisce col convivere con l’uomo amato, avendo da lui altri tre
figli. Nel frattempo, il Padre perde le tracce della nuova famiglia che, dopo la
morte del nuovo compagno, finisce in miseria. La Madre è costretta a lavorare
come sarta presso il negozio di una donna spagnola equivoca (madama Pace), che
ha organizzato nel retrobottega una sorta di casa chiusa. La Figliastra viene
sostanzialmente costretta a prostituirsi. Il dramma scoppia quando – a soli due
mesi dalla morte del padre della Figliastra – essa si trova come cliente il
Padre, che ovviamente non può riconoscere, né lui può riconoscere lei. Ma, per
caso, poco prima che l’atto sessuale sia consumato, interviene, disperata e
tremenda, la Madre. Il Padre riconosce tutto e – a sua eterna condanna – decide
di riprendere in casa propria tutta la famiglia. La convivenza è però
impossibile. La Figliastra è colma di odio per il Padre e per il figlio di lui e
della Madre (il primo Figlio), mentre gli altri due figli minori della madre
vengono emarginati. La scena si chiude con la morte del figlio minore, che si
suicida con un colpo di pistola.
Naturalmente, l’interesse principale dell’opera di Pirandello non sta nella
trama ora riassunta, che è in sé molto più squallida che numinosa, almeno per
noi. Ma pure è con questa morte che si chiude l’opera. Tra gli attori che hanno
assistito alla scena si diffonde un sentimento di “angoscia”. Cercano di
razionalizzare quanto è avvenuto interpretandolo come “finzione”
artistica.
Finzione? Realtà? Queste voci, che cominciano a diffondersi per la
scena, sono tutti tentativi, appunto, di razionalizzare quanto è avvenuto. Non è
evidentemente possibile spiegare quanto è avvenuto né con una né con l’altra
delle due categorie.
Il capocomico invoca: “Luce! Luce! Luce!” e, quando effettivamente la
scena tornerà illuminata, egli “rifiaterà come liberato da un incubo, e tutti
si guarderanno negli occhi, sospesi e smarriti”.
Ma questa liberazione è solo temporanea: subito tornerà il buio, poi una tenue
luce verde che proietterà le ombre dei personaggi, meno quelle del Giovinetto e
della bambina (appunto morti nel finale della rappresentazione). “Il Capocomico, vedendole, schizzerà via dal palcoscenico, atterrito”.
L’opera si conclude con la risata stridula, inquietante della Figliastra.
Evidentemente ogni tentativo di razionalizzazione, come ad esempio quello che si
appella al rapporto tra “arte e vita” – che compare in ogni quarta di
copertina dell’opera pirandelliana – è inadeguato a comprendere quanto è
avvenuto.
“Finzione-realtà-finzione” sono appunto le categorie usate dagli attori
per spiegarsi quanto è accaduto davanti ai loro occhi. Ma è evidente a tutti che
Pirandello deride questo tipo di spiegazioni. L’invocazione della luce, da parte
del capocomico, e l’improvviso ritorno del buio mi sembrerebbero immagini già
molto più vicine all’intenzione dell’opera. Si consideri che tanto la luce
quanto l’oscurità sono anch’esse delle immagini tipiche del vocabolario
numinoso.
Quanto è avvenuto nell’opera è, mi pare, meglio espresso facendo riferimento
alle tonalità emotive indicate dalle didascalie di Pirandello. Abbiamo visto:
“angoscia”, “smarrimento”, “incubo”. Ma nel corso dell’opera –
quindi prima della morte del Giovinetto e della bambina – troviamo altre
espressioni del “tremendum”. Proprio all’inizio, quando i personaggi
fanno la loro apparizione, il Direttore di scena – cui è chiesto di far
allontanare i personaggi – al loro contatto è colto da “sgomento”. Questo sgomento, però, lascia il posto ad un sentimento opposto.
Quando la Figliastra si esibirà in un per altro grottesco spettacolo da cabaret
alcuni degli attori saranno “attratti da un fascino strano”. Ma
oltre alle didascalie dovremmo assistere all’intera rappresentazione dell’opera.
Se essa non scade, come a volte succede, nella farsa, ci troveremmo di fronte ai
due momenti del numinoso così come Otto l’ha descritto: il momento inquietante,
tremendo, e il momento fascinoso, attraente. Ma sono già gli attori – ossia
degli uomini e delle donne ordinari, in fondo dei semplici spettatori – che di
fronte ai personaggi sono investiti da un sentimento di ripulsa, quasi di
orrore, ma al contempo da un fascino strano. Si tratta di sentimenti
irrazionali, perché nessuno di loro – né gli attori né il Capocomico – sono in
grado di spiegarsi cosa stia accadendo. Vi sono dei casi di disconoscimento che
hanno un certo effetto umoristico. Ad esempio, quando il Padre afferma che essi
– i personaggi – sono “nati per la scena” sta evidentemente esprimendo
l’essenza del personaggio, il loro essere nati alla vita quali personaggi e non
come uomini e donne ordinari. Ma il Capocomico, fraintendendo completamente,
domanda: “Sono comici dilettanti?”.
Ma questa incomprensione – lo vedremo – non è imputabile semplicemente alla
dabbenaggine di attori e Capocomico, ma va cercata nel carattere “totalmente
altro” dei Personaggi rispetto agli uomini e alle donne comuni.
Già all’ingresso in scena dei Personaggi Pirandello lo segnala nella didascalia: “Chi voglia tentare una traduzione scenica di questa commedia bisogna che si
adoperi con ogni mezzo a ottenere tutto l’effetto che questi Sei Personaggi non
si confondano con gli Attori della Compagnia”.
Nella didascalia Pirandello suggerisce l’uso di “speciali maschere”, che
renderebbe il loro essere “costruzioni della fantasia immutabili”.
Ma in seguito il drammaturgo pensò addirittura a far calare dall’alto i
Personaggi sulla scena. Si tratta evidentemente di una realtà completamente
altra. Nel seguito dell’opera, Pirandello userà un’espressione filosofica che in
passato aveva usato altre volte per qualificare l’opera d’arte (dovremo
ritornarvi in seguito): essi sono “meno reali, forse; ma più veri”.
Meno reali delle cose ordinarie perché appartengono a una realtà separata da
quella della vita, la cui essenza è lo scorrere, il divenire continuo (inteso
nel suo senso ontologico: uscire e tornare nel nulla da parte degli enti); ma
più veri perché immutabili e eterni. Ma qui non vorrei entrare nel merito
dell’ontologia pirandelliana; mi basterebbe segnalare il carattere completamente
altro, completamente separato dei Personaggi. Il che significa: assolutamente
obiettivo!
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III.
Tuttavia, prima di procedere all’analisi più precisa dei Sei personaggi in
cerca d’autore, suggerirei di analizzare sia pur brevemente un’altra opera
teatrale di Pirandello, anch’essa assai famosa: alludo al Così è (se vi pare). È
un’opera scritta nel 1917 (lo stesso anno de Il sacro di Otto), rielaborando una
novella, La signora Frola e il signor Ponza suo genero, pubblicata lo
stesso anno. È interessante notare come nacque l’idea di quest’opera, che in una
lettera di quell’anno al figlio Stefano Luigi considerava la sua opera migliore
e una “gran diavoleria”: “Un sogno: vidi in esso un cortile profondo
e senza uscita, e da questa immagine paurosa nacque il Così è (se vi pare)”.
Non è la prima volta che Pirandello dichiara che i personaggi delle sue opere
nascono in maniera assolutamente indipendente dalla sua volontà.
Nella Prefazione ai Sei Personaggi (come anche altrove) scrive:
“Orbene, questa mia servetta fantasia ebbe, parecchi anni or sono, la cattiva
ispirazione o il malaugurato capriccio di condurmi in casa tutta una famiglia,
non saprei dire dove né come ripescata, ma da cui, a suo credere, avrei potuto
cavare il soggetto per un magnifico romanzo”.
Ora non vorrei proseguire nell’analisi della nascita dei personaggi; volevo solo
far notare la ricorrenza delle dichiarazioni pirandelliane – troppo spesso
ignorate – che intendono affermare l’indipendenza della nascita della creazione
poetica. Notiamo anche che nel sogno che ha segnato la nascita del Così è
Pirandello parla di una “immagine paurosa”. Alla prima – rappresentata a
Milano nel 1917 – Pirandello nota e gode “per lo sconcerto e l’intontimento e
l’esasperazione e lo sgomento diabolicamente cagionati al pubblico”.
In cosa consiste questo “sgomento” quasi diabolico? Anche in questo caso
la trama è abbastanza semplice.
In un paesetto di provincia, che molto assomiglia alle situazioni descritte da
Verga, si presenta un nuovo segretario comunale, con una moglie e una suocera.
La moglie vive segregata nella casa di lui. La suocera vive – mantenuta dal
genero – in una casa distante, separata da quella della figlia, senza poterla
nemmeno incontrare, se non per mezzo di penose lettere giornaliere che madre e
figlia si scambiano dal cortile di casa. È un po’ troppo, anche per l’atmosfera
pirandelliana, e tutta la borghesia del paese si mobilita per condannare
l’inammissibile comportamento del sig. Ponza, che fra l’altro ha sembianze che
le didascalie pirandelliane definiscono “bestiali”, in particolare per lo
sguardo. Ma non ci si limita alla condanna: la società vuole anche capire, e si
mobilita per farlo.
“Giudicare”, “capire”, cosa significano? Significano, chiaramente,
adeguare la rappresentazione della realtà ai dati di fatto che la realtà stessa
presenta. Si tratta dunque di capire come stiano le cose e giudicare di
conseguenza. Ma proprio qui sopraggiungono i problemi. Dapprima si presenta la
sig.ra Frola, abborracciando una spiegazione dello strano comportamento del
genero che, francamente, non convince nessuno. Tutta la società è dunque sempre
più convinta che il sig. Ponza sia proprio una bestia e non ha più remore a
pronunciare il giudizio di condanna. Ma proprio allora interviene il sig. Ponza,
spiegando – molto razionalmente e coerentemente – che il suo apparentemente
inammissibile comportamento è dovuto alla pazzia della suocera (con la quale,
del resto, ha un ottimo e quotidiano rapporto): infatti, la figlia della sig.ra
Frola e prima moglie del sig. Ponza è morta. La madre non se ne è fatta una
ragione ed è impazzita. Ora si è convinta che la seconda moglie del Ponza sia
sua figlia e per questo Ponza – che pure non la contraddice apertamente – è
costretto a tenerla separata da sua moglie. La spiegazione è coerente, e sembra
costringere il coro sociale a rivedere il proprio giudizio e riabilitare il sig.
Ponza. Ma allora interviene una seconda volta la sig.ra Frola, facendo intendere
che il pazzo è lui, il genero. Egli crede di essersi sposato una seconda volta
dopo la morte della prima moglie. In verità questa non è mai morta ma si era
solo ammalata a causa della cura e della gelosia furiosa che egli aveva per lei.
Quando la moglie gli è stata sottratta per delle cure temporanee, egli l’ha
creduta morta.
Insomma, anche la contro-spiegazione della sig.ra Frola è assolutamente
coerente. Come decidere? Il paesetto nativo è andato completamente distrutto e
non vi sono, o quasi, superstiti rintracciabili. Non è dunque possibile
appellarsi ai dati di fatto. Non è possibile alcun riscontro oggettivo. “Cosicché non ci resta che da credere all’uomo o da credere all’altra, così,
senza prove”, afferma uno dei coriferi, ossia dei membri della società. A
questo punto, Laudisi (che nella novella non era presente e che nell’opera
teatrale rappresenta l’unica voce estranea al coro) suggerisce di credere “a
tutti e due”, nonostante la contraddittorietà delle versioni. È un punto, a
me pare, importante. Nonostante lo squallore della società che Pirandello
dipinge, c’è tuttavia qualcosa di comprensibile, almeno per la cultura alla
quale apparteniamo, nell’applicazione pratica del principio di
non-contraddizione. Se due affermazioni sono tra loro contraddittorie, possono
forse essere entrambe false, ma non entrambe vere: non è possibile credere a
tutte e due. Uno dei due deve essere pazzo (in realtà, potrebbero anche esserlo
tutti e due, ma questo, stranamente, non viene preso in considerazione). Ma,
secondo Laudisi, la questione è indecidibile “non già perché codesti dati di
fatto, che andate cercando, siano stati annullati – dispersi o distrutti – da un
accidente qualsiasi – un incendio, un terremoto – no; ma perché li hanno
annullati essi in sé, nell’animo loro, volete capirlo? creando lei a lui, o lui
a lei, un fantasma che ha la stessa consistenza della realtà, dov’essi vivono
ormai in perfetto accordo, pacificati. E non potrà essere distrutta, questa loro
realtà, da nessun documento, poiché essi ci respirano dentro, la vedono, la
sentono, la toccano!”.
Per Laudisi non è importante l’apparente contraddittorietà delle versioni dei
due ma il sentimento, la relazione che li lega. In effetti, chi faccia
attenzione alle didascalie e al sentimento espresso nelle battute della sig.ra
Frola e del sig. Ponza si accorgerà che non vi è nulla, in esse, che assomigli a
una diatriba. Essi cercano, contro la propria volontà, penosamente, solo perché
costretti, cercano di spiegare al coro sociale, che invece vuole solo giudicare,
vuole solo emettere una sentenza, che la relazione che li lega è totalmente
altra dai giudizi che se ne possono dare.
Tutto ciò viene subito tacciato di “filosofia”, ma non si tratta – vorrei
che lo notaste – di una filosofia relativista. La relazione di cui si parla è,
al contrario, qualcosa che non può essere distrutto da nessun documento, da
nessun fatto, e che ha al contrario il potere di annullare ogni pretesa da parte
dei dati di fatto. La relazione sorta – quasi magicamente – tra i due è
superiore ad ogni giudizio, è totalmente altra, separata. Non è né un calcolo,
né una finzione, né un trucco: è una realtà – la relazione tra il sig. Ponza e
la sig.ra Frola – che è nata da sé, liberamente e necessariamente. È la realtà
dei personaggi, come vedremo fra pochissimo. Questa realtà, apparentemente
contraddittoria (ricordo però la complexio oppositorum del sacro di Otto), non
può essere decisa, compresa, schematizzata secondo i criteri della logica
binaria a cui siamo abituati. Si tratta invece di prenderne parte, di farne
esperienza. Afferma Laudisi: “Io? Ma non nego nulla io! Me ne guardo bene! Voi, non io, avete bisogno dei
dati di fatto, dei documenti, per affermare o negare! Io non so che farmene,
perché per me la realtà non consiste in essi, ma nell’animo di quei due, in cui
non posso figurarmi di entrare, se non per quel tanto che essi me ne dicono”.
Il finale è coerente con queste premesse. Proprio Laudisi – che pur ha l’idea
per trovare l’unica soluzione del caso: interrogare la signora Ponza, per
scoprire se sia la figlia della sig.ra Frola o la seconda moglie del sig. Ponza
– anticipa il finale avvertendo che la sig.ra Ponza non può che essere un
fantasma, ossia non può che essere – per sé – nessuna, essendo invece
completamente risolta nella relazione del sig. Ponza con la sig.ra Frola. Come i
primi due, anche il terzo e ultimo atto della commedia fa risuonare la risata
denigratoria (si noti: come nei Sei Personaggi) di Laudisi, che sancisce
l’impossibilità di decidere la soluzione nei termini della logica binaria che ci
è abituale. “Ed ecco, o signori, come parla la verità! Volgerà attorno uno sguardo di
sfida derisoria. Siete contenti? Scoppierà a ridere. Ah! ah! ah! ah!”.
Questo finale è stato quasi sempre interpretato come sanzione di un relativismo
gnoseologico, per cui la verità sarebbe inconoscibile. Eppure, a mio avviso, è
chiaro che solo per la ragione poggiante sul principio di non-contraddizione la
verità – intesa a sua volta come adequatio tra intelletto e realtà oggettiva – è
irraggiungibile. Per Laudisi, ad esempio, la verità è lì presente, in persona, e
afferma appunto quanto finora lui stesso era andato spiegando: che la Verità è
la relazione tra i due, la sig.ra Frola e il sig. Ponza suo genero.
La sig.ra Ponza afferma appunto di essere sia la seconda moglie del sig. Ponza
che la figlia della sig.ra Frola, “e per me nessuna! nessuna!” .
Che tutto questo non vada letto solo come proposta di una filosofia non
metafisica, per così dire, ma anche in termini sacri, numinosi, potrebbe essere
condiviso solo leggendo interamente il Così è (se vi pare) e in
particolare le ultime pagine. Ma le didascalie di Pirandello senz’altro lo
suggeriscono. Si legga per esempio la descrizione dell’entrata in scena della
sig.ra Ponza: “Tutti si scosteranno da una parte e dall’altra per dar passo
alla signora Ponza che si farà avanti rigida, in gramaglie, col volto nascosto
da un fitto velo nero, impenetrabile”. Non c’è solo solennità, in
questa scena, ma anche sacralità. Siamo di fronte alla Verità (la verità in
persona) che, sia pure velata, coperta da un velo nero, impenetrabile (o proprio
perché coperta da questo velo) sancisce la realtà superiore, indistruttibile,
della relazione tra il sig. Ponza e la sig.ra Frola. Di fronte ad essa, tutta la
piccola società di provincia, con le sue piccole e grandi ansie, con le sue
meschinità e con la sua cultura, con il suo Prefetto che si crede onnipotente e
la sua gerarchia sociale, tutto ciò viene assolutamente desacralizzato, diviene
profano. Se in Pirandello non c’è davvero un senso del peccato, il rapporto al “numen” – alla realtà che è stata investita del numinoso – è tuttavia
qualcosa che rende profano ciò che vi si rapporta. In altre parole, anche se la
tipica espressione numinosa, riportata da Otto – Tu solus sanctus – non sarebbe
forse del tutto appropriata nell’opera pirandelliana, sarebbe assai difficile
contestare che l’apparizione della sig.ra Frola produca un effetto assai simile
a questo. Otto, comunque, è stato a mio parere persuasivo nel mostrare come di
fronte al numen la realtà ordinaria venga avvertita come qualcosa di profano. È
anche il caso del Così è (se vi pare).
IV.
Ma in che modo è possibile questo rapporto?
Abbiamo sentito Laudisi affermare che “per me la realtà non consiste in essi,
ma nell’animo di quei due, in cui non posso figurarmi di entrare, se non per
quel tanto che essi me ne dicono”.
Ma in che modo è possibile questo rapporto, in che modo è possibile entrare in
rapporto con essa? Naturalmente, bisogna accostarvisi non brandendo le armi
della logica e del principio di non-contraddizione, perché il sacro è appunto
inavvicinabile per la ragione binaria. Nella sua prima spiegazione, il sig.
Ponza afferma che è per lui una “violenza” dover rendere ragione della
loro situazione all’esterno, a chi non può capire.
Ma è difficile sottrarsi all’impressione che anche Laudisi, che pure non vuole
affatto giudicare, non si trovi in una situazione essenzialmente diversa: se per
la meschina società di provincia è senz’altro impossibile quell’empatia che
potrebbe consentire di entrare nell’animo dei due – essa è ancora troppo legata
ai fatti, ai documenti, all’autorità per poter capire la loro diversa realtà –,
lo stesso Laudisi, che pure comprende, che pure è ormai al di là della logica
vero /falso, è in fondo escluso da un rapporto autentico con loro. Questo sarà
esplicito proprio nei Sei Personaggi, che a mio avviso sancisce
l’impossibilità dell’esperienza del sacro. Tra la realtà numinosa dei personaggi
e quella quotidiana degli attori e del capocomico non è possibile alcun
rapporto: e la commedia pirandelliana – riuscitissima – è proprio la
rappresentazione di questa impossibilità.
Prima però di dare per ovvia questa affermazione, converrà mostrare come essa,
per Pirandello, ovvia non fosse. Nella sua nota teorizzazione dell’arte
umoristica, lo scrittore cercava infatti proprio una conciliazione tra
l’eternità dell’opera d’arte e la finitezza della vita modana.
Così definiva Pirandello l’opera d’arte: “Fuori, ordinariamente, le azioni che mettono in rilievo un carattere si
stagliano su un fondo di ‘contingenze’ senza valore, di particolari comuni a
tutti. Volgari ostacoli impreveduti, improvvisi, deviano le azioni, deturpano i
caratteri; piccole miserie accidentali spesso li sminuiscono. L’arte libera le
cose, gli uomini e le loro azioni da queste contingenze senza valore, da questi
particolari comuni, da questi volgari ostacoli, da queste accidentali miserie:
in un certo senso, li astrae: cioè rigetta, senza neppur badarvi, tutto ciò che
contraria la concezione dell’artista e aggruppa tutto ciò che, in accordo con
essa, le dà più forza e più ricchezza. Crea un’opera che non è, come la natura,
senz’ordine (almeno apparente) e irta di contraddizioni, ma quasi un piccolo
mondo in cui tutti gli elementi si tengono a vicenda e a vicenda cooperano. In
questo senso appunto l’arte idealizza. Non già che rappresenti tipi o dipinga
idee: semplifica e concentra. […] I particolari inutili spariscono; tutto ciò
che è imposto dalla logica vivente del carattere è riunito, concentrato
nell’unità di un essere, diciamo così, meno reale e tuttavia più vero”.
Abbiamo già incontrato l’espressione che fa cenno a un essere “meno reale e
tuttavia più vero”: era il modo con cui i Personaggi qualificavano se stessi
di fronte alla realtà degli attori, destinata a scomparire, a scomporsi, a
essere continuamente contraddetta. Ma ora possiamo anche vedere come l’opera
d’arte – per Pirandello – abbia un chiaro valore soteriologico: l’arte libera le
cose, gli uomini e le loro azioni dalla contingenza, ossia dalla provvisorietà.
La funzione dell’opera d’arte è di liberare il mondo, di “salvare i fenomeni”,
per usare la nota espressione platonica. Ma per poterli salvare, questi
fenomeni, l’opera d’arte deve essere in rapporto con essi. Se ne era accorto
anche Otto, per il quale “l’irrazionale [in cui consiste il sacro] impone
contemporaneamente un preciso compito: quello di non accontentarci
del suo semplice accertamento per abbandonarci al capriccioso e fantasticante
cicaleccio della fantasia, per sforzarci invece di raggiungere il più da presso
possibile il suo tipico momento, mercé designazioni ideogrammatiche, in modo che
quanto abitava nella nuda sentimentalità dell’incerta apparizione, sia fissato
con segni duraturi. Onde possa pervenire alla univoca e universale delineazione
dell’indagine critica e alla costruzione di una sana ‘dottrina’ costruita
saldamente e tendente a raggiungere una validità oggettiva, anche se invece di
lavorare con nozioni adeguate essa lavora solamente con simboli nozionali. Non
si tratta già di razionalizzare l’irrazionale, il che è impossibile: ma
solamente di coglierlo e di fissarlo nei suoi momenti, e così opporsi, mediante
sane e stabili ‘teorie’ controllate, all’‘irrazionalismo’, allo stravagante
linguaggio del capriccio”.
È una strana forma di incomprensione che ha voluto fare del libro di Otto il
vessillo dell’irrazionalismo nelle ricerche religiose. A Otto stava a cuore
proprio il contrario: che l’irrazionale non abbia il sopravvento. Ma acciocché
questo sia possibile, bisogna cominciare col riconoscere che l’esperienza del
sacro non può essere razionalizzata senza perderla. Si tratta di trovare il
punto di equilibrio tra il “mysterium tremendum” e la sua possibilità di
farlo diventare religio. Il cristianesimo, per Otto, se saprà ritrovare la sua
ispirazione originaria, potrà ambire appunto ad essere religione universale
proprio grazie al miracoloso equilibrio che ha saputo trovare tra irrazionale e
razionale.
Sarà proprio questa possibilità a venir meno in Pirandello. Ma intanto notiamo
che, per lui, l’arte umoristica evita appunto l’astrattezza dell’arte ordinaria,
che la condannerebbe – tendenzialmente – ad una spaventosa solitudine rispetto
alla vita. “Anch’essa, l’arte, come tutte le costruzioni ideali o illusorie, tende a
fissar la vita: la fissa in un momento o in varii momenti determinati: la statua
in un gesto, in un paesaggio, in un aspetto temporaneo, immutabile. Ma, e la
perpetua mobilità degli aspetti successivi? e la fusione continua in cui le
anime si trovano? L’arte in genere astrae e concentra, coglie cioè e rappresenta
così degli individui come delle cose, l’idealità essenziale e caratteristica.
Ora pare all’umorista che tutto ciò semplifichi troppo la natura e tenda a
rendere troppo ragionevole o almeno troppo coerente la vita. Gli pare che delle
cause, delle cause vere che muovono spesso questa povera anima umana agli atti
più inconsulti, assolutamente imprevedibili, l’arte in genere non tenga quel
conto che secondo lui dovrebbe. Per l’umorista le cause, nella vita, non sono
mai così logiche, così ordinate, come nelle comuni opere d’arte, in cui tutto è,
in fondo, combinato, congegnato, ordinato ai fini che lo scrittore si è
proposto”.
L’umorismo non rinuncia all’arte, non rinuncia al ruolo salvifico che essa,
abbiamo visto, ricopre. Ma lo svolge non astraendo, non semplificando, ma
tenendo conto della contraddittorietà della vita. Non per qualche mania di
complicazione, ma perché si rende conto che in caso contrario sarebbe
impossibile proprio quel rapporto con la vita che l’arte, se vuole svolgere la
sua funzione soteriologica, deve presupporre. “Ma l’umorista sa che le vicende ordinarie, i particolari comuni, la
materialità della vita, in somma, così varia e complessa, contraddicono poi
aspramente quelle semplificazioni ideali, costringono ad azioni, ispirano
pensieri e sentimenti contrarii a tutta quella logica armoniosa dei fatti e dei
caratteri concepiti dagli scrittori ordinarii”.
Il modo con cui l’umorista raggiunge questo equilibrio tra “salvazione del
fenomeno” e rapporto immanente ad esso è la complexio oppositorum del
sentimento del contrario. L’umorista non si limita però ad avvertire, ossia ad
essere conscio della scomposizione del fenomeno in parti contraddittorie (per
cui il sì viene sempre contrapposto ad un no uguale e contrario), ma, appunto,
sente questa contraddizione. Il comico si limita dunque ad avvertire la
contraddizione, l’umorista la sente, l’umorista – dunque – com-patisce.
L’esempio del rapporto di Manzoni con don Abbondio è sufficientemente
esplicativo al riguardo.
È chiaro il significato di questo rinvio al sentimento. È proprio quanto
richiedeva Laudisi nel Così è. Non ha alcun senso limitarsi a constatare la
contraddizione nelle versioni della signora Frola e del sig. Ponza. Si tratta di
com-patirli, ossia di prendere parte a quel loro sentimento. Solo questo è il
rapporto al numen, al sacro; solo questa è vera religio.
Varie volte Pirandello è tornato su questo argomento, muovendo dal presupposto
della morte del “dio”, della metafisica e della tradizione. “Lo
spirito moderno è profondamente malato, e invoca Dio come un moribondo pentito.
Mi fa bensì meraviglia che si chiami Dio quel che in fondo è bujo pesto”.
Tutti oggi sono malati, tutti sono partecipi di questa degenerazione, afferma
poco più avanti.
Né la scienza né la filosofia moderne, nonostante la correttezza dei loro
asserti, possono nulla; sono anzi un rimedio peggiore del male. “La filosofia moderna ha mirato a spiegar l’universo come una vivente
macchina, e s’è ingegnata di precisar la conoscenza che ne abbiamo. È poi
passata a stabilire il posto dell’uomo nella natura, a interpretar la vita e a
dedurne gli scopi. […] Malinconico posto però questo che la scienza ha assegnato
all’uomo nella natura, in confronto a quello che egli si immaginava in altri
tempi di tenervi”.
E in uno scritto di pochi anni successivo: “È verissimo che il concetto
materialistico del mondo e della vita non appaga più lo spirito moderno, rimasto
per esso nel mistero e senza Dio. Negando, s’è distrutto; e abbiamo quindi
dichiarato l’impotenza nostra d’affermare. Abbiamo voluto quasi esprimere la
terra dal vuoto che la circonda, popolato un tempo di deliziose fantasie e di
paure, per considerarla come per se stessa esistente, piccola patria di piccoli
enti, i quali dovrebbero intendere a procacciarsi quaggiù la possibile felicità,
poggiando, non più in cielo, ma in terra i proprii ideali, senz’altro dimandare.
Ma è possibile che la domanda non sorga, se la terra riamane tuttavia circondata
da cielo?”
È dunque in questo contesto – che è poi quello nietzschano della “morte di
dio” – che va interpretata la discussione pirandelliana sul rapporto tra
l’arte ordinaria e quella umoristica. La prima non si rende conto della
contraddittorietà della vita, portata alla luce dalla filosofia e dalla scienza
moderna, sicché rimane sostanzialmente incapace di “salvare i fenomeni”.
La seconda, l’arte umorista, non solo avverte ma sente, com-patisce la
contraddizione della realtà dell’uomo e proprio questa contraddizione esprime,
rende eterna. In un passaggio fondamentale dei Sei Personaggi, il Padre
afferma: “Un personaggio, signore, può sempre domandare ad un uomo chi è.
Perché un personaggio ha veramente una natura, segnata di caratteri suoi, per
cui è sempre ‘qualcuno’. Mentre un uomo […] può non essere ‘nessuno’”.
Ma non è solo un’ipotesi teorica; un uomo è inevitabilmente nessuno. “Ebbene, signore, ripensando a quelle illusioni che adesso lei non si fa più;
a tutte quelle cose che ora non le ‘sembrano’ più come per lei ‘erano’ un tempo;
non si sente mancare, non dico queste tavole di palcoscenico, ma il terreno, il
terreno sotto i piedi, argomentando che ugualmente ‘questo’ come lei ora si
sente, tutta la sua realtà d’oggi così com’è, è destinata a parerle illusione
domani?”.
La vita del personaggio, in quanto creatura artistica, è invece eternamente se
stessa. “Ma la nostra no, signore! Vede? La differenza è questa! Non cangia, non può
cangiare, né essere altra. Mai, perché già fissata – così – ‘questa’ – per
sempre – (è terribile signore!) realtà immutabile, che dovrebbe dar loro un
brivido nell’accostarsi a noi!”).
V.
Dovrebbe essere chiaro, ormai, il significato non solo filosofico (come
anch’io pensavo fino a qualche anno fa) ma propriamente sacro del personaggio
pirandelliano. L’ultimo passo citato, in particolare, mi sembra assai esplicito
sulla valenza ambivalente, fascinosa e tremenda del personaggio. Alla
contingenza, alla precaria mutevolezza della vita umana, destinata a scoprire
illusoria domani la realtà che oggi crede certissima,viene contrapposta
l’eternità del personaggio,la cui realtà –più vera di quella umana– non “non
cangia, non può cangiare, né essere altra”.
E questa eternità non è un’isola felice ma è qualcosa di “terribile”.
Perché? Non solo per le nostre abitudini culturali e religiose, ma per lo stesso
Pirandello, l’eternità non dovrebbe essere qualificata positivamente?
C’è un punto dei Sei Personaggi che mi sembra interessante in questo
senso.
Dopo aver esposto la teoria che ormai conosciamo, per cui il personaggio, in
quanto opera d’arte, è destinato all’eternità – “Chi era Sancho Panza? Chi
era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché – vivi germi – ebbero la ventura
di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire,
per l’eternità” – il Padre afferma qualcosa di estremamente importante.
Alla domanda del Capocomico: “Tutto questo va benissimo! Ma che cosa vogliono
loro qua?” Il Padre risponde: “Vogliamo vivere, signore!”
Il capocomico replica, ironico: “Per l’eternità?” Ma il Padre, del tutto
seriamente: “No, signore: almeno per un momento, in loro” .
Mi sembra importante fissare questi concetti: il Padre nega di volere
l’eternità, ma non per modestia. Abbiamo visto nella battuta precedente come
l’eternità sia già la modalità di esistenza dei sei personaggi, e questo perché
essi sono già nati, già creati. Se non si coglie questo, a mio avviso, non si è
capito nulla dell’intenzione di Pirandello. Ma essi vogliono vivere. Pirandello
lo afferma esplicitamente anche nella prefazione: “Nati vivi, volevano
vivere”.
Ma si tratta di interpretare correttamente questa affermazione, e non ridurla ad
un generico bisogno di messa in scena, di rappresentazione. La formula
“teatro nel teatro”, ad esempio, in sé non falsa, è tuttavia uno dei modi
più semplici per eludere il problema. Vedremo infatti che i personaggi non
vorranno affatto essere interpretati. Essi sono (non: “hanno”) già la
loro rappresentazione. In questo senso, l’autore c’è già, non manca affatto. Ma
pure essi vogliono vivere; vivere “almeno per un momento, in loro”, ossia
nel capocomico e negli attori. L’eterno vuole farsi tempo.
Il problema, che è al centro della rappresentazione pirandelliana, è che proprio
questa speranza sarà disattesa. Basta leggere qualche pagina più avanti per
trovare, per chi voglia leggerla, la dichiarazione esplicita di Pirandello.
Quando il Capocomico tenterà la messa in scena dell’opera, affiderà ai suoi
attori – come è naturale, secondo la sua logica – le parti. Ognuno dei sei
Personaggi – avendo trovato l’autore, secondo la logica del Capocomico – sarà
interpretato da un attore. Il Padre, rendendosene conto, subito eleverà la sua
rimostranza. “I personaggi siamo noi”, protesta. Ma il Capocomico non sente
ragioni: la rappresentazione, l’interpretazione è per lui indispensabile. “La
loro espressione [dei personaggi] diventa materia qua, a cui dan corpo e figura,
voce e gesto gli attori”.
I Personaggi – tanto il Padre, quanto la Figliastra – protestano, perché la voce
e il corpo e in generale il tentativo di immedesimazione degli attori apparirà
loro come “falso”, come totalmente altro.
Pirandello lo noterà esplicitamente in una didascalia: “La rappresentazione
della scena, eseguita dagli Attori, apparirà fin dalle prime battute un’altra
cosa, senza che abbia tuttavia, neppur minimamente, l’aria di una parodia;
apparirà piuttosto come rimessa in bello”.
Non è una parodia, ossia non è la cattiva volontà degli attori, a falsare
l’interpretazione. Ma se non è questo, che cos’è allora? Evidentemente si tratta
della necessità della cosa: è questa che impedisce la possibilità della
rappresentazione del dramma dei personaggi.
Cosa significa infatti la rap-presentazione degli attori? Il Capocomico lo
afferma esplicitamente, anche se inconsapevolmente: “Qua lei, come lei [si
rivolge al Padre], non può essere! Qua c’è l’attore che lo rappresenta; e
basta!”. Ma il personaggio è l’eterno che, da sé, per propria
necessità, ossia liberamente, vuole entrare nel tempo, vivere negli attori, sia
pure per un istante. Se a questo movimento, in sé necessario, il Capocomico
oppone la inevitabile mediazione dell’interpretazione, ossia dell’alterazione,
il personaggio rimane condannato alla sua solitudine, alla sua inaccessibilità.
Ribatte infatti il Padre: “Ho capito, signore. Ma ora forse indovino anche
perché il nostro autore, che ci vide vivi così, non volle poi comporci per la
scena”. Ormai quanto ho cercato di esporre fin qui mi sembra davvero
esplicito: i personaggi sono vivi, e tali restano (“il nostro autore, che ci
vide vivi così…”), ma non riescono, non possono vivere nel tempo della
rappresentazione. La sintesi non si dà. Rimane solo la diastasi tra l’eterno
numinoso personaggio e il tempo profano. L’opera potrebbe concludersi qui. Ne
avremmo già tratto abbastanza. L’autore c’è, non manca, come troppo spesso si
tende a credere; il Padre (ma in altro luogo anche la figliastra) vi fa cenno
esplicitamente: “il nostro autore”, afferma. Ma l’autore – che c’è – ha
tuttavia decretato l’impossibilità della rappresentazione.
L’eterno non può entrare nel tempo, il personaggio non può vivere – neppure per
un momento – nell’anima degli uomini. Verrebbe da dire: gli dèi se ne sono
fuggiti, Pan – il grande Pan – è morto, se non avessimo provato a mostrare la
specificità dell’operazione pirandelliana, che non può essere ridotta – a mio
avviso – a un tentativo di ripresa del paganesimo (anche se indubbiamente c’è
anche qualcosa di questo).
Ma l’opera pirandelliana non termina qui. I Sei Personaggi in cerca d’autore
sono appunto la rappresentazione di questa impossibilità. Anche su questo punto
Pirandello è stato esplicito. Le prime pagine della prefazione insistono appunto
sul contrasto tra la vita che i personaggi avevano già per sé e la sensazione di
Pirandello che non fosse il caso di rappresentarla, di metterla in scena. Ma
questo conflitto non accenna a risolversi proprio perché i personaggi sono già
vivi, nonostante vogliano vivere. “O perché – mi dissi – non rappresento
questo novissimo caso d’un autore che si rifiuta di far vivere alcuni suoi
personaggi, nati vivi nella sua fantasia, e il caso di questi personaggi che,
avendo orami infusa in loro la vita, non si rassegnano a restare esclusi dal
mondo dell’arte?”.
Ne è venuta, dice Pirandello, una “situazione umoristica affatto nuova e
quanto mai complessa”: un dramma – il dramma dei personaggi – “e la
commedia del vano tentativo di questa realizzazione scenica improvvisa”.
L’opera pirandelliana Sei personaggi in cerca d’autore è dunque la
rappresentazione di queste due parti: dramma e commedia, l’eternità del
personaggio e la sua – ironica – sconfitta nel tempo. Non si tratta di un coup
de théâtre: Pirandello descrive l’improvvisa soluzione dell’aporia come una
sorta di “illuminazione religiosa”. “Se ora ci rifletto, l’avere intuito questa necessità, l’aver trovato,
inconsciamente, il modo per risolverla con una nuova prospettiva, e il modo con
cui l’ho ottenuta, mi sembrano miracoli” (17).
Si tratta di una “illuminazione spontanea della fantasia”, addirittura
“tutti gli elementi dello spirito si rispondono e lavorano in divino accordo.
Nessun cervello umano, lavorandoci a freddo, per quanto si fosse travagliato,
sarebbe mai riuscito a penetrare e a poter soddisfare tutte le necessità della
sua forma”.
Chi conosca la prosa abituale di Pirandello, ben poco disposta allo stile
elevato, non avrà dubbi sul fatto che qui siamo di fronte a qualcosa di più che
una semplice trovata artistica, nel senso usuale della parola. Pirandello
intuisce di aver risolto un’aporia che ha forti connotazioni sacre.
Ma in che modo l’ha risolta? Pirandello rifiuta il “dramma” dei
Personaggi, ossia la loro “ragion d’essere”, ma ne accoglie l’esistenza.
Lo afferma esplicitamente: “Bisogna ora intendere che cosa ho rifiutato di
essi; non essi stessi, evidentemente; bensì il loro dramma […] E che cos’è il
proprio dramma, per un personaggio? […] Il dramma è la ragion d’essere del
personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere”.
Quindi Pirandello svuota i personaggi della loro ragion d’essere, della loro
necessità. Ma allora come è possibile che essi continuino ad essere personaggi,
ossia creazioni necessarie, se è stata negata loro l’essenza? “È ben vero che io, di ragion d’essere, gliene ho dato un’altra, cioè appunto
quella situazione ‘impossibile’, il dramma dell’essere in cerca d’autore,
rifiutati: ma che questa sia una ragion d’essere, che sia diventata, per essi
che già avevano una vita propria, la vera funzione necessaria e sufficiente per
esistere, neanche possono sospettare. Se qualcuno glielo dicesse, non lo
crederebbero; perché non è possibile credere che l’unica ragione della nostra
vita sia in un tormento che ci appare ingiusto e inesplicabile” .
Vorrei concludere qui, se è possibile. Pirandello fornisce ai personaggi un
nuovo dramma, una nuova ragion d’essere. Quindi il personaggio non viene
cancellato, non viene semplicemente negato. Ma egli non è neppure più quella
forma di eternità che le grandi opere d’arte hanno rappresentato. Evidentemente,
nell’epoca della “morte di dio”, quell’eternità non è più possibile. Il
personaggio è ora l’impossibilità della conciliazione tra eterno e tempo, è la
situazione impossibile, contraddittoria, che si è venuta a creare nel tempo
della completa de-sacralizzazione. Vorrei dire, ma allontanandomi un poco da
Pirandello: nell’epoca della morte di dio, il sacro è esprimibile solo come
differenza, come diastasi. Non siamo del tutto distanti da Kafka, in effetti,
anche se – a mio avviso – siamo parecchio distanti da Barth. In ogni caso, è per
questo che il personaggio pirandelliano – appunto nell’inconsapevole condizione
umoristica in cui è rappresentato – non ha perso il suo senso universale, non ha
cessato di raffigurare eternamente la condizione umana. Ma quale condizione,
quale umanità? Difficile da ammettere, ci dice Pirandello. Chi di noi vorrebbe
riconoscere che “l’unica ragione della nostra vita sia in un tormento che ci
appare ingiusto e inesplicabile”? Eppure proprio questo, inconsapevolmente,
i personaggi rappresentano: che la ragione della nostra vita è un’ingiustizia
inesplicabile. L’arte pirandelliana, quella matura del Così è (se vi pare), dei
Sei personaggi in cerca d’autore e soprattutto delle ultime novelle degli anni
’30 – che qui non abbiamo potuto nemmeno menzionare – è la rappresentazione di
questa inesplicabile ingiustizia.
Uno dei maggiori teologi valdesi, G. Miegge, introducendo l’edizione italiana
dell’Epistola ai Romani di Karl Barth, riassunse in maniera molto interessante
il rapporto tra Barth e l’esistenzialismo di Jaspers e Heidegger. “Vien fatto di pensare alla situazione dell’uomo di Heidegger, quando,
riflettendo sulla sua esistenza, scopre di essere ‘gettato’ in un mondo già
determinato, impermeabile alle sue decisioni, che pure deve essere il quadro
delle decisioni in cui consisterà la sua vera esistenza. L’uomo di Heidegger
sembra essere il fratello tenebroso dell’uomo di Barth: l’uomo che ancora non
sa, o ha dimenticato, o non sa più credere, che il mondo in cui è ‘gettato’ è il
mondo ‘creato da Dio’ per essere il teatro della sua ‘elezione dell’uomo in Gesù
Cristo’”.
Per Pirandello – cugino ancor più tenebroso – il mondo è ancora “teatro”,
ma della “terribile” solitudine dei personaggi e degli esseri umani che i
personaggi esprimono eternamente.
Enrico Cerasi
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