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Carla De Fusco
La fortuna di Pirandello nella civiltà araba |
da
«Pirandelliana», Volume 1, 2007 - Rivista internazionale di studi e documenti -
Fabrizio Serra editore, Pisa - Roma
da
LIBRAweb
La fortuna di un autore, nella universalistica civiltà contemporanea, passa
attraverso la traduzione, che ne definisce la ricezione nei vari e diversi contesti
letterari di ogni paese del mondo. Si intreccia con le culture nazionali, le modifica e ne
è modificata, in un rinnovato e continuo processo di interpretazione che è il profilo
concreto della classicità. Pirandello è uno degli scrittori italiani più tradotti,
egli stesso del resto ha contribuito a diffondere la sua opera in Europa e negli Stati Uniti, ma la
diffusione dei suoi scritti ha oltrepassato i confini di una cultura occidentale, che ha
facilmente riconosciuto in lui un esponente di una tradizione letteraria comune,
sedimentata e consolidata da millenni, ed è approdata anche nel mondo islamico,
interpretando e assecondando, come solo i grandi autori sanno fare, le tendenze nuove del
nostro tempo.
Nella civiltà islamica, il cui universalismo ha anticipato la
globalizzazione, le grandi letterature francese, inglese, tedesca e russa si diffondono già dai primi
decenni dell’ ’800, ma fino alla prima metà del ’900, per la mancata conoscenza della
lingua, gli autori italiani non hanno traduzioni in lingua araba e la ricezione è
affidata alle traduzioni francesi e inglesi di pochi scrittori, fra i quali emerge Pirandello, che
sono diffusi e letti quindi in una seconda lingua.
Del resto la lingua italiana ha sempre costituito una barriera non facilmente
superabile anche in Europa. Negli anni ’30 la Svezia e tutti i paesi scandinavi, per esempio, pretendevano per la pubblicazione o la rappresentazione delle opere di
Pirandello una versione francese, inglese o tedesca, mancando competenti traduttori italianisti. Ne è testimonianza una lettera inedita del ’33 di Stefano Pirandello a Umberto
Mauri, responsabile della “Segreteria milanese”, che curava per Pirandello i diritti di autore. Stefano si preoccupa di avere la disponibilità delle opere dei traduttori
francesi per soddisfare le richieste svedesi:
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Il Linden vuol subito accaparrarsi il “Quando si è qualcuno”, di cui Papà gli
ha lasciato una copia. Occorre […] provvedere sollecitamente all’invio di traduzioni in francese o tedesco o inglese delle commedie in cui non ci sia già l’edizione svedese. A questo
proposito Lei farà bene a scrivere al Colin che si procuri da Benjamin Crémieux una copia
dattiloscritta delle sue traduzioni di “Come tu mi vuoi”, “Lazzaro”,” La vita che ti diedi” già
fatte, ma non pubblicate.
[1] |
[1] Stefano
Pirandello, Lettera inedita a Umberto Mauri, 6 dicembre
1933, Archivio pirandelliano, Studio Legale Cau, Roma. Nei numeri successivi di questa rivista farà seguito la
pubblicazione delle lettere inedite dell’Archivio pirandelliano. |
Ma nel mondo arabo,
nonostante la lingua, la civiltà italiana non è stata ‘muta’, e già dalla fine
dell’ ’800 la sua testimonianza diretta fu affidata al teatro, anzi al
melodramma che ha rivestito un ruolo importante nella nascita del teatro arabo
moderno.
Fino al 1870 la tradizione drammaturgica araba era incentrata sul cosiddetto
Teatro delle ombre, un teatro popolare, in dialetto, basato sull’improvvisazione
e coloro che promossero la creazione di teatri di modello occidentale, diedero
vita di fatto ad un genere nuovo, operando il difficile passaggio dall’oralità
alla scrittura, dalla provvisorietà scenotecnica di un teatro di strada alla
complessità architettonica di un teatro stabile e non a caso i protagonisti di
questo nuovo teatro avevano viaggiato a lungo in Francia e anche in Italia.
Marun al Naqquas, mercante libanese, soggiornò a lungo a Parigi e in Italia,
dove fu assiduo spettatore di rappresentazioni teatrali che suscitarono in lui
profondo interesse. Tornato a Beirut nel 1847 mise in scena nella sua abitazione
L’avaro di Molière e il nipote, Salim al-Naqqas, continuò l’opera e fondò
varie compagnie teatrali, rappresentando Molière, Racine, Voltaire, Shakespeare.
È imperante la tradizione drammaturgica francese ma, quando al Cairo fu fondato
nel 1868 il primo teatro stabile “La commedia”, fu Il rigoletto di Verdi
ad essere rappresentato,replicato l’anno successivo al Teatro dell’Opera, appena
inaugurato.
Negli anni che vanno dall’inizio del ’900 allo scoppio della prima guerra
mondiale, quando ancora non esistono produzioni arabe di autori italiani, gli
egiziani Aziz Id e Yusuf Wahbi soggiornano a lungo in Italia per studiare
recitazione. Yusuf Wahbi èallievo di Chiantoni e, tornato in Egitto, fonda una
sua scuola destinata a formare le nuove generazioni di attori e attrici. Ad
Alessandria nel 1912 Gurg Abyad, con studi di recitazione a Parigi, fonda una
propria compagnia e mette in scena l’Edipo
e l’Otello.
La cultura italiana si è presentata così con la ricchezza architettonica dei
suoi teatri, con le sue scuole di recitazione, con l’opera di Verdi e si
potrebbe dire che il melodramma ha costruito nell’immaginario arabo un carattere
fondante del popolo italiano, destinato a rimanere a lungo radicato se anche il
maggior traduttore di Pirandellonel 1973 ne farà un indicatore importante della
fortuna dello scrittore agrigentino.
Questa predilezione e vicinanza con il teatro italiano motiva
certamente la conoscenza di Pirandello prima degli anni ’50 non solo
attraverso le traduzioni inglesi e francesi, ma anche attraverso la
ricezione turca.
Dagli anni ’30 agli anni ’50 in Turchia, che vanta un’ampia
conoscenza della letteratura europea, sono già edite molte opere di
Pirandello: L’imbecille nel ’31, La balia nel ’39,
Il turno nel ’45, Sei personaggi nel ’49, Novelle
scelte nel ’51. Le opere pirandelliane arrivano ad Istanbul dai
canali di traduzione russi, ma soprattutto dai paesi danubiani:
Repubblica slovacca, Repubblica ceca, Romania, Ungheria, dove grande
spazio ha avuto negli anni ’20 l’opera pirandelliana, mediata a sua
volta dalle edizioni in lingua tedesca.
La Turchia, parte integrante della civiltà islamica, ha quindi un itinerario
conforme alla fortuna europea dello scrittore agrigentino piuttosto che a
quella dei paesi islamici africani di lingua araba o persiana e contribuisce
alla conoscenza di Pirandello prima degli anni ’50, soprattutto dopo il
conferimento del premio Nobel del ’34, già del resto ampiamente annunciato nel
’33.
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Nel 1933 Uç Perdelik Facia pubblicata a Istanbul l’Enrico
IV e la sua traduzione è accurata, accompagnata
da illustrazioni della contessa Matilde,
dell’incontro fra Enrico IV e Gregorio VII, della
Rocca di Canossa, che orientano l’interpretazione
verso il dramma storico: il potere assoluto di una
Chiesa-Stato che priva l’individuo della sua libertà
generando la follia e il labirinto di un’identità
perduta. Questa lettura accompagnerà la commedia
nella sua diffusione nella civiltà araba, facendone
l’opera prediletta di Pirandello, stabilendo
vicinanze con il romanzo storico, soprattutto
egiziano, che rievoca anch’esso il passato per
leggere il presente.
[2]
Scriverà Muhammad Ismà’il Muhammad nel 1973 che
l’opera di Pirandello «più famosa è Sei
personaggi in cerca di autore, ma la gemma delle
opere teatrali è l’Enrico IV».
[3] Ed è nel ’37 che Umberto Mauri chiede a Stefano Pirandello informazioni su un traduttore egiziano interessato all’opera del padre. Nella lettera inedita di
risposta Stefano scrive:
Per il punto C) della lettera del 24 febbr. Non so che rispondere: nulla so
della traduzione in arabo dello scrittore Hamin Hassuna; né in qual misura si possano richiedere
i diritti. Credo che anche voi non abbiate dati in proposito: e mi sembra che l’unica cosa sia
farci consigliare dalla SIAE stessa che ha un suo rappresentante al Cairo.
[4] |
[2]
Uç Perdelik Facia, Ytalya’dan tercume eden Semsetten Talip, Ystambul,
Ahmet Ihsan Basimevi, 1933.
[3]
Thalaath masrahyyaat wa-thalaath qisas: Laymuun
Siqillii; Shakhs ahmaq, al-Jarrah Muhammad Ismà’il
Muhammad, al-Qahirah, Mu’assasat Sijill al-Arab,
1973, p. di copertina.
[4]
Stefano Pirandello, Lettera inedita a Umberto Mauri, marzo 1937,
cit. |
Il traduttore arabo è Muhammad Amin Assunah, che pubblicherà l’Enrico IV
solo nel 1958, ma lo scambio epistolare fra il Mauri e Stefano Pirandello testimonia ancora una volta l’interesse per Pirandello prima degli anni ’50, anzi ipotizza una
traduzione in arabo della quale non esiste documentazione e che quindi avrebbe dovuto
circolare non ufficialmente, cosa del resto non rara nel mondo arabo.
Nonostante l’assenza di traduzioni ufficiali prima del ’58, le tracce di
Pirandello sono quindi numerose e certamente motivano la fortuna della sua opera
teatrale che saprà vivere in tutta la sua poliedrica ricchezza nella civiltà araba, influenzando
negli anni ’70 giovani registi e scenografi che hanno studiato in Italia, come
Abdel Rahman El Sharkawi, Yussef Idriss, Mustafà Mahmud, i quali proporranno nelle loro
opere la scena senza sipario e il dialogo fra il regista e il pubblico o fra il
regista e gli attori, ma il testo drammaturgico pirandelliano vivrà soprattutto di vita propria per la
sua specifica letterarietà piuttosto che per la sua soluzione scenica, offrendo così una
lettura della scrittura pirandelliana, modello significativo per la prosa araba
nascente. È questa infatti la caratteristica dominante del teatro pirandelliano in lingua araba: vivere nella ‘parola’, tanto che l’interesse per ‘la scrittura’ resterà
predominante fino alla fine del ’900.
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La traduzione degli autori italiani in lingua araba inizia, come in Persia,
negli anni ’50 e anche qui è Machiavelli il primo a essere tradotto da tre italianisti:
Rafael Zakjur, Muhamed Lufti e Kahiri Hammad. Negli anni immediatamente successivi Taha Fawzi traduce Cuore di De Amicis nel ’57, L’innocente di
d’Annunzio e I promessi sposi
di Manzoni nel ’68, e Hassan Osman si impegna per un lungo decennio, ’59-’69,
nella traduzione de La Divina Commedia di Dante.
[5] |
[5]
I dati relativi alle traduzioni: titolo dell’opera,
traduttore, anno di pubblicazione, sono un
contributo a questo saggio di Amanie Fawzi Habashi,
docente di Lingua e Letteratura Italiana alla
cattedra di Lingue nell’Accademia delle Arti del
Cairo. |
La stagione delle traduzioni di Pirandello inizia con l’egiziano Muhammad
Amin Assunah che pubblica nel 1958 l’Enrico IV. Sempre in Egitto Kalib
Salib dà alle stampe nel 1963 Così è (se vi pare) e Muhsmmad Ismà’il Muhammad La giara
nel 1965. In Libano sono pubblicate nel 1967 Novelle italiane e nel 1960 un grande protagonista della ricezione degli autori italiani in lingua araba, Khalifah Tilisi, pubblica in
Libia Opere varie.In Tunisia Tawfiq Ashur traduce nel 1972 Il dovere del medico e La
giara.
Ma è al Cairo che Pirandello trova la sua grande diffusione ad opera di un
traduttore italianista, Muhammad Ismà’il Muhammad, che nel 1961 dà alle stampe la prima traduzione araba di Sei personaggi in cerca d’autore, riedita nel ’65
e nel ’67, alla quale faranno seguito molte altre commedie fino alla fine degli anni ’70, raccolte
poi nella «Collana del Teatro Internazionale ii del Kuwait». È con Muhammad Ismà’il Muhammad che si identifica la fortuna della drammaturgia pirandelliana tanto che definire la ricezione di Pirandello in lingua araba significa seguire l’opera del
traduttore egiziano, nelle sue scelte e nella sua peculiare interpretazione.
Muhammad Ismà’il Muhammad è nato al Cairo nel 1920, ha fatto i primi studi
nelle scuole egiziane e si è laureato in Filosofia nel 1943. Ha ottenuto il master
in giornalismo nel ’49 e ha soggiornato in Italia, dove ha frequentato l’Università di
Perugia. Ha pubblicato Studi sull’Africa e La parola sentita ed è stato
membro della “Assemblea dei letterati drammaturghi” in virtù delle sue traduzioni del teatro
pirandelliano per le quali ha ottenuto dallo Stato Italiano un’onorificenza come apprezzamento
della sua opera di diffusione di un autore italiano in lingua araba.
L’opera del traduttore egiziano si rivolge soprattutto al teatro e di questo
predilige una ricezione puramente letteraria, affidata alla parola, lontana e, si
potrebbe dire, indifferente al sincretismo della messa in scena. Atteggiamento questo
certamente conforme alla definizione di “letterati drammaturghi”, della cui Assemblea Muhammad fece parte, e vicino a quel “teatro da leggere”, genere nuovo di cui
si farà portavoce Mahfuz, a testimonianza della possibilità di un cammino inverso rispetto alla tradizione europea: dalla regia al testo drammaturgico, dalla scrittura
drammaturgica a quella prosastica.
Il teatro pirandelliano domina così al Cairo fino agli anni ’70 con le
accurate edizioni in lingua araba del traduttore egiziano, capaci di suscitare interesse per il
teatro italiano e certamente l’opera di Muhammad Ismà’il Muhammad prepara la scelta dell’italianista Salama che, unico esempio nel panorama culturale islamico,
traduce negli anni ’80 il teatro di Eduardo De Filippo: Questi fantasmi nel
1980, Natale in casa Cupiello nel ’82, Filumena Marturano nel
’83, Napoli milionaria nel’86.
Pirandello e De Filippo si situano quindi in una contiguità cronologica che
evoca, però, anche corrispondenze avvertite e sentite fra i due autori da una
ricezione sempre capace di ritracciare e ridefinire i contorni di un’opera letteraria.
Per la sua traduzione dei Sei personaggi Muhammad sarà invitato al
“Convegno internazionale di studi pirandelliani”, tenuto a Venezia nello stesso 1961, i cui atti saranno pubblicati nel ’67 da Le Monnier. Nel Convegno, che segna nella cultura
italiana un’importante ripresa degli studi pirandelliani, il traduttore tiene una
relazione che merita di essere riproposta perché definisce un’interpretazione complessiva
dell’opera pirandelliana, quasi un’ermeneutica della ricezione.
In essa Muhammad cerca soprattutto di costituire un ponte, un’affinità fra lo
scrittore agrigentino e il mondo egiziano:
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Prendiamo ad esempio “La giara”: se questa commedia fosse rappresentata in un
Teatro dell’Oriente per un pubblico arabo, e non fosse menzionato l’autore, se quei
caratteristici personaggi di Pirandello si chiamassero ad esempio Hasan, Amn Ahmad ed Alì, nessuno fra
i presenti nella sala si accorgerebbe della vera paternità del lavoro […] E inoltre: il
miracoloso mastice di Zi Dima non fa ricordare agli egiziani quella pasta che utilizzano
i contadini nella valle del Nilo per conciare le giare e le brocche? […] Se qualcuno dei
presenti avrà l’occasione di recarsi un giorno nella campagna egiziana troverà tanti Don Lollò ed
altrettanti Zi Dima e non si sentirà a disagio..[6] |
[6]
Muhammad Ismà’il Muhammad, Pirandello visto da uno scrittore egiziano,
in Atti del Congresso Internazionale di Studi Pirandelliani, Venezia, 2-5 ottobre 1961, Firenze, Le Monnier,
1967, p. 211.
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Per il traduttore egiziano Pirandello sa interpretare e rappresentare le
profonde ingiustizie di una realtà del tutto simile a quella egiziana, non a caso egli ricorda che
la Sicilia è stata per tre secoli una “Sicilia saracena” e che Pirandello “era
di Agrigento, di Girgenti, Kirkint del geografo Idrisi”. La sicilianità di Pirandello
assume così i connotati di una militanza:
Zi Dima è inoltre vittima del signorotto, il quale vuole applicati i punti
non perché non creda nel mastice, ma perché con quel che deve pagare deve avere tutto. […] Se essi
(ndr i signorotti) hanno bisogno dei loro braccianti, sono pieni di buone parole e benedizioni
[…] ma non appena accade qualche danno che li costringe a rimettere di tasca propria,
eccoli scattare come una molla e trasformarsi in tiranni.
[7]
[7]
Ivi, p. 212.
E per testimoniare che la scrittura pirandelliana non solo interpreta la
quotidianità del vivere del mondo egiziano ma ha permeato di sé la società fino alle più alte Istituzioni, Muhammad cita un passo della Filosofia della rivoluzione di Abd el
Nasser:
Non so perché, ma quando mi trovo solo a meditare, mi viene sempre alla
memoria una celebre opera del grande scrittore italiano Luigi Pirandello, dal titolo “Sei
personaggi in cerca d’autore” La storia […] è stracarica di eroi i quali si sono formati da soli nei
grandiosi ruoli che hanno interpretato.
[8]
[8]
Ivi, p. 213.
Abd el Nasser ha ‘letto’ la determinazione dei ‘personaggi’ ad essere
personaggi e ha dimenticato la loro incompiutezza, ma la ricezione è sempre anche nuova possibilità di lettura che la scrittura di un grande autore sa e può compatire,
anzi si potrebbe dire che in questo si ritrovano i veri palinsesti dell’universalità di un’opera letteraria.
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Il profondo legame con Pirandello caratterizza tutta l’attività di traduzione
di Muhammad che, dopo i Sei personaggi, dà alle stampe l’Enrico IV nel ’66,
Così è (se vi pare)
nel ’67, Ciascuno a suo modo nel ’68,Tre
novelle e tre commedie. Lumìe di Sicilia, La giara, L’imbecille nel ’73.
Il ’73 è un anno di intenso lavoro per il traduttore egiziano che pubblica
anche
Diana e la Tuda, La vita che ti diedi, Il piacere dell’onestà ed infine,
a conclusione del suo itinerario pirandelliano, La morsa, Il gioco delle parti e L’uomo
dal fiore in bocca.
[9] |
[9]
I dati relativi alle traduzioni: titolo dell’opera,
traduttore, anno di pubblicazione, sono un
contributo a questo saggio di Moheb Saad, docente
presso l’Università di ‘Ayn Shams del Cairo. |
La pubblicazione del ’73 dei tre atti unici è particolarmente interessante
sia per l’edizione accurata, che presenta in copertina l’immagine dell’autore e del
traduttore con brevi profili monografici, sia per la composizione dei testi ma
soprattutto per l’introduzione, nella quale Muhammad delinea il profilo critico delle opere pirandelliane, riprendendo per molti aspetti la conferenza veneziana del ’61.
Sono tradotte e messe a confronto Lumìe di Sicilia, La giara e
L’imbecille nella versione prosastica e in quella drammaturgica, una scelta efficace che tende a indagare il processo di transcodificazione dalla novella al teatro, unico esempio di
tutta la ricezione araba pirandelliana. Le novelle non riescono tuttavia, nonostante la presentazione accurata, a creare interesse per la prosa pirandelliana, così fortemente
assimilata ai testi drammaturgici, quasi una loro prova d’orchestra. Il teatro è considerato da Muhammad il solo genere nel quale Pirandello si realizza compiutamente,
riuscendo a superare il verismo di Capuana, De Roberto e Verga, mentre le Novelle
sono ritenute ancora legate a una prospettiva regionalistica, valida perché
racconta l’amore di “un figlio” per la sua terra, ma lontana dall’universalità dell’arte:
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le novelle hanno analizzato i problemi della società italiana, mentre questi
problemi hanno avuto un’importanza umana nel teatro, incentrato nella sofferenza dell’uomo
con se stessoper ricercare se stesso e nella sofferenza dell’uomo per le apparenze, le
menzogne che vivono nellasocietà. Il teatro ha la capacità di arrivare alla profondità dell’uomo
e plasmare i sentimenti della gente di tutti i livelli sociali.
[10] |
[10]
Thalaath masrahyyaat wa-thalaath qisas: Laymuun Siqillii;
Shakhs ahmaq, cit., p.7. Traduzione di Wafaa Mohamed Ahmed. |
È data alle novelle una funzione militante di denuncia che era stata già
ampiamente affermata nel ’61 al Convegno veneziano e che assume quindi, ripetuta dopo
più di dieci anni, il valore di un profilo critico ormai acclarato. Questa
interpretazione della sicilianità di Pirandello motiva la predilezione per i testi drammaturgici
con una inversione dei ruoli rispetto alla prospettiva pirandelliana: è il teatro sub specie
aeternitatis
e per questo Muhammad Ismà’il Muhammad, con la sensibilità critica modellata sulle esperienze della civiltà araba, avvicina il teatro pirandelliano
all’universalità delle opere dei grandi narratori russi: «il suo modo di presentare i personaggi è
vicino a quello di Gogol, Cechov, Turgeniev». I testi drammaturgici sanno cioè
proiettare l’impegno civile, ereditato dalle novelle, in un umanistico immaginario
artistico, non a caso il teatro pirandelliano è interpretato come segno di continuità della
tradizione letteraria italiana, con una corrispondenza con l’autore che ha rappresentato
nella civiltà islamica l’inizio della ricezione italiana, Machiavelli:
Pirandello, quando si è avvicinato al teatro, cercava un luogo per presentare
le sue idee ed era convinto che l’opera teatrale potesse rappresentare la realtà, che aveva
scoperto, al pubblico in modo facile e meraviglioso perché credeva nella forza e nel potere del
teatro come Machiavelli credeva nella forza dello Stato.
[11]
[11]
Ivi, p. 15. Traduzione di Wafaa Mohamed Ahmed.
Le pagine critiche di Muhammad, oltre alla predilezione per il teatro,
rivelano anche una lettura della cultura italiana ancora filtrata dall’osservatorio
francese. Del resto dagli anni ’50 agli anni ’70 operano nella civiltà araba valenti traduttori
italianisti che hanno infranto il monopolio letterario francese e russo, ma la conoscenza
della cultura italiana risulta ancora frammentaria ed episodica anche in Egitto, che pure è
il centro della diffusione della letteratura italiana.
Scrive il traduttore egiziano sempre nella prefazione del ’73:
I romanzi e le novelle di Pirandello hanno avuto in Italia un grande successo
rispetto alle opere teatrali, mentre le opere teatrali hanno trovato un grande successo fuori
l’Italia. Il teatro èstato diffuso in modo eccezionale in Francia o in Germania e in generale in
tutta Europa e anche negli Stati Uniti. Le opere teatrali di Pirandello occupano fino ad ora una
posizione prevalente tra le rappresentazioni de “La Commedia Francese”, non c’è inoltre alcuna
stagione teatrale in tutta Europa che non presenti una o più opere dell’autore. Questo
non significa che in Italia non sia stato famoso come drammaturgo, però la maggioranza del
popolo italiano preferisce andare a teatro per godere la musica e il canto. Preferisce invece
leggere i romanzi e le novelle, mentre il teatro diviene secondario sia nella
lettura che nella rappresentazione.
[12]
[12]
Ivi, p. 5. Traduzione di Wafaa Mohamed Ahmed.
Evidenti in questo profilo critico gli echi antichi del fascino suscitato dal
melodramma verdiano, ma si rintraccia anche la notizia del fiasco della prima edizione
romana dei Sei personaggi e del grande successo ottenuto a Parigi con la
regia di Pitöeff, che sposta in Francia l’interesse per il teatro pirandelliano. Significativo poi
è anche il sottolineare da parte del traduttore la lettura del testo teatrale come neutra alternativa alla ‘rappresentazione’, ed in effetti la sua opera di traduzione consegna a
lettori piuttosto che a spettatori la drammaturgia pirandelliana, ma questa è la dominante e
significativa caratteristica della ricezione del teatro di Pirandello in lingua araba che, se per questo rimane lontano dai circuiti mass-mediologici radiofonici e
televisivi che hanno individualizzato la ricezione persiana, perdendo in recettività,
diviene invece incisivo nell’incontro con gli autori arabi, ne influenza e ne modella la
scrittura e il pirandellismo di Mahfuz ne è una attendibile testimonianza.
Nagib Mahfuz, il primo scrittore arabo a conseguire il Premio Nobel per la
Letteratura, ha sempre affiancato all’opera di scrittore quella non meno importante di traduttore dei classici russi e francesi insieme alle opere filosofiche di Freud, Marx,
Kant fino a Sartre. Dopo i romanzi storici, ambientati nell’Egitto dei Faraoni, e
la trilogia del periodo realista, composta fra il ’56 e il ’57, Mahfuz, chiamato Al
Sabir, il paziente, scrive nel ’67 Miramar, opera che inizia l’ultima fase della sua produzione venata di pirandellismo.
Miramar è il nome di una pensione di Alessandria, dove si incrociano i personaggi dando luogo a un vero e proprio coro polifonico e uno stesso fatto
di cronaca viene raccontato da quattro diverse prospettive senza che alcuna sintesi sia
possibile in una pirandelliana rinuncia all’univocità del reale.
La centralità del dialogo, anzi l’accentuata dialogizzazione della prosa,
deve la sua elaborazione e la sua complessa tecnica alla scrittura drammaturgica, tanto che Mahfuz considerava il drammaturgo Tawfik al-hakim il suo maestro e in questa
prospettiva è significativo il fatto che Mahfuz si sia cimentato anche nella produzione teatrale, creando il già citato “teatro da leggere”, sottolineando così la vicinanza
formale fra prosa e teatro, che è la caratteristica dominante del romanzo arabo moderno
ma che è anche una vicinanza pirandelliana.
Scrive Manrico Murzi, traduttore de Il rione dei ragazzi:
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Il romanzo di Mahfuz, “Il rione dei ragazzi”, può essere preso ad esempio di
traduzione di un testo arabo in prosa: la frequenza dei dialoghi, tipici della letteratura
araba rinata proprio in Alessandria con il drammaturgo Tawfik al-hakim, che Mahfuz considera il suo
maestro, ne fa un testo in gran parte teatrale. Il che impegna chi traduce a entrare nei
personaggi e dare loro il tono e il modulo che li distingue “ciascuno a suo modo”.
[13] |
[13]
Contributo a questo saggio di Manrico Murzi, Ambasciatore di Cultura dell’UNESCO
e traduttore di Mahfuz.
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Mahfuz conosceva Pirandello, lo aveva letto in inglese prima degli anni ’50,
e di questo suo incontro con lo scrittore agrigentino parla ancora Manrico Murzi, che,
colpito anch’egli da fatwa per la traduzione de Il rione dei ragazzi,
era legato allo scrittore da affettuosa e lunga amicizia. Murzi rievoca uno dei tanti incontri nelle
cafeterie del Cairo, vero centro nevralgico della cultura egiziana, e aggiunge qualcosa di
nuovo alle fonti di Mahfuz:
Gli chiesi se avesse letto qualcosa in italiano, accennò a Dante e Boccaccio
e poi a Pirandello, Nobel proprio quel ’34 in cui si laureò. Ne aveva letto, in traduzione
inglese prima degli anni ’50, “Il fu Mattia Pascal”, l’“Enrico IV”, qualche novella, rimanendo
particolarmente impressionato da “La giara”, nella quale ritrovava tanti elementi sparsi nei suoi romanzi e
soprattutto la sua filosofia di vita. E parlammo del personaggio pirandelliano, figura
dell’uomo che si rinchiude nella materia, se non riconosce che il mondo è fatto anche di
spirito, anzi che nel mondo materia e spirito convivono e insieme sono all’opera. Pur essendo
mastro Dima al lavoro per riparare la materia, la giara “alta a petto d’uomo, bella panciuta
e maestosa, che fosse delle cinque altre la badessa”, lo rinserra, lo punisce: punizione
meritata da chi, nell’intraprendere un’opera, non calcola bene misure e condizioni, riducendosi così come una
bestia in gabbia […]. Ecco l’uomo si cuce dentro gli stessi problemi che vuol
risolvere, si sequestra da se stesso. Mahfuz concordava nel sentirmi accennare al “fu Mattia Pascal”
come a un altro personaggio chiuso nella giara di una personalità infranta.
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L’opera di Pirandello, così diffusa e rivitalizzata nel fascino delle sue
figure e dei suoi dialoghi dal pirandellismo di grandi scrittori arabi contemporanei, ha aperto
la strada alla traduzione di altri autori della letteratura italiana.
Il giordano Isà al Na’uri e il libico Khalifah Tilisi traducono in arabo
Pratolini, Silone, Vittorini, Alvaro, Tomasi Di Lampedusa
[14]
e Isà al Na’uri Quando si comprende
di Pirandello.
[15] |
[14]
Isabella Camera d’Afflitto, La letteratura araba contemporanea: dalla
nahdah a oggi, Roma, Carocci, 2002, p. 74.
[15]
Moheb Saad, op. cit.
|
Nel 1988 la rivista siriana «al-Adab al Agnabyyah», fondata nel 1973
dall’Unione degli scrittori arabi e dedicata ad opere letterarie straniere, pubblica, a cura di Biancamaria Scarcia Amoretti, un numero, il 57, interamente dedicato alla letteratura
italiana, con traduzioni di Montale, Ungaretti, Quasimodo, Saba, Sciascia, Pasolini per citare i maggiori.
Sempre nel 1988 l’Istituto Italiano di Cultura del Cairo finanzia la
traduzione e la pubblicazione di opere di autori italiani: Narrativa Italiana
Contemporanea – Contributo degli italianisti egiziani con opere di Gadda,
Moravia, Tobino, Fenoglio, Berto, Calvino e, cercando di innovare la fortuna pirandelliana, affida all’italianista Samir Marcos la traduzione della novella Pensaci, Giacomino!.
Il vasto contesto letterario italiano, che si è venuto così a creare,
arricchisce anche la lettura del teatro di Pirandello nelle traduzioni dell’italianista Amanie
Fawzi Habashi, oggi docente di Lingua e Letteratura Italiana presso la cattedra di
Lingue nell’Accademia delle Arti del Cairo.
Amanie Fawzi Habashi ha soggiornato a lungo in Italia, a Perugia e a Siena, e
la sua lunga attività di traduttrice di opere italiane in arabo le ha valso il
Premio Nazionale di Traduzione dal Ministero dei Beni Culturali nel 2002 e in Egitto è membro
del Comitato di Lettura del Premio Napoli, sezione di narrativa italiana.
La studiosa, nata al Cairo, si è laureata in Lingua e Letteratura Italiana,
si è specializzata conseguendo il “Diploma in traduzione simultanea e scritta” con una tradu- zione de Il visconte dimezzato di Calvino per poi terminare gli studi
con una tesi di Dottorato su La donna nel teatro di Goldoni.
Alla predilezione per Calvino affianca l’interesse per la cinematografia.
Traduce Dario Fo e Franca Rame, un saggio di Vito Zagario su Francis Ford Coppola e uno di Franco Polla su Steven Spielberg.
Quando si avvicina a Pirandello nel 2003 sceglie per la traduzione Il
berretto a sonagli
e Questa sera Pirandello di Luigi Sqarzina ed è questa la prima
proposta registica del teatro pirandelliano. La scelta innovativa pone al centro dell’attenzione la
riflessione di un regista che, pur interprete attento e scrupoloso del testo, affronta con chiara determinazione la dinamica degli spazi e i codici di rappresentazione degli attori nella ‘messa in scena’. La commedia pirandelliana esce dalla univocità del ‘teatro
di parola’ approdando alla concretezza del palcoscenico. Amanie Fawzi Habashi offre
così, con questa sua traduzione pirandelliana, vere e proprie Lezioni di regia,
non a caso tradurrà nel 2005 una pièce di Piergiorgio Giacchè, pubblicata nella 17esima
edizione del Festival Internazionale del Teatro Sperimentale del Cairo, inserendo l’opera
di traduzione nelle dinamiche reali della rappresentazione.
[16]
[16]
Contributo personale di Amanie Fawzi Habashi. Cfr.
Infra, p. 177
nota 4.
In questi primi anni del 2000 l’Istituto Italiano di Cultura ha continuato il
forte impegno nella diffusione del patrimonio letterario italiano soprattutto in
Siria e in Egitto, facendosi prevalentemente guidare da interessi e preferenze accertati
e, si potrebbe dire, consolidati nella cultura araba, ma avanzando anche proposte
nuove come il romanzo pirandelliano, ancora presente nella civiltà araba solo in
lingua francese, inglese o persiana, e le novelle di Verga, il grande autore ottocentesco, in verità poco tradotto anche nel panorama europeo.
A Damasco è stata finanziata la traduzione della trilogia di Italo Calvino
nel 1999,
Il deserto dei tartari di Dino Buzzati nel 2001, I racconti di
Calvino e La storia di Elsa Morante nel 2002, le opere complete di Dario Fo nel 2003, Cristo si è
fermato a Eboli di Carlo Levi, Fontamara di Ignazio Silone e le Novelle di
Giovanni Verga nel 2004.
Al Cairo è stata affidata al Supreme Council of Culture la traduzione di
Canne al vento della Deledda, dell’Antologia della poesia
del Novecento di Sanguineti, dei Canti di Leopardi nel 2005. Sempre al Cairo è stata poi presentata, il 29 agosto 2005,
una nuova grammatica per l’insegnamento dell’italiano e il 15 novembre dello stesso
anno è stato firmato all’“Orientale” di Napoli un contratto per la traduzione di
molti grandi autori italiani: Leopardi, Ungaretti, Gadda, Svevo, Sciascia e, nel rispetto
di un forte legame “mediterraneo” dell’Egitto con Napoli e la sua grande cultura
regionalistica,
Spaccanapoli di Domenico Rea, L’oro di Napoli di Giuseppe Marotta
e una nuova traduzione delle opere di Eduardo De Filippo. Ed è stato riproposto anche Pirandello, affidando a Suzanne B. Iskander Ma non è una cosa seria e al prof.
Moheb Saad Ibraim, docente dell’Università del Cairo e insigne italianista, il difficile compito
di tradurre il primo romanzo pirandelliano in lingua araba: Il fu Mattia Pascal.
Il cammino di Pirandello prosegue, raggiunge anche la prosa e afferma con la sua fortuna l’universalismo della ‘scrittura’, che rivendica a sé,
nelle varie e diverse civiltà, il dialogo, talvolta lento, ma forte e tenace anche nelle pieghe
tragiche della cronaca.
Il valore delle traduzioni è la lente di un universalismo non solo culturale,
ma sociale e politico che gli intellettuali del mondo islamico hanno saputo
concretamente praticare con una coraggiosa militanza. All’attenta platea del Convegno su
Machiavelli a Teheran il prof. Jahanbegloo ha detto: «Leggere Kant o Machiavelli è un
modo di pensare al mondo e condividerne il patrimonio culturale globale […] Gli
intellettuali […] sanno perfettamente che, senza una stratificata universalità democratica
e un ugualmente stratificato senso di cittadinanza, non c’è speranza per un
dialogo fra civiltà» e Machiavelli ha insegnato che «la questione non è, come per Amleto,
essere o non essere, ma scegliere o non scegliere. Costruiamo quello che siamo
attraverso le nostre scelte».
Carla De Fusco
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