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Ora
Pirandello, se é consentito accostare questi passaggi a un’ esperienza deversata
in altra area come se fosse in qualche misura collegata, non si rivela sensibile
in alcun modo all’accorato appello, al quale potrebbe rispondere in figura con
una battuta sillabata di Andrea Fabbri: «Non c’é psi-co-lo-gia!». Difatti
la sua indagine riduce al minimo il referto sulla fisiognomica («pallidissima»;
«Se tremi», «Se hai tremato»), intendendo evitare la gabbia
obbligata delle reazioni meccaniche per concentrarsi invece sulle pulsioni
interne, quasi a perimetrare uno spazio di fatto impedito all’occhio indagatore
dello scienziato, inteso a notomizzare perfino «I movimenti irresistibili»
per scandagliare addirittura «le funzioni della midolla spinale» (Angelo
Mosso, La paura, 1885, Milano, Treves): come per cercare, si potrebbe
postillare, l’anima col bisturi. Lo scavo analitico del drammaturgo rileva
invece una chimica delle emozioni non solo inattingibile allo specillo
improprio, ma attenta alla complessità psichica della persona sotto inchiesta in
nessun modo collocabile nella serialità fisiologica della scala inferiore.
Delimitata per antifrasi l’autonomia dello spazio riservato all’arte, non
diversamente Pirandello si atteggia, a ben vedere, nel confronti di una prova di
un collega in letteratura di poco precedente, La peur (1882) di
Maupassant, il cui andamento dimostrativo colloca su un piano alternativo la
prospettiva di ricerca. In quel caso infatti il conte, dedicato
auguralmente a Huysmans alle prime armi, é ambientato entro la cornice
straniante «de la lumiére de lune bouillonnant», nel mentre il narratore
interno e il suo uditorio sono dominati da oscuri presagi, accostandosi al
misteri dell’«Afrique lointaine». Lo scavo della semantica del termine
assunto a pretesto fa capo a una griglia razionalistica in ambedue gil esempi
implicati che viene dichiarata in modo inequivocabile: «La peur [...]
c’est quelque chose d’effroyable, une sensation atroce. comme une décomposition
de l’âme, un spasme affreux de la pensée et du coeur, dont le souvenir seul
donne des frisson d’angoisse». Di piú, l’approdo conclusivo divarica la
sensazione in parola fino ad avvolgere la globalità dell’orbe terracqueo: «Mais
la peur, ce n’est pas cela. Je l’ai pressentie en Afrique. Et pourtant elle est
filie du Nord; le soleil la dissipe comme un brouillard». Sicché «le
mystérieux tambour des dunes [...] une sorte de mirage do son» che
rintocca sinistro nel deserto o la presenza fantasmatica che insidia la pace di
una famiglia assediata dal terrore in una notte tempestosa si sciolgono nel
sollievo dello scampato pericolo, ridotto dalia consapevolezza a posteriori a
fenomeno naturale: giustificabile cosi in ogni sua parte, a norma della
razionalistica analisi interna.
L’interpretazione di Pirandello opera invece secondo la logica di un progetto
oppositivo e anzi polare che interiorizza la problematica, vera e propria spada
di Damocle incombente sulla coppia adultera: di qui il ritomello dell’iterazione
del lemma che affiora con insistenza binaria o ternaria entro il corpo della
novella: quasi per confermare lungo la travatura narrativa la sindrome
irresolubile di una vera e propria ossessione.
Perciò
la sensazione in parola non può consentire la fuoriuscita dall’incubo: essa
pertiene alla struttura profonda dell’esposta psicologia coinvolta. Una lettura
provvisoria, ma scandita secondo i nuclei interni in serie, rende conto di
questa progressiva trasformazione di un dubbio logico in un momento
esistenziale.
Il
racconto si apre con la festosa accoglienza dell’amante, Antonio Serra, da parte
della donna.
Ma il
ricongiungimento é avvelenato subito dal tarlo del dubbio di essere stati
scoperti dal marito, secondo il sospetto che Serra enuncia d’un fiato: si apre
cosi un procedimento all’interpretazione dei fatti, d’impossibile risoluzione ma
che ne evidenzia la pluralità delle letture potenziali.
L’ insicurezza che ne deriva giunge non solo alla scomposizione di una realtà
disaggregata e instabile, ma al riconoscimento della difficoltà di una
decodifica impedita dalla pertinenza di ipotesi in conflitto: che paiono
prefigurare addirittura il rischio della dissolvenza. Perché in un universo in
cui é ragionevole sostenere valutazioni oppositive con l’avallo di sostegni
logici coerenti é vietato naturalmente tentare di introdurre un qualche
plausibile ordine. L’assenza di statuto unitario, avvertibile nella superficie
della fattualità (il ‘diritto’ per cosi dire della fenomenologia vitale),
riaffiora di conseguenza nel riflesso del ‘rovescio’: cioè su una
relazione erotica che può sopravvivere solo a patto di rispettare la certezza
dei ruoli acquisiti nel segreto connivente. Violata la parvenza della copertura
elementare a causa dello spiraglio del dubbio, gli amanti avvertono la
dissoluzione di ogni forma di convenienza e anzi si arrendono alla perdita della
necessaria liceità di statuto. Di conseguenza essi debbono da ultimo convenire
solidalmente in un giudizio comune. in base al quale risultano superate le
ragioni stesse dell’infrazione alle regole: che diviene impraticabile se
l’interferenza dell’ombra incombente del manto ne cancella ogni prospettiva. Di
qui la crisi che si consuma prima dei fatti (Pirandello sa già che «I fatti
[...] non sono fatti: sacchi vuoti che non
reggono...» (Il dovere del medico - 1911)), il cui percorso interno
assume la configurazione geometrica di una circonferenza: atteso che il
personaggio si posiziona da ultimo in una dimensione simmetrica, identica ma
oppositiva, avendo dismessa la «maschera» dell’amante per riassumere
quella della moglie. Il diagramma cosi schematicamente delineato approda perciò
a un’alterità esibita rispetto al modulo narrativo di Maupassant: non per caso
incrocia di scorcio, per una dinamica allusiva ricorrente, la tecnica di quel
modulo narrativo che viene rubricato alla stregua di ‘flusso di coscienza’.
L’adattamento scenico comporta anzitutto una torsione strutturale violenta:
intanto insieme col titolo cade il presupposto oggettivo, non risultando più
funzionale la sospensione del giudizio per mantenere convenientemente l’impianto
entro la cornice dell’atto unico e anzi minimo: che per giunta impone in tempi
brevi la risoluzione dell’amletico intoppo tramite il penso della recitazione
fittizia, pervenendo a una soria di anticipata catastrofe di primo grado («Tra
noi tutto é finito»; «Ti dico addio»). La continuità del dramma
impone ancora, come secondo atto implicito, l’incarnazione del flatus vocis
della novella, là evocato ma non descritto, che é la figura del marito,
strappato al limbo dell’immaginario e chiamato in attività di servizio per
svolgere sotto il rispetto fattuale altra vicenda. Egli infatti, di necessità,
ha capito tutto e sottopone a tortura in successione nell’ordine il rivale e poi
l’imprudente consorte. Non senza che l’emanazione del diverso ma altrettanto
cogente titolo generi uno svolgimento conseguente. A rammentare di continuo
l’inflessibilità meccanica attivata interviene (come per un trasferimento
metaforico della diffusa istanza positivistica censita in principio) la
sollecitazione mirata dei nomi dei protagonisti che alimentano di continuo la
procedura logica di una stretta progressiva. Dalla scelta dei cognomi risulta il
ruolo convergente di Serra e Fabbri (il secondo derivato da un meno perspicuo
Fabbris di E) e lo spicco della nuova energica Giulia. Che nella fermezza di un
nome romano (non immune da colpa, a voler sottilizzare, già nelle memorie
antiche relative alle vicende della figlia di Augusto) prende atto lucidamente
dell’insostenibilità della sua situazione come il salottiero Lillina non avrebbe
consentito. Cosi le parole del manto, fingendo di ragionare di altro esempio, in
realtà delineano in figura la «morsa» di un cerchio concentrico che si
stringe progressivamente intorno alla vittima designata, indotta ad uscire di
scena attraverso un colpo di rivoltella ma in effetti cadendo vittima di un vero
e proprio procedimento a spirale.
Sicché
il pretesto (la gelosia) e le modalità (il soffocamento reale o metaforico)
riconducono per linee interne al capostipite che, nella modernità, assume a
pretesto «the green-ey’d monster» (W.Shakespeare, Otello) e
conclude l’inesorabile partita con il soffocamento di una, in quel caso,
innocente eroina. Lo «strappo nel cielo di carta» che prevede più avanti
la sostituzione di Oreste con Amleto come protagonista eponimo comporta dunque,
in anticipo sull’enunciato, una variante significativa, anche se declinata al
femminile, secondo un messaggio che l’onomaturgia pirandelliana fa circolare
entro l’aura promossa allusivamente perfino dai titoli del cartellone.
Le
affinità tematiche e strumentali (gelosia e soffocamento) sottolineano per
contrasto la novità situazionale che opera intanto uno scambio indiscutibile fra
l’innocente Desdemona e la colpevole Giulia, nel mentre allo scioglimento
drammatico si giunge attraverso un processo indiziario distorto che culmina in
una costrizione indiretta ma obbligata. La scansione avviene per un effetto di
spiazzamento della vittima perché il marito può ripetere al suo ingresso in
scena la proposizione di Jago, «I am not what I am» (W.Shakespeare,
Otello), dal quale mutua a criterio orientatore la forsennata gelosia, poi
comunicata per contatto al Moro.
Andrea
Fabbri insomma si muove con disinvolta speditezza perché ha patito in
proprio l’effetto devastante di «An unauthoriz’d kiss», assumendo
dunque come enunciato affermativo il dubbio proposto dal perfido suggeritore («To
kiss in private?»): perciò «so prove it, / That the probation bear no
hinge nor loop / To hang a doubt on».
Logica
vuole allora che egli intenda farsi paladino di quanto ha trascurato Desdemona
(«She is protectress of her honour too»), evidentemente convinto di una
doppia metamorfosi sopraggiunta nel fisico («A horned man’s a monster and a
beast») e nella psiche («No, my heart is turned to stone»).
Il riuso tematico di Pirandello sembra presupporre l’exploit del predecessore,
di cui rovescia la premessa collocando al centro non l’illibatezza della donna
ma la sua trasgressione e calcolando l'impatto della colpa entro le pieghe della
femminilità angosciata. Sotto questo rispetto il suo scavo, si parva licet,
si situa sul piano della complementarità, dichiarata da una distanza dei gesti
ridotti a uno solo dopo la rievocazione del bacio furtivo, quello
dell’autosoppressione: secondo una logica polarizzante già attratta dal
baricentro astratto della metafattualità. Non senza che la relazione sia
sigillata da una cifra allusiva evidente, il correlativo oggettivo di un «guancialetto
di piume» perduto che segnala, come «the handkerchief» di Desdemona,
una cesura affettiva: là supposta, qui reale e con inversione di polarità del
dono (in questo caso della moglie al marito).
L’approdo alternativo risulta palese nel confronto fra E con l’ultima redazione
(M²), in rapporto alla quale l’autore promuove una serrata strategia
correttoria, distinta da una rete complessa di varianti instaurative e
sostitutive. Tra le prime si segnalano almeno alcuni inserti macroscopici come
l’introduzione di qualche didascalia o la dilatazione della prospettiva scenica
attraverso una sequenza di meta-teatro: il racconto della notte trascorsa dal
manto nella stessa camera di albergo di Andrea, vera e propria prova generale
della tortura psicologica poi inflitta, in dosi quantitativamente intollerabili,
a Giulia. L’arte del levare è invece largamente impiegata nella potatura dell’
ultima pagina, densa di allusioni e di minacce contraddittorie rispetto
all’assunto perché riconducono impropriamente sul piano della fattualità,
balenandovi addirittura il ricatto del delitto di onore: dunque con incoerenza
nella coda di un dramma la cui novità consiste per l’appunto nell’assenza di
gesti concreti. Perciò più convenientemente il testo si contrae nella seconda
redazione, per caduta della dissonanza, nella fulminea battuta dell’ atto di
accusa:
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E
Antonio (dalla soglia, chiamando): Andrea?
Andrea (volgendosi d‘un subito) Ah! - avanti - sei tu?
- avanti, avvocato...
Antonio (sempre sulla soglia): Chi adoravi dietro
l’uscio?
Andrea (guardando all'uscio con ansia paurosa): Ah -
si - ero cosi... - vieni avanti - vieni avanti... Adoravo, dici
tu... mi piace...
Antonio: Cos’hai?
Andrea: lo? Nulla - Adoravo!... Mi trovi... un po’ agitato...
Nulla... Dispiaceri... Soliti dispiaceri... Ho gridato un po’... Non
vuoi venire avanti?
Antonio (come tra sé): lo non so...
Andrea (pronto): Che non sai? nulla ti dico - Vedi - é
passato... Siedi qui - Si direbbe che bah paura di sedere...
Antonio: Questa tua
agitazione...
Andrea: Sei curioso... Te l’ho detto... Ho gridato un po’...
Non vuoi sedere? Andiamo... Ti ringrazio d’esser venuto... Parliamo
d’affari. Del mio affare (guarda verso l‘uscio a sinistra -
divenendo sempre più inquieto)
Antonio (additando l‘uscio): Che... (s ‘interrompe)
Andrea (quasi inconsciamente): Mia moglie è di là...
Si, è di là... Ho sgridato lei... - non ho trovato in casa i miei
figli...
Antonio: Ah - è per questo -
Andrea: Si - per questo... E ora... capisci?... ma non...
(si ode internamente un colpo di
rivoltella)
Antonio (dà un grido, e guarda Andrea, atterrito): Che
accade qui?
(si precipita verso l'uscio a
sinistra - l' apre - guarda - poí grida):
Tua moglie s’é uccisa!
Andrea (pronto): Tu l’hai uccisa! -Silenzio! Pel mio
onore - pel nome di lei! - pei miei figli. A questo solo patto ti
concedo la vita -
(Cala precipitosamente la tela). |
M²
Andrea resta perplesso, smarrito
dietro l'uscio, con le mani sulla
faccia.
Entra nel frattempo Antonio Serra;
il quale, vedendo Andrea in
quell’atteggiamento, sí
tratterrà esitante sulla soglia.
Si ode dalí ‘interno un colpo di
rivoltella.
Antonio dà un grido.
Andrea (volgendosi di scatto):
Tu l’hai uccisa!. |
Per
documentare la levigatura sottile delle varianti sostitutive é utile fare
ricorso, limitandosi all'esemplificazione più economica, alla considerazione
della «fonologia di giuntura». Nell’ambito di simile campionario
l’attenzione di Pirandello, implacabile di solito nell’evitare le cacofonie
vocaliche, inverte l’asse direzionale di questa dinamica stilistica,
provocandole volutamente quando la suspense impone lo iato della sillabazione
tragica di Giulia, sotto l’urgenza della catastrofe incombente:
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E
E t’ha lasciato;
l’aspettavo;
m’interessi... |
M²
E ti ha lasciato;
lo aspettavo;
mi interessi... |
Il giro
di orizzonte non riuscirebbe completo se non si considerasse infine, per
completezza, un «bozzetto scenico» come La caccia al lupo (1901)
di Verga che propone la stessa tematica (adulterio e gelosia entro la geometria
di un triangolo) e si presta a definire per contrasto il rilievo della
diversità. Il confronto risulta tanto più istruttivo perché concerne senza
dubbio testi poligenetici, visto che la cronologia prenovecentesca di Pirandello
esclude ogni rapporto con l’elaborazione successiva di Verga. La quale é già
tutta dichiarata nell’avantesto: perché le didascalie di apertura certificano
per via di metafora ma senza possibilità di equivoco il motivo conduttore e
pertino l’inevitabile conclusione:
Notte di
vento e pioggia - vero tempo da lupi [...] Lollo, grondante d’acqua, col fucile
in mano e il viso torvo. [...] La moglie (Mariangela), al vedersi dinanzi il
marito a quell'ora insolita, con quel tempo, e con quella faccia, comincia a
tremare come una foglia, ed ha appena il fiato di balbettare.
Il
diverso taglio ambientale (il «Casolare di pastori» di contro alla «stanza»
-salotto di «casa Fabbri») segnala la pertinenza dell’indugio e
giustifica lo sviluppo tutto concreto del sistema allusivo impiegato dal «pezzetto
di legno lungo poco piú di un palmo» a un pretesto trasparente perché citato
apertamente («S’é visto Bellamà?») e minacciato senza possibilità di
equivoco: «Dobbiamo prendere un lupo stanotte. [...] neanche il
diavolo lo salverebbe...».
L’evidenza palmare non risparmia le conseguenze, per giunta entro la scala di
una crescita quantitativa (l’unica consentita) della griglia prescelta («Ma
stavolta ci lascia la pelle»), soccorrendo ancora in modo convergente il
pedale della didascalia: «Scroscio di tuono - Un lampo illumina vivamente la
scena». Non per caso compare qui per la prima volta. appuntata scopertamente
sulla colpa di Mariangela, un lemma implicato che mai avrebbe potuto nella
fattispecie assurgere alla definizione di titolo: «Avranno [le galline]
paura anch’esse... come te». La crescita esponenziale di uno stato
psicologico cosi scoperto si svolge allora entro uno spazio breve, potendo solo
ripetere se stesso in iterazione («Paura? Di che hai paura, di’?!»), in
rapporto alla modulazione del passaggio successivo: ormai dischiudendosi lo
scenario della pratica barbarica preventivata per il seguito («ché suo manto
almeno, quando si sarà lavata la faccia nel sangue di quell’altro...»).
In tale contesto il colloquio di Mariangela con Bellamà, strutturalmente
posposto rispetto al dramma di Pirandello a conferma della logica alternativa
che guida i due scrittori, si svolge senza sorprese, riproponendo peraltro una
contrapposizione fra complici non necessaria e ripetitiva ma inevitabile per
assicurare la scontata conclusione. La simmetria fra i due tempi, sottolineata
dalla superflua decifrazione dell’immagine del lupo da parte di Mariangela,
emerge senza possibilità di equivoco nella ripicca successiva, segnata dalla
coincidenza anche formale delle parole dell’amante con quelle di Lollo che
presuppone addirittura il paradosso di una doppia morte in agguato: «Com’é
vero Dio, ti faccio la festa, prima di tuo marito». A rendere scontato
l’esito, tutto pienamente esibito nella premessa, interviene nell’ultima battuta
l’ingresso dei giustizieri, l'unica cautela di autore riguardando la figura
della reticenza che fa calare il sipario immediatamente prima del gesto omicida.
La divaricazione fra i due drammi in parola, non preordinata ma polare, del
tutto comparabile con quella riconosciuta in precedenza rispetto a Maupassant,
esonera dal procedere nel commento a questo punto superfluo. Semmai, tanto per
fissare da ultimo in termini di storia letteraria la distanza verificata,
conviene concludere con un rilievo inteso a sottolineare, sul versante qui
privilegiato, il significato di un esito già abbondantemente «fuori di chiave»:
tanto più ragguardevole perché realizzato nell'ambito di quella «legge
siciliana» relativa all'adulterio che configura un filone evidente fra La
lupa di Verga e Malia di Capuana. Prendendo le distanze dal più
prestigioso condizionamento storico ancora operativo (Shakespeare) e
dischiudendo un’alternativa rispetto al naturalismo di oltralpe o nostrano (da
Maupassant a Verga), Pirandello avvia una ricerca indiscutibilmente orientata,
nel segno di un’originalità allora priva di riscontro. La quale tuttavia, per
essere stazzata convenientemente, necessita di una contestualizzazione affidata
a una lettura progressiva, non retrograda, della cronologia in parola: senza
inforcare dunque gli occhiali inadeguati, tipici dei tardi fruitori del teatro
di Pirandello. L’adozione di questa cautela elementare consente di acquisire la
consapevolezza piena dell'impact factor prodotto al suo debutto da un
drammaturgo destinato di lì a poco a conquistarsi il rango di un udienza europea
di spicco.
Arnaldo Bruni
Università di Firenze
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