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Antonio Gramsci
Critiche teatrali - Il teatro di Pirandello |
da "Quaderni
dal carcere"
da
La Frusta
Letteraria
«Sai che io, molto prima di Adriano Tilgher, ho scoperto e
contribuito a popolarizzare il teatro di Pirandello? Ho
scritto sul Pirandello, dal 1915 al 1920, tanto da mettere
insieme un volumetto di 200 pagine e allora le mie
affermazioni erano originali e senza esempio: il Pirandello
era o sopportato amabilmente o apertamente deriso.» Così
scriveva dal carcere Gramsci alla cognata Tatiana il 19
marzo 1927. Antonio Gramsci fu critico teatrale dell'Avanti!
da Torino per quattro anni, dal 1916 al 1920. Ripubblichiamo
qui di seguito tutte le sue recensioni teatrali delle
pièce di Pirandello, sicuramente un po' invecchiate, ma
splendidi esempi di giornalismo e di scintillante prosa
italiana . |
«Pensaci Giacomino » di
Pirandello all’Alfieri.
Questa commedia di Luigi
Pirandello è tutta uno sfogo di virtuosismo, di abilità letteraria, di
luccichii discorsivi. I tre atti corrono tu un solo binario. I personaggi
sono oggetto di fotografia piuttosto che di approfondimento psicologico:
sono ritratti nella loro esteriorità più che in una intima ricreazione del
loro essere morale. É questa del resto la caratteristica dell’arte di Luigi
Pirandello, che coglie della vita la smorfia più che il sorriso, il ridicolo
più che il comico: che osserva la vita con l’occhio fisico del letterato,
più che con l’occhio simpatico dell’uomo artista e la deforma per
un’abitudine ironica che è l’abitudine professionale più che visione sincera
e spontanea. I personaggi sono di una povertà interiore spaventosa in questa
commedia, come del resto nelle novelle, nei romanzi e nelle altre commedie dello
stesso autore. Hanno solo delle qualità pittoriche, o meglio pittoresche: un
pittoresco caricaturale, con qualche velatura di melanconia, che è anch’essa
smorfia fisica più che passione. |
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Il protagonista della commedia è un vecchio professore di storia
naturale, incartapecoritosi in 34 anni d’insegnamento: un rudere d’umanità,
un detrito, senza più alcuna caratteristica d’uomo all’infuori del profilo
fisico. Il movente dell’azione, l’unico che si può sorprendere, è questo: il
prof. Toti, che per tanti anni ha servito lo Stato, essendone ricompensato
così miseramente che non ha potuto crearsi una famiglia, vuole ora
vendicarsi del governo. Prima di morire vuole prendere moglie, una moglie
giovanissima, per lasciarle in eredità il diritto alla pensione, per far
pagare al governo in tanti anni di pensione alla giovane vedova tutti quei
quattrini che egli non ha potuto avere, tutti quei quattrini che a lui sono
mancati sempre per poter vivere veramente, per essere uomo e non macchina
d’insegnamento. Giocare al governo questo tiro birbone diventa per il prof.
Toti l’unica ragione dei pochi anni di esistenza che gli rimangono. Ma
siccome non è un malvagio, non vuole che la moglie soffra, e perciò le
consente le più ampie libertà; aiuta il suo sostituto nel còmpito maritale,
lo ama come un figlio, e incurante di tutto, delle chiacchiere del paese,
dei rimbrotti del direttore del ginnasio, del ridicolo di cui egli stesso è
oggetto, va innanzi verso la mèta. Giacomino, l’amante di sua moglie,
vorrebbe sciogliersi dalla situazione in cui è impigliato; il prof. Toti si
reca a casa sua, gli conduce a casa sua il figlioletto, si sbarazza di ogni
intralcio, di parenti sbigottiti, di sacerdoti moralisti, e perora la causa
di sua moglie e finalmente riesce a condurre Giacomino nella via del dovere,
a continuare il suo còmpito di marito della giovane moglie dell’impiegato
che vuol vendicarsi del governo senza perciò creare altre vittime. La commedia ha avuto molto
successo, Angelo Musco ha fatto della figura del prof. Toti una creazione
scenica ammirevole per sincerità, per misura, per efficacia rappresentativa.
«Liolà» di Pirandello
all’Alfieri.
I tre atti nuovi di Luigi
Pirandello non hanno avuto successo all’Alfieri. Non hanno avuto almeno quel
successo che è necessario perché una commedia diventi redditizia. Ma Liolà ciò nonostante rimane una bella commedia, forse la migliore delle
commedie che il teatro dialettale siciliano sia riuscito a creare.
L’insuccesso del terzo atto, che ha determinato il ritiro momentaneo del
lavoro dalle scene, è dovuto a ragioni estrinseche: Liolà non finisce
secondo gli schemi tradizionali, con una buona coltellata, o con un
matrimonio, e perciò non è stata accolta con entusiasmo; ma non poteva
finire che così come è,. e pertanto finirà con l’imporsi. Liolà
è il prodotto migliore dell’energia letteraria di Luigi Pirandello. In esso
il Pirandello è riuscito a spogliarsi delle sue abitudini retoriche. Il
Pirandello è un umorista per partito preso, ciò che vuol dire che troppo
spesso la prima intuizione dei suoi lavori viene a sommergersi in una
palude retorica di moralità inconsciamente predicatoria, e di molta
verbosità inutile. Anche Liolà è passato per questo stadio, e allora
esso si chiamava Mattia Pascal, ed era il protagonista di un lungo romanzo
ironico intitolato appunto: Il fu Mattia Pascal, pubblicato verso il
1906 dalla Nuova Antologia e poi ristampato dal Treves. In seguito il
Pirandello ha ripensato alla sua creazione, e ne è venuto fuori Liolà;
l’intreccio rimane lo stesso, ma il fantasma artistico è stato completamente
rinnovato: esso è diventato omogeneo, è diventato pura rappresentazione,
libero completamente di tutto quel bagaglio moraleggiante e artatamente
umoristico che lo aduggiava. Liolà è una farsa, ma nel senso migliore
della parola, una farsa che si riattacca ai drammi satireschi della Grecia
antica, e che ha il suo corrispondente pittorico nell’arte figurativa
vascolare del mondo ellenistico. C’è da pensare che l’arte dialettale così
come è espressa in questi tre atti del Pirandello, si riallacci con l’antica
tradizione artistica popolare della Magna Grecia, coi suoi fliaci, coi suoi
idilli pastorali, con la sua vita dei campi piena di furore dionisiaco, di
cui tanta parte è pure rimasta nella tradizione paesana della Sicilia
odierna, là dove questa tradizione si è conservata più viva e più sincera. È
una vita ingenua, rudemente sincera, in cui pare palpitino ancora i cortici
delle querce e le acque delle fontane: è una efflorescenza di paganesimo
naturalistico, per il quale la vita, tutta la vita è bella, il lavoro è
un’opera lieta, e la fecondità irresistibile prorompe da tutta la materia
organica. Mattia
Pascal, il melanconico essere moderno, dall’occhio strabico, l’osservatore
della vita volta a volta cinico, amaro, melanconico, sentimentale, vi
diventa Liolà, l’uomo della vita pagana, pieno di robustezza morale e
fisica, perché uomo, perché se stesso, semplice umanità vigorosa. E la trama
si rinnova, diventa vita, diventa verità; diventa anche semplice, mentre
nella prima parte del romanzo primitivo era contorta e inefficace. Zio
Simone smania perché vuole avere un erede, che giustifichi il tenace lavoro
suo che ha accumulato una ricchezza: è vecchio, e incolpa la sterilità della
moglie, che non ha capito che Simone vuole un erede purchessia, vuole un
bambino a tutti i costi, ed è disposto a fingere di essere egli il padre.
Una sua nipote, che ha capito gli umori del vecchio, ed è stata resa madre
da Liolà, propone a Simone di diventare egli il padre del nascituro, gli
propone di farsi credere egli il padre, e il vecchio accetta. La moglie
legittima viene percossa, viene umiliata, perché non ha fatto altrettanto.
Per diventare la padrona, fa altrettanto. Zio Simone ha un figlio legale. Ma
è Liolà che dà vita a queste nuove vite, e dà vita alla commedia; Liolà che
ha sempre la gola piena di canti, che entra sempre nella scena accompagnato
da un coro bacchico di donne, accompagnato dai suoi tre altri figlioletti
naturali che sono come dei satiretti che ubbidiscono all’impulso della danza
e del canto, che sono impastati di suono e di danza come le creature
primitive dei drammi satireschi. Liolà voleva sposare Tuzza, la nipote di
Simone, prima che fosse imbastito il trucco dell’erede, ora che l’erede
legale c’è Tuzza vorrebbe essere sposata, ma Liolà non vuole, non vuole
rinunziare ai suoi canti, alla danza dei suoi figlioli, alla vita dionisiaca
del lavoro lieto: e il pugnale di Tuzza è stroncato dalle sue mani che però
non sanno l’odio e la vendetta. Ma per il pubblico ci voleva il sangue o il
matrimonio, e perciò il pubblico non ha applaudito.
« Casi è (se vi pare) »
di Pirandello.
La verità in sé non esiste,
la verità non è altro che l’impressione personalissima che ciascun uomo
ritrae da un certo fatto. Questa affermazione può essere (anzi è certamente)
una sciocchezza, un pseudogiudizio emesso da un facilone spiritoso, per
ottenere con gli incompetenti un successo di superficiale ilarità. Ma ciò
non importa. L’affermazione può dare luogo a un dramma lo stesso: non è
detto che i drammi succedano per ragioni logicissime. Ma Luigi Pirandello
non ha saputo trarre dramma da questa affermazione filosofica. Essa rimane
esteriorità, essa rimane giudizio superficiale. Dei fatti si svolgono, delle
scene si susseguono. Non hanno altra ragion d’essere che questa: la
curiosità pettegola di un piccolo mondo provinciale. Ma neppure essa è una
vera ragione, una ragione necessaria e sufficiente di dramma; e non è
neppure motivo a rappresentazione viva e artistica di caratteri, di persone
vive che abbiano un significato fantastico, se non logico. I tre atti di L.
Pirandello sono un semplice fatto di letteratura, privo di ogni connessione
drammatica, privo di ogni connessione filosofica: sono un puro e semplice
aggregato meccanico di parole che non creano né una verità, né una immagine.
L’autore li ha chiamati parabola: l’espressione è esatta. La parabola è un
qualcosa di misto tra la dimostrazione e la presentazione drammatica, tra la
logica e la fantasia. Può esser e mezzo efficace di persuasione nella vita
pratica, è un mostro nel teatro, perché nel teatro non bastano gli accenni,
perché nel teatro la dimostrazione è impersonata in uomini vivi, e gli
accenni non bastano più, e le sospensioni metaforiche devono scendere al
concreto della vita, perché nel teatro non bastano le virtù dello stile per
creare bellezza, ma è necessaria la complessa rievocazione di intuizioni
interiori profonde di sentimento che conducano a uno scontro, a una lotta,
che si snodino in una azione. La dimostrazione è fallita nella parabola di Pirandello. La verità in sé non
esiste, esiste l’interpretazione che essa dànno gli uomini.
L’interpretazione è vera, quando di un fatto rimangono tali documenti da
permettere agli uomini di buona volontà la vera interpretazione. Del fatto
che dà luogo alla parabola esistono solo due testimoni-documenti: e i due
sono interessati al fatto, e non appaiono che esteriormente, nell’apparenza
sensibile che si sviluppa da motivi che rimangono inesplorati. In un paese
di provincia arrivano tre personaggi superstiti del terremoto della Marsica.
marito, moglie e una vecchia. La loro vita è circondata di mistero. Il
mistero solletica tutte le curiosità pettegole del paese: si ricerca, si
indaga, si fa intervenire l’autorità. Nessun risultato. Il marito sostiene
una cosa, la vecchia un’altra, uno lascia credere che l’altra sia pazza: chi
ha ragione? Il signor Ponza sostiene d’essere vedovo di una figlia della
signora Frola, d’essersi riammogliato e di tenere con sé (nello stesso
paese, ma in diversa casa) la Frola solo per un sentimento di pietà, perché
la poveretta, impazzita alla morte della figliola, crede che la seconda
signora Ponza sia sua figlia, sempre viva. La signora Frola sostiene che il
Ponza abbia avuto in un certo momento della sua vita un oscuramento della
ragione: che in quel periodo gli sia stata sottratta la moglie e che egli
l’abbia creduta morta, e non si sia voluto ricongiungere con lei che in
seguito a un nuovo matrimonio simulato, dandole un altro nome, credendola
un’altra persona. I due separatamente sembrano saggissimi, messi a
confronto, devono risultare in contraddizione, sebbene reciprocamente
operino come se veramente uno faccia la commedia per pietà dell’altro. Quale
è la verità? Chi dei due è il pazzo? Mancano i documenti: il paese loro
d’origine è distrutto dal terremoto, chi potrebbe informare è morto. La
moglie del Ponza fa una breve apparizione, ma l’autore preso nell’incanto
della sua dimostrazione, ne fa un simbolo: la verità che appare velata, e
dice: io sono l’una e l’altra cosa, io sono ciò che si crede io sia. Uno
sgambetto logico semplicemente. Il vero dramma l’autore l’ha solo adombrato,
l’ha accennato: è nei due pseudopazzi che non rappresentano però la loro
vera vita, l’intima necessità dei loro atteggiamenti esteriori, ma sono
presentati come pedine della dimostrazione logica. Un mostro pertanto, non
una dimostrazione, non un dramma, e come residuo, del facile spirito e molta
abilità scenografica. Hanno interpretato i tre
atti la Melato, il Betrone, il Paoli, il Lamberti con molta vivacità e
abilità dialogica. Pochi applausi a ogni chiusura di velario.
« Il piacere dell’onestà
» di Pirandello al Carignano.
Luigi Pirandello è un «
ardito» del teatro. Le sue commedie ,sono tante bombe a mano che scoppiano
nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di
sentimenti, di pensiero. Luigi Pirandello ha il merito grande di far, per lo
meno, balenare delle immagini di vita che escono fuori dagli schemi soliti
della tradizione, e che però non possono iniziare una nuova tradizione, non
possono essere imitate, non possono determinare il cliché di moda. C’è nelle
sue commedie uno sforzo di pensiero astratto che tende a concretarsi sempre
in rappresentazione, e quando riesce, dà frutti insoliti nel teatro
italiano, d’una plasticità e d’una evidenza fantastica, mirabile. Così
avviene nei tre atti del Piacere dell’onestà. Il Pirandello vi rappresenta
un uomo che vive la vita pensata, la vita come programma, la vita come «
pura forma ». Non è un uomo comune questo Angelo Baldovino. È stato un
briccone, è un relitto, secondo le apparenze. Non è, in verità, che un uomo
verso il quale la società ha avuto il torto di essere tale per cui la « pura
forma » è in realtà adeguata al resto della realtà. Il Baldovino si innesta
nella commedia in un ambiente favorevole e vive la sua vita. Diventa il
marito legale di una nobile signorina che è stata resa madre da un uomo
ammogliato. Accetta la parte, ponendosi degli obblighi di onestà, e
ponendone agli altri, e sviluppa il suo pensiero. Diventa subito
ingombrante: il suo pensiero si realizza per sé, ma scombussola tutto
l’ambiente e arriva a questo punto morto preveduto dal Baldovino, ma
paradossale per gli altri; è necessario che il marchese Fabio, il seduttore,
diventi ladro, perché la « pura forma » si sviluppi in tutta la sua logica,
e Baldovino appaia essere il ladro, pur rimanendo accertato per tutti gli
interessati che il vero ladro è il marchese, e che non impunemente si
accettano dei contratti in cui la logica e la volontà uno deciso a
rispettarla, sono elementi essenziali. Arrivati a questo punto di
scomposizione e di dissoluzione psicologica, la commedia ha uno svolto
pericoloso, e un po’ confuso. Le reazioni sentimentali hanno il
sopravvento: la bricconeria effettiva del marchese Fabio prende un risalto
di una evidenza umoristica catastrofica, e la moglie putativa diventa moglie
effettiva e appassionata del Baldovino, che non è un briccone un galantuomo,
ma solo un uomo che vuole essere l’uno e l’altro, e sa essere effettivamente
galantuomo, lavoratore, perché queste parole non sono che attributi
contingenti di un assoluto che solo il pensiero e la volontà creano e
alimentano. La commedia di Pirandello ha
avuto un crescendo di applausi, dovuto alla virtù di persuasione insita nel
processo fantastico dell’intreccio. Ruggero Ruggeri sosteneva la parte del
Baldovino, la Vergani quella della signorina, poi signora Agata Baldovino,
il Martelli quella del marchese Fabio. Col Pettinello e la Mosso
presentarono un insieme interpretativo ottimo, ciò che contribuì a far
rilevare meglio il dialogo serrato e pieno di scorci della commedia.
«A’ berritta ccu li
ciancianeddi » di Pirandello all’Alfieri.
È una parentesi nel teatro
di Luigi Pirandello, un episodio, un abbozzo. Rientra nel suo genere, è
prodotto autentico del temperamento personalissimo dell’autore, ma non è
stata elaborata, e rifinita come le altre commedie. Lo spunto stesso
ridiventa comune. Nelle altre commedie il motivo non esce certo dalle
esperienze del passato, siano esse intellettuali, siano sentimentali, ma
l’autore svecchia il motivo antico, lo presenta rivestito di peculiarità
caratteristiche, i personaggi sono suoi, della sua fantasia, le parole che
dicono hanno una vita nuova, di stile e di passione. In questi due atti c’è
poca intensità: la dimostrazione soverchia l’azione, la diluisce, la
svanisce. A’ berritta ccu li ciancianeddi continua la serie delle
altre commedie, è un residuo delle altre commedie: continua la
rappresentazione esemplificata delle contraddizioni tra l’essere e il voler
essere, tra l’apparenza e la realtà, tra l’immagine e il vero, che hanno
avuto due momenti drammatici nel Così è (se vi pare) e nel Piacere
dell’onestà. Ma in questi due atti il sofisma, il paradosso non acquista
pregio nel dialogo, non suscita dramma originale: qualche battuta, qualche
piccola scena, la vita è solo nell’interprete in Angelo Museo, che riesce a
far superare il tedio delle lunghe parlate non più interessanti spesso di
quelle del più melenso scrittore di teatro. C’è qui il marito tradito, marito vecchio, brutto e innamorato, che non vuole
diventare lo zimbello del paese, che non vuole sul suo capo la berretta coi
sonagli della beffa, dello scherno. Egli sopporta il tradimento per
conservare la donna, poiché è sicuro del segreto. Teorizza lo sdoppiamento
dell’uomo in quanto intimità e in quanto termine di relazione sociale: vuole
il rispetto umano, vuole la tranquillità. Il segreto viene propalato con uno
scandalo clamoroso. La moglie viene colta in flagrante adulterio. Un
tranello è stato teso dalla moglie gelosa dell’adultero, e l’arresto dei due
colpevoli rovinerà l’esistenza di don Nuccio, se egli non riesce a far
credere che si tratta di una pazzia, che l’accusatrice è stata una pazza.
Così si chiudono i due atti: il marito becco pone un dilemma: o la strage
dei due colpevoli sua, moglie e l’amante, o la finzione della pazzia
nell’accusatrice nella donna gelosa che non ha pensato che a se stessa e ha
rovinato un quarto innocente. E don Nuccio ottiene questa finzione
indirettamente, facendo esasperare la donna, traendola a urlare, a inveire
incompostamente goffamente contro di lui, facendosi chiamare becco dalla
signora che diventa una furia, che perde la sua apparenza civile e lascia
senza freni la vena di follia che esiste in ogni umano. La commedia si impernia tutta su Angelo Museo, che riesce colla sua comicità
misurata, fluida nel lungo discorso, ossessionata, irresistibilmente
trascinatrice nel momento culminante a destare l’interesse degli spettatori,
che si raccoglie nei due atti per dilatarsi ed espandersi nella risata
finale.
«Il giuoco delle parti»
di Pirandello al Carignano.
Nel primo atto del Giuoco
delle parti, Luigi Pirandello inizia la presentazione della « moglie »
come personificante la visione che della fisica della vita hanno gli
scultori e i pittori del futurismo postcubistico: l’inferiorità spirituale è
una scomposizione di volumi e di piani che si continuano nello spazio, non
una limitazione rigidamente definita in linee e superfici. Il « marito »
invece è fortemente accentrato in un io ragionante, ben levigato e ravviato
come un Concetto puro, che gira intorno a un pernio, trottola silenziosa che
la volontà, resa libera da ogni contingenza condizionatrice, fa roteare
sopra un piano di vetro. Evidentemente le due creature non possono sistemare
un ordine di rapporti di convivenza affettuosa: il marito è impenetrabile ai
piani e volumi vibratili della moglie, e questa, non riuscendo a continuarsi
nel marito, se ne sente limitata, ella che per natura deve continuarsi in
tutte le vite spirituali e in tutti i territori del mondo, e soffre e smania
e aspira alla liberazione del suo io, inevitabilmente aspirando alla
distruzione del suo incoercibile contraddittorio. Il concetto puro trionfa
del protoplasma vibratile: la filosofia classica trionfa di Bergson; le
contingenze si sottomettono alla volontà della trottola socratica. C’è un «
amante ». perché la commedia rientra nella serie dei terzetti teatrali, ma
l’amante non impersona alcuna idea; è sorda materia, è oggettività opaca, è
il « fesso » della vita, che logicamente è condotto
a rimetterci la pelle,
perché la dialettica dei contrari giunga a uno svolgimento che potrebbe
essere la lacrima del concetto puro e l’urlo belluino del protoplasma in
movimento: la umanità, insomma, che sbalordisce ritrovare ancora in tanta
orgia di girandole filosofiche da insegnante in un liceo di provincia.
Banalmente esprimendosi: la moglie vuol disfarsi del marito; insultata come
moglie, vuole che il marito si batta in duello. Il marito non la intende
così e costruisce, sulle contingenze che la natura esteriore al suo io gli
getta tra i piedi, il trionfo della ragione logica: accetta il duello
all’ultimo sangue e poi non si batte, costringendo a battersi e a farsi
uccidere, l’amante che è il vero marito. La vita è per lui, concetto puro,
un giuoco meccanico, di cui prevede e dispone a priori le parti, facendo
sempre scacco matto. La commedia del Pirandello
non è delle migliori del genere Pirandello: il giuoco vi è diventato
meccanismo esteriore di dialogo, puro sforzo letterario di verbalismo
pseudofilosofico. L’incomprensione reciproca delle marionette sceniche si è
proiettata nel teatro: pieno dominio di monadi senza porte e senza
finestre, incomunicabili e incoercibili. l’autore, i personaggi e il
pubblico.
« L’innesto » di
Pirandello al Carignano.
Esiste nell’arte del
giardinaggio una forma di innesto che si pratica nel mese d’agosto e si
chiama innesto a occhi chiusi. La pianta accoglie « amorosamente » il
tallo, col quale la mano rude ma esperta del villano la violenta, lo
assimila al suo amore, al suo desiderio di frutto, lo accoglie a
«occhi chiusi », nutrendolo
della sua follia, di tutta la sua vita che aspira alla maternità, alla
creazione di nuove vite. Chi domanderà alla innocente pianta l’origine
legittima della sua fecondità? Anche la signora Laura Banti è una sterile
pianta, violentemente aggredita da uno sconosciuto villano, la quale ha
ricevuto a «occhi chiusi » il germe vitale che la renderà madre, e lo ha
assimilato alla sua vita, al suo amore, e lo ha nutrito di tutto il suo
spirito, del quale è essenziale parte lo spirito, l’amore e il corpo fisico
del consorte legittimo. Solo che questo legittimo e ben individuato consorte
ha i suoi scrupoli e la sua suscettibilità e la sua volontà che sono due con
quelli della moglie e non solo uno come nello stesso fiore sterile il
pistillo e il gineceo che compiono il rito fecondatore senza nulla generare.
Come venga superato lo stato d’animo di Giorgio Banti, come Giorgio Banti
finisca col dividere la follia amorosa di sua moglie e accettare per suo (credere
suo) il figlio nascituro, dovrebbe essere argomento di questi tre atti del
Pirandello. Il
quale non ha voluto e non ha osato affrontare apertamente la concezione
elementare della commedia: un figlio è solo fisica generazione, mero
prodotto di un accoppiamento casuale, oppure è amore essenzialmente, nuova
vita che scocca dalla fusione intima permanente di due vite? e ha irrigidito
un’azione, ricca di umanità e di liricità, intorno a una fredda metafora da
giardinaggio, e ha finito col credere un po’ anch’eg1i, all’accostamento
artificiale tra gli uomini e le piante e ha presentato questo problema
sessuale, che poi fondamentale nella vita degli uomini, avvolgendolo . una
artificiosa bambagia di dialogo a mezzi termini, ad accenni, a furtività
sentimentali, accatastando tre gradi di vita in cui il problema si presenta
(la pianta, una rozza villanella e la spirituale signora Banti), quasi non
sapesse come esprimere al pubblico e come organare in atto la concezione che
pure era chiara nella sua fantasia. Sono
stentati i tre atti, prolissi nella loro secchezza e congestione.
L’argomento è posto, ma non vivificato, la passione e la follia sono
presupposte, ma non rappresentate. Il Pirandello non ha neppure realizzato
una di quelle sue « conversazioni » drammatiche, che se non conteranno molto
nella storia dell’arte, avranno invece molta parte nella storia della
cultura italiana.
« La ragione degli altri
» di Pirandello al Carignano.
La casa è dove sono i figli.
La convivenza familiare non può essere fondata su meri rapporti sessuali,
non può essere fondata sul codice, non può essere fondata sulle idee
convenzionali di dovere, non può essere fondata su motivi sentimentali di
pietà; un solo legame esiste, elementare e perciò costante e incoercibile, i
figli e solo dove sono i figli esiste la casa...
La
logica di questo principio (condotta fino all’assurdo: i figli anche se di
un’altra donna, la maternità anche se... presa a prestito) sostanzia questi
atti del Pirandello. Pirandello abbandona i motivi letterari i motivi…
filosofici di intrigo e di conversazione drammatica e poggia lo svolgimento
dell’azione su un motivo primordiale di umanità, la più profonda e
istintiva. Il dramma si rivela atroce e scheletrico nel terzo atto: sono di
fronte due donne che si contendono una bambina, l’una per difendere la sua
maternità, non per conservare un amante: l’altra per avere in casa una
figlia di suo marito, apparire a suo marito come madre, e con questa
illusione di maternità ricostruire o costruire la famiglia, dare all’amore
una moralità Lotta atroce, crudele perché la madre dovrà rinunziare alla sua
bambina per assicurarle un avvenire, il nome del padre, una ricchezza una
casa; dramma rappresentato senza lenocini oratori, senza sdilinquimenti
senza scene grandiloquenti e perciò direttamente rivolto a colpire tutte le
abitudini sentimentali del pubblico, che reagisce con irti tutti i
pregiudizi piccolo-borghesi. Ma il Pirandello è poi riuscito a esprimere il
dramma in tutta la sua pienezza? Si ha l’impressione penosa, nei primi due
atti, dello stento, del tormento senza uscita, che si adagia nella direzione
nella prolissa insistenza su particolari inutili: il motivo fondamentale è
accennato vagamente non conduce e non indica lo sviluppo dell’azione: il
terzo atto appare come una rivelazione troppo cruda troppo offensiva del…
buon gusto e delle buone maniere. Il dramma non si replica.
«Tutto per bene » di
Pirandello al Chiarella.
Nei tre atti di Tutto per
bene, Luigi Pirandello dipana questa matassa: un tale Martino Lori ha
sposato 1a figlia di un illustre scienziato che lascia, morendo, un pacco di
appunti sulle sue ricerche rimaste incompiute. Salvo Manfroni, discepolo
dello scienziato, manomette e gli appunti e la figlia del suo maestro,
moglie del Lori. Manfroni diventa una illustrazione della scienza, è
deputato, diventa ministro, diventa senatore; il Lori è da lui trascinato
nella carriera politica e giunge fino al posto di consigliere di Stato.
Questo tale Martino Lori non sospetta di nulla; non sospetta che sua moglie
l’abbia tradito, non sospetta che sua figlia Palma sia invece figlia del
Manfroni, non sospetta di nulla, sebbene il Manfroni si sostituisca a lui
nel curare la fanciullina, divenuta orfana della madre, e la tiri su per
conto suo e le costituisca una dote e le trovi un marito aristocratico; non
sospetta di nulla, sebbene tutti gli intimi di casa sappiano e Palma sappia,
e il fidanzato di Palma sappia. Non sospetta di nulla e per sedici anni si
costruisce una vita sua particolare, che a tutti pare la commedia di un
miserabile, contento dei benefizi ricavati dal consenso dato alla moglie
per le tresca col grande uomo politico. Non sospetta nulla e un bel giorno,
dopo tanto tempo, dopo tanta illusione sull’onestà e sulla bontà degli
uomini, la verità gli è rivelata. La commedia si impernia su questa
rivelazione: dovrebbe essere la rappresentazione di questo dramma fulmineo:
il dramma di un uomo che si è costruita tutta la vita interiore ed esteriore
sull’ignoranza di un fatto essenziale della sua vita stessa, e d’un tratto
si trova sperduto, perché il suo « io » intimo è svanito e il panorama
circostante, veduto sempre in un modo per tanti e tanti anni, è mutato
radicalmente, è un panorama di rovine e di macerie. Bisogna subito dire che
il Pirandello si limita a dipanare la matassa, a condurre l’intrigo; il
lavoro è affrettato, e la figura di Martino Lori non riesce a dominare lo
svolgimento e a organizzarlo per giustificarlo; è smorto, non reagisce altro
che a sospiri e gemiti; non diventa un carattere, rimane una vittima senza
energia né sentimentale, né dialettica (come avviene nelle creazioni del
Pirandello), che si affloscia e scompare, rientrando nel buio della
nullaggine drammatica.
Il teatro di Pirandello.
Una nota giovanile di Luigi Pirandello.
Pubblicata dalla « Nuova Antologia » del l° gennaio 1934 e scritta dal
Pirandello negli anni 1889-90, quando era studente a Bonn: «Noi lamentiamo
che alla nostra letteratura manchi il dramma, e sul riguardo si dicono tante
cose e tante altre se ne propongono, conforti, esortazioni, additamenti,
progetti, opera vana: il vero marcio non si vede e non si vuol vedere. Manca
la concezione della vita dell’uomo. E pure noi abbiamo tempo da dare
all’epica e al dramma. Arido, stupido alessandrinismo il nostro ».
Forse però questa nota del Pirandello non fa che riecheggiare discussioni di
studenti tedeschi sulla necessità generica di una Weltanschauung ed è
più superficiale di quanto non paia. In ogni modo il Pirandello si è fatta
una concezione della vita e dell’uomo, ma essa è « individuale », incapace
di diffusione nazionale-popolare, che però ha avuto una grande importanza «
critica », di corrosione di un vecchio costume teatrale.
La « dialettica» in Pirandello.
Su Pirandello occorrerà scrivere un saggio speciale, utilizzando tutte le
note da me scritte durante la guerra, quando Pirandello era combattuto dalla
critica, che era incapace persino di riassumere i suoi drammi (ricordare le
recensioni dell’Innesto nei giornali torinesi dopo la prima rappresentazione
e le profferte di colleganza fattemi da Nino Berrini) e suscitava le furie
di una parte del pubblico. Ricordare che Liolà fu da Pirandello tolta
dal repertorio per le dimostrazioni ostili dei giovani cattolici torinesi
alla seconda replica.
L’importanza del Pirandello mi pare di carattere intellettuale e morale,
cioè culturale, più che artistica: egli ha cercato di introdurre nella
cultura popolare la « dialettica » della filosofia moderna, in opposizione
al modo aristotelico-cattolico di concepire l”oggettività del reale ». L’ha
fatto come si può fare nel teatro e come può farlo il Pirandello stesso:
questa concezione dialettica dell’oggettività si presenta al pubblico come
accettabile, in quanto essa è impersonata da caratteri di eccezione, quindi
sotto veste romantica, di lotta paradossale contro il senso comune e il buon
senso. Ma potrebbe essere altrimenti? Solo cosi i drammi del Pirandello
mostrano meno il carattere di «dialoghi filosofici », che tuttavia hanno
abbastanza, poiché i protagonisti devono troppo spesso « spiegare e
giustificare » il nuovo modo di concepire il reale; d’altronde il Pirandello
stesso non sempre sfugge da un vero e proprio solipsismo, poiché la «
dialettica» in lui è più sofistica che dialettica.
L’«ideologia » pirandelliana.
Forse ha ragione il Pirandello a protestare egli per il primo contro il «pirandellismo»,
cioè a sostenere che il così detto pirandellismo è una costruzione astratta
dei sedicenti critici, non autorizzata dal suo concreto teatro, una formula
di comodo, che spesso nasconde interessi culturali e ideologici tendenziosi,
che non vogliono confessarsi esplicitamente. È certo che Pirandello è sempre
stato combattuto dai cattolici: ricordare il fatto che Liolà è stata
ritirata dal repertorio dopo le cagnare inscenate al teatro Alfieri di
Torino dai giovani cattolici per istigazione del « Momento» e del suo
mediocrissimo recensore teatrale, Saverio Fino. Lo spunto contro Liolà
fu dato da una pretesa oscenità della commedia, ma in realtà tutto il teatro
del Pirandello è avversato dai cattolici per la concezione pirandelliana del
mondo, che, qualunque essa sia, qualunque sia la sua coerenza filosofica, è
indubbiamente anticattolica, come invece non era la concezione « umanitaria
» e positivistica del verismo borghese del teatro tradizionale. In realtà,
non pare si possa attribuire al Pirandello una concezione del mondo
coerente, non pare si possa estrarre dal suo teatro una filosofia e quindi
non si può dire che il teatro pirandelliano sia «filosofico ». È certo però
che nel Pirandello ci sono punti di vista che possono riallacciarsi
genericamente a una concezione del mondo, che all’ingrosso può essere
identificata con quella soggettivistica. Ma il problema è questo: 1) questi
punti di vista sono presentati in modo « filosofico », oppure i personaggi
vivono questi punti di vista come individuale modo di pensare? Cioè, la «
filosofia » implicita è esplicitamente solo « cultura » ed « eticità »
individuale, cioè esiste, entro certi gradi almeno, un processo di
trasfigurazione artistica nel teatro pirandelliano? E ancora si tratta di un
riflesso sempre uguale, di carattere logico, o invece le posizioni sono
sempre diverse, cioè di carattere fantastico?; 2) questi punti di vista sono
necessariamente di origine libresca, dotta, presi dai sistemi filosofici
individuali, o non sono invece esistenti nella vita stessa, nella cultura
del tempo e persino nella cultura popolare di grado infimo, nel folclore?
Questo secondo punto mi pare fondamentale ed esso può
essere risolto con un esame comparativo dei diversi drammi, quelli concepiti
in dialetto e dove si rappresenta una vita paesana, « dialettale » e quelli
concepiti in lingua letteraria e dove si rappresenta una vita
superdialettale, di intellettuali borghesi di tipo nazionale e anche
cosmopolita. Ora, pare che, nel teatro dialettale, il pirandellismo sia
giustificato da modi di pensare « storicamente » popolari e popolareschi,
dialettali; che non si tratti cioè di « intellettuali » travestiti da
popolani, di popolani che pensano da intellettuali, ma di reali,
storicamente, regionalmente, popolani siciliani, che pensano e operano così,
proprio perché sono popolani e siciliani. Che non siano cattolici, tomisti,
aristotelici non vuol dire che non siano popolani e siciliani; che non
possano conoscere la filosofia soggettivistica dell’idealismo moderno non
vuol dire che nella tradizione popolare non possano esistere filoni di
carattere « dialettico » e immanentistico. Se questo si dimostrasse, tutto
il castello del pirandellismo, cioè dell’intellettualismo astratto del
teatro pirandelliano crollerebbe, come pare debba crollare.
Ma non mi pare
che il problema culturale del teatro pirandelliano sia ancora esaurito in
questi termini. In Pirandello abbiamo uno scrittore « siciliano », che
riesce a concepire la vita paesana in termini « dialettali », folcloristici
(se pure il suo folclorismo non è quello influenzato dal cattolicismo, ma
quello rimasto « pagano », anticattolico sotto la buccia cattolica
superstiziosa), che nello stesso tempo è uno scrittore « italiano » e uno
scrittore « europeo ». E in Pirandello abbiamo di più; la coscienza critica
di essere nello stesso tempo « siciliano », « italiano » ed « europeo », ed
è in ciò la debolezza artistica del Pirandello accanto al suo grande
significato « culturale » (come ho notato altrove).
Questa « contraddizione
», che è intima nel Pirandello, ha esplicitamente avuto espressione in
qualche suo lavoro narrativo (in una lunga novella, mi pare Il turno
si rappresenta l’incontro tra una donna siciliana e un marinaio
scandinavo, tra due « province » così lontane storicamente). Quello che
importa è però questo: il senso critico-storico del Pirandello, se lo ha
portato nel campo culturale a superare e dissolvere il vecchio teatro
tradizionale, convenzionale, di mentalità cattolica o positivistica,
imputridito nella muffa della vita regionale o di ambienti borghesi piatti e
abiettamente banali, ha però dato luogo a creazioni artistiche compiute? Se
anche l’intellettualismo del Pirandello non è quello identificato dalla
critica volgare (di origine cattolica tendenziosa, o tilgheriana
dilettantesca) è però il Pirandello libero di ogni intellettualismo? Non è
più un critico del teatro che un poeta, un critico della cultura che un
poeta, un critico del costume nazionale-regionale che un poeta? Oppure dove
è realmente poeta, dove il suo atteggiamento critico è diventato contenuto,
forma d’arte e non « polemica intellettuale », logicismo sia pure non da
filosofo, ma da « moralista » in senso superiore?
A me pare che Pirandello
sia artista proprio quando è « dialettale » e Liolà mi pare il suo
capolavoro, ma certo anche molti « frammenti »sono da identificare di grande
bellezza nel teatro « letterario ».
[...]
La personalità artistica del Pirandello.
Altrove ho notato come in un giudizio critico-storico su Pirandello,
l’elemento « storia della cultura » debba essere superiore all’elemento
«storia dell’arte» , cioè che nell’attività letteraria pirandelliana prevale
il valore culturale al valore estetico. Nel quadro generale della
letteratura contemporanea, l’efficacia del Pirandello è stata più grande
come « innovatore » del clima intellettuale che come creatore di opere
artistiche: egli ha contribuito molto più dei futuristi a «
sprovincializzare » l’« uomo italiano» , a suscitare un atteggiamento «
critico » moderno in opposizione all’atteggiamento melodrammatico »
tradizionale e ottocentista.
La quistione è però ancor più complessa di quanto appaia da questi cenni. E
si pone così: i valori poetici del teatro pirandelliano (e il teatro è il
terreno più proprio del Pirandello, l’espressione più compiuta della sua
personalità poetico-culturale) non solo devono essere isolati dalla sua
attività prevalentemente di cultura, intellettuale-morale, ma devono subire
una ulteriore limitazione: la personalità artistica del Pirandello è
molteplice e complessa. Quando il Pirandello scrive un dramma, egli non
esprime «letterariamente », cioè con la parola, che un aspetto parziale
della sua personalità artistica. Egli « deve » integrare la stesura
letteraria a con la sua opera di capocomico e di regista. Il dramma del
Pirandello acquista tutta la sua espressività solo in quanto la
«recitazione» sarà diretta dal Pirandello capocomico, cioè in quanto
Pirandello avrà suscitato negli attori dati una determinata espressione
teatrale e in quanto Pirandello regista avrà creato un determinato rapporto
estetico tra il complesso umano che reciterà e l’apparato materiale della
scena (luce, colori, messinscena in senso largo). Cioè, il teatro
pirandelliano è strettamente legato alla personalità fisica dello scrittore
e non solo ai valori artistico-letterari « scritti ». Morto Pirandello (cioè
se Pirandello oltre che come scrittore, non opera come capocomico e come
regista), cosa rimarrà del teatro di Pirandello? « Un canovaccio a generico,
che in un certo senso può avvicinarsi agli scenari del teatro pregoldoniano,
dei « pretesti » teatrali, non della « poesia» eterna. Si dirà che ciò
avviene per tutte le opere di teatro, e in un certo senso ciò è vero. Ma
solo in un certo senso. È vero che una tragedia di Shakespeare può avere
diverse interpretazioni teatrali a seconda dei capocomici e dei registi,
cioè è vero che ogni tragedia di Shakespeare può diventare « pretesto » per
spettacoli teatrali diversamente originali: ma rimane che la tragedia «
stampata» in libro e letta individualmente ha una sua vita artistica
indipendente, che può astrarre dalla recitazipne teatrale: è poesia e arte
anche fuori del teatro e dello spettacolo. Ciò non avviene per Pirandello:
il suo teatro vive esteticamente in maggior parte solo se «rappresentato »
teatralmente avendo il Pirandello come capocomico e regista. (Tutto ciò sia
inteso con molto sale).
Antonio Gramsci - Quaderni dal carcere - Letteratura e vita nazionale,
Editori Riuniti, Roma 1971
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