La lettera indirizzata a Capuana che Pirandello allega alla seconda edizione del
romanzo L’esclusa (1908) è indicativa del rapporto che l’autore sente di aver
consumato con il verismo. Pirandello esprime rammarico per il fatto che il
pubblico non abbia saputo cogliere il fondo umoristico del romanzo celato sotto
la «rappresentazione affatto oggettiva dei casi e delle persone [...]. Qui ogni
volontà è esclusa, pur essendo lasciata ai personaggi la piena illusione ch’essi
agiscano volontariamente, mentre una legge odiosa li guida o li trascina,
occulta e inesorabile». [1]
In altre parole, l’autore girgentino è
cosciente sia del superamento del naturalismo operato dalla propria produzione
narrativa umoristica sia, contemporaneamente, dell’appartenenza de L’esclusa
all’alveo della verosimiglianza naturalistica, sebbene Pirandello compia grandi
sforzi per distaccarsene. È verista la condotta «mostruosamente consequenziale»
[2] dei personaggi del romanzo; è verista la
loro appartenenza a schemi e ruoli prefissati, immutabili. La filosofia positivista impone di considerare la realtà
come totalmente soggiogata a leggi deterministiche immutabili: la logica del
positivismo non lascia spazio al caso ma, attraverso la triade race, milieu e
moment, consente di stabilire con precisione la genealogia dei fenomeni
materiali. Il verismo non dà spazio ad alcun pensiero della differenza e, anzi,
nella sua monolitica concezione della realtà, riassorbe qualsiasi fenomeno nella
logica del determinismo. Pirandello è ben cosciente di questa condizione da cui
tenta di liberarsi, se è vero che in una nota critica del 1901 sull’allora
fresco di stampa Il marchese di Roccaverdina, pur riconoscendosi in qualche modo
discepolo di Verga e Capuana, scrive che quest’ultimo ha fornito «un’analisi
minuta, particolare, potente, determinata però man mano, di continuo, dalle
conseguenze vive del fatto, dai personaggi che si muovono nel dramma, dalle
speciali condizioni ambientali». [3]
Pirandello compirà grandi sforzi per
liberarsi dalle prescrizioni veriste, superandole dal suo interno. In tutta la
sua prima produzione romanzesca si avverte infatti un’insofferenza sempre
crescente nei confronti del determinismo positivistico. Ne Il turno, ad esempio,
sebbene viga una certa rigidità dei personaggi e del bozzettismo, il
determinismo dei fenomeni materiali tende a convertirsi in un’imprevedibilità
del caso. Anche ne L’esclusa non è direttamente la condizione oggettiva e
materiale a decretare l’estraneità e l’esclusione sociale, come accadeva in
Verga, ma è piuttosto il “fatto”, cioè una serie di combinazioni casuali della
realtà:
«potremmo dire che questo di Pirandello è un determinismo sociale, non più
naturale. L’impalcatura positivistica e veristica viene scossa, costretta a
subire una torsione in senso relativistico, non ancora rovesciata. La fatalità
deterministica viene conservata, ma a suo fondamento non sta un accadimento
reale, bensì una “verità” che s’afferma nella coscienza comune per la forza di
una convenzione». [4]
Dunque Pirandello abiura la verità scientifica propria del positivismo
adottandone un’altra nozione, pragmatica e relativa.
[5]
In altre parole, esiste
ancora “il fatto”, ma questo non agisce determinando direttamente le sorti dei
personaggi: piuttosto, è l’interpretazione psicologica di ciascuno di essi a
indirizzare “il fatto” verso un esito sciagurato. La prima critica che
Pirandello muove al verismo è l’inverosimiglianza del determinismo logico: nel
mondo alle soglie del Novecento, il pensiero positivista non è più in grado di
cogliere la molteplicità di sfumature del personaggio e dunque non può
rappresentarne l’intima realtà. Questo passaggio è testimoniato, tra l’altro,
dal rapporto con Capuana, il principale mediatore del naturalismo zoliano in
Italia. Per Pirandello, Capuana è soprattutto un attento analista psicologico,
lontano dal «verismo sobrio, classico del Verga».
[6]
I suoi personaggi, come
dimostra la tarda opera Il marchese di Roccaverdina, sono indubbiamente
«prodotti e determinati dal loro proprio ambiente»,
[7] ma sono tratteggiati
essenzialmente a partire dalla propria interiorità. Questa caratteristica di
Capuana costituirà il punto di partenza per il distacco pirandelliano dal
verismo, attraverso la complicazione dell’interiorità psicologica. Anche solo
confrontando il capolavoro di Capuana del 1901 con una pressoché coeva novella
pirandelliana avente il medesimo tema della pazzia Quand’ero matto (1902),
possiamo evincerne la profonda differenza non solo di poetica ma anche di
prospettiva: la complicazione psicologica di Capuana si innesta su di una
predestinazione meccanica della pazzia del marchese, dovuta al tormento
interiore e probabilmente al senso di colpa. E l’autore, in effetti, glissa
sulla sofferenza o sulla distorsione ragionativa del personaggio presentandolo
direttamente, nell’epilogo del romanzo, come pazzo. Per Pirandello, invece, la
pazzia consta proprio nell’“agonia della logica”: il protagonista impazzisce per
un esercizio eccessivo della propria facoltà logica.
«E si badi: qualifico pazzia quest’idea improvvisa, non tanto per la trepida
gioja che mi suscitò e che riconobbi in prima benissimo, per averla altre volte
provata tal quale, quand’ero matto: specie d’ebbrezza abbarbagliante che dura un
attimo, un lampo, nel quale il mondo sembra dia un gran palpito e sussulti tutto
dentro di noi; quanto per le riflessioni da povero savio con cui cercai subito
di puntellare quell’ebbrezza in me. Pensai: “Purché a questa ragazza si dia da
mangiare, da dormire e qualche veste smessa, ci servirà, senza pretendere altro.
Sarà pure un risparmio per Marta”. Così». [8]
Non c’è nulla di deterministico né di meccanico: il personaggio mostra la sua
pazzia dall’interno, frutto dell’imprevedibilità dell’accidente che lo ha
portato a sragionare. A Pirandello non interessa “il fatto” in sé né tantomeno
il tema della pazzia, ma interessa piuttosto mostrare come la follia risulti
essere una distorsione della logica. Ciò testimonia anche la consapevolezza
pirandelliana dell’insufficienza del Logos naturalista, da cui pur egli stesso
parte, [9] a rappresentare la realtà del nuovo secolo.
Ogni forma di referenzialità, ogni sistema applicato alla letteratura non ha più
modo di funzionare: è lo stesso concetto di verosimiglianza a essere messo in
discussione. Per approfondire la comprensione del contrasto che Pirandello opera
nei confronti del Logos, può essere utile ricorrere al pensiero dei principali
esponenti della Scuola di Francoforte, che hanno appunto concentrato larga parte
della loro speculazione sui concetti di Illuminismo e di Logos. Nel suo lavoro
sull’Eclisse della ragione, Max Horhkeimer parte dall’idea che esistano due
ordini di razionalità: una ragione soggettiva e una ragione oggettiva.
La prima
coinciderebbe con il principio critico individuale, ovvero «la facoltà di
classificare, la facoltà di induzione e di deduzione, cioè il funzionamento
astratto del meccanismo del pensiero». [10]
La ragione oggettiva, invece,
sarebbe quella forma di pensiero che,
intendendo la razionalità come immanente alla realtà, si pone l’obiettivo di
riconciliare il pensiero con l’ordine della natura creando un’impalcatura
filosofica sistematica. La ragione oggettiva considera quella soggettiva «solo
un’espressione limitata e parziale di un’universale razionalità da cui si
deducevano criteri per tutte le cose e per tutti gli esseri».
[11]
In altre
parole, nel corso della storia del pensiero occidentale, il principio critico
della ragione soggettiva è stato variamente indirizzato verso la costruzione dei
sistemi di pensiero della ragione oggettiva, giungendo fino al punto di
formalizzarsi e cristallizzarsi. Il Logos altro non è che questo sistema di
pensiero. Come spiega Horkheimer assieme a Theodor W. Adorno nella Dialettica
dell’Illuminismo, a partire dal positivismo la razionalità tende a distruggere
la sostanza critica della ragione stessa, diventando puro strumento della
pianificazione dell’assoggettamento della realtà al pensiero. In altre parole,
il progresso della ragione moderna – che tanti sforzi ha dedicato alla
fuoriuscita dal mito – tende a cristallizzarsi in ideologia e a ricadere in una
nuova forma di barbarie autoritaria, asservita alla conquista e al potere. Il
principio critico della ragione soggettiva ha infatti sempre avuto «l’obiettivo
di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. [...] Il programma
dell’illuminismo era di liberare il mondo dalla magia. Esso si proponeva di
dissolvere i miti e di rovesciare l’immaginazione con la scienza».
[12]
La
ragione oggettiva sottende invece il desiderio di dominare ogni andito della
natura: con l’età moderna, dunque, il Logos diventa la formula monadica entro
cui tutto può racchiudersi. Il pensiero razionale perde la sua funzione critica
e assume il semplice ruolo di coordinatore della realtà: la ragione oggettiva
diventa tautologia, dal momento che «secondo Kant, il giudizio filosofico mira
al nuovo, ma non conosce mai nulla di nuovo, poiché ripete sempre e soltanto ciò
che la ragione ha già posto nell’oggetto». [13]
In questa continua produzione di
uniformità, in questa riproposizione del già dato – dove pensare significa
produrre un ordine coerente e unitario ai concetti – non c’è più spazio per la
critica: «la riduzione del pensiero alla produzione di uniformità, implica
l’impoverimento del pensiero come dell’esperienza».
[14]
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Questo Logos strumentale, che si serve
della razionalità per imporre ordine e soggiogare il mondo, trasforma in realtà
la società stessa in una macchina dittatoriale mirata al mantenimento dello
status quo e all’integrazione dell’uomo nel sistema. Il Logos diventa
un’impalcatura strumentale che sostiene l’intero sistema sociale e ne condiziona
tutte le sue espressioni: la cultura, l’economia, la produzione, la politica, il
discorso e così via. Gli stessi valori sociali borghesi quali ad esempio il
matrimonio, la religione o l’educazione – soggetti a una feroce critica da parte
di Pirandello – si svuoteranno di significato e assumeranno un senso meramente
convenzionale. Nella compiuta modernità, scrive Horkheimer:
«al culmine del
processo di razionalizzazione, la ragione è diventata irrazionale e stupida. Il
tema del nostro tempo è quello della conservazione dell’io, mentre non v’è più
nessun io da conservare». [15]
La distinzione teorica tra le due forme di
ragione, prima ancora che ne L’umorismo, era chiara a Pirandello anche grazie ad
alcuni pensatori dell’epoca del “decadentismo”, uno per tutti Gaetano Negri. Nel
suo Segni dei tempi, in più luoghi citato da Pirandello, Negri sviluppava
numerose riflessioni epistemologiche stabilendo, nell’introduzione, una
riflessione preliminare sull’impossibilità di stabilire un fondamento oggettivo
al pensiero umano, il quale nascerebbe piuttosto come «la conseguenza
dell’intima natura dell’io di ciascuno», [16]
intangibile e primordiale. Da
questa mancanza di oggettività deriverebbe il corollario secondo cui le cose
«non sono che la conseguenza del punto di vista da cui le si guardano».
[17]
Ma,
cosa più importante, Negri stabiliva una differenza fondamentale tra due tipi di
“io”, ovvero di pensiero individuale:
«un io critico che è un io che guarda le cose all’infuori di ogni premessa che
ne determini a priori il significato. L’io che non è critico porta in sé stesso
la necessità di spiegarsi l’esistenza del mondo in una determinata maniera.
Senza quella spiegazione non può vivere. Il pensiero successivo svolge quel
presentimento d’idea, e lo circonda di tutta quell’impalcatura di ragionamenti
che valgono a tenerlo in piedi. L’io critico non ha in sé stesso nessuna idea
innata del sistema del mondo. [...] Questa tendenza critica, per la quale la
conoscenza è un fatto che sussiste per sé stesso e che basta a sé stesso, senza
appoggiarsi a nessuna premessa di fede, è, a mio parere, il fenomeno
intellettuale che propriamente distingue il pensiero moderno».
[18]
L’io critico soggettivo è dunque un principio critico, una funzione basilare
della razionalità: più precisamente, in termini matteblanchiani, è quel
meccanismo di funzionamento della nostra logica asimmetrica.
L’io oggettivo è invece una possibile conseguenza del principio critico, ovvero
l’elaborazione dei dati ottenuti attraverso l’esercizio del raziocinio in un
ordine sistematico. Chiarita questa premessa, risulterà ora più evidente il
fatto che Pirandello non si scagli contro la razionalità tout court, ma solo
contro quel tipo di razionalità tendente a farsi sistema: nel saggio Arte e
scienza, ad esempio, l’estetica crociana è condannata per un suo definirsi «in
base a un procedimento logico, e dunque astratta, come dicevo, monca e
rudimentale». [19]
L’astrazione è simbolo di fissità. Per Pirandello la logica
del moderno è interamente sottomessa al potere della ragione oggettiva: logica è
sinonimo di Logos, ovvero di sistema di pensiero astratto, teoretico e meccanico
che pretende di ridurre il mondo a pensiero intelligibile. Questo concetto è
alla base delle varie manifestazioni di avversione pirandelliana contro la
fissità, ivi inclusa quella della “forma” contro la “vita”.
Scrive Pirandello:
«Ma l’uomo? Anche da vecchio, sempre con la febbre: delira e non se n’avvede;
non può fare a meno d’atteggiarsi, anche davanti a se stesso, in qualche modo, e
si figura tante cose che ha bisogno di creder vere e di prendere sul serio. L’aiuta
in questo una certa macchinetta infernale che la natura volle regalargli,
aggiustandogliela dentro, per dargli una prova segnalata della sua benevolenza.
[...] È una specie di pompa a filtro che mette in comunicazione il cervello col
cuore. La chiamano LOGICA i signori filosofi. Il cervello pompa con essa i
sentimenti dal cuore, e ne cava idee. Attraverso il filtro, il sentimento lascia
quanto ha in sé di caldo, di torbido: si refrigera, si purifica, si
i-de-a-liz-za. Un povero sentimento, così destato da un caso particolare, da una
contingenza qualsiasi, spesso dolorosa, pompato e filtrato dal cervello per
mezzo di quella macchinetta, diviene idea astratta e generale; e che ne segue?
Ne segue che noi non dobbiamo affliggerci soltanto di quel caso particolare, di
quella contingenza passeggera; ma dobbiamo attossicarci la vita con l’estratto
concentrato, col sublimato corrosivo della deduzione logica. E molti credono di
guarire così di tutti i mali di cui il mondo è pieno, e pompano e filtrano,
finché il loro cuore non resti arido come un pezzo di sughero e il loro cervello
non sia come uno stipetto di farmacia pieno di quei barattolini che portano su
l’etichetta nera un teschio fra due stinchi in croce e la leggenda: VELENO».
[20]
È ovvio che un sistema che obblighi la realtà a rientrare nelle maglie del
pensiero, escluderà o rimuoverà tutto quanto non rientri nel proprio ordine. Il
Logos dunque è anche il meccanismo creatore – oltre che delle convenzioni –
delle finzioni e delle maschere:
«l’uomo non ha della vita un’idea, una nozione assoluta, bensì un sentimento
mutabile e vario, secondo i tempi, i casi, la fortuna. Ora la logica, astraendo
dai sentimenti le idee, tende appunto a fissare quel che è mobile, mutabile,
fluido; tende a dare un valore assoluto a ciò che è relativo».
[21]
Al proposito, Arcangelo Leone de Castris noterà appunto come le metodologie
filosofiche ed i sistemi etici vengano considerati da Pirandello i responsabili
della rovina della società ottocentesca. La realtà contraddittoria e discorde
del presente non può essere espressa o chiarita da forme di pensiero
sistematico:
«al contrario è il loro impiego dogmatico, il loro carattere abusivo e
pseudo logico a mistificare il mondo, ad approfondire la dissociazione tra l’uomo
e le cose, tra la coscienza e i suoi contenuti reali. Falsa, ingannevolmente
ottimistica, è la gnoseologia idealistica, la illusoria razionalità di una
logica che cristallizza la vita in apparente armonia di concetti e di categorie
formali; e falsa l’immagine di una realtà scientificamente concorde e ordinata,
scandita in rapporti fissi, in gerarchie oggettivamente plausibili, che il
naturalismo pretende di opporre». [22]
Dunque la lotta pirandelliana avviene contro ogni forma di pensiero sistematico.
Questo è il motivo per cui l’autore si trova contro la maggior parte delle
correnti o delle scuole della sua epoca. Ed è anche il motivo che spiega, come
giustamente sottolinea Leone De Castris, l’aspra polemica e la censura nei suoi
cronfronti operata da Croce.
Pirandello compiva una distruzione totale e materialistica della ragione
tradizionale, rappresentando l’alienazione borghese del personaggio.
L’estetica crociana, invece, attraverso l’idea di un’autonomia assoluta dell’arte dai fatti
sociali, mirava da un lato a negare valore a un progetto che intendesse la
letteratura come denuncia e riflessione, dall’altro a rimuovere il percorso
della “modernità pirandelliana” che, criticando il bilancio fallimentare della
società ottocentesca «era, invece, nella sua direzione più autentica, la testimonianza sofferente del
fallimento di un intero ordine di valori e insieme la rivolta contro il sistema
che li ha alienati e traditi: la denuncia talora consapevole, e in ogni caso
oggettivamente ricca di spinte rivoluzionarie, di una crisi irreversibile e
totale, la scoperta di un vuoto a colmare il quale più non servivano le
tranquille sistemazioni della filosofia e le mistificanti modellizzazioni della
morale tardo ottocentesca, cioè la necessaria distruzione di un ordine formale e
la drammatica destituzione di una ragione privilegiata e apparente».
[23]
Contro l’idea di un’arte pura, sotto la cui apparenza metafisica si cela in
realtà un progetto mirato alla costruzione ideologica di un sistema di valori
egemone, Pirandello diventa «il più sofferente denigratore della logica, colui che più d’ogni altro ha
denunziato il ridicolo e immorale paradosso, l’utilitario tranello, della
ragione tradizionale. Quella ragione e quella logica erano cadute per sempre –
rivelandosi ai suoi occhi come strumento di oppressione, assurdi meccanismi di
alienazione dell’uomo – perché travolte dal crollo storico degli antichi ideali
che sembravano sorreggerle e renderle necessarie».
[24]
NOTE
[1]. Tutte le citazioni dai romanzi pirandelliani sono tratte dalla collana “I
Meridiani” dell’edizione Mondadori in due volumi curata da Giovanni Macchia con
la collaborazione di Mario Costanzo (L. Pirandello, Tutti i romanzi, Mondadori,
Milano, 2005, voll. I-II). D’ora in poi si utilizzerà la sigla TR seguita dal
numero del volume e dal numero di pagina. La citazione nel testo qui sopra è
tratta da: TR, II, p. 881.
[2]. R. Barilli, Pirandello. Una rivoluzione culturale, Mondadori, Milano, 2005,
p. 68.
[3]. L. Pirandello, Il marchese di Roccaverdina, in Saggi, poesie, scritti
varii, a cura di M. Lo Vecchio-Musti, Mondadori, Milano, 1993, p. 961.
[4]. R. Luperini, Pirandello, Laterza, Bari, 2000, p. 38.
[5]. R. Luperini, Pirandello, p. 40.
[6]. A. Di Pietro, Saggio su Luigi Pirandello, Vita e Pensiero, Milano, 1941, p.
25.
[7]. L. Pirandello, Il marchese di Roccaverdina, p. 960.
[8]. Tutte le citazioni dalle novelle pirandelliane sono tratte dalla collana “I
Meridiani” dell’edizione Mondadori in tre volumi curata da Mario Costanzo (L.
Pirandello, Novelle per un anno, Mondadori, Milano, 2007, voll. I-III). D’ora in
poi si utilizzerà la sigla NPUA seguita dal numero del volume e dal numero di
pagina. La citazione nel testo qui sopra è tratta da: NPUA, II, p. 783.
[9]. Si legga il capitolo relativo al bozzettismo della novella Capannetta –
bozzetto siciliano in: G. Andersson, Arte e teoria. Studi sulla poetica del
giovane Luigi Pirandello, Almqvist & Wiksell, Stoccolma, 1966, pp. 19-39.
[10]. M. Horkheimer, Eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale,
Einaudi, Torino, 2000, p. 11.
[11]. M. Horkheimer, Eclisse della ragione, p. 12.
[12]. M. Horkheimer e T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino,
2001, p. 11.
[13]. M. Horkheimer e T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, p. 34.
[14]. M. Horkheimer e T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, p. 43. Anche
Marcuse, nel suo celebre lavoro L’uomo a una dimensione, parlava del conflitto
sovrastorico tra le tendenze alla stabilizzazione e gli elementi sovversivi
della Ragione, facendo risalire il conflitto alle origini dello stesso pensiero
filosofico, «nel contrasto tra la logica dialettica di Platone e la logica
formalde dell’Organon aristotelico» (H. Marcuse, L’uomo a una dimensione,
Einaudi, Torino, 1999, p. 134).
[15]. M. Horkheimer, Eclisse della ragione, p. 113.
[16]. G. Negri, Segni dei tempi, Hoepli, Milano, 1909, p. 4.
[17]. G. Negri, Segni dei tempi, p. 4.
[18]. G. Negri, Segni dei tempi, pp. 4-5.
[19]. L. Pirandello, Arte e scienza, in Saggi, poesie e scritti varii, p. 167.
[20]. L. Pirandello, L’umorismo, in Saggi, poesie e scritti varii, p. 154.
L’immagine della logica come «macchinetta» ricorre più volte nella produzione
artistica pirandelliana (precisamente nel romanzo Suo marito, nel dramma Ma non
è una cosa seria e nelle novelle La disdetta di Pitagora, La messa di quest’anno
e Nel gorgo).
[21]. L. Pirandello, L’umorismo, pp. 154-155.
[22]. A. Leone de Castris, La rivoluzione di Pirandello, in Storia di
Pirandello, Laterza, Bari, 1986, p. 214.
[23]. A. Leone de Castris, La rivoluzione di, p. 215.
[24]. A. Leone de Castris, La rivoluzione di, p. 218.
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