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Adriano Tilgher -
IL TEATRO DI LUIGI
PIRANDELLO |
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da "Studi sul teatro contemporaneo"
- 1928 |
Edizione di riferimento
Adriano Tilgher, Studi sul teatro contemporaneo, preceduto da
un saggio su l'arte come originalità e i problemi dell'arte, terza
edizione aggiornata e accresciuta, Libreria di scienze e Lettere,
Piazza Madama 19-20, Piazza Navona 79-80, Roma 1928, Tipografia del
Dott. Giovanni Bardi.
da
Biblioteca dei Classici Italiani - link originale
qui
- Sito dedicato a Tilgher
qui |
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INDICE
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1. La Natura: vivere senza sentirsi vivere.
2. L'Uomo: vivere e sentirsi vivere.
3. Dualismo di Vita e Forma.
4. Distacco del pensiero dalle Forme: umorismo e cerebralità.
5. L'antitesi, legge dell'arte pirandelliana.
6. Attualità dell'arte pirandelliana.
7. Ineluttabilità delle Forme:
Il fu Mattia Pascal.
8. La saggezza pratica della Vita: Corrado Selmi de
I vecchi e i giovani.
9. Affermazione della Vita nella sua assoluta nudità: Vitangelo Moscarda di Uno nessuno centomila.
10. La rinunzia alla Vita: don Cosmo Laurentano de
I vecchi e i giovani; la signora Ponza di
Così è (se vi pare).
11. Paura, tedio, pietà della vita.
12. Vedersi vivere: lo specchio paralizzatore.
13. Distruzione del
carattere: l'individuo, caos di forze
contraddittorie.
14. Uno
nessuno centomila: incomunicabilità degl'individui.
15. Essere è apparire: Così è (se vi pare).
16. Abisso tra passato e presente:
Ma non è una cosa seria.
17. Presente che si sente passato:
Lumie di Sicilia;
il fu Mattia Pascal; Enrico IV,
tragedia della vita che non potè vivere.
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18. Il dramma pirandelliano: urto della Vita e della
Maschera.
19. Opposizione dell'individuo e della costruzione che ne han
fatto gli altri: Sei personaggi in cerca di
autore; Tutto per bene; Come prima, meglio di prima; Capiddazzu paga tuttu.
20. Distruzione della maschera costruitasi dall' individuo:
Il berretto a sonagli; Enrico IV; Vestire gli ignudi; La vita che ti diedi.
21. Accettazione di una maschera imposta a forza:
La patente.
22. Maschera volontariamente assunta dall'individuo
Il giuoco delle parti.
23. Insurrezione della vita contro la maschera:
L'uomo, la bestia e la virtù; Il piacere dell'onestà; Come prima, meglio di prima; Ma non è una cosa
seria.
24. Trionfo dell' irrazionale:
L'innesto; Pensaci Giacomino!
25. Moralità immanentistica del mondo pirandelliano. Donne
pirandelliane.
26. Il pensiero pensante, centro del dramma pirandelliano.
27. Antiintellettualismo pirandelliano: i piani della realtà.
28. I drammi della dialettica:
La ragione degli altri.
29. Sei personaggi in cerca
di autore.
30. Difetti del teatro pirandelliano. Lo stile. .
31. Progresso dell'arte pirandelliana. Conclusione
Appendice
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1. La Natura: vivere senza sentirsi vivere.
Che cosa, secondo Pirandello. distingue l'uomo dagli altri esseri della natura?
Questo, e questo soltanto: che l'uomo vive e si sente vivere, gli altri esseri
della natura, invece, vivono soltanto, vivono puramente e semplicemente.
L'albero, ad esempio, vive tutto profondato nel suo senso vitale; la sua
esistenza fa tutt'uno col lento ed oscuro succedersi in esso delle affezioni
vitali; il sole la luna il vento la terra sono intorno ad esso, ma esso nulla ne
vede, nulla ne sa: li avverte, sì, ma solo in quanto si traducono in stati del
suo essere, dai quali non si distingue. Nulla sapendo di altro, l'albero nulla
sa di sè come distinto da altro. La vita fluisce in esso inconscia e muta, tutta
d'un netto.
2. L'Uomo: vivere e sentirsi vivere.
Ma nell'uomo, anche più incolto e rozzo, la vita si scinde in due: all'uomo
anche più incolto e rozzo è essenziale di essere e di sapere di essere, di
vivere e di sapere di vivere. Nell'uomo dalla vita si è distaccato e
le si è contrapposto il sentimento della vita, dice Pirandello la coscienza, la
riflessione, il pensiero, direi io, in termini filosoficamente più esatti. In questo distacco, con l'illusione che
ne deriva di assumere come realtà obbiettivamente esistente fuori dell'uomo
questo interno sentimento della vita mutabile e vario, è la causa prima
dell'infelicità umana. Prima, non ultima, chè una volta staccatosi dalla vita,
il sentimento della vita, o coscienza che dir si voglia, tende, passando
attraverso il filtro del cervello, a raffreddarsi, chiarificarsi, idealizzarsi e
da sentimento particolare contingente mutabile effimero a cristallizzarsi in
idea astratta generale (Cfr. L'Umorismo, 2a ed., pagine 168 sgg.).
3. Dualismo di Vita e Forma.
Elevatosi per via dell'astrazione logica a seconda potenza di sè, divenuto
pensiero riflesso, e il sentimento della vita tende a chiuder la vita in limiti
fissi e precisi, a farla scorrere tra argini prestabiliti, a colarla in forme
rigide immobili date una volta per tutte: i concetti e gl'ideali del nostro
spirito, le convenzioni, costumi, tradizioni, abitudini, leggi della società. Si
determina così un dualismo fondamentale: da una parte, il flusso della Vita
cieca muta oscura eternamente instabile e irrequieta, eternamente rinnovantesi
di momento in momento; dall'altra, un mondo di Forme cristallizzate, un sistema
di costruzioni, che tentano di arginare e comprimere in sè quel flusso in eterno
gorgogliante. « Ogni cosa, ogni oggetto, ogni vita porta con sè
la pena della sua forma, la pena d'esser così e di non poter più essere
altrimenti, finché non crollano in cenere » (cfr. la novella Candelora). «Ogni forma è la morte. Noi
tutti siamo esseri presi in trappola, staccati dal flusso che non s'arresta mai,
e fissati per la morte» (cfr. la novella La Trappola).
4. Distacco del pensiero dalle Forme:umorismo e cerebralità.
I più degli uomini vivono profondati in quelle forme fisse e immobili,
nemmeno lontanamente sospettando che sotto di esse un oceano tenebroso e furente
si agiti e ribolla. Ma in alcuni quella medesima strana e misteriosa attività
che, come il fulmine la nube, ha scisso in due la vita. il pensiero, si stacca
dalle forme in cui si è rappreso il caldo flusso di questa e le percepisce per
quello che realmente sono: costruzioni puramente provvisorie effimere
contingenti labili fragili, sotto le quali ondeggia e rimugghia il fiotto della
vita com'è in sè, fuori di ogni umana illusione e costruzione. In colui nel
quale questa liberazione dalle forme della vita si è prodotta, ogni umana
costruzione suscita un sentimento di contrasto, che gliela fa crollare sotto gli
occhi. In questo crollo è alcunchè di comico e di doloroso insieme: di comico,
in quanto, crollando, essa svela l'intima nullità delle costruzioni umane; di
doloroso, in quanto, fragile com'era, essa era pure per l'uomo un riparo contro
la pazza bufera della vita. In questo intimo miscuglio di riso e di pianto, di
comico e di triste, è l'umorismo, quale Pirandello lo sente e definisce. «Io
vedo come un labirinto, dove per tante vie diverse, opposte, intricate, l'anima
nostra si aggira, senza più trovar modo di uscirne. E vedo in questo labirinto
un'erma che da una faccia ride, e piange dall'altra, ride anzi da una faccia del
pianto della faccia opposta» (cfr. Erma bifronte, pref.). In quanto l'umorismo è
lo stato d'animo di colui nel quale il pensiero giunto alla coscienza di sè ha
spezzato gli argini dei concetti e delle costruzioni e si è spenzolato
sull'abisso della vita a guardarne ribollire il flusso incoerente e
contraddittorio, esso è uno stato d'animo essenzialmente cerebrale. Umorismo e
cerebralità: tutta l'arte di Pirandello è chiusa in queste parole.
5. L'antitesi, legge dell'arte pirandelliana.
L'antitesi è perciò la legge fondamentale di quest'arte. L'inversione dei
comuni ordinari abituali rapporti della vita trionfa sovrana. Fra le commedie,
Pensaci, Giacomino! svolge il motivo del marito, che riconduce a viva forza
presso la moglie colui che egli sa essere il giovane amante di lei; L'uomo, la
bestia e la virtù, al contrario, il motivo dell'amante che riconduce a viva
forza il marito nel talamo coniugale; Ma non è una cosa seria, il motivo del
matrimonio antidoto contro il pericolo del matrimonio) e fra le novelle, Da sè,
il motivo del morto che se ne va con le sue gambe al cimitero godendo di tante
cose di cui nè vivi nè morti si accorgono e godono; Nenè e Ninì, il motivo di
due orfanelli che sono la causa della rovina di tutta una serie di patrigni e
matrigne; Canta l'epistola, il motivo di un duello mortale causato
dall'estirpazione di un filo d'erba; Il dovere del medico, il motivo del medico
che per alto senso di dovere lascia che il malato affidatogli muoia dissanguato;
Prima notte, il motivo di due coniugi che la passano piangendo sulle tombe l'una
del fidanzato, l'altro della prima moglie; L'illustre estinto, il motivo di un
illustre estinto sepolto di notte e di nascosto come un cane mentre al suo posto
un ignoto riceve onori regali, e basta, chè non si finirebbe più di
esemplificare.
6. Attualità dell'arte pirandelliana.
Dualismo della Vita e della Forma o Costruzione; necessità per la Vita di
calarsi in una Forma ed impossibilità di esaurirvisi: ecco il motivo
fondamentale che sottostà a tutta l'opera di Pirandello e le conferisce una
ferrea unità e organicità di visione.
Ciò basta da solo a far comprendere di quanta freschissima attualità sia l'opera
di questo nostro scrittore. Tutta la filosofia moderna da Kant in poi sorge
sulla base di questa intuizione profonda del dualismo tra la Vita, che è
spontaneità assoluta, attività creatrice, slancio perenne di libertà, creazione
continua del nuovo e del diverso e le Forme o costruzioni o schemi che tendono a
rinserrarla in sè, schemi che la Vita, di volta in volta, urtandovi contro,
infrange dissolve fluidifica per passare più lontano, creatrice infaticata e
perenne. Tutta la storia della filosofia moderna non è che la storia
dell'approfondirsi del conquistarsi del chiarificarsi a sè medesima di questa
intuizione fondamentale. Agli occhi di un artista che di questa intuizione viva
- è il caso di Pirandello - la realtà appare nella sua stessa radice
profondamente drammatica, e l'essenza del dramma è nella lotta fra la primigenia
nudità della Vita e gli abiti o maschere di cui gli uomini pretendono, e debbono
necessariamente pretendere, di rivestirla. La vita nuda, Maschere nude. I titoli
stessi delle opere sono altamente significativi.
7. Ineluttabilità delle Forme: Il fu Mattia Pascal.
Godere della Vita nella sua nudità e libertà infinita, al di fuori di tutte
le forme e costruzioni fin cui la società, la storia e gli eventi di ciascuna
particolare esistenza ne hanno incanalato il corso, non si può. Lo tentò Mattia
Pascal, che, facendosi passar per morto e cambiando nome e connotati, credette
di poter cominciare una vita nuova, tutta ebbrezza di libertà sconfinata. Egli
imparò a sue spese che, tagliandosi fuori da tutte le forme e costruzioni
sociali, non gli era più concesso se non di assistere da spettatore e forestiero
alla vita degli altri, senza più possibilità di mescolarsi ad essa e di goderne
nella sua pienezza. Straniatosi dalle forme della Vita, questa non gli si
concesse più che superficialmente, dal di fuori. E quando, cedendo al suo
richiamo, egli s'illuse di poter ridiscendere nel fiume della Vita e farsi
riavvolgere tutto dalle sue onde, quel fiume lo respinse da sè, ed egli, ancora
a sue spese, imparò che non è possibile far da vivo e da morto insieme, onde,
disperato, si decise a risuscitare. Troppo tardi per risedersi al banchetto
dell'esistenza, in tempo solo per vedervi sedere gli altri (cfr. il romanzo Il
fu Mattia Pascal). Straniarsi dalle forme della Vita è possibile, sì, certo, ma
solo a patto di rinunciare a vivere.
8. La saggezza pratica della Vita: Corrado Selmi de I vecchi e i
giovani.
Accettare le Forme o costruzioni in cui è stata costretta la Vita,
parteciparvi, credervi, viverle, sentirle e, nondimeno, non cristallizzarsi in
una sola o in un sistema solo di esse, bensì conservare all'anima tanto di
fusione o di fluidità da permetterle di passare di forma in forma, calandosi
successivamente in tante senza rapprendersi definitivamente in nessuna, senza
aver paura delle impurità che nel suo correre e fluire continuo essa
inevitabilmente si porta appresso e di cui il suo stesso correre e fluire
continuo la libera e purifica: in ciò la saggezza pratica della vita. Saggezza
che vale quel che può valere e che è ben lungi dall'assicurare la perfetta
felicità: potendo sempre trovarsi una forma che sbarri così saldamente il corso
dell'anima in fusione che quella non riesca a scioglierla col suo calore e
rimanga definitivamente soffocata in essa. È il caso di Corrado Selmi de I
vecchi e i giovani, in cui Pirandello ha incarnato questo ideale di attiva e
fresca saggezza della vita, obbligato a suicidarsi il giorno che vengono alla
luce azioni che, non per lui che le ha fatte e che ne era redento dalla
freschezza di vita che portava in sè e dal bene che, malgrado e attraverso
quelle azioni stesse, spandeva intorno a sè, ma per la società che le guarda dal
di fuori, appaiono turpi e disonorevoli.
9. Affermazione della Vita nella sua assoluta nudità: Vitangelo Moscarda di
Uno nessuno
centomila.
Ma l'idea di pratica saggezza della vita che Corrado Selmi incarna non è
realizzabile che da un animo il quale abbia in sè la forza di passare di forma
in forma, senza nè imprigionarsi in una sola di esse, nè perdere nel passaggio
la forza dell'illusione vitale; da un animo, quindi, che sappia realizzare in sè
un equilibrio tra Vita e Forma e fermarcisi contento. Ma a chi viva sino in
fondo l'intuizione pirandelliana che ogni Forma è sempre definizione,
limitazione, determinazione e perciò stesso negazione della Vita (omnis
determinatio negatio) non rimangono logicamente che due sole vie aperte: o (come
Vitangelo Moscarda di Uno nessuno centomila) tentare di vivere la Vita in tutta
la sua assoluta primigenia nudità, al di là di tutte le forme e costruzioni,
puntualizzandosi in un effimero vibratile fuggitivo presente, vivendo il tempo
istante per istante, senza nemmeno pensarlo, chè pensarlo è costruirlo, dargli
forma e, dunque, limitarlo e soffocarlo (intuizionismo bergsoniano in azione, in
cui alla durata pura è sostituito il presente puro, puntuale e intemporale): e
questo è un ideale di vita realizzabile al limite, cioè praticamente
irrealizzabile; ovvero.....
10. La rinunzia alla Vita: don Cosmo Laurentano de I vecchi e
i giovani; la signora Ponza di Così è (se vi pare).
..... scoperta insieme la provvisorietà delle Forme, la pratica impossibilità di
farne a meno, l'ineluttabilità di dovere un giorno o l'altro pagare il fio della
Forma di cui la Vita si è rivestita o lasciata rivestire, rinunciare alla Vita:
è il caso di don Cosmo Laurentano de I vecchi e i giovani. «Una sola cosa è
triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio
beffardo, che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di
fuori, come realtà, ciò che, poco dopo, egli stesso ci scopre come una nostra
illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci
anche... del non averci saputo illudere, poichè fuori di queste illusioni non
c'è più altra realtà... E dunque non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi,
senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude, è segno che non
deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione. Bisogna vivere,
cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo, finchè non si
sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà... passerà... (I vecchi e i
giovani, II, p. 272). Così don Cosmo Laurentano, filosofo solitario e dal cui
aspetto spirava quello stesso sentimento che spira dalle cose che assistono
impassibili alla fugacità delle vicende umane» (p. 271) confortava i profughi
politici rifugiatisi nella sua villa. Rinuncia alla vita che può benissimo
conciliarsi con un'esistenza operosa e attiva, quando attraverso la rinuncia
l'animo si spogli di ogni attaccamento alla sua forma individuale, e, annientato
in sè il principio d'individuazione, radice dell'egoismo e del peccato, viva
tutto e solo per gli altri, e per sè non sia nulla: è l'ideale realizzato dalla
signora Ponza in Così è (se vi pare).
11. Paura, tedio, pietà della vita.
A chi si sporga a spiare sul gorgo smisurato dove la Vita freme e ribolle
nella sua nudità, a chi, imposto di tacere alle voci delle finzioni sociali, nel
silenzio che improvvisamente gli si è allargato dentro si chini ad ascoltare il
gorgoglio di quella corrente misteriosa che scorre sotto i ponti delle nostre
costruzioni concettuali, la Vita appare priva di scopo e di significato, mistero
che impaura. La natura gli appare come da una lontananza infinita, attonita e
spettrale, quasi assorta in un suo triste sogno perenne, popolato di voci e di
visioni di cui nulla assolutamente l'uomo sa nè sospetta, indifferente e ignara
della vana febbre dei piccoli esseri brulicanti alla sua superficie. Chi pel
fatto stesso di averla totalizzata così dinanzi a sè, di essersela proposta come
problema e di averne cercato la soluzione, si è staccato dalla Vita, non può più
provare per essa altro sentimento che di tedio infinito, di angoscia sottile e
profonda. Come a Tommasino Unzio della novella Canta l'epistola, la Vita gli fa
paura e pietà insieme. La tenerezza infinita pei bambini che a Pirandello,
scrittore di solito secco netto puntuto, ha fatto scrivere pagine e scene (in
Pensaci, Giacomino!, in La ragione degli altri) di squisita dolcezza e soavità,
ha radice nella pietà cocente per la Vita che comincia e che, ignara e
sorridente, va incontro alle più atroci torture, alle disillusioni più amare. In
quelle parole dolci e soavi trema un singhiozzo represso di pietà per gli altri
e per sè stesso.
12. Vedersi vivere: lo specchio paralizzatore.
Guai a chi, sia pure per poco, si distacchi dalla Vita! Ai suoi occhi
dilegua di colpo l'aspetto quotidiano banale bonario che l'abitudine ha prestato
alle cose e alle persone con le quali si trova in rapporto: esse gli appaiono
lontane estranee misteriose; il loro esserci o non esserci, il loro essere così
o così gli si presenta come inesplicabile enigma. Egli si sente oppresso
dall'attonita immobilità delle cose che lo circondano, dei luoghi dove risiede.
Se uno specchio gli rimanda la sua immagine, gli sembra quella di un estraneo
che si diverta a contraffarne i gesti e le mosse, e (come Silia nel Giuoco delle
Parti, Fulvia in Come prima meglio di prima, Lando Laurentano ne I vecchi i
giovani, Vitangelo Moscarda in Uno nessuno centomila) stupore e sgomento lo
coglie che il suo corpo debba essere proprio fatto così e non altrimenti, con
queste e queste particolarità fisiche, finisce per provarne sdegno e nausea come
di una infrangibile prigione. Egli sente lo sgomento delle necessità cieche che
non si possono mutare: la prigione del tempo; il nascere ora e non prima e non
poi; il nome e il corpo che gli è dato; la catena delle cause; il seme gettato
senza volerlo e il suo venire al mondo da quel seme; frutto involontario, legato
a quel ramo, espresso da quelle radici. Egli sente nausea per la sua
professione, per la sua condizione, per la forma che ha dato alla sua vita, non
sa capacitarsi che quell'uomo così e così vestito, che fa quelle tali e tali
cose, sia proprio lui, non sa spiegarsi perchè le faccia. Parla, gesticola, si
commuove, si esalta, smania, e di colpo si vede con gli occhi di un estraneo in
quel suo parlare commuoversi gesticolare, e per ciò stesso la fiamma vitale che
lo agitava dentro illanguidisce e si spegne: ed egli allora o tace o con rabbia,
per sopperire a quel calore vitale che si sente mancare, seguita a fare a freddo
ciò che faceva prima, per stordirsi, per non vedersi più (Enrico IV nel dramma
omonimo, Marco Mauri in Come prima, meglio di prima) o (come Marco Mauri) dalla
più accesa esaltazione precipita d'un subito nel tono del più bonario e
confidenziale discorso. Gli è che tra vivere e vedersi vivere c'è opposizione
come tra vita e morte: «chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può
vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina.
Come una cosa morta, la trascina. Perchè ogni forma è una morte. Pochissimi lo
sanno; i più, quasi tutti, lottano, s'affannano per farsi, come dicono, uno
stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d'aver conquistato la
loro vita, e cominciano invece a morire. Non lo sanno, perchè non si vedono;
perchè non riescono a staccarsi più da quella forma moribonda che hanno
raggiunta; non si conoscono per morti e credono d'esser vivi. Solo si conosce
chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la
fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla,
questa forma, è segno che la nostra vita non è più in essa: perchè se fosse, noi
non la vedremmo: la vivremmo questa forma, senza vederla, e morremmo ogni giorno
di più in essa, che è già per sè una morte, senza conoscerla. Possiamo dunque
vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è morire » (cfr.
la novella La carriola).
13. Distruzione del carattere: l'individuo, caos di forze
contraddittorie.
In questa intuizione del mondo e della vita non c'è più posto pel concetto
del carattere, che è a base della letteratura psicologica contemporanea, come
cioè qualcosa di compatto e di omogeneo realizzantesi nel tempo attraverso stati
psichici potenzialmente in blocco in esso contenuti e da esso svolgentisi sopra
un unico piano, quasi acqua che sgorgando da una fonte si spanda sopra una
superficie ben livellata. L'individuo appare composito e multiforme come mostro
mitologico (cfr. ciò che nel Giuoco delle parti, atto I, Leone dice a Guido
parlando di sua moglie Silia).
Quella che noi crediamo la stabile personalità di un individuo non è che una fra
le indefinite personalità di lui che provvisoriamente è riuscita avere il
sopravvento sulle altre che o sono state e non sono più o potrebbero essere e
non sono ancora, ma che sotto di essa sonnecchiano, sempre pronte a rivoltarsi,
a rompere il giogo, ad affiorare alla luce. Nell'intimo di ogni umana creatura
cova un caos informe e contraddittorio; e il tema di gran parte della produzione
pirandelliana è dato dalle apparizioni dagli scarti dagli urti dalle irruzioni
dagli scoppi dalle esplosioni improvvise di queste personalità latenti contro la
personalità provvisoriamente dominante. La vita psicologica che in altri
scrittori si svolge secondo un processo lento uniforme graduale e che, se anche
entra nel dramma e nel contrasto, non è in sè stessa, essenzialmente,
naturalmente, dramma e contrasto, in Pirandello ha per legge di procedere
attraverso sussulti schianti balzi lacerazioni continue.
14. Uno nessuno centomila: incomunicabilità degl'individui.
Molteplice e contraddittorio in sè stesso, l'individuo entra nella
molteplicità e nella contraddizione anche nei rapporti che sostiene con gli
altri individui. Anche per questi egli non è uno, è tanti, tanti, questo e
quello e quell'altro all'infinito, così come se lo costruiscono e nell'atto
stesso di costruirselo i singoli individui con i quali esso entra in rapporto.
L'individuo, uno per sè, è centomila per gli altri, il che vuol dire che agli
occhi di questi, egli come egli, è nessuno. La signora Eva Morli è una per suo
marito, gaia spensierata folle, e un'altra per il suo amante, silenziosa
raccolta massaia (La signora Morli uno e due). «L'idea che gli altri vedevano in
me - dice il protagonista di Uno nessuno centomila - uno che non ero io quale mi
conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con
occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a restarmi
sempre estraneo, pur essendo in me, pur essendo il mio per loro (un mio dunque
che non era per me!), una vita nella quale, pur essendo la mia per loro, io non
potevo penetrare - quest'idea non mi diede più requie». Ed egli diviene geloso
dell'estraneo che, credendo di amar lui, sua moglie ama e nelle cui braccia ella
si gode le più soavi dolcezze, prende in odio le costruzioni che di lui han
fatto gli altri e si diverte, con atti che gli altri giudicano e debbono
necessariamente giudicare da matto, a mandarle in frantumi.
Ogni individuo è il centro di un mondo che egli si è costruito, popolato di
fantocci e fantasmi che a lui soltanto debbono la vita, di cui egli è il padrone
e il creatore, mondo nel quale gli altri individui entrano non nella realtà
genuina del loro essere, chè questa è incomunicabile, chiusa nel gelo di una
solitudine senza scampo, ma nella costruzione che di essi egli si è fatta,
salvo, a sua volta, ad entrare egli stesso come fantasma nei mondi che han per
centro gli altri individui, a rompersi in tanti fantasmagorici egli quanti sono
questi individui e i mondi che essi si costruiscono. Incomunicabile nella sua
essenza, le costruzioni che di lui si fanno gli altri e quella che di sè si fa
egli medesimo sono perfettamente equivalenti fra loro, il che non toglie che
ognuno tenti d'imporre a forza agli altri il mondo che ha dentro, come se fosse
fuori e che tutti debbano vederlo a suo modo. Chè non v'è altra realtà se non
quella che noi costruiamo come tale sotto l'impulso del nostro sentimento, e che
perciò è illusione e apparenza, e varia da individuo a individuo, e nello stesso
individuo secondo il sentimento o l'idea. Ma senza illusioni non si vive. E per
chi vive profondato e immerso nell'illusione creatagli dal sentimento, quel
inondo illusorio è tanto reale quanto la più massiccia realtà cosiddetta reale.
E appunto perchè il sentimento varia da individuo a individuo e nello stesso
individuo col variar del tempo, varia il mondo illusorio che su quel sentimento
sorge, e tutti questi mondi sono l' uno accanto all' altro, incomunicabili ed
equivalenti.
15. Essere è apparire: Così è (se vi pare).
Per ciascuno quel che gli appare è, nell'atto e nel modo di apparirgli. Esse
est percipi. È il motivo che con intonazione scherzosa Pirandello svolge in una
delle sue più perfette commedie: Così è (se vi pare). Lo spunto fondamentale è
dato dalla tesi di Baldovino nel Piacere dell'onestà: «Cartesio, scrutando la
nostra coscienza della realtà, ebbe uno dei più terribili pensieri che si siano
mai affacciati alla mente umana: - che, cioè se i sogni avessero regolarità, noi
non sapremmo più distinguere il sogno dalla veglia. Hai provato che strano
turbamento se un sogno ti si ripete più volte? - Riesce quasi impossibile
dubitare che non siamo di fronte a una realtà. Perchè tutta la nostra conoscenza
del mondo è sospesa a questo filo sottilissimo: la re-go-la-ri-tà delle nostre
esperienze » (atto I).
Ora, in base a questo criterio come giudicare se sia vero ciò che dice il signor
Ponza o se, invece, abbia ragione la suocera di lui signora Frola? Questa
sostiene che il genero è, o almeno fu, pazzo, poichè crede che la sua attuale
moglie sia una seconda moglie, sposata qualche anno dopo la morte della prima,
figlia della signora Frola. Il signor Ponza invece sostiene che la pazza è la
suocera, la quale crede che la sua seconda moglie sia la figliuola ancor viva,
onde la necessità nella quale è posto, per alimentare nella povera vecchia
l'illusione che la tiene in vita, d'impedire che le due donne abbiano rapporti
fra loro. Ciascuno dei due parla apparentemente con piena ragionevolezza e si
mostra persuaso della verità di ciò che dice: il mondo che si è costruito è
regolare e coerente, e in esso tutto si spiega e si concatena. Messi fronte a
fronte questi due mondi incomunicabili e opposti, come decidere fra loro? La
curiosità pettegola e crudele della cittaduzza provinciale cui la strana
avventura ha messo la febbre addosso e che pur di venire a capo del mistero non
dubita d'infliggere le più atroci torture morali ai due infelici è rappresentata
da Pirandello con perfezione e leggerezza rare. Ma la curiosità è destinata a
rimanere insoddisfatta: i documenti che potrebbero risolvere l'enigma sono
spariti. Si pensa d'interrogare la signora Ponza, e questa compare velata e
risponde: «La verità: è solo questa: che io sono, sì, la figlia della signora
Frola, - e la seconda moglie del signor Ponza; sì, e per me nessuna! nessunal...
Per me, io sono colei che mi si crede!» (atto III, scena ultima). Se con questa
commedia Pirandello (come grossolanamente dai più s'interpreta) avesse sul serio
voluto dimostrare la verità filosofica del principio essere - apparire, egli
sarebbe andato incontro, oltre che all'obbiezione già fatta, all'altra che non
si può dimostrare una verità così universale e metafisica con la più
straordinaria combinazione e complicazione di casi e di avventure. Ma la
mirabile commedia non vuole essere che uno scherzo, una presa in giro del cieco
e massiccio dogmatismo dei più, i quali credono alla verità come ad una cosa già
bella e data fuori dello spirito, di cui a questo non resti che prender atto e
sulla quale, ove sorga qualche dubbio, un certificato di morte debitamente
legalizzato basta a far luce. Di questo massiccio dogmatismo Pirandello si beffa
per bocca di Laudisi, il quale comprende che anche la scoperta dei documenti non
risolverebbe nulla, quei documenti i protagonisti avendoli annullati in sè,
nell'animo loro. Il centro della commedia non è già nel contrasto fra la signora
Frola e il signor Ponza, che rimangono e debbono necessariamente rimanere figure
ombratili e misteriose, ma in quello fra i curiosi che vogliono che o l'una o
l'altro abbia torto e danno una caccia disperata al documento che li cavi dal
dubbio e il Laudisi che dà torto e ragione a tutti e due e prende in giro
curiosi (e pubblico). È una farsa filosofica: e, nel genere, un autentico
capolavoro.
16. Abisso tra passato e presente: Ma non è una cosa seria.
Non soltanto nella realtà profonda gl'individui rimangono incomunicabili
come monadi senza porte nè finestre attraverso le quali commerciare:
nell'interno di ciascun individuo ogni atto di vita è irripetibile e
incomunicabile: vivo e perciò, per l'individuo che vi si attua, vero e certo
nell'atto in cui si pone in essere, tosto che la Vita è passata oltre e
l'individuo vi ritorna su col pensiero, gli appare impenetrabile e opaco, freddo
e oscuro; egli non vi si ritrova nè vi si riconosce più, non lo sente più come
suo. È, in forma grottesca, il caso di Memmo Speranza in Ma non è una cosa
seria; di Memmo che s'innamora con facilità spaventosa, prende fuoco come uno
zolfanello, promette eterna fede e amore eterno, poi, dopo un po', si risveglia
dall'ubbriacatura e si trova fidanzato, agganciato per tutta la vita a un attimo
di vita che ha ormai superato e nel quale non si ritrova più. Donde dispiaceri,
liti, duelli, per isfuggire ai quali e al pericolo di ripromettersi e
riagganciarsi per l'avvenire Memmo sposa Gasparina, una povera diavola di serva,
ammogliato per burla con la quale non correrà più il rischio di ammogliarsi sul
serio.
Lo stesso motivo, questa volta tragicamente, è sviluppato nelle novelle Il
dovere del medico, Come Cirinciò per un momento dimenticò d'esser lui,
Il gorgo,
la quale ultima novella narra come un tale un giorno, di colpo, diventando per
cinque minuti un altro uomo che del primo non aveva che l'aspetto fisico, fu
l'amante dell'amica di sua moglie, anch'ella trasformatasi all'improvviso; poi
subito, entrambi ritornarono ad essere quelli di prima, senza ricordo, e perciò
senza rimorso, di quanto era accaduto. Innamoratissimo di sua moglie, egli
comincia a pensare che quanto è accaduto a lui potrebbe benissimo essere
accaduto anche a lei, la quale potrebbe chiudere in sè senza rimorso, e perciò
senza traccia e senza menzogna, un simile segreto, e impazzisce.
E non soltanto un singolo atto di vita può, dopo che lo si sia vissuto, apparire
all'individuo impenetrabile oscuro estraneo, non suo, ma tutto il passato, tutta
la vita che quell'individuo ha vissuto prima di un certo momento in cui di colpo
si è reso estraneo a sè stesso: motivo meravigliosamente svolto nelle novelle La
carriola e Da sè.
17. Presente che si sente passato: Lumie di Sicilia; Il fu Mattia Pascal;
Enrico IV, tragedia della vita che non
potè vivere.
Tra presente e passato si spalanca così un insondabile abisso. Può, al
contrario, accadere che il presente, l'atto di vita che si sentiva e credeva
presente, messo di fronte a una situazione affatto diversa da quella che
s'immaginava, avverta di essere per gli altri, e divenga esso stesso per sè,
d'un tratto, non più presente ma passato, si senta di colpo rigettare nel freddo
regno delle cose che furono.
È il motivo fondamentale di Lumie di Sicilia. Micuccio Bonavino, suonatore di
banda, si parte dal suo paesello siciliano per recarsi nella città lontana a
sposare Teresina, la fidanzata cui, togliendosi il pane di bocca, egli ha fatto
studiar canto e che non rivede più da anni, ma della quale si considera sempre
promesso. Teresina è diventata una grande cantante e Micuccio lo sa, ma non per
questo, crede, ella si rifiuterà di sposar lui, povero sonatore di ottavino. Gli
è che per lui Teresina è sempre quella che cantava a gola spiegata nella
soffittuccia della sua casetta, nel paesello nativo: egli non la sa immaginare
che così, per lui essa si è fermata là. Il giorno in cui la vedrà com'è
diventata, scollata, vestita all'ultima moda, attorniata da ammiratori,
comprenderà e sentirà di colpo di non essere più per lei che un lontano
dimenticato vergognoso passato: «Mentre io..... là..... sono rimasto..... col
mio ottavino..... nella piazza del paese..... lei..... lei... tanta via..... Ma
che! Neanche a pensarci più.....»
È il motivo finale del Fu Mattia Pascal. Anche questi, dopo due anni dalla sua
presunta morte, si decide a risuscitare e a tornare nel borgo nativo a
riprendervi la vita d'un tempo. Se non che i viventi non l'hanno aspettato e si
sono acconciati a vivere come se egli non ci fosse, e a lui non rimane più che
di essere anche nel suo borgo un forestiere, uno spettatore, un'ombra che
guarda, sorride e passa. Anche per lui è troppo tardi ormai per vivere.
È il motivo, potenziato questa volta in forma tragica, dell'Enrico IV.
Primo momento ideale della tragedia.
Un giorno un signore, dal temperamento facile a fissarsi, prende parte ad una
mascherata travestito da Enrico IV di Germania, casca da cavallo, batte il capo
a terra, si rialza pazzo, che crede sul serio di essere Enrico IV. I parenti lo
trasportano in una villa dove, vestito da Enrico IV, circondato da, giovani
pagati e mascherati da feudatari dell'undecimo secolo, egli prosegue nella sua
innocua pazzia. Intorno a lui il fiume del tempo precipita veloce, tutto
travolgendo innanzi a sè: la donna che egli amava prende marito, ha una figlia,
si fa un amante di colui che era il suo più aborrito rivale, entrambi e con essi
tutti i compagni della mascherata famosa godono e soffrono la vita e divengono a
mano a mano grigi e vecchi: egli rimane Enrico IV, agganciato, inchiodato in
quella vibrazione di vita che aveva voluto vivere per una serata sola. Per una
serata sola aveva voluto concedersi il piacere di una forma così lontana dalla
consueta e normale forma della sua vita: un destino crudele volle che vi
rimanesse intrappolato. Egli è così escluso dalla Vita: chè nemmeno come Enrico
IV veramente vive. Come Enrico IV egli ha sempre ventisei anni, la maschera da
lui assunta essendo appunto quella dell'imperatore ventiseienne. Nella villa
dov'egli consuma la sua povera vita di folle hanno affisso al muro un ritratto
che lo raffigura com'era vestito in quella sera fatale: quel ritratto è per lui
come una immagine riflessa in uno specchio, nella quale egli si vede
immobilizzato in una giovinezza perenne, esiliato dalla Vita che diviene, che
scorre, che cangia.
Secondo momento ideale della tragedia.
Dodici anni passano. Un giorno il mascherato rinviene dal suo triste sogno: la
Vita per tanti anni immobilizzata nel gelo della follia ricomincia a scorrere in
lui. Via quegli abiti, basta con quella carnovalata, giù nella Vita, nella Vita
piena e vera!... A far che? In che mondo si troverà? In un mondo non più suo,
che egli non riconoscerà più, dove la gente ha camminato tanto e tanto che, per
quanto corra, egli non riuscirà mai a raggiungerla. Al banchetto dell'esistenza
non c'è più posto per lui: tutto consumato, tutto sparecchiato! Non gli resta
più che proseguire coscientemente, volontariamente, freddamente, quella finzione
che per tanti anni egli aveva vissuto come realtà, continuare a rappresentare,
con la coscienza di rappresentarla, la parte che, senza chiedergliene permesso,
il destino gli aveva imposto di rappresentare. Del resto, tutti gli uomini non
rappresentano forse una parte nella vita? Egli la rappresenterà con la coscienza
di rappresentarla, e sarà questa la sua vendetta sulla Vita che ha voluto
escluderlo da sè: obbligare, egli, il creduto pazzo, tutti coloro che vanno a
visitarlo a mascherarsi, rigirarseli come tanti pagliacci, e in questa triste
carnevalata della vita rappresentare almeno la parte dell'imperatore. La Vita lo
ha beffato? Ed egli befferà a sua volta la Vita! Per dodici anni è rimasto
inchiodato a una forma di Vita che doveva essere effimera, ed ora è troppo tardi
per vivere la Vita che per la prima volta si fa? Ebbene, egli si farà cittadino
di quel vitreo regno dell'immobile, del già fatto, del già divenuto in cui era
stato involontariamente proiettato. Tristi i casi, orrenda la vita di Enrico IV,
ma almeno già definita, conchiusa, determinata in tutti i suoi particolari,
congelata nell'immobilità eterna del passato che è quel che è e più non muta, e
che perciò non può più dare sorpresa alcuna, in eterno sottratta alla febbre
della Vita che per la prima volta si fa.
Terzo momento ideale della tragedia: dal dualismo così esasperato di Vita e
Forma scoppia la folgore. Sono vent'anni che prima involontariamente, poi
volontariamente il mascherato è immobilizzato in Enrico IV ventiseienne. E a un
tratto ecco che sotto forma dei compagni di allora che vengono a fargli visita
la Vita, la sua stessa vita, gli si mostra com'è ora, dopo venti anni che sono
trascorsi. Primo urto della immobile Forma e della Vita che cangia, che scorre.
E guardando in volto i visitatori il mascherato ha la sensazione vivente dei
venti anni che sono passati e che egli non ha vissuto. E, nondimeno, ha ancora
la forza di proseguire nella finzione, e si concede la gioia feroce di
rigirarseli come vuole, gl'incoscienti venuti a farglieli toccar con mano i
venti anni che essi e non lui si sono goduti. Ma rimasto con i quattro che gli
fanno da consiglieri scoppia e butta all'aria la maschera. Vuole riassumerla
ancora. Non può. È stato tradito, il trucco è scoperto. Con incoscienza maggiore
ancora della prima, i visitatori gli strappano la maschera dal volto, vogliono
ricondurlo con sè, in una vita che non può essere la sua, ma la loro soltanto. E
intanto eccola lì quella vita sotto i suoi occhi: la donna che egli amò, con i
suoi capelli tinti e i suoi quarant'anni; la figlia di lei, vivente ritratto
della madre, parata come lei in quella famosa sera di carnevale; e tra l'una e
l'altra i venti anni del suo esilio. È il tempo che per lui non è scorso reso
visibile sotto i suoi occhi. Ed egli si butta addosso alla giovinetta per
afferrarla e trarla seco: di lì soltanto può cominciare veramente a vivere, chè
per vent'anni egli è rimasto fermo lì, dove vent'anni prima era Matilde e dove è
ora sua figlia Frida. Lo trattengono ed egli, infuriando, uccide chi, dopo
avergli rubato la madre, vorrebbe ora sottrargli la figlia. E allora non gli
resta più che immobilizzarsi per sempre nella maschera di Enrico IV. Uscito
dalla sua parte, rientrato per un attimo nella Vita vera e reale, ne è
immediatamente espulso. La lotta tra la Vita e la Forma si chiude con la
sconfitta decisiva della Vita.
La bellezza dell'Enrico IV è nella estrema semplicità quasi casalinga del
linguaggio, rotto spezzato frastagliato, e la risonanza cosmica di quello che i
personaggi dicono. Essi parlano ansiosi convulsi, senza scegliere le parole, e
dietro di loro vediamo erigersi gli spettri metafisici della Vita e della Forma,
prender corpo sulla scena le categorie del nostro intelletto, sentiamo gemere il
tormento ineffabile di una vita cui fu impedito di vivere, percepiamo quasi
sensibilmente il tacito infinito andar del tempo e della Vita. E l'architettura
della tragedia è tale che i momenti ideali del suo sviluppo, da noi lentamente
analizzati e che si stendono per la durata di vent'anni, ci passano sotto gli
occhi in un succedersi incalzante e vertiginoso di scene, legate da una logica
potente e profonda. Enrico IV: tragedia della Vita che non potè vivere,
strangolata da una Forma che doveva essere effimera e che, in vece, l'ingoiò in
sè, senza scampo.
18. Il dramma pirandelliano: urto della Vita e della Maschera.
La tragedia di Enrico IV è la tragedia della Vita in forma esemplare, tale
appunto essendo la tragedia della Vita per Pirandello: doversi necessariamente
dare Forma e non potersene contentare, chè sempre, presto o tardi, la Vita paga
il fio della Forma che si è data o lasciata dare. Il centro del dramma
pirandelliano è qui: in questo scontrarsi della Vita con la Forma in cui
l'individuo l'ha incanalata o in cui per lui l'hanno incanalata gli altri.
Pirandello sceglie i suoi personaggi nel comune materiale della Vita, il meno
eroico, il più consuetudinario e ordinario possibile: impiegati professionisti
professori commercianti borghesucci. Li sceglie, cioè, nella classe in cui è più
viva la preoccupazione delle regole delle convenienze delle forme delle finzioni
delle apparenze delle maschere sociali. Dà loro un corpo sgraziato o infelice,
con qualche particolarità del viso o del corpo o qualche tic repugnante o
antipatico o curioso. Li colloca negli ambienti più banali e piccolo-borghesi
che si possano immaginare. E, attraverso una preparazione lenta minuziosa secca
arida ingrata, fatta di battute in apparenza disordinate e confuse, ma dalle
quali a poco a poco, per una serie di accenni più o meno indiretti, s'incomincia
a delinear la vicenda, li conduce al momento in cui tra la loro spontaneità
vitale e la maschera che o si erano volontariamente posta o si erano lasciata
porre sul volto si determina una opposizione violenta, o quando, affacciandosi
come in uno specchio nella costruzione che gli altri si sono fatta di loro, non
vi si riconoscono e delirano di dolore e di orrore al dirsi: questo son io!
Allora quei personaggi che ci si erano presentati compassati duri legnosi
stecchiti come burattini perchè colati in uno stampo prestabilito ridono e
piangono e singhiozzano fremebondi e convulsi: vivono stavolta, vivono in un
pieno abbandono alla loro spontaneità, sdegnosi o dimentichi della maschera che
si erano posta o lasciata porre sul volto.
E se anche alla fine se la rimettono in viso, è solo per nascondere sotto di
essa il loro cupo tormento. Tutto il teatro pirandelliano, al quale aspira e nel
quale culmina tutta la vasta opera di questo scrittore, non è che la variazione
all'infinito di questo tema fondamentale. I rapporti consueti e normali della
vita sono negati. Al loro posto, altri e diversi e capovolti rapporti. E quanto
i rapporti ordinari sono, o appariscono, per l'abitudine, piani agevoli
verosimili, tanto i rapporti che vi si sostituiscono sono, o appaiono,
inverosimili artificiali complicati barocchi tenuti su a stento ed a forza.
19. Opposizione dell'individuo e della costruzione che ne han fatto gli
altri: Sei personaggi in cerca di autore;
Tutto per bene; Come prima, meglio di prima; Capiddazzu paga tuttu.
Opposizione dell'individuo e del concetto costruzione che se ne sono fatta
gli altri. È il dramma del Padre nei Sei personaggi in cerca di autore. Gli
eventi della vita vollero che la Figliastra lo sorprendesse in una casa
equivoca, in un atto in cui, secondo i normali rapporti dell'esistenza, essa non
avrebbe mai dovuto nè potuto vederlo: in tutta la sua miseria di povera carne
umana insoddisfatta. Ora, per la Figliastra egli è rimasto lì, agganciato,
inchiodato per l'eternità a quell'attimo di vita. Ed invano egli protesta che
no, che è ingiusto giudicarlo da quell'atto solo, come se egli fosse tutto in
esso, assommato e totalizzato in esso, senza residui! La fanciulla non sa
vederlo che come lo vide nella casa infame, inchiodato in eterno a quell'attimo
di vita, come una statua in eterno irrigidita nel gesto che l'artista le ha
dato: «lei intende la perfidia di questa ragazza? M'ha sorpreso in un luogo, in
un atto, dove e come non doveva conoscermi, come io non potevo essere per lei, e
mi vuol dare una realtà, quale io non potevo mai aspettarmi che dovessi assumere
per lei, in un momento fugace, vergognoso della mia vita! » (atto I).
È il dramma del consigliere di stato Martino Lori (in Tutto per bene), vedovo
inconsolabile che da sedici anni si reca ogni giorno al camposanto a piangere la
sua cara Silvia scomparsa, e intanto la figlia Palma gli cresce più che alle sue
affidata alle cure dell'amico Salvo Manfroni, che l'ama e la tratta come figlia,
le fa la dote e le trova un ottimo partito: premure che Lori si spiega, oltre
che con la sincera amicizia di Manfroni per lui, anche col desiderio di farsi
perdonare l'appropriazione indebita da lui commessa delle idee contenute in un
manoscritto inedito del padre di Silvia, grande scienziato morto precocemente.
Se non che un bel giorno, per un banalissimo caso, tutta questa costruzione
crolla e Martino Lori si trova di colpo dinanzi alla costruzione che di lui si
erano fatta gli altri: che, cioè, egli fosse stato un marito compiacente, che,
per far carriera, avesse finto d'ignorare che Silvia era amante di Salvo e che
Palma è figlia di costui e, mortagli la moglie, avesse proseguito a freddo la
commedia del vedovo inconsolabile. E rispecchiandosi nel concetto che di lui
avevano gli altri Lori rabbrividisce di nausea e di orrore: «Mi, avete creduto
capace di questo? fino al punto d'andar lì ogni giorno [al cimitero] a
rappresentare quella commedia?... Ma che essere vile sono io dunque stato per
voi?» Vile e inabile, perchè ciò che per lui era sentimento sincero per gli
altri era commedia ch'egli rappresentava, e rappresentava male: male, perchè il
disgraziato non sapeva di rappresentarla. Tutto il suo mondo gli crolla dalle
fondamenta: «Tutto rovesciato; sottosopra. Sì. Il mondo che ti si ripresenta
tutt'a un tratto nuovo, come non ti eri mai neppur sognato di poterlo vedere.
Apro gli occhi adesso!» (atto III).
È il dramma di Fulvia in Come prima, meglio di prima: di Fulvia che, corrotta e
viziata dal marito Silvio, fugge di casa, precipita nella più vile abbiezione,
infine, nauseata di fango, tenta suicidarsi. Accorso al suo letto di morente il
marito quasi senza volerlo la salva (egli è un grande chirurgo); guarita, la
rende madre e se la riporta in casa per un certo tra rimorso del male fattole e
desiderio sensuale delle antiche ebbrezze. Ma poichè alla figlia Livia, ormai
grande, si è detto che la mamma, una santa, è morta, Fulvia passerà come seconda
moglie di Silvio. E Fulvia, che la nuova maternità ha purificata e redenta,
rispecchiandosi nel concetto che di lei si è fatto Livia vi si vede come una
volgare avventuriera esperta nelle arti della seduzione più scaltra, che ha
usurpato il posto tenuto dalla mamma di Livia, la santa, troppo presto
scomparsa. E il fantasma di Fulvia la santa quale Livia se lo è costruito si
erige contro la Fulvia di carne e d'ossa a sbarrarle la porta del cuore di sua
figlia.
Contro questa immagine di lei che Livia si è creata, ombra, menzogna divenuta
realtà, Fulvia sente un odio tremendo, che uccide in lei ogni senso di maternità
per Livia. Livia le appar figlia non di lei, ma della morta: sua figlia vera
sarà solo la nascitura. «Io per lei [Livia] sono questa e non posso essere sua
madre. Sono arrivata al punto di crederci io stessa! Mi pare, mi pare veramente
figlia di quell'altra... L'ombra, divenuta realtà; E che realtà! Ha ucciso in
me, veramente, il mio istinto materno per lei! Ora più che mai, che lo risento
in me vivo per un'altra» (atto II). Perciò quando nel suo cieco odio contro
colei che crede un'intrusa Livia offende la creaturina, Fulvia non sa resistere
alla voluttà di precipitare nel fango l'idolo di Livia, e grida alla fanciulla
che la santa di cui si crede figlia era una donnaccia, lei stessa, l'aborrita e
disprezzata Fulvia. E parte di casa portando seco la neonata, la sola ormai che
ella senta come figlia.
È il motivo, svolto in forma scherzosa, della commedia nella commedia (in
Capiddazzu paga tuttu) che don Nzulu rappresenta, mettendo sotto gli occhi di
ciascuno dei parenti ed amici la maschera corrispondente («A unu a unu vi fazzu
'a parti di tutti! Vi mettu comu un specchiu davanti!»: atto III, scena I): al
riconoscersi, ciascuno frigge e protesta; pure ci si ritrova, e, alla fine, pel
ballo mascherato finisce per rivestirsi della maschera che gli spetta.
20. Distruzione della maschera costruitasi dall' individuo: Il berretto a sonagli;
Enrico IV;
Vestire gli ignudi; La vita che ti diedi.
Guai a distruggere la maschera che l'individuo si è posta volontariamente
sul viso, la parte che si è assegnata nell'esistenza! Ciampa (nel Berretto a
sonagli) si è costruito la maschera di marito rispettabile: in cuor suo sa
benissimo di non esserlo e che la moglie è l'amante del padronee che egli lascia
fare per debolezza e attaccamento invincibile a quella donna che l'ha stregato,
ma tutte le apparenze essendo salve egli esige che gli altri rispettino in lui
la maschera che si è messa sul volto. Credendolo consenziente e per sfogare un
suo folle impeto di gelosia, la moglie del suo padrone, Beatrice, fa sorprendere
gli amanti. La flagranza non è constatata, ma ormai il guaio è fatto: tutti
diranno che Ciampa è un marito ingannato. Beatrice ha strappato dal suo volto la
maschera di cui egli si rivestiva, dicendo a tutti senza il menomo riguardo ciò
che di lui pensava ella sola. E allora delle due l'una: o Ciampa, per quanto
orrore gli faccia il sangue, ucciderà gli adulteri (in una circostanza simile il
protagonista della novella La verità uccide la moglie), oppure, se è vero quanto
gli si dice, che, cioè, lo scandalo fu per una pazzia, si dia la prova che
l'accusatrice è pazza e la s'interni in un manicomio. Non c'è altra via per
salvare il pupo che egli si è costruito e che vuole rispettato. «A quattr'occhi
non è contento nessuno della sua parte: ognuno, ponendosi davanti il proprio
pupo, gli tirerebbe magari uno sputo in faccia. Ma dagli altri, no; dagli altri
lo vuol rispettato» (atto I, scena IV). E Beatrice, cui davvero la prospettiva
del manicomio sta per far perdere la ragione, è obbligata a partire per la casa
di salute. La tragedia è così evitata.
Scoppia invece quando (nell'Enrico IV) la marchesa Matilde Spina e altri ancora
strappano dal volto del Grande Mascherato la maschera di Enrico IV di cui
seguitava volontariamente, coscientemente, a rivestirsi, per le ragioni innanzi
dette, e gli gridano che è guarito, che finge, e vorrebbero portarselo via,
farlo rientrare nella Vita, in una vita che non è più, non può più essere la
sua.
È anche la tragedia di Ersilia Drei, protagonista di Vestire gli ignudi. Ridotta
all'ultimo estremo della miseria umana, si avvelena. Trasportata morente
all'ospedale, ella la cui vita non ha mai potuto consistere in nulla, non ha mai
potuto ricoprirsi di una veste di figura che non le fosse subito lacerata dai
tanti cani che sempre le saltavano addosso, che non le fosse imbrattata da tutte
le miserie più basse e vili, se ne vuole comporre una bellina per la morte, e
inventa una storiella che attiri sul suo cadavere il compianto di tutti. Ma la
salvano a forza, la Vita la riprende, le lacera la nobile maschera, la bella
veste che si era composta, la rivela nella sua deforme nudità. E ad Ersilia non
resta più che darsi un'altra volta (la buona, questa) la morte per acquistarsi
il diritto di esser creduta quando affermava che, se mentì, non fu per vivere ma
per morire.
È la tragedia di Anna, protagonista de La vita che ti diedi. Separata per molti
anni dal figlio, ella se ne è composta un'immagine, una forma, che ha viva e
presente nel cuore, e che non dubita faccia tutt'uno con la concreta ed
effettuale realtà di lui. E la Vita una prima volta urta ed assale quella forma:
al ritorno del figlio, Anna può constatare come quasi nulla di comune siavi tra
lui e l'immagine che ella ne aveva serbata. Ed ecco il figlio le muore
d'improvviso: secondo urto della Vita contro la Forma. Anna si rifiuta di
accettarne la morte: egli seguiterà vivere per lei di quella stessa vita di cui
viveva quando ne era lontano, e che così poco coincideva con la vita che allora
era di lui. La morte ha distrutto il corpo del figlio, ma questo non era già da
anni un estraneo per lei? Suo figlio comincerà veramente a morire per Anna il
giorno in cui (terzo urto della Vita contro la Forma) la sua amata, Lucia, viene
a sapere della sua scomparsa, e tutta si scioglie in lagrime disperate: in
quell'onda di pianto Anna sente svanire la saldezza della costruzione che ella
si era fatta. La catastrofe è completa quando Lucia le confessa di essere stata
resa madre da suo figlio: questi, quale Anna lo ricorda, quale lo voleva
sottrarre alla morte, vivrà ormai, non più nell'immagine che ne ha sua madre, ma
nel bambino che nascerà da Lucia; madre non sarà più Anna, ma Lucia. Anna aveva
preteso sottrarre una forma al flusso della Vita che sempre si rinnova; e la
Vita, immobilizzata un momento, tosto riprende il suo vano interminato fluire,
dissolvendo e fluidificando la forma rigida in cui si era preteso arrestarla.
21. Accettazione di una maschera
imposta a forza: La patente.
Qualche volta la maschera che l'individuo porta sul viso è la società che
gliel'ha imposta a viva forza, e invano il disgraziato si è ribellato e ha
chiesto pietà: alla fine, ha dovuto chinare la testa e striderci. È il caso di
Chiarchiaro nella Patente. Il poveruomo al quale han fatto la fama di iettatore
in principio ha protestato, si è rivoltato, ha chiesto misericordia: infine,
sfuggito, isolato come un lebbroso, giunto all'estremo della miseria e della
disperazione, non ha altro scampo che accettare la parte con tanta spietata
ferocia impostagli. Egli eserciterà con atroce gioia la professione di
iettatore, ricattando la gente col terrore della sua infausta potenza. E forse
ce l'ha davvero questa potenza: «perchè ho accumulato tanta bile e tanto odio,
io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo, signor giudice,
d'aver qua, in questi occhi, la potenza di far crollare dalle fondamenta
un'intera città!! »
22. Maschera volontariamente assunta dall'individuo: Il giuoco delle parti.
Ma qualche volta è l'individuo stesso che volontariamente, consciamente a
freddo si è scelta ed assegnata la parte: così Enrico IV, quando, rinsavito, si
accorge della passata follia e decide di continuarla a freddo; così Leone Gala
nel Giuoco delle parti. In Leone Gala la ragione ha vinto l'istinto, la
passione, il sentimento; egli si è vuotato della vita e la guarda svolgersi in
sé stesso e negli altri, di cui prevede - e pel fatto stesso di prevederli ne
toglie loro il gusto - gli atti e i movimenti: suo solo piacere è di vedere sè e
gli altri vivere. Ma per non perdere l'equilibrio e andare per terra egli caso
per caso si afferra a un pernio, si assegna una parte, e non si muove di là: è
così, volutamente, il fantoccio di sè stesso. Nei riguardi di sua moglie Silia,
da cui vive separato, egli si è assegnato la parte di marito di fronte alla
legge, e basta. Silia è il suo opposto: pazza depravata sensuale, istinto bruto
e irragionevole, odia Leone, ne ha l'incubo, se ne sente oppressa e paralizzata,
ne desidera la morte. Per fargli del male ella, d'accordo con l'amante Guido, lo
pone in condizione di sfidare un gentiluomo da cui ella ha subìto un grave
affronto. Egli sfida, poichè non altri che il marito potrebbe sfidare, lascia
che l'amante, che gli fa da padrino, fissi condizioni terribili nella speranza
che, non sapendo battersi contro l'avversario schermidore espertissimo, egli ci
lascerà la pelle, ma, giunta l'ora di battersi, rifiuta, e lascia che al suo
posto vada, come vuole la regola cavalleresca, il suo secondo, l'amante. La
parte di lui è di sfidare: quella dell'amante, di battersi. Giuoco delle parti.
E nel duello l'amante è ucciso.
23. Insurrezione della vita contro la maschera: L'uomo, la bestia e la virtù;
Il
piacere dell'onestà; Come prima, meglio di prima; Ma non è una cosa seria.
Ma o alla lunga o immediatamente contro le costruzioni concettuali in cui
l'individuo si è rinserrato volontariamente, contro la parte che si... è
assegnata, contro la maschera che si è posta sul viso insorge la spontaneità
dell'istinto vitale.
L'insurrezione della Vita contro la Forma può essere immediata. È il motivo
dell'apologo L'uomo,la bestia e la virtù, in cui tutta la visione pirandelliana
della vita appare marionettisticamente e grottescamente deformata.
Perrella è un capitano di lungo corso, che, per non dare un fratellino al figlio
unico che ha avuto dalla legittima consorte, ogni volta che, dopo tre o quattro
mesi di navigazione, tocca terra e si reca a casa, prende il più piccolo
pretesto per andare in bestia, chiudersi in camera e l'indomani filare
insalutato ospite, senza aver adempiuto ai doveri di marito. La storia dura da
tre anni. Il professore del figlio di Perrella, Paolino, commosso dalle
immeritate sofferenze della signora, le si è offerto consolatore. La conseguenza
è che fra sette mesi la signora darà un fratellino a Nonò. È, dunque,
necessario, per evitare uno scandalo, che durante le ventiquattr'ore in cui il
capitano sarà a casa egli sia per sua moglie marito non solo di nome, ma anche
di fatto. Perciò, munito di un pasticcio afrodisiaco, Paolino si reca a casa di
Perrella ad assistere all'arrivo della bestia e ad attendere gli eventi. Per
affrettare i quali egli obbliga la signora Perrella a scollarsi, a darsi del
carminio sulle labbra, del belletto sulle guance, nella speranza che gli
ostentati vezzi di lei facciano colpo sul capitano. Così ecco Paolino, tutto
franchezza e lealtà aperta e brutale, obbligato dalle necessità della vita non
solo a nascondere la realtà di ciò che egli è per la signora Perrella, ma, a
dirittura, ad architettare egli, l'appassionato amante di lei, tutto un
diabolico piano per ricondurre quell'ignobile bestia del marito nel talamo
coniugale. Il povero Paolino non poteva mettersi sul volto maschera più
discordante dai lineamenti che il buon Dio gli diede, ed è perciò che freme,
urla, digrigna i denti, in un parossismo di furore che è sempre li lì per
scoppiare e mandar tutto all'aria. La discordanza della maschera dal volto è
resa maggiore dal fatto che nemmeno per un momento Paolino guarda al suo caso
con gli occhi di un uomo normale, come cioè a un imbroglio seccante, ma, tutto
sommato, assai ridicolo e divertente. No! Egli è convinto di vivere in un nodo
tragico di eventi: per lui la signora Perrella non è una signora come tante che,
trascurata dal marito, si è trovato un consolatore e ora cerca di riparare alla
meglio alle conseguenze del malpasso: è una santa; egli, Paolino, non è un
amante come tanti, che, fatto il male, ha paura delle conseguenze e cerca di
nascondere a sè ed altrui la sua vigliaccheria sotto la maschera della difesa
dell'onore della sua amante: è un martire.
L'artificio che egli mette in opera per introdurre Perrella a fare il dover suo
di marito è testimonianza sublime dell'amor suo. Per sè, Paolino vive una
tragedia dove l'Autore non vede che una farsa, e perciò si divincola, rugge,
smania: smanie ridicole che pure non fanno ridere, in quanto in Paolino
Pirandello sbeffeggia tutta l'umanità che sempre, anche quando crede di essere
eroina di tragedia, è protagonista di una lamentevole farsa. Perciò in questo
apologo (il nome è significativo) il riso cela una sofferenza profonda,
un'amarezza invincibile, che gli toglie ogni dolcezza e serenità. Ma, ed è qui
la manchevolezza del lavoro, dopo il primo atto appena qualche accenno fugace
rimanda ad un significato universalmente umano al di là della vicenda boccaccevole e ci ricorda che si tratta di un apologo e non di una semplice
pochade. Nel secondo e terz'atto, ridotto tutto l'interesse della azione a
sapere se la bestia mangerà o no il pasticcio e se questo farà o no effetto,
l'apologo si trasforma in pochade.
L'insurrezione della Vita contro la Forma in cui la si è costretta può non
essere immediata. Allo scopo di sottrarsi a una vita di dissipazione e
traviamenti e di crearsi una situazione tale che (marito di una signora per
bene) egli sia obbligato da essa a vivere onestamente, Baldovino, protagonista
del Piacere dell'onestà, sposa Agata che Fabio ha resa madre e che non può
sposare perchè ammogliato. Ma pone bene le mani avanti: onesto lui, onesti
tutti! Agata e Fabio continuino pure ad amarsi, se vogliono, ma rispettino
rigidamente lui, non lui Baldovino, ma lui onesto marito di una signora per
bene, salvino scrupolosamente le apparenze non solo di fronte agli altri, ma di
fronte a lui stesso. Così, se cattiva azione ci sarà, non la farà lui, la
faranno loro. In tal modo Baldovino si costruisce una onestà perfetta, e vive
non più come uomo, ma come forma artificiale e costruita di onestà. L'onestà di
Baldovino ha come effetto immediato l'onestà anche formale di Agata: non volendo
ingannarlo, essa interrompe ogni rapporto con Fabio. Ella non potrà più essere
di Fabio se prima Baldovino non lasci la casa. Fabio ordisce una rete per
indurre Baldovino a commettere un furto: allora egli lo svergognerà e caccerà di
casa. Ma Baldovino che ha scoperto il raggiro accetta di passare per ladro e di
andarsene a patto che a rubare non sia lui, ma Fabio. In un secondo momento,
invece, è proprio lui che spontaneamente si mette in condizione di passare da
ladro: egli si è accorto di amare Agata, e quest'amore, ponendolo dinanzi a lei
uomo contro donna, e non più maschera di marito contro maschera di moglie, gli
fa comprendere la necessità di partire. L'amore uccide in lui la maschera del
marito. Ma Agata che anch'ella l'ama lo seguirà anche come ladro. Allora egli
rimane. La forma dell'onestà ha ucciso in Agata l'amante e creato in lei la
moglie, sul serio e non da burla. La Vita ha incenerito la Forma in cui la si
era costretta e ne ha creato una nuova e superiore.
In Come prima meglio di prima la Forma che è incenerita è, invece, proprio
quella superiore e più pura. Fulvia, alla lunga, non regge più alla innaturale
finzione che si è imposta, butta all'aria la maschera di onesta moglie di suo
marito, e ritorna in compagnia del folle Marco Mauri alla eslege randagia vita
di prima.
Memmo Speranza, l'eroe di Ma non è una cosa seria, per difendersi dal pericolo
di ammogliarsi sul serio si ammoglia per burla con Gasparina. Come matrimonio,
il suo non è serio: è serio come rimedio preventivo contro il matrimonio. La
povera Gasparina accetta queste nozze strampalate e perchè non contrae obblighi
di sorta e perchè non ha niente da perdere e perchè ha bisogno di un po' di
respiro nella vita d'inferno che ha fatto finora. Tutti e due ragionano. Si
assegnano una parte. Trionfo della logica. Ma la Vita si burla della logica.
Nella villetta che Memmo le ha regalato Gasparina si riposa, si rinfranca,
rifiorisce. Essa s'innamora di Memmo e l'amore sveglia in lei il senso della
dignità. Ella non può più continuare una parte sì fatta che Memmo si accorga di
lei solo per maledirla, quando, cioè, essa funziona da impedimento a un
matrimonio sul serio. Offre perciò a Memmo di restituirgli la libertà annullando
il matrimonio che non fu mai consumato. Ma al vederla giovane e bella, al
saperla pura, Memmo se ne innamora anche lui, e il matrimonio per burla diventa
matrimonio sul serio. Trionfo della spontaneità vitale, della follia,
dell'irrazionale.
24. Trionfo dell' irrazionale: L'innesto; Pensaci Giacomino!
Irrazionale che, si badi bene, appare come tale solo in confronto a ciò che
si è soliti chiamare ragione. In sè, è ragione, è logica anch'esso. Ciò che
chiamiamo ragione non è che una delle tante forme, delle tante ragioni
possibili, che ha, certo, diritto di vivere e di affermarsi anch'essa, ma ha
torto quando vuole negare la possibilità e il diritto di altre forme, di altre
ragioni. Alcune commedie di Pirandello sono la dimostrazione vivente di questa
logica dell'irrazionale: L'innesto, ad esempio.
Sposi da sette anni, Laura e Giorgio si amano con dedizione incondizionata di
tutto il loro essere. Ma nessun figlio è venuto ad allietarne l'unione: Laura,
quindi, non è per Giorgio la madre delle sue creature, ma solo la donna
violentemente desiderata ed amata. Perciò il giorno in cui Laura è vittima della
violenza di un bruto, Giorgio sente il suo amore colpito nella radice stessa
dell'essere suo. Laura è stata di un altro: un altro ha posseduto quel corpo che
doveva essere il tesoro e la delizia dei suoi baci. Dell'oltraggio Laura, certo,
non ha colpa: la sventura che si è abbattuta su lei la fa degna di compassione;
ma, per l'appunto, il dolore di Giorgio è reso più vivo dal dovere della pietà
che gli è imposto. L'esserci stata l'offesa più brutale senza colpa ferisce non
l'onore, ma l'amore, e tanto più quanto maggiore è l'obbligo fatto all'amore di
avere pietà. È irragionevole ma è logico. È la logica dell'amore. Ma questa
stessa logica poi vuole che quando Giorgio che sta per fuggire si vede comparir
dinanzi Laura muta e dolente, piangendo l'accolga fra le braccia, in un impeto
di amore che la comune sventura rende più intimo e dolce, più profondo e, pur
nella terribile amarezza, soave. Li troviamo qualche mese dopo in una villa
dove, dopo la bufera, han nascosto la rinnovata primavera del loro amore. Un
vecchio giardiniere spiega a Laura come abbia luogo l'innesto delle piante.
Perchè la pianta innestata butti frutto è necessario che abbia subìto l'innesto
quando era in succhio, quando, cioè, come donna innamorata, desiderava ed
invocava il frutto, che con le sole sue forze non poteva dare. E Laura che
avverte in sè i primi fremiti di una nuova vita, che con certezza quasi assoluta
le viene dal suo violentatore, applica a sè stessa quanto il giardiniere le ha
detto. Che importa donde il germe sia venuto, se quel germe in tanto essa l'ha
assorbito e fatto suo in quanto tutto il suo essere era amore, e se amore c'era
non era che per Giorgio? Se figlio nascerà, esso sarà perciò di Giorgio.
Irragionevolezza, follia, lo riconosce Laura stessa, quando Giorgio, che ragiona
dal punto di vista della logica comune, esige la distruzione del germe, ma
follia che la solleva, la esalta, e che nel suo gorgo generoso finisce per
travolgere Giorgio medesimo. «E dunque, che vuoi di più, se credi nel mio amore?
In me non c'è altro! Non senti?» E Giorgio: « Sì, Sì...» (atto III, scena
ultima). Ancora una volta, la logica dell'irrazionale trionfa.
E trionfa nel modo più strepitoso per opera del professor Toti, vecchio
insegnante secondario, protagonista di Pensaci, Giacomino! Questi prende moglie
per far dispetto al governo che lo ha sempre tenuto a stecchetto e che così egli
obbligherà dopo la sua morte a pagare la pensione alla vedova. Giovane, così la
pensione sarà pagata più a lungo. La moglie giovane lo tradirà? Egli accetta in
anticipo i tradimenti coniugali: ciò gli assicurerà la pace in famiglia. Del
resto, il tradito non sarà lui, professor Agostino Toti, che alla giovane moglie
farà solo da padre e da benefattore, ma il marito che, in realtà, per sè, egli
non sarà. Costruzione dal punto di vista della logica comune assurda folle
irrazionale, in sè coerente armoniosa e, dunque, razionalissima. E di fatti Toti
sposa Lillina già resa madre da Giacomino. Questi seguita ad esserne l'amante.
Toti lo sa, fa da padre ai due giovani, da nonno al bimbo che di fronte alla
legge passa per suo, costituisce a Giacomino una buona posizione. Il vecchio
professore che non le ha gustate mai prova così nella tarda età le dolcezze
della famiglia. La gente ride e si scandalizza: egli se ne infischia. E quando
Giacomino, non sentendosi più la forza di durare in una situazione così
paradossale, abbandona Lillina e il piccino e si fidanza per tornare nell'ordine
e mettere su casa propria, egli con le più tenere preghiere e le più violente
minaccie l'obbliga a tornare alla povera Lillina che tanto lo ama. La logica
dell'irrazionale tocca il suo culmine in questo straordinario lavoro in cui si
vede un marito forzare l'amante della moglie a tornare alla donna abbandonata e,
quel che è più, aver ragione di agire così. Mai la relatività delle costruzioni
umane, l'esistenza di un diritto e di una ragione che di fronte al comune
diritto e alla comune ragione appaiono, e debbono apparire, assurdo e follia era
stata sostenuta con violenza più acerba, più aperta, più lucidamente logica.
25. Moralità immanentistica del mondo pirandelliano. Donne pirandelliane.
Appunto perchè nella visione pirandelliana del mondo non vi è una ragione,
una logica, un diritto, ma tanti quanti sono gl'individui, e per lo stesso
individuo tanti quanti ne crea nelle sue infinite variazioni il sentimento,
ciascun personaggio dal suo particolare punto di vista ha ragione, e manca un
punto di vista unico e più alto dal quale giudicare tutti gli altri. Così in
definitiva Pirandello non giudica e non assolve o condanna nessuno dei suoi
personaggi: meglio, il suo giudizio è implicito nella rappresentazione che egli
fa di loro e delle conseguenze dei loro atti. Morale rigidamente immanentista la
sua, con assoluta eliminazione di ogni riferimento a norme trascendenti. Per
ciascuno, il giudizio è dato implicitamente dai frutti delle sue azioni. Così,
ad esempio, non una volta sola una parola di condanna esce dalle labbra di
Pirandello sul conto di una delle tante donne da lui messe in iscena e che quasi
tutte, personificazioni come sono dell'istinto cieco e sfrenato al di qua della
ragione e del pensiero, appaiono creature nevrasteniche isteriche pazze amorali
incoscienti, ebre di sensuale cerebralità e che, dopo essersene saziate, ne
provano nausea e orrore, con improvvise nostalgie di purezza e di maternità.
Tali Silia del Giuoco delle parti, Beatrice del Berretto a sonagli, Fulvia di
Come prima meglio di prima, la Figliastra dei Sei personaggi in cerca d'autore,
la Donna uccisa del mistero profano All'uscita, Ersilia di Vestire gli ignudi,
tutte piene di odio contro l'uomo che esse hanno di fronte rispettivamente
Leone, Ciampa, Silvio, il Padre, l'uomo grasso) e che incarna quanto loro è
direttamente contrario, l'ordine la ragione la riflessione la calma prudente e
ponderata.
26. Il pensiero pensante, centro del dramma pirandelliano.
Nella visione pirandelliana del mondo alla Vita è essenziale darsi Forma e
insieme non esaurirsi in essa e nel mondo umano, creatore della Forma è il
pensiero. Così mentre in altri artisti la riflessione la coscienza il pensiero
accompagnano sì lo svolgersi degli eventi interiori, na dall'esterno,
proiettandovi sopra una fredda luce superficiale; onde il dramma si genera e si
consuma esclusivamente entro la sfera dell'affettività della passionalità del
sentimento, e se anche il pensiero v'interviene non è in esso l'elemento
generatore del dramma, in Pirandello esso s'inserisce di momento in momento nel
divenire psicologico. I suoi personaggi si giustificano si condannano si
criticano si pensano nell'atto stesso di vivere soffrire tormentarsi, non
sentono solo ma ragionano o sragionano sui loro sentimenti e ragionandovi o
sragionandovi sopra li modificano, li trasferiscono dal piano della mera
affettività in un piano di complessità superiore e più veramente umana, se
l'uomo è non solo sentimento, ma anche e soprattutto pensiero, e se è vero che
ragiona o sragiona soprattutto quando soffre. Sentimenti, passioni, affetti,
sempre il pensiero li proietta davanti a sè, li colora di sè, li impregna di sè,
ma perciò appunto anch'esso a sua volta si colora di essi e si riscalda della
loro fiamma. Il pensiero qui è vita e dramma, e si attua passo passo attraverso
lacerazioni e contrasti incessanti. Cerebralità, certo, ma cerebralità che è
dramma tormento passione. Il pensiero pensante, che è attività spiegantesi
attraverso drammi contrasti lacerazioni continue e incessanti, si colloca al
centro del mondo artistico: con Pirandello la dialettica si fa poesia.
27. Antiintellettualismo pirandelliano: i piani della realtà.
L'arte di Pirandello, contemporanea non solo cronologicamente ma anche
idealmente della grande rivoluzione spiritualistica e idealistica avvenuta in
Italia e in Europa ai primi del secolo, trasporta nell'arte quell'antiintellettualismo,
quell'antirazionalismo, quell'antilogicismo che riempie di sè tutta la filosofia
contemporanea e che oggi culmina nel Relativismo. Antiintellettualistica l'arte
di Pirandello non perchè neghi o ignori il pensiero a tutto beneficio del
sentimento della passione degli affetti, anzi perchè lo installa nel centro
stesso del mondo, potenza viva in lotta con le potenze vive e ribelli della
Vita. Antiintellettualistica, perchè nega che al pensiero preesista un ordine di
verità e di dati già bello e fatto, già bello e determinato, di cui al pensiero
non rimarrebbe che prender conto, inchinandovisi sommessamente, ma arte
affermatrice del pensiero in quanto è tutta piena del dramma del pensiero
pensante, nuotatore infaticato che rompe le onde tumultuose dell'oceano della
Vita e si sforza e travaglia per assoggettarle a sè. Il pensiero entra come
lievito nella pasta della Vita e la pone in fermentazione. Perciò la realtà, che
per altri scrittori è compatta omogenea massiccia come un monolito, alcunchè di
rigido e immobile dato una volta per tutte e tutto in una volta, in Pirandello
si sfalda e si rompe in piani che s'ingranano l'uno nell'altro, l'uno dall'altro
si generano. Reale non è solo ciò che comunemente si dice tale, ma anche, e allo
stesso titolo, tutto ciò che ci appare, nel calore di un sentimento, come tale:
un sogno profondamente sognato (cfr. la novella La realtà del sogno), un ricordo
(cfr. la novella Piuma) o una fantasticheria (cfr. le novelle Se...,
Rimedio: La
geografia, Il treno ha fischiato) intensamente vissuti sono per chi li viva
reali allo stesso titolo di questo massiccio mondo di cose e di persone, al
quale soltanto siamo soliti dar nome di reale. Onde ciò che è reale per uno può
non esserlo o esserlo diversamente per un altro, e quella che era realtà per uno
si scolora ai suoi occhi venuto meno il sentimento che la generava. In forma
scherzosa la novella Il pipistrello narra di uno di questi urti fra piani
diversi di realtà e i guai che ne nascono.
28. I drammi della dialettica: La ragione degli altri.
Due commedie di Pirandello, sopra tutte le altre, ci mostrano in azione
questa vivente dialettica dello spirito: La ragione degli altri e Sei personaggi
in cerca di autore. Nella Ragione degli altri una situazione si è determinata,
la logica interna della quale, di cui il personaggio centrale, Livia, ha la
coscienza e il possesso, sviluppandosi determina lo sviluppo dell'azione e
conduce i personaggi al solo fine ammissibile. Livia, moglie di Leonardo, ha
rotto ogni rapporto col marito da che ha saputo che egli ha un'amante, Elena,
con la quale ha avuto una figlia. L'amante stanca vorrebbe rimandarle il marito,
ed ella è ben disposta a perdonargli, ma a un sol patto: che Elena le ceda la
bambina che ha avuta da suo marito e che ella alleverà come figlia propria, con
quegli agi che Elena, povera, non può darle. Elena le ha preso Leonardo marito e
glielo restituisce padre, allora, padre, o rimanga con lei presso la piccina o
ritorni presso la legittima moglie, ma con la bambina. Riaverlo a metà, marito
con lei e padre con l'altra, no. «Dove sono i figli è la casa!», e Leonardo da
Livia figli non ne ha avuti. «Due case, no! Io qua e tua figlia là, no!» (atto II). Questa la situazione, della quale Livia rappresenta e interpreta la logica
interna: il suo sentimento si è elevato al massimo di razionalità possibile.
Intorno ad essa gli altri personaggi si muovono sopra piani disuguali, ma tutti
inferiori a quello su cui si muove Livia: in essi tutti la passionalità sovrasta
la ragione, in chi più, in chi meno. Ciascuno di essi difende un suo particolare
diritto: Elena, di madre, che vuol rimandare Leonardo a Livia, ma tenendo per sè
la bambina; Guglielmo, di suocero, che vuole che a ogni modo, con o senza
bambina, Leonardo torni in pace con sua figlia Livia o che costei ritorni alla
casa paterna; Leonardo, di marito di nuovo innamorato di sua moglie e di padre
che a nessun costo vuole rinunciare alla bambina. L'azione è una dialettica
continua, attraverso la quale tutti questi diritti e ragioni unilaterali vanno a
poco a poco acquistando coscienza della loro unilateralità e smontandosi di
fronte al diritto e alla ragione di Livia, che tutti li contiene e assorbe in sè
come momenti e perciò è superiore a tutti, essendo interprete del bene della
bambina che è il diritto e la necessità più forte, della bambina cui essa
toglie, sì, la madre, ma gliene dà un'altra egualmente affettuosa e il padre e
in più la ricchezza e il nome.
|
29. Sei personaggi in cerca di autore.
Nella Ragione degli altri noi vediamo in atto la dialettica onde una
verità o ragione superiore vince le verità o ragioni inferiori.Nei Sei personaggi in
cerca di autore vediamo in atto la dialettica stessa del formarsi della verità o
dell'illusione, che è lo stesso. In questa mirabile commedia, nella quale è
ripreso e sviluppato un motivo accennato nella novella La tragedia di un
personaggio.[1] |
[1]
Un motivo analogo nel
capitolo XXXI del romanzo Nebbia di Miguel de Unamuno,
anteriore, bensì, ai Sei personaggi ma posteriore alla novella La
tragedia di un personaggio.
|
Pirandello vuol rappresentare scenicamente il travaglio e il
processo attraverso il quale il tumulto dei fantasmi, germinati dalla fantasia
dell'artista, frementi di vita ma, in un primo tempo, ancora confusi e
tenebrosi, ancora parzialmente caotici ed irrealizzati, aspira a comporsi in una
sintesi perfetta e armoniosa, grazie alla quale quelle che l'artista non intuì
dapprima che come macchie più o meno distinte di colore si equilibrino in un
quadro ampio, luminoso, ben coordinato.
Si nasce personaggio artistico come si nasce pietra, pianta o animale, e se la
realtà del personaggio è un'illusione, illusione è anche destinata a scoprirsi
ogni realtà quando sia mutato il sentimento che l'alimentava. Chi è nato
personaggio non solo, dunque, ha tanta vita quanta i così detti uomini realmente
esistenti, ma ne ha di più, chè quelli, trasmutabili per tutte guise, oggi son
questo e domani quello, e passano e muoiono, e il personaggio artistico, invece,
ha una sua vita immarcescibile, fissata per l'eternità nelle caratteristiche
essenziali della sua natura che non cangiano nè possono cangiar mai, e la natura
si serve dello strumento della fantasia umana per proseguire, più alta, la sua
opera di creazione e (atto I). E, una volta creato, il personaggio si stacca dal
suo autore, vive di vita propria ed impone a quello il voler suo, e l'autore
deve tenergli dietro e lasciarlo fare. Un bel giorno sei personaggi, che il loro
autore aveva abbozzati e composti provvisoriamente in una trama scenica che non
svolse nè condusse a termine, si presentano su un palcoscenico al Direttore di
una compagnia a proporre che permetta loro di rappresentare quel dramma che urge
ad essi prepotente ed incoercibile in seno. Non tutti questi personaggi sono
egualmente realizzati: due, i più importanti (il padre e la figliastra), sono
vicinissimi alla perfetta e compiuta realizzazione artistica, qualche altro,
invece, è poco più che natura bruta, impressione cieca di vita (la madre),
qualche altro è realizzato liricamente e si ribella ad una realizzazione
drammatica (il figlio). Questi sei personaggi in cerca di autore non sono tutti,
dunque, su uno stesso piano di coscienza sono la realizzazione scenica dei piani
di coscienza vari su cui si è fermata la fantasia di un artista, La commedia di
Pirandello vorrebbe realizzare scenicamerne il lavorio di sintesi donde sgorga
l'opera d'arte, il passaggio dalla vita all'arte, dall'impressione
all'intuizione ed all'espressione. Il tumulto dei fantasmi appena abbozzati e
che, pregni di una incoercibile vita, che, data loro dall'autore, non è più in
poter suo di ritirare, che perciò giocano a sopraffarsi l'un l'altro, ad essere
ciascuno il centro e il nucleo del lavoro, a tirare su sè tutto l'interesse e la
simpatia del direttore, è reso molto bene attraverso un dialogo rotto affannoso
convulso. Pirandello ha intuito profondamente che qui, in questa eccentricità
(nel senso letterale della parola), in questo cieco precipitarsi a svolgere sino
in fondo ogni motivo ed ogni germe, è tutta l'essenza della Natura e della Vita,
ciò che la distingue dallo Spirito e dall'Arte, che è coordinazione, sintesi,
disciplina, quindi scelta e sacrificio cosciente.
Ma questo, che dovrebbe essere il motivo centrale della commedia, e che,
effettivamente, la domina per tutto il prim'atto, non trova sviluppo adeguato
nel secondo e nel terzo, nei quali non vediamo reso scenicamente il passare dei
personaggi da un piano inferiore a uno superiore, non li vediamo procedere dalla
confusione all'ordine, dal caos al cosmo artistico. Chi era natura resta natura,
chi era realizzato solo liricamente resta tale. La commedia non riesce a venire
alla luce. Perchè? Perchè il figlio si ribella a far la parte in commedia, perchè egli non è nato per far delle scene. La commedia fallisce, perchè invece
di uno spirito coordinatore i personaggi s'imbattono in un capocomico qualunque
che tenta improvvisarla, e un'opera d'arte non s'improvvisa: non può essere un
capocomico qualunque, senza alcuna esperienza nè profondità d'artista, che vede
soltanto le così dette esigenze del teatro, a metter su in poche ore una
commedia, che può nascere solo da una travagliosa elaborazione. Ma questa mi
sembra una ragione particolare, priva di valore universale, che non può
dimostrare e non dimostra nulla. Quale significato universale si può trarre dal
fatto che un mestierante di teatro è incapace di svolgere in sintesi uno spunto
abbozzato e lasciato li? di portare sino all'espressione completa personaggi nei
quali la vita infusa non si è espressa ancora?
Nel secondo e terz'atto il motivo dominante della commedia s'intreccia con
l'altro della deformazione che la vita vissuta subisce passando attraverso lo
specchio dell'arte (motivo che ritorna nel primo atto di Vestire gli ignudi).
Nel secondo atto entra di nuovo in azione lo specchio malefico che rimanda
all'individuo la propria immagine, nella quale egli non si ritrova nè si
riconosce: vedendo infatti ripetere da attori, tutti e solo preoccupati della
verità scenica da realizzare, i gesti da loro fatti e le parole da loro dette
nell'impeto di una irrefrenabile passione, i personaggi non si riconoscono più,
sono disorientati e ridono o si disperano. Lo specchio, in questo caso, è l'arte
scenica (ma quanto si dice di questa si può dire dell'arte in generale),
riflettendosi nella quale la vita vissuta nel senso comune della parola, la vita
dell'interesse e della passione, appare a sè stessa deformata e falsa. Ma
indugiandosi con ampiezza a svolgere questo motivo Pirandello non si accorge che
così, inconsciamente, dei personaggi, che, ricordiamoci bene, sono fantasmi
artistici più o meno realizzati, fa degli esseri reali, li trasferisce dal piano
della fantasia sul piano della vita vissuta, e così introduce un dualismo che
vizia intimamente la commedia.
Ma v'è un terzo motivo ancora che, anch'esso, interferisce con gli altri due
complicando la commedia. Dei sei personaggi in cerca d'autore ognuno sa di già
ciò che accadrà a sè stesso ed a tutti gli altri: essi hanno la visione totale
del loro destino. Ogni qualvolta, ad esempio, il padre e la figliastra si
collocano a un certo punto della storia e tentano di là di riprenderne il filo,
è presente alla scena la madre che sa già come andrà a finire, e che dalla sua
prescienza è indotta a non assistere passiva al corso dell'azione, ma ad
implorare che le sia risparmiato l'orrendo spettacolo che sta per aver luogo.
Così considerazioni sentimentali possono insorgere a tentar di turbare la
necessaria architettura di un'opera d'arte, che ha la sua logica interiore che è
quella che è e non può lasciarsi deviare da riguardi al tenero cuore degli
spettatori. Ma questo motivo andava svolto più profondamente e messo in maggior
rilievo. Si aggiunga che il terzo atto, in fondo, non fa che piétiner sur la
place del secondo e che la fine della commedia è assolutamente assurda: è una
fine qualsiasi, messa lì per chiudere comunque l'opera e far calare il sipario.
|
Ma nonostante questi errori di costruzione la commedia resta il più forte
tentativo fatto finora in Europa di realizzare scenicamente un processo tutto
interiore di stati d'animo, di scomporre e proiettare sulla scena i piani e le
fasi varie di un fluente e continuo processo di coscienza. Tentativo già fatto
da altri in Italia, ma non mai con la violenza, l'audacia e la vastità di
ambizioni che ci si manifestano in questa commedia. Il dramma che i sei
personaggi portano in sè e che non hanno espresso ancora (ne abbiamo visto il
nucleo a § 19) è tipicamente pirandelliano. Gli accenni che ce ne giungono, pur
rotti confusi incoordinati come sono e debbono necessariamente essere, essendo
ancor abbozzo d'arte e non arte compiuta, sono quanto di più intenso, potente,
veramente tragico si può immaginare.[2] |
[2]
Il vero dramma dei sei
personaggi non è il dramma che essi portano in sè in
quanto personaggi di dramma, è, invece, il dramma, ben altrimenti originale e
moderno, di sei creature che, rimaste allo stato di abbozzo confuso, di
virtualità meramente soggettiva nella mente dell'autore, aspirano a staccarsi da
lui, a vivere come personaggi compiuti, dotati di autonoma esistenza, sia pure
meramente ideale, in un mondo autonomo,sia pure meramente immaginario. Il dramma
è dato dal conflitto tra la disperata volontà di essere (di essere come
personaggi compiuti) dei sei personaggi e la resistenza dei vari ostacoli
(impossibilità dei personaggi di comporsi in un coerente organismo d'arte;
ignoranza del capocomico; deformazione che l'interpretazione scenica fa subire
al personaggio ecc.) che condanna i loro sforzi al fallimento ed essi a rimanere
in eterno brancolanti fra l'essere e il non-essere, scintille fatue su un abisso
di tenebre, incapaci di unirsi in fiamma. I Sei personaggi sono il dramma
della possibilità vanamente aspirante all'atto in cui è l'essere, della
virtualità vanamente anelante alla definitività della forma. (Aggiunta alla
3° edizione).
|
30. Difetti del teatro pirandelliano. Lo stile.
I pericoli ai quali un teatro simile va esposto sono insiti nella sua stessa
natura e si riassumono in una parola sola: cerebralità, e questa volta nel senso
di arida escogitazione intellettualistica. Certo, è innegabile che i personaggi
pirandelliani si somiglian tutti come due gocce d'acqua: più che personaggi
vari, essi appaiono come un solo e medesimo personaggio collocato in situazioni
sempre diverse e sempre identiche. Certo, il progresso dell'arte pirandelliana è
nel senso non già di arricchimento, ma di approfondimento sempre maggiore di una
e medesima visione del mondo. Come tutta l'opera di Pirandello aspira al teatro,
così tutto il teatro di lui aspira a un'opera perfetta che totalmente esprima
l'intuizione pirandelliana della vita: piramide aspirante a una punta che
risolva e comprenda in sè tutto ciò che è al disotto di lei. Spesso il dramma è
lo stentato e grigio rivestimento scenico di una riflessione astratta o della
trovata di una situazione che ha preceduto e si è sostituita alla visione
drammatica: le figure appaiono scarne e scheletrite, immobilizzate in una
smorfia, congelate in una mania che è il rivestimento legnoso di una
riflessione, di un tema. Il valore artistico si rifugia tutto nei particolari di
qualche scena. Le parole circoscritte nel loro comune significato sono smorte e
senza radiazione fantastica. Lo schema è di solito una strana preparazione
pittoresca in cui s'inquadra la riflessione astratta di una verità psicologica o
metafisica.
Ma nelle commedie nate da una viva e potente visione drammatica, alla quale la
riflessione astratta è coeva e non antecedente (poniamo tra queste in primo
luogo l'Enrico IV; i Sei personaggi in cerca di autore; Il berretto a sonagli;
Così è (se vi pare); Il piacere dell'onestà e qualche linea più giù
Pensaci, Giacomino!; L'innesto; Come prima, meglio di prima;
Vestire gli ignudi) ciò che
vi è di ligneo e di scheletrito è imposto dalla peculiarità stessa
dell'intuizione drammatica pirandelliana, ma sotto quel gelo e quella morte si
sente fremere cupa sorda sotterranea la vita che alla fine prorompe, gemere uno
spasimo rappreso che alla fine si scioglie in lagrime. Rimanendo sempre
estremamente semplice (la più sobria e nuda, la più lontana dall'equilibrio
letterario, la più veramente parlata che si sia mai sentita sui nostri
palcoscenici), la lingua di questi drammi è agile arguta mobile ricca di sugo
scoppiante d'intima vitalità; il dialogo stringato, minuto, senza sviluppi
ornamentali, con immagini immediate e aderenti, mirabilmente si piega a seguire
le sinuosità del divenire psicologico.
31. Progresso dell'arte pirandelliana. Conclusione.
E tutta l'arte di questo grande scrittore ci sembra presa in un magnifico
movimento ascensionale. Ci sembra che egli vada man mano liberandosi da quello
che nei primi lavori teatrali ci sembrava il suo difetto maggiore: lo «
squilibrio tra la contingente particolarità e picciolezza dei risultati e la
grandiosità metafisica delle pretensioni con cui Pirandello si muove all'opera»
(Voci del tempo, p. 86). Squilibrio tra la grandiosità metafisica delle
intenzioni e la vicenda che avrebbe dovuto scenicamente esprimerle e
realizzarle: vicenda agita da povere piccole miserevoli creature
piccolo-borghesi, abitanti in sperdute cittaduzze di provincia, pensionanti di
piccole pensioni, frequentatori di circoletti paesani, respiranti un'atmosfera
grigia, cupa, avvilita. Come, ad esempio, vedere incarnato il dramma universale
del conoscersi=morire nella storia della cortigiana Fulvia che, dopo molti anni
vissuti lontano dal marito nell'abbiezione più vergognosa, ritorna in casa e si
contempla nel concetto che di lei si è fatto la figlia Livia, la quale non sa,
nè può sapere di avere in lei la madre; o nella storia del consigliere di Stato
Martino Lori, che dopo sedici anni d'incredibile dabbenaggine si accorge che nè
moglie nè figlia furono mai sue? Straziante il dolore dell'infelice nel
terz'atto di Tutto per bene, ma per parteciparvi bisogna ammettere in lui una
cecità assolutamente incredibile o, per lo meno, più unica che rara, che ce lo
rende subito lontano e quasi estraneo. Certo, anche in questi primi drammi,
quando il significato che Pirandello vuole spremere dalla vicenda e la vicenda
stessa riescono a comporsi in armonico equilibrio si hanno degli autentici
capolavori, come il Berretto a sonagli. Dove questo equilibrio non è raggiunto,
la bellezza si rifugia nei particolari di qualche scena o personaggio, per lo
più nelle scene finali, quando la maschera salta per aria e il volto dolente
appare libero alla luce. Ma nei Sei personaggi e in Enrico IV lo slancio
metafisico spezza gli angusti e meschini quadri di cui una volta si contentava,
si dà libero gioco in vicende di più ampio respiro. Il dramma pulsa di vita più
fresca e possente, il tormento metafisico che gli è sotto si conquista più
adeguata espressione. I motivi sono sempre quelli, ma la tragedia si svolge in
atmosfera più alta e più pura. E Pirandello non ha detto ancora la sua ultima
parola. Ci sembra che egli vada ora sempre più acquistando coscienza di quello
che è il suo originale nucleo drammatico.
Un primo progresso l'artista siciliano compiè quando, superata la fase della
novella paesana, regionale, naturalista alla Verga e quella, posteriore, della
novella scettica, ironica, a trovata, e passato dalla novellistica e dal romanzo
al teatro, riuscì a stringere in rapporto drammatico quei motivi che nella sua
anteriore produzione novellistica e romanzesca giacevano l'uno accanto all'altro
senza rapporto sostanziale fra loro, quasi materie esplosive cui mancasse la
scintilla per levarsi in fiamma. Nella produzione anteriore al Fu Mattia Pascal
la sintesi umoristica (dello speciale umorismo pirandelliano) non è ancora
veramente conquistata. Pirandello tenta raggiungere l'effetto artistico
attraverso la forma narrativa drammatica pessimista, alla Verga, ma la negazione
dell'intelletto gl'impedisce di aderire con tutta l'anima ai travagli e alle
ambasce delle sue creature. Egli vorrebbe farci vivere come dramma ciò che già
nel suo animo è superato in una specie di filosofico e rassegnato umorismo. In
questa fase della sua arte il sentimento e la riflessione sono giustapposti più
che fusi e si disturbano a vicenda. Questo stato d'animo trova la più felice
espressione nel Fu Mattia Pascal, in cui il dolore è superato in una rassegnata
accettazione di esso nella convinzione della sua assoluta inutilità. Dopo questo
romanzo, l'arte di Pirandello si sviluppa nel senso di rendere sempre più intima
la sintesi dei due elementi che le sono a fondamento, sì che la riflessione si
generi a un parto col sentimento, quasi ombra che questo proietta. L'angoscia
viva va sempre più eliminando da sè ogni felicità ironica, ogni indifferenza
espressiva e sfumatura intermedia, ed esprimendosi in forme sempre più scarne
nude convulse. È allora che nasce come intima esigenza creativa il dramma
pirandelliano.
|
Un secondo progresso l'artista ora va compiendo nel senso di
stringere sempre più da vicino l'espressione di quello che è il suo
autentico nucleo drammatico in tutta la sua purezza e in tutta la
sua metafisica universalità. I progressi fatti finora ci sono
promessa sicura del capolavoro che non può mancare, in cui
l'intuizione pirandelliana della vita conquisterà ed esprimerà
pienamente tutta sè stessa.
Per ora tanto è certo: che con Pirandello
per la prima volta la letteratura italiana scopre che lo spirito non
è quella cosa semplice e a due dimensioni che finora aveva creduto,
che esso è una voragine di cui lo sguardo non tocca il fondo, una
inesplorata regione risonante di strane voci, percorsa a volo da
fantasmagoriche visioni, popolata di mostri sconosciuti, dove la
verità e l'errore, la realtà e la finzione, la veglia e il sogno, il
bene e il male lottano in un groviglio confuso, nella penombra del
mistero.[3] |
[3]
Altri miei scritti pirandelliani: su
Tutto per bene e Come prima, meglio di prima in Voci del Tempo,
pp. 78.88 (le conclusioni generali sono ora integrate e inverate nel presente
saggio); su L'uomo, la bestia e la virtù in Rassegna Italiana del
luglio 1922; su All'uscita e L'imbecille, ibid., ottobre
1922; su Vestire gli ignudi, ibid., dicembre 1922; su L'uomo
dal fiore in bocca, ibid., marzo 1923; su Il dovere del medico,
ibid., aprile 1923. A § 20, l'analisi de La vita che ti diedi è
un'aggiunta della 2a edizione.
Tra la 2° e la 3° edizione di questo libro Pirandello diè alla luce altri
quattro drammi, di ciascuno dei quali segue una breve analisi critica. Su La
Nuova Colonia cfr. anche la mia recensione in Italiani pel mondo del
marzo 1928.
|
A) CIASCUNO A SUO MODO (1925).
L'ondeggiare della verità, il suo spostarsi di qua e di là, il suo
accendersi e spegnersi a seconda della fiamma di vita e di sentimento di cui è
ombra ingannevole e fugace, tale il motivo musicale che corre per tutta questa
commedia e l'avvolge in un'unica tonalità sentimentale.
E come in Così è (se vi pare) lo svolgimento del motivo dell'equivalenza di
essere e parere, in Ciascuno a suo modo lo svolgimento del motivo
dell'inconsistenza della verità assume andamento umoristico, dello speciale
umorismo pirandelliano. E come in Così è (se vi pare) Laudisi, così in Ciascuno
a suo modo un personaggio centrale, Diego Cinci, rappresenta l'Autore e parla in
sua vece ed espone ai personaggi il significato fondamentale della imbrogliata
vicenda che essi vivono e di cui di per sè non avrebbero la forza di estrarre la
filosofia.
Inconsistenza della verità: da una parte, la farsa di uomini-banderuola che si
voltano di qua e di là secondo che spira il vento del loro sentire di
quell'attimo e che in ciascun attimo credono sul serio che il sentire di
quell'attimo e le opinioni e costruzioni che sul sentire di quell'attimo sorgono
siano vere eterne definitive; dall'altra, la tragedia di una donna, Delia, che
non sa letteralmente da che parte voltarsi, che cosa pensare di sé; da una
parte, la farsa della Forma che la Vita spinge di qua e di là come guscio vuoto,
e che ogni volta crede di chiudere in sè definitivamente la Vita: dall'altra, la
tragedia della Vita informe, scatenamento selvaggio di passioni primordiali,
divenire furioso senza fine nè tregua, che tutte le forme in cui si tenta
incanalarla travolge e spazza via per abbandonarsi all'impeto devastatore della
sua rapina.
La vicenda di Delia e Michele riempie due atti a ciascuno dei quali segue un
intermezzo corale, in cui ciò che nell'atto precedente era Vita appare rigettato
in un secondo piano come finzione d'arte. Spettatori e critici dicono il loro
parere sull'atto che hanno visto rappresentare. Con equanime obiettività
Pirandello espone il pro e il contra dei pareri che si sogliono esprimere ad
alta voce nei corridoi dopo ognuna delle sue premières. Il motivo della commedia
di Delia e Michele era il dualismo della limitata Forma e della informe
illimitata Vita. Negl'intermezzi lo stesso motivo è ripreso su due piani
differenti, con due differenti tonalità. Per i personaggi dell'intermezzo l'atto
precedentemente rappresentato appare tutto Forma d'arte, conchiusa limitata
definita, di contro alla quale essi sono Vita. Vita che si rispecchia in quella
Forma, e vi si riconosce o no, secondo i punti di vista differenti degli
spettatori.
Al disotto di questo piano su cui si muovono gli spettatori comuni v'è n'è un
altro ancor più Vita, sul quale si muovono due spettatori, il barone Nuti e la
Moreno, che si sono riconosciuti in Delia e Michele: il dramma è un dramma a
chiave. La Moreno indignata schiaffeggia la prima attrice, e la rappresentazione
è sospesa. Nuti e la Moreno, incontrandosi fronte a fronte, si abbracciano e
fuggono come Delia e Michele della commedia. Affacciatasi nello specchio
dell'Arte, la Vita prima rifiuta di riconoscersi nell'immagine che questo le
proietta di lei (cfr. Sei personaggi), poi finisce col fare i gesti descritti in
anticipo dall'artista (cfr. La gara con l'ombra di Wilhelm von Scholtz: sul
quale cfr. il cap. XXIII de La Scena e la Vita). Il padre dei Sei personaggi
anela alla visione scenica in cui il dramma della sua vita rivivrà trasformato e
si desola di constatare che l'arte sfigura la vita; Nuti e la Moreno al
contrario si rivoltano contro la finzione in cui la loro vita è fissata, ma
finiscono per fare i gesti che l'artista ha prescritto in anticipo. E non è
finito ancora. Quel barone Nuti e quella Moreno sono veramente due persone
reali, due spettatori occasionali, ovvero due attori incaricati di fare la
burletta agli spettatori? Chi lo sa! Il dubbio rimane fino all'ultimo. Un punto
fermo sul quale consistere non si trova mai.
Come nei Sei personaggi, così in Ciascuno a suo modo l'azione passa per una
molteplicità di piani di cui il precedente appare finzione al seguente, che per
ciò stesso si configura come realtà, vita in rivolta contro il piano precedente.
Tra i vari piani si ripete così quella lotta tra Vita e Forma che infuria
nell'interno di ciascun piano. Commedia tipicamente umoristica, dell'umorismo
pirandelliano proiettante una livida luce sulfurea sull'abisso perennemente
gorgogliante della vita, donde sale un lungo straziante gemito. L'uomo è chiuso
nel deserto senza confini della sua solitudine data quale non può uscire e che
popola di fantasmi per non venir meno di noia e di disperazione: e la commedia
tocca il punto più alto nei passi in cui il rappresentante dell'Autore, Diego Cinci, esprime in tutta la sua infinita ,desolazione la mortale tristezza di
questo mondo allucinato.
Il torto maggiore della commedia, come di tante altre commedie pirandelliane, è
la mancata coincidenza di universale e individuale, cioè della materialità della
vicenda e del significato metafisico che dovrebbe esprimere. I due elementi
appaiono piuttosto giustapposti che fusi, sì che il significato filosofico
invece di sprigionarsi spontaneamente dallo svolgersi degli eventi ha bisogno,
per venir fuori, delle conferenze filosofiche di Diego Cinci. Il lavoro si libra
incerto fra la farsa e il dramma, non abbastanza dramma, tipo Sei personaggi ed
Enrico IV, non ancora farsa, tipo Così è (se vi pare). La seconda parte non
realizza un vero progresso sulla prima, e, in fondo, piétine sur place. Nè basta
a realizzare un vero progresso l'incontro e fuga degli amanti della Vita
riconosciutisi negli amanti della Forma: la vicenda di Nuti e della Moreno è
troppo insufficientemente accennata e il suo scioglimento sembra voluto a forza.
B) DIANA E LA TUDA (1927).
La sistemazione critica della visione del mondo e della vita, o, se meglio
piace, della filosofia implicita nell'arte di Luigi Pirandello fu, con mia
legittima soddisfazione, autenticata da Pirandello stesso, il quale non solo la
fece sua e l'andò ripetendo nelle conferenze con le quali soleva preludiare alla
rappresentazione delle sue commedie, ma anche - come fu unanimamente
riconosciuto dalla critica al tempo della prima rappresentazione di Diana e la Tuda
- se ne fece suggestionare alquanto anche nel suo lavora artistico. Ma,
forse, acquistare coscienza troppo precisa della filosofia implicita nella
propria arte non è eccessivamente utile per un artista.
Lo si vede da questa Diana e la Tuda nella quale Pirandello ha voluto portare
sulle scene proprio il conflitto tra Vita e Forma in tutta la sua crudità e
asperità metafisica: Sirio (uno scultore che sogna di fermare la Vita in
un'opera d'arte, e sogna tal sogno con tal furore che vuol realizzarlo in una
sola opera d'arte, dopo la quale, nulla più avendo da fare al mondo, si
ucciderà), Forma al di qua della Vita; Giuncano (uno scultore che sognò di
tradurre la Vita nell'opera d'arte ma, accortosi di non aver fatto altro che
ucciderla come Vita, come movimento, imprigionandola in una Forma-immobile, ha
ridotto a pezzi tutte le sue statue e non scolpisce più), Vita al di qua della
Forma; Tuda (una modella che ama Sirio e soffre di non vedersi da lui
considerata che come modello per l'opera d'arte), che si dibatte tra Vita e
Forma.
Per legare Tuda a sè come modella, Sirio la sposa, a patto che ella rinunci a
ogni diritto di moglie. Ma della sua condizione di sposa non sposa Tuda soffre
atrocemente e fugge. Sirio riesce a ricondurla a sè, ma essa ha ormai perso
quella perfetta bellezza che la rendeva degna d'essere modello della Diana che
Sirio andava scolpendo: la Vita sfugge alla Forma. Sirio vorrebbe che la Tuda si
curasse, ma al pensiero di ricominciare il tormento che l'ha straziata, conscia
che il suo tormento è provocato sottilmente da Sirio perchè spiritualizzando la
Tuda esso la rende più perfetta come modella, la Tuda si ribella e vorrebbe
distruggere la statua che l'ha divorata. E Giuncano che segretamente ama Tuda e
soffre del dolore di lei strangola Sirio: la Vita uccide la Forma. L'artista
Pirandello condanna (come già nei Sei personaggi) l'Arte.
Dei drammi di Pirandello questo è certo il più filosofico. Nondimeno, idea e
vita non riescono qui a compenetrarsi; la dialettica non riesce qui a
trasformarsi in pura vibrazione di passione. La natura realistica dei personaggi
stride con la metafisica di cui sono, con esibizionistica voluttà, i portatori.
Il dramma si riduce a uno scambio di frenetiche e rabbiose battute, a un
concitato e ansante dialogo tra personaggi allegorici. La storia e la catastrofe
di Tuda, di Sirio e di Giuncano non è necessariamente determinata dalla
metafisica che in essa vuole esprimersi: Giuncano uccide Sirio non tanto per
odio della Vita contro la Forma, quanto per gelosia di Sirio.
Se è vero che un'opera d'arte degna di questo nome ha sempre implicita una
filosofia che è poi nient'altro che la legge del suo mondo interiore, non è
partendo da una filosofia astrattamente concepita che si arriva all'opera
d'arte. Nè chi vuol conoscere la filosofia di Pirandello la cercherà mai in
Diana e la Tuda, e piuttosto riaprirà i capolavori: l'Enrico IV e i
Sei
personaggi.
C) L'AMICA DELLE MOGLI (1927).
Disgustato forse di sentirsi dar sempre del cerebrale, Luigi Pirandello ha
scritto con L'amica delle mogli un dramma essenzialmente passionale, ottenendo,
finalmente, dai cronisti teatrali la lode di umanità, poichè, a quanto sembra,
per quella brava gente l'uomo è uomo sopratutto quando lascia il cervello in
soffitta. Dramma, dunque, essenzialmente passionale, e perciò poco o punto
pirandelliano.
La passione è l'amore: un amore che, non potendo sperare di essere corrisposto,
si nutre di gelosia, di odio, sopratutto di gelida e atrocissima invidia, non
indietreggia dinanzi alle più viperine perfidie e finisce nell'assassinio.
Questo, ridotto al nucleo vitale, il dramma, che, nelle scene essenziali, è
aspro e forte, intenso e crudo, pur senza novità alcuna, nè di tecnica, nè di
psicologia. Su quel motivo centrale si sovrappongono e ad esso s'intrecciano
altri motivi. Marta, l'amica delle mogli, è amata, sì, da tutti i suoi quattro
amici, ma solo dopo che, attraverso le loro mogli da lei educate e plasmate,
questi, che non osarono amarla direttamente, si accorgono di quanto ella valga.
Motivi che dovrebbero arricchire e variare e, invece, complicano inutilmente il
motivo centrale che è semplice e lineare. Marta rimane misteriosa e oscura: non
si capisce nè perchè i suoi amici sposino tutti invariabilmente altre donne, nè
perchè ella sia l'amica di tutte le loro mogli, nè perchè queste si affezionino
tutte a lei e ne seguano docilmente la direzione, nè perchè solo allora gli
amici si decidano ad innamorarsi di lei. Si ha l'impressione che il dramma sia
nato nella fantasia di Pirandello come dramma puramente passionale, e che egli
abbia tentato poi di complicarlo con motivi secondari e cerebrali, senza intimo
nesso col motivo centrale, tanto vero che il dramma fila benissimo anche se si
suppone che Marta non sia l'amica che di una sola moglie: quella di Fausto che
ella ama e che potrà sposare quando sarà vedovo.
In conclusione, un dramma che non aggiunge nuove foglie al folto serto del suo
drammatico alloro. Quei cronisti che, naturalmente, si sono affrettati a
cogliere l'occasione di questo dramma per inneggiare al vero Pirandello mondo
finalmente delle scorie cerebrali tanto da me esaltate, son pregati di
riflettere che non certo con drammi di questo genere Pirandello si sarebbe così
fulmineamente imposto all'attenzione del mondo.
D) LA NUOVA COLONIA (1928).
Questo nuovo lavoro dell'infaticabile drammaturgo segna un nuovo passo sulla
via di quel ritorno della sua arte all'umanità di cui in appresso si parla. Come
già ne L'amica dalle mogli, invano si cercherebbe ne La Nuova Colonia il
Pirandello che fa tormentarsi i suoi personaggi sugli enigmi ultimi del mondo e
della vita. Glielo avrebbe vietato la stessa qualità dei personaggi del dramma,
tutti umilissimi pescatori e marinai siciliani, gente abituata a vivere senza
pensare. Non perciò il dramma esorbita dai motivi centrali dell'arte
pirandelliana quali furono fermati nel saggio precedente, chè anzi l'esattezza
dell'analisi ne è riconfermata in pieno.
Il dramma traversa tre momenti ideali. Primo momento: dei poveri marinai e
pescatori di Sicilia, oppressi dalla miseria e dai vizi ai quali per forza la
miseria li obbliga, perseguitati e tenuti in sospetto dalle autorità del paese,
insofferenti di una vita tutta tenebra e squallore, un bel giorno decidono di
far pelle nuova, e se ne vanno ad abitare un'isola che un tempo fu colonia di
coatti e che era stata sgombrata perchè minacciava di sprofondare nel mare. Il
primo momento del dramma è questo nel quale i coloni si buttano dietro le spalle
tutte le costruzioni e convenzioni e leggi, tutte le Forme, della loro passata
vita, e si attuano came Vita pura, informe e nuda. - Secondo momento: sotto la
spinta della necessità che non ha legge, essa stessa essendo a sè la più ferrea
delle leggi, i nuovi coloni si creano leggi, tribunali, capi, non più, come nel
vecchio mondo che essi si sono lasciato alle spalle, imposti dal difuori, ma da
loro liberamente creati e accettati: la Vita genera, per interna dialettica, da
sè la Forma adeguata. - Terzo momento: la nuova Forma così creata entra in crisi
sotto la spinta delle informi energie che non riesce a comprimere e a contenere
in sè, il paradiso terrestre diventa un inferno d'ingiustizia e d'iniquità, la
società si dissolve, l'isola sprofonda nelle acque marine, sola superstite
rimane su uno scoglio una madre stringendo al seno in un disperato abbraccio la
sua creatura innocente: la Vita distrugge la Forma. - Abbattimento delle vecchie
Forme, creazione di nuove, distruzione delle Forme novellamente create: il
dramma percorre i tre momenti che, secondo la visione pirandelliana della vita
più innanzi analizzata, costituiscano il ritmo della vita di ogni società, anzi
della Vita in generale. Sulla catastrofe universale sornuota il sentimento
materno, simbolo della Vita che eternamente si continua sormontando
vittoriosamente l'incessante catastrofe delle Forme attraverso le quali si
attua. Lo sprofondamento dell'isola nel mare è la proiezione simbolica del
dissolversi della società nell'informe mareggiare della vita cieca e nuda, onde
il nome di mito dato al dramma.
Come già ne La giara e ne La sagra del Signore della Nave, così qui Pirandello
ritorna alle origini verghiane, al mondo dialettale delle prime novelle,
sforzandosi di scioglierlo da ogni elemento folkloristico e di sublimarlo in una
visione universale. Egli tenta di realizzare una forma d'arte che abbia più
ampio respiro e movimento più libero del solito dramma borghese in tre atti.
L'essenza del dramma è tutta corale. La folla, il popolo ne è il vero
protagonista.
Il vero difetto del lavoro, sopratutto negli ultimi due atti, è la stridente
inadeguazione fra la grandiosità dello scenario, della finale catastrofe e delle
intenzioni e l'esiguità dell'aneddoto che dovrebbe incarnarle. L'inferno nel
quale si cangia il paradiso terrestre non è abbastanza infernale per meritare
una fine sì apocalittica, nella quale vanno pur coinvolti coi peccatori
gl'innocenti e i puri di cuore.
Il mito non si realizza, essendo chiaro che per lo stesso Autore lo
sprofondamento dell'isola non è legato all'irrompere nella nuova società dei
vizi e delle passioni anarchiche, ma è fatto esclusivamente fisico che si
sarebbe prodotto comunque.
La costruzione della forma sociale (legge e autorità) dall'informe anarchia è
accennata appena: ciò cui veramente si assiste è lo sfasciarsi della forma sotto
l'irruzione delle selvagge energie che essa non riesce a contenere in sè. Nè
riesco a vedere in questo dramma quel Pirandello ottimista e affermatore di
valori sociali che si è detto. Al contrario! Se un insegnamento si sprigiona dal
dramma è questo: che non la legge e l'autorità, ma solo la rinuncia all'egoismo
dettata dalla pietà riesce a tenere insieme la società. Novella conferma di quel
misticismo ateo di Pirandello da me in appresso analizzato.
APPENDICE
[1]
[1]
(Aggiunte della 3a edizione.)
link diretto :
qui
I.
IL MONDO POETICO
DI LUIGI PIRANDELLO
Nell'ampio saggio che precede ho esposto per minuto il mondo poetico di
Luigi Pirandello, con speciale riferimento al suo teatro. Di questo mondo
poetico vorrei tentare qui un elementarissimo schizzo sulla scala al milione.
Il dramma pirandelliano è, essenzialmente, il dramma del vedersi vivere. Tra
vivere e vedersi vivere v'ha, secondo Pirandello, opposizione radicale. Chi
vive, quando vive, non si vede, vive puramente e semplicemente. Chi, invece,
vede la propria vita, è segno che non la vive più, ma la subisce, la trascina
come un peso. Vedere la propria vita è, per ciò stesso, uscirne fuori, morire ad
essa in quanto quella determinata vita. « Conoscersi è morire ». Il dramma
pirandelliano è il dramma di gente che ha vissuto la sua vita così e così
determinata, poi, di colpo, un bel giorno - un brutto giorno - si trova come
dinanzi a uno specchio in cui contempla l'immagine della propria vita: di colpo,
cioè, dalla vita pura e semplice passa al vedersi vivere, alla coscienza
riflessa della sua vita. Il punto critico del dramma pirandelliano è tutto e
solo qui: in questo brusco salto dal piano della pura e semplice vita al piano
del vedersi vivere, della coscienza di vivere. A questo punto culminante
conducono le scene preparatorie del dramma pirandelliano, da esso si dipartono
le scene conclusive e finali. Il teatro pirandelliano è veramente come io l'ho
definito, il teatro dello specchio.
Perchè mai vedere nello specchio l'immagine della propria vita, passar dalla
pura e semplice vita alla coscienza di vivere genera così intensa e profonda
crisi drammatica? Perchè la vita, secondo Pirandello, è essenzialmente
contraddittoria nel suo fondo, ed ubbidisce a due leggi opposte: da una parte,
essa è obbligata a darsi Forma, ad essere questa vita, così e così determinata,
ad esempio, questo personaggio, con questo naso e questa barba, nato nel tal
paese dai tali genitori, nel tal mese del tal anno, e che esercita quella tale e
tale professione; dall'altra, in quanto Vita, essa è anelito perpetuo a spezzare
ogni Forma ed a slanciarsi nel regno di una pura assoluta infinita libertà.
Dualismo - ho detto io - di Vita e Forma, per cui la Vita non può non darsi
Forma, ma, insieme, non può non tentare vanamente di spezzarla e di realizzarsi
come informe illimitata libera Vita. Un personaggio che si vede vivere è perciò
un personaggio che, d'improvviso, percepisce i limiti sempre angusti, meschini,
asfissianti in cui scorre o, a dir meglio, stagna la sua vita, e pel fatto
stesso di percepire quei limiti prova la più cocente nostalgia di una vita tutta
ebbrezza di libertà assoluta. E a questa libertà anela e tende le braccia, ma
senza raggiungerla mai, finchè o muore o singhiozzando si riadagia nell'antica
forma, colino il cuore d'inconsolabile dolore. Vedersi vivere è il punto in cui
si scontrano in un urto supremo Finito e Infinito, Reale e Ideale. Alla base
dell'arte pirandelliana c'è, dunque, un anelito romantico verso l'Infinito, e,
insieme, la persuasione della vanità fondamentale di esso. L'uomo non può
fuggire dalla prigione: può, tutt'al più, passare da una prigione in un'altra. È
un' arte, questa, in cui realismo e romanticismo si equilibrano in una visione
pessimistica della vita, che conquista espressione artistica attraverso un acre
e disperato umorismo che guarda allo spettacolo del mondo e ne ride, ma il riso
si contrae in una smorfia dolorosa e termina in uno scoppio di pianto.
La chiave dell'arte pirandelliana è tutta qui. In possesso di essa sarà facile
penetrare nei labirintici avvolgimenti dell'opera del fecondo scrittore
siciliano. Di questa non posso mettere in luce qui nemmeno una delle innumeri
faccette, ma tutte si deducono con fatale e inesorabile logica dal principio
sopra fissato. La cerebralità di Pirandello, ad esempio, che gli è così di
frequente rimproverata. Ora, quando si pensi che vedersi vivere è nient'altro
che riflettere sulla propria vita, non più viverla puramente e semplicemente, ma
ragionarci sopra, assumerne coscienza, risulterà chiaro che l'arte di Pirandello
non può non essere essenzialmente cerebrale, nel senso che i suoi personaggi non
solo vivono e soffrono e amano, ma anche ragionano o sragionano sul loro amore e
sul loro dolore. Il pensiero non rimane astratto e puramente teoretico, ma si
fonde con la passione, l'impregna di sè e a sua volta si colora alla sua fiamma.
E poichè dei due elementi in lotta, la Vita e la Forma, non è la Forma che crea
la Vita, è la Vita che crea la Forma in cui scorrere o stagnare, è chiaro il
perchè del relativismo di Pirandello. Pirandello è relativista, nega che esista
una realtà e verità fuori di noi, sostiene che per ognuno essere e apparire sono
la stessa cosa, che non v'è scienza ma solo opinione (Così è, se vi pare) e che
tutte le opinioni si equivalgono (Ciascuno a suo modo), appunto perchè per lui
tutte le nostre affermazioni e teorie e leggi e norme non sono che Forme
effimere in cui per qualche istante si cala la Vita, in sè destituite d'intima
verità e consistenza. Il relativismo di Pirandello è il lato più popolare
dell'arte del grande scrittore, benché non ne sia nè il fondamentale nè il più
interessante.
Certo, i drammi di Pirandello peccano per una certa monotonia di situazioni, di
personaggi, di problemi. Pirandello non è di quegli scrittori che abbiano molte
corde al loro arco. Ne ha una sola, ma da quella trae melodie di straziante
intensità. Talvolta la teoria gli prende la mano e i drammi gli si convertono in
conferenze filosofiche sulla relatività di tutte le cose, sulla incomunicabilità
degl'individui, sull'equivalenza di essere e parere, e così via. Ma nei drammi e
nelle scene in cui Pirandello realizza veramente il suo mondo poetico e
drammatico, egli ci parla con accenti di un'originalità e, nello stesso tempo,
di una familiare semplicità inaudite sulle nostre scene. Nel tormento dei suoi
personaggi, che, posti d'improvviso dinanzi all'immagine della loro vita, ne
avvertono tutta la meschinità e l'angustia, sentono in cuore l'ansia d'una vita
tutta purezza e luce e libertà infinita e l'angoscia di non poterla vivere mai,
noi sentiamo fremere e piangere il nostro stesso più profondo tormento. L'arte
di Pirandello preannuncia così il nuovo e più grande romanticismo, che sarà
l'anima dell'arte di domani.
II.
IL MISTICISMO ATEO
DI LUIGI PIRANDELLO
Quale l' atteggiamento di Luigi Pirandello di fronte al problema religioso?
La risposta sembra non poter essere che una: nella visione che Pirandello si fa
della vita e dell'uomo, per la religione non c'è posto, Non ci può essere posto
per la religione in una intuizione della vita che riduce la conoscenza a
illusione priva di qualunque validità oggettiva, che nega ogni distinzione fra
l'essere e il parere, che abolisce ogni differenza di valore fra le contrastanti
opinioni, che preclude all'individuo la possibilità di uscire da sè e di
attingere le cose e gli altri individui nella realtà loro, che riduce bene e
male, valore e disvalore a illusioni incoscienti, portate per un attimo come
fuochi fatui dal vento dei nostri interessi e delle nostre passioni, e che
passano e si spengono tostochè interessi e passioni prendano a soffiare in altra
direzione; in un'intuizione della vita, insomma, che al fondo di tutto e matrice
di tutto pone uno slancio vitale privo di razionalità e finalità, senza lume d'
intelligenza, che cieca niente procede, tutto travolgendo nella sua rapina.
Nell'intuizione della vita di Luigi Pirandello il Dio più o meno personale,
l'anima individuale e la sua immortalità, la retribuzione nell'al di là delle
azioni commesse nell'al di qua sono fantasmi e chimere. Luigi Pirandello, si
conclude, è, forse, oggi lo scrittore più nettamente irreligioso d'Italia.
Conclusione giusta quando alla parola religione si dia il significato stretto
che ordinariamente si dà. Ma che appare totalmente falsa se, invece che di
religione, si parli di religiosità, e se alla parola religiosità si dia, come si
deve dare, il senso che le dà Otto nel celebre libro Das Heilige, il senso di
percezione ed esperienza sentimentale del tremendo mistero che è al fondo di
tutte le cose, e che come principio vivo ed energico le genera incessantemente
da sè e in sè le riassorbe e contiene.
Al di sotto di tutte le norme, leggi, tradizioni, costumi, abitudini, al di
sotto di tutte le distinzioni, e limitazioni che il pensiero pone fra le cose e
gl'individui e fra gli stessi stati d'animo di un medesimo individuo, l'orecchio
di Pirandello avverte il rombo pauroso e ininterrotto di un medesimo fiume, che
quelle distinzioni e limitazioni possono sì, provvisoriamente, incanalare e
arginare, ma che non si lascia mai da esse definitivamente imprigionare, e
sempre minacciosamente freme nei limiti in cui è costretto, finchè, presto o
tardi, un giorno viene che le sue onde si gonfiano e irresistibilmente
travolgono argini e ponti e infuriano in tutta la selvaggia libertà della loro
natura. Al di là della superficiale distinzione delle cose, degli individui,
degli stati d'animo l'orecchio di Pirandello avverte il ruggire di un identico
fuoco sotterraneo, di cui cose individui stati d'animo non sono che effimere,
transeunti scintille, determinazioni, quindi, limitazioni, cioè, in fondo,
negazioni, e che tutte le avvolge, contiene e supera nella infinità ed
indeterminazione sua: fuoco che arde e non mai si consuma, cieco e irrazionale
slancio vitale che non ha mèta nè scopo, che procede innanzi a sè con la
sicurezza e la incoscienza di un sonnambulo, trascendendo ogni umana ragione, e
che perciò a questa appare un vivente imperscrutabile mistero, un caos isterico
e ubriaco, come direbbe Andreieff, eternamente mobile ed irrequieto quanto la
Volontà di vivere di Schopenhauer, ma più di questa condannato
all'insoddisfazione eterna essendogli negato il naufragio sereno nel quieto
porto dell'ascesi in cui la volontà di Schopenhauer finalmente si placa.
Quando Pirandello si sporge a origliare sull'abisso in fondo al quale quel cieco
fiume scorre e gorgoglia nelle tenebre del mistero, un brivido lo coglie: quel
vivente mistero lo impaura e lo affascina, insieme, lo attira a sè e lo respinge
da sè. Di contro a quel vivente mistero, a quella misteriosa attiva unità che
nel suo notturno seno avvolge tutte le cose, la coscienza la ragione il pensiero
appaiono potenze di negazione e di morte.
Sono esse che proiettando dinanzi a noi come cose obbiettivamente esistenti i
fenomeni e le apparenze del nostro spirito creano in noi l'illusione di un mondo
distinto da noi, di un non-io opposto all'io, è da esse che si genera in noi
l'apparenza di una vita astratta da quella del tutto e ad essa opposta. Ma chi
superi l'illusione individualista che in noi creano la coscienza e il pensiero,
vedrà crollare dinanzi a sè tutte le apparenti distinzioni, vedrà sollevarsi e
svanire l'ingannevole velo di Maya. Innanzi a lui non vivrà più che il Tutto-Uno,
la Vita pura informe illimitata, al di là di tutte le Forme, di tutte le
limitazioni, di tutte le negazioni dell'intelletto astratto.
È appunto perchè l'individuo non è per Pirandello che una forma, un limite
tracciato dall'immaginazione nel seno di quel cieco fiume tenebroso che tutto
avvolge e contiene, e che è, esso, la sola realtà vera, l'individuo contiene in
sè in potenza tutti gl'individui, è uno e centomila, e perciò, in sè, nessuno e
tutti insieme, ed è per questo che di momento in momento ciò che ne fa la
personalità e la individualità può precipitare nel nulla, e far posto a una
nuova, totalmente diversa personalità, affatto estranea alla prima, non meno di
questa effimera e provvisoria. Sotto ogni individualità distinta e formata,
quasi lava raffreddata in questa e in quella forma geometrica, cova un immenso
magma vulcanico, fluido e caotico, informe e plastico, che può di momento in
momento erompere alla luce, divorando l'individualità che lo ricopriva e
nascondeva. La nullità dell'individualità, la sua natura puramente illusoria,
quasi zona luminosa tracciata nel seno di un caotico mare di nebbia dal coltello
di un proiettore, la quale esiste per chi guardi, ma non per sè, non in se, è
l'elemento, in qualche modo, religioso, anzi mistico, della visione
pirandelliana del mondo. Misticismo di marca evidentemente schopenhaueriana.
Solo che esso è assai ben dissimulato sotto l'ironia amara, con la quale, alla
luce di quella intuizione, Pirandello sgretola e dissolve a una a una tutte le
povere e ridicole costruzioni con cui gli uomini si illudono di avere per sempre
costretto in limiti precisi il fiume di vita che scorre in loro.
Verso l'abisso immenso sul cui uniforme e indistinto fondo di tenebre si gioca
la illusoria fantasmagoria della vita finita e formata Pirandello prova a volta
a volta quelle stesse alternative di ripugnanza e di attrazione, di orrore e di
amore, di trasporto e di aborrimento che il mistico prova dinanzi all'abisso
della divinità in cui si sente precipitare. Talvolta il poeta anela a
precipitarsi nel Tutto-Uno, a vivere della sua vita informe e illimitata, a
darsi tutto alla sua rapina torrenziale e anarchica, al di là di ogni angusta
determinazione di forma e cioè d'individualità; talvolta esso lo impaura e gli
riempie l'animo del senso malinconico e solenne della vanità e del nulla
universali. Ma l'atteggiamento in cui Pirandello sembra più spontaneamente
fermarsi è quello di una infinita pietà per la vita.
Dell'inesauribile forza che è al fondo di tutte le cose l'individuo non è che un
limite, un arresto, una pausa. In quanto limitazione e negazione, egli non può
non desiderare di annullarsi nel seno del Tutto-Uno, di restaurarsi come
Tutto-Uno. Ma, insieme, non può non repugnare a questo annullamento, perchè,
abolito il limite, la negazione, l'arresto, s'abolisce ciò che lo costituisce
come individuo finito e particolare. L'uomo che, superando l'illusione
individualista, penetra la natura puramente negativa dell'individualità e
sperimenta la sua identità con la Vita universale, per ciò stesso estirpa in sè
fino alla radice l'egoismo, rinuncia a perseguire fini individuali e vive della
vita del Tutto-Uno, muore a sè e vive degli altri e per gli altri, annulla in sè
la Forma finita e limitata della sua vita e vive come Vita pura e infinita. Tale
la signora Ponza che alla fine di Così è (se vi pare) si presenta velata,
e alla gente pettegola e meschina che vuol sapere chi veramente ella sia, se la
prima o la seconda moglie del signor Ponza, risponde: « Per me nessuna,
nessuna... Per me io sono colei che mi si crede ».
|
Ella è velata, e al di là di ogni forma distinta e
determinata ha negato in sè l'illusione individualista generatrice
delle Forme, vive degli altri e per gli altri, vive come Universale, come Vita
pura e illimitata, soffrendo dei dolori e dello sforzo vano del Tutto‑Uno,
palpito infinito di pietà universale.
Sotto l'amara e corrosiva prosa dell'umorista siciliano un occhio attento non
può non avvertire il segreto palpito mistico di una infinita pietà per la Vita,
che, entrata nel cieco circolo del samsaro,
[2] percorre innumerevoli volte la
via che attraverso un mare di pianto dalla nascita conduce alla morte e dalla
morte alla nascita, in una vicenda incessante che mai ebbe principio e mai avrà
fine. |
[2]
samsaro, o samsara, nella
filosofia indiana è il ciclo delle nascite e delle morti eternamente
rinnovantesi e trasmigrazione delle anime dall'uno all'altro corpo (non solo
umano, ma anche ferino, demoniaco o divino) in una serie infinita di esistenze
che si attua in base alla leggere del Karma.
|
III.
UMANITA' E DISUMANITA' NELL'ARTE
DI LUIGI PIRANDELLO
Il passaggio di Luigi Pirandello attraverso il teatro italiano vi ha
prodotto gli stessi effetti di un bombardamento ad alto esplosivo su di un campo
prima pacificamente e un po' pigramente coltivato. Il suolo è stato sconvolto
fin nel profondo, fertilizzato da materie chimiche fecondanti, purificata da
erbacce parassitarie e nocive, ma per dare di nuovo fiori e frutti in abbondanza
esso ha bisogno di tempo e di quiete, e ora non offre allo eguardo che un lunare
panorama di desolazione e di rovina.
Pubblico, autori, critici, hanno così a lungo e così violentemente inveito
contro la cerebralità del teatro di Pirandello, contro l'astrattezza e la
legnosità dei suoi personaggi, contro l'eccezionalità dei loro sentimenti e
delle loro avventure, hanno così furiosamente strepitato invocando il ritorno
del teatro all'umanità, intendendo per umanità le passioni comuni della gente
comune che gode e soffre e si tormenta, ma senza pensare e senza riflettere sul
suo dolore e sulla sua gioia, che vive senza vedersi vivere, che Pirandello,
sconcertato e forse, chi sa?, un po' intimidito, si è sforzato di ricondurre i
suoi personaggi all'umanità, cioè al piano delle passioni già note e di cui
comunemente si concede e si ammette che una creatura umana possa e debba
provarle: amore, odio, gelosia ecc. ecc., così come oggi sono sperimentate dal
comun gregge del genere umano. Gli ultimi drammi di Pirandello, L'amica delle
mogli, La Nuova Colonia, sono una prova della verità di quanto dico.
Ma - cosa curiosa! - appunto perchè più vicine delle altre commedie
pirandelliane al comune livello dell'umanità, appunto perchè le passioni che
esse pongono in iscena sono quelle che oggi la comune e media umanità di solito
prova, queste commedie, malgrado i magnifici pregi, sono ben lungi dall'essere
quelle fra le commedie di Pirandello che il pubblico più ammira ed ama. Il che
prova che, malgrado tutto, il pubblico, per quanto in apparenza vi si ribelli,
in fondo si sente molto più attratto verso la cosiddetta inumanità di Pirandello
che verso l'umanità degli altri scrittori e dello stesso Pirandello. Gli è che
quella cosiddetta inumanità lo introduce in un mondo di sentimenti antipatico,
ingrato, odioso quanto si vuole, ma nuovo, originale, modernissimo, mentre
l'umanità degli altri scrittori e dello stesso Pirandello, non dicendogli nulla
di nuovo sul cuore umano, lo lascia freddo e indifferente.
Ma se è lecito, che cosa è questa umanità, parola di cui si fa un abuso enorme
senza che nessuno si preoccupi di definirla? In verità, la cosiddetta umanità
non è altro che un nome per indicare le passioni, i sentimenti, le emozioni
passate in abitudine, le quali, quando per la prima volta apparvero nella
storia, furono sentite e respinte come disumane e anti-umane. Di eterno, di
immutabile, di fisso nell'uomo non c'è che la facoltà di commuoversi e di
appassionarsi, ma le forme particolari in cui si concreta e si determina questa
sua generale potenza di emozione variano col variare dei luoghi e dei tempi.
Niente sfugge alla universale relatività, nemmeno le passioni umane. Passioni
che oggi ci sembrano nate con la carne stessa dell'uomo sono in realtà legate a
condizioni storiche quanto mai effimere e periture e quando per la prima volta
eruppero nella storia apparvero e furono sentite come la negazione stessa
dell'umanità, cioè del concetto dell'umanità che i più degli uomini in quel
tempo sentivano e definivano come il solo vero. Che vi è di strano allora che al
loro primo apparire siano respinte come disumane e antiumane passioni che
cinquanta anni dopo sembrano appartenere di diritto al comune patrimonio di
sentimenti del cuore umano? Vi è niente che sembra più innato all'anima della
donna che il sentimento del pudore? E, in realtà, esso è legato storicamente a
tutto un sistema di credenze e d'idee, cadendo il quale cade esso pure, come
vediamo che succede sotto i nostri occhi. Se si va avanti di questo passo, non è
improbabile che gli umanissimi drammi dell'adulterio e della gelosia, che fino a
ieri formavano i quattro quinti del repertorio drammatico europeo, sembreranno
fra cinquanta o cento anni altrettanto pazzeschi, antiumani e disumani quanto
sembrano oggi a noi i drammi dell'onore che furoreggiarono nel Seicento spagnolo
e che, certo, se la parola fosse stata nel vocabolario estetico di quei tempi,
sarebbero stati applauditi dai critici contemporanei come il non plus ultra
dell'umanità.
L'umanità di oggi, in fondo, non è che la disumanità di ieri generalizzata e
passata in abitudine, come la disumanità di oggi non è che l'umanità di domani
ai primi vagiti in culla.
Quando poi si pensi che nel dramma di Pirandello il punto nodale e cruciale è il
minuto irrevocabile e solenne in cui le costruzioni e formazioni convenzionali,
gli argini sociali cadono come foglie secche e l'uomo si trova faccia a faccia
col nudo volto, con l'informe abisso della Vita, sarà chiaro che chiedere a
Pirandello un ritorno all'umanità, cioè alle passioni quali fluiscono incanalate
negli argini sociali, ai sentimenti quali si attuano nella vita che non ha
ancora rotto le barriere di quelle formazioni e costruzioni, tanto vale quanto
chiedergli puramente e semplicemente. che si dimetta da quel Pirandello che è.
Adriano Tilgher