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In un
mondo dove tutto
è messo in
discussione
l'uomo si
ritrova solo e
deluso, senza
fede e senza
fiducia. Lo
sbandamento
delle coscienze
si ripercuote
anche nella
letteratura. In
questo clima
spirituale nasce
e si sviluppa
l'opera di
Pirandello, uno
degli interpreti
più espressivi
dello squilibrio
dello spirito
contemporaneo e
il maggior
drammaturgo del
nostro tempo.
Evidenti, anche
se esteriori
soltanto, sono i
legami
dell'opera
pirandelliana
con l'esperienza
verista. Nella
prima
produzione, e
particolarmente
nelle novelle,
ritroviamo lo
stesso ambiente
piccolo-borghese,
che richiama
situazioni e
modi del Verga,
con una
rappresentazione
apparentemente
impersonale di
costumi e di
personaggi, che
vanno dai salfatari ai
pescatori, dai
contadini ai
piccoli
proprietari.
Anche i
personaggi di
Pirandello sono
dei poveri
derelitti, dei
"vinti" ,ma, a
differenza di
quelli verghiani,
non sono dei
rassegnati al
loro destino, ma
anime inquiete,
tormentate,
pronte alla
ribellione,
ossessionate dal
desiderio di
evadere non
appena si
accorgono di
vivere una vita
che non è la
loro, perché
essi sentono "
la pena del
vivere così ".Il
dato realistico
rimane
indubbiamente il
punto di
partenza, il
primo momento in
cui l'autore
prende contatto
con la realtà
umana, osservata
come essa è;
dice infatti
Pirandello :
"scrivere per
fare della
letteratura, per
gioco dello
spirito, mi par
cosa stranamente
vana. Le parole
non mi
interessano,
bensì le cose
".E' proprio
dalla
osservazione
delle " cose "
egli sviluppa
una più attenta
meditazione, che
tende ad andare
oltre le
apparenze, per
penetrare nella
condizione
intima della
vita di tanti
individui e
cogliere i
contrasti tra
l'essere e il
parere. Per
questo il
Pirandello
sposta la sua
attenzione e il
suo studio
dall'ambiente
all'individuo,
allontanandosi
sempre più dal
naturalismo e
dal verismo, per
accogliere le
istanze e le
inquietudini
proprie del
decadentismo. La
realtà gli
appare come
qualcosa di
mutevole, di
vario; nulla è
certo, tutto è
illusione,
diversa da
momento a
momento e da
individuo a
individuo.
L'uomo crede di
essere uno, ma
in realtà non è
nessuno; per chi
lo osserva è
centomila, in
quanto assume
personalità
diverse secondo
il concetto
degli altri. La
nostra vera
personalità, il
nostro" volto
"rimangono
soffocati sul
nascere da una
maschera che gli
altri ci
impongono
dall'esterno e
in base alla
quale noi
viviamo; la
società ci
coarta con i
suoi pregiudizi
e le sue
consuetudini,
che finiscono
per inaridire lo
slancio vitale o
per fare di noi
personalità
schematizzate
,senza volto.
Così conformato
l'uomo non ha
neppure la
possibilità di
conoscere se
stesso :spesso
infatti si sente
mosso nell'agire
da forze
misteriose,
incontrollate,
che provengono
dal suo
subcosciente: è
la vita che
pulsa e ribolle
sotto la
maschera nel
tentativo di
erompere." Ciò
che conosciamo
di noi stessi -
scrive
Pirandello - non
è che una parte
di quello che
noi siamo. E
tante e tante
cose, in certi
momenti
eccezionali, noi
sorprendiamo in
noi stessi,
percezioni,
ragionamenti,
stati di
coscienza che
sono veramente
oltre i limiti
relativi della
nostra esistenza
normale e
cosciente". E' a
questo punto che
nasce il dramma
dell'individuo,
nel momento cioè
in cui egli si
rende conto di
vivere una vita
che non è la sua
e passa dal
semplice
"vivere" al
"vedersi
vivere". Una
vita simile è
"una molto
triste
buffonata;
perché abbiamo
in noi ,senza
sapere né
conoscere né
perché né da
chi, la
necessità di
ingannare di
continuo noi
stessi, con la
spontanea
creazione di una
realtà la quale
di tratto in
tratto si scopre
vana e
illusoria. Chi
ha capito il
gioco non riesce
più ad
ingannarsi; ma
chi non riesce
più ad
ingannarsi ,non
può più prendere
né gusto né
piacere alla
vita". Da questa
situazione
tragica e
dolorosa
dell'individuo
che inutilmente
tenta di
infrangere la
"maschera" per
scoprire il
"volto" nascono
le situazioni
strane, assurde
paradossali che
si incontrano
nell'opera del
Pirandello e in
particolare nel
teatro. La
impossibilità
dunque
dell'individuo e
della società di
fissare una
verità assoluta,
conduce l'uomo
ad annaspare nel
buio del mistero
che l'avvolge,
senza
possibilità di
raggiungere
alcuna certezza.
In Pirandello è
sempre viva
l'amarezza di
dover constatare
l'incomunicabilità
degli uomini fra
di loro, questo
dover vivere
così, estranei e
sconosciuti
l'uno all'altro,
soli nel mondo,
in un continuo,
inappagato ed
irrealizzabile
desiderio di
approdo alla
vita altrui, di
attacco con gli
altri, di
comprensione
ripudiata. Nasce
così
l'incomprensione
tra noi e coloro
che ci stanno
attorno, poiché
ognuno parla un
linguaggio
diverso da
quello degli
altri, per cui è
impossibile
stabilire un
colloquio.
Incomunicabilità,
solitudine,
incomprensione,
aridità sono i
caratteri comuni
a quasi tutti i
personaggi dei
drammi
pirandelliani.
Questa posizione
di disgusto e di
disprezzo del
mondo e della
vita umana
porterebbe
irrimediabilmente
alla follia e al
suicidio, se
l'uomo non
tentasse in
qualche modo di
reagire, di
trovare una
soluzione agli
inquietanti
interrogativi
che la vita gli
pone. Oltre alle
correnti-madri
(Decadentismo e
Verismo)
nell'opera
pirandelliana
confluiscono le
esperienze più
discusse di
allora: la
freudiana, la
esistenzialistica,
quella del
teatro del
grottesco.
L'insegnamento
di Freud,
fondatore della
psicoanalisi, si
veniva svolgendo
proprio negli
anni in cui si
maturava la
formazione
culturale di
Pirandello e
successivamente
veniva
affermandosi la
sua arte.
Secondo Freud i
casi umani sono
regolati da una
logica sicura e
matematica, ma
in essi c'è
sempre qualcosa
che sfugge al
dominio della
volontà
dell'uomo, ed è
ciò che finisce
quasi sempre col
determinare gli
avvenimenti.
Tuttavia mentre
l'uomo freudiano
soggiace agli
istinti
incontrollati,
quello
pirandelliano si
ribella e lotta
con tutte le sue
forze contro di
essi, anche se
per un destino
avverso è
costretto a
soggiacervi. Il
fatto è che
l'opera
pirandelliana si
incontra con le
teorie freudiane
per il senso di
indagine
inquietante dei
moti interiori e
per l'acuto
desiderio di
spiegarseli,
senza che
Pirandello si
fosse proprio
dedicato ad uno
studio
sistematico ed
approfondito dei
problemi
psicologici
determinati da
Freud: lo
studioso
viennese e il
commediografo
italiano
operavano sullo
stesso terreno,
il primo da
scienziato, il
secondo da
artista. Una
filosofia alla
quale si
ispirava e si
ispira ancora
molta della
cultura
contemporanea, è
quella del
danese
Kierkegaard
detta
dell'esistenzialismo,
che si fonda
sull'esperienza,
la quale ci pone
di fronte alla
ineluttabilità
del vivere ,
all'angoscia
dell'esistenza,
alla fatalità di
una legge della
storia e della
natura che è
sempre uguale
per le
generazioni
degli uomini.
Non possiamo
affermare in
maniera
categorica che
Pirandello sia
un'esistenzialista,
nel senso che
egli abbia
aderito con
tutta
consapevolezza
all'insegnamento
del filosofo
danese, ma è
fuori dubbio che
tanti elementi
della
sensibilità
esistenzialistica
abbiano coinciso
con quell'amaro
e nello stesso
tempo
segretamente
speranzoso
dialettizzare
dello scrittore
agrigentino. Ad
influenzare
l'opera
pirandelliana
contribuì,
infine, la
diffusione del
teatro del
grottesco,che
assunse a
materia delle
sue migliori
produzioni il
dramma umano. Il
teatro del
grottesco vuole
cogliere una
situazione
burlesca, quella
che nasce
dall'incoerenza
tra quel che si
è dentro e quel
che si appare e
si vuole
apparire di
fuori.
Inizio pagina
La vita
Luigi Pirandello
nacque ad
Agrigento nel
1867 da don
Stefano e da
Caterina Ricci
Gramitto. Il
padre era di
origine ligure,
la madre era
invece
siciliana.
Importanti
furono gli anni
dell'infanzia e
della
giovinezza: non
solo per le
prime esperienze
culturali e per
l'affiorare
degli interessi
per la
letteratura e la
poesia, ma anche
per le
esperienze umane
e sociali(in un
ambiente angusto
condizionato da
abitudini e
convenzioni
tradizionali)compiute
in quei decenni
di confusione
politica e
morale che
seguirono
all'unità
d'Italia. Del
1885 sono i
primi versi, "
Mal giocondo ",
intrisi di una
giovanile ed
inquieta
amarezza di
diciottenne.
Intraprese gli
studi
universitari
alla facoltà di
lettere di
Palermo per
passare poi a
quella di Roma
,dove ebbe fra i
maestri Ernesto
Monaci, uno dei
più grandi
filologi del
tempo. Per
suggerimento del
Monaci ,passò
poi a studiare a
Bonn, dove si
fermò due anni
laureandosi nel
1891,discutendo
una tesi sulla
parlata
agrigentina
"Voci e suoni
del dialetto di
Girgenti". A
Bonn Pirandello
ebbe insigni
maestri: dal
Bucheler,
all'Usener, al
Forster; ma
soprattutto in
quella città ,di
respiro
intellettuale
europeo, ebbe
modo di venire a
contatto con le
più stimolanti
esperienze della
cultura
contemporanea.
In quel tempo
egli non aveva
ancora una
chiara idea
delle proprie
attitudini e del
proprio futuro:
oscillava tra le
ambizioni della
ricerca
scientifica e
quelle poetiche,
e non era
insensibile alle
tentazioni del
giornalismo.
Tornato a Roma
tentò di
inserirsi nella
vivace società
letteraria che
in quello
scorcio di
secolo
illustrava la
capitale.
Dominava
D'Annunzio; ma
Pirandello non
fu sedotto dalle
suggestioni del
dannunzianesimo,
anche se ne
risentì qualche
influenza (
Elegie renane,
pubblicate nel
1895 ). Decisivo
fu invece
l'incontro con
Luigi Capuana,
il teorico e
maestro del
verismo
italiano. A
contatto con
Capuana,
Pirandello
scopre e
definisce la
propria
vocazione di
narratore;
avvicinandosi
alla grande
esperienza del
verismo. Nel
1893 scrive il
suo primo
romanzo "
L'esclusa " e
nel 1894
pubblica il
primo volume di
racconti "Amori
senza amore ".
Nello stesso
anno sposa la
bella e ricca
Antonietta
Portulano, pure
lei agrigentina.
Ma la vita
avrebbe
riservato prove
molto dure e
amare ai due
coniugi: nel
1897 un grave
dissesto
economico
costringe la
famiglia
Pirandello a
trasferirsi a
Roma, dove Luigi
insegna
letteratura
italiana
all'Istituto
Superiore di
Magistero.
Nell'ambiente
romano,
Pirandello
prende
consapevolezza
del suo
pensiero,
soprattutto nel
corso di una
polemica
antidannunziana,
che si svolse
nelle riviste il
" Marzocco " e "
La nuova
antologia
".Intanto, nel
1903, cominciano
ad apparire i
primi sintomi
del male che
avrebbe afflitto
la povera
consorte
distruggendo la
felicità della
famiglia
Pirandello.Lo
scoppio della
grande guerra
del1914-18 e la
prigionia del
figlio Stefano
ferito ed
ammalato,
avevano
contribuito ad
affliggere
maggiormente lo
scrittore, che
già attraverso
l'amara
esperienza del
dolore aveva
consolidato la
sua triste
concezione del
vivere nel
mondo. Finita la
guerra,
Pirandello si
immerse in un
lavoro frenetico
e senza soste,
spinto
dall'urgenza di
insegnare agli
uomini le
"verità" da lui
scoperte.
Nascono i
capolavori "Sei
personaggi in
cerca d'autore"
ed " Enrico IV
",entrambi del
1921.Nel 1925
fonda la "
Compagnia del
teatro d'arte"
con i due
grandissimi ed
insuperati
interpreti
dell'arte
pirandelliana:
Marta Abba e
Ruggero Ruggeri,
con i quali
intraprende il
giro d'Europa e
delle due
Americhe, mentre
dappertutto
crescono i
consensi alla
sua opera e la
sua fama si leva
altissima,
consacrata nel
1934 dal premio
Nobel. Nel
novembre del
1936 si ammala
gravemente di
polmonite e poco
dopo muore.
Pirandello
narratore.
Le opere
narrative sono
nella quasi
totalità
precedenti
cronologicamente
a quelle
drammatiche ed
in esse si
pongono già
tutti i motivi
dell'arte e
tutta quanta la
concezione che
Pirandello ebbe
della vita.
Novelle e
romanzi sono i
germi da cui
prende avvio e
successivamente
si amplia la
produzione
teatrale. Le
novelle sono
state messe
ingiustamente in
ombra dalla
grande
accoglienza
fatta nel mondo
al teatro
pirandelliano,
in quanto questo
ha una maggiore
capacità di
penetrazione e
di comprensione
a qualsiasi
livello ed una
maggiore forza
di espansione.
Uno degli
aspetti
peculiari
dell'opera
narrativa di
Pirandello è la
sicilianità,
connaturata
nell'amore aspro
per la sua
terra.
Pirandello è
animato da un
bisogno sempre
desto di dare
carattere di
simbolo alle
figure che la
realtà gli
presenta,
cosicché nella
novella accade
quasi sempre che
realtà e simbolo
convivano
benissimo
insieme, o
meglio la realtà
offra allo
scrittore lo
stimolo, lo
spunto per
rappresentare
una "verità
astratta". In
Pirandello c'è
in fondo una
partecipazione
alla vita dei
suoi personaggi,
una specie di
"indiretta
difesa dei
vinti" ,non c'è
lo sguardo
staccato ed
indifferente
come potrebbe
sembrare a prima
vista:
Pirandello è uno
di loro,
amareggiato
dalla vita e
convinto di
essere pervenuto
alla scoperta
del significato
di essa, senza
miti e senza
illusioni, pur
se il cuore ne
soffre. E' per
questa scoperta
che egli irride
a quel mondo da
cui proviene e
da cui si è
staccato, irride
alle storte
abitudini, ai
preconcetti di
questi poveracci
rimasti indietro
nel cammino e ne
sferza il modo
di concepire la
vita quando essa
si trincera
dietro le forme
,perchè vuole
che gli uomini ,
compagni nel
cammino impervio
del mondo, se ne
liberino ed
intraprendano
quella via per
la quale egli si
è già
incamminato. Le
novelle di
Pirandello
sarebbero dovute
essere
365,quanti sono
i giorni
dell'anno, donde
il titolo di
"Novelle per un
anno"; ma il
disegno rimase
incompiuto per
la sopravvenuta
attività
teatrale, perciò
ne rimangono
246,raccolte
dall'autore in
15 volumi, i cui
titoli sono:
"Scialle nero",
"La vita nuda",
" La
rallegrata",
"L'uomo solo",
"La mosca", "In
silenzio",
"Tutt'e tre",
"Dal naso al
cielo", "Donna
Mimma", "Il
vecchio Dio", "
la giara", " Il
viaggio", "Canderola",
" Berecche e la
guerra", " Una
giornata". La
critica ha
mostrato quasi
sempre
entusiasmo per
Pirandello
novelliere,
ponendolo fra i
più grandi
cultori di
questo genere
letterario nella
letteratura
mondiale. Una
così vasta
produzione che
nella sua
varietà e
complessità può
ben definirsi
una vera
commedia umana
appare un po'
frammentaria,
spezzata,
bozzettistica:
il difetto era
evidentemente
connaturato alla
origine
decadentistica
della formazione
culturale di
Pirandello e
alla essenza
stessa della sua
concezione della
vita, secondo la
quale la realtà
si sbriciola, si
frantuma, si
scompone
continuamente,
senza una legge
fissa e
determinata per
tutti e quindi
senza una vera e
propria unità di
stile e di temi.
Pirandello come
romanziere vale
indubbiamente
meno del
Pirandello
novelliere:
l'indole
dell'uomo e
dello scrittore
era più incline
al rapido
articolarsi e
sciogliersi
degli
avvenimenti nel
corto respiro
della novella,
anziché nel loro
lento e minuto
intrecciarsi
nell'elaborata
trama del
romanzo. I temi
dei romanzi sono
sempre quelli
dei drammi e
delle novelle:
il primo fu "
L'esclusa"
,composto nel
1893-94.Si
tratta della
storia
drammatica di
una donna
cacciata,
"esclusa" dalla
vita dei
familiari perché
accusata
ingiustamente di
aver peccato;
sarà riammessa a
casa quando
invece avrà
veramente
peccato
all'insaputa di
tutti.
L'ambiente è
l'ottocento
verghiano, il
caso è già
tipicamente
pirandelliano,
sia per il
contrasto tra
quel che è e
quel che appare,
sia per il
motivo
dell'esclusione
dalla società.
All'esclusa
seguirono:" Il
turno", " Il fu
Mattia Pascal",
" Suo marito", "
I vecchi e i
giovani", " Si
gira", " I
quaderni di
Serafino Gubbio
operatore", "
Uno, nessuno e
centomila". I
romanzi
pirandelliani
non colgono
figure
rappresentative
di tutta
un'epoca o di un
ambiente, ma si
fondono su casi
o avvenimenti
singolari,
perciò di quei
romanzi non
rimane nella
fantasia del
lettore nessun
carattere,
nessuna figura.
Avviene così,
com'è stato
osservato dalla
critica, che i
romanzi di
Pirandello non
resistono ad una
seconda lettura,
perdendo
d'interesse una
volta conosciuta
la trama della
vicenda, come
avviene con i
romanzi gialli.
Tuttavia
notevole è la
loro importanza
dal punto di
vista dello
svolgimento
dell'arte
pirandelliana,
in quanto essi
segnano il più
deciso
allontanarsi dai
modi del Verismo
verso il
Decadentismo,
visibile nella
tendenza di dare
ai personaggi
più rilievo
simbolico che
descrittivo,
guardandoli più
nel loro
significato
intimo, cioè in
quello che essi
vogliono e
debbono
rappresentare;
inoltre nei
romanzi appare
per la prima
volta il
"monologo
interiore", quel
discorrere che
fa il
personaggio fra
sé e sé,
polemizzando,
obiettando,
contraddicendosi
e giudicandosi,
spesso
sdoppiandosi.
Inizio pagina
Il fu Mattia
Pascal
Dopo un primo
momento in cui,
sotto
l'influenza del
naturalismo e
del verismo,
Pirandello
prende contatto
con la realtà,
constatando e
prendendo atto
del contrasto
realtà-apparenza,
lo scrittore
passa alla
ricerca delle
cause di tale
contrasto
scavando nella
psiche umana.
Assurda è la
pretesa
dell'individuo
di fissarsi in
una "forma" . Da
qui la
ribellione,
l'urto con il
mondo e la
società, che
vorrebbero
costringerci a
stare al gioco,
mentre noi ci
sentiamo spinti
alla libertà, a
vivere secondo
il nostro
"contenuto" e
non secondo la
"forma" che gli
altri ci
impongono. Tale
è la situazione
che Pirandello
ci presenta ,per
la prima volta,
nel romanzo " Il
fu Mattia
Pascal" , che
costituisce il
fondamento di
tutta la
concezione
pirandelliana
della
personalità.
Mattia Pascal è
un modesto
bibliotecario
comunale di un
paesino
ligure,che vive
una vita grama e
incolore,
oppresso dalla
tirannia della
moglie e della
suocera. La sua
natura timida e
arrendevole
rende più penosa
la sua
esistenza. Ma un
giorno, dopo un
ennesimo
litigio, trova
la forza di
reagire e si
allontana da
casa. E' la
ribellione di
uno che
finalmente
prende coscienza
della inutile e
falsa vita che
gli altri gli
impongono. Dopo
aver vagato di
paese in paese,
giunge a
Montecarlo e con
i pochi
quattrini che
possiede gioca
al Casinò e
vince una
considerevole
somma. Mentre è
inebriato dalla
improvvisa
fortuna ,che lo
ha trasformato
in un uomo
ricco, legge sul
giornale la
notizia della
sua morte. Un
uomo è stato
trovato annegato
in una gora e il
cadavere, quasi
irriconoscibile,
è stato
riconosciuto dai
parenti come
quello di Mattia
Pascal. La
notizia dapprima
lo sconvolge, ma
poi la sua
fantasia si
mette in moto :
il caso lo ha
reso finalmente
libero e ricco;
Mattia Pascal è
morto: da questo
momento egli
potrà vivere una
nuova vita sotto
il nome di
Adriano Meis. Si
stabilisce a
Roma in una
pensione di via
Ripetta,
facendosi
passare per un
benestante. Ma
ben presto si
accorge
dell'impossibilità
di rifarsi una
vita, di
liberarsi dalle
forme che la
società impone a
tutti. Infatti
si innamora di
Adriana , la
figlia del
proprietario
della pensione,
ma non può
sposarla, perché
Adriano Meis non
figura in alcun
registro di
Stato civile;
viene derubato e
non può
denunciare il
furto;
schiaffeggiato
da un ospite
della pensione,
non può
vendicare
l'offesa con un
duello. I
contatti con gli
altri diventano
sempre più
difficili,
perché si
comincia a
diffidare di lui
come di un
fantasma. Egli
si sente
solo,smarrito,
deluso, e
l'equivoco delle
due vite gli si
rivela ancora
più funesto
della precedente
situazione: "
Ecco quello che
restava di
Mattia Pascal
,morto alla
Stia: la sua
ombra per le vie
di Roma. Ma
aveva un cuore
,quell'ombra, e
non poteva
amare; aveva
denari,
quell'ombra, e
ciascuno poteva
rubarglieli;
aveva una testa
,ma per
comprendere e
pensare ch'era
la testa di
un'ombra, e non
l'ombra di una
testa". Per
questo decide di
"uccidere"
Adriano Meis,
deponendo, come
testimonianza
della sua
seconda morte,
il cappello e il
bastone sul
parapetto di un
ponte del Tevere
con accanto un
biglietto di "
Adriano Meis
suicida".
Riacquistata la
forma di Mattia
Pascal ,ritorna
al paese, dove
apprende che la
moglie si è
risposata ed è
madre di una
bambina . La
legge gli
consentirebbe
l'annullamento
di quel
matrimonio , ma
egli comprende
che ormai non
può più
inserirsi nella
vita degli
altri; non gli
resta che
accettare la sua
condizione di
"escluso"; per
questo si reca
al cimitero e
depone un mazzo
di fiori sulla
"sua" tomba :
egli rimarrà "Il
fu Mattia
Pascal", perché
così hanno
voluto gli altri
, che ormai non
gli riconoscono
altra
personalità .
Accetta in tal
modo di vivere
senza nome e
senza volto ,
solo con sé
stesso ,
oppresso dalla
"pena del vivere
così ".
Mattia Pascal ci
insegna che non
dobbiamo
escluderci dal
gioco della vita
e che è
necessario
recitare giorno
per giorno la
nostra parte ,
se non vogliamo
cadere in una
solitudine senza
speranza e senza
conforto . Il
romanzo , più
che compiuta
opera d'arte, è
un documento
interessante per
l'impegno dello
scrittore di
chiarire la sua
concezione di
vita. Le
situazioni del
protagonista
sono già di
quelle che noi
diciamo
tipicamente
"pirandelliane":
la ribellione
alla forma
imposta dagli
altri, il
desiderio di
liberarsi
dall'equivoco
per vivere la
vera vita, lo
sdoppiamento
della
personalità ,
l'amara
constatazione
dell'impossibilità
di sfuggire
all'assurdo
gioco della vita
, la solitudine
a cui è
destinato colui
che si esclude
dal mondo.
Uno, Nessuno
e Centomila
Uno degli
aspetti più
caratteristici
della concezione
pirandelliana
della vita è il
relativismo, il
principio cioè
secondo cui
"nulla è vero,
nulla esiste,
tutto è
illusione creata
da chi la pensa,
o la sogna, e
ciascuno se la
crea e sogna a
suo modo , e
un'intesa tra la
multiforme
vanità di tutti
questi sogni non
è possibile".(S.
D'Amico)
Erroneamente
l'uomo crede di
essere "uno" e
pretende che gli
altri lo
giudichino per
quello che egli
crede di essere;
gli altri ci
giudicano
secondo
l'opinione che
essi hanno di
noi e che è
diversa da
persona a
persona , per
cui diventiamo
"centomila" agli
occhi del mondo;
in realtà nel
continuo moto
dello spirito ,
che partecipa
della legge di
perenne
mutabilità a cui
tutte le cose
sono soggette,
l'uomo non è
"nessuno",
perché nessuna
di quelle
maschere che
egli si
attribuisce o
che gli altri
gli impongono è
quella vera e
definitiva. E'
questa la
situazione che
viene chiarita
nel romanzo "
Uno, nessuno e
centomila", il
cui protagonista
, Vitangelo
Moscarda, viene
improvvisamente
gettato nella
più angosciosa
ansietà per un
motivo quanto
mai futile : la
rivelazione ,
fattagli dalla
moglie , che il
suo naso pende a
destra , cosa di
cui egli non si
era mai accorto
, ma che gli
altri dovevano
certamente aver
notato. " Per
gli altri che
guardano da
fuori - pensa
Moscarda - le
mie idee , i
miei sentimenti
hanno un naso. E
hanno un paio
d'occhi , i miei
occhi , ch'io
non vedo e
ch'essi vedono.
Che relazione
c'è tra le mie
idee e il mio
naso? Per me ,
nessuna. Io non
penso col naso ,
né bado al mio
naso , pensando.
Ma gli altri?
Gli altri che
non possono
vedere dentro di
me le mie idee e
vedono da fuori
il mio naso?"
Dunque egli è
uno per sé e uno
per gli altri;
ma se ognuno
vede le cose a
suo modo ,
allora vedrà
anche lui a suo
modo , per cui
egli non sarà
unico per tutti
, ma uno per
ognuno , e cioè
centomila . E
così
ossessionato
dall'ansia di
conoscere la
verità e
contemporaneamente
convinto che "
una realtà non
ci fu data e non
c'è , ma
dobbiamo farcela
noi , se
vogliamo essere"
, il povero uomo
finisce per
impazzire ,
commettendo una
serie di
stranezze ,
finché non viene
rinchiuso in un
ospizio. Qui ,
senza
personalità e
senza nome ,
diventa
veramente
"nessuno", ma
contemporaneamente
si libera da
quel rodio del
pensiero che
scava in noi e
distrugge ogni
certezza ,
alienandoci.
Vivendo come le
cose della
natura , in cui
non c'è
contrasto tra
forma e
contenuto perché
esse "sono come
appaiono", il
povero Moscarda
ritroverà la sua
pace interiore e
il suo
equilibrio.
Inizio pagina
Le opere
teatrali.
L'attività
teatrale di
Pirandello
significò per il
teatro italiano
una svolta
decisiva ed
esemplare ; e
tra le numerose
sue commedie
alcune
raggiunsero e
conservano il
livello di
autentici
capolavori.
Pirandello
giunse al teatro
per una profonda
convinzione di
ordine morale ;
era convinto
cioè che
attraverso la
rappresentazione
scenica potesse
rivelare meglio
agli uomini le
verità alle
quali egli era
dolorosamente
pervenuto ; egli
definì perciò "
teatro dello
specchio " tutta
la sua opera,
perché in essa
si rappresenta
la vita senza
maschera, quale
essa è nella sua
sostanza e nella
sua verità , lo
spettatore,
l'attore e il
lettore vi si
vedono come sono
, come chi si
guardi ad uno
specchio, vi si
osservano con
ansia e con
curiosità ,
spesso vi si
vedono deformati
dagli altri,
appunto come un
cattivo specchio
deforma
l'immagine
fisica; allora
si riconoscono
diversi da come
si erano sempre
immaginati e ne
restano
amareggiati e
preoccupati .
L'attività
teatrale si può
dividere
approssimativamente
in tre fasi: una
prima, che
comprende le
commedie scritte
negli anni che
precedettero e
accompagnarono
la prima guerra
mondiale ,
commedie
ispirate a
motivi
dialettali e ad
ambienti isolani
(Lùmie di
Sicilia, 1910,
Liolà, 1916);
una seconda, la
stagione più
propriamente
pirandelliana,
in cui le
commedie
riflettono, su
un registro di
vasta dialettica
e insieme di
sofferta umanità
, la cognizione
pirandelliana
del vivere (è la
stagione dei
capolavori ,
come Cosi è, se
vi pare, Il
piacere
dell'onestà, Ma
non è una cosa
seria, Sei
personaggi in
cerca d'autore,
Enrico IV,
ecc.); la terza,
in cui lo
scrittore sembra
avvertire
l'esigenza di
porre un argine
allo
scetticismo, al
nichilismo,
ricorrendo ad un
simbolismo "
spiritualistico
", ma con
risultati poco
persuasivi (La
nuova colonia
1928; Lazzaro,
1929; I giganti
della montagna).
Il suo
capolavoro, per
giudizio
concorde della
critica, è
giudicato la
commedia " Sei
personaggi in
cerca d'autore "
(1921), che è
anche la
maggiore opera
del teatro
italiano del
Novecento. In
essa Pirandello,
riprendendo
l'antico
artificio del "
teatro nel
teatro ", dà la
più complessa e
riuscita
rappresentazione
della condizione
umana quale gli
si era venuta
configurando e,
insieme, del suo
modo di
intendere il
rapporto tra
l'arte e la
vita. I sei
personaggi che
chiedono al
capocomico di
essere tratti
dal limbo della
loro condizione,
di poter vedere
rappresentato il
loro dramma e
che poi non si
riconoscono
negli attori che
tentano di
riviverlo, sono
un po' la cifra
di tutta l'arte
pirandelliana in
perenne contesa
con l'infida,
inafferrabile
realtà , che
sembra di
continuo
assoggettarla,
ma ne resta in
effetti
profondamente
lacerata. La
fama di
Pirandello
drammaturgo
venne a noi
dagli stranieri.
Per lungo tempo
da noi non si
comprese la
carica
innovatrice
contenuta nel
teatro
pirandelliano,
mentre dobbiamo
riconoscere che
fu quasi
esclusivamente
attraverso la
sua opera di
drammaturgo che
l'arte di
Pirandello, e
con essa tutta
la nostra
letteratura, si
inseriva
finalmente con
autorità nella
grande
letteratura
europea e
mondiale a noi
contemporanea,
come espressione
di una civiltà
umana
grandissima .
Naturalmente
l'arte di
Pirandello era
esposta a gravi
rischi , ai
quali egli non
sempre riuscì a
sottrarsi: il
"cerebralismo ",
l'artificiosa
accentuazione di
situazioni
paradossali, il
compiacimento di
complicati
sofismi addotti
per smontare e
distruggere
valori e miti
convenzionali.
Ma nelle sue
opere più grandi
egli sollevò
alla luce della
sua poesia la
sua lucida e
disperata
ricerca di
verità e insieme
la sua amara
cognizione della
solitudine e
dell'alienazione
dell'uomo
contemporaneo .
Lo stile
Pirandello fu il
narratore più
essenziale e
concettuale, più
schivo degli
svolazzi e delle
manifestazioni
esibizionistiche
e coreografiche,
tutto inteso a
rappresentare
l'essenza delle
cose, il "di
dentro", quel
che non appare
fuori. Il suo è
uno stile
personalissimo,
fatto di cose,
orientato verso
uno scopo
preciso, senza
scoperte
ambizioni
letterarie.
Pirandello
quando scrive lo
fa con la
naturalezza e la
spontaneità di
un colloquio fra
amici. Non è
raro il caso che
egli tenda a
trasferire e a
piegare i
termini della
lingua dalla
loro comune
accezione ad un
più intimo e
nuovo
significato, e
cioè secondo la
maniera degli
scrittori e dei
poeti
contemporanei
appartenenti al
Decadentismo e
volti
all'analisi e
alla
interpretazione
del
subcosciente,
intesi alla
creazione di un
linguaggio tutto
proprio, capace
di esprimere
quasi singolari
stati d'animo,
che li
caratterizzano.
Quella
naturalezza e
singolarità di
linguaggio
appaiono a volte
asprezza,
facilità un po'
grezza e
frettolosa,
specialmente
quando il
linguaggio si
frantuma nella
sottigliezza
dell'analisi,
scarnificandosi.
Evidentemente lo
scrittore
siciliano
predilige la
prosa virile,
lucida, protesa
verso
l'essenziale di
ciò che si deve
dire, la parola
non fine a se
stessa, ma
espressione di
un animus, di un
giudizio, il
linguaggio
pungente e
realistico,
senza indugi
oziosi e blandi
compiacimenti
linguistici, un
linguaggio che
mentre da un
lato rivela
nell'autore la
padronanza
perfetta del
mezzo
espressivo,
dall'altro ne
sottolinea la
trepida
commozione con
vibrazioni
poetiche e
umane. Se il
discorso
pirandelliano è
sempre concreto
e muscoloso,
tuttavia
affiorano, in
particolare
nelle novelle,
pagine poetiche
e di abbandono
fantastico. Ciò
avviene
soprattutto
quando la
vicenda è
ambientata in
Sicilia; in
questi casi
Pirandello è più
loquace, più
arioso, più
divertito e il
discorso si fa
più sciolto, più
immediato e non
è raro il caso
che egli, come
Verga, trapassi
e svari nel
discorso
indiretto
conservando
movenze e ritmi
del discorso
diretto. In
questo stile
narrativo,
espressivo e
senza retorica
la moderna prosa
italiana trova
un esempio da
proporsi e si
riscatta da
gonfiezze e da
paludamenti
formali e
inutili. C'è
forse da
osservare,
soltanto, come a
volte questa
prosa sia un
tantino
trasandata,
condotta quasi
senza eccessivo
impegno da parte
del narratore,
più intento
forse a seguire
l'intreccio dei
fatti che la
loro
rappresentazione
e il loro
manifestarsi a
tradursi in
parola, con una
sintassi del
periodo a volte
un po' spezzata,
più disposta
alle rapide
battute del
dialogo che alla
narrazione.
L'umanità e
la moralità in
Pirandello.
Nella prosa
pirandelliana
quelle
vibrazioni
poetiche e umane
sono frequenti
perché non c'è
in lui la
scarnita e
spietata
vivisezione
dell'anima
umana, ma la
cordiale
comprensione
verso i suoi
personaggi,
creature
doloranti e
vive,
incarnazione di
una parte di se
stesso, non
simboli
astratti.
Perfino
l'umorismo e il
sogghigno hanno
un attimo di
perplessità,
come se l'autore
si fermasse
pensieroso e
rattristato sul
destino dei suoi
personaggi, di
tutti gli uomini
e suo. Quel
fondo
raziocinante,
umoristico e
polemico, nelle
sue opere
migliori è
percorso da un
pathos umano, da
una fraterna
comprensione che
innalza l'opera
a poesia.
L'umanità di
Pirandello e la
sua pena per la
condizione umana
assumono un
atteggiamento
particolarissimo,
chiuso, che
stenta ad
esprimersi,
perché sono
incapaci di
liberarsi in
canto, in
catarsi lirica;
si esprimono,
invece, in un
grido lacerante
di denuncia e di
condanna.
Pirandello
dissimula le sue
lacrime con un
sorriso triste,
assai più
accorato e
accorante di
qualsiasi
pianto, la sua
pietà si
manifesta per il
povero
derelitto,
l'uomo comune
della vita di
ogni giorno: gli
eroi non hanno
cittadinanza
nella sua arte;
il solo vivere
la vita, così
come la viviamo,
è già di per sé
atto di eroismo.
Un'arte così
decisamente
ancorata alla
vita e così
intensamente
umana è per se
stessa ricca di
intrinseca
moralità: essa
tende cioè, in
ogni sua
espressione, a
sferzare la vita
perché la vuole
migliorare. I
personaggi
pirandelliani
non sono né
cinici, né
perversi, ma
hanno una loro
nobiltà e
trovano una loro
forma di catarsi
attraverso la
sofferenza del
vivere. In
quest'arte spira
un moralissimo
desiderio di
liberazione dai
ceppi della
finzione e dalle
assurde
costruzioni, in
cui l'uomo ha
imprigionato la
sua anima: è
necessario
strappare la
maschera che gli
uomini si
mettono,
denunciare i
loro
travestimenti e
ciò per il loro
stesso bene,
perché essi non
sanno
accorgersene; è
una moralità
intrinseca e non
formalistica,
posta aldilà di
ogni apparenza,
rivolta contro
il fariseismo e
l'ipocrisia che
tiene alle
apparenze. La
moralità di
Pirandello non
si identifica e
non coincide con
alcun credo
morale di una
qualsivoglia
religione
rivelata e
tradizionale,
proprio per la
impossibilità
connaturata al
mondo
pirandelliano di
poter ammettere
una soluzione al
vivere, di poter
fissarsi in una
forma definita.
Nel concetto di
moralità si
inserisce il
concetto che
Pirandello ebbe
dell'amore,
bellissimo e
ricco di
profonda
spiritualità.
L'amore crea,
trasforma, dà la
vita, è il
monismo in cui
si dissolve il
dualismo di
Platone tra
carne e spirito,
per fondere due
unità in una
sola, due anime
in una, due
corpi in uno; ma
una fusione in
cui lo spirito
domina e la
carne soggiace
ad essa e gli
ubbidisce,
perché nella
gioia dell'amore
trionfa
l'infinito che è
in noi, al di
sopra di ogni
bassezza, ad di
sopra di
miserie,
peccato,
gelosie.
L'umorismo
Di fronte alla
constatazione di
quello che è il
vivere nel mondo
Pirandello
assume un
atteggiamento di
umana
compassione
verso gli uomini
che sono
sottoposti a
questa
inesorabile
legge del loro
destino e che
inconsciamente
si ingannano; ma
avventa il suo
feroce umorismo
contro il
destino che
condanna l'uomo
all'inganno e
più ancora
contro coloro
che scioccamente
si ingannano o
mostrano di
ingannarsi,
accettando il
giuoco e
assumendo
maschere,
atteggiamenti
falsi,
insinceri,
equivoci.
Pirandello è
convinto che la
condizione umana
è triste,
pessima, ma gli
uomini si
illudono o
ingannano se
stessi e allora
lo scrittore li
deride, li
sferza, li
smonta,
mostrando il
contrasto tra
quel che essi
sono e quello
che vogliono
apparire. Tutte
le funzioni
umane, tutte le
creazioni del
sentimento
possono essere
oggetto di
umorismo, quando
la riflessione,
come un
demonietto
impertinente,
smonta il
congegno delle
immagini e dei
fantasmi creati
dal sentimento e
lo smonta per
vedere com'è
fatto, per
scaricarne la
molla e vedere
tutto quanto il
congegno
stridere
convulso e
ridicolizzato.
Pirandello si
addolora del
male che è nel
mondo, ma non sa
spargere su quel
male una lacrima
quasi temesse di
scoprirsi debole
e fragile come
tutti gli altri,
se ne mostra
invece
contrariato,
offeso e deluso;
la
caratteristica
dell'umorismo
pirandelliano è
forse la risata.
Nessuno che
abbia assistito
ad una recita
dei "Sei
personaggi in
cerca d'autore"
dimenticherà mai
quella sferzante
risata alla
figliastra, che
scompare nella
platea tra il
pubblico,
riassorbita
dalla vita
impietosa e
cattiva, al
cospetto delle
larve
evanescenti
degli altri
personaggi
immersi nella
penombra del
teatro. Si pensi
pure a quanto
sia lacerante e
risolutiva per
Moscarda la
risata di Dida
in "Uno, nessuno
e centomila".
Pirandello
beffardo e
mefistofelico
irride ironico
alla presunzione
degli uomini di
voler credere
che la vita sia
così o così, di
voler credere in
determinate
idee, tradizioni
e leggi fisse.
La risata si fa
più crudele
quando tende a
smascherare
posizioni
preconcette e la
finzione di
coloro che non
credono, ma
mostrano di
credere, che
appaiono in un
modo e sono in
un altro.
Pirandello si
può forse
considerare il
più grande
scrittore
umorista della
nostra
letteratura.
I personaggi
pirandelliani
I personaggi
pirandelliani
sono scelti con
gusto polemico
tra i casi
limite che la
vita di ogni
giorno presenta;
sono tipi
introversi,
polemici essi
stessi,
litigiosi,
filosofeggianti,
puntigliosi ed
ostinati, tipi
indubbiamente
scelti con
esagerazione o
portati
all'esagerazione:
lo vuole l'aspra
concezione della
vita che era in
Pirandello e la
convinzione che
il lettore deve
essere scosso,
destato dalla
sua"distrazione"
e dal suo chiuso
disinteresse
verso ciò che
non lo riguarda
direttamente per
costringerlo a
vedere, a
constatare, a
riflettere, a
togliersi la
maschera
affinché in
seguito non
ricada nello
stesso errore di
egoismo e di
ipocrisia e si
faccia migliore.
I
personaggi-filosofi
pirandelliani
parlano sempre
loro perché
ormai hanno
scoperto il
"giuoco" della
vita, sanno di
potersi
illudere, hanno
tolto la
maschera e
guardano in
faccia la
verità. La prima
impressione è
che Pirandello
scelga i suoi
personaggi in
una dimensione
per così dire
astratta,
fortemente
tipizzata.
Quelli
pirandelliani
sono personaggi
"contemporanei"
anche per il
fatto che
sembrano presi
da una forma di
reazione
nevrotica, una
reazione contro
la impossibilità
di risolvere i
propri mille
problemi
quotidiani,
inseguendo il
tempo;
impossibilità di
superare gli
ostacoli che la
vita ci pone
contro, e
reazione più
intima contro i
propri limiti,
contro le
infinite rinunce
a cui siamo
sottoposti a
tutte le ore,
contro la nostra
umana impotenza.
Pur nella loro
emblematicità e
nel loro
universalismo i
personaggi di
Pirandello hanno
una vetusta
impronta di
sicilianità e
segni
particolari che
li distinguono,
sono segnati nel
corpo e segnati
dentro di
amarezza pronta
ad esplodere.
Limiti e
grandezza di
Pirandello
Pirandello è
scrittore
discusso e certo
non facilmente
accessibile. I
rilievi che
generalmente gli
si muovono sono:
1) cerebralismo;
2) spietata
distruzione di
ogni certezza;
3) unilateralità
della sua
concezione; 4)
stile trasandato
e
tendenzialmente
pedagogico.
Nell'opera
pirandelliana si
guardò ai suoi
aspetti
esteriori e non
a quelli
artistici, la si
vide intesa
unicamente alla
ricerca di
effetti sugli
spettatori e si
giunse a dire
che essa si
fondava soltanto
su invenzioni
esteriori, su
idee singolari,
originali,
cerebrali, sul
sottilizzare,
analizzare e
filosofare per
il solo gusto
del ragionare.
Ma l'accusa è
certamente
esagerata, anche
se dobbiamo
convenire che
alcuni punti di
un'opera così
vasta appaiono
incomprensibili,
complicati di
casi strani e
difficili, con
intrecci
inverosimili,
astratti e
contorti, con
trovate
paradossali,
appaiono
impostati su
problemi che
sembrano veri e
propri
rompicapo, su
personaggi
capaci solo di
analizzare e
filosofare e
incapaci di
vivere
nell'azione, nel
farsi della
vita. Quello
pirandelliano
non era
certamente
teatro facile
per tutti, ma la
critica più
avanzata e
qualificata
venne via via
prendendo
posizione a
favore della
rivoluzione
operata da
Pirandello,
tanto in Europa
e in America,
quanto in
Italia; ci si
cominciò ad
abituare alla
nuova
problematica
posta dalla sua
opera, a capire
Pirandello , ad
apprezzarlo. Il
cerebralismo fu
considerato
aspetto isolato
in opere mancate
o in punti
determinati di
qualche opera,
senza più la
pretesa di voler
giudicare l'arte
tutta quanta di
Pirandello
secondo quel
metro.
Altra accusa che
si muove a
Pirandello è
quella di aver
voluto
spietatamente
determinare la
distruzione di
ogni certezza:
attraverso un
gelido umorismo
ed una
inesorabile
disamina della
psiche umana,
egli condurrebbe
in maniera aspra
e decisiva allo
sdoppiamento
della
personalità e
alla distruzione
di ogni fede,
fondandosi su
una concezione
chiusa e
pessimistica nei
riguardi della
condizione e del
destino degli
uomini. Egli
stesso ribatteva
a coloro che gli
rimproveravano
questa sua
posizione, che
distruggeva solo
illusioni
affinché gli
uomini vivessero
meglio e in
maniera più
responsabile
questa loro
breve avventura
terrena. Che se
poi si scopre
che la vita è
amara ed è una
"triste
commedia" la
colpa non è
davvero di chi
scopre questa
verità.
Egualmente
insidiosa appare
l'accusa di
unilateralità
che si muove al
mondo
pirandelliano e
che lo investe
nella sua
globalità.
Bisogna pur dire
che Pirandello
non ebbe di
certo vastità di
pensiero e
molteplicità di
idee, ma
piuttosto una
intuizione
semplice e
limitata della
vita, dando
l'impressione
che l'autore non
faccia altro che
applicare e
sviluppare
costantemente
con nuovi e
strani esempi
quella semplice
intuizione
originaria. I
rilievi sono
veri in parte:
basti pensare a
come la tesi del
male di vivere
investa tutta
quanta la vita e
a come essa si
sfaccetti nei
mille aspetti
sempre uguali e
sempre diversi
della vita
stessa, per
intendere che
l'unilateralità
del mondo
pirandelliano è
l'unilateralità
stessa della
vita, intesa
nella sua unica
radice di dolore
dalle infinite
manifestazioni.
Si fa ancora
carico a
Pirandello di
uno stile
trasandato e
tendenzialmente
pedagogico. C'è
in lui –si dice-
uno stile poco
curato, una
lingua piuttosto
incondita e
senza finezze,
una espressione
generalmente
uniforme,
eguale, poco
attenta, una
specie di
semplicismo
frettoloso
orientato
all'unico fine
di dimostrare la
sua polemica
verità. Perciò
Pirandello tende
a forzare le
situazioni, a
piegare i
personaggi alla
sua tesi, a
scegliere casi
limite, nello
sforzo di
convincere il
lettore che ciò
che egli dice è
così e non
potrebbe essere
altrimenti. Così
facendo all'arte
pirandelliana
sarebbe
precluso,
secondo i
critici, un
"senso
universalmente
umano" restando
essa ristretta a
situazioni
particolari e a
fatti curiosi, e
Pirandello
finirebbe con il
darci non
personaggi vivi,
ma "maschere
fisse", forme
precise. Non si
esclude che
Pirandello abbia
di questi
momenti, questi
vuoti
d'ispirazione,
ma quale dei
grandi ne è
immune nella
storia
letteraria di
tutti i paesi
del mondo?
Nonostante i
rilievi mossi,
Pirandello viene
riconosciuto in
tutto il mondo
come "il più
grande
drammaturgo del
secolo".
L'ammirazione
universale di
cui gode è
dovuta al fatto
che egli rimane
l'interprete di
un'ansia a tutti
comune,
caratteristica
della
spiritualità del
nostro tempo.
Nell'ammirazione
per il
drammaturgo c'è
una specie di
gratitudine per
colui che ha
diagnosticato e
mostrato i mali
del nostro tempo
e ne ha espresso
l'ansia di
evasione. Fu
questo carattere
universale della
sua opera che
condusse
Pirandello al
più ambito
premio
letterario, il
Nobel, per la
ricerca
incessante di
una soluzione
del problema del
vivere e della
verità.
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