Alla fine del 1887 parte per Roma per frequentare l’Università della
Sapienza dove si iscrive al secondo anno della Facoltà di Lettere, ed ha
per professori Nannarelli, Monaci, Occioni, Guidi, Beloch, Dalla Vedova,
Labriola, Piccolomini, Cugnoni, Lignana, Bonghi e De Ruggiero. A Roma
viene accolto dallo zio Rocco, di cui abbiamo parlato, che abitava al
numero 456 di via del Corso; ma dopo qualche mese si trasferisce in una
pensioncina di via delle Colonnette, non molto distante dall’abitazione
dello zio. Roma lo affascina e ne scrive in modo entusiastico alla
sorella Lina, che in quegli anni viveva in Sardegna dopo essersi sposata
con l’ingegner Calogero De Carlo e alla madre in tono più pacato ma non
meno deciso a stabilirvi per sempre la sua residenza. Vi frequenta i
molti teatri, soprattutto il Nazionale, il Valli e il Manzoni, sentendo
un eccitamento che penetra nel suo sangue per tutte le vene.
Ma prova anche un’amara disillusione, che si incarna proprio nella
figura dello zio Rocco mitizzata nella sua fanciullezza: quegli ideali
risorgimentali che aveva vissuto da bambino nei racconti della madre e
dello zio, non esistono in quella Roma così diversa dai suoi sogni e
dalle sue aspettative. Il risultato è la prima raccolta di poesie,
intitolata Mal giocondo e pubblicata a Palermo nel 1889 dalla
Libreria internazionale L. Pedone Lauriel, in cui sono raccolte poesie
pubblicate già negli anni 1887/1888, come ad esempio quelle per le nozze
della sorella Rosolina pubblicate dall’editore Andrea Amenta di Palermo.
La raccolta ci mostra un Pirandello che entra nel mondo, che cerca di
capire le cose che stanno intorno a lui cercando di non farsene
travolgere, che ripensa alle cose sue e del mondo, come nella sezione
Triste: bruciate le vecchie carte, vuole naufragare nel vorace /
mare inquïeto de l’umano affetto, scoprendo la folla di
. . . . . . . . . Chierici e beoni,
giovani e vecchi, femine e ostieri,
soldati, rivenduglioli, accattoni,
voi nati d’ozio e di lascivia, serî
uomini no, ma pance, liti amanti,
bottegaj, vetturini, gazzettieri,
voi vagheggini, anzi stoffe ambulanti...
personaggi che faranno parte della sua opera maggiore. Lo sfondo delle
poesie è Roma, al cui contatto vacillano molti suoi ideali: fuori
dall’ambiente, tradizionalmente conservativo e tendenzialmente statico,
sul piano morale, della sua infanzia siciliana, si sfaldano fondamentali
valori, e nasce la ribellione e la volontà di dire il disgusto di quella
società corrotta, vecchia nelle sue strutture e incerta anche nelle
forze giovani. (Lucio Lugnani, Pirandello. Letteratura e teatro,
La nuova Italia, Firenze 1970, pag.16). E fra le vecchie carte
bruciate c’è tutto un mondo che viene descritto proprio nella prima
sezione, Romanzi, di cui riproduciamo la -V- per intero,
perché vi intravediamo, attraverso una certa presa di coscienza della
realtà e di se stesso, lo sviluppo stesso della sua poetica e della sua
visione della vita, fino a quella follia del personaggio che si
preannuncia dolce e già diventa l’ultimo rifugio dell’individuo:
V
Il paese che un dí sognai, del mondo
inesperto e dei mali, su la terra
già lungo tempo lo cercai, fidente
nel vago imaginar che scorta m’era.
Molti paesi visitai deluso,
molti da lungi salutai fuggendo,
e su i lor tetti, declinante il giorno,
con la notte, la pace e il dolce inganno
sempre invocai dei sogni e il calmo oblio.
Ma per incerte vie, tra sassi e spine,
tacito andando nel desio pungente,
quanta parte di me viva lasciai!
Folle, e sperai; folle, ebbi fede. E solo
ai danni miei presiede ora crudele
la coscienza che mai, che mai dal suolo
in cui giaccio, menzogne pïetose,
amor di donna o carità d’amico,
a rïalzarmi non varran - piú mai.
Né a te, paese dei miei sogni novi,
ora piú credo; e tardi, ahimè, compresi
che vano era cercarti sotto il sole.
Se tristi grue pe ’l ciel fosco passare
vedea mesto, tra gli alberi battuti
da i primi venti d’autunno, in mente
io mi dicea: «Là giú, là giú, lontano,
nel bel paese dei miei sogni andranno,
ove eterna fiorisce primavera ».
E a lui credea n’andassero, portate
dal lungo vento, anche le foglie ai rami
strappate; a lui le nuvole, e le vaghe
da i petti umani illusïon fuggite...
Era follia, follia certo; ma dolce.
Di questa raccolta scrisse nell’appunto autobiografico che abbiamo
ricordato proprio ad apertura di questo lavoro:
Il mio primo libro fu una raccolta di versi, Mal giocondo,
pubblicato prima della mia partenza per la Germania.
Lo noto perché han voluto dire che il mio umorismo è provenuto dal mio
soggiorno in Germania; e non è vero: in quella prima raccolta di versi
più della metà sono del più schietto umorismo, e allora io non sapevo
neppure che cosa fosse l’umorismo.
Durante l’estate del 1889, mentre si trovava ad Agrigento, va a
visitare, su consiglio del professor Ernesto Monaci, docente di
Filologia romanza presso l’Università di Roma, che aveva preso a
benvolerlo, la biblioteca Lucchesi-Palli, per verificare se in essa
erano contenuti antichi manoscritti. Tornando a Roma, da Palermo, prima
di imbarcarsi, scrive al suo maestro una lunga lettera con i risultati
dell’indagine richiesta resa oltretutto difficile dallo stato di totale
abbandono e incuria in cui si trovava la biblioteca Lucchesiana, che
servirà poi da modello per la biblioteca descritta nel romanzo Il fu
Mattia Pascal.
Il soggiorno romano viene bruscamente interrotto nel 1889; Pirandello ha
un contrasto piuttosto acceso con il professor Occioni di Lingua e
Letteratura latina, e allora, per evitare una probabile espulsione, su
consiglio del professor di filologia romanza Ernesto Monaci, parte per
la Germania diretto all’Università di Bonn, con una lettera di
presentazione del professore stesso per Foerster. L’episodio così viene
narrato da Virginia Brancaleoni nell’introduzione a una raccolta di
novelle pubblicata nel 1935: Durante una lezione di latino un
illustre professore, traducendo Plauto, commise un errore. Pirandello e
un sacerdote che gli era vicino si scambiarono una gomitata d’intesa. il
sacerdote sorrise. Avvenne una reazione furiosa del professore contro il
prete “disattento". Pirandello difese il compagno dicendo, e pare con
molta veemenza, la verità. Deferito al Consiglio di disciplina dovette
cambiare università.
Il viaggio comincia dalla stessa Palermo il 25 settembre dopo aver
salutato la fidanzata; si ferma a Roma ospite dello zio Rocco e infine a
Cavallasca, vicino Como, presso amici, forse gli stessi coi quali si era
trovato in un mai ben accertato viaggio del 1880 di cui narra lo stesso
Pirandello nel Frammento d’autobiografia dettato a Pio Spezi e
che questi pubblicherà sulla Nuova Antologia nel fascicolo del 16 giugno
1933, al quale l’autore non riconoscerà mai la propria paternità, fino a
mettere in dubbio alcuni particolari biografici. Il 10 ottobre è già a
Bonn e prende alloggio in un primo momento all’Hotel zum Münster, lo
stesso che ospitava il mosaicista Giovanni Sambo venuto da Murano per
rivestire la cupola del Duomo e qualche settimana dopo al numero 1 di
via Neuthor.
Qualche mese dopo (gennaio 1890) conosce conosce a un ballo mascherato
Jenny Schulz-Länder; così ne scrive alla sorella Lina:
«Ho indossato anch’io un domino e - inorridite - ho anch’io ballato, o
per dir meglio saltato, e meglio ancora, pestato i piedi al prossimo
mascherato. Fui a dirittura forzato a farlo da una mascherina azzurra da
un cappellaccio di paglia spropositato - che mi si attaccò al braccio e
non mi lasciò più per tutta la sera. A mezzanotte, ora in cui è costume
di tór via le maschere, fui meravigliatissimo di riconoscere nella mia
diabolica incognita, una delle bellezze più luminose che io mi abbia mai
visto».
La conoscenza di Jenny lo porta a lasciare via Neuthor e va a stare a
pensione in casa della signora Länder, vedova di un ufficiale morto
nella guerra franco-prussiana del 1870, madre della ragazza al n. 37 di
Breite Strasse. Il suo secondo volume di poesie, dal titolo Pasqua di
Gea, è dedicato proprio a Jenny (Meine liebe, süsse Freundin),
di cui si innamora e che rivestirà una parte importante nella sua vita
anche sul piano spirituale, in quanto gli rimarrà per sempre dentro
l’amarezza di un amore non realizzato, l’unico vero della sua
giovinezza. Nella poesia Convegno, pubblicata nella Rivista
d’Italia nell’ottobre 1901, e successivamente nella raccolta
Fuori di chiave (pubblicata dall’editore Formìggini di Genova nel
1912), parla proprio dei tre suoi amori della fanciullezza,
vissuti a Como, a Bonn e a Palermo.
CONVEGNO
I
Per le città, nostre o d’oltralpe, in ogni
luogo, ov’ho fatto alcun tempo dimora,
io vedo un altro me, com’ero allora,
il qual lieto s’aggira entro a quei sogni,
che suoi soltanto e non pur miei son ora.
Né verun d’essi sa, che piú ne sia
di me. Qua vive o là, chiuso ciascuno
nel proprio tempo. Oltre non vede. E uno
si ferma, or ecco, a sera, in una via
di Como, e guarda in sú, se un viso bruno...
Ahi, quella bruna - egli no ’l sa - maestra
ora è di vizii e di sé locandiera...
Ma come può saperlo, se ogni sera
davvero ancor s’affaccia alla finestra
ella, e d’amor gli parla ed è sincera?
L’altro, eccolo in Germania, a Bonn sul Reno,
sotto un cappello di castoro, enorme:
magro egro smunto: non mangia, non dorme;
studia sul serio (o cosí crede almeno)
del linguaggio le origini e le forme.
Studia, ma... è notte: brontola il camino;
fuori, la neve lenta eterna fiocca:
pian l’uscio s’apre e, un dito su la bocca,
entra scalza Jenny... Libro latino,
di ravvivare il fuoco ora ti tocca!
Oh, chi a Palermo incontrasse per caso
quell’altro me, che della vita mia
la stagione piú bella tuttavia
colà si gode, sgombro e ancor non raso
il mento, alato il cor di poesia,
deh, l’induca a venire a me per poco:
or son qui solo; e, nella fredda, oscura
notte, la solitudine paura
quasi mi fa. Seduto accanto al foco,
nella prigion di queste quattro mura,
io gli altri me chiamo a convegno. Solo,
fors’egli solo non verrà, ché troppo
son io diverso ora da lui: vo zoppo
pe ’l cammin che intraprese egli di volo,
e la trama ch’ei finse or io rattoppo.
II
Silenzio. Gli altri, con le amiche a braccio,
entrano. Come io resterei, se vecchio
mi vedessi d’un tratto in uno specchio,
essi, cosí, dinanzi a me. L’impaccio
vincon prima le donne, e in un orecchio
vien la bruna di Como a dirmi in fretta:
- «Tu sai che cosa io sono, ora; ma a lui
non dirne nulla: ei mi vede qual fui!»
Ti basta un sol mio sguardo, o poveretta,
e in un brivido tutta ti rabbuj.
Egli ha guardato me; qual sei ti vede.
Non nasconderti il viso, ché di te
non ha ragione di lagnarsi: in me
vani egli or vede l’amor tuo, la fede
che gli giuravi, e vana ombra pur sé.
E tu, Jenny? Ti sei nascosta dietro
la tenda? Piangi? Il magro tuo dottore
mi guarda, come oppresso di stupore.
Da quella neve, da quell’aer tetro
venía la sua magrezza, il suo squallore.
Eh, tu, dottor, lassú donde t’ho tratto,
ree promesse ripeti alla gentile
compagna. E vedi? Or ella piange. Vile
forse son io? Non tu, piuttosto, matto?
Le ho mandato da Roma un bel monile...
Mi chiedi conto de’ tuoi studii? E voi
dei vostri sogni mi chiedete conto?
Vedete, io non mi lagno, non m’adonto
dei lievi o gravi error vostri, che poi
m’han cagionato i danni ch’ora sconto.
Io vedo in voi ciò che ho man man perduto.
Delle perdite sue non s’era intanto
accorto alcun di voi, poi ch’ancor tanto
restava a me da perdere. Or che muto
e vuoto son rimasto, odio il rimpianto.
I capelli? Debbo anche dei capelli
rispondervi? Oh che bei ciuffi avevate
voi tutti: biondi, come il sol d’estate...
Con gli anni, via, via coi sogni anche quelli!
O lasciatemi in pace, andate, andate.
La raccolta Pasqua di Gea, anche se scarso rimane il suo valore
poetico, è la migliore delle sue raccolte di poesie, nelle quali
comunque il contenuto prevale sulla forma e ci documenta, al fondo “di
una apparente e letteraria allegrezza, lo stesso sentimento del vivere”.
A leggerla bene, la poesia sembra proprio anticipare i temi del futuro
Pirandello, tra disintegrazione del personaggio (la convocazione degli
altri /me/ che hanno popolato i momenti importanti amorosi della sua
vita) e la visione umoristica degli avvenimenti. La permanenza in
Germania segna un momento di vita più pura rispetto alla corruzione che
a Roma cominciava a diventare dilagante. Il sentimento amoroso per Jenny
è autentico e si scontra con quello “legale” contratto in Sicilia. Le
sue condizioni di salute cominciano a peggiorare e una sua lettera mette
in grave apprensione la sua fidanzata ufficiale, i cui genitori
pretendono ora la sua presenza a Palermo. Nel mese di luglio parte dalla
Germania per la Sicilia, dove comunque si ferma poche settimane:
tranquillizza la fidanzata e si rimette in salute, ripartendo nel mese
di agosto per Bonn, dove il 21 marzo 1891 si laurea discutendo una tesi
su Suoni e sviluppi di suono della parlata di Girgenti (Laute
und Lautentwicklelung der Mundart von Girgenti). Nella primavera
dello stesso anno rientra in Italia. Citiamo da Sciascia:
Appena dopo la discussione della sua tesi sui Suoni e sviluppi di
suoni nella parlata del circondario di Girgenti, appena
ottenuta la laurea, volta le spalle a Bonn e alla Germania con una
impazienza e insofferenza che mai, a quanto pare aveva fino allora
manifestato: “Non solo io non ho in animo di fermarmi per sempre a Bonn;
ma io non vorrò, una volta partito, neanco rivederla più da lontano. Era
di Roma che io ti parlavo; e là io conto di fermare la mia stanza per
sempre... Io voglio il Sole, io voglio la luce, e qui non si vedono mai
né l’uno né l’altra; qui i giorni s’estinguono come tramonti continui”:
così scrive alla sorella (e la parola sole la mette con S maiuscola).
Più tardi nel 1904, in una poesia intitolata Vecchio avviso,
esprimerà meno banale insofferenza nei riguardi del mondo tedesco dirà
di una sua inquietudine che è poi quella che per mezzo secolo ha
assillato l’Europa intera. E la descrizione di una scena allora non
inconsueta in Germania, il concerto domenicale di una banda militare:
Questi versi, e più i tre che dicono di una natura spaventata e
annientata dal vento di guerra e di morte delle trombe, sono i più veri
e i più belli che Pirandello abbia scritto in quel periodo, e si levano
come premonizione dolorosa all’alba di un secolo che conoscerà quella
insania non improvvisa ma lunga, duratura, filosoficamente articolata.
La filosofia detta della vita, i cui termini più facilmente di quanto si
dovrebbe vengono impiegati a definire il mondo pirandelliano, si avviava
a diventare la filosofia della morte. A noi qui, ora, basta sapere che
Pirandello ne ha avuto il presentimento.
(L. Sciascia, da La corda pazza)