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Il 9 novembre 1934
Luigi Pirandello ricevette a Roma il
telegramma con cui Per Hallström,
segretario permanente dell’Accademia di
Svezia, gli comunicava l’avvenuta
assegnazione del Premio Nobel per la
Letteratura.
La sua casa di via Antonio Bosio, una traversa della Nomentana, fu
invasa quello stesso giorno, racconta
Gaspare Giudice nella sua bella
biografia, da giornalisti e fotografi, e
lo scrittore dovette adattarsi a
mettersi in posa curvo sulla macchina da
scrivere dove batté su un foglio una
sola ripetuta esclamazione:
«pagliacciate! pagliacciate!…» (Giudice
1963, p. 531).
Era un modo tipicamente
pirandelliano di irridere a se stesso e
al rituale delle interviste, a cui
peraltro spesso consentiva o doveva
consentire, come è ovvio
Quando si è qualcuno.
Nella
commedia rappresentata con quel titolo
in Argentina l’anno prima aveva tramato
la beffa di un vecchio scrittore che
invano tenta di cancellare i più
resistenti stereotipi della sua fama
letteraria.
E ora, senza sottrarsi agli
obblighi della notorietà, nascondeva con
uno scherzo il disagio della sua
esibizione, lasciando il foglio
dattiloscritto a futura memoria.
Non
intendeva né poteva, certo, beffarsi di
un prestigioso riconoscimento che
consacrava la sua fama internazionale
giunta ormai al culmine, tanto più in
quell’anno che fu caratterizzato da un
esordio non proprio esaltante, presto
però pienamente riscattato da una serie
di successi personali.
Per la sua novità di stagione, La
favola del figlio cambiato, dramma in versi con musiche di
Gian Francesco Malipiero, c’erano state reazioni contrastanti e
perfino tumultuose.
Dopo la prima a Braunschweig e Darmstadt in
Germania, la messinscena in marzo al Teatro dell’Opera di Roma
provocò una duplice opposizione: tanto di un folto pubblico di
fascisti, che vi videro una denigrazione farsesca della sovranità
regale e dell’autorità di regime, quanto di un gruppo di spettatori
antifascisti che fischiarono la rappresentazione per mascherare la
loro protesta contro la presenza di Mussolini in teatro.
Vietate le
repliche per decisione dall’alto, la
Favola ebbe una diversa ripresa. Fu incorporata nell’ultimo e
incompiuto capolavoro pirandelliano,
I Giganti della montagna, come l’allegoria di
quell’insuccesso che celebra, tuttavia, il «mito dell’arte».
Quel
testo riesumato dalla grande attrice Ilse come un messaggio di
poesia resterà sacrificato all’incomprensione e al furore della
società di massa, circense, inestetica. Ma esprimeva nel sacrificio
un’estrema difesa del teatro di poesia.
Proprio il tema del primato estetico e insieme etico e civile del
teatro animò nell’estate dello stesso anno i preparativi di
Pirandello e dei suoi collaboratori, primo fra tutti Silvio D’Amico,
del più grande incontro mai realizzato tra autori registi e
architetti teatrali di tutto il mondo: il convegno internazionale su
“Il teatro drammatico” della Fondazione Alessandro Volta
dell’Accademia d’Italia, aperto solennemente in Campidoglio l’8
ottobre sotto la sua presidenza e con una sua allarmata invocazione:
«Il teatro non può morire». Infatti, era in crisi. Il pubblico era
stato distratto dal palcoscenico soprattutto dall’attrazione
esercitata dallo schermo cinematografico, più che dalle tante
programmazioni di spettacoli di massa che la propaganda totalitaria
promuoveva, con esiti non esaltanti del resto, e la cultura di
regime assecondava, con adepti tra gli stessi letterati e teatranti
di fede pirandelliana. Il convegno non poteva riparare a questo
squilibrio. Rieducare al teatro era un compito realizzabile solo col
consenso di un potere al quale lo scrittore
scandalosamente all’indomani del delitto Matteotti aveva data
la sua adesione illudendosi che il creatore di uno stato forte, non
reso inerte dalle lotte partitiche e dalle divisioni parlamentari,
potesse imporre l’istituzione di un Teatro Nazionale. Fu
un’illusione appunto, alimentata da un dittatore che evitava di
provocare ripulse o soltanto sentimenti di insofferenza nel ceto
intellettuale e, anzi, cercava personalmente e con accorte
mediazioni di non apparire un tiranno repressivo.
Nell’occasione del convegno il duce fu anche conciliante, se è sua o
comunque di suo pieno gradimento l’idea del gran finale che si
celebrò nel reciproco ossequio tra due maestri avversi, sancito
dalla rappresentazione al Teatro Argentina della
Figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio con regia dello stesso
Pirandello, interpretazione della sua prediletta attrice, Marta Abba,
e del primo Aligi di trent’anni prima, il grande attore, per fama e
ormai anche per età, Ruggero Ruggeri.
La cerimonia dell’assegnazione del Nobel (il 10 dicembre 1934) fu
anticipata da una serie di festeggiamenti a Parigi e a Londra e di
nuovo a Parigi, da dove lo scrittore raggiunse il 9 dicembre
Stoccolma. L’arte di Pirandello oggi è misurata su tutto il vasto
territorio della sua creatività letteraria, vale a dire, del
narratore dell’immane corpus delle
Novelle per un anno e dei sette romanzi –
L’esclusa, Il turno,
Il fu Mattia Pascal, I
vecchi e i giovani, I
quaderni di Serafino Gubbio operatore,
Suo marito, Uno, nessuno e
centomila – un universo di trame e personaggi parallelo a
quello del teatro, a sua volta esteso quanto o più di quello
narrativo e ambiguamente caratterizzato da un titolo
onnicomprensivo, Maschere nude:
un ossimoro, una figura retorica dell’impossibilità, che denuncia
l’opposizione di Vita e Forma, termini della più vulgata
condensazione di un relativismo poi passata a esemplificare un
filosofema proverbiale del
pirandellismo, ovvero del concettualismo pirandelliano. E si
aggiunga molto altro a quella vasta produzione: una pratica di poeta
non circoscritta solo agli anni giovanili, una competenza di
linguista dialettale valorizzata con originale espressività nei
fervidi copioni siciliani, una filosofia dell’arte, diffusa con una
varia pubblicistica e diffusa nel fondamentale saggio su
L’umorismo, il breviario di teoria e poetica a cui Pirandello
volle sempre riferire, senza condizionarla con rigide applicazioni,
la sua molteplice e sempre sorprendente esperienza di scrittore.
La modernità dell’opera pirandelliana –
modernità perenne tuttora percepibile di
là dalla grande stagione artistica del
primo Novecento – è un’eredità
indivisibile, se non con pochi scarti,
che oggi si trasmette non solo con la
lettura e la messinscena teatrale, ma
anche rigenerandosi nei nuovi mezzi
espressivi, proprio con quelli temuti,
eppure sempre assecondati da un
Pirandello in funzione di sceneggiatore,
della invadente cinematografia, e con
quelli elettronici, a suo tempo appena
intuibili, della televisione. Ma fin
quando lo scrittore fu in vita, fino al
dicembre del 1936, il suo «ardito e
geniale revival dell’arte drammatica e
scenica», il merito che gli attribuisce
la motivazione del Nobel, era lo stesso
che universalmente gli veniva attribuito
e con il quale si indicava una inedita
congiunzione di creazione e
sperimentazione. Il teatro, linguaggio
multiplo, verbale mimico scenico,
rendeva più evidente quell’unità, allora
e tuttora immediatamente percepita come
un evento sconvolgente che si realizza
mettendo in relazione palcoscenico e
pubblico, abbattendo la quarta parete,
la separazione convenzionale dei due
luoghi teatrali. In confronto, il testo
scritto resta un palcoscenico privato,
semmai virtuale, trasformabile in
performance teatrale, come fa lo
stesso narratore con molte sue novelle e
come faranno altri anche con i romanzi
rielaborati in drammaturgie sceniche e
filmiche. Da qui le ragioni del primato
storico della sua drammaturgia.
Pirandello – sembrerà paradossale – diffidò sempre del teatro, non
come scrittura ma come esecuzione. Il
personaggio, la sua creatura primaria, autonoma rispetto allo
stesso suo creatore, rischiava a suo parere di essere tradito
dall’attore, che è un calco artificiale della
persona e della vita da cui il suo demiurgo, l’autore,
attinge, e la messinscena è una sua innaturale mimesi. Ma è l’unica,
e va sperimentata. Per questo, Pirandello fa uscire dal romanzo che
aveva abbozzato con lo stesso titolo,
Sei personaggi in cerca d’autore, i suoi fantasmi narrativi e
li manda a teatro, a provocare una inconcepibile messinscena che
abolisca le usuali mediazioni degli interpreti e di una regia che
pure tenta di ordinare il caos dell’esistenza: condizione prevista e
programmata per una «commedia da fare». La trilogia del
teatro-nel-teatro, inaugurata dai
Sei personaggi, si completa con altri eventi: il contrasto
tra la realtà vissuta e la verosimiglianza scenica che vorrebbe
riprodurla in Ciascuno a suo modo,
il rifiuto della sostituzione della regia-magia alla parola
evocatrice in Questa sera si recita
a soggetto. E tutta insieme conferma la nascita di una nuova
epoca teatrale.
Il discorso di presentazione del segretario permanente
dell’Accademia di Svezia si limita a ricordare l’opera del narratore
come background di quella
drammatica e mette capo, dopo una dettagliata ricognizione tra i
capolavori delle Maschere nude,
ai Sei personaggi
consacrandone l’assoluto valore artistico: «L’esuberante
manifestazione di un sentire appassionato e di un’attività
intellettuale di superiore caratura, carica di poesia, costituisce
la vera ispirazione del genio» (Hallström,
in Nobel Lectures 1969).
Hallström coglie nella drammaturgia pirandelliana due elementi
essenziali non da tutti riconosciuti: l’idea della certezza
illusoria della personalità, dell’Io, per dirla con una terminologia
psicanalitica che Pirandello doppiava col termine più tradizionale
di “coscienza”, e l’inveramento della stessa idea come immagine
strappata alla vita e divenuta sostanza creativa.
Alla vita prima che all’arte Pirandello riconduce nel suo discorso
accademico le sue più profonde motivazioni di scrittore: «Sono stato
un buon allievo; un buon allievo non alla scuola, ma nella vita; un
buon allievo che ha cominciato con un’intera buona fede tutto ciò
che apprendeva… L’attenzione continua, e l’intima serietà con le
quali seguii questo insegnamento, sono testimonianza di un umile e
amoroso rispetto, assolutamente necessario per accumulare amare
illusioni, esperienze crudeli, ferite terribili, e tutti questi
errori dell’innocenza hanno finito per fare di me un essere, come è
giusto che sia un artista, del tutto inadatto alla vita, e soltanto
adatto a pensare e sentire…» (Giudice 1963, pp. 531-532). Aveva più
volte ricordato in pubblico e in privato: «La vita o si vive o si
scrive». Avrebbe potuto affermare lo stesso per la sua scelta
politica, dalla quale la sua opera esce indenne e semmai forte di
umorismo disgregante. Per questo egli si potè professare apolitico,
e avrebbe potuto rivendicare pure in questo ambito della sua
esperienza umana un’innocenza che Massimo Bontempelli chiamò
«candore». Anche Corrado Alvaro lo considerava un candido, un
maestro senza ostentazioni di superiorità. Fu Alvaro a raccogliere
un’indiscrezione sull’assegnazione del Nobel. Il duce non l’avrebbe
gradita. Ambiva, non si sa per quali meriti, a ottenere il Premio
per la Pace e temeva che quello per la Letteratura assegnato a un
italiano, peraltro antieroico a differenza dell’ultimo vate
D’Annunzio, non lo favorisse. Il retroscena della decisione
accademica testimonia però di una candidatura proposta
autorevolmente da Guglielmo Marconi, e non è credibile che lo
scienziato, a sua volta Nobel, se ne facesse garante senza un più
autorevole consenso preventivo. Pirandello vinse senza aver fatto
anticamera in gare precedenti e sorpassò le candidature di Valéry e
Chesterton. Presenziò in marsina, come da consuetudine, alla
manifestazione e al banchetto pronunciò un discorso in francese. Ma
la marsina gli andava stretta, come a un dimesso personaggio di una
sua novella. L’eco del trionfo comportò altri festeggiamenti,
soprattutto fuori d’Italia, ai quali egli partecipava senza troppo
gloriarsene. Si scrisse nelle cronache del ’35 che lo scrittore
accentuava il suo semplice, disadorno stile di vita. Conservò
pergamena e fotografie dell’evento, ma la medaglia dell’Accademia la
donò alla campagna fascista dell’oro alla patria. Aspirava a essere
osservato non in maschera, ma in una sorta di nudità spirituale,
quella nudità che la morte avrebbe dovuto rivelare, come aveva
lasciato scritto nelle sue volontà testamentarie. Volle che il suo
corpo fosse avvolto nudo in un lenzuolo, «niente fiori sul letto e
nessun cero acceso». Poi un «carro d’infima classe, quello dei
poveri. Nudo», insiste. Infine il corpo bruciato e, «appena arso,
sia lasciato disperdere… Ma se questo non si può fare sia l’urna
cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella
campagna di Girgenti, dove nacqui» (Pirandello 1960, p. 1289). Nella
campagna del Caos, sotto un pino anch’esso bruciato che tuttavia la
protegge.
Letteratura citata
Giudice 1963: G. Giudice,
Luigi Pirandello, Torino 1963.
Hallström,
in
Nobel Lectures
1969: P. Hallström, Luigi
Pirandello. The Nobel Prize in Literature 1934,
in Nobel Lectures. Literature
1901-1967, Amsterdam 1969.
Pirandello 1960: L. Pirandello,
Mie ultime volontà da rispettare, in
Saggi, poesie, scritti varii, a cura di M. Lo Vecchio-Musti,
Milano 1960. Inizio pagina
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