Luigi Pirandello e le biblioteche
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Pirandello e i libri
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A
nulla varranno i ripetuti ammonimenti dei suoi maestri: o poeta o
filologo. Carducci e Graf smentiscono la dura alternativa, e
Pirandello, sulle prime, segue quelle orme, rivelando attraverso
un'intera costellazione metaforica gli studi «matti e
disperatissimi». Così, una volta i libri beneamati saranno le sue
«anime», come quando lamenta che si siano smarrite le Odi barbare di
Carducci. É a Bonn, e attende l'arrivo di un baule:
«Apprendo con piacere che avete già spedito il mio baule. Dite
intanto a Innocenzo che le Odi barbare di Carducci io le ho lasciate
a Porto-Empedocle, e devono esser costì. Se non ci sono, vuol dire
che sono andate perdute. Che tutte codeste mie anime (scusate,
volevo dire: codesti miei libri) debbano subire la stessa sorte?
Bada, Annetta mia, io proibisco recisamente che un libro esca anche
per un giorno solo da casa nostra. Se non sono sicuro di questo, io
perderò del tutto la pace. Amo i miei libri quanto me stesso».
Altra volta il libri sono il «mare» e lui il «marinaio». E’ da pochi
giorni nella Capitale:
«[...] Non ho con me i miei libri e per ciò sono come un marinaio
cui manchi il mare, se non che a me quel mare serve per annegarmivi
e dimenticarmi».
Finché ci comparirà dinanzi un Gregorio Samsa, non sotto specie
d'insetto ma di carta stampata:
«[...] mi identificherò con una pagina di libro, per mostruosa e
inaudita metamorfosi, diventerò carta stampata, e mi prenderanno,
ahimé, con due o più dita, e senz'altro, così come ve lo sto per
dire, mi imposteranno in uno scaffale di biblioteca. É
raccapricciante: tergetevi le lagrime, e compatitemi».
La metamorfosi aveva raggiunto peraltro anche il padre - libro in
più tomi visto che é alto di statura, «lungo lungo», come dice il
fíglio. Talora si trattadelle note a margine contenute nel
libro-padre:
«[...] io porto in cuore un vizioso orgoglietto che spesso mi
lusinga a credere che io sappia un poco far la cronaca di tutti i
cuori: credo pure - lasciamelo dire - di saper leggere anche nel
tuo, come si fa in un libro stampato. E nel tuo libro - cioé, volevo
dire nel tuo cuore - io trovo le più belle pagine e le più geniali,
ma spesso vi trovo pure qualche nota in margine che mi mette sopra
dolorosi pensieri e mi fa crollare il capo, come per pena che si
rimpianga in silenzio. Di queste benedette note in margine oggi
voglio parlarti, e tu lasciami dire [...]».
Inizio pagina

Non si creda a una retorica solo giovanile, perché anche il
trentenne, ormai padre di famiglia, continua a praticare la
metamorfosi prediletta. Nel 1897, mentre sta per nascere la
secondogenita, Lietta, le solite immagini lo soccorrono. Pare
perciò naturale che un giorno, nella premessa ai Sei personaggi,
dica che «il mistero della creazione artistica é il mistero
stesso della nascita naturale». In questi termini annuncia
l'imminente nascita della figlia:
«Antonietta da parecchi giorni si lagna di certi dolorini, che
possono esser nunzii del parto imminente; e forse no.
Aspettiamo. - Padre in aspettativa di due figli!!! Uno édito;
l'altro, o l'altra, in corso di stampa... La recensione me la
farete voi, e voglio sperare che sarà favorevole, come per
l'altro libretto intitolato Stefanuccio. Libretto che,
aumentando di giorno in giorno il numero delle pagine, si va
rimpinzando di sempre nuove diavolerie».
Fra poco, proprio nel 1897, Pirandello avvierà la carriera
dell'insegnamento, anche se per la cattedra, che la matricola
già persegue quale obiettivo, in fondo, non troppo remoto,
occorre invece ancora un decennio. Di fronte al dilemma - o
poeta o filologo - ha scelto la prima via, e non poteva essere
altrimenti: ogni testimonianza relativa ai suoi studi lo
sorprende in moti di aperta insofferenza.
Topo di Biblioteca, Pirandello, non poteva davvero diventare.
Dei topi comunque aveva seguito le tracce alla «Lucchesiana»,
durante un'esplorazione pilotata da Monaci che gli suggerisce di
non trascurare i codici antichi conservati a Girgenti. Ma non a
caso, ciò che resta di significativo di quell'esplorazione é il
racconto a tutto tondo dell'apprendista filologo. Questo saprà
fare, anche in futuro, dove la filologia come la Biblioteca
divengono temi narrativi. Si pensi al Fu Mattia Pascal o ai
numerosi racconti in cui l'erudito, il bibliofilo o il
bibliomane sono presi di mira.
Ripercorriamo i primi passi nella «Lucchesiana». L'elenco dei
codici di quella Biblioteca appare accurato, ma é l'autoritratto
a tradire il futuro di Pirandello. Che stende dunque per Monaci,
nelle «idi di settembre 1889», un esteso resoconto intorno ai
manoscritti di cui ha preso visione:
«Sono circa cento, e quasi tutti tenuti male, anzi alcuni
ridotti a tale da non poterne far più conto e copia.
Bibliotecario é un certo prete Schifano, pressochè illetterato,
il quale nella lite pendente tra la sede vescovile e il
municipio sulla proprietà di quella biblioteca non rende da anni
ragione della sua incuria né all'una né all'altro. E tutto va in
perdizione. Non saprei adeguatamente manifestarLe la strana e
dolorosa impressione ricevuta al primo entrare in quella sede,
cui non dirò mai dello studio e del raccoglimento, e bisogna che
Ella lavori un po' di immaginazione.
Vidi nella penombra fresca che teneva l'ampio stanzone
rettangolare, presso un tavolo polveroso, cinque preti della
vicina Cattedrale e tre carabinieri dell'attigua caserma in
maniche di camicia, tutti intenti a divorare una insalata di
cocomeri e pomidori. Restai ammirato. I commensali stupiti
levarono gli occhi dal piatto e me li confissero addosso.
Evidentemente io ero per loro una bestia rara e insieme molesta.
Mi appressai rispettosamente (perché no?) e domandai del
bibliotecario. «Sono io», mi rispose uno degli otto, con voce
afflitta dal boccone non bene inghiottito; « Vengo a chiederLe
il permesso di vedere se in questa... (non dissi taverna ma
biblioteca) sono dei manoscritti...». «Là giú, là giú, in quello
scaffale in fondo», mi interruppe la stessa voce impolpata di un
nuovo boccone, e gli otto bibliotecari si rimisero a mangiare.
Lo scaffale accennatomi era aperto: chi ne avesse avuto voglia
avrebbe potuto servirsi a comodo; ma quei libri non conoscono
altri visitatori che i topi e gli scarafaggi. ...
Scorsi quasi tutti in una settimana e mezzo questi manoscritti;
ma attendervi bene sopra non potei, sia perché lo stato di mia
salute me lo vietava, sia perché in un luogo come quello tutto é
possibile tranne che studiare. Chiesi al Municipio, chiesi alla
sede Vescovile il permesso di portarmi in casa qualche volume, e
non ebbi che risposte incerte, piene di strane esitazioni. Poi
non potei più nulla e tutto restò. Ora mi dispongo a partire per
la Germania».
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