Luigi Pirandello e le biblioteche
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O poeta o filologo:
la vocazione letteraria
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Nell'adolescenza non ha dubbi: rifiuta gli studi tecnici per
dedicarsi a quelli umanistici; ma quando avrà persuaso il padre
riluttante che la sua vocazione letteraria é irrinunciabile,
l'ambiente mercantile dal quale proviene sarà per lui un termine di
paragone e da quell'angolo osserva se stesso con lucidità. Mette
perciò subito le mani avanti, prevedendo la cattedra universitaria
che certo lo attende, com'é disposto a scommettere fin dal 1886, non
appena si é iscritto alla Facoltà di Lettere di Palermo:
«Mi
preparo a studi enormi, volenterosamente. Se riuscissi in questo
modo a incretinire, sarebbe forse la mia e la vostra fortuna! In
questi quattro anni di Università debbo preparare il mio titolo per
una cattedra. Ho ideato uno studio colossale intorno alla Favola,
che scriverò in latino. Intanto mi é indispensabile la conoscenza
del tedesco. Ci vuole anche questo. E dalli e dalli e dalli sulla
mia povera testa! Un giorno o l'altro può darsi che si spezzi... "Et
el mi piace", direbbe il Boccaccio...»'.
Il progetto é chiaro, perseguito con tenacia e senza risparmio di
lodevoli iniziative. II Carducci che rimproverava a Pascoli di non
dedicarsi allo studio del tedesco, non si sarebbe compiaciuto del
diciannovenne tempestivo e lungimirante? Il quale ha nelle mire,
oltre la fama, il denaro - quel denaro che gli verrà, a lungo, dal
padre operoso a cui sono ignote le lusinghe delle Muse, quanto mai
lontane da zolfo e commerci.
Non appena si é cimentato in un'opera «originale» (così definisce
Belfagor), subito avverte:
«Ho fatto leggere tutto il lavoro al Prof. di Latino all'Università,
Giacomo Cortesi, e mi rispose che ad opera finita, s'impegnerà di
farlo pubblicare a Roma, facendomelo pagare per quel che vale.
Comincerà per tempo a guadagnar qualche cosa. E da ora in poi non mi
ispirerà che questo: far denaro».
E insiste, quasi non abbia altra meta che il guadagno:
«Amo lo studio che mi darà pane».
Inizio pagina
Mentre
poi annuncia di aver composto in soli tre giorni una Comedia
volgare, suggestionato dalla Duse, magistrale interprete della Dame
aux camélias, tiene a precisare che egli non si appaga di esiti
dilettanteschi, puntando alle pratiche realizzazioni delle proprie
attitudini:
«Ho scritto in tre giorni una Comedia volgare, in sette scene: se
fra cinque o sei giorni, rileggendola, mi piacerà ancora, la darò
alla Duse per la rappresentazione.
Ho saputo che lo zio Giorgio mi dà continuamente titoli non molto
graziosi, a causa della mia tenacità negli studi, a scapito dei miei
interessi, e di quelli principalmente di mio padre. Io, da parte
mia, non so fargli torto davvero [...]
Io ho una sete inestinguibile di guadagno, perché vedo che senza
denaro non si é uomini in nulla e per nulla, e perciò a fine di
crearmi una posizione sociale modesta e comoda, al più presto, mi
piegherei perfino alle più ingrate e penose fatiche. Darei dieci
anni della mia vita pur di conoscere il modo di arricchire in un
anno, senza farmi impiccare in sei mesi».
Due anni dopo, quando con la trasferta romana cade il velo delle
illusioni, non ci sorprenderà questo sfogo:
«Sfacchino tutto il giorno, miei cari, trafficando con la merce di
minor valore: le parole!».
I famigliari, a cui sono destinate (e forse in parte le determinano)
le battute «mercantili», avevano d'altra parte modo di smentire
tanto scetticismo. L'amore di Pirandello per l'arte e per lo studio
si rivela di continuo dietro la maschera di chi vuol apparire
disincantato.