Luigi Pirandello e le biblioteche
4 - Contro
D'annunzio
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Pascoli è morto da un pezzo, non ancora sessantenne; d'Annunzio
invece é tutt'altro che liquidabile nel 1921: alla fine dell'anno,
con la data simbolica del 4 novembre uscirà, il Notturno
«comentario delle tenebre» al quale non mancano i connotati di una
dirompente modernità. E non a caso é un best-sellers.
Così, anche dopo la morte di Pascoli, e anche dopo i correttivi che
non fanno che decantare, in fondo, l'antico giudizio espresso
intorno a Myricae, Pirandello non riuscirà ad
affrancarsi dalla convinzione del «complotto» ordito contro di lui.
L'intramontabile d'Annunzio fa rivivere Pascoli. Se il Vate
usurpatore ora domina il campo, incontrastato Pirandello non
dimentica che i due «fratelli» amici e nemici si sono tenuti bordone
a vicenda, escludendolo.
Ancora ai soliti foglietti di laboratorio occorre rivolgersi per
imbattersi nello sfogo aperto di un risentimento sempre vivo . Non
datati, gli appunti si collocano dopo il 1912 l'anno della morte di
Pascoli, ma forse prima del 1915, data l'assenza di ogni accenno al
poeta soldato che cercherà di riscattare il discutibile divismo di
sempre vestendo i panni del salvatore della patria.
Nessuna allusione, infatti, all'«avventura» dannunziana che al
contrario informa le accuse mosse contro il retore nel 1920, nella
commemorazione di Verga, davvero incomprensibile se non sullo sfondo
dell'impresa di Fiume. Qui, in combutta, due poeti si contendono la
successione di Carducci, e a dispetto della scarsa presenza di opere
di d'Annunzio nella sua superstite Biblioteca, Pirandello rivela
un'attenta lettura del Commiato, la lirica con la quale
Alcyone (1903) veniva dedicato “all’ultimo figlio di
Virgilio”.
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Di antico e nuovo livore si colorano tre foglietti dispersi e
mutili:
«Tra i tanti bisogni, pare che il popolo italiano abbia anche
questo, perentorio: di sapere chi debba di tempo in tempo
riconoscere e considerare suo maggior poeta vivente.
Morto Giosué Carducci, che per tale fu meritatamente riconosciuto e
considerato lungo tempo, il popolo italiano si trovò davanti due
candidati al posto di maggior poeta vivente: Gabriele d'Annunzio e
Giovanni Pascoli.
I due candidati si erano già tra loro riconosciuti e considerati.
L'uno su per una costa, l'altro su per l'altra, tutti e due alla
fine si sarebbero ritrovati su la vetta del monte, s'intende della
gloria.
Morto Giosué Carducci, i due candidati ebbero la cattiva ispirazione
di darsi la voce (oh, velata di pianto) da una costa all'altra del
monte
- Fratello... - Ci siam noi, coraggio!
- Fratello... - Tu...”
rispose loro un urlo di protesta e d'indignazione del popolo
sinceramente commosso. Poi l'uno, senza aspettar l'altro, ghermì dal
letto del morto una torcia funeraria e saltò su la vetta, solo.
La chiamò fiaccola, lui, quella torcia da morto, e si mise ad
agitarla lassù, come tutti sanno, proclamandosi da sé unico erede; e
nessuno, a nome del testamento del poeta, rispose no.
Ma si trattava, in fin dei conti, della gloria.
Io non intendo di negare a Gabriele d'Annunzio il titolo e il vanto
di maggior poeta vivente d'Italia, tanto più che egli, a mio modo di
vedere, risponde in tutto e per tutto al tipo del letterato italiano
quale la tradizione così detta classica, o la retorica per
consolazione nostra lo foggiava: cioè un letterato che poteva anche
darsi la pena di pensare per conto suo, purché i pensieri tolti in
prestito altrui sapesse convenientemente vestire d'una forma che,
non nata dentro a un tempo col pensiero, doveva naturalmente esser
soltanto esteriore, senza intimità quindi e, per inevitabile
conseguenza, artificiosa; un letterato la cui arte, priva d'un
contenuto ideale suo proprio, doveva per forza ridursi a una
elegante mera esercitazione verbale, di cui essa, la Retorica»".