Luigi Pirandello e le biblioteche
1 - Ginnastica da camera: le letture di Pirandello
Testi ed immagini da
Internet Culturale
Del
terribile terremoto che colpisce Messina nel dicembre 1908,
radendola quasi al suolo, s'avvertono i contraccolpi anche a
Girgenti. Pirandello é lí, come sempre al lavoro, curvo sulle sue
carte, quando i libri sistemati alla rinfusa negli scaffali
precipitano sulla sua metodica solerzia di narratore: «Mio padre ci
racconta d'esser rimasto fra il tavolo e due scaffali di libri che
alternativamente gli venivano addosso con tutto il peso dei volumi.
Dava una spinta a questo e dietro front per tenere su l'altro di
turno per cinque minuti buoni. Una ginnastica da camera da cui non
c'era verso di esimersi».
E quanto riporta il figlio Fausto, offrendoci non col pennello, ma
con la memoria partecipe, un ritratto del padre sorpreso mentre si
difende da un crollo rovinoso e per noi simbolico. Innumerevoli
testimonianze ci restituiscono infatti un Pirandello davvero
assediato, fra cumuli di carte, dai libri in bilico sullo scrittoio.
Ma i libri, col terremoto, si direbbero in rivolta, proprio come i
Personaggi del suo più celebre dramma, tanto da contraddire chi ha
in diverse occasioni sostenuto che si legge con frutto solo negli
anni della giovinezza, quando l'artista é in formazione. In seguito,
«sincerità» e «originalità» (capisaldi della poetica di Pirandello)
dovranno avere la meglio in una sorta di ruminazione
solitaria, dove immagini e idee altrui inquinerebbero senz'altro la
vasta orma inconfondibile che egli intende stampare.
D'obbligo la presa di distanza dalle letture «nutrici». In teoria,
però, e non in pratica; perché, nonostante che la sua opera possa
apparire «una delle più povere di innesti letterari», basterebbe a
smentire tale opinione il secondo atto dell’Enrico IV, ai limiti del
plagio, visto che si chiude con la replica, alla lettera, di un
manuale di storia.
Senza togliere neppure una foglia alla corona d'alloro che spetta a
Pirandello, il saggista, il narratore o il drammaturgo non si
privano di un ben attrezzato laboratorio, in modo che la «fonte» é
spesso individuabile nella sua pagina, riga dopo riga, battuta dopo
battuta, con una trasparenza che talora s'impone.
Inizio pagina
Se
mai, discostandosi in parte dai grandi coevi - Pascoli e d'Annunzio
- Pirandello non aderisce alla cosiddetta cultura delle «fonti», e
fin dagli anni universitari si piegherà controvoglia alla filologia
erudita della Scuola storica allora dominante.
Tuttavia, l’insanabile divario tra i faticosi studi specialistici e
la libera creazione artistica sembra più che altro una posa, ben
presto smentita dai primi esiti letterari, senza contare che il
debuttante giungerà persino a censurare gli scrittori «digiuni di
fílologia».
Dovremo perciò eludere in molti casi le affermazioni di Pirandello:
alle sue spalle, quando i documenti lo consentono, é possibile
verificare a oltranza il contrario di ciò che dichiara perentorio.
Si dirà addirittura nauseato, per esempio, dalla narrativa «alla
slava» di moda nei primi anni '90, che taccia di scompostezza e di
morbosità; ed ecco che invece non sa resistere, benché costretto a
ligie economie, all'acquisto di un «capolavoro del Tolstoi»:
«L'altro giorno, per non dire varfantarie [menzogne], ho speso L. 2
per un libro. Non ce ne avevo in tasca, perché esco sempre senza
soldi, e ho dovuto farmele prestare da Giovannino Lauricella, non
sapendo resistere alla tentazione di comprare La morte di Ivan
Ilitsch, capolavoro del Tolstoi».
E per sua stessa ammissione, si sa che Dostoevskj entra nel novero
delle letture capitali:
«[...] riconosce di aver avuto le impressioni più forti dai russi:
Dostoevskj».
Non si deve dunque dar credito al Pirandello che offre della propria
officina un'immagine coincidente col suo tormentato e affollato
cervello.