Giorgio Patrizi
Pirandello e l'umorismo
Le teorie del comico del Novecento
Non è certo un caso che nel breve arco di 8 anni, i primi del XX°
secolo, 3 intellettuali di diversa formazione decidano di elaborare
teorie del comico capaci di definire le valenze etiche, ideologiche ed
estetiche. Si tratta di Henri Bergson (Le rire, 1900),
Sigmund Frued (Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten,1905) e
Luigi Pirandello (L’Umorismo, 1908).
Bergson: Quando Bergson pubblica, nel 1899, i capitoli sul
significato del comico, espone le proprie idee partendo dal
riconoscimento classico del “riso” come “proprio” dell’uomo: rovesciando
il principio tradizionale, afferma che non vi è nulla di comico al di
fuori di ciò che è propriamente umano. Segue poi la considerazione che
il riso è accompagnato sempre da un atteggiamento di “insensibilità”: il
comico agisce solo quando manca l’emozione e si afferma un sento di
sostanziale indifferenza nei confronti dell’oggetto fonte di comicità.
Secondo lui, anime veramente sensibili, in accordo con la vita e con
l’universo, non comprenderebbero il riso; ma, d’altra parte, noi non
gusteremmo il comico se ci sentissimo isolati: secondo lui
Sembra che il riso abbia bisogno di un’eco… Il nostro riso è sempre
quello di un gruppo di persone. Ma cos’è che scaturisce il riso? E’ la
percezione di un meccanismo rigido nell’esistenza quotidiana che
impedisce all’individuo di percepire gli ostacoli che gli si frappongono
e che lo costringono a bruschi e goffi mutamenti di attitudine. Si
afferma così la prospettiva del comico come denuncia di una specie di
inadeguatezza esistenziale, che si manifesta nei componimenti maldestri
e nella incapacità di fronteggiare in modo corretto la quotidianità.
Quindi, secondo Bergson, la vita richiede che ciascuno di noi abbia
un’attenzione costantemente attiva, vigile, che permetta di farci
adattare ad ogni situazione possibile. Il riso è dunque l’affermazione
di un giudizio morale inscritto in una concezione della vita come
“slancio”, capacità di risposta e di adattamento.
L’esempio che Bergson propone è quello del comico della caricatura: per
quanto regolare sia una fisionomia, per quanto armoniosi possono essere
i lineamenti, l’equilibrio non risulta mai perfetto; vi risulterà sempre
il segno di una piega comica, l’abbozzo di una possibile smorfia; e
l’arte del caricaturista sta nel cogliere questo aspetto. Questi
aspetti, sotto forma di attitudini, gesti e movimenti del corpo umano,
sono risibili nella misura in cui essi ci fanno pensare ad un semplice
meccanismo: ciò accade perché – se la vita di per sé non dovrebbe mai
ripetersi – dove c’è ripetizione e somiglianza completa si suppone che
ci sia un meccanismo funzionante dietro l’essere vivente. Questo
apparire nella vita del “senso del meccanismo” è la vera causa del riso.
Un procedimento meccanico sovrapposto ad un corpo vivente: il comico
deriva dal fatto che il corpo vivente si irrigidisce in macchina.
Insomma, è il corpo che prende il sopravvento sull’anima, ed è la forma
che vuole esprimere la sostanza. Noi ridiamo tutte le volte che una
persona ci dà l’impressione di una cosa.
Secondo Bergson, il riso è innanzitutto una correzione; Fatto per
umiliare, esso produce nella persona che ne è oggetto una penosa
impressione. Il riso è semplicemente l’effetto di un meccanismo datoci
dalla natura o da un’abitudine sociale. Non riusciremmo a ridere se la
natura non avesse dato agli uomini migliori un piccolo fondo di
malignità o di malizia. Ecco perché alcune forme di comicità teatrale
puntano fortemente su ritmi esasperati di meccanismo entro cui si
organizzano relazioni, affetti, ragioni umane (è il caso dei
“vaudeville”). E’ proprio il rispecchiamento del comportamento umano
ridotto a meccanismo che suscita la presa di distanza impietosa che
consente il sorgere del riso.
Freud: la teoria freudiana del comico si distingue dalle altre
perché è fondamentalmente legata non tanto alla necessità di definire
un’interpretazione di quel particolare approccio alla realtà che si
esprime col riso, quanto alla necessità di analizzare le dinamiche
psichiche che determinano della produzione del comico nella parola. Il
saggio di Freud inizia con un’illustrazione delle tecniche che sono alla
base della produzione del motto, riassunte nei procedimenti della
condensazione, della manipolazione del materiale linguistico dato, del
gioco sul “doppio senso”. Poi definisce le motivazioni che determinano
la formazione del motto, individuando una tipologia che annovera il
motto osceno, quello aggressivo, quello critico e quello scettico. Ma
rimane ancora insoluto il problema originario: quale condizione psichica
presiede al motto? Freud giunge alla conclusione che il motto si pone a
servizio di tendenze, per generare nuovo piacere sbarazzando da
repressioni e rimozioni. Il piacere che esso genera può essere sempre
attribuito a risparmio di dispendio psichico. Occorrono almeno 3 persone
per completare il circuito: il processo psichico che origina il motto si
attua tra la prima persona, l’Io e la persona-oggetto (cioè la seconda,
su cui testa se ha raggiunto il proprio scopo).
Quando Freud passa a correlare l’analisi del motto a quella del comico,
amplia l’orizzonte della propria riflessione: la considerazione del
principio di economia – vale a dire il risparmio sul dispendio psichico
rispetto a situazioni complesse – conduce ad indagare il rapporto tra
comico ed umorismo. L’umorismo è un mezzo per profittare di piacere a
dispetto degli affetti penosi che dovrebbero turbarlo; esso prende il
posti di questi affetti. Condizione minima affinché si dia l’umorismo è
che si determini una situazione nella quale siamo tentati di sprigionare
un affetto penoso. Il piacere dell’umorismo nasce allora a spese di
questo mancato sprigionamento d’affetto, sgorgando direttamente dal
risparmio affettivo. Ci sono varie specie di umorismo, a seconda
dell’affetto che attraverso di esso viene risparmiato: pietà, collera,
dolore, simpatia… Ogni sentimento non prodotto dà origine ad un diverso
umorismo.
Avanguardie: Le avanguardie storiche dimostrano di aver ben
inteso tutto il discorso fatto fino adesso: esse fecero del comico uno
dei terreni privilegiati per la distruzione dei legami con la tradizione
e con i luoghi comini dell’arte borghese. Dal futurismo al surrealismo,
l’arma del comico è stata sempre vista come la più adatta alle rotture
dei codici e alle messe in crisi dei sistemi tradizionali. Un esempio
alla presenza del comico nei manifesti futuristi, a cominciare dal
teatro di varietà, che si poneva come teatro per distrarre il pubblico e
divertirlo con effetti di comicità, di eccitazione erotica e di stupore
immaginativo. Ma è soprattutto nel manifesto Controdolore (1913) di Aldo
Palazzeschi che il futurismo trova l’espressione più convincente della
funzione “antistituzionale” e distruttiva del comico: nel manifesto è
descritta l’immagine utopica di un mondo all’insegna del gioco e del
riso, in cui le occasioni di dolore e di pianto sono rovesciate in fonti
di gioia e piacere. L’umorismo dei surrealisti, consacrato da Breton con
la sua storica Antologia dello humor nero, evidenzia un ruolo di
radicale contestazione dei valori umanistici del passato. Mentre il
dadaismo afferma il valore del rifiuto della realtà, l’atto di negazione
dei valori circostanti, ma anche annullamento e svalutazione di una
realtà alienata. Per il dadaismo, il punto di arrivo dell’attività del
riso è il nulla, inteso come assenza di definizione.
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L’umorismo
Il saggio che Pirandello pubblica nel 1908 nasce dalla necessità di
affrontare il concorso per ordinario presso l’Istituto di Magistero
femminile di Roma, dove insegnava stilistica. Su consiglio dell’amico e
critico Giovanni Cesareo, lo scrittore siciliano preparò 2 volumi di
saggi che gli valessero come titoli accademici. L’occasione gli consentì
di mettere a fuoco sul piano teorico una serie di problemi linguistici e
stilistici che riguardavano vecchi saggi scritti in occasione del volume
Umorismo, Arte e scienza. Gli scritti che meglio sintetizzano il cammino
di Pirandello sono 2, entrambi apparsi nel 1900: Leopardi cieco e
Scienza e critica estetica; mentre, negli anni successivi, alcune
importanti recensioni vanno definendo l’orizzonte umoristico a cui
Pirandello comincia a guardare.
I primi accenni più precisi all’Umorismo li troviamo negli articoli Un
proteso poeta umorista del secolo XIII ed Umorismo o irenismo?, che
anticipano la parte iniziale del primo capitolo del volume del 1908.
Com’è noto, l’Umorismo fu ristampato nel 1920 con un’ampia serie di
arricchimenti legati alla necessità di articolare una risposta polemica
alla recensione di Benedetto Croce che, sulla “Critica”, stroncò il
volume pirandelliano con una recensione che inaugurò una delle polemiche
più significative del primo ‘900.
Pirandello, nel tentativo did efinire la parola “umorismo”, prende le
mosse da un saggio dedicato a Cecco Angiolieri da Alessandro D’Ancona,
che giudica il poeta senese un umorista, ricollegando alla teoria latina
e rinascimentale della malinconia. Si sottolinea, così, il legame tra
umorismo e malinconia. Ma la radice esatta della propria concezione
dell’umorismo, Pirandello la ricava dall’inglese humor, termine ricco di
significati: ed è in questa prospettiva che egli pone la prima
distinzione tra la sua specifica concezione dell’umorismo e quella
legata alla circolazione più diffusa del termine. Egli distingue l’ironismo
o ironia dall’umorismo.
Ancora “preliminari” sono le considerazioni esposte nel secondo capitolo
del saggio; Pirandello tende ad accantonare il problema della modernità
e dell’esoticità dell’umorismo; infatti esso non è prerogativa della
riflessione dell’artista moderno, né della tradizione della cultura del
nord: è un atteggiamento “trasversale”, cioè capace di accomunare gli
scrittori e gli intellettuali più diversi. Nel terzo capitolo Pirandello
afferma che è vero che, secondo tradizione, ad alcune culture nazionali
sono attribuiti spiccati caratteri umoristici (in primis la cultura
inglese, lo “humor inglese”), ma è anche vero che occorre ripensare le
singole esperienze letterarie delle nazioni per coglierne peculiarità
importanti, anche se magari legate a fenomeni isolati.
Gli scrittori italiani sarebbero stati ostacolati nel loro possibile
approccio all’umorismo dalla pesante tradizione di quello che Pirandello
definisce il “guardaroba della retorica”: egli dedica il quarti capitolo
all’approfondimento di questo argomento, confutando questa tradizione
che l’opera letteraria sia innanzitutto un lavoro esterno di forma e di
stile, mentre la forma e lo stile sono prima di tutto un’opera intima di
pensiero. Pirandello fonda la sua accezione di umorismo su un rifiuto
radicale del privilegio dell’approccio formale all’opera, quello che è
identificato nella retorica della cultura classicista. Per Pirandello
l’umorismo si contrappone alla retorica: mentre quest’ultima considera
ogni forma unica, cioè né antica né moderna, l’umorismo invece scompone,
disordina, discorda, mentre la composizione retorica era soprattutto
composizione esteriore.
E’ nella seconda parte dell’Umorismo che Pirandello s’impegna a definire
precisamente “essenza, caratteri e materia dell’umorismo”. La
contrapposizione all’estetica crociana è utile a precisare la
collocazione dell’umorismo all’interno di una dimensione estetica, con
le riflessioni aggiunte nell’edizione del 1920 in risposta alla feroce
polemica che Croce aveva scatenato all’uscita del saggio: ma una messa a
punto più pregnante del concetto è fatta nascere dalla serie delle
specifiche formule pirandelliane, cioè il processo che porta
dall’avvertimento del contrario al sentimento del contrario.
Per illustrare questo processo, Pirandello utilizza il Don Chisciotte di
Cervantes. Nelle avventure del personaggio principale, Cervantes
riscatta la propria adesione a quegli ideali di cavalleria che lo
avevano portato a combattere per la Cristianità a Lepanto. Il senso
dell’approccio della riflessione al sentimento espresso nell’opera,
sottolinea Pirandello, non può essere etico, bensì conoscitivo e
critico: “questo stato d’animo, ogni volta che mi trovo innanzi a una
rappresentazione veramente umoristica, è di perplessità: io mi sento
come tenuto tra due: vorrei ridere, rido, ma il riso mi è turbato ed
ostacolato da qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa”, cioè
quello che nasce da quella “speciale attività data dalla riflessione”.
E’ proprio a partire da questa specifica attività dell’umorismo – la
riflessione – che Pirandello va via via definendo le modalità del
sentimento del contrario. Pirandello ribadisce costantemente che la
riflessione è un’attività intrinseca dell’opera d’arte, non una materia
componente dell’opera stessa, né essa è sufficiente a dar vita ad
un’opera d’arte se non è sostenuta da quell’umore che, secondo la teoria
di Lipps, si presenta come dato “oggettivo” dell’opera e “soggettivo”
dell’autore: per giungere poi alla conclusione che “l’umore è soltanto
in chi lo ha; soggettivismo ed oggettivismo non sono altro che un
diverso atteggiamento dello spirito”. Soprattutto attorno a queste
affermazioni ruota la critica negativa di Benedetto Croce.
Il
dibattito sull’umorismo
Il dibattito sull’Umorismo di Pirandello fu aperto, quasi un anno dopo
l’uscita del saggio, da una feroce stroncatura di Benedetto Croce che lo
recensì su “La Critica”: la definizione pirandelliana dell’approccio
“umoristico” all’esistenza e all’arte aveva suscitato le critiche
pesanti di Croce, proprio perché sembrava rivoltarsi contro uno dei
principi fondamentali dell’Estetica crociata: Pirandello negava
l’opinione di Croce, secondo la quale l’umorismo è uno stato psicologico
indefinibile, uno pseudo-concetto, e quindi in nessun caso una categoria
dell’arte, rivendicandone invece la totale autonomia estetica; a Croce,
invece, interessava solamente ribadire l’impossibilità di definire un
concetto empirico come l’umorismo.
In una nota aggiunta alla nuova edizione del 1920, Pirandello replicava
accusando Croce di fare confusione tra i cosiddetti “generi letterari”
come li intendeva la retorica, la cui eliminazione è da accettare, con
quelle distinzioni necessarie tra le varie espressioni, quando non si
voglia confondere l’una con l’altra, abolendo ogni critica, per
concludere che tutte sono arte e che ciascuna come arte non si può
distinguere dalla restante arte. L’umorismo non è un “genere
letterario”, come poema, commedia, romanzo, novella: infatti ognuno di
questi componimenti letterari può essere o non essere umoristico.
L’umorismo è qualità d’espressione che non è possibile negare.
In realtà Croce aveva accettato la distinzione di categorie come
“l’umorismo” sul piano degli “pseudo-concetti”, dunque categorie
empiriche utilizzabili a fini pratici, ma non definibili in termini
rigorosamente filosofici. Anche Pirandello riconosce la difficoltà di
definire la nozione di “umorismo”. Ma replica Pirandello: “perché sono
indefinibili gli stati psicologici? Saranno forse indefinibili per un
filosofo, ma l’artista non fa altro che definire e rappresentare stati
psicologici. L’umorismo non c’è, ci sono scrittori umoristici; il comico
non c’è, ci sono scrittori comici. Bene: ma se un tale – sbagliando –
afferma che uno scrittore umorista è un comico, come si fa a chiarirgli
le idee? A dimostrargli che è un umorista e non un comico?”
E’ indispensabile, per Pirandello, cercare di definire l’umorismo
attraverso l’individuazione delle caratteristiche comuni alle opere
qualificabili come umoristiche. Secondo Pirandello in qualunque atto
creativo interviene, oltre al sentimento, anche la riflessione: ma
l’opera umoristica si distingue per una speciale attività della
riflessione, che genera il tipico sentimento del contrario, che scompone
l’immagine armoniosa creata dalla prima percezione della realtà. La
perplessità suscitata in Croce da questa teoria è soprattutto legata al
suo rifiuto di qualsiasi attività riflessiva nella creazione artistica.
Pirandello, secondo Croce, contrappone e a distinguere arte e umorismo;
vuol dire che l’umorismo non è arte o che esso è più che arte? E’ una
riflessione sull’arte cioè filosofia dell’arte? Per Croce nessuno dei
possibili significati da attribuire all’umorismo è accettabile da un
punto di vista teorico, se non quello assegnato da lui stesso alla
nozione nell’Estetica (cioè lo pseudo-concetto empirico che si riferisce
a uno stato d’animo che entra nell’opera d’arte come materia o
contenuto, e che quindi appartiene al campo psicologico piuttosto che a
quello estetico.
Per Pirandello, invece, tutte le categorie in cui si articola il sistema
crociano risultano inadeguate per spiegare l’umorismo così come vive
nella realtà artistica: non è forma, né concetto, né pseudo-concetto
empirico: perché le distinzioni fra teoria e pratica, fra piano estetico
e piano empirico, non valgono per il processo di formazione dell’opera
d’arte. E lo scrittore stesso non contrappone nessuna categoria
riconoscibile a quelle crociane per attribuire un preciso status teorico
al suo concetto, mirando piuttosto a descrivere il processo particolare
che conduce alla creazione di un’opera umoristica.
L’umorismo è certamente un’arte di tutti i tempi, ma particolarmente
significativa nella crisi culturale fra i due secoli. Il sentimento del
contrario che genera l’umorismo è quanto distingue l’umorista dal
comico, dall’ironico, dal satirico.
Pirandello rifiuta il principio crociano della indivisibilità assoluta
dell’arte e le specifiche categorie attraverso cui Croce articola la
propria concezione dello Spirito. Nell’Umorismo, Pirandello dichiara il
suo dissenso nei confronti della rappresentazione crociata del fatto
estetico, affermando che esso non è né può essere quel che il Croce
intende. L’arte può rappresentare questo processo che dà luogo al
concetto di umorismo.
Come scrive Barbieri-Squarotti, appare evidente il cumulo di motivazioni
che sono alla base della polemica contro Croce di Pirandello nel saggio
Arte e Scienza: la volontà di non mettere confini alla creazione
dell’arte di fronte ai canoni limitativi dell’Estetica crociata. E’ la
stessa polemica che Pirandello svolge nei confronti della precettistica
letteraria che egli chiama Retorica: la creazione artistica deve
liberarsi da condizioni a priori, ma anche dall’eccessiva cura
catalogatoria e definitoria dell’estetica crociata.
Insomma, a Pirandello importa che la forma artistica sia viva, cioè
soggettiva e creativa, e in difesa di quella forma egli rifiuta la
normatività e l’astrattezza che scorge nel classicismo retorico, nel
verismo naturalistico e nel crocianesimo idealistico.